Del governo

La posizione dei comunisti dinanzi alle castronerie che dicono alla Camera democratici, socialdemocratici e socialisti, che si accingono a ricominciare la vecchia farsa del blocco di sinistra, è semplicissima.

Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capace di reprimerlo. È una turlupinatura far credere che la formazione di un governo di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l'azione dello Stato e quella del fascismo, possano dipendere dall'andamento delle cose parlamentari.

Se si formasse questo governo forte, tale cioè che garantisse l'imperio della legge attuale, il fascismo si collocherebbe a riposo da sé perché esso non ha altro fine che l'effettivo rispetto della legge borghese, quella legge che il proletariato tende a demolire, che ha cominciato a demolire, e che continuerà a demolire appena dinanzi ad esso si allontaneranno le resistenze conservatrici.

Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum delle fregature.

Poche delucidazioni a queste tre nostre asserzioni, contrapposte al gioco nauseante della "sinistra" politica che si elabora nei contatti osceni di Montecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazional-fascismi d'altra volta e di adesso.

Lo Stato borghese - la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell'esercito, nella magistratura - non è affatto mortificato di essere scavalcato dall'azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.

Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell'attuale. Basterebbe che l'apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza. Ma sono ben più profonde le ragioni per cui l'apparato statale oggi preferisce adoperare contro il proletariato non la sua forza diretta, ma quella del fascismo sostenuta indirettamente.

Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un "governo forte". Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse la assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione dal duello tra bianchi e rossi. Allora si dimostrerebbe a democratici come Labriola, (1) che si tratta proprio di guerra civile, e al duce del fascismo che non è vero che le sue vittorie derivano al panciafichismo dei lavoratori. Il "governo forte" glielo daremo noi, dopo, all'uno e all'altro. Ma l'ipotesi è assurda.

Il fascismo è nato dalla situazione rivoluzionaria perché la baracca borghese non funziona più; rivoluzionaria perché il proletariato si è già messo a darle i primi colpi. Se la volgare demagogia e la insuperabile bassezza delle varie sfumature di falsi capi proletari che ospita i PSI hanno sabotato l'avanzata proletaria, ciò non vorrà dire che non debba al proletariato rivoluzionario d'Italia essere fieramente rivendicata l'iniziativa dell'attacco allo Stato borghese, al governo, all'ordine capitalistico, all'imperio di quella legge che è il presidio dello sfruttamento dei lavoratori.

Il fascismo è nato dalla necessità di contrattaccare la iniziativa sovvertitrice del proletariato rosso con due metodi ad un tempo: la suadente corruzione democratica e parlamentare per cui lo Stato possa continuare a simulare la sua imparzialità sociale, e la repressione violenta, la controffensiva armata, contro i primi nuclei in formazione dell'esercito di combattimento della rivoluzione sociale.

La situazione può mutare, la crisi capitalistica acuirsi o sistemarsi momentaneamente, il proletariato divenire più aggressivo o essere disfatto dai colpi della controffensiva o disperso dalla ignominia dei socialisti; da queste variazioni della situazione, che mettiamo come ipotesi senza qui indicare quale sia la più probabile, dipenderà il modificarsi delle funzioni del fascismo in rapporto alla organizzazione statale.

Se il proletariato sarà sopraffatto, per questo stesso ogni governo figurerà di essere "forte" e le squadracce fasciste si daranno al football e all'ossequio ai sacri codici del diritto vigente. Se il proletariato ricomincerà l'attacco, continuerà per qualche tempo il giochetto del liberismo di governo alleato sottomano alle formazioni fasciste, magari con un ministero Nitti o Modigliani, (2) ma non tarderà a venire il momento in cui e fascisti e democratici del blocco di sinistra saranno concordi in una cosa - che è poi vera - che il solo nemico dell'ordine naturale è il proletariato rivoluzionario ed agiranno insieme per la controrivoluzione, a visiera alzata.

Con l'andamento di questi fenomeni sociali e storici non ha nulla di comune la parata di idioti e di farabutti che si svolge a Montecitorio, né è di alcuna importanza la costituzione della "sinistra" borghese coi suoi 150 deputati tra cui 145 aspiranti a posti di ministri e sottoministri, e neppure muterà, anzi ne sarà un riflesso prevedibile, la andata al potere di qualche Dugoni o di qualche Vavirca, e simili uomini incretiniti nel disfattismo degli interessi di quei lavoratori che hanno il torto di eleggerli e di prendere sul serio le loro geremiadi contro le gesta fasciste.

Ma se tutto ciò fosse possibile, se si potesse per manovre parlamentari arrivare a un governo che avesse per programma di smobilitare il fascismo e rivendicare alle organizzazioni legali dello Stato l'amministrazione della difesa dell'ordine, se questa ipotesi, sostenibile da sottili critici come il Labriola solo in forza di un piatto fenomeno di carriolismo politico, tanto è leggiadramente imbecille, si potesse realizzare, che cosa ne verrebbe al proletariato? Non vogliamo troppo dilungarci, e l'abbiamo già annunciato con un'espressione sintetica: una fregatura, la più solenne fregatura.

Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l'ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l'epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l'ordine con più "energia" della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta inghiottire ai lavoratori col pretesto che l'ordine è perturbato dai "reazionari" e che l'energia del governo la assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggiore nemico è chi si propone di mantenerlo con maggiore energia.

Se si potesse credere al liberalismo, il proletariato chiederebbe il liberalismo di governo alla borghesia, per poter con minor sacrificio costituire le basi di bronzo della sua dittatura. Ma sarebbe colpevole dare alle masse una tale illusione. E quindi i comunisti denunziano come fraudolento il programma della "sinistra" sia quando geme per le pubbliche libertà, sia quando si lagna che non c'è il governo forte.

C'è solo da rallegrarsi che man mano si sta svelando il contenuto di questa frode. Il liberale appare sempre più come un gendarme; anche se ne indossa l'uniforme per arrestare Mussolini, resta sempre un gendarme. Che non arresterà di certo Mussolini, ma che certo farà la guardia intorno alle posizioni del nemico della classe operaia, lo Stato attuale.

Non siamo dunque né per il governo debole, né per quello forte, né per quello di destra, né per quello di sinistra. Non beviamo queste distinzioni a effetto puramente parlamentare, sappiamo che la forza dello Stato borghese non dipende dalle manovre di corridoio degli onorevoli e siamo per un solo governo: quello rivoluzionario del proletariato.

Non lo chiediamo a nessuno, lo prepariamo contro tutti, nelle file del proletariato.

Viva il Governo forte della rivoluzione!

Note:

(1) Arturo Labriola: prima socialista, poi teorico dei socialisti rivoluzionari, seguace delle posizioni di Sorel (sindacalismo rivoluzionario), favorevole alla guerra di Libia e interventista nel 1914, diventò ministro del Lavoro nel governo Giolitti del 1920 e finì nelle liste elettorali del PCI nel secondo dopoguerra. Da non confondere con Antonio Labriola, buon marxista della scuola napoletana.

(2) Emanuele Modigliani era un deputato socialista dell'ala riformista, molto rappresentativo di questa corrente con Turati e Treves; Dugoni e Vavirca, che sono citati più avanti, erano ugualmente dei deputati "turatiani". Nitti fu Primo Ministro dall'agosto 1919 al gennaio 1920; generalmente considerato come "concorrente" di Giolitti nel governo democratico del dopoguerra, corteggiato come democratico "di sinistra" dai riformisti, istituì la Guardia Regia nell'autunno 1919. (Giustamente tutti e quattro diventarono "antifascisti" nel 1924).

Da "Il Comunista" del 2 Dicembre 1921. Firmato: Amadeo Bordiga.

Archivio storico 1921 - 1923