La difesa dei comunisti in un memoriale di Bordiga

(Il memoriale si inizia colla dichiarazione che non si prefigge di confutare le cosiddette prove dell'accusa, cui Bordiga aveva risposto negli interrogatori, ma di provare, partendo da considerazioni di ordine generale sulla funzione del Partito Comunista e la situazione politica italiana dell'epoca, che l'accusa stessa è assurda e insostenibile. Indi prosegue come appresso).

I principii teorici del partito e della Internazionale Comunista sono quelli del determinismo economico che ha a suo maestro Carlo Marx. Le cause prime dei fatti storici e sociali sono i fattori economici. Rispetto a questi la società è divisa in classi i cui interessi contrastano e che sono tra loro in lotta: la natura e lo svolgimento delle lotte di classe determinano e spiegano i fatti politici. Nell'attuale epoca storica si inquadra la lotta tra la classe capitalista che detiene gli strumenti di produzione, e il proletariato. Malgrado le osservazioni della teorica liberale e democratica lo Stato non è che un organismo di lotta nelle mani della classe capitalistica che ne detiene il potere per garantire i suoi privilegi economici. Lo studio della storia e l'analisi costitutiva della società capitalistica dimostrano la inevitabilità della lotta del proletariato per la sua emancipazione. Come avverrà questa? Tutti i socialisti ammettono che avverrà col passaggio (necessariamente graduale) dalla economia della proprietà privata ad una economia basata sulla proprietà comune dei mezzi produttivi.

Il carattere scientifico della dottrina comunista è di stabilire che tale evoluzione economica non può iniziarsi se il potere politico non passi dalle mani della borghesia a quelle del proletariato; e di negare che tale passaggio sia possibile per mezzo della rappresentanza democratica, sostenendo che avverrà invece attraverso un urto violento tra la classe proletaria e lo Stato borghese. Il proletariato quindi si organizzerebbe, come dice il Manifesto dei Comunisti del 1847, e come è attuato in Russia dal novembre 1917, in classe dominante, aprendosi l'era più o meno complessa in cui il capitalismo andrà cedendo il posto all'amministrazione collettiva, e la divisione della società in classi e la necessità dello Stato come organismo coercitivo della classe sconfitta andranno anche scomparendo.

A questa costruzione teorica di una serie di previsioni, si accompagna un programma positivo di azione e di lotta della classe operaia mondiale.

Tesi sostanziale del comunismo è che l'organo di questa lotta, il cervello e il centro animatore di essa, dev'essere il partito politico di classe, il partito comunista internazionale.

La rivoluzione sociale avviene spontaneamente o è il partito comunista che la scatena di sua iniziativa? Ecco, posto in termini pedestri, il grave problema dell'azione, della tattica comunista. Tralasciando ogni più esteso esame della questione, possiamo dire che la rivoluzione non trionferebbe stabilmente senza un partito di classe possedente una chiara conoscenze dottrinale ed una forte organizzazione; e che dall'altra parte, il partito non può scegliere il momento della lotta rivoluzionaria, né scavalcare la necessità delle condizioni generali da cui la crisi sociale deve scaturire.

Per chiarire questo concetto, materia di continuo studio ed esame nel senso stesso del movimento comunista, si suol fare una distinzione tra le condizioni oggettive e quelle soggettive della rivoluzione proletaria.

Le condizioni oggettive si ravvisano nei dati della situazione generale economica e politica, nel grado di maturità del capitalismo, nel grado di stabilità dello Stato borghese; quelle soggettive nella coscienza di classe, nella buona organizzazione sindacale e politica del proletariato. Quali condizioni soggettive occorrono per far ritener prossima la vittoria della rivoluzione? Il pensarlo può essere controverso, ma tutti i comunisti, respingendo ogni interpretazione ed utopia volontaristica, ritengono necessario il largo e progrediente possesso da parte del partito comunista di una sicura influenza sulla massa del proletariato aggiunto al divenire, determinantesi al di sopra della volontà nostra, delle condizioni oggettive favorevoli.

Per quanto si voglia essere, dal punto di vista rivoluzionario, ottimisti nell'esaminare un simile doppio ordine di condizioni, è evidente che realizzatesi queste, il precipitare degli eventi storici assumerebbe tali forme che, pure inserendosi in esso il compito importantissimo del grandeggiante partito comunista, i concetti e gli spedienti di congiure e concerti en petit comité sarebbero eliminati dalla scena degli avvenimenti.

L'ipotesi formulata dunque negli articoli del codice penale che c'interessano, non corrisponde con esattezza alla possibilità del compito rivoluzionario che il partito comunista si prefigge, pur non motivando una nostra attitudine difensiva che neghi in toto e in principio la nostra disposizione e capacità a compiere gli atti, che oggi ci si attribuiscono contrariamente alla verità completa dei fatti.

Come partito abbiamo la prospettiva di partecipare alla lotta rivoluzionaria, senza di che mancherebbe al partito nostro la ragione di essere; ma erano da farsi le riserve che precedono nella formula del "concerto" e sulle comuni dizioni di complotto, et similia.

D'altra parte quando matura una situazione storica che comporti l'attacco aperto ed extralegale ai poteri dello Stato, già i fatti in cui il movimento si concreta si mettono fuori dalla portata a azioni e sanzioni giudiziarie. In tale periodo, per la debolezza del regime, tace il diritto scritto nelle sue applicazioni politiche, e cede il passo ai coefficienti brutali della forza e del successo. Ed infatti prima dell'ottobre 1922 nessun procedimento giudiziario è stato intentato al partito fascista che notoriamente concertava e stabiliva di prendere con le armi il potere, ricevuto poi per un compromesso, attraverso il quale e dopo il quale la dottrina e la lettera della vigente legislazione sono state reiteratamente e impunemente lacerate. Il che è una constatazione, da parte di chi scrive, e non una difesa teoretica del sistema legislativo in vigore. Questo argomento significa che se il partito comunista prepara un movimento contro i poteri dello Stato, ciò avviene sotto certe ipotesi, da cui discende anche la conseguenza che non si aprirà in tale periodo nessun processo contro i suoi dirigenti.

La storia insegna ed ammonisce che la prevenzione contro i moti rivoluzionari si realizza non coi codici applicabili ai reati comuni, ma con misure e leggi di eccezione, che perseguono quanto la legge comune tollera e consente in materia di attività politica dei cittadini. Se, per scongiurare un movimento rivoluzionario, si attendesse di raccogliere prima gli estremi della prova del complotto, obiettivamente parlando, si agirebbe in modo troppo lento per il disarmo di un avversario alla vigilia dell'azione. Non è un paradosso concludere che se c'è il processo, il complotto non c'è.

Veniamo alla sostanza cioè alla considerazione precisa e convincente dell'accusa: siamo in Italia, dal principio del 1922 al febbraio 1923, a termini del mandato di cattura. Poniamo anche dalla costituzione del Partito Comunista (gennaio 1921) alla data suddetta.

La Internazionale Comunista ha considerato e considera, come dai suoi testi fondamentali, il presente periodo storico susseguente alla guerra mondiale come un periodo rivoluzionario in generale. La ipertrofia e quindi il dissesto del sistema capitalistico, su scala internazionale, sono evidenti nelle conseguenze della guerra e nella impossibilità di un assetto di pace.

Questa crisi è da noi ritenuta la "crisi finale" del capitalismo, pur non potendo prevedere la sua durata e le sue complicazioni. La crisi ha preso però negli ultimi tempi un aspetto particolare. Mentre i dati economici non indicano affatto che si delinei un superamento di essa, nei rapporti delle forze politiche sono avvenuti spostamenti.

Negli anni 1919 e 1920 vi fu un'ondata di attività proletaria; ma solo in Russia questa conseguì uno stabile successo. Negli altri paesi a partire dalla fine del 1920 si delineò quel fatto generale che viene da noi definito "offensiva capitalistica". La valutazione di questo fatto è divenuta fondamentale agli effetti del tracciamento della tattica comunista. La ricorderò nelle linee generali così come essa è contenuta in molti testi: i manifesti della Terza Internazionale, specie a partire dalla fine del 1921; i manifesti del nostro partito che, dall'agosto del 1921 in poi, furono lanciati per proporre un'azione proletaria generale contro l'offensiva borghese, e similmente gli articoli della nostra stampa, i discorsi ed ordini del giorno comunisti nei congressi sindacali. Materiale tutto contenuto nella collezione di uno dei giornali comunisti italiani del periodo suddetto. (A chi non fosse nelle mie condizioni sarebbe agevole corredare questo esposto dei più interessanti estratti dei pubblici documenti citati).

Dinanzi all'agitarsi del proletariato, mancante però di sufficiente coscienza e coordinazione, la classe dominante, dopo aver traversato un certo periodo di sbigottimento, ma prima che il proletariato ne abbia approfittato in modo irreparabile, constata di avere a propria disposizione forze politiche e quindi militari che possono essere adoperate con probabilità di successo per la difesa del regime.

In seno alla borghesia si fanno strada le correnti che preconizzano la "maniera forte". Economicamente il capitalismo vede così la situazione: forse si può tentare di salvare dalla rovina l'apparecchio economico borghese, purché a colmare i vuoti immensi aperti nella ricchezza dalla guerra e dalla crisi, si possa disporre del lavoro proletario ad un prezzo rinvilito. Di qui un piano sistematico di azione coordinata di tutte le forze borghesi: reazione politica con gli organi dello Stato e milizie extra-statali, offensiva sindacale dei padroni contro i favorevoli patti di lavoro conquistati dagli operai nel dopo guerra immediato.

L'obiettivo è di disperdere non solo i partiti sovversivi, ma altresì le organizzazioni economiche della classe lavoratrice.

Una offensiva generale, adunque, che non tende solo a paralizzare l'attacco rivoluzionario, ma si propone di respingere il proletariato dalle posizioni conquistate e ritogliergli quelle conquiste che già gli si erano riconosciute.

Questo ritorno offensivo della classe dominante specie dove il partito comunista non ha influenze su tutto il proletariato e le organizzazioni di questo sono in parte dirette da socialisti di varie tendenze, pone ai comunisti il problema tattico che è stato risolto nel senso di rinunziare pel momento alla tattica offensiva, alla offensiva rivoluzionaria che la situazione rende problematica, tracciandosi un'altra via per fronteggiare l'azione della classe padronale. Questa via consiste nel cercare di ottenere un'azione comune di tutte le organizzazioni operaie per la difesa di quelle conquiste e di quei diritti che il padronato attacca. Le organizzazioni non comuniste non potranno opporsi a questa difesa degli interessi immediati e quotidiani dei lavoratori, e se il facessero, cesserebbe la influenza degli elementi moderati accrescendosi quella del partito comunista. Ottenendosi da questo l'azione generale del proletariato, il mantenimento delle posizioni di questo comporterebbe, malgrado la modestia dell'obbiettivo e del risultato, il fallimento dei piani offensivi della borghesia, solo mezzo che, come si è detto, rimane a questa per scongiurare la catastrofe del suo regime economico. Questo, schematicamente, il senso e lo spirito di tutta l'azione ed i propositi di azione dei partiti comunisti negli ultimi tempi. È evidente, tra parentesi, che non si pretende qui di dare una dimostrazione della verità di tutte le suddette tesi, ma solo di stabilire che tali erano e sono le idee direttrici della tattica comunista, come è verificabile da tutta la nostra letteratura politica già invocata.

Ciò premesso veniamo all'azione svolta dal Partito Comunista d'Italia e a ciò che erano i suoi piani per l'azione da svolgere negli ultimi mesi.

In Italia l'offensiva borghese si è esplicata in modo classico. L'apice della influenza politica del proletariato è stato raggiunto verso la fine del 1920: quindi la situazione ha cominciato a capovolgersi. Il partito proletario (P.S.I.) non aveva saputo profittare delle buone condizioni obbiettive per la confusione ideologica e la poca saldezza di organizzazione. I governi di Nitti e Giolitti salvarono la situazione speculando abilmente nell'attitudine dei cosiddetti riformisti che costituivano nel P.S.I. la destra e dirigevano la Confederazione del Lavoro. Gl'insuccessi e le delusioni demoralizzarono il proletariato, mentre la borghesia imbaldanziva e sorgeva il movimento fascista. I Comunisti avevano fino allora costituito la sinistra del P.S.I. denunziando la sua incapacità rivoluzionaria dovuta all'opera dei riformisti, e all'attitudine insufficiente del centro massimalista, facile al verbalismo estremista ma al disotto di ogni coscienza delle vere condizioni di uno sviluppo rivoluzionario e delle delicate esigenze di azione che esso comporta.

Il 21 gennaio 1921 al Congresso di Livorno i comunisti si staccarono dal Partito costituendo il P.C.I. sezione italiana della Internazionale Comunista. Alla nuova organizzazione proletaria, appena sistemati i suoi quadri, si presentò la situazione caratterizzata dal dilagare dell'offensiva borghese e fascista, dinanzi ai successi della quale riformisti e massimalisti esitavano e nicchiavano.

I dirigenti del Partito Comunista Italiano appartenenti nel seno stesso del comunismo ad una tendenza che può dirsi di sinistra, ove di vera e propria tendenza voglia parlarsi, fin dal primo momento, pur essendo allora la efficienza degli organismi proletari assai migliore di quella che è stata in seguito e specie dopo l'andata al governo dei fascisti, giudicarono e dichiararono in cento occasioni che la situazione escludeva un'azione autonoma e offensiva del partito comunista, fino a che questo non avesse avuto un'influenza maggiore degli altri partiti proletari, e non avesse avuto rafforzata la sua posizione negli organismi sindacali dominati dai riformisti.

Pur lanciando la parola della resistenza con tutti i mezzi alle manifestazioni della offensiva borghese sia come vertenze sindacali che come spedizioni e incursioni fasciste, il partito comunista imperniò la sua propaganda sul criterio che la resistenza locale e caso per caso era insufficiente ad arrestare lo slancio avversario e salvaguardare i più elementari diritti del proletariato. Nell'agosto 1921 il partito proponeva, con un pubblico appello, a tutte le organizzazioni sindacali rosse un'azione comune, con l'attuazione dello sciopero generale nazionale di cui si ponevano come obiettivo una serie di precise rivendicazioni pratiche, dalle otto ore alla difesa dei patti di lavoro e del diritto di libera attività delle organizzazioni.

In tutto il periodo susseguente il lavoro e l'agitazione svolti dal P.C.I. mirano a questo scopo.

In tutta questa campagna noi abbiamo sempre dichiarato non solo che non avremmo svolta un'azione autonoma con le nostre forze al di fuori della disciplina dell'azione associata da noi proposta, ma che questa stessa azione generale aveva quei precisi obiettivi, e non quello del rovesciamento dei poteri statali. Anzi da quelli che si opponevano all'azione fu adoperato contro di noi il vano argomento che "lo sciopero generale si fa solo per fare la rivoluzione". Vedasi tutta la polemica relativa specie in occasione dei consigli nazionali della C.G.L. (Verona, Novembre 1921 - Genova, Luglio 1922). Va da sé che la nostra attitudine suddetta derivava da attente valutazioni tattiche e non dal nostro augurio che gli attuali poteri statali restassero in piedi un giorno più dell'inevitabile.

La campagna comunista determinò il formarsi dell'Alleanza del Lavoro, benché diretta, com'è noto, da non comunisti. Di fronte a questa la nostra attitudine fu costante: la invitammo più volte e in occasioni concrete pubblicamente all'azione, ne criticammo gli indugi, ma sempre rinnovammo ed osservammo l'impegno a non agire da soli al di fuori ed oltre le sue deliberazioni.

Lo sciopero generale fu dall'A. del L. proclamato troppo tardi: nell'agosto 1922. Noi avevamo sempre detto che quest'azione doveva farsi prima che la massa delle forze proletarie fosse scompaginata dalle lotte e dagli urti isolati, ma pur dissentendo da tutta l'attitudine dei dirigenti demmo la parola di obbedire agli ordini dell'A. del L. Troncato da questa lo sciopero, protestammo, ma ripetemmo di eseguire la disposizione. Può consultarsi al proposito tutta una serie di comunicati ed articoli del Comunista della fine di luglio e principio agosto. Lo sciopero segnò, com'è noto, un peggioramento delle posizioni proletarie, malgrado il coraggioso contegno dei lavoratori; la reazione s'intensificò e pervase le ultime province del paese finché si insediava alla fine di Ottobre nel potere dello Stato.

Dai fatti incontrovertibili che precedono è ben facile dedurre una conclusione: il P.C.I., che non ha mai fatto mistero in una situazione in cui la efficienza proletaria e i suoi effettivi erano ben più forti, di non potersi proporre come scopo immediato e prossimo l'abbattimento del potere dello Stato, sempre meno poteva preordinare, allestire e progettare una qualunque azione nei tempi successivi, e meno ancora dopo l'avvento del fascismo al potere. Non è affatto poco rivoluzionario dichiarare, come abbiamo fatto in situazioni che non erano quelle dell'imputato che si difende, e infischiandoci delle pose demagogiche, che la direzione del P.C.I. dalla costituzione di esso, non ha mai considerato come una eventualità possibile l'avvento di un potere proletario rivoluzionario in Italia.

Scopo immediato dell'attività del partito doveva essere e fu la conservazione del massimo grado possibile di efficienza del proletariato.

Spiegando gli obiettivi della nostro proposta di sciopero generale la rappresentavamo agli operai anche non comunisti come "il porre piede su di una piattaforma più salda per l'azione avvenire" (Veggansi i manifesti del luglio 1922). Altre importanti circostanze vengono a suffragare l'assurdità della ipotesi che il nostro partito preparasse un moto contro i poteri dello Stato.

Dopo lo sciopero di agosto si ebbe la scissione tra i riformisti e i massimalisti nel P.S.I., e si pose il problema della unione dei secondi coi comunisti in un partito più numeroso e forte. La sistemazione di una così importante questione costitutiva del partito diveniva pregiudiziale ad ogni progetto di azione, sia pure la più modesta. Decisa la questione nel senso della fusione dall'ultimo congresso dell'I. C. (Mosca, dicembre 1922), per il nostro partito la decisione aveva valore esecutivo, mentre dava luogo nel partito socialista ad ulteriori dibattiti.

È chiaro che nell'attesa del risolversi di così gravi questioni, il nostro partito non poteva da solo (e non erano in atto organi di collaborazione diretta con l'altro partito) predisporre una grande azione politica, già dimostrata inverosimile da quanto precede.

Di più: tutta la nostra valutazione della situazione politica dall'avvento dei fascisti al potere, stabilita negli articoli di quanto restava della nostra stampa, convergeva ad ammettere manifestamente una non breve durata del regime fascista, e la necessità che una lenta crisi di questo ridesse al proletariato la possibilità di ritessere la sua tela organizzativa per sviluppare di nuovo un'azione classista. Compito del partito nostro era ed è di salvaguardare il più possibile la sua organizzazione, i mezzi di propaganda, la coscienza della convinzione della parte del proletariato che lo segue.

Nei miei interrogatori ho già chiarito come anche a tali scopi limitati, dinanzi alla persecuzione che colpisce il partito, occorre l'insieme di risorse detto "lavoro illegale, e come alle esigenze di quella azione di partito che sono qui andato prospettando, occorresse l'inquadramento militare, l'aiuto finanziario della nostra organizzazione comunista internazionale, e gli altri mezzi e forme di azione di cui non abbiamo mai fatto mistero, parlandone in ripetuti comunicati pubblici.

Ma una obiezione potrebbe essermi mossa: pur rispondendo tutta l'attività pubblica del partito a quanto è stato sopra esposto sulle direttive della direzione di esso, poteva esservi un'azione collaterale clandestina avente scopi diversi da quelli tratteggiati negli atti pubblici e ufficiali.

Tale obiezione vale anche per due ragioni: chi sappia anche poco della funzione del partito comunista, scorge subito che il fattore di prim'ordine è la formazione della coscienza politica della vasta massa, e come tutta la nostra dottrina e pratica è in diretta antitesi con la fiducia nell'opera delle ristrette aristocrazie di iniziati. Noi teniamo segrete la tecnica e la meccanica del lavoro di partito per le note ragioni, ma sappiamo che ci esporremmo alle più grandi catastrofi se tenessimo segrete le finalità politiche della lotta.

È primordiale per i comunisti l'importanza delle parole lanciate pubblicamente alle masse e si cercano ansiosamente le occasioni di farlo nei congressi, comizi, ecc. in modo da sorpassare la cerchia di diffusione della nostra stampa (come è accaduto con la nota divulgazione da parte del governo e della sua agenzia di stampa del manifesto della Terza Internazionale contro il fascismo).

Nel 1917 in Russia il Partito Comunista faceva apertamente la sua agitazione rivoluzionaria sulla parola "il potere ai Soviet", obbiettivo della sua politica. In secondo luogo, nei nostri atti interni, se vi resterà sempre molto di incomprensibile come accadrebbe a noi se pigliassimo possesso dell'Archivio del Ministero dell'Interno, non si troverà mai una parola che dica di agire diversamente e al di fuori di quella linea politica che qui è stata tratteggiata.

Il supporre che al disotto di un così limpido riconoscimento quotidiano della realtà della situazione, e dei rapporti della forza nostra a quella avversaria, noi avessimo concertato, o solo immaginato, un "colpo" contro i poteri dello Stato, equivale a supporre che il nostro Partito fosse diretto da pazzi, e mi lusingo che vi siano molte risultanze contro tale ipotesi disgraziata.

Riassumo: il Partito Comunista non perde mai di vista il suo programma finalistico, ma sulla base della realtà della situazione si foggia di continuo non il cosiddetto programma minimo dei riformisti, ma un piano pratico di azione concreta per l'avvenire "visibile".

Durante il periodo di attività del P.C.I. in questo secondo quadro "attuazionistico" non ha mai figurato l'attacco ai poteri dello Stato. All'epoca del nostro arresto il suddetto piano contemplava il rinsaldamento organizzativo interno, la propaganda comunista coi mezzi disponibili e specie cercando di rendere più efficiente la stampa; vedendoci poi notevolmente ridotti gli stessi orizzonti del lavoro tradizionale tra gli operai dei sindacati e delle cooperative, del lavoro elettorale e così via.

Se i supremi organi della polizia politica dello Stato, a cui tutta questa materia visibile ad un osservatore politico (qualunque ne sia il partito) ad occhio nudo è certamente nota, hanno elevato l'accusa di complotto, essi sono convinti evidentemente non solo di errore, ma di malafede.

Nei bassi ranghi della polizia si vede il complotto in tutto quello che si ignora e non s'intende, confondendo così la colpa altrui con la propria insufficienza professionale, o almeno col non possesso del dono dell'onniscienza, Se in questa ignoranza poliziesca consiste il reato di complotto allora è certo che i comunisti italiani hanno complottato, complottano e complotteranno sempre, finché non si saranno trovati i raggi X per leggere il pensiero nei cervelli umani. Ma negli alti strati della polizia si persegue invece la politica partigiana del governo attuale, ben sapendo che si elevano accuse insussistenti. Al presente governo preme presentare alla pubblica opinione l'exploit della eliminazione di ogni attività politica rivoluzionaria.

A questa si oppone la resistenza del Partito Comunista, che può essere malmenato e mal ridotto ma non prenderà mai le vie dell'adattamento e della prudente dissimulazione, necessarie a farsi tollerare dai prepotenti. E per schiacciare questo Partito indebolito ma per nulla disposto a sbigottirsi delle gesta brutali della parte politica trionfante, la polizia dello Stato ha fabbricato sur commande l'accusa che ci si muove. Ora noi siamo pronti a trovare storicamente logico che il governo fascista ci tenga in carcere perché comunisti, e ci tratti anche peggio; ma se ci si contesta di aver commesso un fatto che non abbiamo commesso, così come rivendichiamo tutte le responsabilità della nostra opera, respingiamo l'accusa falsa e inverosimile fino alla più evidente assurdità.

Da "Il processo ai comunisti italiani – 1923" Libreria editrice del PCd’I, Roma, 1924.

Archivio storico 1921 - 1923