Riformismo sindacale

L'organo della Confederazione Generale del Lavoro leva un inno alla iniziativa della Federazione Tessili per la vendita a prezzi ridottissimi di un ingente stock di tessuti. È un inno alle nuove funzioni che così si assume il sindacato, sospingendo le contraddizioni economiche della presente crisi fuori dal circolo vizioso della loro insolubilità, saltando tutti gli strati del parassitismo intermediario tra la produzione e il consumo, sostituendo i pigri apparecchi della cooperazione e delle aziende di consumo istituite dalle amministrazioni pubbliche anche proletarie.

Noi non vogliamo qui dimostrare quanto è nella convinzione di tutti, né quanto le stesse Battaglie Sindacali pienamente riconoscono, cioè che si tratta di un tentativo che non ha la pretesa di contenere la scoperta di un rimedio universale alla crisi presente e di offrire una via di uscita di applicazione generale a tutti i rami della produzione e a tutti i paesi - tentativo il cui successo non è ancora assicurato, il cui rendimento e le cui ripercussioni sono ancora incognite, e al quale potrebbe essere data una soluzione negativa anche dal punto di vista tecnico ed economico.

Né ci vogliamo perdere in un giudizio critico dal punto di vista tattico sulla iniziativa milanese che tanto chiasso immeritato ha fatto: pensiamo che al fondo di essa, più che il miraggio squisitamente controrivoluzionario di contribuire a placare il malcontento delle masse lubrificando un po', perché riprenda un funzionamento normale e tollerabile, la macchina del loro sfruttamento, vi sia un po' di demagogia e di caccia vanesia a facile popolarità, se non anche a qualche altra lauta prebenda per i bonzi del riformismo burocrate delle organizzazioni e delle amministrazioni proletarie.

Ma qualche cosa va detto per illustrare il compiacimento "sindacale" di Battaglie Sindacali che, arieggiando, come fa sempre, le pose giacobine del sindacalismo estremista, parla con compassione delle gesta corporative e municipali o statali del riformismo, che pure imbeve tutta la organizzazione confederale.

L'insidia e il pericolo che vi sono in questa tendenza a realizzare un intervento delle grandi organizzazioni sindacali del proletariato nell'andamento della macchina della produzione capitalistica, soprattutto industriale, rivestita di una certa apparente audacia programmatica che potrebbe sedurre qualche rivoluzionario, mentre va guadagnando terreno nella convinzione della parte più intelligente della borghesia e specialmente di quella che più modernamente ed agilmente intende difendere non tanto le forme esteriori delle istituzioni, quanto il fondamentale principio della libertà di produzione privata, quell'insidia e quel pericolo non sono minori né diversi da quelli dell'aperta collaborazione politica governativa propugnata dai riformisti.

Il sindacato - l'argomento meriterebbe una trattazione vastissima in relazione a tutta la valutazione comunista del problema, che qui appena abbordiamo - il sindacato operaio sta continuamente al bivio tra due funzioni dialetticamente contrastantisi ed incrociantisi continuamente attraverso il travaglio della lotta proletaria: quella di primo motore di una coscienza e di una pratica di azione collettiva che è premessa indispensabile dell'ulteriore movimento rivoluzionario; e quella di elemento di compensazione delle assurdità derivanti con incessante vicenda dal moto del meccanismo capitalistico di produzione.

In un periodo che può ritenersi chiuso dalla grande guerra il sindacato ha esplicato la seconda funzione - non intendiamo dire che non abbia esplicata la prima - colla sua attività nel campo della regolazione dei salari e del mercato della mano d'opera. È inutile ritornare sulla dimostrazione che tale attività offre una via di uscita momentanea del capitalismo dal gioco delle leggi che lo dominano e che, se non vi fosse l'associazione di resistenza dei salariati, spingerebbero il tenore di vita di questi ad un livello talmente basso da renderlo materialmente intollerabile.

Questa opera di compensazione non poteva e non ha potuto scongiurare in modo definitivo la crisi del capitalismo, oggi entrata nello stadio acuto. Ma, mentre la parte rivoluzionaria della classe operaia, vedendo superata la funzione di regolazione del mercato del lavoro assolto dai sindacati, vuole trasportarli nel campo della loro prima attività, utilizzandoli al massimo grado per la intensificazione della preparazione politica alla conquista della dittatura proletaria, il riformismo non cessa dal fare assegnamento sulle organizzazioni economiche del proletariato per volgerne ancora la funzione in un'opera di neutralizzazione delle conseguenze della crisi borghese e di riassettamento della vita economica senza trapassi ed urti rivoluzionari.

Non vi è riformista che non riconosca che la tradizionale pratica sindacale della resistenza e della conquista di miglioramenti nei salari e nelle condizioni del lavoro è affatto insufficiente ad uscire dal "circolo vizioso" di cui parlano Battaglie Sindacali. Ed allora la direzione degli sforzi del riformismo è un'altra, e si risolve nel tentativo di affidare alle organizzazioni della classe operaia un compito più vasto ed una funzione che si intrecci più profondamente col meccanismo produttivo. Essi propongono che i sindacati si investano non solo del modo con cui i salariati vengono compensati del loro lavoro, ma della amministrazione delle aziende a cui essi partecipano, delle possibilità di acquistare e vendere materie prime e prodotti, ed a quali condizioni.

Nasce così - e nasce per forza di cose, non certo solo per un diabolico piano dei riformisti - il famoso problema del controllo operaio sulla produzione e sulla gestione delle aziende capitalistiche. Problema che dal punto vista rivoluzionario e dall'Internazionale Comunista è considerato solo come una realizzazione che succederà alla conquista del potere politico e sarà un avviamento alla socializzazione delle aziende da parte dello Stato operaio, come un postulato di cui bisogna dimostrare l'impossibilità nel quadro del sistema capitalistico.

Il riformismo, ossia la forma più intelligente ed evoluta di pensare e di difendere la conservazione delle forme capitalistiche, vuole impadronirsi di questa tendenza per farne ancora un mezzo di compensazione della crisi borghese. Esso esalta l'ingresso del sindacato in queste nuove funzioni: discutere e concludere con l'industriale i criteri di amministrazione dell'azienda produttiva, interessarsi d'intesa con esso del rifornimento delle materie prime e dello smercio dei prodotti.

Naturalmente ciò è prospettato come una "conquista" della classe lavoratrice, una "demolizione" dei privilegi capitalistici ed un preteso avvicinamento al socialismo. Ma anche il diritto di associazione sindacale era considerato alcuni decenni fa come una lesione mortale al privilegio capitalistico, e la borghesia lo contese fieramente al proletariato, ma lo riconobbe quando vide che non vi era altra via per frenare il volgersi del movimento delle masse a conquiste politiche e rivoluzionarie che tutto le avrebbero tolto.

La parte voluta della borghesia tenta di fare altrettanto col principio del controllo. Attuato questo, l'arbitrio del proprietario diminuirebbe teoricamente; ma, nella speranza dei controrivoluzionari borghesi e socialdemocratici, si troverebbero nuovi termini di equilibrio del meccanismo di produzione privata e si prolungherebbe la vita del capitalismo evitando lo scioglimento rivoluzionario della crisi suscitata dalla guerra.

Nel contratto diretto in materia, ad esempio, di vendita dei prodotti, i capitalisti dimostrano la loro buona volontà di rinunciare a parte del profitto (rinuncia apparente perché essi vi addivengono convinti che sarebbe danno maggiore il ristagno dei loro capitali, della capacità dinamica di rendimento dei loro costosi impianti) fissando i criteri di vendita d'accordo col sindacato. Questo "si apre così nuovi orizzonti" e ciò determina il compiacimento del riformismo sindacale dei confederalisti, ma in realtà allarga gli orizzonti di vita del capitalismo. Nell'intervento sindacale in tale questione amministrativa, il "padrone" cede qualche cosa agli operai, ma sopravvive intatto il principio della autonomia delle aziende private.

Questo fondamentale principio del capitalismo non sarà mai intaccato, ma può essere preservato da certe sue intime ragioni di disfacimento, dal riformismo di stato, dal riformismo della collaborazione politica, che attende dallo Stato borghese la regolamentazione ed il freno delle eccessive avidità del privilegio capitalistico.

Altrettanto è, nonostante i più vivaci e moderni colori in cui si drappeggia, per il riformismo "sindacale", consulente gradito del pescecanismo industriale nei suoi momenti di imbarazzo.

I comunisti combattono la collaborazione politica ed economica, nello Stato e nell'azienda, tra le classi avverse. I comunisti avvisano il proletariato che è una turlupinatura il controllo di Stato sulle aziende capitalistiche, come una turlupinatura è il controllo offerto e conquistato da organi sindacali.

Perché il proletariato controlli e regoli i problemi della sua vita economica e sociale v'è una via sola: la conquista del potere politico colle armi dell'insurrezione. Perché solo su tali basi si formano le condizioni della soppressione del sistema di produzione privata ed autonoma, fonte delle attuali asprezze e dell'odierna insanabile crisi, per sostituirvi la produzione socialista.

Fonte Il comunista n. 37 del 9 giugno 1921
Autore Amadeo Bordiga
Archivio n+1 Copia dattiloscritta Rif.
Livello di controllo Rilettura X Confr. Orig. Rev. critica

Archivio storico 1921 - 1923