Il pericolo opportunista e l'Internazionale

Crediamo alla possibilità che l'Internazionale cada nell'opportunismo. Badiamo di non tradurre possibilità in certezza, o anche in probabilità maggiore o minore. Troviamo assurdo supporre che una qualunque Internazionale, anche costituita secondo le nostre ricette, oggetto di tanta ironia, possa per virtù misteriosa, per garanzie fissate a priori, formarsi una specie di assicurazione contro il pericolo di deviazioni opportuniste. Non possono bastare i precedenti storici più gloriosi e smaglianti a garantire un movimento, anche e soprattutto un movimento di avanguardia rivoluzionaria, contro l'eventualità di un revisionismo interno. Le garanzie contro l'opportunismo non possono consistere nel passato, ma devono essere in ogni momento presenti e attuali.

Non vediamo poi gravi inconvenienti in una esagerata preoccupazione verso il pericolo opportunista. Certo il criticismo e l'allarmismo fatti per sport sono deplorevolissimi; ma dato anche che essi siano, anziché il preciso riflesso di qualche cosa che non cammina bene e l'intuizione di deviazioni gravi che si preparano, puro prodotto di elucubrazioni di militanti, è certo che non avranno modo di indebolire minimamente il movimento e saranno facilmente superati. Mentre gravissimo è il pericolo se, all'opposto, come purtroppo è avvenuto in tanti precedenti, la malattia opportunista grandeggia prima che si sia osato da qualche parte dare vigorosamente l’allarme. La critica senza l'errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l'errore senza la critica.

Ci pare che l'atteggiamento e la mentalità con la quale si accolgono le obiezioni della sinistra italiana alle direttive adottate dai dirigenti dell'Internazionale, rivelino una contraddizione stranissima colla negazione della presenza di un pericolo opportunista, di cui ci si deve preoccupare.

Si polemizza in questo modo: la sinistra dice che l'Internazionale sbaglia. L'Internazionale non può sbagliare; quindi la sinistra ha torto. Da buoni marxisti non filistei, non bonzificati o bonzificantisi, la questione andrebbe messa così: la sinistra dice che l'Internazionale sbaglia. Per le ragioni a, b, c, inerenti al problema sollevato, dimostriamo che la sinistra stessa invece è in errore. Questo prova che ancora una volta l'Internazionale non ha commesso errori, ed è sulla buona via.

Invece nessuno dei pretesi difensori a spada tratta dell'Internazionale, che sistematicamente confondono questa con il suo comitato dirigente, vuole compiere lo sforzo di arrecare questo apporto positivo e attivo alla elaborazione delle direttive di cui sostiene la giustezza. Invece di sostenere l'Internazionale, i pretesi ortodossi se ne fanno sostenere, e la caricano di tutto il peso delle proprie responsabilità, dei propri errori, la chiamano in gioco e la compromettono senza esitazione ogni volta che si trovano in passi difficili. Questo è internazionalismo a rovescio. Questo metodo è trasparentemente giustificato dalla maggiore facilità e comodità che presenta, agli effetti dell'immediato successo, la utilizzazione delle simpatie per alcuni enti e nomi, adoperati in maniera scevra da ogni vitalità, da una vera e generosa solidarietà che voglia dare, e non ricevere, aumentare e non consumare la potenza di ciò che dice di sostenere. E così sentiamo ad ogni momento gettarci addosso l'Internazionale, la rivoluzione russa, il leninismo, il bolscevismo, da molti che non altro rapporto hanno con questo insieme grandioso di forze storiche che quello del rimorchio al suo motore, per non adoperare l'immagine del parassitismo.

UN SISTEMA INCOMPATIBILE COL METODO MARXISTA

Non facciamo di questo sistema una critica morale. Indichiamo solo che ci sembra incompatibile con un metodo rivoluzionario. Ed infatti, se è vero che esiste un certo strato di compagni e seguaci solidamente acquisiti a cui un simile modo di ragionare chiude la bocca - pur spingendoli, per ogni volta che lo si impiega, di un piccolo passo più oltre nello scetticismo di domani - al di fuori di questi elementi già nostri, si tratta invece di attrarre, convincere, mobilitare coloro per i quali non rappresenta nessuna autorità il ricorso ai nostri testi ed alle nostre deliberazioni e tradizioni interne, ma che ci guardano con diffidenza, e che con argomenti e mezzi positivi dobbiamo trarre dalla diffidenza alla fiducia. Questo è il compito fondamentale di un partito rivoluzionario, e tanto più per coloro che sento gridare di voler conquistare le masse. Ora, lo stesso modo con cui gli elementi dell'attuale stato maggiore internazionale e nazionale vogliono per le spicciole sbarazzarsi delle nostre opinioni, ci conduce a dubitare della loro capacità a diffondere al di fuori del partito il programma e le direttive comuniste. Un movimento rivoluzionario deve giorno per giorno spostare masse stagnanti dell'opinione, e per questo motivo deve quotidianamente, per così dire, gettare in piazza le sue tesi, per dimostrare la verità.

É solo un partito conservatore che può fare il contrario, e vivere gelosamente del suo patrimonio di principii, nel senso di rispettarli, ma nello stesso tempo di ritenersi esonerato dal discuterli in contraddittorio con chicchessia. Gli esempi storici sono così evidenti da poter fare a meno di citarli: una feroce autocritica ha distinto tutti i partiti che attraversano il vero periodo di fecondità rivoluzionaria ed espansione di potenza.

Questo è poi vero soprattutto per il marxismo rivoluzionario che respinge ogni metafisica ed ogni apriorismo, per basare la verità dei suoi principii sulla dialettica di una vera dimostrazione permanente attraverso la storia e l'azione.

Quando poi si ciancia di leninismo, come di un sistema di cui noi saremmo per definizione gli avversari, e si vuole soffocarci sotto la indiscutibilità dei Nomi di questo sistema, la contraddizione diventa ancor più scandalosa. In realtà quello che allarma di più nel leninismo di taluni è la tendenza alla mutevolezza, alle audaci evoluzioni, la facilità a dire: "è lecito sempre dubitare oggi di tutto quello che ieri demmo per certissimo". In questo dibattito siamo noi i cosiddetti dogmatici, noi che chiediamo una - razionale e dialettica - custodia di certi punti fissi nel metodo; e ci si risponde invece da anni, seguendo molto alla lontana quanto in effetti era proprio della mentalità di Lenin (ma con ben altre garanzie contro ogni mutamento in peggio) ossia il precetto: domattina nulla è escluso che possa essere giusto di dire o fare. Ebbene appunto quelli che si richiamano a Lenin e che gli hanno voluto fabbricare un proprio sistema postumo vogliono erigere questo in dogma intangibile e immutabile. In realtà costoro continuano nel metodo di improvvisare e zigzagheggiare, ma solo vogliono garantirsi contro ogni obiezione e critica, monopolizzando il diritto di dire che agiscono così perché sono seguaci fedeli del pensiero del leninismo autentico, sotto la cui bandiera chissà che cosa dovremmo vedere transitare. La loro rigidità nel sistema leninista è un articolo di uso interno. Lenin si liberava dei suoi contraddittori con un metodo opposto, fatto di realtà e non di autorità, di vita vissuta e non di richiami a nessun vangelo. Il compagno Perrone pone la questione in modo semplice e chiaro quando dice che tutto quanto i dirigenti dell'Internazionale dicono e fanno, è materia di cui rivendichiamo il diritto di discutere, e discutere significa poter dubitare che si sia detto e fatto male, indipendentemente da ogni prerogativa attribuita a gruppi, uomini e partiti. Si tratta di ripetere la santa apologia della libertà di pensiero e di critica come diritto dell'individuo? No, certo, si tratta di stabilire il modo fisiologico di funzionare e lavorare di un partito rivoluzionario, che deve conquistare e non custodire conquiste del passato, invadere i territori dell'avversario, e non chiudere i propri con trincee e cordoni sanitari.

Nella mentalità che si va facendo strada tra gli elementi direttivi del nostro movimento, noi cominciamo a vedere il vero pericolo del disfattismo e del pessimismo latenti. Invece di muovere virilmente contro le difficoltà di cui è circondata in questo periodo l'azione comunista, di discutere coraggiosamente i multiformi pericoli e di ricostituire dinnanzi ad essi le ragioni vitali della nostra dottrina e del nostro metodo, essi si vogliono rifugiare in un sistema intangibile. La loro grande soddisfazione è di assodare, con largo ausilio di ha detto male di Garibaldi, con indagini sulle supposte idee ed intenzioni intime non manifestate ancora, che Tizio e Sempronio hanno contravvenuto al ricettario scritto sul loro taccuino, per gridare dopo: sono contro l'Internazionale, contro il leninismo. Un grazioso esempio sta nel modo con cui si è fabbricato un articolo dialogato su quanto io avrei detto in una riunione di partito, riferito e virgolato dallo scrittore come gli faceva più comodo. Ma vada pure tutto questo; lo strano è che il punto di partenza diventa il punto di arrivo: se pure io sono contro il leninismo; sotto a difendere il leninismo! Invece per i contraddittori tutto è finito: hanno adoperato ancora una volta le grandi ali del nome di Lenin per rifugiarvi sotto la loro pochezza, e sono contenti. Ora che dovremmo dire se un tale metodo si generalizzasse?

Dovremmo dire questo, che tra tanto chiacchierare di strategia e di manovra e di conquista delle masse, in realtà non ci si sente la forza di allargare la nostra influenza e che riduciamo il nostro obiettivo a tenerci attaccati i seguaci già conquistati, non esitando a smembrare il movimento dove sorgono iniziative di discussione e di critica.

Questo sarebbe il vero, il peggiore liquidazionismo del partito e dell'Internazionale, accompagnato da tutti i fenomeni caratteristici e ben noti del filisteismo burocratico. Il sintomo di questo è il cieco ottimismo di ufficio: tutto va bene e chi si permette di dubitare non è che uno scocciatore da mandare al più presto fuori dai piedi. Noi ci opponiamo a questo andazzo, appunto perché, fiduciosi nella causa comunista e nell'Internazionale, neghiamo che questa debba ridursi a consumare volgarmente il suo patrimonio di potenza e di influenza politica.

A quanto abbiamo detto si può fare un'obiezione di carattere organizzativo: sta bene che discutendo con gli avversari o i non ancora convinti alla nostra fede politica noi dobbiamo come base di discussione porre tutto il nostro bagaglio di idee sul tavolo anatomico del dubbio, ma se questo volessimo fare in tutto il lavoro interno di partito se ne andrebbe al diavolo la sua solidità organizzativa e disciplinare. La obiezione non ha nessuna consistenza. Anzitutto noi non diciamo che sempre e dovunque si debbano fare delle discussioni come quella attuale precongressuale. É ammissibilissimo che in un partito come il nostro, per periodi più o meno lunghi, sia sospesa ogni facoltà di critica, ed è poi sempre necessaria la disciplina esecutiva nell'azione. Ma se la discussione si fa come in tutte le sezioni dell'Internazionale se ne fanno assai frequentemente, e assai più frequentemente che nel nostro partito come tutti sanno, noi sosteniamo che perché sia utile e non avvelenatrice debba svolgersi col criterio da noi difeso. Ed infine non si può fare, tanto più da quelli che vogliono tanto larghe le basi organizzative del partito, una distinzione rigida tra lavoro di propaganda tra i compagni e tra le masse: è stolto abituare il compagno che vogliamo mandare nella fabbrica e altrove a convincere gli operai di altro partito o senza partito, a liquidare tutte le discussioni, cui si deve tirocinare attraverso il lavoro politico interno di partito, con un così ha detto il nostro Esecutivo o così sta scritto nel programma del mio partito. Ogni propaganda e agitazione sarebbero frustrate da una simile educazione dei nostri compagni.

LA "BOLSCEVIZZAZIONE"

Ha destato scalpore enorme la nostra presa di posizione contro la bolscevizzazione e contro le cellule. Possiamo considerare fallito, sotto le precise risposte dei nostri compagni della sinistra, il tentativo gonfiatorio di attribuirci scandalose opinioni sulla questione della natura del partito e della funzione degli intellettuali. Anche circa le cellule la cosa è stata precisata; la nostra posizione si può schematizzare così. Il tipo di organizzazione del partito non può per se stesso assicurarne il carattere politico o garantirlo contro le degenerazioni opportuniste. Non è dunque esatto dire che la base territoriale definisce il partito socialdemocratico, la base di fabbrica quella comunista. La base delle cellule di fabbrica, utile in Russia nel periodo zarista e da non abbandonarsi dopo, non la troviamo opportuna nei paesi di avanzato capitalismo a regime politico democratico borghese (il vecchio e ripescato non so da chi mio studio sulle forze sociali e politiche in Italia sta a significare perché per noi il fascismo non si eccettua dal regime democratico borghese). Altre sono le cellule di fabbrica delle quali parlano le tesi del II Congresso, di cui parlano i documenti della frazione comunista prima di Livorno redatti dagli ordinovisti e da noi concordemente, di cui solo si parlò nelle polemiche contro la tattica sindacale del massimalismo, che furono realizzati in pieno dal nostro partito nel primo periodo, che risposero ottimamente e ai quali va attribuito anche oggi ciò che di buono fanno le famose cellule dove ci sono. I più modesti militanti del partito hanno visto il trucco tentato al proposito dai nostri contraddittori.

Noi non siamo contro le cellule, nemmeno come gruppi di iscritti al partito nelle fabbriche con date funzioni; solo chiediamo che non si sopprima la rete territoriale e che la si consideri come rete fondamentale per l'attività politica del partito, come inquadramento organizzativo e strumento di manovra nei movimenti proletari, insieme a quelli di fabbrica, sindacali, corporativi, ecc.

Ma andiamo un poco più oltre in questo affare della bolscevizzazione, e precisiamo la nostra diffidenza aperta verso di essa. In quanto essa si concreta nell'organizzazione per cellule, cui sovrasta onnipotente, la rete dei funzionari, selezionati col criterio dell'ossequio cieco ad un ricettario che vorrebbe essere il leninismo; in un metodo tattico e di lavoro politico che si illude di realizzare il massimo di rispondenza esecutiva alle disposizioni più inattese, e in una impostazione storica dell'azione comunista mondiale in cui l'ultima parola debba sempre trovarsi nei precedenti del partito russo interpretati da un gruppo privilegiato di compagni; noi consideriamo che essa non raggiungerà i suoi stessi scopi e indebolirà il movimento, e la giudichiamo come una reazione non indovinata al successo poco favorevole di molti esperimenti tattici del metodo prevalente, contro le critiche nostre, nell'Internazionale. Anziché con rimedi più coraggiosi ci pare vi si voglia riparare con questa bolscevizzazione, che senza essere un rafforzamento resterà una specie di cristallizzazione e di immobilizzazione del movimento rivoluzionario comunista e delle sue spontanee iniziative ed energie. Il processo è rovesciato, la sintesi (all'armi...!) precede i suoi elementi, la piramide invece di erigersi sicura sulla base si capovolge ed il suo equilibrio instabilissimo punta sul suo vertice.

Il contatto con le masse e il lanciamento intensivo delle parole d'ordine assicurato dal nuovo sistema sono delle frasi, cui più che una dissertazione può rispondere l'esperienza dei compagni alla periferia.

Il più delle volte il partito gira attorno alla propria coda senza nulla attuare; tutto questo passa per successo dal punto di vista di ufficio, e basta. Ad esempio noi non siamo contro la costituzione dei Comitati operai e contadini, se essi non sono un blocco di partiti né pretendono di essere i Soviet, ma sono una iniziativa di fronte unico della classe operaia fatta dal basso e sulla base di organismi economici e naturali del proletariato. Siamo invece contro la loro costituzione, accompagnata da un abuso incredibile di letteratura a vuoto attorno ad essi, se è manovra tra partiti politici.

Tutto quanto precede può essere considerato molto generico. Venendo al concreto tentiamo di dare noi una versione autentica della portata del nostro dissenso con l'Internazionale.

Noi non abbiamo alcun dissenso col programma dell'Internazionale, inteso non solo nel senso storico e teorico, ma anche come documento preciso elaborato da Bucharin e approvato dal V Congresso. Di tal documento ponderoso avremmo volute eliminate solo due o tre righe sulla questione delle manovre tattiche contingenti, solo perché ci sembrava da liquidare in separata sede.

Ci si dice che il corpo di dottrina dell'Internazionale sarebbe il leninismo e che questo è un sistema da cui noi ci discostiamo fondamentalmente.

Graziosa anzitutto l'ammissione ordinovista, che il leninismo è una completa concezione del mondo e non solo del processo della rivoluzione proletaria. Molto bene; ma come conciliare con questo l'adesione dei leaders ordinovisti alla filosofia idealista, alla concezione del mondo propria non di Marx e di Lenin ma dei neo-hegeliani e di Benedetto Croce? Che sia vero che i dissensi coll'Internazionale siano colpevoli solo quando si proclamano lealmente, e tollerabili quando si tengono celati? A noi pare che proprio dai dissensi volutamente celati ma non liquidati col vantato riconoscimento dell'errore, sorga il pericolo, l'incubazione vera e propria dell'opportunismo di domani. Lenin ha scritto opere fondamentali contro il preteso comunismo su base idealistica; dalla bocca dello stesso Zinoviev sono uscite recenti scomuniche contro tentativi moderni del genere, additati come sicuro indizio di pericolo opportunista (secondo Zinoviev l'opportunismo è sempre possibile, e quando vi sarà egli verrà con me nella... frazione di sinistra: è polemica; ma polemica un pochetto più... bolscevica). Ma l'ordinovismo continua imperterrito ad adoperare Croce, a costituire una vera scuola (attenti) napoletana in materia filosofica, e a difendere il leninismo come sistema e concezione del mondo! E dire che uno dei nostri contraddittori passò deciso all'ordinovismo nello stesso tempo che, come ci disse, si accostava a Croce. Punto di arrivo B. Croce, punto di partenza Andria, grosso centro della... Val d'Aosta: si può essere più qualificati per tuonare contro il comunismo alla napoletana? Che noi dimostreremo essere il comunismo all'antinapoletana, come il comunismo di Lenin era il comunismo all'antirussa?

Alla base del nostro movimento sta un sistema teorico che è una completa concezione del mondo: si tratta del marxismo, del materialismo storico, che in Lenin ebbe il più poderoso dei fautori. Non è necessario, e tanto meno sembrerebbe necessario a Lenin, chiamarlo leninismo. Ma quali furono i rapporti di Lenin con quel sistema? Se egli ne fosse stato un revisionista, si spiegherebbe il termine di leninismo ma egli battagliò fieramente contro i revisionisti di varie scuole, contendendo loro a colpi formidabili il diritto di adoperare il nome e la tradizione marxista. Difese la sua ortodossia con argomenti della storia viva e insieme con una poderosa esegesi dell'opera dei maestri spinta fino alla minuzia, sviscerando da ogni sfumatura, dalle ultime righe dei testi, il contenuto delle conferme apportate dalla storia alla visione precedente.

IL COSIDDETTO LENINISMO

Nella mia conferenza su Lenin (dunque non pubblicata in Russia, dove pare si ritenga Lenin non abbastanza grande da fare a meno di una revisione preventiva di quello che non sia soffietto) ho precisato il giudizio sull'opera di lui. Anzitutto egli si presenta come il restauratore del marxismo nel campo della teoria e del programma politico, ossia della concezione del processo emancipatore del proletariato. Quindi come il riorganizzatore del movimento internazionale proletario su basi rivoluzionarie, e il realizzatore grandioso della prima grande vittoria rivoluzionaria in Russia, nella quale azione si verifica una inquadratura completa delle concezioni del marxismo da lui restaurate.

Abbiamo poscia in Lenin il completatore, per parti importantissime, del marxismo. La sua interpretazione della fase imperialista del capitalismo, la sua formulazione della questione agraria e nazionale, da noi accettate (e, se si vuole precisione, nella lettera del programma Bucharin come ho già detto) sono contributi fondamentali allo sviluppo del metodo e del sistema marxista, che egli tiene a riattaccare passo a passo alle esplicite dichiarazioni di Marx e di Engels in materia, verificate e integrate dalla somma degli eventi posteriori. Chi crede necessario chiamare non più marxismo ma leninismo la critica, per esempio delle più recenti fasi del capitalismo, lascia intendere che Lenin abbia in essa modificato talune tesi storiche ed economiche di Marx, e non può chiamare revisionista Graziadei quando questi dai caratteri della nuova fase pretende dedurre una smentita a teorie economiche fondamentali contenute nel Capitale.

Noi dunque non vediamo la necessità di cambiare il nome del nostro sistema dottrinale e politico da marxismo in leninismo, ma non faremo certo una questione di parole, e stabilita l'identità tra esse - sulla fede dello stesso Lenin e di nessun altro - possiamo usarle indifferentemente.

Se per leninismo si intende ammettere per vero tutto quello che piace affermare a quelli che si proclamano i veri e i maggiori leninisti, allora non ci resterebbe che sorridere. Ci riserviamo il diritto di ritenere e provare che molte opinioni dei leninisti etichettati sono quanto mai antileniniste e antimarxiste.

Se per leninismo si intende giurare su ogni e qualsiasi affermazione di Lenin durante la sua vita, allora neppure possiamo essere d'accordo. In molti casi ci mostrereste testi letterari di Lenin e noi tranquillamente enunceremmo opinione diversa. Questo l'ho rivendicato solo per rispondere alla sciocca asserzione che noi sinistri avremmo atteso la morte di Lenin per aprire l'offensiva critica contro l'Internazionale. Abbiamo discusso e criticato Lenin vivente e parlante, e di molte sue controdeduzioni tuttora non siamo affatto convinti. Ma questo non ci toglie il diritto di dire che, pur con questi dissensi leali, consideriamo lontano dal pensiero di Lenin e dal suo metodo molte iniziative e direttive dell'Internazionale dopo la sua morte, e soprattutto affermiamo il diritto di rifiutare di dirsi leniniste alla maggior parte delle elucubrazioni del nostro centrismo ordinovista. Lenin accettò le tesi dell'Ordine Nuovo del 1920 in quanto nella sostanza contenevano la comune critica al massimalismo opportunista, e furono adottate dalla sezione di Torino in maggioranza composta di astensionisti. E fu solo a forza di nostri spintoni che l'ordinovismo capì la tesi leninista della scissione del partito italiano dai riformisti: fino a dopo Bologna esso inneggiava all'unità del partito con Bordiga e Turati. Non noi rifiutammo azioni comuni, cui tutto sacrificammo, ma i centristi attuali a Bologna (ottobre 1919) respinsero il nostro passo di abbandonare la pregiudiziale astensionista a condizione che essi ponessero la questione dell'espulsione dal partito dei riformisti. Lenin riconobbe - pur sconfessando il nostro astensionismo - nelle tesi degli ordinovisti ciò che noi li avevamo obbligati ad imparare, e che, sia pure con molto ritardo, avevano ripetuto.

Chiarito che l'ordinovismo è un sistema non marxista né leninista e che esso contiene non pochi pericoli di deviazioni delle direttive del partito, restiamo nell'argomento dei dissensi effettivi tra noi e Lenin.

La sua posizione tattica chiarita nel libro sulla malattia infantile del comunismo, è sostanzialmente da noi condivisa. Noi non fummo mai blanquisti né putchisti, o seguaci di pose estetiche nel risolvere i problemi di azione marxista. Chiaramente questo è detto negli articoli del 1922. Nell'atteggiamento della nostra delegazione al III Congresso vi fu in parte una stonatura dovuta alla grande facilità di improvvisare di uno degli attuali centristi, che farà bene a prendersene finalmente la responsabilità. Nelle Tesi di Roma non vi è traccia della teoria dell'offensiva su cui si battagliò al III Congresso e che fu strigliata da Lenin . Questo per la pura verità, perché strigliate, da Lenin ne ho avute anch'io, e non mi hanno convertito.

Noi consideriamo il metodo tattico di Lenin come non completamente esatto in quanto non contiene le garanzie contro le possibilità di applicazione che, essendo superficialmente fedeli, perdono la finalità rivoluzionaria profonda che sempre animò quanto Lenin sostenne e fece. Consideriamo come troppo universali certe estensioni di esperienze tattiche russe, a situazioni a cui si aggiungono difficoltà che in quelle non vi erano, come il regime democratico e il lungo avvelenamento democratico del proletariato. Nella Conferenza dissi che Lenin non ci lasciava risolto e consolidato il problema della tattica in modo pari a quello della dottrina: tale problema è ancora aperto, vuol dire che passerà attraverso ulteriori esperienze ed errori. Tuttavia noi affermiamo che la soluzione tattica di Lenin quale egli la trovava sempre, pur compiendo evoluzioni che ci sembravano rischiose, non decampava mai dal terreno dei principii, il che vuol dire che non veniva in contrasto con le finalità rivoluzionarie ultime del movimento.

Uno studio attento, se sulle fonti fosse possibile, delle ultime manifestazioni di Lenin forse ci permetterebbe di concludere che egli tendeva a serrare a poco a poco la grande saracinesca della libertà di tattica. Ripetutamente scrisse di aver errato al III Congresso, nel picchiare più sulla sinistra che sulla destra, pericolo ancora per lui presente. La tattica tenuta alla Conferenza delle Tre Internazionali lo fece un poco arrabbiare. Mi risulta da testimonianza indiscutibile che non fosse favorevole alla fusione col partito massimalista preconizzata dal IV Congresso. Ma questi particolari potrebbero sapere di speculazione e li abbandono per affermare che dopo Lenin si è deviato dalla sana linea tattica comunista; e ciò dimostra che vi era un errore iniziale parziale nelle stesse direttive tattiche che Lenin volle esperimentare su scala internazionale.

IL NOSTRO DISSENSO CON L'IC

Dove dunque arriva il nostro dissenso sulla tattica attuale dei dirigenti l'Internazionale? All'epoca degli articoli del principio 1922 io affermavo recisamente che il disporre sulla tattica rimaneva nei limiti dei principii comunisti e marxisti. Successivamente, su altri punti precisi, noi sinistri abbiamo dovuto, pur nei limiti di una comune finalità rivoluzionaria, spingere più innanzi la nostra critica.

Qualcuno che vuole generalizzare quell'asserzione di allora fu come me e più aspro di me nel pessimismo di epoche posteriori. Non voglio fare questione di nomi o divertirmi a confondere personalmente certi contraddittori. Passo oltre; certo che quando fummo in presenza della formula del governo operaio affermammo nettamente che non si trattava più solo di una soluzione tattica inopportuna e di poco rendimento ma di una vera e propria contraddizione col nostro, marxista e leninista, corpo di dottrina; e precisamente con la concezione del processo di liberazione del proletariato, in ciò si veniva ad inserire la possibilità illusoria di soluzioni sia pure parzialmente pacifiche e democratiche. Ci si rispose che eravamo in errore, che si trattava non già di una diversa possibilità storica, o soluzione politica fondamentale del problema dello Stato, del potere, ma solo di una parola di agitazione del famoso sinonimo della dittatura del proletariato. Dopo le ben note disavventure germaniche della tattica del governo operaio e del fronte unico politico, rivelatosi nella concezione di quelli che la applicarono - da Berlino come da Mosca - come una vera illusione di modificare i termini del problema centrale rivoluzionario attraverso una collaborazione con la sinistra socialdemocratica, fu chiaro che è pericoloso lasciar sopravvivere certe formule anche quando si presentano nella veste innocente di rivendicazioni avanzate a scopo di propaganda. La questione era e restò grave attraverso le formulazioni del IV e V Congresso. Gli eventi posteriori hanno confermata la legittimità della nostra avversione su questo punto, non accessorio, ma fondamentale. Il modo con il quale è stata liquidata la questione tedesca è tutt'altro che soddisfacente. Queste sono enunciazioni sommarie, ma a me preme definire ancora una volta la estensione ed i limiti del dissenso. Oggi ci troviamo in presenza di una nuova tattica. L'ultimo Esecutivo Allargato ha fornito una nuova analisi della situazione. É innegabile che questa si presenta meno favorevole che negli anni trascorsi, ma la diagnosi della stabilizzazione sia pure relativa (si possono trovare cento formulazioni che danno un colpo al cerchio ed uno alla botte) è preoccupante in quanto viene da quegli elementi che all'esame delle situazioni attribuiscono, a nostro credere e per le loro stesse affermazioni, un valore decisivo nello stabilire la linea tattica.

LA "NUOVA TATTICA"

La nuova tattica si presenta come un ripiegamento in quanto dice: non ponendosi più in modo immediato la questione della conquista del potere, pur mantenendo integri i capisaldi del nostro programma politico, noi dobbiamo mirare nell'azione a risultati più modesti, e si presentano questi nella prevalenza di regimi di sinistra nei vari paesi. Ritorna con parole nuove la vecchissima tesi che un regime di libertà politica sia condizione indispensabile alla ulteriore avanzata della classe operaia. Questa tesi obiettivamente è falsa almeno per tre quarti, e per la parte che è vera resta tremendamente pericolosa. In certe situazioni può la lotta del proletariato essere avvantaggiata dalla presenza di un governo democratico - in altre può essere il contrario - ma sempre vi è un'altra condizione per il successo della lotta rivoluzionaria: l'indipendenza e l'autonomia della politica svolta dal partito di classe proletario.

Questo problema è stato posto come al solito - ciò si riattacca alla nostra critica al modo di lavorare degli organi dell'Internazionale, soprattutto per quanto riguarda la preparazione e la risoluzione delle questioni da sottoporre al dibattito internazionale - quasi all'improvviso e con inadeguata preparazione.

Noi siamo allarmati da questo modo di procedere, degli scenari che si abbassano presentando nuove prospettive che esaminate ponderatamente sarebbero apparse da respingere, mentre con tal sistema finiscono con l'imporsi attraverso una falsa luce. Non identifichiamo questo processo con quello dell'opportunismo dei vecchi partiti socialdemocratici, come ci si vorrebbe far dire, ma rileviamo che una parentela sia pur lontana si stabilisce, e deve suggerirci di mutare strada sul serio. Poche settimane dopo il complesso dibattito del III Congresso, venne fuori il fronte unico di cui nei deliberati di quello nulla si diceva. Il governo operaio comparve solo dopo le decisioni dell'Allargato del febbraio del 1922, scomparve o si attenuò in parte nelle decisioni del IV Congresso, per servire di base nel tempo successivo alla tattica in Germania. Solo allo scorcio del V Congresso e con riluttanza grandissima trapelò qualche cosa dell'altro grave passo della proposta di unità con Amsterdam. La nuova tattica, al solito, è un fatto compiuto, prima che un organo internazionale la abbia esaminata. Ora noi abbiamo sempre chiesto che in materia di tattica le decisioni siano tassative, e... preventive, non postume.

I "FRONTI"

Ad esempio è con vivissimo stupore che si ascolta la giustificazione della proposta dell'antiparlamento fatta dal nostro partito all'Aventino. Questa proposta di sfacciato sapore democratico cavallottiano savonaroliano e peggio, per noi non ha diritto di cittadinanza nel campo del comunismo, non vìola solo le norme tattiche, ma gli stessi nostri principii. Quando ci accingiamo a provare che si è nelle tesi tattiche appena ed eccezionalmente tollerato il fronte unico dall'alto ossia col solito metodo delle proposte ai capi di altri partiti, per i soli cosiddetti partiti operai, e che è inaudito fare passi del genere addirittura verso partiti ufficialmente difensori dell'ordine borghese, sapete come si risponde? Il vostro errore, o sinistri, è di prendere la proposta dell'antiparlamento per un caso di applicazione della tattica del fronte unico. Accidenti! E allora di che razza di tattica si tratta? Di una tattica che nessuna decisione ha prevista, in nessun Congresso, ma che vi salta fuori di colpo. E similmente salta fuori l'altra tesi su cui mai si discusse e si votò, perché esaurita anche per i ciechi dalle nostre posizioni di principio, che è dovere del partito comunista manovrare in modo che non riesca Hindenburg, o non vinca Poincaré nelle elezioni. Non per identificare le due situazioni, i due processi, ma per definire il problema, noi neghiamo che sia possibile arrivare a tanta rilassatezza nei metodi di azione, da affermare che tutte le finalità contingenti sono ammissibili per l'attività del partito comunista, e tutti i mezzi adoperabili, purché resti un riconoscimento astratto e teorico delle tesi comuniste sulla dittatura del proletariato e l'insurrezione; in quanto anche l'opportunismo trionfò nei suoi metodi perniciosi pur proclamando che si trattava di operazioni contingenti e transitorie che non escludevano lo scopo del raggiungimento del socialismo e del trionfo della rivoluzione. Non si tratta di sospettare di partito preso revisionistico i dirigenti del movimento, ma di stabilire d'accordo le garanzie perché l'azione di tutti non sdruccioli sulla china di vecchi e tremendi errori. Noi domandiamo quali saranno i provvedimenti per cui una tattica così simile negli aspetti ed in molti argomenti a quella del possibilismo, conservi una direzione e uno sviluppo che devono essere diametralmente opposti. Siccome di questi provvedimenti, né ne vediamo attuati, né crediamo che ve ne possano essere così, domandiamo l'espressa esclusione di manovre ed azioni tattiche che non possono che portare il proletariato in un'altra strada da quella dei fini comunisti.

Sommariamente stabiliti e delineati così i nostri dissensi, nulli verso la dottrina e il programma dell'Internazionale, di Marx e di Lenin, limitati verso metodi tattici da Lenin preconizzati, seri verso le degenerazioni, non marxiste né leniniste, a cui sembra prestarsi la tattica oggi adottata dai dirigenti dell'Internazionale, noi ci attendiamo non il solito urlo: ecco che diffidiamo l'Internazionale Comunista di opportunismo e meritano senz'altro il crucifige; ma la dimostrazione seria delle garanzie che possono valere a separare insuperabilmente la pratica dell'opportunismo dall'esperimento di manovre strategiche come quelle accennate dal governo operaio. Per noi la conclusione è negativa. Bisogna condannare e abbandonare tali metodi. Ove la situazione non renda possibile la lotta per il potere, non per questo il partito comunista cessa di avere un compito politico di azione che trascenda quello di una scuola di propaganda. L'atteggiamento che nello sviluppo della lotta anche nella fase di ritirata il partito pubblicamente assume avrà il suo indispensabile gioco sul successo od insuccesso che gli sarà riserbato nel periodo di ripresa futuro, nel vincere o meno tutte le complesse resistenze controrivoluzionarie. Brillante esempio di queste possibilità era l'ultima situazione italiana in cui pur dinnanzi ad un potere non rovesciabile tanto poteva farsi, mentre tanto poco si è fatto.

Da "L'Unità" del 30 settembre 1925. Firmato: Amadeo Bordiga.

Archivio storico 1924 - 1926