Neutralità

Vecchia è in Italia la moda di dividersi in neutralisti ed interventisti. Per uno strano destino le guerre sono per noi a scoppio ritardato, e, a partire dal marchese di Monferrato, che era per il vecchio Walter Scott il più fifone tra tutti i principi crociati, ed anche il più traditore, i grandi capi delle forze armate nostrane hanno sempre dinanzi a sé un congruo periodo di tempo per decidere se entrare in guerra, e da qual parte, prendendo la finale eroica decisione solo dopo una certa serie di spinte da tergo.

Tutti sanno che i socialisti italiani andarono classificati come neutralisti nella guerra 1914, e specie nei nove mesi trascorsi tra il fatale 4 agosto ed il 24 maggio 1915. Ma fin d'allora i modesti settimanali di sinistra del partito erano in grado di mettere a punto la improprietà del termine neutralisti. Il partito socialista, partito di opposizione di principio al regime ed al governo borghese, non poteva definire la sua politica con programmi e direttive suggerite allo Stato e per lo Stato, nell'azione interna ed internazionale, programmi che logicamente possono condurre a partecipare alla direzione del governo per vie legalitarie, ed anche ad alleanze con altri partiti.

Neutralisti potevano ben chiamarsi in un primo tempo i partiti borghesi contrari all'intervento a fianco dell'Austria e della Germania, ossia i democratici di sinistra, in un secondo tempo invece quelli contrari alla discesa in guerra a favore della Francia e dell'Inghilterra, ossia i clericali e i giolittiani. La linea dei socialisti era invece quella di mantenere l'opposizione di classe al governo borghese in pace e in guerra (e qualunque fosse l'alleanza di guerra eventuale), opposizione da condursi non solo nel parlamento e nella stampa, ma con tutte le altre forme di azione e col solo limite delle possibilità di lotta consentite dallo sviluppo degli eventi. Tale indirizzo si opponeva a quelli di altri partiti socialisti esteri, che dinanzi alla guerra avevano accordato alle loro borghesie una tregua della lotta di classe, votando i crediti militari ed entrando in governi di unione sacra e comportandosi così da veri neutralisti della nostra guerra, che è la rivoluzione proletaria, ed essa sola.

Quanto fosse imprecisa per molti strati meno avanzati del partito l'opposizione alla guerra ed al secondo interventismo filodemocratico, lo può dimostrare il fatto che Mussolini, ritenuto capo degli estremisti, e passato poi all'interventismo alla fine di ottobre 1914, nell'estate di quell'anno tempestoso, chiamato da qualche compagno a giustificare alcuni allarmanti sbandamenti dell'Avanti! a proposito delle atrocità teutoniche, delle cattedrali smozzicate e simili, rispose enfaticamente: "Per me la guerra all'Austria è una catastrofe socialista e nazionale; mi opporrò con tutte le mie forze".

Ora è evidente che per essere contro la politica di guerra degli interventisti italiani, tra i quali passò col clamoroso tradimento del suo partito il futuro duce, non occorreva affatto e non occorse credere nelle due sballate tesi storiche e politiche contenute in quelle parole, così presto rinnegate.

La guerra all'Austria non fu una catastrofe nazionale, come invece avrebbe potuto esserlo la guerra alla Francia; la guerra fu vinta e lo Stato borghese nazionale italiano ne trasse vantaggi di territorio e di potenza. Non era nemmeno detto che la guerra dovesse essere una catastrofe socialista; lo sarebbe stata ove al suo scoppio tutti i socialisti e i lavoratori si fossero comportati come Mussolini, mentre invece il partito resistette e fu, dopo la guerra e contro i fautori di essa, più forte e vigoroso. La situazione di guerra avrebbe addirittura costituito un vantaggio rivoluzionario, ove la classe operaia italiana avesse potuto, secondo le parole del Congresso Internazionale di Stoccarda (citate da Togliatti, interventista ed allora, e ieri, e domani!), volgerla in guerra civile per l'attuazione del socialismo. Così la entrata in guerra dello zar fu una catastrofe per lui ed anche per la borghesia russa, ma non certo per il proletariato ed i bolscevichi che, avendola fieramente avversata e sabotata, giunsero alla vittoria rivoluzionaria.

I socialisti italiani purtroppo rimasero a mezzo tra un neutralismo contingente di tipo nazionale, ed il disfattismo rivoluzionario di classe. Le diverse tendenze si resero evidenti al momento dell'intervento, quando alcuni dissero: abbiamo fatto il nostro dovere per scongiurare la guerra, oggi che malgrado noi il governo ha impegnato il paese non dobbiamo indebolirlo; mentre gli altri sostenevano lo sciopero generale al momento della mobilitazione. Avutasi dopo Caporetto l'invasione del territorio italiano, i primi giunsero a tentare l'appoggio e la partecipazione al governo in nome dei famosi schemi della difesa della Patria, i più si fermarono all'infelice formula: né aderire né sabotare.

La tradizione propria dell'ala rivoluzionaria, che venne a convergere dopo la guerra nella Internazionale bolscevica, si ricollega all'indirizzo di non rinunziare alla lotta contro il potere della borghesia e le forze dello Stato anche quando queste siano impegnate in guerra e provate dalla disfatta, di tendere ad una possibile azione rivoluzionaria interna senza fare alcun conto della possibilità di spostare gli equilibri militari a favore del nemico. Una tale lotta in Italia in quel periodo non vi fu, i socialisti furono tuttavia accusati come disfattisti e caporettisti. Essi non respinsero l'accusa in linea di principio, ma per la chiarezza del confronto dei rapporti di forza è bene ricordare l'elemento obiettivo storico che tra i socialisti disfattisti italiani e lo Stato Maggiore di Francesco Giuseppe non esisteva nessuna solidarietà e collaborazione di finalità o di mezzi, nessuna corrispondenza o collegamento organizzativo, nemmeno nelle più spinte diffamazioni avversarie.

Nemmeno ve n'erano tra lo Stato Maggiore germanico e i leninisti russi, malgrado il famoso vagone piombato, in quanto la prospettiva storica dei marxisti rivoluzionari è sempre stata quella di un paese invaso, nel quale la rivoluzione sociale interna comunica l'incendio alle file dell'esercito invasore ed alla nazione vincitrice. E poco dopo la pace definita disfattista di Brest Litowsk il vincitore potere tedesco cadeva anch'esso travolto, ed il proletariato di Berlino impegnava a fondo le sue forze migliori nel tentativo di assalto rivoluzionario alla borghesia nazionale dei partiti di guerra e di pace, come quello di Parigi aveva fatto dopo la disfatta di Sédan.

I grandi avvenimenti in Russia del 1917 e 1918 ponevano in nuova luce i problemi storici della rivoluzione operaia. Stabilito contro tutte le deviazioni socialdemocratiche socialnazionali ed anche libertarie il valore decisivo nella lotta di classe non solo dell'impiego della violenza ma della istituzione di uno Stato politico di ferreo potere dittatoriale (stabilito tale cardine centrale così nella vivente storia ed in fatti fiammeggianti, come nella critica teoretica restauratrice del robusto filone originario del marxismo), veniva in tutta evidenza la necessità per il potere della vincitrice classe proletaria - spezzato l'apparato statale vecchio, liquidata la guerra nazionale e l'armata nazionale - di avere non solo una polizia di stato ma un vero e proprio esercito rosso.

Non si trattò infatti soltanto di assicurare la esecuzione dei decreti economici e sociali del potere rivoluzionario (il classico intervento dispotico del Manifesto, per tanti anni incompreso dai troppi socialisti infetti da libertarismo) contro le resistenze di borghesi, di "speculanti" e di kulaki, non si trattava soltanto di spegnere cospirazioni o insurrezioni di partiti anticomunisti insidianti il nuovo potere, ma si dovettero sostenere vere e proprie campagne militari per impedire assalti e spedizioni di forze organizzate contro i territori e le capitali rivoluzionarie. Di tali imprese militari si fecero iniziatori tedeschi da una parte, alleati dall'altra con lo stesso obiettivo di rovesciare i bolscevichi; e ciò avvenne perfino contemporaneamente prima che cessasse la guerra europea: gli Stati borghesi si combattevano tra loro, ma al tempo stesso combattevano contro lo Stato proletario in una tacita alleanza, sostenendo le forze armate, procedenti da diverse direzioni, dei Kornilov, dei Denikin, degli Judenich, dei Koltchak.

Chiusa vittoriosamente questa fase di guerre civili interne e cessate le vere e proprie guerre statali con la Finlandia e con la Polonia, mentre il regime proletario sussisteva in Russia, ma tuttavia non riusciva ad attuarsi negli altri paesi, i comunisti in tutte le nazioni si posero molto seriamente il problema del comportamento in una successiva guerra in cui uno o più Stati borghesi avessero potuto attaccare la Russia con l'intento di restaurarvi il dominio del capitalismo.

Ove in una tale scontro la Russia fosse rimasta sola contro un gruppo di Stati nemici la soluzione era ovvia: i comunisti in quei paesi avrebbero gettato tutte le loro forze nell'opposizione alla guerra, nel sabotaggio e nel disfattismo di essa, con l'intento finale di rovesciare rivoluzionariamente il potere borghese indigeno attaccandolo alle spalle del fronte.

Ma il problema assumeva un aspetto ben più complesso e difficile davanti alla ipotesi di una guerra generale tra due gruppi di Stati, in uno dei quali si fosse trovata come alleata la Russia sovietica e comunista.

Per i partiti comunisti dei paesi alleati alla Russia, o quanto meno in linea di fatto impegnati in operazioni di guerra contro gli Stati nemici ed aggressori della Russia stessa, andava mantenuta la linea politica ristabilita dalla Terza Internazionale che condannava ogni appoggio alla guerra ed ogni forma di concordia nazionale e imponeva anzi l'aperto sabotaggio allo sforzo militare borghese? Non avrebbero piuttosto dovuto i partiti comunisti in queste situazioni appoggiare i governi e gli eserciti in lotta contro i nemici della Russia, od almeno desistere dall'ostacolarne l'azione, per evitare l'evidente conseguenza di facilitare la vittoria delle armate che tendevano ad abbattere la rivoluzione invadendo il paese socialista?

Questa ipotesi appariva tanto suggestiva quanto in sostanza era artificiosa e speciosa. Anzitutto non ve ne era ancora un esempio storico: come abbiamo ricordato, alla fine della Prima Guerra Mondiale i due gruppi di Stati borghesi in conflitto avevano agito parallelamente contro la Russia in rivoluzione: contro la Comune parigina erano stati solidali versagliesi e prussiani, contro gli spartachisti di Berlino tedeschi kaiseristi e weimariani, tra la compiacenza dei vincitori. E oggi si tiene occupata la Germania dall'Est e dall'Ovest, dopo la decantata vittoria per la liberazione dei popoli, al fine d'impedirvi una vampata rivoluzionaria sorgente dalla disfatta della classe dominante nazionale. Risalendo agli esempi delle rivoluzioni borghesi (senza dimenticare le sostanziali differenze di impostazione storica: quelle erano a carattere nazionale e tendevano ad un nuovo dominio sociale di classe; la rivoluzione proletaria è internazionale e tende ad abolire ogni dominio di classe), va notato che nelle coalizioni tra gli Stati feudali contro la Francia, questa non solo non trovò mai tra i primi nessun alleato, ma la stessa Inghilterra retta a regime borghese da molto tempo partecipò alle guerre antifrancesi. L'impostazione del quesito che esaminiamo sembra inoltre nel suo semplicismo presupporre che i rivolgimenti sociali nascano dalle idee degli uomini e siano diffusi per il mondo sulla punta delle baionette, vecchio motto borghese ben lontano dalla nostra concezione delle determinanti economiche che ovunque sollevano le classi sociali oppresse contro l'ordine costituito in una lotta interna. E la vittoria delle coalizioni della Santa Alleanza non impedì il diffondersi in tutto il mondo della rivoluzione borghese, come la vittoria in due guerre mondiali delle potenze capitalistiche rette a sistemi di democrazia rappresentativa non toglie che in tutto il mondo il capitalismo si vada organizzando nella sua forma più moderna e sviluppata di amministrazione accentrata e di potere totalitario potenziando con ciò stesso le possibilità obiettive della rivoluzione socialista.

Ancora: una delle caratteristiche essenziali dell'azione rivoluzionaria in caso di guerra, contrapposta dal leninismo a quella opportunista dei socialpatrioti, è la diffusione da un paese all'altro dello sciopero militare con la fraternizzazione attraverso i fronti. Mentre i poteri feudali combattevano con eserciti professionali e mercenari, la borghesia avendo attuato il militarismo forzato si serve nelle guerre della masse proletarie, per cui non si può combattere contro uno Stato borghese sui fronti militari senza combattere contro il suo proletariato e quindi senza ripercuotere al di là del fronte l'alleanza di classe stabilita da uno dei lati, rovinando ogni sviluppo delle possibilità rivoluzionarie internazionali. Tale rapporto già evidente nell'esperienza della Prima Guerra Mondiale, è oggi reso ancora più evidente dal fatto che la guerra impegna direttamente intere popolazioni anche molto lontane dalle linee militari di contatto. Così è stato nella Seconda Guerra, e probabilmente in una terza sarebbero colpite ed impegnate le popolazioni del mondo intero.

I comunisti rivoluzionari non potevano dunque in nessun caso rendere ammissibile una partecipazione alla guerra condotta da Stati Maggiori di eserciti capitalistici ed una sospensione durante una simile guerra della lotta di classe in tutti i suoi sviluppi. Dopo la vittoria proletaria in un singolo paese la sola supposizione conforme alle direttive rivoluzionarie è la lotta in tutti i paesi contro lo Stato capitalistico per giungere rapidamente alla diffusione mondiale della rivoluzione. La sola ipotesi militare storicamente ammissibile è quella di una generale coalizione capitalistica contro lo Stato comunista, ed in tal caso le sorti della nostra causa più che ad una vittoria dell'esercito rosso sono affidate al crollo interno degli eserciti offensori per effetto della solidarietà rivoluzionaria col nemico dei proletari militarizzati.

La stessa ipotesi di una diffusione forzata della rivoluzione a mezzo di una guerra offensiva o controffensiva dell'armata rossa è antistorica e antisociale. Per ragioni di natura economica, connesse alle basi della concezione marxista e del tutto evidenti, non solo va negata la possibilità di costruzione del sistema socialista in un solo anche grande paese ove vivano nel mondo le grandi economie capitalistiche dei paesi del primo e più potente industrialismo, ma la cosa diviene ancora più assurda se si pretende che il "paese socialista isolato" debba non solo patteggiare la produzione dei suoi lavoratori alle condizioni del mercato commerciale e monetario mondiale, ma addossarsi di più l'onere spaventoso di una preparazione militare equipollente a quella intero mondo borghese. Quindi al fine di assicurare gli sviluppi della lotta internazionale di classe diretta dai partiti comunisti stretti nella nuova Internazionale all'indomani della prima guerra europea, vi era buon motivo di anteporre di gran lunga la dirittura e continuità dell'opposizione rivoluzionaria contro l'ordine costituito del capitale alle speculazioni sul ripercuotersi degli eventi di guerra, così familiari al politicantismo borghese e ai rinnegati del socialismo. Né Lenin, fra le tremende difficoltà della prima rivoluzione, nel cedere territorio all'esercito germanico, aveva invocato che socialisti francesi o inglesi o americani avessero lavorato per crescere la pressione militare sul fronte d'occidente; egli seguitò invece proprio in quel periodo di organizzazione del Comintern a bollarli quali traditori appunto per tale atteggiamento unionsacrista.

La vicenda della Seconda Guerra non smentisce le direttive che abbiamo tracciate: non si è verificata la comoda ipotesi che una parte del capitalismo lotti alla morte contro l'altra stringendo alleanza con uno Stato rivoluzionario. Se questo avesse mantenuto fede alla politica bolscevica e comunista non avrebbe trovato alleati ma solo nemici in entrambi i campi.

Solo perché lo Stato proletario aveva degenerato fu possibile la sua intesa in un primo tempo con l'Asse germanico, in un secondo con i nemici di esso. L'avere ammessa la doppia strategia dei partiti comunisti esteri, disfattista in un caso, bellicista nell'altro, condusse alla definitiva liquidazione delle forze rivoluzionarie mondiali.

I successivi grandi episodi di presentazione della guerra come crociata ideologica per conquiste sociali generali affidate alle armi di una delle parti, restano per noi assolutamente paralleli, ed il cadere nei loro inganni costituisce sempre pericolo di crisi e di disfacimento del movimento proletario.

Nella Prima Guerra Mondiale i socialisti tedeschi pretesero che la Germania difendesse la civiltà europea contro l'assolutismo russo, i socialisti dei paesi dell'Intesa parlarono invece di salvezza della democrazia contro il militarismo tedesco.

Nella Seconda Guerra fu pretesa la solidarietà dei lavoratori da parte delle "grandi democrazie" di Occidente contro fascisti e nazisti, tanto nel primo periodo in cui la Russia era legata alla Germania dal patto per la spartizione della Polonia, quanto nel periodo successivo in cui la Russia fu in guerra coi tedeschi.

I partiti comunisti furono costretti in un primo tempo a deridere la presentazione democratica della guerra, in un secondo a farla propria clamorosamente; oggi in presenza del contrasto tra l'Occidente e la Russia sono costretti a tornare di nuovo alla prima tesi per battere in breccia la presentazione della nuova alleanza sotto l'aspetto della solita crociata per la libertà contro i paesi dittatoriali (Togliatti - vedi sopra i riferimenti alla personale coerenza storica e teorica - vien fresco fresco a provare che le democrazie hanno sempre fatto la guerra). è evidente che una tale strada, come ha condotto alla rovina la Seconda Internazionale e poi la Terza, non può condurre oggi che al successo delle forze controrivoluzionarie, comunque le future guerre avvengano e chiunque le vinca.

Partendo per la chiara impostazione del problema dal caratteristico neutralismo italiano nel 1914-15 volevamo arrivare all'atteggiamento dei partiti italiani di oggi nell'ipotesi di guerra.

Soltanto un vero partito comunista può rivendicare la tattica disfattista in qualunque ipotesi di guerra. Il partito stalinista attuale sembra minacciarla nella sola ipotesi di una guerra contro la Russia.

Dinanzi ad una simile posizione i partiti borghesi al governo dovrebbero dire se la liberalità democratica ammette tale tipo di dottrina e di azione politica, ovvero se considerandola tradimento lo Stato cercherà di schiacciarla.

Ora a parte il fatto che una democrazia borghese che faccia questo ragionamento prende semplicemente la via che i fascisti italiani tracciarono per i primi nel 1919, va rilevato che i signori liberali, democristiani, demosocialisti e repubblicani italiani dovranno sfoggiare una notevole faccia cornea nel condannare un disfattismo ed una collaborazione col nemico che essi stessi hanno largamente praticata, ed alla quale soltanto debbono di essere pervenuti al potere.

Essi diranno che lo Stato di Mussolini era illegittimo ed anticostituzionale, e per tal motivo diveniva non solo giusto che il popolo corresse alle armi, ma che gli avversari cercassero aiuti stranieri. Il fatto è che essi, come cittadini e come partiti, versavano in tale avviso, ma Mussolini e i suoi pensavano l'opposto, li definivano traditori e se avessero vinta la guerra li avrebbero tutti fucilati. Può dunque ogni cittadino ed ogni partito stabilire a suo criterio se il potere nel suo paese va rispettato o va sabotato dal di dentro e dal di fuori?

Gli stalinisti rivendicano tale azione ove si attacchi la Russia, molti autentici conservatori la hanno applicata nei confronti del regime fascista, se l'Italia cadesse nella sfera militare sovietica la sperimenterebbero i governanti d'oggi. Quinticolonnisti (o per converso collaborazionisti) dunque tutti in potenza, e agli stipendi di uno Stato Maggiore straniero - meno i marxisti rivoluzionari il cui disfattismo è lotta dei lavoratori per sé stessi e, insieme, per i loro fratelli di tutti i paesi. è chiaro che tra tutta questa gamma di casi una discriminante ideologica non può trovarsi; unico criterio distintivo pratico è quello dell'esistenza di un potere di fatto, che tenga nelle sue mani lo Stato. Tutt'al più si può esigere che si tratti di un potere stabile per alcuni anni, che le sommosse interne siano cessate, che siano stati stabiliti rapporti normali diplomatici con l'estero.

Mussolini aveva da tutti questi punti di vista le carte in regola. Se è stata azione meritoria la lotta contro di lui fino all'ultimo sangue da parte dei Nitti, dei De Gasperi, degli Sforza, dei Pacciardi, perché contro il governo attuale sarebbe un crimine l'analogo procedere dei Togliatti o dei Nenni? Evidentemente l'unica risposta è che i signori prima nominati disapprovano le idee e la politica dei secondi. Ma è indubitato che anche il signor Mussolini disapprovava vivamente l'opera che tutti compivano da Parigi da Londra o da Mosca, e questa non pare sia stata una ragione sufficiente, dinanzi alla storia, alla civiltà, alla morale, tutte parole che si mettono a larga disposizione di chi è riuscito a schierarsi dalla parte che ha saputo picchiare più forte.

E' oramai chiaro che se ci fosse la terza guerra - od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla - in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei due contendenti.

Si tratta per loro di domandarsi non solo quale dei due alla fine sarà vittorioso, ma in primo tempo quale avrà il controllo politico e militare della zona in cui si vive.

Essendo lo Stato italiano oggi non un soggetto ma un oggetto del problema, la tesi politica della neutralità, che non è mai stata una tesi proletaria, non si pone nemmeno come tesi nazionale.

Il dubbio amletico è altrove: se un conflitto scoppierà e un fronte militare sarà tracciato tra Oriente ed Occidente, dove passerà questo fronte? Le forze delle potenze atlantiche stabiliranno di comprendere nelle loro linee di partenza la penisola italiana tenendola saldamente occupata? Il panciafichismo indigeno, ben sicuro che la polizia motorizzata e l'amorevole occhio delle portaerei che bordeggiano tra i nostri porti bastano a salvare da ogni attentato turbolento l'ordine yankee-vaticano che regna saldamente ormai in Italia, ha dei gravi fremiti quando sente parlare di fronti sulle Alpi e addirittura sui Pirenei; si tratterebbe di passare una volta ancora di mano in mano, di traversare penose angosce prima di sapere quali scarpe si debbano lustrare.

Per la soluzione di così ardente problema non contano nulla i pareri e i voti del parlamento italiano e, dopo i trionfi dell'opportunismo, nemmeno le azioni nella piazza secondo ruffianesche regie.

Meno che nulla conta la concessione o meno di basi militari a potenze straniere; oggi che si fa il giro del mondo senza scalo, una base si crea dovunque con un nugolo di aeroplani scaricando tutto in dieci minuti, dall'uranio alle vitamine col cioccolato, e soprattutto senza permesso e senza preavviso.

In effetti a combattere per la patria, qualunque sia il governo al potere e qualunque sia l'alleanza internazionale, oggi non si impegna nessuno.

I due gruppi hanno l'insigne sfacciataggine di sostenere entrambi che fanno "politica nazionale", che lottano per la pace e che sono contro gli aggressori.

Su quest'altro famoso trucco dell'aggressore e dell'aggredito, su cui si specula da sempre, Palmiro ha avuto una trovata nuova. Che campino di trovate Totò e Macario è logico e rispettabile, ma i capi dei Grandi Partiti! E negli Storici Discorsi!

L'esercito sovietico non vuole attaccare nessuno, ma potrebbe venire sul nostro territorio "inseguendo un aggressore".

La formula è alquanto dialettica: l'aggressore è colui che scappa.

Ettore fuggendo tre volte intorno alle mure della nativa Troia inseguito da Achille, era evidentemente l'aggressore. Non gli spetta più onore di pianto per il sangue per la patria versato.

Almeno l'esempio di tanti ciarlatani arrivasse a liquidare finalmente e con anticipo sui preventivi di Ugo Foscolo questa rovinosa superstizione del patriottismo!

Da "Prometeo" n. 12 del 1949.

Archivio storico 1945 - 1951