Il rancido problema del Sud italiano

Sulla eterna questione meridionale si fondano tutte le risorse per agitare lo spettro del feudalesimo in Italia. Sulla evocazione e sulla agitazione di questo flaccido spettro si poggia per il novantacinque per cento la lotta conservatrice della borghesia italiana contro la classe operaia, il socialismo e la rivoluzione.

Anche i buoni propagandisti del socialismo moderno in Italia si sono sempre mal liberati da questo pericoloso chiodo. Ad esempio Alessandro Schiavi, intorno al 1921, presenta per la Editrice Avanti! i Documenti della rivoluzione russa; e nella prefazione a quelli sul problema agrario, pur inquadrando bene il programma socialista rurale in Italia, opposto alla campagna borghese per lo spezzettamento della terra in piccoli lotti, non sfugge a dire: "Abbiamo in Italia i due termini estremi della parabola: il feudalesimo agrario scarsamente produttivo, per l'interesse privato; la coltivazione collettiva e fortemente produttiva, per l'interesse sociale".

La prospettiva è totalmente deformata. Economicamente, socialmente, politicamente, il campo d'influenza della grandissima proprietà terriera (anche essa per nulla feudale) nel Sud e delle poche aziende cooperative di lavoro agrario nel Nord, è trascurabile dinanzi al pieno quadro di un sistema di economia agraria capitalistica, e di potere centrale della classe borghese, che deve costituire l'obiettivo diretto dell'assalto socialista della classe lavoratrice. E di questa fanno parte, dalla Lombardia alla Sicilia, masse potenti di lavoratori agricoli salariati, senza terra e senza sciocca fame di terra, che da settantacinque od ottant'anni sono socialmente determinati a lottare contro l'alleanza dei capitalisti e dei possidenti, per una vittoria dei proletari delle città e delle campagne.

Se qualche cosa è in arretrato, non è lo slancio delle masse nella lotta ma proprio la giusta formazione della teoria sociale e politica nelle organizzazioni e nei partiti dirigenti.

Questa formazione ha poi subìto un ripiegamento decisivo, con gravi conseguenze sulla impostazione sociale delle masse e la loro spinta a combattere, per il fatto che i partiti che pretendono accamparsi a sinistra, vivendo nella loro agitazione di basse rimasticature e sciocche falsificazioni delle esperienze rivoluzionarie russe, hanno spezzato le tradizioni di lotta di classe nelle nostre rosse campagne col pieno impiego dello spettro ciarlatano del pericolo feudale, ed hanno reso così alla dominante borghesia della nostra nazione il più solenne dei servigi.

Che fosse quello il cavallo di battaglia antisocialista dei nostri borghesi si può leggere in testi ormai ingialliti. Uno scontro sulle affermazioni proletarie e socialiste si ebbe alla Camera italiana il 13 maggio 1894.

Campione della borghesia fu l'ingenuo, onesto, enfatico deputato democratico napoletano Matteo Renato Imbriani. Né l'avversario era un campione di dottrina marxista; si trattava di Enrico Ferri, che avendo difesa la lotta di classe e prospettata l'antitesi tra il socialismo e l'individualismo, dovette ripiegare sullo sviluppo della "personalità" umana, quando l'oratore borghese usò un vecchio espediente retorico, dichiarando di essere un povero diavolo, al di sotto del Ferri nella vita economica!

Qui ci interessa il pezzo forte dell'oratore borghese in quell'antico, e un po' barocco duello: "Ma io vi domando che cosa significa questo seme di turbamento, che si getta nelle coscienze allorquando si parla di classe borghese? È stata la classe che ha sacrificato tutto: vita, averi, libertà individuale; tutto, per suscitare nella coscienza popolare la dignità umana, l'affetto umano, i diritti umani. Quando il feudalesimo imperava, non è stato forse questo pensiero che ha agitato le menti, che ha detto alla povera vassalla trascinata al letto del signore: destati, trai il ferro che hai nascosto nelle trecce, e ferisci!? [bravo!]". A cinquantasei anni di distanza, i difensori di ufficio dell'anticlassismo e delle glorie borghesi (tra cui freschissime quelle del secondo risorgimento contro le orde feudali teutoniche, che non salvò vassalle, ma piuttosto convogliò molte italiane, redente dall'umano diritto borghese, ai letti dei democratici liberatori) non vogliono smetterla col fantasma feudale. Ma non saprebbero più in quali trecce nascondere il sacro ferro, se non forse nelle spesse, ondulate capigliature dei Dodo e dei Giangi esistenzialisti, che battono i marciapiedi dei quartieri alti eretti nell'Urbe dall'edilizia postfeudale e capitalistica.

La ciarla del medio evo sopravvivente in Italia non solo dimentica che cosa fu il feudalesimo, ma dimentica che ve ne fu in Italia meno che altrove, e nel Sud meno che al Nord.

Le caratteristiche del feudalesimo sopravvivevano, ad esempio, come tutti sanno, nella Germania del 1848, quando già Marx ed Engels, pur caratterizzandole e avversandole, centravano tutto lo sforzo sulla lotta del nascente proletariato contro la borghesia imbelle, non ancora vittoriosa nello Stato.

Permanevano caratteri feudali in Germania verso il 1850 perché, meno che alla sinistra del Reno, la "nobiltà fondiaria aveva persino conservato la giurisdizione sui suoi sudditi" ossia, il signore faceva da giudice civile e penale. Nell'Italia del Sud, prima ancora della rivoluzione francese, funzionava in pieno il sistema della magistratura di stato culminante nel regio potere. Quei privilegi erano stati invano pretesi dai baroni fin dai secoli delle monarchie angioine e aragonesi.

Nella stessa epoca, anzi perfino dal tempo delle civili corti di Federico di Svevia in Palermo e Napoli, di cui nientemeno già parla Dante, ed in corrispondenza alla dottrina politica di lui, svolta nel De Monarchia, i nobili non erano elettori del Re, né su di lui avevano controllo; "privilegi politici" che in Germania finirono di perdere appena nel 1848.

Ivi conservavano tuttavia "quasi tutta la supremazia medievale sui contadini dei loro domini; così come l'esenzione dalle imposte". Abbiamo qui un punto che arreca tale luce, da essere chiaro anche ai ciechi. Residui feudali nella grande proprietà terriera possono esisterne fin quando il signore non paga imposte allo Stato. Ma l'Italia è la terra regina dell'imposta fondiaria, possente istituto che, senza quasi parentesi, trae le sue radici dagli ordinamenti romani. Soprattutto nel Mezzogiorno, il possessore di terra piega sotto il peso di una colossale catasta di tasse, il cui ingranaggio ha funzionato nello stesso inesorabile modo sotto gli intendenti spagnoli e borbonici, o sotto quelli della Repubblica partenopea e di Murat, come poi del monarchico o repubblicano ministero di via Venti Settembre, ove la statua di Quintino Sella rammemora l'avvento, nella Roma dei Cesari e dei Papi, del pidocchio borghese.

La famosa perequazione fondiaria, vanto delle consegne economiche liberali di Roma, dopo che fu realizzato "tutto il potere alla borghesia", ha costituito una delle basi per l'accumulazione capitalista in Italia, convogliando, insieme all'abile maneggio della politica bancaria, il gettito della rendita fondiaria dalle tasche sbrindellate degli ex-baroni nelle casseforti della borghesia industriale e finanziaria predetta. Ben s'intende che, nel processo di sviluppo capitalistico, le persone di molti proprietari di pretesi feudi si trasformavano in persone di industriali, commercianti, banchieri, e ruffiani di vario tipo del capitale.

Il peso dell'imposta fondiaria sull'economia è tanto più notevole ove è in arretrato la tecnica dell'intrapresa attrezzata sulla terra, ossia dove su questa vi è poco apporto, da una parte di capitale mobile, dall'altra di lavoro umano. La grande agricoltura capitalistica si copre con profitti altissimi mobiliari rispetto ai quali l'imposta fondiaria è trascurabile; lo stesso piccolo esercizio della terra in cui il proprietario è lavoratore, se è taglieggiato in cento modi da intermediari e strozzini di puro tipo borghese, sente poco il peso dell'imposta statale.

Il feudalesimo ha per sempre abbassato la testa, in quel paese in cui il catasto dello Stato inscrive la terra nei propri ruoli senza fermarsi alle frontiere del latifondo. Se nel Mezzogiorno si parla spesso di "feudi", è perché tale parola indica i "demani", ossia le terre di proprietà collettiva statale o comunale, non intestate a privati, e che non pagano tasse appunto perché di proprietà collettiva e di uso collettivo. Erano boschi ove tutta la popolazione faceva legna, pascoli ove tutti potevano condurre il proprio gregge. Lo Stato manteneva come aree sottratte ad ogni diritto privato i Regi Tratturi, o Trazzere, secondo la regione, larghissime piste (fino a cento metri) che dalle montagne conducevano al piano, lungo le quali avvenivano i trasferimenti stagionali delle greggi, specie di ovini, e dei loro allevatori: le bestie trovavano un poco di pastura lungo il tragitto di intere settimane. Il processo di usurpazione di tutti questi pubblici beni non fu un fatto feudale, ma un processo di natura borghese e capitalistica, secondo il fine degli economisti agrari classici, per cui ogni terra deve essere "libera", potersi liberamente commerciare e possedere da privati. Facilitò un tale saccheggio la istituzione delle democratiche amministrazioni locali, ovvia conquista dei ricchi borghesi. Non restava allo Stato che accatastare questi tratti usurpati, e far loro pagare l'imposta. Un trapasso analogo avvenne in Francia dopo la grande rivoluzione. Ma chi fa economia con metodo letterario si appaga di una parola e di una assonanza, e scambia questo fatto con l'istituzione di possessi baronali, inalienabili dalla famiglia feudale, esenti da tasse, lavorati non da salariati o piccoli fittavoli, ma da servi tenuti alla comandata. Questo a grande scala e in tempo moderno il Sud d'Italia non ebbe, ma alla politica da retori fa comodo prendere lucciole per fischi; e se ne forbisca la bocca.

Ma ancora un'altra caratteristica del mondo feudale era ben viva nella Germania di un secolo fa. "La nobiltà feudale, allora estremamente numerosa e in parte molto ricca, era considerata ufficialmente come il primo 'ordine' del paese. Essa forniva gli alti funzionari dello Stato e gli ufficiali dell'esercito in modo quasi esclusivo".

Se vi è un paese ove da secoli i figli della borghesia, del popolo grasso, perfino del popolo minuto, sono divenuti funzionari statali, impiegati, ufficiali di forze armate, questo è l'Italia.

Nel Sud, mentre per lo più i figli degli aristocratici vivevano in un ozio stupido consumandovi rendite tutt'altro che vistose, accedevano alle cariche civili e militari giovani delle famiglie popolari cittadine, e perfino in largo numero delle famiglie di medi e piccoli contadini delle province, affluiti nella città per i loro studi, e pervenuti ad alti posti nella cultura e nelle gerarchie senza che ciò fosse loro precluso da leggi sui privilegi degli "ordini".

Vi è ancora qualche altra cosa. Uno dei cardini, da un lato dell'economia antica, dall'altro di quella borghese, è il diritto ereditario. In Russia, in epoca non remota, i possidenti destinavano per testamento ai vari eredi, insieme ad ogni altro bene, le persone dei propri servi; ciò si legge nei romanzi di Ivan Turgenev o nelle novelle di Anton Cecov, scrittori ottocenteschi inseriti da Stalin e dall'Unità nella letteratura sociale marxista. In Italia è difficile trovare notizia di un simile istituto, forse da Dante in poi, a meno che non si voglia assimilare a questi diritti personali quello sulla magnifica mula di messer Buoso, abilmente scroccata agli eredi dal falso testatore Gianni Schicchi.

L'espressivo quadro letterario della Sicilia, ove banditi e mafiosi sono dipinti some scherani del barone feudale pagati per terrorizzare i servi (caso mai sono agenti dell'imprenditore rurale, tipico prodotto di rapporti borghesi, comparabili ai gangster e ai gunmen che negli Stati Uniti stanno legalmente al soldo degli industriali), fa ricordare che i bravi di don Rodrigo, a caccia della innocente Lucia, sono oggetto di letteratura di ambiente lombardo. Nel napoletano, nella contemporanea epoca della peste e della dominazione spagnuola, i bravi non avrebbero osato passeggiare per la città né per le campagne. In un vicoletto della vecchia Napoli si rinviene ancora un busto dai lineamenti corrosi: "Donna Marianna 'a capa 'e Napule". Autentica borghese, moglie di un commerciante del Mercato, adocchiata dal Duca di Medina Coeli, non fuggì come Lucia tra le sottane dei francescani, ma, invitata a palazzo, rise sulla faccia del viceré e sulle sue profferte. Arrestato il marito per rappresaglia e torturato, Donna Marianna si reca al Seggio del popolo, e scesa in piazza, leva la massa alla rivolta; le carceri son prese d'assalto; fatti prigionieri dignitari spagnuoli e nobili napoletani. Lo stesso Duca d'Austria che entra in porto con la flotta spagnuola deve venire a patti con i delegati della città; tra i patti era quello famoso che aboliva per sempre l'Inquisizione. Letteratura per letteratura, Marianna è più avanti di Lucia. Il motivo retorico del povero Matteo Renato è fuori tono. Un esponente più smaliziato della amareggiata borghesia meridionale, il figlio di Scarfoglio, non ha tutti i torti allorché pretende (rallegrandosi a ragione con gli stalinisti per la loro borghese impostazione della questione del Mezzogiorno) che quello che si è fatto a Parigi nel 1789, si era fatto a Napoli nel 1647; e dice che lo stesso Croce ricollega il nascere dell'illuminismo francese a quella data, che vide il filosofo comunista Campanella e il fruttivendolo analfabeta Masaniello levare lo stesso rivoluzionario grido di "fora baruni!". Per gli stralciatori di riforme antifeudali dopo tre secoli, il grido è in dialetto calabrese!

Di qui la nostra pretesa, anche nel dantesco "corno d'Ausonia che s'imborga - di Bari di Gaeta e di Crotona", di avere un solo inequivocabile grido: "fora burghisi!".

Quelle fin qui ricordate sono le caratteristiche distintive di un ambiente feudale e semifeudale, e sono quelle caratteristiche che, mentre nell'Italia meridionale non sono state mai decisamente dominanti, risultano definitivamente cancellate oggi da due forze storiche, che hanno operato nel medesimo senso: l'apparato statale accentrato del Regno delle due Sicilie; la centralizzazione unitaria nazionale dello Stato di Roma, che nella teoria e nella pratica è stata al vertice della battaglia liberale della borghesia italiana.

Quelle caratteristiche distintive, che si ravvisavano ancora nella Francia del secolo XVIII, nella Germania della prima metà del XIX, nella Russia della seconda metà o, poniamo, nella Cina della prima metà del ventesimo, sono tra noi scomparse, ed offrendo minore resistenza che altrove, almeno da cento anni. L'ostinazione a ravvisarne tracce, o germi capaci di ripullulare sarebbe una colossale cantonata, se non dovesse essere meglio definita la più insidiosa e la più ripugnante delle risorse di una borghesia nazionale, cui la storia ha assestato molte pedate, senza tuttavia averle tolto una sua spregevole destrezza politica, ed arte corruttrice di potere.

Il politicantume vive sotto gli spasimi dell'attualità. La questione meridionale è oggi, malgrado i grandi eventi mondiali, all'ordine del giorno. Nel 1860 già il conte di Cavour dichiarava tra la generale emozione che "era entrata nel suo stadio acuto". Altro che acuto! Un rivoluzionario autentico, Carlo Pisacane, precorritore assai significativo del movimento socialista, prevedeva bene questo stadio acuto, come sbocco delle situazioni rivoluzionarie, nell'annessione sabauda. Ecco le sue parole, scritte a Genova il 24 giugno 1857, alla vigilia della spedizione in Calabria:

"Sono convinto che i rimedi come il reggimento costituzionale, la Lombardia, il Piemonte ecc., ben lungi dall'avvicinare l'Italia al risorgimento, ne l'allontanano; per me, non farei il minimo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere una costituzione, nemmeno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia e accrescere il regno sardo; per me dominio di casa Savoia o dominio di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che la tirannide di Francesco II". In questo stesso scritto, benché non sia quello che tratta le vedute economiche e sociali del magnifico lottatore, vi sono risolute enunciazioni come queste: "Sono convinto che il miglioramento dell'industria, la facilità del commercio, le macchine ecc., per una legge economica e fatale, finché il riparto del prodotto è frutto della concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l'accumulano sempre in ristrettissime mani e immiseriscono la moltitudine; e perciò questo vantato progresso non è che regresso. Se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che, accrescendo i mali della plebe, la sospingerà a una terribile rivoluzione, la quale cangiando d'un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è a profitto di pochi". E più oltre si trova quest'altra recisa tesi, fin da allora diametralmente gettata contro la superstizione democratica: "Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero". Segue l'aperta difesa del metodo della cospirazione, dell'insurrezione, dell'azione delle minoranze, apprezzabilisima scientificamente in rapporto ai tempi, in ogni caso non qualificabile di retorica, poiché solo otto giorni dopo Pisacane e i suoi cadevano, massacrati da quelli stessi che volevano redimere.

Se avanguardie rivoluzionarie già lottarono nel Sud sotto il Borbone con impostazioni antiborghesi, quale che fosse lo sviluppo della loro dottrina politica, la lotta divampò in molte e grandi occasioni nella realizzata e vantata unità d'Italia. Non occorre ricordare le bande di Benevento organizzate dagli internazionalisti, i seguaci di Bakunin, Fanelli, Malatesta, Cafiero, che benché libertario per primo traduce in italiano il Capitale.

Una battaglia autentica della guerra di classe tra proletari e borghesi fu il grande moto dei "fasci" di Sicilia nel 1893-94. Sono le masse che vi partecipano in una generale insurrezione. Da una parte lavoratori delle campagne, zolfari e carusi delle miniere, dall'altra la polizia e l'esercito statale, le amministrazioni comunali, al servizio della borghesia terriera, commerciale, industriale. Se i deputati socialisti del Nord giunti per solidarietà nell'isola (Agnini, Badaloni, Berenini, Ferri, Prampolini) esponenti in maggioranza della corrente legalitaria, non sfuggono nel loro manifesto all'impiego dell'espressione "tirannide dei feudatari sorvissuti [di sorvissuto c'è solo questo participio] alle rivoluzioni politiche", di ben altro tono è il proclama del 3 gennaio lanciato dai capi socialisti del movimento (tra cui le belle figure di Nicola Barbato, Bernardino Verro, Garibaldi Bosco) tutto rivolto contro il governo e la borghesia che avevano fatto scorrere il sangue dei loro compagni. Ed è da notare che Nicola Barbato, nella coraggiosa difesa dinanzi al tribunale di Palermo, che emise la sua condanna a quattordici anni di reclusione, criticò il pur battagliero suo compagno nel comitato, De Felice Giuffrida, per aver voluto inserire in quel manifesto "un miscuglio policromatico di petizioni al governo". Il discorso di Barbato fa veramente epoca come impostazione di marxismo rivoluzionario. Sulle basi del socialismo scientifico egli rimprovera Montalto ed altri che avevano divisa la loro responsabilità da quella degli anarchici, incolpati di atti terroristici; precisa la differenza delle dottrine, ma svolge con tutta chiarezza la dimostrazione che il socialismo ammette e prevede la insurrezione armata del proletariato. La dimostrazione echeggia suggestivamente quella del Pisacane: "Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo della congiura, ma dissentire dal principio è assurdo" scriveva Pisacane; Barbato dimostra che non in ogni momento può provocarsi l'insurrezione; egli chiude la sua audace dichiarazione dicendo: "Sono dolente che quest'ora dell'insurrezione armata non sia suonata; credo anzi che sia ancora molto lontana".

Che si trattasse di un episodio di guerra sociale, basta a dimostrarlo il fatto che a capo della spietata repressione poliziesca fu un siciliano, non certo un difensore di baroni feudali, ma il garibaldino e rivoluzionario borghese Francesco Crispi, Ministro dell'Interno a Roma, che mandò tra l'altro il delegato di Pubblica Sicurezza di Bisacquino a deporre sulla circostanza che gli imputati erano al soldo della Francia e della Russia!!... Un teste, l'avvocato Battaglia, possidente di Palazzo Adriano, nel descrivere la miseria dei contadini che si nutrivano, con i loro piccoli, di finocchi selvatici crudi, altro non avendo, disse testualmente: "I contadini prima del 1812, quando esisteva il feudo, avevano assicurata l'esistenza, fuorché nelle annate cattive, ma soppressi i feudi divennero salariati e le loro condizioni furono sempre peggiorate, perché non esiste la mezzadria, ma la quinteria".

Un borghese del 1894 può insegnare marxismo agli sgonfioni socialcomunisti del 1950.

Basterebbe tra cento altri episodi memorabili, a dimostrare la imponenza della lotta proletaria nel Sud, la storia socialista del movimento del bracciantato pugliese nelle sue dieci e dieci rosse cittadelle, ove la borghesia agraria tremava e sgombrava davanti all'onda degli scioperi economici e delle dimostrazioni rivoluzionarie.

Il grave errore della caccia al feudalesimo come surrogato della lotta di classe antiborghese produsse i suoi nefasti effetti anche quando si trattò di valutare e contrastare il movimento fascista.

La tradizione di quelli che oggi si chiamano cominformisti, si innesta a quella dottrina da mezze brache che proclamò: il fascismo è il movimento degli agrari che vogliono togliere il controllo dello Stato italiano agli industriali.

Sotto questa falsa posizione c'è in potenza la smaccata apologia del capitalista di fabbrica, moderno, democratico, civile e in una parola progressivo, che merita la simpatia e l'appoggio degli operai e dei contadini nella lotta contro le forze reazionarie e i "ceti retrivi".

Ma chi accidenti sono gli agrari? Tutta la storia del movimento socialista in Italia, e i primi principii del marxismo, bastano a rispondere: sono i borghesi che conducono l'impresa agricola. Questi sono sempre stati i diretti nemici delle camere del lavoro rosse, nel Nord e nel Sud.

Una volta Filippo Turati rispose spiritosamente al referendum sulla definizione della donna: "La donna è un uomo".

A un referendum di questi raccontachiacchiere sulla definizione dell'agrario va semplicemente risposto: "L'agrario è un industriale".

Il fascismo iniziò il suo attacco nei capoluoghi di province agricole come Bologna, Firenze ecc. e solo col diretto impiego dell'appoggio dello Stato democratico borghese riuscì a vincere nei centri industriali. Ciò induce alla bestialità di vedere un'antitesi tra movimento fascista e padronato industriale. La ragione invece è un'altra, e si legge nel cap. XIV del Capitale: "La disseminazione dei lavoratori agricoli sopra maggiore superficie infrange la loro forza di resistenza, mentre il concentramento aumenta quella degli operai della città". Abbiamo visto con i nostri occhi la tattica di concentrare, ad esempio, tutte le squadre del Ravennate a Cervia, dove i rossi venivano a trovarsi in uno contro cento; ed ecco come tutta la rossa provincia agraria cadde, sia pure vigorosamente combattendo, con spirito classista almeno non inferiore a quello delle concentrate masse industriali.

Se il fascismo avesse avuto anche minimamente carattere di ritorno della feudalità, i famosi baroni meridionali avrebbero dovuto essere alla testa dell'offensiva. Non ne fu nulla; la lotta dei fascisti e contro di essi fu quasi ignorata nelle campagne meridionali, lo fu del tutto ove predomina il piccolo contadino proprietario o il celebre "latifondo"; come l'unità, come la democrazia, come il parlamentarismo, il fascismo, prodotto del Nord, fu importato nel Sud attraverso Roma. Il radicale errore nel valutare socialmente il fascismo italiano, anticipazione del modernissimo rapporto economico-politico tra capitale e Stato, ebbe come contropartita la rovinosa tattica politica dell'alleanza con tutti gli impotenti e spregevoli movimenti ad etichetta antifascista della media e piccola borghesia, tattica che consentì la salvezza al capitalismo italiano traverso il capovolgersi delle vicende internazionali. Salvezza non significò solo avere scongiurata una rivoluzione, ma anche avere snaturato il movimento rivoluzionario.

Il nuovo rapporto tra capitalisti e Stato, rapporto aggiornato e moderno, rapporto che ben merita l'aggettivo di progressivo (dal tempo di Pisacane non applicabile a nulla di rivoluzionario) è rimasto acquisito alla struttura della società italiana, come vi rimarrebbe se con De Gasperi, o senza De Gasperi, governassero i Togliatti e i Nenni. Si parla, per definire questa recente fase del capitalismo, di dirigismo economico, di capitalismo di stato, di economia burocratizzata, e simili. L'interpretazione banale è quella che il sistema della libera iniziativa privata ceda mano mano il campo agli interventi dello Stato nei settori economici; la contrapposizione balorda è quella tra indirizzo liberista, che ingrassa i borghesi, e indirizzo di controllo e gestione statale, che ridonderebbe a beneficio delle classi operaie. Interpretazioni e contrapposizioni banali e balorde, perché prescindono sia dalla questione del potere di classe che da quella delle caratteristiche della economia collettiva in contrasto al capitalismo. Riferiamo qui le cose al caso concreto dell'Italia; ma per noi capitalismo di Stato, e in genere attività economica di Stato, non significano assoggettamento del capitale allo Stato, ma ulteriore assoggettamento dello Stato al Capitale. Lo Stato, nato e vivente come sbirro politico della classe abbiente, ne diventa sempre più l'impiegato, il contabile, l'amministratore, il cassiere, l'assicuratore, non solo contro i rischi politici, ma anche contro quelli economici. Lo Stato si sviluppa nelle sue funzioni multiformi di servo del Capitale; le smetterà soltanto con la sua distruzione violenta.

All'iniziativa privata dell'intrapresa borghese non vengono affatto opposte remore o applicati freni; ne viene invece esaltata l'inebriante corsa al profitto, creando una rete di ostacoli soltanto contro la possibilità che essa affronti rischi e passivi. Con questa rete lo Stato obbliga la grande massa dei poveri a pagare, perché siano fruttifere e remunerative tutte le intraprese, anche quelle inutili asinesche e sgangherate; mentre l'antica fase di pura libera concorrenza tagliava la strada a molte speculazioni, difettanti di competenza tecnica od anche di affaristica abilità.

Di questo "New deal" borghese l'Italia ha dato un bel modello suggestivo nelle applicazioni al Mezzogiorno: altro che baroni sorvissuti; ci appestano purtroppo i capitalisti da parto prematuro.

Una simile prospettiva economica spiega le glorie dei lavori di Stato lungo la slittovia storica Cavour-Giolitti-Mussolini-De Gasperi e successori, le gesta dell'industria protetta, a cavallo tra le terre e le fabbriche, dalla barbabietola all'incrociatore corazzato, l'orgia degli enti parastatali finanziatori di industrie fallite e incubatori di nidiate di alti profittatori.

Il borghese terriero ha la proprietà immobiliare ed ogni tanto ne molla qualche pezzo, compensandosi in altri affari; il capitalista di tipo moderno aveva dapprima impianti, fabbriche e macchine; poi si contentò di un capitale liquido; oggi lo ha volatilizzato; tiene ben saldo nelle grinfie un profitto decuplo, e il capitale che manovra glielo serve lo Stato, con finanziamenti, mutui, conversioni di titoli ed altri trucchi, attraverso una storica teoria di mangiatoie che hanno per nome ufficiale "leggi speciali".

Campo principale di questa battaglia è il Mezzogiorno. Napoli, rovinata, arretrata, povera, con una percentuale di disoccupati e improduttivi che supera l'assurdo, è proprio la città ove, naturalmente, non un barone conta quattro soldi, ma spadroneggia uno stretto gruppo di capitani d'intrapresa; e meglio ancora che sotto Mussolini controlla industrie, trasporti, pubblici servizi, edilizia, commercio, banche e stampa. Si accampa su tutte le saracinesche di manovra della legislazione speciale, riuscendo a divorare almeno i tre quarti degli stanziamenti statali, con l'espediente di destinare l'altro quarto ad attuazioni perfettamente inservibili economicamente, sia perché lasciate a mezzo, sia perché il preteso dirigismo pianificatore si disinteressa nel modo più completo dell'attivazione di cicli economici capaci di persistenza e di esercizio utile anche in termini di economia mercantile.

Non avrebbe alcun senso assimilare queste cricche parassite di Napoli, o dell'Italia meridionale, o delle isole, operanti nel campo dell'industria, del commercio, della finanza e dei pubblici affari, con un altro "strato reazionario" o "gruppo monopolistico" da affiancare alla immaginaria consorteria terriera feudale, ed invocare da riforme di questa repubblica borghese (e peggio che mai da azioni proletarie) la loro dispersione, perché lascino il campo ad una non meno mitologica borghesia progressiva e democratica. Tale frequente frottola socialcomunista inverte due punti essenziali. Non si tratta di limitati cerchi d'interessi che si siano incrostati alle miserie del Mezzogiorno per un ulteriore dissanguamento, ignoto alle province più evolute, ma si tratta di una parte integrante del sistema di sfruttamento unitario della borghesia italiana, di un ingranaggio della stessa macchina di estorsione capitalistica che gira a Roma, a Milano, o nel triangolo industriale.

Quei signori operano, in banca, in borsa e nei pubblici uffici, di perfetta intesa col grande capitalismo del Nord, cui tengono bordone soprattutto nei casi in cui a quello conviene sviluppare organismi produttivi nel resto d'Italia, e nel Sud occuparsi soltanto delle prebende innestate a sovvenzioni, concessioni e lavori statali.

Non esiste urto tra borghesi del Sud e del Nord, nemmeno in potenza, poiché la tresca dalle radici economiche si dirama al campo politico ed elettorale, con lo scambio e il flusso organico di personale borghese di servizio, dal poliziotto al ministro, dal prete all'agente delle tasse.

L'altro punto capovolto è che tutto il sistema capitalista italiano è oggi parassitario: grano e vino, zucchero ed alcool, società tessili, chimiche e meccaniche; e nel suo parassitismo si aggioga alla grande rete supercapitalista occidentale. Si tratta di forme moderne e non arretrate, di borghesi avanzati e progrediti e non di "ceti retrivi". I ceti possidenti di cento anni fa facevano ancora qualcosa di utile e davano qualcosa da mangiare ai popoli di zone povere: Lenin ha insegnato che proprio "il più recente" capitalismo presenta il carattere parassitario. Questa fase comporta la sua impossibilità a migliorarsi, la necessità che perisca. E, prima di allora, la impossibilità a colmare il divario tra paesi prosperi e zone depresse.

De Gasperi nei suoi discorsi non solo ha confermato che i mille miliardi in dieci anni per il Mezzogiorno saranno erogati dallo Stato, ma ha detto: se tra dieci anni vi troverete senza le opere progettate nel Grande Piano, non potrete dare la colpa al Governo, poiché i fondi ve li amministrerete da voi, in quanto versati a vostre mani nell'apposita Cassa del Mezzogiorno!

La formula è aggiornatissima: per nulla retriva e codina, per nulla risultante, come teorizzano le riviste staliniane, da "compromesso con l'antico", da sopravvivenza (ma che chiodo! deve essere uno di quelli della Croce) di "vecchie strutture semifeudali arretrate". Ad elaborare la formula lavorò Giolitti, lavorò Mussolini, lavora De Gasperi. È formula modernissima di preda del capitalismo imprenditore; i capi politici italiani anziché allievi di Metternich e di Torquemada (datemi voi un grande nome feudale italiano: Barbarossa? Borbone? Radetzky?) sono i professori di Roosevelt e di Truman. Paese di capitalismo meno sviluppato che fa la strada a paesi di capitalismo sviluppatissimo? Ciò sarebbe antimarxista per i dogmatici e i talmudici delle lettere di Stalin! Sta di fatto che se fosse antimarxista la nostra posizione sull'anticipo e l'aggiornamento dei metodi sociali e governamentali borghesi in Italia, in omaggio alla solita pretesa che vi si respiri aria feudale, più sballata ancora sarebbe la tesi che si possa dare lezione di avanzato metodo proletario e socialista dalla Russia, tesi per noi verissima alle date 1917, 1918, 1919 e poche altre, dunque verissima in principio, non applicabile in fatto alla Russia di oggi, per quanto proprio gli stalinisti la rivendichino fieramente, in principio ed in fatto.

La formula della Cassa è semplice e geniale. I mille miliardi si scrivono al passivo contro il bilancio di tutte le famiglie italiane; secondo il principio di giustizia economica che trionfa in aria di democrazia, più misero è il bilancio, più forte la quota del "caro-Stato". Più forte quindi, in media, al Sud che al Nord.

Come attivo il fondo è a disposizione di tutte le intraprese che riescano ad organizzarsi per il suo sfruttamento, per quello che con elegante termine di affari si chiama "utilizzo".

I piani di utilizzo sono studiati e formati dai gruppi filibustieri molto prima che la legge sia articolata e varata. Domande, progetti, pratiche dossiers sono già pronti, prima che le modalità per inoltrarli siano consacrate dal voto parlamentare; e le modalità sono studiante in modo che abbiano la precedenza i piatti più grossi e già cucinati. Attivo di ciascun piano: l'anticipo della Cassa; passivo, tutto il resto, senza omettere le partite di compenso a esponenti politici e funzionari statali.

La formula del vecchio capitalismo comportava l'anticipo di una spesa di impianti, materiali e salari per fondare l'azienda, ed il ricavo, dalla vendita dei prodotti, di un premio o utile annuo tra il cinque e il dieci per cento.

La formula moderna, all'italiana, consiste - fermi restando i caratteri tipici dell'impresa e dell'accumulazione capitalistica alla scala sociale - nel prelevare tutto l'anticipo alla cassa mutuante, e nel realizzare (sotto il pretesto di fare ponti, che per la degenerazione della tecnica borghese talvolta crollano, o strade la cui pavimentazione dura poche settimane, e così via) un margine di profitto che nel calcolo ufficiale è ritenuto giusto ed onesto fino al quindici o venti per cento, ma nella realtà raggiunge e qualche volta supera il cinquanta per cento non del "capitale della ditta", ma del "volume dell'affare".

Quale la banda che si alimenta su un così vasto succhionismo? Non si deve neanche dire che è la banda industriale del Nord, sfruttatrice del Sud, considerato come informe complesso di possidenti e di miserabili. Le posizioni regionali non valgono ad uscire da tali imbrogli, come non valgono quelle nazionali.

La banda è la classe capitalistica organizzata nello Stato di Roma, unitario e costituzionale, ormai sezione saldamente affiliata al grande trust imperiale della potenza mondiale. Pur nella speranza di frodare perfino sulle sovvenzioni avute con la formula del mutuo, non restituendo neppure i prelievi come avviene per i fondi internazionali destinati a placare il passivo di taluni settori della produzione, questa banda nazionale convoglia ai suoi padroni e mantenitori stranieri la gran parte di quanto estorce ai lavoratori affamati sia del Sud che del Nord.

Il problema del Mezzogiorno è un problema di classe, un problema di abbattimento dello Stato italiano, un problema di inquadramento di tutte le forze lavoratrici in Italia sul piano anticostituzionale, di fronte e contro la repubblica, fondata il 2 giugno 1946 dagli inviati speciali della borghesia occidentale e del tradimento proletario orientale, salvando la continuità dello Stato borghese subalpino 1861.

Napoli non deve essere liberata da Milano. Napoli e Milano devono liberarsi da Roma, agglomerato parassitario di locali notturni per il jazz e di locali diurni per lo spaccio di Cristo, di ministeri cellulari e anchilosati e di botteghe oscure - nuovissimi ed antichi arrivi barbari, da Chambery o da Stalingrado, da Gerusalemme o da Hollywood.

Da "Prometeo" II serie n. 1, novembre 1950

Archivio storico 1945 - 1951