Sorda ad alti messaggi la civiltà dei quiz

ROMA E MOSCA

Pare che gli alti circoli della politica sovietica, compiaciuti, abbiano dato disposizioni perché sia divulgato largamente il discorso di Natale del Papa Pacelli.

Nel gioco della politica statale hanno quelli evidentemente creduto che le non poche amare e dure apostrofi colpiscano nel vivo il mondo dell'Occidente, che essi fronteggiano minacciano o blandiscono in elastiche conversioni.

Papa o Antipapa, nello stile del Kremlino tutto conviene sfruttare per poco che possa scuotere le file nel campo avverso. Né cambia dall'altra banda un simile stile, proprio dei tempi sconnessi e vacillanti, nessuno avendo fidanza nella propria forza e lotta, ma solo nella debolezza o nella sfortuna del nemico.

Ma hanno quei supremi campioni del parlar semplice, e del raggiungere per le spicce la labile e fiacca attuale Opinione, nelle cui fratture e lesioni è tanto agevole infilare ganci insidiosi, saputo veramente intendere?

L'attuale capo della Chiesa cattolica (uno dei pochi organismi storici in cui ancora la selezione non porta in sommo sempre i più opportunisti, vanesi e corrivi a tutte le viltà) degna poco il parlar facile e il formular banale; tenta la non facile via di approfondire le conquiste e dottrine di campi esterni nei loro più grandi portati, senza fare della teoria e della scuola sua propria commercio alcuno del tipo nauseante di quello che si perpetra dai farisaici mercanti di ogni versetto del sistema marxista. Non Egli salirà a santo da parroco di campagna.

Il Papa ha molto detto della pace, con concetti profondi e anche originali, ma non è questo che ci colpisce. Tutti i vari grandi pagano tributo a questo ideogramma di tutti i tempi; e da ogni tipo di pacifismo aborre, solo, il marxismo. È vero che il Papa nel deprecare la follia atomica (di cui ha forse esagerato, sia pure dopo severo studio, la tecnica irreparabilità) ha fieramente colpito gli sperimentatori devanciers di America nel loro sinistro lavoro di inventori di massacro, di pionieri di morte da Nagasaki e da Hiroshima, ed ha anche stigmatizzato il loro armamentario di propaganda, il motto vuoto di libertà, dicendo nettamente, per chi sa leggere, che non vi è libertà senza sicurezza economica, e che questa è chimera nella forma dell'industrialismo capitalista, sotto i cui passi si spalanca l'abisso delle crisi - che Carlo Marx teorizzò, che Eugenio Pacelli vorrebbe evitare col fondare la sicurezza dell'uomo e del lavoro su di un ordine morale, l'ordine della sua Chiesa, che vede oramai da ogni banda disertato.

Tutto questo è ben vero, ma a parte la ripetuta condanna del comunismo che non ferisce affatto quei di Mosca (e che poco oltre prendiamo, noi minimi, sul conto nostro) vi è una potente riserva al pacifismo quale che sia, un vero bellicoso e non dissimulato accento, laddove è ripudiata la crassa "teoria della coesistenza", capolavoro supremo dei rinnegatori di Marx.

La parola del Papa sembra echeggiare - pure avendo preso le mosse dalla venuta del Bambinello inerme - la storica intimazione del Cristo: non sono io venuto a portare tra voi la pace, ma la guerra! Egli dice audacemente: "In ossequio a questo principio [la morale a fondamento dell'ordine umano] il nostro programma di pace non può approvare una indiscriminata coesistenza con tutti e ad ogni costo, non a costo certamente della Verità e della Giustizia".

Non si può non ammirare il parlare forte ed alto, anche da avversa sponda, e in tempi soprattutto di generale disfacimento e di carenza di spirito di parte, così come ricordiamo Engels che citava ammirato le formulazioni di Carlyle deprecatrici delle moderne forme borghesi in nome dell'ideologia medievale, e solo dopo le batteva in sede di teoria. Non possiamo quindi, sulla linea della nostra contestazione di ogni preteso esistere di ordine umano e diritto naturale dato (che sia dentro, o fuori dell'uomo e del mondo) sub specie aeternitatis, di ogni fissato a priori schieramento delle forze del Bene contro il Male, non scrivere qui che il grido del Cristo adulto fu potentemente rivoluzionario; l'invettiva del suo lontano epigono è scevra di viltà, nutrita di dottrinale rigore, ma ha nella storia il segno algebrico di controrivoluzione.

Triviale dunque e pedestre una volta ancora, e inabile anche come risorsa manovriera, la ostentata gioia del Kremlino. In questa stupida orgia di tozze mani tese come di trafficanti in mercato, quella scarna ed ascetica del Pacelli si leva severa in alto e detta un'aspra riserva, meditata e guerriera.

LA SUPERSTIZIONE PRODUTTIVISTICA

Più che alla profezia di Guerra e alla preghiera di Pace, guardiamo alla diagnosi cruda e risoluta del presente dissesto sociale.

Il dramma dell'esaltazione moderna frenetica della "scienza" e della "tecnica", del fanatismo insensato per la "produzione", è ancora una volta scritto con magistrale decisione. Siamo fuori della vecchia putrefatta retorica dell'esorcismo clericale alla scienza sperimentale e positiva: il Papa di oggi non si mette fuori, ma dentro questo grandeggiante mondo della scienza, sempre più vasto e difficile ad esplorare, ne valuta e maneggia sicuro le più audaci costruzioni; mentre tanti laici che si gonfian le gote della retorica e della demagogia scientificista si aggirano nel campo di essa con prosopopea da asini calzati e vestiti.

Ritorniamo ancora all'invocazione del "reazionario" Carlyle nel 1888: chi mai è dunque felice per questa ricchezza d'Inghilterra? Era una invettiva al nascere - rivoluzionario quello, deve Engels sancire - del girone d'inferno del macchinismo, oggi è un altro parimenti eloquente anatema al suo presentito morire: "L'uomo moderno ha costruito un mondo in cui le meraviglie si confondono con le miserie, ricolmo di incoerenze... come una via senza sbocco, una casa che non ha tetto...". Se il giudizio è tremendo, la profezia è apocalittica. "In alcune Nazioni infatti [qui i sovietici han letto l'allusione diretta alla corsa inesausta americana verso il boom economico, ai vertici statistici ignoti ad ogni passato, e poi allo spalancarsi dell'abisso, dove essi - non il papa - non guarderanno senza tremare] nonostante l'enorme sviluppo del progresso esteriore e benché a tutte le classi del popolo sia assicurato il materiale mantenimento, serpeggia e si estende un senso di indefinibile malessere, una attesa ansiosa di qualcosa che debba accadere".

Dopo avere ancora detto di "ineluttabile epilogo" e di "via verso la rovina" il Pontefice riassume la condanna del metodo "puramente quantitativo" che "confida tutto il destino dell'uomo all'immenso potere industriale della nostra epoca".

Qui una botta diretta, non accusata da quelli di Mosca: "Questa superstizione non è neppure atta ad erigere un baluardo contro il comunismo perché essa è condivisa dalla parte comunista oltre che da non pochi della parte non comunista. In questa errata credenza le due parti si incontrano, stabilendo in tal modo una tragica intesa, tale da poter ridurre gli apparenti realisti dell'Ovest al sogno di una vera possibile coesistenza".

CRISTO E MARX

Pacelli ha più volte spiegato con tutta esattezza il suo anticomunismo; e l'impostazione del rapporto gli va ricambiata dialetticamente in modo integrale. Qui si deve riconoscergli il rigore di questa tesi storica: la superstizione dell'esaltare oltre ogni limite gli indici della produzione è la vera stimmate del moderno mondo borghese e di essa è imbevuta la sociologia ufficiale dell'Ovest quanto quella dell'Est. Ma se questa tragica intesa rende falsa la coesistenza sognata, che pur sembrerebbe poggiarvi, la ragione storica è rovesciata rispetto a quella che appare al capo della Chiesa cattolica. La forma di produzione industriale definita dal lavoro in massa e dalla accumulazione del capitale è nell'Est tanto giovane, quanto lo era in Britannia sotto gli occhi di Carlyle; ivi e nell'ulteriore Oriente nessuno fermerà questa marcia trionfale, sia pure al marxistico fragore delle ruote dello Jaggernauth capitalista, che stritolano carne umana nelle fabbriche immani e tra le selve dei loro ruotismi. Ed è nell'Ovest che si denunzia da gran tempo insostenibile il denunziato contrasto tra il crescere senza limite della ricchezza e il vivere dissennato dell'uomo, che travalica ubriaco sull'orlo del precipizio, ove attende desolazione e morte.

In quale dei due mondi non più coesistenti combatterà Roma cristiana? In quello, non v'ha dubbio, ove i sintomi oggi maledetti della decomposizione sono più maturi per il dies irae! Non si risale la corrente della storia.

Ma andrebbe qui chiesto al Pacelli, uomo di alta cultura, se egli crede che quella superstizione macchinistica, tecnicistica, economicistica, sia contenuta nella dottrina comunista, se davvero questa non sia che un pollone prepotente del tronco capitalista, una nuova edizione soltanto dell'ignobile "metodo quantitativo". Se il capo spirituale dell'immenso moto cristiano universale ha saputo guardare oltre i cancelli del dogma teologico nel campo avverso della scienza, intervenendovi a discriminare ed anche a mietere con indirizzo possente, egli non può cadere in abbaglio sul contenuto di quanto è scritto nei testamenti, nemici del suo, in materia di teoria dell'uomo sociale.

Ad un certo punto della storia la costruzione marxista sbarra con dighe potenti il torrente turbinoso della sovrapproduzione, vede costretto in limiti attuabili da una società superiore non solo l'Arbeitsqual di Marx, lo sforzo del lavoro (che la stessa sua crescente produttività suscitata da nuove tecniche senza dubbio comprime quando dalla fase russa volge a quella americana del capitalismo), ma anche (ed in questo la sua rivoluzionaria originalità sfolgorerà nella storia di domani) lo sforzo bestiale del consumo dannato ad assorbire follie produttivistiche della macchina industriale, per vie di distruzione, lesione, intossicazione dei ventri e dei cervelli e - voi direte con noi - dei corpi e degli spiriti!

Se dunque imprechiamo ad una stessa superstizione, caratteristica (il Papa con fiero sarcasmo dice) di questo "razionalista" uomo moderno, vediamo in modi totalmente contrapposti la via per la quale l'uomo ne uscirà.

E non chiediamo noi la parola, trovando la tesi tracciata da mano maestra. "Noi respingiamo il comunismo come sistema sociale in virtù della dottrina del cristianesimo, e dobbiamo affermare particolarmente i fondamenti del diritto naturale. Per la medesima ragione rigettiamo altresì l'opinione che il cristianesimo debba vedere il comunismo come fenomeno di una tappa del corso della storia, un quasi necessario momento evolutivo di esso, e quindi accettarlo quasi come decreto della Provvidenza divina".

Qui la condanna teoretica di ogni tentativo imbelle di accogliere taluni teoremi economici del marxismo, sul crollo del capitalismo e sulla fine della proprietà privata, trasportandoli in una teoria della storia propria del cristianesimo e in cui recita una parte la Provvidenza extramateriale, deve giudicarsi impeccabile. L'antitesi tra i due sistemi è categorica.

Abbiamo già incontrata una delle categorie che il marxismo distrugge: il diritto naturale, l'ordine naturale. Altro eloquente passo ci offre l'elenco delle altre.

Il Papa concede che nelle linee limiti di quell'ordine naturale possano succedersi nuove e diverse forme storiche che l'uomo adatta alle situazioni successive, ma segna con mano sicurissima quelle linee essenziali: la famiglia e la proprietà come base di provvedimento personale; poi come fattore complementare di sicurezza gli enti locali e le unioni professionali, e finalmente lo Stato.

Questo schema tracciato con rigore quasi matematico di espressione è in sommo grado suggestivo e altamente orientativo.

Esso ricorda dialetticamente alcuni altri grandi schemi dei nostri classici teoretici.

Federico Engels scrive statutariamente dell'Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato. Quando Marx, nella prefazione alla Critica dell'Economia politica, disegna il tracciato di base della sua opera monumentale, incompiuta dalla sua mano di uomo, non dalla storia, si esprime così: "L'ordine secondo il quale io considero il sistema dell'economia borghese è il seguente: capitale, proprietà della terra, lavoro salariato, Stato, commercio internazionale, mercato mondiale".

La costruzione di Pacelli si è fermata sulla soglia dei sistemi soprastatali. Ma ne ha detto abbastanza nel capitolo, di superiore respiro, sulla pace internazionale e sulla soggezione dei popoli.

CATEGORIE ED ELENCO

Le categorie sono dunque al loro posto. Rispondono ad un ordine inviolabile nel pensiero del Papa, quelle che sono nella costruzione marxista dimostrate invece transeunti forme della vita della specie: ebbero un'origine, avranno non lontana fine. Antiche forme di società umane ebbero come base di convivenza l'orda e la comunanza di terre e beni: poi vennero la famiglia e la proprietà, istituti di cui noi disegniamo la scomparsa, pervenendo una società ulteriore a materialmente provvedersi senza di esse.

Così diamo un'origine (e non li consideriamo immanenti) ai "fattori di sicurezza" come ultimo dei quali è segnato lo Stato. Anche questo nella nostra dottrina non nacque con la specie, ma sorse storicamente molto oltre, e insieme alla divisione in classi sociali. Anche per esso si dà origine e fine, non eterna presenza per imperio di naturale diritto.

Non può non rilevarsi come la teoria politico-sociale dei teologi classici si presenta evoluta di molto. Lo Stato non è più primo, ma ultimo dei fattori organizzativi sociali. Non più il legame gerarchico tra un'investitura di potere da diritto divino nello Stato centrale, unico, autocratico (lasciata cadere come evidente deformazione contingente di una fase storica); un ritorno piuttosto ai gruppi locali delle origini cristiane, assimilati alle odierne amministrazioni periferiche, e una inserzione nella macchina sociale delle moderne organizzazioni sindacali, non incoerente alla tradizione corporativa della Chiesa (i pescatori-apostoli, ecc.). Non contestando che si possano trarre da sistemi di diritto naturale le forme di poteri locali e di organismi di categoria professionale, contrapponiamo che anche qui, nella opposta nostra costruzione, sono forme transitorie, e non hanno l'altezza di linee essenziali. Il sindacato professionale, come il "lavoro salariato", è per noi forma che deve sparire; i poteri locali sparpagliati (come ad esempio nella rete feudale) al pari dei grandi Stati classici e moderni, sono presso noi forme derivate dalla divisione in classi, e dovranno sparire, alla fine.

L'antitesi tra le due posizioni teoriche, posta correttamente da ambo i lati, è dunque incolmabile. È logico che il cristianesimo condanni il comunismo in nome della sua dottrina, presunta applicabile a tutto il corso storico. È logico che il comunismo, come milizia di parte, vieti la presenza di aderenti alla religione cristiana, alla Chiesa. Come teoria il comunismo, che sa di non essere sorto prima della vita storica, ma da essa, e ad un certo punto di sviluppo, non usa la frase di condanna al cristianesimo: lo spiega come moto del suo tempo storico; lo dichiara effetto rivoluzionario di una lotta di classe, alle origini; lo considera in oggi strumento conservatore legato agli interessi di classi sociali dominanti; intanto combatte contro di lui.

Tutto questo non regge, se per poco si è corrivi a identificare il comunismo col basso cianciare dei portavoce del Soprastato di Mosca. In questo la genuflessione di principio a tutte le linee essenziali della costruzione cristiana e quotidiana: famiglia monogama; proprietà personale; basso localismo; crasso operaismo; ed al culmine il più pesante, pauroso statalismo, al quale il verbo papale si è quasi con riluttanza collegato.

Che il capo della Chiesa sospenda offerte di coesistenza con chi colpisce la religione sua e la sopraffà con la politica (come con essa sopraffatto ha il marxismo), perseguitando i seguaci (e ogni tanto nella forma borghesissima e vuota di giacobina bestemmia, per la irresistibile necessità sociale di scimmiottare le soprastrutture classiche di taglio massonico, in quanto si lavora ad una giovane base capitalistica) è fatale.

Ma quando egli assurge a colpire, col termine geniale di "superstizione quantitativa", ciò che nelle polemiche del primo Ottocento tra feudalisti e marxisti era il comune nemico Mammonismo, la condanna è inesorabile, ma priva, necessariamente, di forza storica. Passare per la frenesia quantitativa è tappa che la serie storica dei modi di produzione non può saltare. Una sola via per abbreviarla alla Russia e all'Oriente esiste: è che Mammonismo e quantitativismo possano rovinare nell'Occidente, dove hanno sviluppato fino ad un limite impensabile le forme deteriori e degeneranti, che un alto sguardo vede e un'alta voce proclama dalla cattedra vaticana. È che la pazzia del boom americano sia inghiottito nella bocca paurosa della catastrofe di Marx.

TRE SPERDUTE SCHIERE

Il nostro alto interesse si volge ad una constatazione e descrizione del dissolversi della società borghese, teorizzato dalla nostra scuola in tutto il suo inarrestabile corso da ben oltre un secolo, che viene da una voce così attesa ed ascoltata nel mondo. Essa ci vale a buon diritto come conferma sperimentale della nostra ricerca e costruzione scientifica - dopo aver chiaramente stabilito, sulla base dello stesso testo presente, come le due dottrine siano in cristallina contrapposizione.

Il sociale giro di orizzonte merita ancora alcuni rilievi eloquenti, posto agli atti che la via d'uscita dal marasma umano è radicalmente diversa: per il Papa è il ritorno all'armonia tra l'uomo e le cose basata sull'armonia tra gli uomini e Iddio, incarnato nel Cristo nascente - per il comunismo è lo scioglimento rivoluzionario di un conflitto di classe in cui la forma economica capitalista, chiuso il necessario ed utile suo ciclo ormai da tempo, soccomba in una lotta violenta di uomini contro uomini, espressioni di due diversi sistemi di stabilire l'armonia tra l'uomo e le altre cose.

La rampogna del capo della Chiesa va anzitutto ai suoi stessi seguaci. Egli nota che ovunque il Natale (e soprattutto il Christmas!) ha un'eco rimbombante e popolare, una buona stampa, una risonanza strepitosa; questo tuttavia non basta alla centrale romana, come basterebbe ad una atlantica o moscovita!

"Gli uomini, esaltandosi per i ritrovati della scienza e della tecnica, anziché elevare il pensiero a Dio hanno davanti al mistero della nascita di Gesù tutt'al più sentimenti vivi, ma terreni". Chiunque altro scrivesse o dicesse una cosa tanto tremenda, cadrebbe sotto il fulmine dell'Indice. La massa cristiana è accusata di bassezza pagana, di prendere occasione dal mettere il nudo bambino nella rozza capanna, solo per sborniarsi di whisky ed erotizzarsi nel vortice delle sambe. Una prima ala fideista della società moderna è dichiarata affetta da sensuale edonismo, da adorazione del vitello d'oro.

Una seconda schiera riceve non meno sanguinosa sferzata. "Altri ancora ricercano una vita interiore inconsistente perché chiusa in sé e quindi ridotta ad una solitudine sdegnosa e quasi disperata". Queste parole a nostro avviso (molti nelle chiose di questo testo non ordinario hanno esitato) mirano a due obiettivi: l'idealismo in genere che poggia tutta la scienza non sul Dio ma sull'Io, e la sua versione preagonica odierna, l'esistenzialismo, che dopo avere negletta nel Dio l'essenza e l'esistenza, getta fuori dall'uomo anche ogni ricerca di essenza e lo riduce all'accidentale vivere della cosa senziente e pensante, il che è davvero vita disperata e morbosa senza orizzonte, in cui è uccisa ogni fecondità come ogni relazione umana. In un secondo senso si colpiscono non più questi atei, ma anche una schiera di esistentisti non atei, presente nella stessa Chiesa, che crede salvare il misticismo straniandosi dagli scontri del mondo sociale e fondando un esistenzialismo della seconda vita. Il sommo Pontefice, nella persona di un uomo di sapienza e di coraggio, bolla questa posizione, che mina la sua grandiosa scuola storica, di eterodossia e di abiura, incita a che si opini e si operi in tutti i rapporti terreni dell'epoca, pratica altamente questo come dovere cristiano. Ammirevole, ma, sempre, in ritardo ormai sul corso storico.

Né può farsi grazia ad una terza posizione, diffusissima in questo mondo smarrito, che è impotente a tutte le fedi. "Altri infine, indifferenti e insensibili a tutto, non apprezzano né la grandezza di ciò [la sdegnosa solitudine] né la dignità dell'uomo, ma vivono una vita senza senso".

Anche questa è una formula che deve restare, la vita senza senso. Anche i milioni di operai che seguono come gregge le manifestazioni teatrali e regificate delle organizzazioni opportuniste, ma hanno scordato il fremere della guerreggiata, e sorgente di forza propria, lotta di classe, la potenza della contrapposizione radicale a tutte le forme borghesi del programma rivoluzionario nei suoi taglienti profili, e ribalbettano slogans castrati che puzzano di tutte le ideologie di classi nemiche, vivono, rosicchiando qualche offa che si lascia loro perché si imbevano davanti agli schermi di rimasticate maniere borghesi, vivono, i disgraziati, una vita senza senso.

Se questo stato d'animo ha nell'attuale tornante pervasa perfino la classe che sola può essere l'artefice di un mondo diverso e nuovo, esso schiaccia in maniera allucinante tutti i poveri cristi delle classi medie. Nessuno sa più per nulla combattere, per nulla disturbarsi, ognuno è dedito alla contesa del piccolo profitto, della seminnocente scroccheria; come al decadere delle società signorili diveniva norma lo spettacolo dei rincorrenti le monete lanciate dai cocchi o dei banchettanti coi rifiuti delle mense sulle soglie delle cucine.

MERAVIGLIE E MISERIE

Cresce la produzione, aumenta il reddito nazionale, aumenta il reddito pro capite compensando il pauroso aumento delle popolazioni, si complicano i bisogni e la soddisfazione di essi, sale il tenore di vita - tutto questo il miracolo prodotto dal progresso della scienza e delle applicazioni tecniche che sempre più, in questa società beatissima, determinano, da cresciuti a dismisura impianti meccanici, masse di beni prodotti e consumabili in misura maggiore del numero di quelli che vi lavorano e del tempo che vi lavorano.

Si parla solo timidamente, in questa economia da stupefacenti, di ridurre il tempo di lavoro personale. Si preferisce, e lo si deve fatalmente, avere larghi margini, oltre lo stretto bisogno di tenere in vita la forza lavoro, che si tratta di far consumare, e dunque di vendere. Guai se si arteriosclerotizza il tempio dei templi, il mercato.

Questo margine non se lo possono mangiare le cento famiglie, e solo ogni trentina d'anni lo pasteggia la guerra generale. Una buona parte va nella guerra fredda e nel fabbricare armamenti che ogni due anni si buttano via perché, camminando sempre, sua santità la scienza li ha resi superati (novanta per cento dei superamenti a cui crede il fessame sono sporca pubblicitaria menzogna). Una sempre più gran parte di questo margine di ricchezza si versa nelle casse pubbliche, e piove con metodi ruffiani sulla bassa popolazione, che vi disseta una permanente illusione di ingordigia.

Tutto il ruotismo non gira se non si moltiplicano le occasioni di spartizione, di acchiappamento e di conquista di lacrimevoli brandelli di consumi; dall'Inghilterra del primo sistema borghese il betting ha guadagnato il mondo. Lavoro per guadagno, e perfino speculazione del possidente per guadagno, sono forme meno vergognose del gioco, dello scommettimento, del concorso, della competizione che ha in palio alcuni sporchi dollari, e di cui tutti si eccitano, e meno di tutti i vincitori.

La caccia ai brandelli di margini economici impegna tutta la moderna società di tipo americano, che ormai è il tipo mondiale, agognato dagli stessi russi bolscevizzati col compressore. Ogni soggetto ha il suo job, il suo impiego a stipendio fisso, che è un altro grande concorso nazionale a chi non fa un canchero e fa fesso lo Stato. Ma tutta l'emotività va passando in un'altra caccia al denaro, non più professionistica ma dilettantistica. Caccia al denaro ed anzi a qualche cosa di molto più stupido del denaro: l'emozione di sfrosarlo, lasciando a bocca asciutta altrui.

Questo pasto commotivo della società senza senso va dalla agguerrita associazione di banditismo le cui forme sempre più eclissano il leale brigantaggio antico, allo stupido quiz con cui l'uomo medio moderno misura per soldi la sua destrezza e furberia, e perfino, dio degli dei, la sua cultura.

L'America è infestata da questa malattia collettiva, e più che mai in questo paese di popolo da cartone animato nessuno più cerca un senso della vita, ma solo si sommerge sensualmente nel dozzinalismo, nella banalità, nella mimetizzazione di atti, di gesti e di comportamenti messi alla moda da una fumistica diffusione pubblica di materiali - scritti, parlati, proiettati, stampati, ecc. - spregevoli e artefatti cento volte rispetto a quelli di epoche antiche e degli stessi buoni tempi del mondo borghese.

In questa Americhetta, in sottordine e pacchiana, che è l'Italia liberata tre o quattro volte e fessificata in composta ragione, tutta l'attenzione è tesa non - putacaso - al discorso del Papa, ma a qualche cosa che fa fare economia di circolazione cerebrale e sollazza all'odore dei soldi guadagnati di gioco: il "lascia o raddoppia" e il caso del professore di matematica dilettante di musica. L'alternativa che raggiunge tutti non è di peso storico e non riguarda la pace e la guerra, il cristianesimo o il comunismo, e nemmeno, guarda un po', le prossime elezioni, ma il sapere se sarà rimesso al "paro-sparo" di lasciare o raddoppiare quelle lire, e come quel Degoli se la caverà: emozione, palpito nazionale! È scesa, oseremmo dire, più sotto della scempiaggine dell'alternativa a sinistra di Nenni, di cui in fondo non occorre essere "indifferenti e insensibili a tutto" come per la terza schiera degli "sciaurati che mai non fur vivi" di Pacelli, per fregarsene altamente, anzi alternativamente.

MAMMOME MORRÀ

Ci siamo così permessi di ridurre in parlata spicciola la classica austera dipintura di ambiente dovuta a Pio XII.

Ma come, se il Bambino non ridiscenderà a ciò sulla terra, si risolverà il problema dell'aumentata, per valore tecnico e scientifico, produttività della macchina industriale, e della umana impossibilità di deglutire la massa prodotta, con via che non ripeta il colare dell'oro liquefatto nelle canne di Creso, e senza che l'umanità, per effetto del troppo sapere, non sia come Mida condannata, per aver convertito in oro tutto quanto tocca, a portare le leggendarie orecchie d'asino?

La classica soluzione comunista è tratta dalla dottrina del determinismo economico con assoluta fermezza: al limite in cui la massa di merci basta per vivere umanamente, e non più da lupi contro lupi, l'aumentata potenza dei mezzi artificiali di produrre, di lavorare al posto delle mani e degli stessi cervelli umani, si tradurrà in ridottissimo tempo di lavoro chiesto ad ognuno: da cento anni quasi i socialisti hanno già calcolato un paio d'ore.

Condurrà questo alla vita senza senso, a riempire le ore libere di esercizi cretini e corruttori, di quiz e di trabocchetti da uomo a uomo, che esaspererebbero l'individualismo, nemico supremo di noi comunisti marxisti? Quell'individualismo che, scalzato pericolosamente dalle concezioni mistiche che lo spostavano nell'oltretomba, è stato riportato più che mai velenoso sulla terra dall'epoca della macchina, della fabbrica e del capitale?

No. Vincerà il comunismo sull'individualismo; alla condizione che venga ucciso Mammone.

Cosa vuol dire il "metodo quantitativo" scomunicato da papa Pacelli? Quale quantità bassa e dannata misura oggi tutti i moti e le tendenze di questa società disfatta? Una sola: la misura mercantile, il denaro.

Non vi è fine di capitalismo se non è fine di mercantilismo. Mal si levò, contro questo teorema unico più che essenziale del marxismo, Stalin, anche se è proponibile la tesi economico-storica che per la Russia e l'Asia il tuffo nel mercantilismo deve ancora farsi in profondo; e allora non può né deve parlarsi di società socialista, di paese del socialismo.

L'abusato termine di libertà, che associa mammonisti ed ascetici, altro non vuol dire che ore non richieste dalla produzione degli oggetti di consumo sociale. Ma l'individuo, se non rinsavirà che dopo una rude lunga fase di rivoluzionaria dittatura sradicatrice di patologiche eredità, non dovrà essere al caso di mercare le sue ore libere per accumulare ricchezza personale.

Mammone non cade quando cadono Creso, Rotschild, o Morgan. Cade quando il prodotto dell'umano lavoro e l'oggetto dell'umano consumo non è più merce.

Cade in un'economia a metodo non più quantitativo, quando non esiste più la sua misura universale, la moneta. Cade quando la staliniana sopravvivente legge del valore passa tra le cose morte.

Sarà forse allora la specie umana molto prossima, o Pontefice Romano, a quello che le religioni antiche, balbettio dell'umanità, ma balbettio geniale e vitale, chiamarono il mondo dello spirito.

Da "Il Programma Comunista" n. 1 del 1956.

Archivio storico 1952 - 1970