Dottrina dei modi di produzione

1 - La dottrina dei modi di produzione valida per tutte le razze umane

La grande serie marxista

Voler legare la realizzazione del programma socialista alla vicenda del filone storico di una sola delle grandi razze della specie umana, ossia a quella dei bianchi caucasici, o ariani, o indo-europei; concludendo che se quello stipite, si trova ormai al termine del ciclo, più non interessa quanto si svolga nel seno delle altre società razziali, è un tale tipo madornale di errore che è agevole mostrare in esso riuniti tutti i possibili e vecchissimi errori di tutti gli antimarxismi, più ancora che tutte le peggiori degenerazioni revisionistiche.

Una simile designazione di un "popolo eletto" nella storia, buona piattaforma di una nuova sorta di razzismo e nazionalismo, non si può introdurre su basi diverse da quelle su cui la poggiarono le costruzioni mitico-filosofico-scientifiche tradizionali e conformiste, chiuse tutte entro il confine della cultura borghese. Per il fideista è un Dio sopraterreno che investe un popolo, una nazione razziale , della missione di pilotare il mondo, se necessario con lo sterminio degli altri popoli. Per il pensiero borghese illuminista la guida è presa da quel popolo che per il primo ha scoperto in sé la "fonte immanente" della morale sociale e della civiltà, erigendola in "cultura nazionale" ha preso la facoltà di ordinare armonicamente se stesso su leggi "naturali" e quella di irradiare su popoli ritardatari queste "conquiste" illuminanti. Per la ramificazione totalitaria di tipo hitleriano di questa stessa dottrina borghese e moderno-critica, è una pseudo scienza che identifica questa razza eletta o super-razza, come aveva voluto identificare, per spossessare dèi e semidèi, il superuomo, e le dà con le macchine più perfette e le armi più distruttrici la virtù prima di ordinare il mondo. Se riferiamo Hitler agli ario-germanici, possiamo anche senza troppi sforzi riferire Stalin agli slavi, nell'attribuire ad altro stipite umano la superiorità sul pianeta... e fuori. Quando il primo sterminò gli ebrei a milioni, in fondo applicò ad essi in una versione borghese, più scientifica e più criminale, come tutte le forme della civiltà del capitale, secondo la legge del taglione, la loro pretesa mistica e plurimillenaria di essere gli eletti di Dio; che vollero loro usurpare a turno storico cristiani ed arabi (reso il debito omaggio alle potenzialità internazionaliste della chiesa cattolica su tutte).

In questa vana graduatoria di popoli che non supera di molto la graduatoria dei Capi, dei Condottieri e degli Eroi, ricadono in forme diverse gli stalinisti rinnegatori del marxismo, e gli attuali gruppetti negatori della dinamica del potenziale storico immenso che hanno in atto e in riserva le popolazioni di colore, che sarebbero dimenticate da Dio o lasciate da parte dal carro pubblicitario della cultura e del sapere..., del che è da ridere, prima ancora che per le ragioni scolpite in passi classici del marxismo sulla rottura capitalistica di ogni barriera alla diffusione e alla comunicazione mondiale, per il dato notissimo che in fatto di Dèi e di teologie, di cultura e di scrittura, e perfino di scienza tecnologica, moltissimi di quei popoli precedettero di millenni non pure i parvenus slavi, o i mezzi parvenus germano-sassoni, ma gli stessi classici greco-romani e le civiltà del vicino Oriente, che nel correr dei secoli i primi posti se li sono ormai giocati.

Il senso del marxismo è di distruggere questa personalità dei singoli popoli e delle singole razze e l'attribuzione ad essi e ad esse di qualità innate particolari che forgiano loro un destino, in modo analogo al distruggere la personalità e la predestinazione dell'individuo umano isolato come fattore di storia. Non capire quel primo punto ha gli stessi effetti che smarrire la visione del secondo; effetti che significano ricadere in vedute piccolo-borghesi, anarcoidi, e di banale individualismo; effetti che giocano, ogni giorno che vediamo dissolversi, in ex marxisti o sedicenti marxisti, la potenza della critica alla democrazia liberale nelle miserie del demo-laburismo e della opposizione della classe bruta al partito, forme deficienti che non si pongono un centimetro più sopra della fantoccia "democrazia popolare" del comunismo rinnegato di Mosca, o di Pechino.

La dottrina che per effetto di condizioni materiali e di gioco di forze produttive precede la storia, e che tale chiave sola può anche spiegarci, anzi sola lo deve, l'alternarsi di Stati, di popoli e di razze al controllo del mondo o di sue parti vastissime, non esclude nessun alternarsi ulteriore di popoli in questo turno grandioso e determina per ben altre vie le forme di chiusura del ciclo. Tale nostra dottrina, nata col tempo moderno, ci ha già porte varie soluzioni circa la strada geografica centrale all'avvento del socialismo internazionale, come risulta da testi di base e da essenziali deduzioni dai principii generali; e non ha nemmeno finora escluso che lotte ubicate in territori e tra genti inattese vengano ad influire sull'evoluzione sociale generale delle forme umane.

Essa è indubbiamente molto più ricca della dottrina della egemonia di Stati e di nazioni più forti nella guerra e nella conquista, o primeggianti nel sapere, dottrina che è antideterminista e scettica sulla fine di una o di tutte le "civiltà" di cui ad ogni passo disserta.

Struttura e sovrastruttura

La relazione tra sottostruttura economica e sovrastruttura politica non sarebbe mai stabilita senza la profonda osservazione e rilevamento dei fatti di cui la sovrastruttura è teatro, come non esisterebbe la legge della gravitazione universale, confermata dai progettati ed attuati variopinti satelliti, senza l'osservazione dei moti apparenti degli astri e le regole e concomitanze che Keplero trasse da esse.

Dire che alla storia degli Stati e dei popoli noi sostituiamo quella delle classi non si riduce al banale espediente di eliminare gli Stati con un calcio nel sedere, chiudere gli occhi al loro avvicendarsi, e dare la parola come un presidentello di assemblee chiacchierone a nuovi protagonisti, il cui nome rimbombi ad ogni battuta, ma la cui parte sia priva di dinamismo vitale, alle classi; anzi in fondo a quella che ingenuamente si tratta come la classe unica, l'eletta, la predestinata.

Con ben altre costruzioni uscì Marx dalle meschinità dell'Utopismo, generosa ma vuota edizione proletaria della metafisica nella storia. Semplifichiamo.

Gli eserciti che lo storico convenzionale vede sul proscenio coi loro Stati Maggiori e grandi capitani non sono che un "prolungamento" degli Stati politici, e talvolta la forma stessa organizzata che questi assumono. Gli Stati sono la manifestazione e la espressione della divisione della società in classi; per il marxismo sono date classi che hanno organizzato il proprio dominio sulla società umana e su quei suoi gruppi che sono i popoli. Ma una classe non si organizza in uno Stato sua propria espressione, che organizzandosi prima, e con una serie di lotte sociali suscitate dai rapporti in cui vive e produce, in partito politico, in organo per la presa e la gestione del potere. Egli è per questa basilare enunciazione della nostra visione della storia che chi propone alla classe di prendere e gestire lo Stato senza l'intermediario della forma-partito imita chi proponesse all'artigiano e al proletario di prendere il blocco incandescente di ferro da forgia con le mani e non con le tenaglie; al combattente di tenere la spada per la punta o il fucile per la bocca.

Questa gente che piange sui pericoli dello Stato e del partito ricorda il famoso comico motto, scusa degli imbelli e dei pavidi: el defeto xe nel manego!.

La storia dunque si legge con forza marxista quando si sa risalire gli anelli di questa catena di cause e di effetti, di masse umane in moto e di forze motrici in cui è prima la violenza, levatrice della storia: eserciti e polizie organizzati di Stato, partito politico dirigente l'organizzazione dello Stato che sovrasta la società, classe che è partita nella storia organizzandosi in quel partito politico, nelle sue forme e nei suoi organi, posizione della classe rispetto ai rapporti di produzione, conflitto di interessi tra essa e un'altra, e in genere varie altre classi, unite dall'essere soggette o dal dominare insieme. Il solito abusato antagonismo dualistico non è nemmeno un punto di arrivo obbligato di tutto il lungo cammino, che testé risalivamo a ritroso.

In questo lungo percorso, di classi che si sostituiscono le une alle altre nella direzione della politica e dell'economia sociale, di partiti e Stati che ne esprimono il potenziale, di urti alternamente sciolti tra classi dominatrici e dominate, di scontri fra Stati di diversa sede geografica ed origine razziale - in cui si scatenano le più grandi masse di energie e che nella generalità sono fra Stati condotti, nella propria società indigena, anche da classi socialmente affini - si accavallano in una immensa ricchezza di situazioni e di vicende società limitate (ossia nazionali, che vorremmo dire società finite), che la dottrina del materialismo marxista, per la prima, ha classificato in una serie storica e causale di tipi, di modelli. Non sarebbe a parlare di un sistema, di una concezione marxista del divenire storico, se di questi modelli non fossimo giunti a possedere criticamente una serie continua, la grande serie delle forme sociali, dei modi di produzione, che getta come un immenso ponte al arcate multiple tra lo stesso inizio - la prima forma di vita associata di gruppi dell'animale uomo appena uscito dallo stato bestiale - e lo stesso termine di cui abbiamo scientificamente dedotto l'avvento futuro: la società comunista.

La grande "serie" dei "modi" di produzione

Nulla toglie il marxismo alla immensa vastità delle combinazioni ed anche delle inversioni con cui la serie nelle varie sedi storiche si svolge e si intreccia; e mentre gli avversari deridono la nostra sicurezza di aver trovato un senso unico alla via della storia, le innumeri scuole revisioniste che, accampate tra quelli e noi, ammorbando l'aria limpida generata dagli aperti contrasti, usano a vanvera il nostro metro e leggono alla rovescia la nostra bussola prestandoci falsificati schemi rigidi ed angusti, atti solo a volgere al ridicolo le grandi conquista della dialettica storica. Sono tra questi ultimi gli attuali denegatori della ricca fecondità storica degli urti di Stati e di classi tra i miliardi di uomini dei popoli di colore in cui negli anni che viviamo ferve un'attività tanto vulcanica quanto più deludente è la passività delle società bianche impantanate nel più ignobile momento della loro storia e della loro degenerazione sociale, e maestre solo di viltà controrivoluzionaria e cinismo esistenziale.

Che il marxismo sia ricco di una gamma di brillanti ipotesi nello sviluppo delle società moderne, tratta dalla visione unitaria della "grande serie" dei modelli di produzione e che considera la rivoluzione come una forza che si apre la via anche dal fondo di strade che sembravano cieche, non si deduce solo invocando e citando in appoggio passi e pagine più che classiche, usate a Firenze nel 1953 e nel 1958, anzi sempre e dovunque, sulla base delle opere più note e divulgate in tutte le letterature, ma trova una base e conferma in un testo che fu per altri campi anche utilizzato suggestivamente alla riunione di Piombino: la stesura di bozze della grande opera del Capitale, i Grundrisse, il magistrale canovaccio di Carlo Marx, quello che scrisse per sé, (e per noi) senza ancora nessuna preoccupazione di dargli una forma con cui presentarlo ai porci della cultura borghese. Questa serie di quaderni incisi dal pugno di uno sgrossatore dai muscoli di tagliatore di roccia, è stata recentemente pubblicata; e il capitolo cui faremo riferimento anche in italiano, quasi tutto, col titolo: Forme che precedono la produzione capitalistica, edizione Rinascita. Ma della traduzione è bene si dubiti, non fosse altro che per la difficoltà di cogliere il senso del testo in passi per nulla facili e dovuti ad una stesura rude e senza lavoro alcuno di limatura, rinviato ad altro stadio del lavoro.

Colla scorta di questo testo meraviglioso si può inserire nella letterature marxista quel capitolo che altrimenti andava ricostruito da varie e diverse fonti (il Manifesto, il Capitale, l'Antidühring) ossia lo svolgimento della famosa pagina della prefazione alla Critica dell'economia politica apparsa nel 1859 (come primo ricamo agli occhi del pubblico sul canovaccio rozzo di scrivania). È la pagina in cui il 'mago' svela il suo 'segreto' sul modo con cui gli uomini vivono la loro storia e sul dramma del contrasto tra le forze produttive e i vecchi rapporti di produzione, giunti all'ora dell'esecuzione rivoluzionaria. Oggi questo scorcio si trova in versione autentica sviluppato in una dimostrazione organica, condotta in modo possente ma tuttavia da ricostruire con profondo accorgimento perché in un simile lavoro l'ordine delle proposizioni e posizioni non è cronologico, e la trama continua della "grande serie" vi è contenuta in modo impressionante ma non certo esplicito, grezzo come un getto uscito dalla prima fusione e ruvido di tutte le scorie.

Il grande interesse, come ai fini dei concetti trattati a Piombino sulla produzione per mezzo di macchine, sull'automazione, descritta con un secolo di anticipo in maniera suggestiva, è soprattutto quello che dimostra il teorema della invarianza: questa costruzione nella sua ossatura non è stata da Marx mai mutata.

Ed è non meno importante il fatto che passi e pagine possenti di questo testo, che ci viene restituito vergine dal secolare lavoro di sordide smussature condotto da indegni pretesi seguaci del Maestro, ribadiscono la smentita polemica che mille volte i marxisti integrali hanno vibrata ai falsificatori, e noi al loro sommo campione Giuseppe Stalin. Il marxismo scolpisce i connotati e i rilievi della società comunista, li desume da quelli della società immonda borghese e ve li contrappone in contrasto spietato, e tratta scientificamente la derivazione della forma capitalista da quelle antiche, in quanto nell'antitesi esalta ed ammira quelle contro la borghese, tra tutte infame, bassura infima della curva secondo la quale l'umanità si muove. Non può accampare pretesa a chiamarsi dialettico e marxista chi non sa leggere, ogni qualvolta si discute del passaggio da precapitalismo a capitalismo, i taglienti enunciati del passaggio da capitalismo a comunismo, che sono tutti capiti e addotti a rovescio non solo dagli opportunisti delle varie storiche ondate (per i quali il comunismo trae la maggioranza dei suoi connotati da "immarcescibili conquiste" del tempo capitalista) ma anche dai gruppetti delle sinistre eterodosse che nelle loro storture svelano ad ogni tratto la loro soggezione reverenziale per i "valori" capitalistici di libertà, civiltà, tecnica, scienza, potenza produttiva - termini tutti che noi, con Marx originario e uscito dal getto incandescente della fornace rivoluzionaria, non vogliamo ereditare, ma spazzare via con odio e disprezzo inesausti.

Il meraviglioso disegno

Per la descrizione del comunismo e del suo avvento non occorre a noi altro materiale di quello predisposto da Marx nel 1858, un secolo addietro, ossia la serie dei modi produttivi che parte dal primitivo comunismo tribale ed è già pervenuta a darci saggi storici maturamente sviluppati del modo moderno: mercato - capitale - salario. Non abbiamo razzi e missili truffaldini da aggiungere a quelle "armi convenzionali" della lotta di classe, in dottrina già ben affilate in quel 1858. Da allora non diciamo che la storia si è fermata, ma che ha continuato a discendere nel pattume della fogna borghese, e da allora come partito, e si adonti chi vuole, sappiamo tutto.

Questo nostro centrale teorema contiene lo sbugiardamento di tutte le menzogne revisioniste che circolano. È facile enunciarlo, sempre a fine non di esaurire lo sterminato tema, ma di chiarificarne e rinvigorirne la duramente raggiunta presentazione.

Lo diremo, a rabbia dei chiacchieroni "a soggetto", in modo schematico. Se le forme o modi sociali col capitalismo sono state n, in tutto esse sono n + 1. La nostra rivoluzione non è una delle tante, ma è quella di domani; la nostra forma è la prossima forma. Il comunismo diverrebbe in teoria la forma n + 2, se comparisse una forma di più che sia già post-capitalismo e non sia ancora comunismo; comunismo con tutti quei precisi caratteri che abbiamo sviscerati partendo dai caratteri differenziali tra il capitalismo che intorno ci appesta e le forme a cui esso è seguito. Se così fosse, non sarebbe giunto un secolo e più fa il momento storico per fondare il sistema invariante della rivoluzione, come dottrina, come partito, come combattimento.

Negare la forma n + 1 non comunista, significa esprimere in forma sia pure simbolica la nostra posizione, elaborata in complesse analisi storiche ed economiche, che liquida due aberrazioni revisioniste: quella staliniana (e peggio post-staliniana) per cui non sia un prolungamento del capitalismo (e quindi da registrare sotto il numero n della serie ) ogni salariato mercantile in azienda di Stato; e quella "trotzkista" o meglio di tanti che a vanvera ora invocano ora compromettono Trotzky, per cui la forma n + 2 sarà il socialismo-comunismo; mentre quella n + 1 è la dominazione della burocrazia-classe.

Il principio dell'unicità di serie storica dei modi pre-comunisti vale anche a buttare da parte ogni dottrina della costruzione del socialismo in un paese solo partendo dalla forma n - 1 ossia dal precapitalismo feudale, prima che un esempio pieno del trapasso da n a n + 1 (che non può darsi che in campo internazionale) si sia presentato. Con tale falsa dottrina cade quella delle vie nazionali al socialismo, per cui da paese a paese l'itinerario sia di un numero diverso di termini, varie unità in meno o in più di n.

La stessa follia si ravvisa nel negare carattere di trapasso rivoluzionario alla rivoluzione nazional-liberale dei popoli di colore, per condannarli da un tribunale di fantasia alla immobilità e passività fino a che non possano spiccare lo stalinistico salto da n - 1 ad n + 1 improvvisando dal nulla la lotta di classe tra imprenditori capitalisti e proletari, ovvero facendosi iniettare dall'esterno una volontarista attuazione di socialismo, a cui non si può credere senza passare nel gregge di Stalin.

È indiscutibile che fin dall'apparire del modo storico di produzione borghese in vaste parti del mondo, essendo una delle caratteristiche della forma capitalista il passaggio dall'obbiettivo interno, mercato nazionale (che vuol dire indipendenza nazionale, Stato nazionale borghese), all'obbiettivo esterno del mercato mondiale, termine essenziale in Marx, il moto generale si accelera grandemente e gli scarti di tempo nei passaggi tra forme sociali in diverse zone geografiche divengono minori. La rivoluzione borghese del 8948 in Europa, che ebbe alleata la classe operaia rimbalzò in pochi mesi dall'una all'altra delle grandi capitali, e questo è esempio classico del tracciato marxista. Da allora la borghesizzazione e industrializzazione del mondo procede a ritmo invincibile. Quindi quella che abbiamo sempre chiamata doppia rivoluzione, e che ora diremo rapido passaggio da n - 1 ad n, e poi da n ad n + 1, si presenta come un'eventualità storica fortemente probabile, come si era presentata per la Russia. Ma la sua condizione era internazionale, ossia la rivoluzione politica e la trasformazione sociale nei paesi di capitalismo già maturo, come passaggio da capitalismo a socialismo.

La dottrina della sinistra ha provato che la rivoluzione russa, mancate e tradite le rivoluzioni occidentali (da n a n + 1) si è dovuta ridurre ad una pura rivoluzione capitalista (da n - 1 ad n). Ma indubbiamente gli effetti del fallimento - più che tradimento di persone - stalinistico sono lì. Non essendo storicamente da attendersi rivoluzioni comuniste vere in Occidente e per ora nemmeno in Russia, in quanto non si vedono partiti organizzati per la presa del potere e sul giusto programma rivoluzionario, gli altri paesi ancora pre-capitalistici non ci possono dare rivoluzioni doppie, come si poteva sperare per la Russia, nel periodo fecondo per l'Europa del primo dopoguerra.

Il risultato internazionalista e rivoluzionario è oggi che questi paesi si smuovano dalle forme precapitalistiche antiche e facciano il primo passo verso la forma borghese, che è la rivoluzione nazionale. Sia in questi paesi che in quelli dell'Ovest il proletariato è assente come classe finché è aderente a partiti controrivoluzionari. Nella misura in cui è presente, deve: in dottrina, come Marx nel 1860, svolgere critica completa del programma nazionale e democratico; in organizzazione, non mescolare la sua organizzazione in partito di classe a quelle piccolo-borghesi; in politica storica, ossia in quanto l'azione non è borghesemente cultura ed elettoralismo, ma insurrezione in armi, sostenere il rovesciamento dei poteri feudali da parte anche dei "nazionalisti rivoluzionari" di Lenin al II Congresso. Logicamente questa norma vale per tali insurrezioni anche e soprattutto quando sono xenofobe, ossia dirette contro gli imperialisti bianchi, alleati o meno dei vecchi poteri locali, o anche di una nascente grande borghesia locale.

Che una rivalità tra imperialismi, tra i quali oggi va elencato certo quello sovietico, divenga ragione per non appoggiare nessuna delle rivolte dei popoli colorati contro gli imperialismi di occidente, è argomentare tanto scemo quanto quello in cui nel 1914-15 si respingeva il disfattismo "alla Lenin" con l'argomento che vibrando un colpo, ad esempio, allo Stato italiano, si correva pericolo di cadere dalla soggezione alla borghesia italiana in quella alla borghesia austriaca: opportunismo classico, spaccato!

Pagine classiche

Se il nostro schema un poco rude non si reggesse, tutte le più alte pagine del marxismo diverrebbero vuote di vita.

Nel Manifesto dei Comunisti, la critica più feroce di ogni sovrastruttura borghese si sposa mirabilmente al più grande inno che alla funzione rivoluzionaria della borghesia sia mai stato levato.

"La scoperta dell'America e la circumnavigazione dell'Africa offrirono nuovo terreno all'adolescente borghesia. I mercati delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, i traffici con le colonie, l'aumento dei mezzi di scambio, e soprattutto delle merci, diedero un impulso, sino allora sconosciuto, al commercio, alla navigazione, all'industria, favorendo in tal modo, nella cadente società feudale, il rapido sviluppo degli elementi rivoluzionari".

"La grande industria aperse il mercato mondiale già preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale diede al commercio, alla navigazione e alle comunicazioni continentali uno sviluppo smisuratamente grande. Questo sviluppo, alla sua volta, reagì sull'espandersi dell'industria, e nella stessa misura in cui si andavano estendendo industria, commercio, navigazione e ferrovie, la borghesia si sviluppò, aumentò i suoi capitali, e ricacciò nel retroscena le classi sopravvissute al medioevo".

"Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella corrente della civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante che abbatte tutte le muraglie cinesi, costringendo a capitolare il più indurito odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare tutte le forme di produzione della borghesia, se pur non vogliano perire, e le sforza ad accettare la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza".

La descrizione della funzione borghese è tremendamente dialettica; quando si dice che l'odio dei barbari capitola dinnanzi alla strapotenza del capitale, il comunista si pone in questa lotta, il cui scioglimento è storicamente utile al corso generale, non a fianco del civile bianco, ma del ribelle barbaro.

Come altrimenti si direbbe poco oltre, quando si passa a segnare il futuro ineluttabile della società e civiltà borghese, descrivendo le crisi della produzione e la loro catena che va verso una sempre più profonda crisi rivoluzionaria, queste parole, che chiaramente mostrano da sole quanto sia lontano da noi chi teme ed ammira la potenza della tecnica e della civiltà meccanica dell'industrialismo superproduttore? "La società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di esistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non servono più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese; al contrario sono divenute troppo imponenti per tali rapporti che le inceppano: le forze produttive sociali rompono tali ceppi, scompigliano tutta la civiltà borghese e minano l'esistenza della società borghese".

Solo chi sa seguire tale direttiva luminosamente data fino dal 1848 potrà intendere che Marx esalti il rovesciamento della muraglia cinese verso terra o verso il mare, ed abbia parole tremende di indignazione contro i metodi della guerra dell'oppio, i massacri dei cinque porti e di Pechino.

Oggi il nostro orrore della civiltà capitalista ha solo motivo di essere decuplicato, centuplicato. Il braccio levato contro le sue gesta, sia pure a brandire la zagaglia del Mau--mau, è di un fratello del proletariato comunista.

Le pagine centrali del Capitale

L'opera massima di Carlo Marx, seguendo a vent'anni di distanza il Manifesto del Partito Comunista, sulle medesime rigorose tracce, ed essendo tanto un trattato della scienza economica quanto una battaglia data al capitalismo mondiale, in cui la scelta delle posizioni del partito rivoluzionario è decisiva e completa, ha per capitoli fondamentali quelli sull'accumulazione iniziale, o primitiva, del capitale.

La tesi dell'avversario è quella che il modo di produzione per capitale e salariato sia "naturale" nell'economia umana, quanto il modo mercantile di scambio delle merci - e che la storia che ha condotto al tempo moderno borghese abbia per tema la liberazione dell'umanità da orride forze che violentavano l'economia in modi arretrati, incivili e contro natura.

La dimostrazione centrale che rovescia per sempre questa tesi, e alla quale in teoria non occorreranno più "arricchimenti" futuri tanto è data in modo splendente, sta nel mostrare che il modo capitalistico non ha accompagnato il nascere dell'umanità, ma per sorgere ha avuto bisogno di una violenza tanto innaturale quanto inumana.

Uno dei settori della dimostrazione di quell'epopea di brigantaggio e di sterminio borghese che fu l'accumulazione iniziale riguarda fin dal perfetto testo di partenza l'opera della classe dominante nella razza bianca, che già aveva predato e sterminato nei paesi di origine, nei continenti di oltremare e tra gli sventurati popoli di colore.

Stralciare dal marxismo queste pagine, per sostenere che la faccenda della rivoluzione anticapitalista è un fatto interno della razza bianca, nell'antagonismo tra padroni e proletari metropolitani, non è follia diversa da quella di giustificare una collaborazione di classe bianca a danno dei colorati.

Il capitolo che nell'edizione italiana è ventiquattresimo, ed è in sostanza il conclusivo, dal titolo: La cosiddetta accumulazione primitiva, si divide nei notissimi paragrafi: 1. Il segreto dell'accumulazione primitiva. 2. Espropriazione della produzione rurale. 3. Legislazione sanguinaria contro gli espropriati a partire dalla fine del secolo XV (Inghilterra). 4. Genesi degli affittaiuoli capitalisti. 5. Contraccolpo della rivoluzione agricola sull'industria. Creazione del mercato interno per il capitalista industriale. 6. Genesi del capitalista industriale. Il 7. è il famoso paragrafo finale di cui abbiamo tante volte rifatta l'esposizione, ricordando le falsificazioni degli antimarxisti e la magistrale esposizione confutatoria dell'Antidühring: La tendenza storica dell'accumulazione capitalistica. O noi siamo tanti illusi, e non è dato dare disegni per il futuro; o questo disegno è stato scritto una sola volta e per sempre, non migliorabile.

Che questo tracciato di tutto il capitolo sia dato storicamente per il modello inglese, non toglierà che noi lo invochiamo per tutti i paesi e per tutti i tempi. Né ci ha mai arrestati l'obiezione che, al solito, "dopo Marx" negli altri paesi invasi dall'accumulazione non sono tutti scomparsi come in Inghilterra i piccoli produttori contadini ed artigiani, mentre proprio la società modello inglese non contiene il partito proletario rivoluzionario, e non lo ha mai contenuto potente. La lezione del modello resta: l'impostazione di tutta la storia mondiale contemporanea conduce alle risposte, senza cancellare versetto alcuno.

Perché quello che si deve intendere, e che dopo una grande vittoria internazionale proletaria sarà limpido a intendere come acqua di fonte, è come Marx fa passare la via al socialismo per due grandi tappe: formazione del mercato interno con la fabbricazione dei proletari senza proprietà, pauperi (il che è altro che miseri, o più miseri quanto a consumo personale) grazie all'espropriazione dei produttori liberi, formazione del mercato mondiale grazie all'espropriazione e sterminio, cogli stessi metodi, delle popolazioni di oltremare. Ma quando descrive queste barbare fasi Marx, ossia il partito rivoluzionario, dialetticamente si pone al fianco del piccolo produttore espropriato, delle popolazioni coloniali di colore asservite ed oppresse.

Il rovesciamento del passato

Per l'ennesima volta invitiamo i compagni ad apprendere a leggere correttamente nello scritto di Marx il programma del partito comunista e la descrizione a contorni taglienti della società comunista, nelle invettive alle gesta dei capitalisti lungo la loro storia passata, e tanto più a sapercela leggere quanto più quelle stesse imprese borghesi sono apologizzate non solo come passi necessari sulla strada della rivoluzione proletaria, cui mai si propongono panacee sostitutorie, ma proprio come movimenti positivi che nelle tappe storiche specifiche e nei circuiti precisati la classe proletaria e il suo partito comunista devono sostenere armi alla mano.

Qui, come altre volte, dobbiamo farlo con poche citazioni, ma esse sono sempre scelte a catena, in ordine logico, e come pietre miliari che segnano un lungo tratto di strada storica. Indichiamo le pagine dell'edizione Aventi! 1915, vol. VII che riproduciamo con qualche correzione.

Il "segreto", parola che tanto ci piace a dispetto di sarcasmi imbecilli che da mezzo secolo ci gonfiano la testa, in quanto un segreto si svela d'un colpo solo, e dopo non resta che cosa aggiungere, sta a pag. 686. La dissoluzione del modo feudale (servitù rurale e corporazione urbana) sprigiona gli elementi costitutivi della società capitalista. "Il movimento storico che trasformò i produttori in salariati si presentò dunque come la loro liberazione dalla servitù e dalla gerarchia industriale; d'altro lato questi 'liberti' (schiavi emancipati dal padrone in Roma) non divengono venditori di se stessi se non dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione, nonché di tutte le garanzie di esistenza offerte dall'antico ordine di cose. La storia della loro espropriazione non poggia su semplici congetture; essa è scritta negli annali dell'umanità a lettere indelebili di sangue e di fuoco".

Noi leggiamo che nel modo comunista vi sono garanzie di esistenza per tutti a carico della società, mentre non esistono più venditori di se stessi (né salario, né moneta).

Durante la selvaggia espropriazione dei contadini nel sec. XV la società inglese "non aveva ancora raggiunto quell'alto grado di civiltà in cui la ricchezza nazionale (wealth of the nation), vale a dire l'arricchimento dei capitalisti e l'impoverimento della massa del popolo, la sfacciata speculazione svoltasi intorno a tale a tale impoverimento, passano per il culmine della sapienza di Stato". Passarono per tali per i borghesi come Gladstone del 1865 e altrettanto per i "comunisti" di scuola moscovita di oggi, che vogliono arricchire il popolo, la patria e la nazione..., come il marxismo (pag. 690).

"Il diciottesimo secolo non comprese così bene come il diciannovesimo l'identità di queste due espressioni: ricchezza della nazione, povertà del popolo". Il ventesimo spiegherà ai fossili seguaci di Marx i fastigi americano-russi del "reddito nazionale".

Una sintesi memorabile (pagina 704). "La spogliazione dei beni della Chiesa, la alienazione violenta dei demani dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terroristica della proprietà feudale e patriarcale in proprietà moderna e privata, lo sterminio delle casette dei contadini; ecco i metodi idillici dell'accumulazione primitiva. Essi hanno conquistato la terra per l'agricoltura capitalistica, hanno incorporato il suolo al capitale, e creato per l'industria delle città l'offerta necessaria di un proletariato senza focolare né tetto".

Può in questo passo leggersi che il carattere della trasformazione socialista sarà anche di rovesciare l'inurbamento e i mostruosi alveari industriali, fenomeno che gonfia oggi la Russia detta sovietica.

Appare attualmente, nei paesi capitalistici sviluppati, che l'offerta dei salariati al capitale si presenti pacifica e spontanea, approfittandone gli economisti per parlare di azione di "leggi naturali". Ma soccorre lo studio del passato. "Accade differentemente durante la genesi storica della produzione capitalistica; la borghesia nascente non potrebbe fare a meno dell'intervento costante dello Stato; se ne serve per regolare il salario ossia per deprimerlo al livello conveniente; per prolungare la giornata di lavoro e mantenere il lavoratore stesso al grado di dipendenza voluto. È questo un momento essenziale dell'accumulazione primitiva" (pag. 708). Da notare come molti maniaci di una moderna economia borghese diversa da quella nota a Marx, hanno scoperto verso il 1950 che lo Stato entrava nell'economia o questa nel primo (ogni corbelleria va presa dalla testa o dalla coda, a piacere).

Marx (pag. 713) non è giunto ancora alla genesi della classe degli imprenditori capitalisti, e sta per cominciare da quelli affittaiuoli agrari, "dopo aver già considerato la violenta creazione di un proletariato senza fuoco né tetto, la disciplina sanguinaria che lo trasforma in classe salariata, l'ignobile intervento dello Stato per favorire lo sfruttamento del lavoro e per conseguenza l'accumulazione del capitale".

A pag. 718-719 nella magnifica descrizione del formarsi del mercato interno inglese Marx deplora che, come i coltivatori si trasformano in salariati, così i loro mezzi familiari di sussistenza, gli attrezzi e i prodotti dell'industria domestica rurale, specie i filati e i tessuti, sono trasformati in merci ottenibili solo con denaro, come mercato per il capitale industriale. "È così che l'espropriazione dei contadini, la loro trasformazione in salariati conduce all'annientamento dell'industria domestica nelle campagne, al divorzio dell'agricoltura da ogni specie di manifattura; ed infatti solo questo annichilimento dell'industria domestica può dare al mercato interno di un paese la costituzione e l'estensione che esigono i bisogni della produzione capitalistica". È un altro passo che richiama il programma della rivoluzione socialista, che consiste nel rovesciare le barriere sorte tra città e campagna, tra manifattura e coltura agraria, il che è concepibile solo in un'economia senza merci e senza mercato.

I crimini borghesi di oltremare

Siamo alla completa genesi del capitalista industriale, ed al passaggio dal mercato interno al mercato mondiale. È qui che vengono in evidenza le nuove collane di atroci sopraffazioni che si svolgono fuori dalle frontiere del primo paese capitalista, l'Inghilterra.

La citazione non è certo nuova. "La scoperta delle contrade aurifere ed argentifere dell'America la distruzione e riduzione a schiavi degli indigeni, il fatto che questi vennero sepolti nelle miniere o sterminati, le cominciate conquiste e le depredazioni nelle Indie Orientali, la trasformazione dell'Africa in una specie di parco commerciale per la caccia alle pelli nere, ecco gli idillici processi di accumulazione primitiva che segnano l'aurora dell'era capitalistica. Subito dopo scoppia la guerra mercantile fra le nazioni europee; essa ha per teatro il mondo intero. Cominciata con la rivolta dell'Olanda contro la Spagna, essa assume gigantesche proporzioni nella crociata dell'Inghilterra contro la rivoluzione francese, e si prolunga fino ai nostri giorni in spedizioni da pirati, come le guerre dell'oppio contro la Cina".

Il passo memorabile (pag. 722) indica la serie degli spostamenti di potenza imperiale: Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra, che "nel terzo finale del diciottesimo secolo combina tutti questi momenti in un complesso sistematico, che comprende nello stesso tempo il regime coloniale, il credito pubblico, la finanza moderna e il sistema protezionistico. Alcuni di questi metodi sono basati sulla violenza brutale, ma tutti senza eccezione si valgono del potere dello Stato, la forza concentrata ed organizzata della società, per facilitare artificialmente il passaggio dall'ordine economico feudale all'ordine economico capitalistico, ed abbreviare le fasi di transizione. La violenza è la levatrice di ogni società vecchia che porta nel suo grembo una nuova creatura. Essa stessa è una potenza (un agente) economica".

Il giudizio di Marx sul sistema coloniale espresso in un passo talmente fondamentale come quello citato, è dunque quanto mai esplicito e pone da allora il movimento rivoluzionario del proletariato contro le nefande imprese coloniali delle potenze borghesi mondiali.

Segue un'elencazione rovente di tutte le infamie commesse oltremare dai conquistatori europei. Raccapriccianti furono le gesta degli olandesi nell'attuale Indonesia. Tra l'altro essi corruppero il governatore portoghese di Malacca, ma entrati nella città lo uccisero per non pagargli il convenuto prezzo in 21.875 sterline. Le razzie di manodopera erano così feroci che una provincia della fertilissima Giava che aveva nel 1750 ottantamila abitanti, nel 1811 si era ridotta ad ottomila!

I monopoli della Compagnia Inglese delle Indie Orientali sul tè, sul tabacco, sul riso, sul commercio in generale rovinarono le popolazioni cinesi ed indiane con inaudite estorsioni e soprusi e provocando carestie sterminatrici a scopo di accumulazione.

Se feroci furono i metodi usati dagli avventurieri coloniali verso questi popoli già densi e anche civili nei confronti dei quali si volle attuare un commercio di esportazione dei loro prodotti tropicali e di importazione dei manufatti di industrie europee, e se fu feroce il sistema delle piantagioni col quale si intensificava la produzione sul posto delle derrate agrarie speciali occupando vastissime estensioni di terreno ove si ponevano a lavorare gli indigeni contro un pugno di cibo e sotto le frustate; peggio ancora si vide nelle "colonie propriamente dette" nelle quali, come in America, poi l'Australia, Sud Africa, ecc. si avviava la popolazione europea e nello stesso tempo il capitale produttivo metropolitano. Qui nei primi decenni si procedette a sgomberare addirittura il territorio dalle popolazioni aborigene con inaudite stragi sterminatrici come quelle di spagnoli e portoghesi nelle Americhe del Sud e del Centro e di inglesi e francesi del Nord.

Marx (pag. 725) ricorda episodi nei quali "il carattere cristiano dell'accumulazione primitiva si mostra sempre evidente". È risaputo come la religione giustificava questi massacri di innocenti, per lo più indifesi e quasi inermi, pretestando che, non essendo compresi nei tre ceppi citati nella Bibbia, i pellerossa non avessero l'anima.

"Gli austeri intriganti del protestantesimo, i puritani, stabilirono nel 1708, con decreto emanato nella loro assemblea, premi di 40 sterline per ogni scalp (cuoio capelluto) di indiano, o per ogni prigioniero, portato a Massachusetts Bay. Nel 1744 si pagò 100 sterline per scalp di indiano adulto, 60 per ogni donna o fanciullo". Quando i Padri pellegrini si ribellarono all'Inghilterra questa applicò loro misure analoghe: caccia con cani feroci ai ribelli, e impiego di indiani pagati per scotennarli alla loro volta.

Segue in Marx a questo elenco di infamie l'esame dell'importanza del sistema coloniale nella diffusione del modo capitalista di produzione.

"Il regime coloniale sviluppò il commercio e la navigazione. Esso diede nascita alle società mercantili monopolistiche dotate dal governo di privilegi e funzionanti come potenti leve per la accumulazione di capitali. I tesori direttamente estorti fuori di Europa col lavoro forzato degl'indigeni ridotti in schiavitù, con la concussione, col saccheggio e con l'assassinio, affluirono alla madrepatria per trasformarvisi in capitale".

Ma basterà un ultimo passo a chiudere una serie tanto eloquente, salvo un futuro più approfondito studio del gioco economico (pag. 731).

"Nello stesso tempo che l'industria del cotone introduceva in Inghilterra la schiavitù dei fanciulli inglesi, negli Stati Uniti essa trasformava il sistema economico schiavistico un tempo più o meno patriarcale, in un sistema si speculazione mercantile. Insomma occorreva per piedistallo alla simulata schiavitù dei salariati in Europa la schiavitù senza reticenze e senza frasi del nuovo mondo".

Oggi, in mutate condizioni dal tempo della guerra civile americana che fu contemporanea dell'opera massima di Marx, vi è tuttora un legame diretto tra l'infierire del sistema capitalistico, affamatore e apportatore di guerre sterminatrici, sui lavoratori del paesi metropolitani bianchi e sulle tartassate popolazioni di colore di quei paesi in cui la loro prorompente vitalità ha impedito di distruggerle.

Marx attese la rivoluzione dalla Cina

L'idea che vi possa essere concomitanza nell'azione contro il capitalismo delle metropoli bianche tra la lotta di classe interna degli operai e la ribellione dei popoli di oltremare alle incursioni e vessazioni coloniali, non è nel marxismo, come forse molti credono, dal tempo in cui Lenin portò il suo esame sui fenomeni dell'imperialismo borghese a cavallo dei due secoli, ma da molto prima, fino da Engels e Marx.

Nella Neue Rheinische Zeitung del febbraio 1850 Engels riferisce degli scritti di un noto missionario cristiano, Gutzlaff, che in Cina si era trattenuto ben trent'anni di seguito e tornava in Europa al tempo in cui divampava la famosa rivolta dei Tai-Ping; scoppiata nel seno della classe dei piccoli contadini contro la monarchia di Pechino, a causa della grave crisi che si iniziò verso il 1840 quando l'Inghilterra, poi seguita da altre potenze europee, prese ad imporre alla Cina l'apertura dei suoi porti al commercio particolarmente dell'oppio, gravemente disturbando la finanza dell'impero e l'economia del paese. Il movimento dei Tai-Ping prese delle attitudini di condanna della proprietà privata della terra in generale e non solo di attacco alla nobiltà feudale e alla burocrazia statale che la sosteneva. Engels descrive nelle sue grandi linee questo movimento sociale , ponendo in rilievo che l'origine economica dei moti rivoluzionari è fatto storico che si verifica in pieno anche in quel lontano popolo che si spinge fuori da millenarie immobilità. Egli così conclude: "Quando dopo vent'anni di assenza il signor Gutzlaff ritornò tra le persone civilizzate e gli europei, e sentì parlare di socialismo, egli esclamò terrorizzato: Dunque io non potrò in nessun luogo sfuggire a questa perniciosa dottrina?! È precisamente la stessa cosa che è stata predicata da vario tempo da numerose persone nel seno del popolo cinese!".

Engels prosegue: "È ben possibile che il socialismo cinese si riporti a quello europeo, quanto la filosofia cinese a quella di Hegel [il tono è scherzoso, ma forse talune posizioni molto originale dell'antico pensatore cinese Lao Tse possono essere considerate dialettiche]. Ma checché ne sia, è un fatto confortante che il più antico e irremovibile impero della Terra sia stato posto nello spazio di otto anni dalle balle di cotone della borghesia inglese alla vigilia di una rivoluzione sociale che deve assolutamente avere le conseguenze più importanti per la storia della civiltà. Quando finalmente i nostri reazionari europei, nella prossima loro fuga attraverso l'Asia saranno giunti alla grande muraglia, sicuri che le sue porte si aprano sul focolare dell'ultrareazione e dell'ultraconservatorismo, chissà che essi non vi leggano questa iscrizione:

REPUBBLICA CINESE
LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, FRATERNITÀ
"

Con questa breve nota il grande Engels volle recisamente affermare appunto che in Cina, come dovunque, noi ci attendiamo che il ciclo delle forme sociali presenti le stesse grandi tappe, e che alla Cina feudale ne dovrà, come alla Francia, succedere una repubblicana e capitalistica, teatro di una lotta di classe per il socialismo.

Il che storicamente è avvenuto, sia pure nel 1911 soltanto, colla rivoluzione di Sun Yat Sen, e dopo altra lunga serie di aggressioni del colonialismo europeo alle coste del celeste impero, crollato nella lunga lotta.

Ma altro testo di Marx ci conferma non solo l'attesa della successione dei moti sociali nella Cina sulla direttrice europea, ma un concetto molto più avanzato: l'affermata possibilità storica che i moti europei possano avere per punto di partenza una rivoluzione sociale nella lontana Cina.

Col titolo Marx sulla Cina sono state pubblicate otto lettere che Marx inviò tra il 1853 e il 1860 alla New York Herald Tribune.

Queste lettere si ricollegano direttamente alla citazione delle guerre per l'oppio contenuta nel Capitale.

Nel 1833 ebbe fine il monopolio del commercio con la Cina concesso alla Compagnia delle Indie Orientali. Il solo grande porto di Canton era aperto al commercio estero.

L'Inghilterra che aveva interesse a stabilire il regime della "porta aperta" scatenò la prima guerra dell'oppio dal 1839 al 1942, e la Cina dovette col trattato di Nanchino capitolare ed aprire, oltre a Canton, Amoy, Fu-Chow, Ning-po e Shanghai, cedendo Hong Kong alla Gran Bretagna, che ne fece sua colonia.

Mentre Stati Uniti e Russia accampavano le prime pretese, nel 1850 comincia il grande moto dei Tai-ping, che si impadronì di vaste province ed ebbe la sua capitale a Nanchino dal 1853 al 1864. I ribelli uccidevano i signori terrieri ed i mandarini dell'Impero, rifiutando le esose tasse, respingevano il vizio delle droghe e dell'oppio, pur non essendo contro il commercio con gli stranieri, accampavano parole ugualitarie e comuniste. Mao-tse-tung nel trattare la lunga serie delle guerre dei contadini cinesi così riferisce la legge agraria dei Tai-ping, che senza fallo è di vero contenuto comunista, di gran lunga più di quelle fatte da lui, Mao, in quanto non si tratta affatto di spartizione, né in proprietà né in esercizio: "Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo... che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso che lo mangino insieme". I Tai-ping non erano utopisti, se ebbero uno Stato che resse quattordici anni, brigate artigiane di Stato, legge che nessuna persona dovesse restare mal nutrita e mal vestita....

Nel 1856 con un infame pretesto l'Inghilterra e la Francia sferrano la seconda guerra dell'oppio che dopo orrendi massacri conduce al trattato di Tien-tsin con L'Inghilterra. La guerra riprende fino alla sanguinosa conquista e sacco di Pechino nel 1860. La Cina deve fare molte altre concessioni agli europei col trattato di Pechino, che aggrava quello di Tien-tsin. Un esercito comune dell'Imperatore e degli europei nel 1864 schiaccia gli eroici Tai-ping ed entra a Nanchino spargendo fiumi di sangue.

La prima lettera di Marx

Il primo degli articoli sulla Cina apparve a New York il 14 giugno 1853. Il titolo era. Rivoluzione in Cina e in Europa, quanto mai esplicito.

Marx pone direttamente il quesito dell'effetto che può esercitare una rivoluzione in Cina su tutto il mondo civilizzato. Egli dice esattamente: "Può sembrare un'affermazione strana e perfino paradossale che la prossima sollevazione del popolo europeo, e il suo prossimo movimento a favore della libertà e di un sistema di governo repubblicano, possano dipendere più probabilmente da ciò che avviene nell'Impero Celeste (l'estremo opposto dell'Europa) che da qualunque altra causa politica attuale, perfino più che da una minaccia della Russia e della conseguente possibilità di una guerra generale europea. Ma non è un paradosso, come possono capire tutti esaminando i vari aspetti della questione".

Non sarà male notare che se la prospettiva qui trattata non si attuò fino alla fine della rivoluzione contadina che fu come abbiamo ricordato undici anni più tardi, né si è successivamente ripresentata nelle grandi convulsioni della Cina dal 1911 (assai sottolineata da Lenin insieme alle altre contemporanee situazioni russa del 1905 ed asiatiche in Turchia e Persia) in poi; l'altra prospettiva della guerra generale europea che coinvolgesse la Russia, sempre presente a Marx ed Engels come liquidazione degli imperi tedeschi, ha tardato fino al 1914, invano poi offrendo l'altro aggancio della rivoluzione russa.

Ma Marx si dà subito alla sua dimostrazione, che non perde affatto valore per il diverso corso che ebbero gli eventi. Egli dice che l'occasione alla rivolta sociale dei Tai-ping l'ha data il cannone inglese che "imponeva alla Cina la droga soporifera chiamata oppio". La forza delle armi inglesi ha spezzato il secolare isolamento in cui la Cina era chiusa, e le ragioni sono state economiche. Fino al 1830 la bilancia commerciale era favorevole alla Cina che esportando tè ed altre derrate riceveva argento dall'India, dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti. Il contrabbando dell'oppio che si impose ai cinesi di pagare in moneta capovolse il rapporto, ed invano il potere imperiale ne vietò il commercio. La corruzione dei funzionari disobbedienti provocò la ribellione. Da altra parte i tessuti inglesi avevano cominciato ad invadere la Cina e ne fu rovinata l'industria locale, e l'artigianato dei filatori, tessitori, ecc..

Il cannone inglese, infrangendone l'isolamento, provocò il crollo del sistema cinese; quali gli effetti del crollo interno cinese sull'Inghilterra e sull'Europa? Marx a questo punto insiste sullo straordinario sviluppo in quegli anni dell'industria manifatturiera inglese, che era allora la prima del mondo, e nello stesso tempo sulle prospettive di una grande crisi commerciale di sovrapproduzione - allora attesa per il 1857 - che sarebbe stata più estesa delle precedenti provocando disoccupazione e miseria in Inghilterra e ripercussioni in tutta l'Europa. Un elemento di acutizzazione di tale crisi poteva essere la resistenza all'espansione del commercio in Cina, che sarebbe stata determinata dalla rivoluzione contadina.

A questo punto non è necessario ricordare che Marx ed Engels ammisero nei decenni successivi di avere atteso troppo presto il ritorno della grande ondata rivoluzionaria del 1848. Nella lettera del 1853 quello che ha grande significato è la teorizzazione di un legame causale tra la rivoluzione in Cina e il sollevamento dell'Europa, tanto più "progredita" e "civile".

La conclusione della lettera circa i pericoli di guerra e le prospettive rivoluzionarie è più che valida dopo più di un secolo, anzi suona con sapore attuale. "Dall'inizio del secolo XVIII non vi è stata seria rivoluzione in Europa che non sia stata preceduta da una crisi finanziaria... Nelle capitali europee ogni giorno reca dispacci pieni di guerra universale, che spariscono sotto i dispacci del giorno successivo recanti l'assicurazione della pace per una settimana o giù di lì... Possiamo tuttavia essere certi che qualunque intensità raggiunga il conflitto tra potenze... l'ira dei principi [oggi diremmo dei grandi] e la furia del popolo saranno parimenti snervati dal soffio della prosperità [o prosperisti e pacifisti a voi!]. Non è probabile che guerre e rivoluzioni aizzino l'Europa se non in conseguenza di una crisi industriale e commerciale generale, di cui il segnale deve venire dall'Inghilterra, rappresentante dell'industria europea sui mercati del mondo.

Scrivete mondo capitalistico per Europa, America per Inghilterra e andate pure avanti. All'inferno la prosperità e la pace! E ben venga la mina che la farà saltare, da qualunque angolo del mondo di colore, infestato dai predatori e massacratori bianchi!

Originalità integrale del marxismo

La conquista che il marxismo conteneva un secolo addietro, e che non aveva bisogno di essere sviluppata, completata o arricchita, come si dice col termine più triviale di tutti, si leva qui in tutta la sua dialettica vigoria; e si tratta solo di difenderla e risollevarla dalle nefande debordanti degenerazioni. Proclamò il Manifesto che "i comunisti appoggiano ogni moto diretto contro le condizioni sociali esistenti". Non vi è affatto il sottinteso che questo sia vero solo per le "condizioni" rappresentate dall'ordine, dalla costituzione statale propria del capitalismo borghese. Infatti quando il Manifesto passa in rassegna i paesi del tempo, è solo per l'Inghilterra e la Francia che può indicare il moto della classe operaia contro lo Stato borghese. Per tutto il resto dell'Europa è prescritto ai comunisti di sostenere ogni insurrezione antifeudale e antidispotica, non solo della stessa borghesia, ma in alcuni casi (Polonia dal 1848 al 1871) perfino della piccola nobiltà. Si tratta, s'intende di moti cospirativi e insurrezionali tendenti a rovesciare anche terroristicamente i poteri costitutivi.

Quello che era teorizzato ed elevato a norma strategica per l'Europa del 1847-71 lo è evidentemente oggi per gli Stati arretrati dell'Asia e dell'Africa retti da forme statali precapitalistiche.

Ma nell'uno e nell'altro caso, chiare restando le delimitazioni geografiche e storiche, vi è, giusta l'essenza del marxismo, un dato di base comune, in cui sta tutto. Non si tratta soltanto del concetto di rivoluzione in permanenza, cioè di appoggiare quelle insurrezioni e rivolte per innestare ad esse direttamente l'ulteriore rivolta dei proletari contro i borghesi. E nemmeno basta sapere, per la sistematica delle leggi storiche rivoluzionarie generali, che saranno i borghesi democratici, dopo la vittoria in alleanza con i lavoratori, ad aggredire questi e massacrarli per scongiurare la permanenza delle ondate rivoluzionarie (per il quale criterio si doveva nel 1928 aver preveduto che in Cina il Kuomintang si sarebbe comportato da boia dei comunisti, come la monarchia borghese in Francia nel 1831, la seconda repubblica nel 1849 e la terza nel 1871, per tacere della prima contro Babeuf e gli "eguali").

Si tratta di un dato e di un carattere essenziale, che va al di là di una felice scelta di tempo strategico nell'aggredire gli alleati di prima (di cui solo esempio, ma gigante, è l'Ottobre russo), perché è un carattere che concerne la teoria, la dottrina, senza la quale non vi è movimento rivoluzionario, e che, come la capacità strategica, può essere posseduta solo dal Partito, mentre la classe amorfa ed immediata "affonda nella dottrina di quelli di cui marcia al fianco", sicché follia è consultarla sempre ed ovunque.

Quando il partito marxista sceglie gli alleati dei comunisti in dati convulsi svolti della storia, esso già possiede in pieno la spietata negazione, la critica, e meglio la demolizione senza riguardi di ogni "sovrastruttura ideologica" dei propri alleati di guerra civile; non la tace, non la occulta nemmeno un attimo pur tra il fragore delle armi. "Mai i comunisti nasconderanno i loro scopi".

Questo risultato che sarebbe ed è impossibile in un incontro, in un fronte, steso al livello della sovrastruttura, come avviene in ogni agitazione pacifica, propagandistica, educazionistica, legale, costituzionale, parlamentare, è condizionato dalla esistenza di un solido partito della classe proletaria, che non può essere poco numeroso senza che la grande massa sia ammorbata dalle ideologie nemiche, che gli "alleati" professano; che non può essere pletorico e popolare senza perdere la vitale capacità di contenere l'integrità della teoria, per l'invasione nelle sue file degli operai ancora succubi di quelle avverse, o peggio di strati di piccoli borghesi, antirivoluzionari per natura al momento della lotta per il socialismo.

Che questa dottrina esiste fin dal 1848 non lo provano soltanto i testi, la cui forza vitale è dimostrata dal raccogliersi nel mondo e in un secolo di moltitudini di lottatori di classe, ma lo prova l'esistenza nel mondo di taluni paesi ove la fase della lotta di classe ultima tra capitalisti e salariati è realizzata in pieno. Nel 1848 era l'Inghilterra, e nulla muta se ricordiamo quest'altro passaggio dialettico) la scuola teorica era tedesca e l'avanguardia combattente francese. Qui l'Internazionale!

Nel 1918 si è lottato con le armi, e rivendicata la teoria, in tutta l'Europa continentale, ma tanto non è bastato; e la storia dell'infezione opportunista l'abbiamo da tempo svolta a fondo.

Nella fase attuale la massa del proletariato e dei suoi più grandi partiti non è che una rete di fogne in cui circola il liquame nero delle ideologie politiche borghesi, dell'apologia di liberalismo, pacifismo, progressismo, prosperità, legalità, costituzionalità ed ogni altra ignominia.

La rottura inesorabile tra le opposte sovrastrutture di classe anche negli intervalli in cui sono gettate fisicamente - sottostrutturalmente - contro un comune nemico, è contenuta nella dottrina rivoluzionaria, in quanto questa fa del partito comunista il serbatoio della posizione del futuro uomo-sociale comunista, e gli fa proclamare - qui torniamo ai Grundrisse, al tessuto connettivo di tutto un secolo di marxismo - che se bisogna che la forma borghese sconfigga nel corpo a corpo storico quelle precapitalistiche, queste tuttavia erano più in alto, di essa, se paragonate a quell'ordine sociale a cui tendiamo, che del nostro partito è il programma, per il quale esso solo è organizzato e verso il quale conduce la classe operaia al combattimento.

Nel raggiungere questa alta verità sta la vittoria, oggi in teoria domani nella storia, del nuovo uomo-società, sta la morte per infamia dell'individualismo, di ogni ideologia e prassi individualista; e solo il partito può tanto attingere.

Quale misura dare alla pena che provocano quelli che cercano garanzie contro granduomismo, il battilocchismo, e (come dicono gli scemetti) il divismo, aprendo falle nella concezione della superiorità che oggi è nel partito, e sarà solo domani nella classe, quando essa, vincendo, non sarà più classe? Il partito comunista non ha nomi e non ha divi, nemmeno Marx o Lenin; esso è una forza che attinge il suo potenziale da una umanità non nata ancora e la cui vita sarà soltanto vita di collettività e di specie, dalle più semplici funzioni manuali fino alle più complesse ed ardue attività mentali. Definiamo il partito: proiezione nell'oggi dell'Uomo - Società di domani.

Fine della società non è la produzione, ma l'Uomo

Grundrisse, pag. 387. Elogio della società classica greco-romana. "Presso gli antichi, noi non troviamo mai uno studio che ricerchi quale forma di Proprietà fondiaria, o altro ordinamento, sia più produttiva, o crei le maggiori Ricchezze. In quella Società la Ricchezza non appare come scopo della produzione, anche se Catone ha potuto ricercare quale coltura del suolo sia la più vantaggiosa, o Bruto abbia potuto prestare il suo danaro per l'interesse più alto. Lo Studio si porta invece sul modo di Proprietà che produce i migliori cittadini dello Stato. La Ricchezza non appare come fine a se stessa, se non presso alcuni popoli mercanti, monopolisti del commercio di trasporto [carrying trade nel testo: navigazione o carovanismo commerciale: Fenici, Cartaginesi...] che vivevano nei porti del mondo antico come gli Ebrei nella società medievale. Oggi [ossia nel tempo capitalista] la Ricchezza da un lato è Oggetto, è oggettivata in cose materiali [le merci], in prodotti ai quali l'uomo resta contrapposto come Soggetto, dall'altro lato essa, come valore, non è altro che imperio sul lavoro altrui, non allo scopo della dominazione sulla natura, ma solo del consumo privato, personale di taluni uomini. Nel tempo attuale la Ricchezza, sia essa Oggetto, o rapporto per l'intermediario degli Oggetti, prende sempre la configurazione di qualche cosa che si trova al di fuori dell'individuo umano, e solo per caso a fianco di dati individui".

"Pertanto l'antica concezione in cui l'uomo, per limitato che ancora egli sia nelle sue determinazioni nazionali, religiose e politiche, è lo scopo della produzione, appare molto più elevata che quella del mondo moderno, in cui la produzione è lo scopo dell'uomo, e la Ricchezza lo scopo della Produzione".

A questo punto dobbiamo con una nostra pallida parentesi rendere leggibile il difficile passo. Dichiarata la sovrastruttura ideologica sociale del mondo classico, malgrado le sue limitatezze (come l'estensione al cittadino libero lasciando fuori lo schiavo), più elevata di quella del moderno mondo borghese, malgrado ogni sua superiorità scientifico-tecnologico-economica, Marx passa, con un volo del concetto, a contrapporre al capitalismo non più l'antichità romana, ma la "nostra" società comunista. "Ma in effetti, una volta che sia disfatta la limitata [a sua volta] forma borghese, che mai sarà più la ricchezza, se non la universalità dei bisogni, delle capacità, delle gioie, delle forze produttive, ecc., degli uomini, che sarà prodotta nelle loro relazioni universali? Se non il pieno sviluppo del controllo dell'uomo sulle forze naturali, tanto su quelle della cosiddetta natura esterna, che su quella della sua propria natura? [Fu dal relatore intercalata a questo punto formidabile una violenta sferzata a quei pretesi marxisti che indulgono corrivamente alle debolezze o alle libidini della loro sensibilità animale, e vilmente se ne scusano con argomenti deterministi]. Se non la totale manifestazione delle attitudini creatrici degli uomini sviluppata nella loro attività, senza alcun altro presupposto [vuol dire mito, dio, idea immanente, Io cosciente di esistere, essere o volere....] che lo sviluppo storico precedente, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, ossia lo svolgimento di tutte le forze umane in quanto tali, e non misurate secondo una unità di misura data in anticipo [leggi: diritto, morale naturale, filosofia assoluta e simili]; in cui esso sviluppo non si riproduce secondo una determinazione data, ma produce la sua totalità? Non tende a restare nella forma di qualche cosa di già divenuto [evoluto], ma consiste nel movimento totale del divenire?" (L'irruente incalzare di interrogativi frementi, nel testo di getto della lingua originale dello scrittore, vale supremamente una formulazione della dialettica materialista contro ogni idealismo e metafisica).

(Non è finita l'invettiva contro l'ordine capitalista, visto dal passato come dal futuro). "Nella economia borghese, e nell'epoca della produzione che ad essa corrisponde, la espressione totale dell'attività dell'interno umano appare invece come completa alienazione [del lavoro e del lavoratore stesso], e il capovolgimento [nella prassi umana] di tutti gli scopi determinati unilateralmente [vivere, sopravvivere, riprodursi] appare come sacrificio dello scopo in sé [dello scopo universalmente umano e quindi anche soggettivo], ad uno scopo del tutto esteriore [la folle, inesorabile, produzione mercantile]). È per ciò che l'ingenuo mondo antico, da una parte, appare più elevato. D'altra parte esso presenta questa superiorità dovunque si consideri una forma, una figura, chiuse [popolo romano, polis ateniese...] e una determinata limitazione. Esso è soddisfazione [lavoro dell'uomo avente per fine non la produzione, ma l'uomo stesso], da un punto di vista limitato".

"Laddove il mondo moderno lascia insoddisfatti; e quando appare di se stesso soddisfatto, allora esso è triviale!".

Passi la nascente civiltà borghese, perché ha il suo posto nella totalità dello sviluppo, ma porti con sé dalla culla l'epigrafe tombale che la nostra dottrina le incide, in segni indelebili.

2 - Le suggestive lezioni della grande storia della razza cinese

Scenario per 4 millenni

Il palcoscenico immenso su cui vedremo in buona sostanza agire uno stesso attore - considerato dal punto di vista etnografico, nazionale, perfino statale, e della tradizione per millenni di sistemi di lingua, scrittura, e, con parola generica, di costume e "civiltà" - questo palcoscenico geografico ha la vastità, e oggi contiene la stessa popolazione, dell'Europa intera, con i suoi innumeri e mutevoli popoli, Stati e "culture": in cifre brute dieci milioni di chilometri quadrati e seicento milioni di uomini; un quindicesimo delle terre emerse del pianeta, un decimo di quelle effettivamente abitabili, più di un quinto della umanità tutta.

La forma del territorio storico dei cinesi è ben diversa da quella accidentata ed articolata della capricciosa Europa; per stare ad una descrizione che al solito non ha pretese scegliamo quella di una enorme pagnotta ben rigonfia. Il lato destro del ventre, che ha la curva dell'addome di una favolosa genitrice feconda, e meglio il suo lato inferiore e quello destro, per chi guarda una carta geografica col classico orientamento, sono bagnati nel mare ravvivatore, non proprio nel minaccioso Oceano Pacifico ma in una provvida ricca serie di mediterranei oltre i quali una catena di terre tormentate, dalla Indonesia al Giappone, fa sì che i venti ciclonici arrivino sulla grande pianura cinese ancora caldi ma non più devastatori.

Dai lati opposti di Ovest e di Nord il pianeggiante paese centrale è cinto da terre continentali più alte, montuose fino alle vette dell'Himalaya e ovunque accidentate e in parte desertiche, tracciato naturale di una barriera di protezione non solo dai venti freddi ma anche dalle altre comunità umane che di continuo vi si affacceranno.

La grande bassura oggi coltivata, e popolatissima di frequenti e vaste città di millenaria origine era, prima dell'uomo, alla evidenza, un immenso mare interno, che fu riempito dalle deiezioni del massiccio centrale asiatico eroso da meteore e cataclismi tellurici. Persistono oggi sulla carta geografica gli autori principali della trasformazione livellatrice dei rilievi terrestri, i due grandi fiumi, più sotto l'Azzurro, Yang-tze kiang, più a Settentrione il Giallo, Hoang-ho, dal colore delle loro acque. Quelle del primo, che lascia subito i monti dell'Ovest indiano e corre tra le create pianure, sono limpide per migliaia di miglia del corso medio e inferiore; quelle del secondo, che anche parte da Occidente dallo stesso grembo montuoso, e tende al mare ad Oriente, sono più torbide (come per il flavus biondo Tevere dei romani, altro letto di civiltà storiche), anche perché il fiume con una enorme ansa rettangolare va a radere la base delle montagne della impervia Mongolia, per poi ritornare nella piana cinese e raggiungere il chiuso Mar Giallo, mentre mille chilometri più sotto con percorso circa parallelo il Fiume Azzurro si getta nel più aperto Mar della Cina.

I fiumi a grande bacino, e specie quelli che si gettano nei mediterranei (Po, Tevere, Arno, Nilo, Tigri ed Eufrate, Mississippi, ecc.) prima meccanicamente fabbricano pianure fertili, poi dense umanità e "civiltà storiche", in cui le esigenze e difficoltà di vita produttiva forzano la specie uomo alla conquista di mezzi attrezzati che giungono a regolare i fiumi e ne utilizzano la funzione fecondatrice arginando gli effetti di devastazione e impaludamento della terra coltivabile. La storia della razza cinese, che si ritiene autoctona, e non discesa dalle regioni montagnose ed aride ad occupare la pianura pingue, sta nel trattamento dei due immensi fiumi che mille volte distrussero, nelle loro ire, masse incalcolabili di forze produttive e di vivente umanità, compensate dopo dall'apporto di chimismo intensissimo delle melme, trasportate dalla erosione delle terre alte e lasciate sui piani dalle acque in ritiro. Il popolo cinese é stato tra i primi, anzi possiamo dire il primo, a lasciare tradizione organizzata e quindi scritta, e gli stessi suoi miti originali nella loro eloquenza rivelano ancora oggi l'opera immensa di milioni di piccoli uomini che seppero con la loro azione indiscutibilmente associata su immense estensioni, bonificare gli acquitrini, mettere i fiumi a regime, portare a livelli alti la coltura delle terre salvate e bonificate, e l'uso delle vie navigabili fino al mare.

Le forme sociali preistoriche

I testi storici cinesi ed anche la loro interpretazione da parte degli storici europei ci fanno arrivare molto indietro nel presentare il corso degli eventi come serie di "dinastie" che si susseguivano e di lotte giganti condotte da esse per spartirsi il territorio e a grandi ondate per riunificarlo e per riconquistarlo dopo le incessanti invasioni da parte di popoli ed eserciti di altra razza. Anche nella storia di altri popoli è difficile risalire da queste serie di nomi eretti a simboli alle funzioni delle masse e alla organizzazione della società primitiva. È da notare che mentre per Roma la serie parte dal 753 avanti Cristo, si può cominciare una serie di dinastie cinesi, non più leggendaria certo di Romolo e Numa Pompilio, dal 2697 al 2205, mentre dal 2205 al 222 si succedono "tre dinastie" Haia, Sciang, e Chou, del tutto storiche.

Non possiamo seguire questa via di esposizione, ma vogliamo solo stabilire che, per antichi che siano i tempi, non è stata quella monarchica la prima forma di organizzazione sociale della razza cinese.

Ai re ed imperatori della prima dinastia mitica gli antichissimi testi attribuiscono la "invenzione" della semina dei terreni, della loro aratura, e quindi della produzione agraria stabile e coltivata, della arginatura dei fiumi e quindi della bonificazione idraulica, e così via.

Che cosa ci dicono questi primi cenni della storia convenzionale sulla preistoria della società cinese? Quali forme sociali vi si devono ravvisare?

Evidentemente la monarchia ereditaria è una forma già sviluppata e tardiva, e non è con essa che si è iniziata la organizzazione stabile sul territorio, particolarmente favorevole, delle comunità primitive. Il nome dei monarchi, re, imperatori, e la loro ipotetica discendenza per stirpe familiare non è che la soprastruttura sotto cui epoche posteriori presentarono le tradizioni di forma più antiche in cui successivamente la capacità produttiva e tecnologica dei primi uomini si andò sviluppando.

Il primo problema in ordine cronologico è quello del fissarsi dei gruppi umani vaganti e nomadi come i branchi animali in sedi stabili, e l'antichità delle serie dinastiche convenzionali esprime con sicurezza il fatto che in tutta l'Asia e quindi probabilmente in tutto il mondo, almeno per quanto si parli di razze e civiltà non scomparse quasi senza traccia, le valli del fiume Azzurro e del fiume Giallo sono state le prime ad ospitare organizzazioni a sede fissa per lungo tempo, precedendo anche la valle dei fiumi mesopotamici e quella del Nilo, del Giordano, e così via.

La prima forma di aggregazione umana che si riproduce con una certa continuità e sicurezza, difendendosi dalle avversità di ambiente che tendono a disperderla ed estinguerla, è l'orda vagante, che reca con sé nello spostarsi di sede in sede le madri, i piccoli e tutto il suo limitatissimo arredamento. I mezzi di sussistenza in questa forma sono elementari: la caccia soprattutto, e la pesca, e la raccolta di frutti spontanei della vegetazione, che nell'assenza di ogni coltivazione delle piante rapidamente si esaurisce anche in cicli più brevi dello stagionale, così come la fauna terrestre e la pescagione fluviale o lacustre, spiegando l'imperio della necessità che il gruppo umano levi le tende e si sposti in zona vergine e non sfruttata con grande frequenza. Lo stesso porre a riserva prodotti vegetali ed animali è funzione successiva ad un minimo di ancoramento al suolo, come anche una fase relativamente evoluta è, con la cattura ed assoggettamento dei primi animali domestici, la scoperta dei carriaggi nei quali si possono trasportare non solo i membri deboli dell'orda, ma una certa scorta non solo di attrezzi ma anche di provviste alimentari conservate con metodi rudimentali. Il gregge è poi la vera scorta di viveri dell'orda nomade.

La distinzione che può farsi tra la pingue piana cinese e la circostante Asia, che presto sarà chiamata dal popolo più evoluto sede dei "barbari" con la parola che usarono anche semiti, egizi, greci e romani secoli e secoli più tardi, è che nella prima vi erano le tribù fisse che avevano appreso a coltivare il suolo, e nella seconda si prolungherà per millenni il vagare di orde incapaci di fissarsi e che ben presto si spostano non solo per trovare un più utile ambiente naturale, ma per tentare la preda di quanto le popolazioni fisse hanno nelle loro sedi di campagne e città accumulato di approvvigionamenti ed attrezzature pronti al consumo del conquistatore. Questo è già divenuto da cacciatore di animali anche cacciatore di uomini di altre tribù nomadi e fisse, e guerriero, con una adatta organizzazione e allenamento - mentre il popolo fisso ha dovuto anche organizzare in forme storiche successivamente diverse la protezione armata della sua stabilità nella sede di residenza e di lavoro.

Sembra stabilito che nella preistoria il centro montuoso dell'Asia non fosse così desertico ed arido come nel tempo storico, e che comunicazioni si siano stabilite tra le lontanissime nazioni a sede territoriale continua dell'estremo oriente cinese e quelle delle rive del Mediterraneo. Nei due ultimi millenni invece le orde instabili e guerriere del deserto centrale hanno alternato le loro travolgenti invasioni a carico dei popoli organizzati ed evoluti della Cina e dell'Occidente europeo.

Le vestigia del primissimo comunismo

Come avvicendarsi di maree umane e di guerre la storia ufficiale della Cina ondeggia tra invasioni e liberazioni, tra spartizioni e riunificazioni, il che non basta a riscriverla come successione di modi di produzione; ciò si vede tentato ma scarsamente adempiuto dai presenti "marxisti" cinesi, ai quali non va fatto gran torto se mentre essi apprendevano dagli europei la grande dottrina, tanto diversa da quella ai cinesi toccata come sovrastruttura delle loro forme storiche millenarie, gli europei stessi hanno quella dottrina travisata e distorta totalmente.

Nella concezione marxista (basti qui ricordare con brevità necessaria), la immensa Asia è la madre della forma del comunismo primitivo, di cui le ultime tracce, specie nell'India ben più che nella Cina, si sono potute fino ad oggi constatare, sia pure sotto il peso di successive e ben complesse forme di classe. Nel comunismo primitivo il soggetto è il clan, la tribù autosufficiente e autoriproducentesi. Vi può essere la forma comunista nel caso della tribù nomade o dell'orda, ed allora i prodotti della caccia e della pesca ed il gregge allevato sono comuni sia per l'attività che richiedono sia per il consumo. Quando sarà il caso di commentare tutta la teoria di Marx sull'ordine della grande serie, una osservazione notevole sarà che la prima proprietà individuale-familiare che appare presso i nomadi Sciti è quella del carro trainato, abitazione semovente di quella prima popolazione. In questo senso la proprietà della casa è più antica di quella della terra agraria, e forse se ne può cercare altro esempio nella "civiltà" delle terremare, o abitazioni su palafitte (che pensiamo abbiano dovuto fare la loro apparizione in Cina, sebbene il dato ci manchi) di popoli che si sono stabilizzati su una terra tuttavia acquitrinosa e per lunga parte del ciclo stagionale coperta da metri di acqua. Comunque è teorema del marxismo che la proprietà personale sia dell'abitazione che della terra agraria è un risultato della evoluzione storica già matura tecnologicamente e quindi non è un fatto e dato naturale originale.

Presso la forma stabile tribale la unità non è l'Orda che viaggia unita, ma il villaggio costituito da un gruppo di abitazioni circondato da un territorio disboscato e dissodato sufficiente al consumo della comunità di villaggio, terra non spartita tra persone e famiglie, ma lavorata in comune, con comune immagazzinamento e consumo di tutti i prodotti. La regolamentazione di fiumi di grande portata e lunghezza fa pensare ad una organizzazione che riunisce molti villaggi condotti in una forma più complessa a collaborare per la conservazione delle fonti di vita a tutti necessarie, e qui la tradizione ci comincerà a narrare delle forme signorili e monarchiche.

Possiamo pensare ad un territorio tanto vasto rispetto alla prima rada popolazione umana che le orde nomadi possano, anche incrociandosi nei loro viaggi, non ancora combattersi per il controllo temporaneo di una zona particolarmente appetibile - e che i villaggi stabili possano collaborare spontaneamente senza dispute per i limiti dei territori da ciascuno messi a coltura.

Occupandoci di un popolo umano ben stabilizzato, la forma di produzione all'interno del villaggio rurale con la evoluzione perde l'aspetto comunista integrale per una prima via che non è ancora (Grundrisse di Marx) quella di una divisione sociale in classi. La terra viene assegnata con una spartizione prima periodica, poi dopo lunga evoluzione fissa, ai membri attivi della tribù, che applicano al proprio lotto il lavoro proprio e dei familiari diretti, e con essi godono il raccolto. In questa seconda forma l'uomo lavoratore non è separato dagli strumenti di produzione, come avverrà nel mondo moderno. Terra ed animali, sementi, concimi ed utensili sono ancora un "prolungamento" della persona dell'uomo, sia pure non col nobile meccanismo della prima tribù, in cui non essendo ancora individualizzata nemmeno la consanguineità familiare, tutto l'uomo-tribù - remoto esempio originario dell'uomo-società di domani - ha come suo prolungamento materiale e sociale tutta la terra e tutti gli strumenti e greggi di cui il villaggio è proprietario - mentre in forme successive ne darà poi un temporaneo possesso di fatto ai suoi componenti.

La nascita della forma della proprietà individuale libera, in cui il lavoratore della terra non è soggetto né schiavo né servo, ha certo avuto nella storia della Cina una fondamentale importanza, ma tutte le forme di oppressione e di sfruttamento hanno sempre e fino ad oggi tormentata questa forma gracile e da ogni parte vessata.

In Asia prima che il villaggio smembri la sua comunanza sulla terra in lottizzazioni personali, che siano comparabili alla proprietà quiritaria dei romani, formata e tutelata fin nell'ultimo cittadino da una potente organizzazione statale ovunque presente, sorge una nuova forma caratteristica dell'India: ossia un grande capo territoriale o signore, che dispone di una forza armata, obbliga i villaggi agrari, che hanno già nel loro seno quanto loro basta di produzione artigiana diffusa, a farsi suoi tributari di prodotti prima, e molto più oltre di danaro e valori preziosi. Si forma così un sistema di staterelli principeschi che ogni tanto un capo più potente, e meglio armatosi col godimento dei tributi dei soggetti, sottopone ed associa in regni estesi.

Questa forma asiatica tipica differisce dalla schiavitù delle società classiche, come differisce dalla servitù feudale del Medioevo Europeo, ma si sviluppa largamente in aspetti schiavistici ed aspetti feudalistici.

Le grandi imprese statali dei potentati asiatici, sia come utili opere pubbliche che come grandi monumenti delle città capitali, sono realizzate da masse di prigionieri di guerra condotti a lavori forzati e quindi schiavizzati. In queste società non vi sono ormai più uomini liberi, e la forma comune del villaggio agrario tributario al signorotto o allo Stato fa sì che il contadino non sia libero, m servo.

Non è cosa agevole seguire per la Cina la lunga osmosi di tutte queste forme, né leggerne la comparsa e la scomparsa nelle storie convenzionali. Ma è stato necessario, prima di passare al canovaccio storico bruto, anticiparne, rispetto a trattazioni più estese della analisi marxista di tutti i rapporti, una preliminare presentazione.

Periodo dell'antico feudalesimo aristocratico

Tale periodo lo si fa coincidere nelle storie correnti con quello della terza dinastia "Chou" che regnò dal 1122 al 221 prima di Cristo. Esso sarebbe in un certo senso paragonabile al feudalesimo di tipo germanico che prevalse in Europa dopo la caduta dell'Impero Romano, in quanto il potere centrale era vago e debole, mentre pesante era la dominazione provinciale dei nobili.

Il periodo è caratterizzato da una totale anarchia dei poteri e da incessanti lotte tra quelli locali e tra le famiglie rivali; esso ben ricorda quelli del medioevo europeo quando il potere dell'imperatore era vago e lontano mentre le grandi monarchie unitarie non esistevano ancora. L'ultima parte del periodo che va dal 403 al 221 avanti Cristo è detto dei "Regni combattenti", perché alcune principali dinastie che hanno sottomessi i principi minori si contendono tra continue stragi la egemonia su tutto il paese. L'arte militare si è molto sviluppata con la introduzione della cavalleria e il largo impiego di truppe mercenarie (altra analogia con l'Europa di secoli e secoli dopo) e i metodi di lotta sono spietati: soppressione dei prigionieri, sterminio dopo il saccheggio delle popolazioni civili. Nelle città e nelle campagne inaudite sono le sofferenze di queste, descritte da una letteratura che ha traversata una delle sue età auree (negli stessi secoli in cui l'ellenismo dava ad Ovest i suoi prodotti più alti. Sono di questi secoli (VI e V avanti Cristo) i grandi autori Confucio e Lao-Tsu, più che di religioni fondatori di sistemi filosofici e sociali che con accenti diversi contengono la critica delle ingiustizie sociali del tempo, e sono vere sovrastrutture della reazione di classe del contadiname e del popolo minuto delle città artigiane e commerciali come lo fu in Occidente il cristianesimo.

In Lao-Tsu vi è solo una umana protesta contro le degenerazioni egoistiche nella società, e la invocazione al ritorno al regime di natura, a quella che era vantata dai poeti come una remota età dell'oro, e non poteva essere che la tradizione delle forme di produzione comuniste, sicché il grande Lao può essere comparato al tanto posteriore Giacomo Russeau; e va ricordato che Marx ed Engels vedono nel Contratto sociale un saggio del metodo dialettico, volendo intendere che Rousseau cercava nel ritorno al passato la via dell'avvenire, come sul piano scientifico fa il marxismo. Confucio invece che, eliminate dal suo sistema tutte le complesse cosmogonie simboliche è un vero riformista e riformatore, vuole uscire dall'anarchico "bellum omnium contra omnes" con una restaurata autorità fondata sul benessere del popolo, e traccia un vero sistema di Stato e di costume sociale. Confucio non vuole che si rinunci ai benefici del vivere civile del progresso e della cultura, e chiede una disciplina morale dall'alto, che si avvalga però non delle violenza ma dei metodi della persuasione e della saggezza.

Nascita dello Stato amministrativo

La soluzione della violenta crisi de IV e III secolo a.C. non appare essere venuta dalla predicazione delle dottrine, e nemmeno per quanto dicono le storie correnti da un insorgere delle masse, ma proprio dalla guerra stessa, ossia da uno dei Regni combattenti in lotta disperata che seppe aver ragione di tutti gli altri. Si trattò della famiglia dinastica degli Ts'in o Ch'in, dai quali il paese da allora in poi prese il nome, e che continuavano la più antica dinastia Tcheu. Questa aveva capitanata una grande migrazione delle popolazioni del centro verso il nord-est, ove aveva voluto ributtare la pressione delle orde dei Mongoli, indicati allora con nomi che ricordano quelli degli Unni noti all'Ovest; tutte razze che erompevano dal massiccio centrale asiatico e dal Turkestan. La prova era stata ben dura per le reazioni e controinvasioni dei barbari, ma quel regno si era molto agguerrito e volle ritornare alla conquista del pingue centro e sud del paese, riuscendovi nel 207 a.C. attraverso la sanguinosa disfatta, una ad una, di tutte le altre armate dei Regni Combattenti. Da tale data comincia non solo l'unificazione territoriale di tutta la Cina col ributtare i barbari da tutte le frontiere, ma una nuova e radicalmente diversa organizzazione dello Stato. La sua centralizzazione non sta più soltanto nel simbolo dell'imperatore divinizzato, "Figlio del Cielo", ma assume un forma concreta nuovissima. Debellati e disarmati del tutto o anche soppressi i capi delle varie signorie locali che avevano usurpata l'ereditarietà al posto dell'antica investitura da parte dell'Imperatore, il potere locale venne affidato a funzionari del centro governativo che aveva sede presso l'Imperatore. La rete da allora fu doppia, civile da una parte, militare dall'altra. Sotto il suo aspetto legittimista la rivoluzione che dista da noi quasi duemiladuecento anni, fu assolutamente radicale, e non anticipò tanto le forme romane di pochi secoli dopo quanto quelle europee del 1600 e 1700, a Stato centralizzato. Volendo infatti trovare un confronto con questo regno di Cheng-Huang-Ti, primo della serie, ossia Sublime e Divino dobbiamo pensare al Roi Soleil, al secolo di Luigi XIV con le sue vittorie e i suoi splendori. La doppia gerarchia burocratica assicura l'ordine in tutto il paese, i due rami dell'amministrazione hanno al vertice un Primo Ministro ed un Maresciallo dell'Impero, e si ricongiungono nella persona dell'Imperatore. Il territorio si divide tutto in province, le province in distretti e in ciascun grado si ripete la doppia gerarchia.

Il nuovo regime intraprese una gigantesca impresa militare ossia un'offensiva tale da ributtare i barbari da tutte le sterminate frontiere, operando contro spedizioni a carico degli Unni di cui si annetterono vari territori in tutte le direzioni. La "Grande Cina" si estese dal Tonchino ad Ovest alla Corea all'Est, raggiungendo una delle massime espansioni . Gli Ts'in passarono alla storia anche per la costruzione della famosissima "Grande Muraglia". Si tratta di una colossale fascia di opere, che ne utilizzò di più antiche, e che storicamente subì brecce e ricostruzioni incessanti, ma finì col segnare un baluardo invalicabile nelle più diverse vicende.

Nell'ordinamento interno la svolta della nascita del primo Stato centralizzato si accompagnò con la liquidazione di ogni residua coltura in comune della terra da parte dei contadini uniti in villaggi, e la terra fu attribuita alle singole famiglie. Benché le cronache parlino di abolizione di ogni nobiltà ereditaria, non è possibile indurne che sia avvenuta una equa spartizione della terra in possessi liberi.

Nello stesso tempo il potere dei Ts'in intraprese riforme unitarie della lingua, della scrittura, delle misure, pesi, norme di commercio, della legislazione tutta, e può parlarsi di un controllo del potere di Stato in tutti gli affari economici.

Tuttavia la creazione di una così pesante impalcatura amministrativa che gli storici chiamarono feudalesimo burocratico in sostituzione di quello aristocratico, non poté non determinare una maggiore oppressione e sfruttamento del popolo, colpito da un sistema onerosissimo di tasse. Gli intellettuali e gli stessi confuciani che volevano l'ordine ma non il dispotismo di tutta una gerarchia di funzionari e di cortigiani, si fecero eco del malcontento generale, malgrado le repressioni e la compressione che giunse fino a far bruciare le antiche opere che descrivevano l'età della libera agricoltura comune. Già il secondo Huang-Ti, travolto dalla insurrezione fu assassinato, la capitale e il grandioso palazzo reale messi a sacco. Ma ancora una volta tutto si risolse con un più o meno lungo mutamento dinastico: rimasero i principii della unificazione di tutta la Cina, dello Stato burocratico onnipotente, malgrado la corruzione divenuta cronica dei suoi mandarini. Due secoli prima di Cristo, già la formula di uno Stato gravante sulle classi lavoratrici e malato di elefantiasi burocratica, che doveva essere nota a tutti i popoli e a tutti i tempi, aveva in Cina un esempio colossale e di colossale persistenza, salvo a pretesi modernissimi critici del marxismo di credere di averla in questi anni recenti inventata, come forma che segue il capitalismo moderno europeo senza ancora essere socialismo, e come contenuto del capitalismo di Stato della Russia d'oggi!

Alterne vicende dell'impero unitario

Questa forma di Stato, originale quanto continua, non si è mai dissolta dal 221 prima di Cristo al 1911 ossia per ventun secoli. Vi sono state crisi dell'unità territoriale sia per momentanee scissioni interne tra dinastie concorrenti, sia per vittorie delle valanghe di barbari invasori ma sempre alla fine la vitalità quasi animale di questo paese fertile e di questo popolo dall'immensa forza di lavoro hanno fatto sì che ogni invasore venisse ributtato dalle frontiere e che l'unità di governo fosse raggiunta colla vittoria di un regno o di un esercito meglio organizzato, e che dominava nemici esterni ed interni assorbendoli nel suo superiore sistema.

A secoli di lotte atroci e di miseria e perfino depopolazione se ne sono alternati altri di ripresa e di splendore. Nel VII, VIII e IX secolo dopo Cristo la grande dinastia dei Tang debella i due grandi Khanati turchi di Est e di Ovest, conquista il Turkestan e ristabilisce la grande via carovaniera della seta rompendo l'isolamento dall'Europa e dal mondo occidentale, in cui era in crisi l'impero bizantino, fronteggiando nell'Asia minore il potere dell'Islam. Dopo le glorie dei Sung intorno al mille, si formano ai margini regni barbari, e nei secoli XIII e parte del XIV la Cina subisce una dinastia mongola dei Khan. Ma coi famosi Ming dal 1368 al 1643, dopo una vera rivoluzione nazionale che abbatte i Khan mongoli, si apre un nuovo periodo aureo in cui le industrie ed i commerci grandeggiano a completare la fondamentale economia terriera della ricca Cina, il Catai di cui gli sbalorditi viaggiatori europei dovranno favoleggiare nei loro resoconti. Costume pubblico, cultura, sapienza, arte raggiungono vertici che nei loro monumenti di ogni specie nulla hanno da invidiare alla rinascenza europea degli stessi secoli, e di fronte ai quali la cultura occidentale borghese, salvo rare eccezioni, non professa che una crassa ignoranza. Nella vita sociale sono forme capitalistiche nel senso non ignobile che si delineano per forza spontanea. Un'industria che raggiunge alte produzioni per il consumo interno come per la esportazione offre manufatti di inestimabile pregio artistico: così per i tessuti di seta famosi nel mondo e per la incomparabile arte ceramica e per le porcellane artistiche che sono di gran lunga più preziose dei migliori prodotti europei. Le arti meccaniche erano avanzatissime, come prima testimonia lo stesso Marco Polo, che scioglie veri inni alla civiltà e raffinatezza cinese di quel tempo. Come vi è una economia industriale con una classe elevata e colta di padroni di manifatture, così immenso sviluppo ha il commercio interno, favorito dai canali perfetti che collegano i grandi fiumi; e uno sviluppatissimo commercio con l'estero fino all'Africa impiega una vera fiorente navigazione oceanica.

Letteratura, poesia, arte, teatro, dramma, architettura pubblica; in tutti i campi questo periodo lasciò orme smaglianti. E, dopo una prima fase in cui i Ming, liberata la Cina, tentarono di assoggettare i Khanati mongoli, uscendo in forze oltre la Muraglia, ma riportando alcune gravi sconfitte che tagliarono la via al sogno di uno Stato panasiatico, che aggiungesse al Celeste Impero quello, che aveva premuto sulla stessa Europa, di Gengis Khan e di Tamerlano, turco-mongolico il primo, islamico il secondo, la dinastia famosa assicurò per la prima volta al paese un lungo intervallo di pace, che fu condizione di tanto rifiorire.

Tornati sul filone della tradizione nazionale, i Ming opposero al buddismo, dall'India penetrato in Cina, il confucianesimo come religione nazionale, di cui esaltarono l'insegnamento della subordinazione dell'individuo agli interessi collettivi, e non contrastarono una certa diffusione del cristianesimo, avendo aperte le porte a commercianti come a missionari di Europa.

Una nuova fase di conquista straniera deve subire la Cina alla caduta della dinastia dei Ming, nel 1644. Si tratta dell'avvento della dinastia Manciù, venuta dell'estremo nord-est (la Manciuria è sulle rive del mare del Giappone). Ma i rozzi mancesi dettero luogo ad un fenomeno di rapido assorbimento e di mimetizzazione nella superiore civiltà cinese, come avveniva ai barbari a contatto degli imperi romano ed ellenico-bizantino. La dinastia durò fino al nostro secolo e così le sue forme militari; del resto tradizionali, in quanto le guarnigioni erano tenute in abitati separati da quelli civili e in un certo senso avevano aspetti da esercito di occupazione. Ma tutto il tessuto sociale della popolazione si mantenne, secondo le tradizioni nazionali, entro la rete di una immensa burocrazia statale e di un sistema fiscale complesso, mentre la vitalità e la produttività in tutti i campi tecnici e culturali delle forme proprie ai popoli europei passava decisamente oltre il rallentante tardo mondo cinese. Dinanzi alle diavolerie degli emissari del capitalismo di Ovest questo mondo, così fecondo e ricco di antiche manifestazioni, si chiuse in se stesso, e parve come voler rientrare nell'ombra, mentre la grande maggioranza dei lavoratori agricoli continuava nella sofferenza millenaria a sopportare il grave peso di una società condotta da classi raffinate e colte, pigre e parassite.

Fine storica dell'isolazionismo cinese

Se la grande stabilità delle costruzioni storiche è una costante inderogabile dell'evoluzione sociale cinese, conseguentemente lungo e schiacciante deve essere lo sforzo rinnovatore tendente a creare nuove forme sociali. Perché le forze rivoluzionarie, germinanti nella decrepita società agrario-burocratica, riuscissero finalmente a soverchiare la resistenza opposta dal campo della conservazione, è occorso un lavoro titanico che copre un secolo intero, quanto corre tra la prima guerra dell'oppio e la fondazione della Repubblica Popolare, e cioè tra il primo sconvolgente urto vibrato dall'esterno al mummificato edificio della monarchia Manciù e il costituirsi della Cina nelle forme dello Stato moderno.

Forse non esiste nella storia delle altre nazioni un periodo che raduni in eguale tratto di tempo un così grande numero di mutamenti, di rivoluzioni, di guerre e di controrivoluzioni come il secolo della rivoluzione cinese. Ma quello che colpisce di più l'immaginazione è il constatare come la rivoluzione cinese, che pur mira a finalità nazionali, si sviluppi in stretta connessione dialettica col maturare dei grandi eventi mondiali, provando in tal modo, e proprio nel paese della Grande Muraglia, come l'evoluzione storica tenda a incastrare i popoli e le razze in un meccanismo che abbraccia il pianeta. Di enorme interesse è, in terzo luogo, il poter ricostruire, studiando gli ultimi cento anni della storia cinese, il ciclo storico dell'imperialismo capitalista. Difatti è in Cina, cioè in un grande paese troppo arretrato per poter respingere l'aggressione finanziaria e politica dell'imperialismo straniero, ma abbastanza sviluppato sul piano dell'organizzazione dello Stato per poter rifiutarsi di divenire un possedimento coloniale, come nell'Ottocento accadde all'India, che l'imperialismo disvela le sue più profonde contraddizioni. Non a caso la Cina moderna diviene il terreno comune su cui si affrontano la rivoluzione nazionale, la rivoluzione socialista e la guerra imperialista.

Appare subito chiaro quanto sia complessa la trattazione di tale argomento. Tuttavia non è disagevole suddividere il grande concatenamento di avvenimenti in varie fasi, le seguenti:

1) Guerra dell'oppio e rivolta dei Tai-Ping.

Essa va dal 1840 al 1900, e comprende la prima (1840-1844), la seconda (1857-1858) e la terza (1857-1860) guerra dell'oppio; la grande rivolta dei Tai-ping; la guerra nippo-cinese e il saccheggio territoriale della Cina; il movimento costituzionale-liberale di Kang Yu-Wei.

Può sembrare che tali avvenimenti siano messi insieme senza ordinato legame; invece appare chiaro, se si bada alla loro sostanza, che essi sono ferreamente collegati. L'attacco militare che l'imperialismo, impersonato all'epoca dall'Inghilterra e dalla Francia, sferra ripetutamente contro la Cina per spezzarne la corazza isolazionista, mira esclusivamente a rimuovere un ostacolo che si oppone reazionariamente al monopolio commerciale capitalista. Una potenza storica in pieno sviluppo - l'imperialismo capitalista - che, per le inflessibili leggi economiche che lo governano, tende ad allargare incessantemente i confini del mercato mondiale, non può arrestarsi deferentemente ai tabù legali, con i quali la dinastia Manciù crede di poter assicurare la chiusura dei porti. L'Impero che aveva bandito l'oppio viene forzato dalle armi a riammetterne il consumo. La Cina, che non produce la micidiale droga, è costretta, a seguito di tre ferocissime guerre, ad importarla dall'India in quantità sempre crescenti e a permetterne la libera vendita entro i confini dell'Impero, nonostante i danni fisiologici che essa arreca alla popolazione e nonostante la paurosa fuga all'estero dell'argento.

In tal modo la Cina diventa un mercato coatto del capitalismo occidentale, che non tarda a ridurre il paese allo stato di una colonia, applicando un protezionismo alla rovescia, per cui il governo cinese non ha la facoltà di elevare i dazi doganali sulle merci di importazione al di sopra di un certo limite, che viene fissato - caso unico nella storia! - dagli stessi esportatori stranieri a mezzo dei loro governi. Ciò naturalmente arreca un insuperabile impedimento allo sviluppo del capitalismo nazionale cinese. In tal modo, il governo imperiale, ad onta delle reiterate sconfitte subite in guerra, non può fabbricarsi le armi moderne solo con le quali le sue armate potrebbero resistere ai rapinatori stranieri, anzi è costretto a rivolgersi ad essi per ottenere di che armare i propri mercenari.

Le guerre dell'oppio, turbando l'equilibrio economico della Cina, provocano profonde crisi sociali. Ma lo Stato non è più in grado di prevenirne le conseguenze, perché la sconfitta militare e l'umiliazione subita dall'Impero hanno avuto l'effetto di demoralizzare le sue forze armate e di infondere coraggio alle classi oppresse. L'imperialismo, sotto l'ipocrita scusa di estendere la civiltà occidentale alla Cina, che va inondando di missionari, ha risolto a modo suo la questione del rinnovamento del bimillenario Stato cinese. L'ha risolto senza tenere in alcun conto le aspirazioni degli oppressi. Esso, con le torpedini e i cannoni, tende a trasformare la monarchia autocratica, esponente di tutte le forze della reazione agraria e burocratica, in un protettorato coloniale, analogamente ai principati indiani. Ben diversamente reagiscono le forze endogene della rivoluzione cinese: i contadini, la piccola borghesia radicale, il primo proletariato. Il movimento loro tende a cambiare, ben più che l'orientamento politico, la base stessa dello Stato cinese, che essi aspirano a trasformare da macchina di repressione del semifeudalesimo burocratico in organo politico di un nuovo tipo di società.

L'era rivoluzionaria moderna si apre in Cina con la rivolta dei Tai-ping, che può definirsi l'ultima guerra contadina della storia cinese e il primo tentativo abortito di creazione di uno Stato anticonfuciano e democratico. Il movimento inizia nel 1848 e si protrae fino al 1865. Sotto certi aspetti esso può considerarsi la versione cinese di un fenomeno che non è sconosciuto alla storia della dominazione di classe dell'Europa: il tentativo generoso dei contadini di spezzare le bardature di ferro del feudalesimo agrario, al di fuori dell'appoggio delle classi rivoluzionarie urbane, quando ancora non è sorto il proletariato. Per la immaturità delle condizioni storiche, per il sostrato eroicamente rivoluzionario del suo programma, la rivolta dei Tai-ping può essere paragonata alla guerra dei contadini tedeschi del 1525, descritta da Engels in pagine indimenticabili. Ma per i contadini cinesi l'impresa è molto più ardua, perché in Cina il potere dello Stato ha raggiunto da secoli un alto grado di concentrazione e viene esercitato da una burocrazia rigidamente gerarchizzata, sicché la sede del potere è al di fuori delle campagne, è nelle città dove si accampano le guarnigioni Manciù e risiedono i gangli dell'apparato amministrativo.

Più fortunati dei contadini tedeschi, i Tai-ping riuscirono a fondare uno Stato , il Tai-ping Tien Kuo (Impero della grande prosperità), che durò ben quindici anni (1851-1865) ed ebbe a capitale Nanchino. Vincendo sui Manciù, esso avrebbe anticipato di un secolo la fondazione dello Stato moderno cinese; ma, perdendo, contribuì ugualmente, sia pure da lontano, alla dissoluzione della monarchia reazionaria. Questa, pur di salvarsi dalla rivoluzione interna, si spinse ad accettare, dopo qualche esitazione, il decisivo appoggio in denaro e in armi degli imperialisti anglo-francesi. Da allora apparve chiaramente che la rivoluzione democratica cinese avrebbe potuto avanzare alla sola condizione di combattere contro la coalizione feudale-imperialistica.

Il periodo della rottura del segregazionismo cinese si chiude con la guerra nippo-cinese del 1894-1895, strepitosamente vinta dal Giappone, il più giovane dei banditi imperialisti scesi a saccheggiare la Cina. La guerra è una sorta di atto di nascita di un nuovo imperialismo, che non affonda le radici nella storia dell'Occidente, ma è generato da un capitalismo che è sorto dal superamento rivoluzionario delle antiquate forme produttive di un paese asiatico.

Il lato positivo della pesante sconfitta militare subita dalla Cina è rappresentato appunto dalla dimostrazione pratica della possibilità di portare i paesi asiatici, come ha fatto il Giappone, al livello tecnico degli odiati e invidiati paesi dell'Occidente. La grande muraglia dei divieti legali, che dovevano proteggere il vecchio Celeste Impero dalla contaminazione straniera, è ormai definitivamente crollata, se persino un paese asiatico fino ad allora povero e arretrato ha potuto infischiarsene. Sarà giocoforza allora spiccare il grande salto verso il livello storico degli Stati che straziano e divorano la Cina, oppure rassegnarsi a restare un prolungamento dell'imperialismo straniero. Tale dilemma è perfettamente acquisito dalle correnti della borghesia autoctona che si è andata formando negli interstizi lasciati liberi dal capitale finanziario straniero. Ma, per la natura e le origini sociali del movimento, esso non può altro che tentare la via delle riforme dall'alto. Così, all'insorgere eroico dei Tai-ping, succede l'illuminismo di un partito legalitario di riformatori, capeggiato dallo scrittore Kang Yu-Wei. Essi si illudono che basti "illuminare" il giovane imperatore e indurlo a firmare una serie di decreti innovatori Ma la terribile reazione seguita, ad opera del partito di Corte e dell'esercito, verrà a dimostrare inequivocabilmente che la Cina, a meno di voler restare indefinitamente in condizioni di asservimento, non potrà sottrarsi, come lo avevano potuto le nazioni europee nei secoli XVII e XVIII, alla chirurgia della rivoluzione sociale.

2) Scoppio della rivoluzione borghese. La prima rivoluzione (1900-1912).

È un periodo che comincia con la rivolta dei Boxers (1900). Da questo momento il movimento rivoluzionario cinese assume pienamente il duplice compito del sovvertimento sociale interno e della lotta nazionale contro la soggezione straniera. È nel primo decennio del secolo che si verifica un considerevole incremento delle forme capitalistiche, con conseguente sviluppo delle classi sociali proprie della società capitalistica: la borghesia e il proletariato. Per la prima volta sorgono organizzazioni politiche modellate sui partiti occidentali, come la Lega rivoluzionaria di Sun Yat-sen. Ma la rivoluzione anti-monarchica del 191, che pure riuscirà a buttar giù dal trono imperiale la dinastia Manciù, e a fondare la repubblica con Sun Yat-sen presidente, non potrà impedire che la casta dei generali, lasciata in eredità dallo speciale ordinamento militare dei Manciù, si impossessi del potere e spezzi in varie satrapie militari quell'unità dello Stato cinese che bene o male la monarchia autocratica aveva saputo difendere e perpetuare. Necessariamente il rinnovamento sociale del paese viene ad essere soffocato sul nascere. Si tratta, in sostanza, di una rivoluzione incompiuta, e altre se ne dovranno verificare. Da questo punto il movimento rivoluzionario seguirà come una serie di linee spezzate. La rivoluzione, che irresistibilmente tende a fuoriuscire dal sottosuolo sociale, esploderà alla superficie, ma ogni volta ad una entusiasmante vittoria seguirà una precipitosa ritirata. Tuttavia è questa una delle quattro rivoluzioni democratiche orientali che per Lenin preludono alla prima guerra mondiale e al risveglio dell'Oriente (Cina, Turchia, Persia, Russia 1905).

3) Gli anni della reazione militarista (1912-1919).

È il periodo della dominazione dei "Signori della Guerra", generali di professione che si disputano ferocemente il potere, lasciandosi comprare dalle diverse potenze imperialiste concorrenti. Come tutte le epoche di controrivoluzione, la reazione militarista è "maestra" di rivoluzione. Le forze sconfitte del campo rivoluzionario rivedono i loro errori e migliorano la loro preparazione.

4) La ripresa rivoluzionaria (1919-1925).

Si tratta di un periodo oltremodo interessante perché si intersecano in esso le conseguenze di due processi storici di enorme portata: la involuzione incipiente della Internazionale Comunista, che sta deragliando dai binari dell'originario programma, e la presa di coscienza delle finalità di classe da parte della borghesia cinese. Tali fenomeni, come proveranno gli avvenimenti, stanno tra di loro come in una relazione di causa ad effetto. Infatti sarà la completa degenerazione delle direttive politiche in materia nazionale e coloniale, che erano state approvate al II Congresso dell'Internazionale (luglio-agosto 1920), a incanalare su una strada sbagliata il movimento dei contadini e degli operai controllati dal Partito Comunista cinese e a permettere al Kuomintang di operare impunemente la rottura dell'alleanza col PCC, alleanza che appunto alla fine di tale periodo viene ricercata e attuata.

5) Serie delle guerre civili interne. La prima guerra civile rivoluzionaria (1925-1927).

Essa inizia con la formazione di un governo nazional-popolare cui partecipano il PCC e il KMT, e la spedizione, contro il blocco del Nord militarista, dell'esercito nazionale rivoluzionario, che muove dalla sua base centrale nel Kwang Tung (la provincia dove sorge Canton). Nell'aprile del 1927 la spedizione si conclude vittoriosamente per i sudisti con la conquista di Nanchino; ma subito dopo il KMT lancia le sue forze contro l'alleato comunista, provocando i mostruosi massacri di contadini nelle campagne e di proletari nei grossi centri urbani di Sciangai, Wuhan, Canton.

La storiografia staliniana definisce tradizionalmente questa drammatica svolta della prima guerra civile cine se come il "tradimento" di Ciang Kai Scek. Ma se le parole si riattaccano al contenuto di classe degli avvenimenti, si vede che, se di "tradimento" si vuole discorrere, di esso certamente non andavano accusati gli sgherri del Kuomintang, i quali avevano imposto al Partito Comunista cinese, una cui ala sinistra vi si era invano opposta, di sacrificare totalmente il programma della "doppia rivoluzione", quale era stato perseguito da Marx e Engels nel 1848 in Germania e vittoriosamente attuato da Lenin nel 1917 in Russia.

Catastrofe peggiore di quella seguita al rovesciamento del fronte del KMT non poteva aversi, perché la cancellazione della possibilità di una rivoluzione socialista e il sacrificio di migliaia di proletari non furono compensati dalla vittoria della rivoluzione democratica. Infatti, anche la guerra civile tra Nord e Sud rimase nel novero delle rivoluzioni incompiute, in quanto il regime nazionalista del Kuomintang, pur di combattere la minaccia rappresentata dalla guerra partigiana intrapresa dal PCC, si darà ad una politica equivoca di patteggiamenti con la reazione fondiaria interna e l'imperialismo straniero.

6) La seconda guerra civile. Il conflitto tra PCC e il KMT (1927-1937).

È il periodo che vede il Kuomintang trasformato in sostegno del potere legale, succeduto alla dominazione dei militaristi, mentre il Partito comunista viene spogliato di ogni riconoscimento legale. Inizia così la lotta armata tra nazionalisti e comunisti che durerà fino allo scoppio della guerra tra Cina e Giappone (luglio 1937).

Ma l'aperto conflitto col KMT non vale certo a riportare il PCC sulla Piattaforma del II Congresso dell'I.C. anzi, in concomitanza con lo sviluppo della politica dello Stato russo, che muove decisamente verso il definitivo schiacciamento del bolscevismo, la sinistra del PCC viene completamente battuta e la direzione del partito viene assunta dalla corrente di Mao-Tse-dun (1934), la stessa che, a vittoria ottenuta contro il KMT, dovrà instaurare in Cina la Repubblica popolare fondata sul blocco delle "quattro classi".

Ritirandosi dinanzi alle forze di Ciang-Kai-scek, le "armate rosse" daranno vita alle cosiddette "regioni sovietiche", vere sacche militari territoriali, nelle province del Kiangsi (Cina sud-orientale) e dell'Hu-nan e dello stesso Hu-pen. Ma fin dal 1935 la direzione del PCC sostituisce la parola d'ordine di una repubblica di operai e di contadini quale governo della Cina, dopo la vittoria, con quella della Repubblica popolare, con la borghesia "nazionale" come una delle classi avente una parte nella vita legale del paese.

È durante questo periodo che le "armate rosse" per sfuggire alle "campagne di annientamento" sferrate da Chiang, abbandonano le loro basi nelle province del Kiang-si e del Fu-kien e si trasferiscono mediante una marcia di 10.000 chilometri nello Scien-si (Cina nord-occidentale), descrivendo un'immensa curva da sud verso l'estremo nord-ovest (Lunga Marcia).

7) Gli anni della rinnovata collaborazione tra PCC e KMT nella guerra antigiapponese (1937-1945).

Dopo l'attacco giapponese alla Manciuria e la costituzione del Manciu-kuò (1932-33), il PCC rinnova i suoi appelli per la creazione di un fronte unico anti-giapponese, ma il KMT li ignora, anzi raddoppia gli attacchi alle truppe comuniste. Ma dopo lo scoppio del conflitto nippo-cinese il KMT per evitare il completo disfacimento a cui lo spingono le sconfitte inferte dai giapponesi, è costretto ad addivenire ad un accordo col PCC per la condotta di operazioni comuni contro l'aggressore. All'indomani del 7 luglio 1937, inizio dell'attacco giapponese, l'Esercito rosso cambiava la propria denominazione in Esercito rivoluzionario nazionale, sanzionando così, anche sul terreno dei simboli, e delle forme esteriori, il definitivo passaggio ad un programma puramente nazionale e democratico. Da parte sua, il KMT riconosceva la legalità del PCC (22-23 settembre). A solennizzare la riappacificazione tra i tradizionali avversari, giungeva il plauso di Mosca nella forma di un trattato di non-aggressione cino-sovietico.

Ma mentre il PCC si mantiene fedele agli accordi assunti col KMT, questi, conducendo una politica di doppio gioco, cerca accordi segreti col Giappone e nello stesso tempo tenta di ridurre la potenza dei comunisti. Per raggiungere tali obiettivi, il KMT non esita a sferrare delle vere offensive contro le truppe comuniste, qualche volta agendo addirittura in collegamento con le truppe giapponesi, (1939, 1940,1941). Solo dopo Pearl Harbour (1941) Ciang-Kai-scek dichiara guerra al Giappone. La collaborazione tra il PCC e il KMT viene di fatto a cessare, fin dal 1941. Ma, persistendo ostinatamente nella sua politica di lealismo, il PCC, mentre dura la grande offensiva giapponese in Cina nel 1944, ripropone la collaborazione militare e politica tra i due partiti.

Alla resa del Giappone, nell'agosto del 1945, col conseguente sgombero della Cina, seguono trattative tra il PCC e il KMT, per l'intermediario degli americani, e nell'ottobre un comunicato comune di Mao Tse-dun e di Ciang-Kai-scek sancisce l'accordo.

8) La terza guerra civile e la fondazione della Repubblica popolare (1946-1949).

Il periodo si apre con una offensiva di Ciang-Kai-scek (luglio 1946) che ottiene un successo iniziale, riuscendo a ricacciare i comunisti persino dalla loro capitale Ye-nan nello Scen-si (Cina nord-occidentale). Ma a cominciare dal marzo dell'anno successivo, il KMT è ridotto alla difensiva nello Shan-tung e nello Shen-si settentrionale. Nell'estate le truppe dell'Esercito popolare passano il Fiume Giallo e rompono il sistema difensivo del KMT, portandosi sulla linea del Fiume Azzurro. Il 30 ottobre 1948 viene conquistata Mukden. Nel 1949 tutta la Cina del Nord è sgomberata dal KMT; nell'aprile, l'esercito popolare varca il Fiume Azzurro, mentre il KMT trasferisce la capitale a Canton.

21-30 settembre. La Conferenza politica consultiva del popolo cinese proclama, a Pekino, la Repubblica.

Ciang-Kai-scek deve fuggire a Formosa sotto la protezione americana.

Nel 1950 scoppia (giugno) la guerra di Corea.

La misura della totale degenerazione, prima della rivoluzione russa, e quindi della rivoluzione cinese, sta nel fatto che questa guerra, come a suo tempo prevedemmo, si concluse senza dar luogo né ad un conflitto mondiale, né ad una rivoluzione sociale.

Bilancio ad alto potenziale

La scorsa che abbiamo fatto attraverso oltre quaranta secoli di storia della comunità umana ancoratasi, forse prima dell'umanità tutta, in una ben definita regione geografica della terra, ci ha permesso, per quanto abbozzata a grandi tratti e in grezzi contorni, di vedere questa massa di uomini in continua ebollizione tra urti, scontri e tempeste, e di provare che nell'ultimo secolo indiscutibilmente la ricca materia non è solo adatta per la storia convenzionale del succedersi di monarchi e capitani, ma dimostra che le intime forme sociali e i rapporti economici sono ormai allo stato fluido ed agitati da violente ondate di trasformazione.

In tutto il corso dei millenni non si è soltanto trattato di forze endogene di questo immenso e denso magma umano, ma anche dei frequenti rapporti esterni con altre comunità che si erano evolute in ben diverse condizioni materiali, e che, a un grado ben inferiore del corso tra l'orda combattente e lo Stato organizzato civilmente e militarmente, cercavano di avventarsi sui beni di cui si era dotato, sulla fertile terra, il vigoroso popolo lavoratore della Cina; ma nella recente fase storica non sono più le falangi barbare di turchi e mongoli dell'interno a minacciare la succosa polpa della "pagnotta" cinese, bensì, venendo dal mare, le piraterie imperiali del "civilissimo" mondo capitalista della razza bianca, colla sua sempre più potente organizzazione produttiva e la non meno "progressiva" dotazione di armi e mezzi di distruzione.

Le reazioni che nell'interno del magma giallo si sono sviluppate in questi drammi della storia mondiale sono state quantitativamente immense, hanno agitato e trascinato in vortici turbinosi uomini a centinaia di milioni, hanno visto eserciti sterminati avanzare e indietreggiare a vicenda come maree, lasciando il terreno delle guerre incessanti seminato di uno stragrande numero di vittime; le masse, a volte soccombere per la distruzione di forze produttive a scala gigantesca, a volte sollevarsi in disperate rivolte per aprirsi una strada nuova. Le convulsioni interne di questo sottosuolo sociale che cifra quasi un quarto della specie umana sono state negli ultimi decenni di una intensità di gran lunga superiore a quanto si constata entro la razza bianca, ma al confronto si tiene tutta inquadrata in un sistema statale inesorabile sotto le sue vernici liberali, e si lascia mobilitare come gregge a ritmi periodici negli eserciti gerarchici guerreggianti.

Follia di critici andati a male sarebbe il non attribuire nessuna possibilità di scioglimento al dramma che si svolge nel teatro geografico cinese, perché il destino di questa comunità e di tutte le altre dei popoli non euro-ariani dovrebbe solo essere attesa da una rottura di fronte sociale nelle nazioni capitaliste avanzate; mentre in queste, soprattutto dopo la terza ondata dell'opportunismo nata dalla putrefazione della rivoluzione russa di quarant'anni addietro, più che una linea di prossima frattura si è disegnata una saldatura ottusa e ripugnante di collaborazione di classe.

Ritardi millenari dell'Asia

Da quando l'Ottobre russo, come vittoria del proletariato internazionale, è stato spento nel pantano del "produzionismo mercantile", il fatto più rivoluzionario della storia contemporanea è la rottura della tradizionale immobilità sociale dell'Asia.

Un secolo fa essa fu diagnosticata da Marx, in uno dei capitoli sintetici del Primo Libro del Capitale, a proposito della divisione sociale del lavoro, di cui il nostro programma attende uno sconvolgimento radicale rispetto alla forma industriale moderna. Dopo aver descritta la comunità indiana di villaggio che, pur nella soggezione allo Stato dinastico, aveva raggiunto un equilibrio completo nella distribuzione del lavoro agrario, artigiano e rudimentalmente amministrativo e culturale, Marx scrive: "La legge che regola la divisione del lavoro della comunità agisce qui colla inviolabile autorità di una legge fisica, poiché ogni artigiano esegue secondo il metodo tradizionale, ma con indipendenza e senza riconoscere autorità alcuna nella sua bottega, tutte le operazioni che sono di sua competenza. La semplicità dell'organismo produttivo di tali comunità sufficienti a se stesse, che si riproducono costantemente nella stessa forma e, quando accidentalmente vengano distrutte, si ricostituiscono nella stessa forma e collo stesso nome (nota da: Raffles, Storia di Giava), ci spiegano la immutabilità delle società asiatiche, immutabilità che contrasta in modo così strano colla dissoluzione e ricostituzione incessante degli Stati asiatici, e coi violenti cambiamenti delle loro dinastie. La struttura degli elementi economici della società rimane intatta dalle bufere che si scatenano nella regione politica".

Anche laddove, come ben presto in Cina, le comunità di villaggio sono state liquidate, e la prima distribuzione periodica della terra alle famiglie che la lavoravano si è sviluppata nella proprietà privata ereditaria del contadino coltivatore diretto, questo è minacciato ad ogni momento dalla riduzione a servo di una classe terriera aristocratica o anche dello Stato fiscale centrale, e ne sorgono continue lotte; tuttavia la situazione si configura ancora in modo da richiudersi in se stessa senza vie di uscita, e questo durerà quasi due millenni. La descrizione la chiederemo questa volta al marxista di razza pura Trotzky (Stalin, appendice) laddove egli dimostra che il contadiname non può conquistare il potere per se stesso, ma solo al seguito delle classi urbane che dirigeranno la nuova società, ieri la borghesia, domani il proletariato. L'autore risponde alla obiezione che gli potrebbe venire dalla storia cinese. "È vero, nell'antica Cina vi furono rivoluzioni che condussero i contadini al potere, o piuttosto vi condussero i capi militari delle insurrezioni contadine. Ma ciò condusse ogni volta ad una redistribuzione della terra ed ad una nuova dinastia 'contadina'; dopo di che la storia riprese ogni volta allo stesso modo: una nuova concentrazione della terra, una nuova aristocrazia, una nuova usura, e nuove sollevazioni. Fino a che la rivoluzione conserva il suo carattere puramente contadino, la società non potrà mai emergere da queste rotazioni senza speranza. Queste furono le basi dell'antica storia asiatica, inclusa la Russia. In Europa, cominciando col colmo del Medio Evo, ogni insurrezione vittoriosa dei contadini non portò al potere un governo contadino, ma un partito cittadino di sinistra. Più precisamente ogni insurrezione contadina si dimostrava vittoriosa solo nella misura in cui ciò rafforzava la posizione del settore più rivoluzionario della popolazione urbana. Quindi nella Russia borghese del ventesimo secolo una presa del potere da parte del contadiname era fuori di questione".

Con ciò Trotzky esprime la condanna dei populisti e socialisti rivoluzionari russi che si prospettavano il rovesciamento dello zarismo feudale da parte di una rivoluzione nelle campagne, con un governo contadino ed un più assurdo ancora socialismo agrario, fondato (come nelle presenti consegne codine dei seguaci dello stalinismo, truccato da marxismo-leninismo) sulla piccola proprietà coltivatrice.

Oggi la situazione senza speranza dei cicli chiusi asiatici è stata spezzata dopo lunghe lotte in cui i contadini furono inquadrati e condotti da classi urbane, che oggi fa comodo confondere nella denominazione di "popolari". Nella rivoluzione democratica di Sun Yat Sen del 1911 prevalsero i borghesi della nascente industria e del commercio, col codazzo abituale di intellettuali, studenti ed artigiani. L'intervento nella fase successiva degli operai industriali è stato travolto nelle vicende sfortunate e sinistre della rivoluzione russa ed europea, dopo la Prima Guerra Mondiale.

Ritardo secolare dell'Europa

Mentre la Cina guadagnava quei mille anni, l'Europa, avanguardia del mondo - a detta di certi marxisti andati a male - ne perdeva vergognosamente cento, col rischio di annullare anche quel balzo grandioso dei popoli di oltremare. Già nel 1848 il programma del marxismo, come cento volte abbiamo ricordato in questa ora di ignobile rinculo, era di porre la candidatura del proletariato alla direzione della rivoluzione antifeudale in immediata opposizione a quella della borghesia capitalista, che sotto la pressione della lotta di classe operaia doveva senza respiro essere spinta al potere ed essere buttata via da esso. Ma solo in Russia, ben settant'anni dopo la costruzione storica del Manifesto, la borghesia fu costretta a bere questo calice kerenskyano, e con essa tutte le succubi classi piccolo-borghesi della campagna e della città, e i loro partiti, corruttori ovunque del potenziale che è solo affidato alla classe operaia.

Frattanto le borghesie che avevano avuto respiri di lunghezza paragonabile a quello toccato al capitalismo inglese, dopo la loro rivoluzione liberale, tentavano di fermare la storia della società nel modo economico loro proprio, e nonostante terribili prove vi sono finora riuscite attraverso le vampe di due guerre mondiali, che i proletari hanno combattute al loro servizio.

Dopo la Prima Guerra, in cui una delle storiche ondate dell'opportunismo sabotò ogni energia tesa ancora nella direzione del programma rivoluzionario marxista, vi fu il contrattacco legato ai nomi di Russia, III Internazionale, Lenin. Ma col violento taglio tra la politica del potere russo e quella della classe operaia mondiale un'ulteriore ondata demolitrice di opportunismo ebbe il sopravvento, e tra gli altri delitti volle che il proletariato, come nel 1914, una seconda volta si schierasse sotto le bandiere borghesi, quella hitleriana non esclusa. Uscendo da questa fase atroce di alleanza con l'imperialismo capitalista, che significò mimetizzazione con esso, ma purtroppo senza che gli operai di Occidente lo intendessero menomamente, al posto del programma di lotta di classe e di abbattimento della borghesia liberale - che non si trattò più, se non in fraudolente versioni, di spingere oltre la reazione feudale - è stato propinato ai lavoratori un programma nazionale-populista, nelle cui consegne stanno ai primi posti la salvezza della proprietà privata, dello Stato parlamentare, e delle costituzioni borghesi.

Il lavoro dello stalinismo è stato davvero per asiatizzare l'Europa, non nel senso idiota in cui la propaganda occidentale fin dal tempo di Lenin usa un simile slogan, ma nel senso di imprigionare la razza bianca per secoli e secoli nella forma sociale borghese, così come la razza gialla era imprigionata nella forma dispotico-feudale, dalla quale era vanto dell'Europa essere uscita con le spade e le fiaccole giacobine al vento, e con la gloria delle dittature.

Ma l'Asia non è più lì ferma, essa fermenta e combatte. Onore all'Asia, onta all'Europa!

Via unica mondiale della controrivoluzione

La posizione del marxismo è che lo stesso insegnamento dato in Europa dalla storia del diciannovesimo secolo, circa quanto il proletariato deve aspettarsi dalle altre "classi urbane di sinistra" nelle contese rivoluzionarie, è dato in Asia e in Cina soprattutto dal ventesimo secolo.

La Rivoluzione francese e la Rivoluzione cinese sono serie di fatti positivi che esprimono la stessa sequenza di leggi storiche della lotta di classe, e sono quelle scoperte e scolpite in modo insuperabile nei classici di Marx.

L'Inghilterra era il primo paese in cui le forme sociali per cui si batteva la Francia dal 1789 avevano vinto, e prima della Francia aveva tagliata la testa del suo re, e applicato altamente il Terrore e la dittatura.

Ma nella costruzione marxista è classica la "guerra antigiacobina" e poi antinapoleonica, che la stessa Inghilterra conduce capitanando le coalizioni feudali europee e fino alla restaurazione della monarchia abbattuta; ed è marxismo non meno classico considerare queste guerre come continuazione delle guerre commerciali contro i grandi Luigi della stessa monarchia.

Quando nel 1848 i contadini cinesi iniziano un movimento contro la nobiltà terriera e la monarchia sui motivi dei "cahiers de doléances" con cui i servi della gleba francesi avevano prima suonata la campana per la Bastiglia, Inghilterra e Francia liberali non simpatizzano per una Cina costituzionale e parlamentare, ma aiutano la dinastia feudale ad abbattere la rivoluzione, rifanno cioè una prima guerra antigiacobina dell'Asia, in cui i motivi commerciali sono più spudoratamente evidenti, come Marx bollò a rovente fuoco.

Dopo la restaurazione del Borbone ottenuta dagli inglesi a Waterloo, più che dallo stesso Alessandro di Russia, nel 1831 Parigi si solleva una prima volta per rovesciare la monarchia assoluta e si forma un blocco delle quattro classi: borghesia, impiegati e bottegai della città, e contadini; si giunge alla monarchia orleanista costituzionale e borghese, ma il tentativo degli operai di proclamare la repubblica è una prima volta soffocato nel sangue.

Nel 1848 si arriva in una simile situazione alla repubblica, ma ancora una volta gli operai, dopo avere per essa combattuto, la chiedono socialista, e una seconda volta sono massacrati dagli "alleati" borghesi e piccolo-borghesi, che nella costruzione marxista non sono alleati, ma nemici fatti marciare avanti colla punta del pugnale tra le scapole o la canna del revolver sulla nuca, per una rapida fase storica, nella stessa direzione.

Nel 1871 i lavoratori pagano uno stesso tributo di sangue dopo avere rovesciato il secondo impero uscito dal colpo di Stato e crollato sui campi di battaglia. Borghesi e piccolo-borghesi che hanno proclamata la repubblica dopo la sconfitta stringono patti coll'invasore purché Parigi rossa sia soffocata.

Tre volte abbiamo giocata la partita colla controrivoluzione per scatenare la "sinistra urbana", e dopo jugularla; tre volte noi rivoluzionari marxisti, di Europa diciannovesimo secolo, abbiamo perduta la partita.

Tre volte l'hanno nello stesso modo perduta i lavoratori e i comunisti cinesi.

Nell'aprile 1927 dopo le vittorie della spedizione contro il blocco militarista del Nord, Ciang-Kai-scek rovescia il suo fronte e piomba a Canton sui suoi alleati comunisti facendone orrendo massacro.

I comunisti che, diretti da Mosca non più rivoluzionaria a fare causa comune coi borghesi cancellando il fine organizzativo e sostituendo al programma di una rivoluzione cinese che, come la russa, ricordò Trotzky un giorno, "sarà socialista o non sarà", un programma crassamente populista e piccolo-borghese, furono da Mosca stessa lanciati al contrattacco e furono una seconda volta, malgrado l'eroismo degli scioperanti dei grandi centri, schiacciati sanguinosamente.

La Cina borghese del Kuomintang, come abbiamo esposto, consolidò la sua posizione, ma spostò il suo programma sempre più a destra, fino a preferire, come era ben prevedibile, e alla stessa scuola dei Thiers di Versailles, il patteggiare con lo straniero giapponese, alla probabilità di vedere una vittoriosa Comune di Sciangai o di Nanchino.

A questo punto gli stessi che avevano tradito mettendo sotto i piedi la lezione del marxismo internazionalista rivoluzionario (che facilmente avrebbe utilizzato chi non avesse già bestemmiato che le vie nazionali al socialismo sono diverse, e che il socialismo in ogni paese si fa da solo), inscenarono quella che si vanta come una vittoria sui giapponesi e su Ciang-Kai-scek, e che consiste nell'averlo cacciato, per attuare il suo programma, ossia quello di partenza del Kuomintang e di Sun Yat Sen, per una Cina borghese di sinistra, che ha rinunziato al passaggio ad una rivoluzione socialista, col motivo di chiamare come in Russia socialismo un capitalismo di Stato di grado ancora inferiore, perché non solo è ridotto alla sola industria, ma anche in questo settore si autolimita del cinquanta per cento lasciato in dominio di una borghesia privata, quarta classe del blocco.

Questa amara vicenda mostra come la via della controrivoluzione borghese non sia nazionale, né continentale, ma sia la stessa nell'Europa e nell'Asia, in Francia e in Cina, con la differenza di fase di un secolo.

Dialetticamente questo ci insegna che anche la strada della rivoluzione è unica nel mondo. Ed è condizionata da un programma in tappe inseparabili, in cui ad una ad una, coi loro partiti, e malgrado in date fasi il loro potenziale rivoluzionario sia stato utilizzato dalla storia che avanza, dovranno saggiare il peso della dittatura proletaria e del terrore rosso, e soccombere, le classi transitoriamente rivoluzionarie della grande borghesia industriale, commerciale o agraria, della piccola borghesia artigiana e contadina, e tutto il ceto servitore di impiegati ed intellettuali sempre accodato alla sinistra delle città. E questo dovrà essere annunziato e sostenuto nelle proclamazioni del partito comunista anche nei tempi in cui si rovesciano quelle classi, perché "corrano la loro frazione", lungo la china tormentata della storia.

3 - Conclusione

Programma mondiale della forma rivoluzionaria comunista

Raccoglieremo le vele di questa corsa attraverso i termini della questione nazionale e coloniale, che chiama sulla scena tutte le forme o modi di produzione dai più antichi ai più moderni - sulla linea di quanto faceva per la Russia del 1917-21 il classico discorso di Lenin sulla Imposta per natura, ed in attesa di ritornare a fondo su tutti gli aspetti storico-geografici del dramma immenso, che di ora in ora seguiamo - ribattendo i capisaldi dei già utilizzati Grundrisse di Marx.

La valutazione di ogni forma sociale remota o attuale, prossima o lontana, noi la facciamo contrapponendola alle caratteristiche che la nostra dottrina ha scolpite pel nostro nemicissimo numero Uno: la forma salariale mercantile, ossia il capitalismo. E su tutto si leva come programma dottrinario e come diana di combattimento l'appello per la forma antimercantile di domani di cui alla fine della parte prima di questo scritto abbiamo già data la formula base: non più gli uomini per la demenza della produzione, ma la produzione per la serena pienezza di vita dell'uomo, l'uomo-specie, e se è lecito, poiché partiti dalla ristretta consanguinea orda tribale andiamo oltre la razza e la nazione, l'uomo-umanità.

Prima del sommario elenco delle forme distinte colle stesse parole e frasi di Marx, daremo al teorema storico supremo un'altra espressione rigorosa. La lezione banale del socialismo, come affermato vagamente dai premarxisti e dalle mille posteriori specie di travisatori del marxismo, vuole condannare il capitalismo borghese in quanto "appropriazione" da parte dei singoli di settori di oggetti conquistati alla natura dall'uomo nella serie delle generazioni. La nostra lezione del socialismo è la distruzione del capitalismo in quanto essa è stata "espropriazione" di tutta l'umanità (e soprattutto di quella sua parte in cui il singolo è ridotto alla forma massimamente esaltata dalla ideologia borghese di "libero lavoratore"), "espropriazione" del suo collegamento oggettivo colla natura e col modo in cui l'uomo nella serie delle generazioni ne ha trasformato il campo materiale con una catena di gloriose e dolorose conquiste.

Il legame oggettivo tra le condizioni naturali in cui l'uomo lavora e l'uomo stesso come soggetto singolo e collettivo è ancora vivo nelle forme più antiche che il capitalismo distrugge; muore nella insensata forma borghese in cui il lavoratore ha esistenza meramente subiettiva, e tutto il mondo della natura e delle conquiste della sua specie è messo contro di lui come estraneo, come nemico, come "mostro che lo divora disperdendo l'illusione che il singolo libero possa viverne, divorandolo".

La forma banale della rivoluzione proletaria come una cacciata di usurpatori, che abbiano peccato contro lo Spirito Santo, ha permesso di ridurre la rivendicazione socialista ai risultati più stupidi, in quanto non solo restano nell'ambito della forma borghese mercantile, ma perfino sono fuori del tutto dall'orbita storica che l'umanità o le sue parti descrivono, come la appropriazione sindacale, aziendale, comunale o statale del capitale, accezioni degeneranti e paranoiche della sua appropriazione privata personale.

Serie delle forme: Europa

Nel primo comunismo tribale, si tratti dell'orda nomade o del villaggio fissato sulla superficie agraria, tutto è proprietà, temporanea o stabile, di tutta la comunità. Ogni membro di essa è proprietario o comproprietario rispetto a tutte le condizioni del lavoro, allo stesso titolo degli altri: terra, greggi, primi arnesi del lavoro, prodotti del lavoro. Queste sono un prolungamento materiale del corpo organico dell'uomo e dei suoi arti. La proprietà è prolungamento dell'uomo, come lo strumento della produzione lo è della sua mano prensile. Quest'uomo primitivo esiste oggettivamente nelle relazioni con gli oggetti e la natura, non soggettivamente come oggi nel mito del cittadino deliberante, ma a cui la natura e la sua umana conquista reale sono state chiuse come porte sulla faccia.

Nella seconda forma tribale la proprietà resta comune a tutti, ma vi è una suddivisione temporanea delle condizioni del lavoro tra i gruppi familiari, e tra esse della terra da lavorare. La forma proprietà è in tutti, una forma possesso nei singoli, ma il legame non spezzato tra l'uomo e le condizioni del suo lavoro. La evoluzione è nel senso in cui si è evoluta la famiglia: a monogama, dal matrimonio di gruppo tra i membri dell'orda dei due sessi, alta forma anti-individualista delle "fratrìe" descritte dalla mano maestra di Engels.

Forma della libera proprietà lavoratrice. Forma romana classica. La terra della comunità è parcellata tra i cittadini e le loro famiglie che la lavorano. Una parte della terra resta comune: ager publicus, e tutta la comunità ha facoltà di usarne. Ogni membro della comunità è proprietario. Al centro vi è la città-Stato (polis , civitas) particolarmente guerriera. Il proprietario cittadino è anche soldato combattente. La popolazione cresce, la città conquista nuove terre, che divide ai legionari.

Forma germanica. La città vi ha minore importanza che nella romana. I capifamiglia vivono lontani (sono terre meno fertili e popoli poco densi ancora seminomadi) e si riuniscono solo periodicamente per deliberare e spartirsi o sorteggiarsi a turno le terre. Lo Stato non è accentrato.

In queste forme l'uomo lavoratore è ben legato alle condizioni del suo lavoro. Ruppero tale legame oggettivo la forma schiavista e il servaggio della gleba (orrori esecrati per il liberalismo borghese)? La risposta della nostra dottrina è profonda. Lo schiavo e il servo della gleba sono meno brutalmente del moderno lavoratore libero tagliati via dalle condizioni del loro lavoro. Quando le tribù libere nel loro errare o nel loro stabilirsi geografico divengono troppo numerose per la estensione disponibile, sorge tra esse la lotta. La guerra è un fenomeno di divisione del lavoro; alcuni componenti l'orda, forse gli addetti alla caccia che comporta una lotta cruenta, sono adibiti a difendere la vita e il lavoro di tutti. Debellata una tribù nemica, quale la sua sorte? Engels espone come tra gli antichi americani aborigeni essa veniva sterminata; questo salvava la tribù vittoriosa dalla miscela del sangue, ma soprattutto, deterministicamente, dal triste avvenire della divisione in classi e del sorgere del potere statale. Nella forma europea-romana sorge la schiavitù. Ma come la terra è spartita tra i cittadini che sono tutti agricoltori e soldati, lo saranno i prigionieri dopo aver seguito i carri del trionfo dell'unità superiore, la città-comunità. La schiavitù ha forma privata, in Europa.

Nel lungo corso storico i liberi si dividono tra patrizi e plebei (la distinzione di origine nella dottrina di Marx è che i plebei hanno la piena proprietà quiritaria della terra che lavorano e un godimento sull'ager publicus, che è prima amministrato e poi conquistato in parte come proprietà dei patrizi, sorgendo la grande proprietà terriera); ma tutti possono essere proprietari di schiavi.

Lo schiavo è considerato come una parte oggettiva delle condizioni di lavoro del libero che con la sua terra lo ha conquistato in battaglia. Ma lo schiavo, in questa forma obiettiva e passiva, non è tagliato via dalla terra e dal suo frutto; egli ne mangia col padrone, e per ragioni della nuova divisione sociale del lavoro e nel comune interesse l'uno avrà da mangiare fino a che ne abbia l'altro. Lo schiavo è ridotto alle condizioni dell'animale da gregge che il padrone difende e nutrisce, e (da che l'antropofagia nelle sue rare apparizioni è scomparsa) serve, come dice la stessa Genesi, da collaboratore dell'uomo così come il bue, ma non dà riserva di carne come questo.

Dobbiamo sorvolare le altre stimmate della forma romana. La città prevale sulla campagna per ragioni di direzione politica e militare, ma il lavoro agricolo è più nobile di quello artigiano della civiltà (il contrario nel Medioevo). Progressivamente le famiglie urbane e le gentes nobili, che si richiamano idealmente alle stirpi delle tribù originarie pure, non sono più definite dalla ereditarietà del sangue, ma da circoscrizioni territoriali di distretti di residenza a cui tutti i liberi accedono. Ciò nelle mirabili costituzioni dei demos ateniesi e dei comizi romani, che la ignobile età capitalista ha solo copiato, senza saper salire più oltre, e senza liberarsi dal corporativismo medioevale di mestiere se non in teoria (e dicasi ciò di intere schiere di pseudo-marxisti obliosi del fatto che lo supererà solo l'abolizione della divisione sociale del lavoro).

Riprendiamo l'arduo sentiero dei Grundrisse e diciamo della forma germanica. Anche in questi popoli comparve lo schiavo-prigioniero di guerra, ma forse solo al servizio dei condottieri. La servitù si delineò più tardi e soprattutto quando l'onda di quei popoli vaganti ruppe il legame unitario dello Stato imperiale romano, garanzia suprema di stabilità del lavoratore libero sulla sua terra, ossia del suo umano legame colle condizioni del suo lavoro, sola e più nobile espressione delle libertà che l'umanità abbia fin qui conosciuta. Il servaggio, che il cretino borghese tanto disprezza, è forma che più che da un atto di forza nasce da una divisione consensuale di compiti sociali. Il membro dell'orda teutonica passato dal carro alla terra è divenuto pacifico: non ha lo Stato e la patria del legionario-contadino romano. Egli non potrebbe più lavorare o almeno raccogliere il prodotto del suo sudore, se non si accomandasse ad un signore guerriero, in una forma classista a Stato assai poco accentrato. Il servo lavora la terra e il suo signore trae la spada e versa il suo sangue perché la terra sia sicura. Ne mangiano insieme il prodotto.

La sintesi è che in tutte queste forme il lavoratore resta attaccato alle condizioni del suo lavoro. Lo schiavo ed il servo non vanno in guerra, ma combattono per lui oltre che per se stessi il cittadino libero, plebeo o patrizio (fanteria e cavalleria), o il cavaliere medievale, mettendo in gioco la vita perché il legame tra l'uomo e le condizioni del suo lavoro non venga dal nemico infranto.

Comunismo primitivo totale, comunismo a rotazione di possessi, libera proprietà lavoratrice, schiavitù, servitù della gleba.

La serie continua nel modo capitalista. Poiché da tutti i lati esso ci ammorba, inutile è il descriverlo. Marx è ben altro che uno degli economisti intenti a trovargli leggi eterne che i felloni di domani vorranno imporre allo stesso socialismo. Marx descrive la fine e morte del mondo capitalista imputandogli di avere, in opposizione a tutte le forme passate come alla futura comunista, per primo ed unico, attuato il crimine contro natura di tagliare la carne dell'uomo vivo dalle condizioni oggettive della sua vita e attività, che si attuano nel suo lavoro; e questo ribadisce con colpi da muscoloso artiere, inchiodandolo alla sua totale infamia ed immancabile rivoluzionaria distruzione.

Serie delle forme: Asia

Questo continente immenso, dove la forma sociale umana è nata, sarebbe messo fuori da questo arco colossale gettato a cavallo dei millenni! Ciò non potrebbe essere che follia di chi abbia letto il marxismo come generato solo nel seno della società borghese, facendo una sterile copia della liberazione del salariato dal borghese, ricalcata dai tipi retorici di quella dello schiavo dal padrone, o del servo dal nobile, o del suddito dal monarca.

Lo stesso contenuto reale e dottrinale anima nella costruzione di Marx la serie asiatica e quella europea.

Essa parte dalle due forme di comproprietà e compossesso della tribù primigenia: ma al sovrapporsi di tribù a tribù si sostituisce, in gran massima, la formazione anticipata di un potere centrale sovrapposto a tutte le tribù. Per lo storico idealista questo centro prenderà le forme del Dio, del Mito, della casta sacerdotale, del Profeta, dell'Eroe, del Condottiero, del Re, dell'Imperatore Figlio del Cielo. Per noi la differenza, che non muta la linea universale della grande serie, sta nel maggiore pericolo che per la originaria pacifica fratrìa rappresentò non la umana unità vicina, ma piuttosto l'ira della natura, la carestia, la inondazione, il cataclisma tellurico. Da questo una peculiare divisione del lavoro per cui la comunità di villaggio fu condotta a rendere tributo di una parte del prodotto del suo lavoro alla unità centrale che regolava i fiumi e ordinava il territorio con i primi grandiosissimi lavori pubblici. Sorsero così prima Stato, Magistrature Gerarchiche, Eserciti civili - come forse il lontano esercito di Vigili, per la Guerra alla Natura, che avrà la umanità di domani...

Sorsero anche da queste forme la libera proprietà contadina, ma non così fortemente tutelata dal potere centrale come nelle forme europee classiche; la schiavitù e il servaggio. Ma gli schiavi furono schiavi più dello Stato, rappresentato nella sua anche utile funzione dal Despota (che nasce dalla grande leggendaria figura del Patriarca; da cui la definizione di forma asiatica patriarcale), che de ricchi privati, e quando una nobiltà locale volle premere sui servi della gleba, il potere monarchico e amministrativo lottò contro di essa. La forma del Re capo della classe che lavora (Trotzky) non è del resto ignota all'Europa: la calunniata Italia del Sud fu teatro di dure lotte contro i baroni (debellati da due secoli e più, e mal risuscitati ai fini elettorali, in questo secondo e più lurido mezzo Novecento da puzzolenti demagoghi che osano parlare di Marx e di Lenin) condotte dai Re svevi, angioini e spagnoli in parallelo a rivolte vere e proprie dei villaggi agrari e delle folle urbane.

Anche nella serie asiatica appare prima la città in cui il potere centrale ha i suoi nodi di "genio civile e militare" e appare come nel Medioevo europeo l'artigianato manifatturiero urbano. Prima che in Europa, vi appare la moneta ed il mercato interno, ed anche internazionale. Prima che in Europa, appesantiscono la società le classi intellettuali e colte, adoratrici insaziabili del sistema mercantile monetario, e ritarda solo una loro denunzia cosciente da parte della feconda classe manuale che, come primo fece Babeuf dopo la Rivoluzione francese, mette nella storia la Forza contro la Ragione - denunzia cui il contadino è impotente.

Tuttavia oggi la Forza sorge dal basso in sommovimenti formidabili, ed in un momento storico in cui i senza-riserva occidentali, i tagliati-fuori dalle condizioni naturali del loro lavoro, i proletari, sembrano avere dimenticato il lancio dei sassi della rivolta contro gli istruiti, i qualificati di burocratico grado, i pretoriani e gli sgherri statali e di classe di tutte le specie.

Unica via mondiale della dittatura antimercantile

Non abbiamo avuto bisogno di ricordare come la forma slava sia l'anello di congiunzione tra quella d'Europa e quella d'Asia, molto avendo detto a suo tempo sul come la Russia ha dato un feudalesimo di Stato; e poi un capitalismo di Stato, avendo la sua rivoluzione rinnegato il cordone ombelicale con la dinamica mondiale rivoluzionaria della concezione marxista, e uccisa poi l'organizzazione che lo esprimeva.

L'odio del contadino cinese ed orientale contro il mercantilismo interno e straniero che tartassa il suo collegamento al poco cibo che gli lascia la terra, trova a pilotarlo nella difficile via un poco numeroso proletariato industriale asiatico che dalle città - che hanno tuttavia scritto pagine di ribellione non seconde a nessuna tradizione europea - si ponga alla testa della rivoluzione.

L'aiuto della Russia proletaria rivoluzionaria sarebbe davvero stato bastevole a far trionfare anche nella Cina di oggi la dittatura dei proletari ormai sciolti da ogni legame colle condizioni di lavoro, ossia "aventi da perdere nella rivoluzione solo le loro catene, e il mondo da guadagnare" - il mondo dell'oggettività natural-tecnologica - se la controrivoluzione capitalista nei suoi trionfi dopo la prima guerra imperialista non fosse pervenuta, come sempre traditori aiutando, a tagliare il legame tra le dense masse dei proletari europei e il proletariato russo.

La tesi leninista della sintonia tra la lotta contro il capitale imperialista dei lavoratori delle metropoli e dei servi colorati di Oriente avrebbe trionfato, ma negli anni cruciali tra il 1917 e il 1923 lo scontro supremo fu perduto, e la storia dovrà riproporlo domani.

Non dovrà essere dubbio allora, se si sarà saputa vincere la battaglia della teoria, che descrivere il capitalismo nella sua profonda essenza come separazione del lavoratore dalle condizioni del lavoro non significa inserire in una scienza passiva una fredda definizione, ma significa, per il comunismo dialettico, lanciare la consegna incendiaria per la lotta distruttiva del sistema capitalista. Il lavoratore è tagliato fuori dal suo legame con la terra, gli arnesi di lavoro ed il prodotto del lavoro, perché non può più allungare le sue mani su nessuna di queste condizioni; egli è ridotto a una funzione soggettiva morta e perduta perché può toccare una sola cosa: quel pugno di luridi soldi che è il suo salario, e che solo è la sua proprietà.

La caratterizzazione marxista del modo capitalista nei termini che abbiamo trattato, e che mettono al di sopra di esso tutte le forme storiche più antiche in cui l'uomo non era gettato fuori dalla natura e ridotto a strumento del mostruoso Automa della Produzione, esprime che la dittatura proletaria rivoluzionaria dovrà avere un solo bersaglio: il nefando meccanismo mercantile e monetario. Mancando a questo, sarà vittoria del mostro capitalista e non del socialismo, come in Russia è stato. Ma lo scontro si riproporrà ad un proletariato mondiale e inter-razziale che di questo disastro avrà tratta la decuplicata forza di domani.

Base necessaria di questo ciclo immancabile è la sintonia della dottrina tra l'iter storico della razza bianca e quello delle razze di colore, sintonia che va ritrovata tutta nelle Tavole fondamentali della rivoluzione già stabilite da un secolo da Carlo Marx - che non ci consentiamo di elevare da Profeta a portavoce della classe espropriata dal Capitale del suo prolungamento nella Natura e nella Vita - al cospetto delle quali saranno oggi disonorati e sterminati domani i bestemmiatori.

Da "Il programma comunista" n. 3 del 1958

Archivio storico 1952 - 1970