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DOTTRINA DEI MODI DI PRODUZIONE

 

1 - LA DOTTRINA DEI MODI DI PRODUZIONE VALIDA PER TUTTE LE RAZZE UMANE

 

La grande serie marxista

 

Voler legare la realizzazione del programma socialista alla vicenda del filone storico di una sola delle grandi razze della specie umana, ossia a quella dei bianchi caucasici, o ariani, o indo-europei; concludendo che se quello stipite, si trova ormai al termine del ciclo, più non interessa quanto si svolga nel seno delle altre società razziali, è un tale tipo madornale di errore che è agevole mostrare in esso riuniti tutti i possibili e vecchissimi errori di tutti gli antimarxismi, più ancora che tutte le peggiori degenerazioni revisionistiche.

Una simile designazione di un "popolo eletto" nella storia, buona piattaforma di una nuova sorta di razzismo e nazionalismo, non si può introdurre su basi diverse da quelle su cui la poggiarono le costruzioni mitico-filosofico-scientifiche tradizionali e conformiste, chiuse tutte entro il confine della cultura borghese. Per il fideista è un Dio sopraterreno che investe un popolo, una nazione razziale , della missione di pilotare il mondo, se necessario con lo sterminio degli altri popoli. Per il pensiero borghese illuminista la guida è presa da quel popolo che per il primo ha scoperto in sé la "fonte immanente" della morale sociale e della civiltà, erigendola in "cultura nazionale" ha preso la facoltà di ordinare armonicamente se stesso su leggi "naturali" e quella di irradiare su popoli ritardatari queste "conquiste" illuminanti. Per la ramificazione totalitaria di tipo hitleriano di questa stessa dottrina borghese e moderno-critica, è una pseudo scienza che identifica questa razza eletta o super-razza, come aveva voluto identificare, per spossessare dèi e semidèi, il superuomo, e le dà con le macchine più perfette e le armi più distruttrici la virtù prima di ordinare il mondo. Se riferiamo Hitler agli ario-germanici, possiamo anche senza troppi sforzi riferire Stalin agli slavi, nell'attribuire ad altro stipite umano la superiorità sul pianeta... e fuori. Quando il primo sterminò gli ebrei a milioni, in fondo applicò ad essi in una versione borghese, più scientifica e più criminale, come tutte le forme della civiltà del capitale, secondo la legge del taglione, la loro pretesa mistica e plurimillenaria di essere gli eletti di Dio; che vollero loro usurpare a turno storico cristiani ed arabi (reso il debito omaggio alle potenzialità internazionaliste della chiesa cattolica su tutte).

In questa vana graduatoria di popoli che non supera di molto la graduatoria dei Capi, dei Condottieri e degli Eroi, ricadono in forme diverse gli stalinisti rinnegatori del marxismo, e gli attuali gruppetti negatori della dinamica del potenziale storico immenso che hanno in atto e in riserva le popolazioni di colore, che sarebbero dimenticate da Dio o lasciate da parte dal carro pubblicitario della cultura e del sapere..., del che è da ridere, prima ancora che per le ragioni scolpite in passi classici del marxismo sulla rottura capitalistica di ogni barriera alla diffusione e alla comunicazione mondiale, per il dato notissimo che in fatto di Dèi e di teologie, di cultura e di scrittura, e perfino di scienza tecnologica, moltissimi di quei popoli precedettero di millenni non pure i parvenus slavi, o i mezzi parvenus germano-sassoni, ma gli stessi classici greco-romani e le civiltà del vicino Oriente, che nel correr dei secoli i primi posti se li sono ormai giocati.

Il senso del marxismo è di distruggere questa personalità dei singoli popoli e delle singole razze e l'attribuzione ad essi e ad esse di qualità innate particolari che forgiano loro un destino, in modo analogo al distruggere la personalità e la predestinazione dell'individuo umano isolato come fattore di storia. Non capire quel primo punto ha gli stessi effetti che smarrire la visione del secondo; effetti che significano ricadere in vedute piccolo-borghesi, anarcoidi, e di banale individualismo; effetti che giocano, ogni giorno che vediamo dissolversi, in ex marxisti o sedicenti marxisti, la potenza della critica alla democrazia liberale nelle miserie del demo-laburismo e della opposizione della classe bruta al partito, forme deficienti che non si pongono un centimetro più sopra della fantoccia "democrazia popolare" del comunismo rinnegato di Mosca, o di Pechino.

La dottrina che per effetto di condizioni materiali e di gioco di forze produttive precede la storia, e che tale chiave sola può anche spiegarci, anzi sola lo deve, l'alternarsi di Stati, di popoli e di razze al controllo del mondo o di sue parti vastissime, non esclude nessun alternarsi ulteriore di popoli in questo turno grandioso e determina per ben altre vie le forme di chiusura del ciclo. Tale nostra dottrina, nata col tempo moderno, ci ha già porte varie soluzioni circa la strada geografica centrale all'avvento del socialismo internazionale, come risulta da testi di base e da essenziali deduzioni dai principii generali; e non ha nemmeno finora escluso che lotte ubicate in territori e tra genti inattese vengano ad influire sull'evoluzione sociale generale delle forme umane.

Essa è indubbiamente molto più ricca della dottrina della egemonia di Stati e di nazioni più forti nella guerra e nella conquista, o primeggianti nel sapere, dottrina che è antideterminista e scettica sulla fine di una o di tutte le "civiltà" di cui ad ogni passo disserta.

 

Struttura e sovrastruttura

 

La relazione tra sottostruttura economica e sovrastruttura politica non sarebbe mai stabilita senza la profonda osservazione e rilevamento dei fatti di cui la sovrastruttura è teatro, come non esisterebbe la legge della gravitazione universale, confermata dai progettati ed attuati variopinti satelliti, senza l'osservazione dei moti apparenti degli astri e le regole e concomitanze che Keplero trasse da esse.

Dire che alla storia degli Stati e dei popoli noi sostituiamo quella delle classi non si riduce al banale espediente di eliminare gli Stati con un calcio nel sedere, chiudere gli occhi al loro avvicendarsi, e dare la parola come un presidentello di assemblee chiacchierone a nuovi protagonisti, il cui nome rimbombi ad ogni battuta, ma la cui parte sia priva di dinamismo vitale, alle classi; anzi in fondo a quella che ingenuamente si tratta come la classe unica, l'eletta, la predestinata.

Con ben altre costruzioni uscì Marx dalle meschinità dell'Utopismo, generosa ma vuota edizione proletaria della metafisica nella storia. Semplifichiamo.

Gli eserciti che lo storico convenzionale vede sul proscenio coi loro Stati Maggiori e grandi capitani non sono che un "prolungamento" degli Stati politici, e talvolta la forma stessa organizzata che questi assumono. Gli Stati sono la manifestazione e la espressione della divisione della società in classi; per il marxismo sono date classi che hanno organizzato il proprio dominio sulla società umana e su quei suoi gruppi che sono i popoli. Ma una classe non si organizza in uno Stato sua propria espressione, che organizzandosi prima, e con una serie di lotte sociali suscitate dai rapporti in cui vive e produce, in partito politico, in organo per la presa e la gestione del potere. Egli è per questa basilare enunciazione della nostra visione della storia che chi propone alla classe di prendere e gestire lo Stato senza l'intermediario della forma-partito imita chi proponesse all'artigiano e al proletario di prendere il blocco incandescente di ferro da forgia con le mani e non con le tenaglie; al combattente di tenere la spada per la punta o il fucile per la bocca.

Questa gente che piange sui pericoli dello Stato e del partito ricorda il famoso comico motto, scusa degli imbelli e dei pavidi: el defeto xe nel manego!.

La storia dunque si legge con forza marxista quando si sa risalire gli anelli di questa catena di cause e di effetti, di masse umane in moto e di forze motrici in cui è prima la violenza, levatrice della storia: eserciti e polizie organizzati di Stato, partito politico dirigente l'organizzazione dello Stato che sovrasta la società, classe che è partita nella storia organizzandosi in quel partito politico, nelle sue forme e nei suoi organi, posizione della classe rispetto ai rapporti di produzione, conflitto di interessi tra essa e un'altra, e in genere varie altre classi, unite dall'essere soggette o dal dominare insieme. Il solito abusato antagonismo dualistico non è nemmeno un punto di arrivo obbligato di tutto il lungo cammino, che testé risalivamo a ritroso.

In questo lungo percorso, di classi che si sostituiscono le une alle altre nella direzione della politica e dell'economia sociale, di partiti e Stati che ne esprimono il potenziale, di urti alternamente sciolti tra classi dominatrici e dominate, di scontri fra Stati di diversa sede geografica ed origine razziale - in cui si scatenano le più grandi masse di energie e che nella generalità sono fra Stati condotti, nella propria società indigena, anche da classi socialmente affini - si accavallano in una immensa ricchezza di situazioni e di vicende società limitate (ossia nazionali, che vorremmo dire società finite), che la dottrina del materialismo marxista, per la prima, ha classificato in una serie storica e causale di tipi, di modelli. Non sarebbe a parlare di un sistema, di una concezione marxista del divenire storico, se di questi modelli non fossimo giunti a possedere criticamente una serie continua, la grande serie delle forme sociali, dei modi di produzione, che getta come un immenso ponte al arcate multiple tra lo stesso inizio - la prima forma di vita associata di gruppi dell'animale uomo appena uscito dallo stato bestiale - e lo stesso termine di cui abbiamo scientificamente dedotto l'avvento futuro: la società comunista.

 

La grande "serie" dei "modi" di produzione

 

Nulla toglie il marxismo alla immensa vastità delle combinazioni ed anche delle inversioni con cui la serie nelle varie sedi storiche si svolge e si intreccia; e mentre gli avversari deridono la nostra sicurezza di aver trovato un senso unico alla via della storia, le innumeri scuole revisioniste che, accampate tra quelli e noi, ammorbando l'aria limpida generata dagli aperti contrasti, usano a vanvera il nostro metro e leggono alla rovescia la nostra bussola prestandoci falsificati schemi rigidi ed angusti, atti solo a volgere al ridicolo le grandi conquista della dialettica storica. Sono tra questi ultimi gli attuali denegatori della ricca fecondità storica degli urti di Stati e di classi tra i miliardi di uomini dei popoli di colore in cui negli anni che viviamo ferve un'attività tanto vulcanica quanto più deludente è la passività delle società bianche impantanate nel più ignobile momento della loro storia e della loro degenerazione sociale, e maestre solo di viltà controrivoluzionaria e cinismo esistenziale.

Che il marxismo sia ricco di una gamma di brillanti ipotesi nello sviluppo delle società moderne, tratta dalla visione unitaria della "grande serie" dei modelli di produzione e che considera la rivoluzione come una forza che si apre la via anche dal fondo di strade che sembravano cieche, non si deduce solo invocando e citando in appoggio passi e pagine più che classiche, usate a Firenze nel 1953 e nel 1958, anzi sempre e dovunque, sulla base delle opere più note e divulgate in tutte le letterature, ma trova una base e conferma in un testo che fu per altri campi anche utilizzato suggestivamente alla riunione di Piombino: la stesura di bozze della grande opera del Capitale, i Grundrisse, il magistrale canovaccio di Carlo Marx, quello che scrisse per sé, (e per noi) senza ancora nessuna preoccupazione di dargli una forma con cui presentarlo ai porci della cultura borghese. Questa serie di quaderni incisi dal pugno di uno sgrossatore dai muscoli di tagliatore di roccia, è stata recentemente pubblicata; e il capitolo cui faremo riferimento anche in italiano, quasi tutto, col titolo: Forme che precedono la produzione capitalistica, edizione Rinascita. Ma della traduzione è bene si dubiti, non fosse altro che per la difficoltà di cogliere il senso del testo in passi per nulla facili e dovuti ad una stesura rude e senza lavoro alcuno di limatura, rinviato ad altro stadio del lavoro.

Colla scorta di questo testo meraviglioso si può inserire nella letterature marxista quel capitolo che altrimenti andava ricostruito da varie e diverse fonti (il Manifesto, il Capitale, l'Antidühring) ossia lo svolgimento della famosa pagina della prefazione alla Critica dell'economia politica apparsa nel 1859 (come primo ricamo agli occhi del pubblico sul canovaccio rozzo di scrivania). È la pagina in cui il 'mago' svela il suo 'segreto' sul modo con cui gli uomini vivono la loro storia e sul dramma del contrasto tra le forze produttive e i vecchi rapporti di produzione, giunti all'ora dell'esecuzione rivoluzionaria. Oggi questo scorcio si trova in versione autentica sviluppato in una dimostrazione organica, condotta in modo possente ma tuttavia da ricostruire con profondo accorgimento perché in un simile lavoro l'ordine delle proposizioni e posizioni non è cronologico, e la trama continua della "grande serie" vi è contenuta in modo impressionante ma non certo esplicito, grezzo come un getto uscito dalla prima fusione e ruvido di tutte le scorie.

Il grande interesse, come ai fini dei concetti trattati a Piombino sulla produzione per mezzo di macchine, sull'automazione, descritta con un secolo di anticipo in maniera suggestiva, è soprattutto quello che dimostra il teorema della invarianza: questa costruzione nella sua ossatura non è stata da Marx mai mutata.

Ed è non meno importante il fatto che passi e pagine possenti di questo testo, che ci viene restituito vergine dal secolare lavoro di sordide smussature condotto da indegni pretesi seguaci del Maestro, ribadiscono la smentita polemica che mille volte i marxisti integrali hanno vibrata ai falsificatori, e noi al loro sommo campione Giuseppe Stalin. Il marxismo scolpisce i connotati e i rilievi della società comunista, li desume da quelli della società immonda borghese e ve li contrappone in contrasto spietato, e tratta scientificamente la derivazione della forma capitalista da quelle antiche, in quanto nell'antitesi esalta ed ammira quelle contro la borghese, tra tutte infame, bassura infima della curva secondo la quale l'umanità si muove. Non può accampare pretesa a chiamarsi dialettico e marxista chi non sa leggere, ogni qualvolta si discute del passaggio da precapitalismo a capitalismo, i taglienti enunciati del passaggio da capitalismo a comunismo, che sono tutti capiti e addotti a rovescio non solo dagli opportunisti delle varie storiche ondate (per i quali il comunismo trae la maggioranza dei suoi connotati da "immarcescibili conquiste" del tempo capitalista) ma anche dai gruppetti delle sinistre eterodosse che nelle loro storture svelano ad ogni tratto la loro soggezione reverenziale per i "valori" capitalistici di libertà, civiltà, tecnica, scienza, potenza produttiva - termini tutti che noi, con Marx originario e uscito dal getto incandescente della fornace rivoluzionaria, non vogliamo ereditare, ma spazzare via con odio e disprezzo inesausti.

 

Il meraviglioso disegno

 

Per la descrizione del comunismo e del suo avvento non occorre a noi altro materiale di quello predisposto da Marx nel 1858, un secolo addietro, ossia la serie dei modi produttivi che parte dal primitivo comunismo tribale ed è già pervenuta a darci saggi storici maturamente sviluppati del modo moderno: mercato - capitale - salario. Non abbiamo razzi e missili truffaldini da aggiungere a quelle "armi convenzionali" della lotta di classe, in dottrina già ben affilate in quel 1858. Da allora non diciamo che la storia si è fermata, ma che ha continuato a discendere nel pattume della fogna borghese, e da allora come partito, e si adonti chi vuole, sappiamo tutto.

Questo nostro centrale teorema contiene lo sbugiardamento di tutte le menzogne revisioniste che circolano. È facile enunciarlo, sempre a fine non di esaurire lo sterminato tema, ma di chiarificarne e rinvigorirne la duramente raggiunta presentazione.

Lo diremo, a rabbia dei chiacchieroni "a soggetto", in modo schematico. Se le forme o modi sociali col capitalismo sono state n, in tutto esse sono n + 1. La nostra rivoluzione non è una delle tante, ma è quella di domani; la nostra forma è la prossima forma. Il comunismo diverrebbe in teoria la forma n + 2, se comparisse una forma di più che sia già post-capitalismo e non sia ancora comunismo; comunismo con tutti quei precisi caratteri che abbiamo sviscerati partendo dai caratteri differenziali tra il capitalismo che intorno ci appesta e le forme a cui esso è seguito. Se così fosse, non sarebbe giunto un secolo e più fa il momento storico per fondare il sistema invariante della rivoluzione, come dottrina, come partito, come combattimento.

Negare la forma n + 1 non comunista, significa esprimere in forma sia pure simbolica la nostra posizione, elaborata in complesse analisi storiche ed economiche, che liquida due aberrazioni revisioniste: quella staliniana (e peggio post-staliniana) per cui non sia un prolungamento del capitalismo (e quindi da registrare sotto il numero n della serie ) ogni salariato mercantile in azienda di Stato; e quella "trotzkista" o meglio di tanti che a vanvera ora invocano ora compromettono Trotzky, per cui la forma n + 2 sarà il socialismo-comunismo; mentre quella n + 1 è la dominazione della burocrazia-classe.

Il principio dell'unicità di serie storica dei modi pre-comunisti vale anche a buttare da parte ogni dottrina della costruzione del socialismo in un paese solo partendo dalla forma n - 1 ossia dal precapitalismo feudale, prima che un esempio pieno del trapasso da n a n + 1 (che non può darsi che in campo internazionale) si sia presentato. Con tale falsa dottrina cade quella delle vie nazionali al socialismo, per cui da paese a paese l'itinerario sia di un numero diverso di termini, varie unità in meno o in più di n.

La stessa follia si ravvisa nel negare carattere di trapasso rivoluzionario alla rivoluzione nazional-liberale dei popoli di colore, per condannarli da un tribunale di fantasia alla immobilità e passività fino a che non possano spiccare lo stalinistico salto da n - 1 ad n + 1 improvvisando dal nulla la lotta di classe tra imprenditori capitalisti e proletari, ovvero facendosi iniettare dall'esterno una volontarista attuazione di socialismo, a cui non si può credere senza passare nel gregge di Stalin.

È indiscutibile che fin dall'apparire del modo storico di produzione borghese in vaste parti del mondo, essendo una delle caratteristiche della forma capitalista il passaggio dall'obbiettivo interno, mercato nazionale (che vuol dire indipendenza nazionale, Stato nazionale borghese), all'obbiettivo esterno del mercato mondiale, termine essenziale in Marx, il moto generale si accelera grandemente e gli scarti di tempo nei passaggi tra forme sociali in diverse zone geografiche divengono minori. La rivoluzione borghese del 8948 in Europa, che ebbe alleata la classe operaia rimbalzò in pochi mesi dall'una all'altra delle grandi capitali, e questo è esempio classico del tracciato marxista. Da allora la borghesizzazione e industrializzazione del mondo procede a ritmo invincibile. Quindi quella che abbiamo sempre chiamata doppia rivoluzione, e che ora diremo rapido passaggio da n - 1 ad n, e poi da n ad n + 1, si presenta come un'eventualità storica fortemente probabile, come si era presentata per la Russia. Ma la sua condizione era internazionale, ossia la rivoluzione politica e la trasformazione sociale nei paesi di capitalismo già maturo, come passaggio da capitalismo a socialismo.

La dottrina della sinistra ha provato che la rivoluzione russa, mancate e tradite le rivoluzioni occidentali (da n a n + 1) si è dovuta ridurre ad una pura rivoluzione capitalista (da n - 1 ad n). Ma indubbiamente gli effetti del fallimento - più che tradimento di persone - stalinistico sono lì. Non essendo storicamente da attendersi rivoluzioni comuniste vere in Occidente e per ora nemmeno in Russia, in quanto non si vedono partiti organizzati per la presa del potere e sul giusto programma rivoluzionario, gli altri paesi ancora pre-capitalistici non ci possono dare rivoluzioni doppie, come si poteva sperare per la Russia, nel periodo fecondo per l'Europa del primo dopoguerra.

Il risultato internazionalista e rivoluzionario è oggi che questi paesi si smuovano dalle forme precapitalistiche antiche e facciano il primo passo verso la forma borghese, che è la rivoluzione nazionale. Sia in questi paesi che in quelli dell'Ovest il proletariato è assente come classe finché è aderente a partiti controrivoluzionari. Nella misura in cui è presente, deve: in dottrina, come Marx nel 1860, svolgere critica completa del programma nazionale e democratico; in organizzazione, non mescolare la sua organizzazione in partito di classe a quelle piccolo-borghesi; in politica storica, ossia in quanto l'azione non è borghesemente cultura ed elettoralismo, ma insurrezione in armi, sostenere il rovesciamento dei poteri feudali da parte anche dei "nazionalisti rivoluzionari" di Lenin al II Congresso. Logicamente questa norma vale per tali insurrezioni anche e soprattutto quando sono xenofobe, ossia dirette contro gli imperialisti bianchi, alleati o meno dei vecchi poteri locali, o anche di una nascente grande borghesia locale.

Che una rivalità tra imperialismi, tra i quali oggi va elencato certo quello sovietico, divenga ragione per non appoggiare nessuna delle rivolte dei popoli colorati contro gli imperialismi di occidente, è argomentare tanto scemo quanto quello in cui nel 1914-15 si respingeva il disfattismo "alla Lenin" con l'argomento che vibrando un colpo, ad esempio, allo Stato italiano, si correva pericolo di cadere dalla soggezione alla borghesia italiana in quella alla borghesia austriaca: opportunismo classico, spaccato!

 

Pagine classiche

 

Se il nostro schema un poco rude non si reggesse, tutte le più alte pagine del marxismo diverrebbero vuote di vita.

Nel Manifesto dei Comunisti, la critica più feroce di ogni sovrastruttura borghese si sposa mirabilmente al più grande inno che alla funzione rivoluzionaria della borghesia sia mai stato levato.

"La scoperta dell'America e la circumnavigazione dell'Africa offrirono nuovo terreno all'adolescente borghesia. I mercati delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, i traffici con le colonie, l'aumento dei mezzi di scambio, e soprattutto delle merci, diedero un impulso, sino allora sconosciuto, al commercio, alla navigazione, all'industria, favorendo in tal modo, nella cadente società feudale, il rapido sviluppo degli elementi rivoluzionari".

"La grande industria aperse il mercato mondiale già preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale diede al commercio, alla navigazione e alle comunicazioni continentali uno sviluppo smisuratamente grande. Questo sviluppo, alla sua volta, reagì sull'espandersi dell'industria, e nella stessa misura in cui si andavano estendendo industria, commercio, navigazione e ferrovie, la borghesia si sviluppò, aumentò i suoi capitali, e ricacciò nel retroscena le classi sopravvissute al medioevo".

"Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella corrente della civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante che abbatte tutte le muraglie cinesi, costringendo a capitolare il più indurito odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare tutte le forme di produzione della borghesia, se pur non vogliano perire, e le sforza ad accettare la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza".

La descrizione della funzione borghese è tremendamente dialettica; quando si dice che l'odio dei barbari capitola dinnanzi alla strapotenza del capitale, il comunista si pone in questa lotta, il cui scioglimento è storicamente utile al corso generale, non a fianco del civile bianco, ma del ribelle barbaro.

Come altrimenti si direbbe poco oltre, quando si passa a segnare il futuro ineluttabile della società e civiltà borghese, descrivendo le crisi della produzione e la loro catena che va verso una sempre più profonda crisi rivoluzionaria, queste parole, che chiaramente mostrano da sole quanto sia lontano da noi chi teme ed ammira la potenza della tecnica e della civiltà meccanica dell'industrialismo superproduttore? "La società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di esistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non servono più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese; al contrario sono divenute troppo imponenti per tali rapporti che le inceppano: le forze produttive sociali rompono tali ceppi, scompigliano tutta la civiltà borghese e minano l'esistenza della società borghese".

Solo chi sa seguire tale direttiva luminosamente data fino dal 1848 potrà intendere che Marx esalti il rovesciamento della muraglia cinese verso terra o verso il mare, ed abbia parole tremende di indignazione contro i metodi della guerra dell'oppio, i massacri dei cinque porti e di Pechino.

Oggi il nostro orrore della civiltà capitalista ha solo motivo di essere decuplicato, centuplicato. Il braccio levato contro le sue gesta, sia pure a brandire la zagaglia del Mau--mau, è di un fratello del proletariato comunista.

 

Le pagine centrali del Capitale

 

L'opera massima di Carlo Marx, seguendo a vent'anni di distanza il Manifesto del Partito Comunista, sulle medesime rigorose tracce, ed essendo tanto un trattato della scienza economica quanto una battaglia data al capitalismo mondiale, in cui la scelta delle posizioni del partito rivoluzionario è decisiva e completa, ha per capitoli fondamentali quelli sull'accumulazione iniziale, o primitiva, del capitale.

La tesi dell'avversario è quella che il modo di produzione per capitale e salariato sia "naturale" nell'economia umana, quanto il modo mercantile di scambio delle merci - e che la storia che ha condotto al tempo moderno borghese abbia per tema la liberazione dell'umanità da orride forze che violentavano l'economia in modi arretrati, incivili e contro natura.

La dimostrazione centrale che rovescia per sempre questa tesi, e alla quale in teoria non occorreranno più "arricchimenti" futuri tanto è data in modo splendente, sta nel mostrare che il modo capitalistico non ha accompagnato il nascere dell'umanità, ma per sorgere ha avuto bisogno di una violenza tanto innaturale quanto inumana.

Uno dei settori della dimostrazione di quell'epopea di brigantaggio e di sterminio borghese che fu l'accumulazione iniziale riguarda fin dal perfetto testo di partenza l'opera della classe dominante nella razza bianca, che già aveva predato e sterminato nei paesi di origine, nei continenti di oltremare e tra gli sventurati popoli di colore.

Stralciare dal marxismo queste pagine, per sostenere che la faccenda della rivoluzione anticapitalista è un fatto interno della razza bianca, nell'antagonismo tra padroni e proletari metropolitani, non è follia diversa da quella di giustificare una collaborazione di classe bianca a danno dei colorati.

Il capitolo che nell'edizione italiana è ventiquattresimo, ed è in sostanza il conclusivo, dal titolo: La cosiddetta accumulazione primitiva, si divide nei notissimi paragrafi: 1. Il segreto dell'accumulazione primitiva. 2. Espropriazione della produzione rurale. 3. Legislazione sanguinaria contro gli espropriati a partire dalla fine del secolo XV (Inghilterra). 4. Genesi degli affittaiuoli capitalisti. 5. Contraccolpo della rivoluzione agricola sull'industria. Creazione del mercato interno per il capitalista industriale. 6. Genesi del capitalista industriale. Il 7. è il famoso paragrafo finale di cui abbiamo tante volte rifatta l'esposizione, ricordando le falsificazioni degli antimarxisti e la magistrale esposizione confutatoria dell'Antidühring: La tendenza storica dell'accumulazione capitalistica. O noi siamo tanti illusi, e non è dato dare disegni per il futuro; o questo disegno è stato scritto una sola volta e per sempre, non migliorabile.

Che questo tracciato di tutto il capitolo sia dato storicamente per il modello inglese, non toglierà che noi lo invochiamo per tutti i paesi e per tutti i tempi. Né ci ha mai arrestati l'obiezione che, al solito, "dopo Marx" negli altri paesi invasi dall'accumulazione non sono tutti scomparsi come in Inghilterra i piccoli produttori contadini ed artigiani, mentre proprio la società modello inglese non contiene il partito proletario rivoluzionario, e non lo ha mai contenuto potente. La lezione del modello resta: l'impostazione di tutta la storia mondiale contemporanea conduce alle risposte, senza cancellare versetto alcuno.

Perché quello che si deve intendere, e che dopo una grande vittoria internazionale proletaria sarà limpido a intendere come acqua di fonte, è come Marx fa passare la via al socialismo per due grandi tappe: formazione del mercato interno con la fabbricazione dei proletari senza proprietà, pauperi (il che è altro che miseri, o più miseri quanto a consumo personale) grazie all'espropriazione dei produttori liberi, formazione del mercato mondiale grazie all'espropriazione e sterminio, cogli stessi metodi, delle popolazioni di oltremare. Ma quando descrive queste barbare fasi Marx, ossia il partito rivoluzionario, dialetticamente si pone al fianco del piccolo produttore espropriato, delle popolazioni coloniali di colore asservite ed oppresse.

 

Il rovesciamento del passato

 

Per l'ennesima volta invitiamo i compagni ad apprendere a leggere correttamente nello scritto di Marx il programma del partito comunista e la descrizione a contorni taglienti della società comunista, nelle invettive alle gesta dei capitalisti lungo la loro storia passata, e tanto più a sapercela leggere quanto più quelle stesse imprese borghesi sono apologizzate non solo come passi necessari sulla strada della rivoluzione proletaria, cui mai si propongono panacee sostitutorie, ma proprio come movimenti positivi che nelle tappe storiche specifiche e nei circuiti precisati la classe proletaria e il suo partito comunista devono sostenere armi alla mano.

Qui, come altre volte, dobbiamo farlo con poche citazioni, ma esse sono sempre scelte a catena, in ordine logico, e come pietre miliari che segnano un lungo tratto di strada storica. Indichiamo le pagine dell'edizione Aventi! 1915, vol. VII che riproduciamo con qualche correzione.

Il "segreto", parola che tanto ci piace a dispetto di sarcasmi imbecilli che da mezzo secolo ci gonfiano la testa, in quanto un segreto si svela d'un colpo solo, e dopo non resta che cosa aggiungere, sta a pag. 686. La dissoluzione del modo feudale (servitù rurale e corporazione urbana) sprigiona gli elementi costitutivi della società capitalista. "Il movimento storico che trasformò i produttori in salariati si presentò dunque come la loro liberazione dalla servitù e dalla gerarchia industriale; d'altro lato questi 'liberti' (schiavi emancipati dal padrone in Roma) non divengono venditori di se stessi se non dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione, nonché di tutte le garanzie di esistenza offerte dall'antico ordine di cose. La storia della loro espropriazione non poggia su semplici congetture; essa è scritta negli annali dell'umanità a lettere indelebili di sangue e di fuoco".

Noi leggiamo che nel modo comunista vi sono garanzie di esistenza per tutti a carico della società, mentre non esistono più venditori di se stessi (né salario, né moneta).

Durante la selvaggia espropriazione dei contadini nel sec. XV la società inglese "non aveva ancora raggiunto quell'alto grado di civiltà in cui la ricchezza nazionale (wealth of the nation), vale a dire l'arricchimento dei capitalisti e l'impoverimento della massa del popolo, la sfacciata speculazione svoltasi intorno a tale a tale impoverimento, passano per il culmine della sapienza di Stato". Passarono per tali per i borghesi come Gladstone del 1865 e altrettanto per i "comunisti" di scuola moscovita di oggi, che vogliono arricchire il popolo, la patria e la nazione..., come il marxismo (pag. 690).

"Il diciottesimo secolo non comprese così bene come il diciannovesimo l'identità di queste due espressioni: ricchezza della nazione, povertà del popolo". Il ventesimo spiegherà ai fossili seguaci di Marx i fastigi americano-russi del "reddito nazionale".

Una sintesi memorabile (pagina 704). "La spogliazione dei beni della Chiesa, la alienazione violenta dei demani dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terroristica della proprietà feudale e patriarcale in proprietà moderna e privata, lo sterminio delle casette dei contadini; ecco i metodi idillici dell'accumulazione primitiva. Essi hanno conquistato la terra per l'agricoltura capitalistica, hanno incorporato il suolo al capitale, e creato per l'industria delle città l'offerta necessaria di un proletariato senza focolare né tetto".

Può in questo passo leggersi che il carattere della trasformazione socialista sarà anche di rovesciare l'inurbamento e i mostruosi alveari industriali, fenomeno che gonfia oggi la Russia detta sovietica.

Appare attualmente, nei paesi capitalistici sviluppati, che l'offerta dei salariati al capitale si presenti pacifica e spontanea, approfittandone gli economisti per parlare di azione di "leggi naturali". Ma soccorre lo studio del passato. "Accade differentemente durante la genesi storica della produzione capitalistica; la borghesia nascente non potrebbe fare a meno dell'intervento costante dello Stato; se ne serve per regolare il salario ossia per deprimerlo al livello conveniente; per prolungare la giornata di lavoro e mantenere il lavoratore stesso al grado di dipendenza voluto. È questo un momento essenziale dell'accumulazione primitiva" (pag. 708). Da notare come molti maniaci di una moderna economia borghese diversa da quella nota a Marx, hanno scoperto verso il 1950 che lo Stato entrava nell'economia o questa nel primo (ogni corbelleria va presa dalla testa o dalla coda, a piacere).

Marx (pag. 713) non è giunto ancora alla genesi della classe degli imprenditori capitalisti, e sta per cominciare da quelli affittaiuoli agrari, "dopo aver già considerato la violenta creazione di un proletariato senza fuoco né tetto, la disciplina sanguinaria che lo trasforma in classe salariata, l'ignobile intervento dello Stato per favorire lo sfruttamento del lavoro e per conseguenza l'accumulazione del capitale".

A pag. 718-719 nella magnifica descrizione del formarsi del mercato interno inglese Marx deplora che, come i coltivatori si trasformano in salariati, così i loro mezzi familiari di sussistenza, gli attrezzi e i prodotti dell'industria domestica rurale, specie i filati e i tessuti, sono trasformati in merci ottenibili solo con denaro, come mercato per il capitale industriale. "È così che l'espropriazione dei contadini, la loro trasformazione in salariati conduce all'annientamento dell'industria domestica nelle campagne, al divorzio dell'agricoltura da ogni specie di manifattura; ed infatti solo questo annichilimento dell'industria domestica può dare al mercato interno di un paese la costituzione e l'estensione che esigono i bisogni della produzione capitalistica". È un altro passo che richiama il programma della rivoluzione socialista, che consiste nel rovesciare le barriere sorte tra città e campagna, tra manifattura e coltura agraria, il che è concepibile solo in un'economia senza merci e senza mercato.

 

I crimini borghesi di oltremare

 

Siamo alla completa genesi del capitalista industriale, ed al passaggio dal mercato interno al mercato mondiale. È qui che vengono in evidenza le nuove collane di atroci sopraffazioni che si svolgono fuori dalle frontiere del primo paese capitalista, l'Inghilterra.

La citazione non è certo nuova. "La scoperta delle contrade aurifere ed argentifere dell'America la distruzione e riduzione a schiavi degli indigeni, il fatto che questi vennero sepolti nelle miniere o sterminati, le cominciate conquiste e le depredazioni nelle Indie Orientali, la trasformazione dell'Africa in una specie di parco commerciale per la caccia alle pelli nere, ecco gli idillici processi di accumulazione primitiva che segnano l'aurora dell'era capitalistica. Subito dopo scoppia la guerra mercantile fra le nazioni europee; essa ha per teatro il mondo intero. Cominciata con la rivolta dell'Olanda contro la Spagna, essa assume gigantesche proporzioni nella crociata dell'Inghilterra contro la rivoluzione francese, e si prolunga fino ai nostri giorni in spedizioni da pirati, come le guerre dell'oppio contro la Cina".

Il passo memorabile (pag. 722) indica la serie degli spostamenti di potenza imperiale: Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra, che "nel terzo finale del diciottesimo secolo combina tutti questi momenti in un complesso sistematico, che comprende nello stesso tempo il regime coloniale, il credito pubblico, la finanza moderna e il sistema protezionistico. Alcuni di questi metodi sono basati sulla violenza brutale, ma tutti senza eccezione si valgono del potere dello Stato, la forza concentrata ed organizzata della società, per facilitare artificialmente il passaggio dall'ordine economico feudale all'ordine economico capitalistico, ed abbreviare le fasi di transizione. La violenza è la levatrice di ogni società vecchia che porta nel suo grembo una nuova creatura. Essa stessa è una potenza (un agente) economica".

Il giudizio di Marx sul sistema coloniale espresso in un passo talmente fondamentale come quello citato, è dunque quanto mai esplicito e pone da allora il movimento rivoluzionario del proletariato contro le nefande imprese coloniali delle potenze borghesi mondiali.

Segue un'elencazione rovente di tutte le infamie commesse oltremare dai conquistatori europei. Raccapriccianti furono le gesta degli olandesi nell'attuale Indonesia. Tra l'altro essi corruppero il governatore portoghese di Malacca, ma entrati nella città lo uccisero per non pagargli il convenuto prezzo in 21.875 sterline. Le razzie di manodopera erano così feroci che una provincia della fertilissima Giava che aveva nel 1750 ottantamila abitanti, nel 1811 si era ridotta ad ottomila!

I monopoli della Compagnia Inglese delle Indie Orientali sul tè, sul tabacco, sul riso, sul commercio in generale rovinarono le popolazioni cinesi ed indiane con inaudite estorsioni e soprusi e provocando carestie sterminatrici a scopo di accumulazione.

Se feroci furono i metodi usati dagli avventurieri coloniali verso questi popoli già densi e anche civili nei confronti dei quali si volle attuare un commercio di esportazione dei loro prodotti tropicali e di importazione dei manufatti di industrie europee, e se fu feroce il sistema delle piantagioni col quale si intensificava la produzione sul posto delle derrate agrarie speciali occupando vastissime estensioni di terreno ove si ponevano a lavorare gli indigeni contro un pugno di cibo e sotto le frustate; peggio ancora si vide nelle "colonie propriamente dette" nelle quali, come in America, poi l'Australia, Sud Africa, ecc. si avviava la popolazione europea e nello stesso tempo il capitale produttivo metropolitano. Qui nei primi decenni si procedette a sgomberare addirittura il territorio dalle popolazioni aborigene con inaudite stragi sterminatrici come quelle di spagnoli e portoghesi nelle Americhe del Sud e del Centro e di inglesi e francesi del Nord.

Marx (pag. 725) ricorda episodi nei quali "il carattere cristiano dell'accumulazione primitiva si mostra sempre evidente". È risaputo come la religione giustificava questi massacri di innocenti, per lo più indifesi e quasi inermi, pretestando che, non essendo compresi nei tre ceppi citati nella Bibbia, i pellerossa non avessero l'anima.

"Gli austeri intriganti del protestantesimo, i puritani, stabilirono nel 1708, con decreto emanato nella loro assemblea, premi di 40 sterline per ogni scalp (cuoio capelluto) di indiano, o per ogni prigioniero, portato a Massachusetts Bay. Nel 1744 si pagò 100 sterline per scalp di indiano adulto, 60 per ogni donna o fanciullo". Quando i Padri pellegrini si ribellarono all'Inghilterra questa applicò loro misure analoghe: caccia con cani feroci ai ribelli, e impiego di indiani pagati per scotennarli alla loro volta.

Segue in Marx a questo elenco di infamie l'esame dell'importanza del sistema coloniale nella diffusione del modo capitalista di produzione.

"Il regime coloniale sviluppò il commercio e la navigazione. Esso diede nascita alle società mercantili monopolistiche dotate dal governo di privilegi e funzionanti come potenti leve per la accumulazione di capitali. I tesori direttamente estorti fuori di Europa col lavoro forzato degl'indigeni ridotti in schiavitù, con la concussione, col saccheggio e con l'assassinio, affluirono alla madrepatria per trasformarvisi in capitale".

Ma basterà un ultimo passo a chiudere una serie tanto eloquente, salvo un futuro più approfondito studio del gioco economico (pag. 731).

"Nello stesso tempo che l'industria del cotone introduceva in Inghilterra la schiavitù dei fanciulli inglesi, negli Stati Uniti essa trasformava il sistema economico schiavistico un tempo più o meno patriarcale, in un sistema si speculazione mercantile. Insomma occorreva per piedistallo alla simulata schiavitù dei salariati in Europa la schiavitù senza reticenze e senza frasi del nuovo mondo".

Oggi, in mutate condizioni dal tempo della guerra civile americana che fu contemporanea dell'opera massima di Marx, vi è tuttora un legame diretto tra l'infierire del sistema capitalistico, affamatore e apportatore di guerre sterminatrici, sui lavoratori del paesi metropolitani bianchi e sulle tartassate popolazioni di colore di quei paesi in cui la loro prorompente vitalità ha impedito di distruggerle.

 

Marx attese la rivoluzione dalla Cina

 

L'idea che vi possa essere concomitanza nell'azione contro il capitalismo delle metropoli bianche tra la lotta di classe interna degli operai e la ribellione dei popoli di oltremare alle incursioni e vessazioni coloniali, non è nel marxismo, come forse molti credono, dal tempo in cui Lenin portò il suo esame sui fenomeni dell'imperialismo borghese a cavallo dei due secoli, ma da molto prima, fino da Engels e Marx.

Nella Neue Rheinische Zeitung del febbraio 1850 Engels riferisce degli scritti di un noto missionario cristiano, Gutzlaff, che in Cina si era trattenuto ben trent'anni di seguito e tornava in Europa al tempo in cui divampava la famosa rivolta dei Tai-Ping; scoppiata nel seno della classe dei piccoli contadini contro la monarchia di Pechino, a causa della grave crisi che si iniziò verso il 1840 quando l'Inghilterra, poi seguita da altre potenze europee, prese ad imporre alla Cina l'apertura dei suoi porti al commercio particolarmente dell'oppio, gravemente disturbando la finanza dell'impero e l'economia del paese. Il movimento dei Tai-Ping prese delle attitudini di condanna della proprietà privata della terra in generale e non solo di attacco alla nobiltà feudale e alla burocrazia statale che la sosteneva. Engels descrive nelle sue grandi linee questo movimento sociale , ponendo in rilievo che l'origine economica dei moti rivoluzionari è fatto storico che si verifica in pieno anche in quel lontano popolo che si spinge fuori da millenarie immobilità. Egli così conclude: "Quando dopo vent'anni di assenza il signor Gutzlaff ritornò tra le persone civilizzate e gli europei, e sentì parlare di socialismo, egli esclamò terrorizzato: Dunque io non potrò in nessun luogo sfuggire a questa perniciosa dottrina?! È precisamente la stessa cosa che è stata predicata da vario tempo da numerose persone nel seno del popolo cinese!".

Engels prosegue: "È ben possibile che il socialismo cinese si riporti a quello europeo, quanto la filosofia cinese a quella di Hegel [il tono è scherzoso, ma forse talune posizioni molto originale dell'antico pensatore cinese Lao Tse possono essere considerate dialettiche]. Ma checché ne sia, è un fatto confortante che il più antico e irremovibile impero della Terra sia stato posto nello spazio di otto anni dalle balle di cotone della borghesia inglese alla vigilia di una rivoluzione sociale che deve assolutamente avere le conseguenze più importanti per la storia della civiltà. Quando finalmente i nostri reazionari europei, nella prossima loro fuga attraverso l'Asia saranno giunti alla grande muraglia, sicuri che le sue porte si aprano sul focolare dell'ultrareazione e dell'ultraconservatorismo, chissà che essi non vi leggano questa iscrizione:

REPUBBLICA CINESE

LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, FRATERNITÀ"

Con questa breve nota il grande Engels volle recisamente affermare appunto che in Cina, come dovunque, noi ci attendiamo che il ciclo delle forme sociali presenti le stesse grandi tappe, e che alla Cina feudale ne dovrà, come alla Francia, succedere una repubblicana e capitalistica, teatro di una lotta di classe per il socialismo.

Il che storicamente è avvenuto, sia pure nel 1911 soltanto, colla rivoluzione di Sun Yat Sen, e dopo altra lunga serie di aggressioni del colonialismo europeo alle coste del celeste impero, crollato nella lunga lotta.

Ma altro testo di Marx ci conferma non solo l'attesa della successione dei moti sociali nella Cina sulla direttrice europea, ma un concetto molto più avanzato: l'affermata possibilità storica che i moti europei possano avere per punto di partenza una rivoluzione sociale nella lontana Cina.

Col titolo Marx sulla Cina sono state pubblicate otto lettere che Marx inviò tra il 1853 e il 1860 alla New York Herald Tribune.

Queste lettere si ricollegano direttamente alla citazione delle guerre per l'oppio contenuta nel Capitale.

Nel 1833 ebbe fine il monopolio del commercio con la Cina concesso alla Compagnia delle Indie Orientali. Il solo grande porto di Canton era aperto al commercio estero.

L'Inghilterra che aveva interesse a stabilire il regime della "porta aperta" scatenò la prima guerra dell'oppio dal 1839 al 1942, e la Cina dovette col trattato di Nanchino capitolare ed aprire, oltre a Canton, Amoy, Fu-Chow, Ning-po e Shanghai, cedendo Hong Kong alla Gran Bretagna, che ne fece sua colonia.

Mentre Stati Uniti e Russia accampavano le prime pretese, nel 1850 comincia il grande moto dei Tai-ping, che si impadronì di vaste province ed ebbe la sua capitale a Nanchino dal 1853 al 1864. I ribelli uccidevano i signori terrieri ed i mandarini dell'Impero, rifiutando le esose tasse, respingevano il vizio delle droghe e dell'oppio, pur non essendo contro il commercio con gli stranieri, accampavano parole ugualitarie e comuniste. Mao-tse-tung nel trattare la lunga serie delle guerre dei contadini cinesi così riferisce la legge agraria dei Tai-ping, che senza fallo è di vero contenuto comunista, di gran lunga più di quelle fatte da lui, Mao, in quanto non si tratta affatto di spartizione, né in proprietà né in esercizio: "Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo... che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso che lo mangino insieme". I Tai-ping non erano utopisti, se ebbero uno Stato che resse quattordici anni, brigate artigiane di Stato, legge che nessuna persona dovesse restare mal nutrita e mal vestita....

Nel 1856 con un infame pretesto l'Inghilterra e la Francia sferrano la seconda guerra dell'oppio che dopo orrendi massacri conduce al trattato di Tien-tsin con L'Inghilterra. La guerra riprende fino alla sanguinosa conquista e sacco di Pechino nel 1860. La Cina deve fare molte altre concessioni agli europei col trattato di Pechino, che aggrava quello di Tien-tsin. Un esercito comune dell'Imperatore e degli europei nel 1864 schiaccia gli eroici Tai-ping ed entra a Nanchino spargendo fiumi di sangue.

 

La prima lettera di Marx

 

Il primo degli articoli sulla Cina apparve a New York il 14 giugno 1853. Il titolo era. Rivoluzione in Cina e in Europa, quanto mai esplicito.

Marx pone direttamente il quesito dell'effetto che può esercitare una rivoluzione in Cina su tutto il mondo civilizzato. Egli dice esattamente: "Può sembrare un'affermazione strana e perfino paradossale che la prossima sollevazione del popolo europeo, e il suo prossimo movimento a favore della libertà e di un sistema di governo repubblicano, possano dipendere più probabilmente da ciò che avviene nell'Impero Celeste (l'estremo opposto dell'Europa) che da qualunque altra causa politica attuale, perfino più che da una minaccia della Russia e della conseguente possibilità di una guerra generale europea. Ma non è un paradosso, come possono capire tutti esaminando i vari aspetti della questione".

Non sarà male notare che se la prospettiva qui trattata non si attuò fino alla fine della rivoluzione contadina che fu come abbiamo ricordato undici anni più tardi, né si è successivamente ripresentata nelle grandi convulsioni della Cina dal 1911 (assai sottolineata da Lenin insieme alle altre contemporanee situazioni russa del 1905 ed asiatiche in Turchia e Persia) in poi; l'altra prospettiva della guerra generale europea che coinvolgesse la Russia, sempre presente a Marx ed Engels come liquidazione degli imperi tedeschi, ha tardato fino al 1914, invano poi offrendo l'altro aggancio della rivoluzione russa.

Ma Marx si dà subito alla sua dimostrazione, che non perde affatto valore per il diverso corso che ebbero gli eventi. Egli dice che l'occasione alla rivolta sociale dei Tai-ping l'ha data il cannone inglese che "imponeva alla Cina la droga soporifera chiamata oppio". La forza delle armi inglesi ha spezzato il secolare isolamento in cui la Cina era chiusa, e le ragioni sono state economiche. Fino al 1830 la bilancia commerciale era favorevole alla Cina che esportando tè ed altre derrate riceveva argento dall'India, dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti. Il contrabbando dell'oppio che si impose ai cinesi di pagare in moneta capovolse il rapporto, ed invano il potere imperiale ne vietò il commercio. La corruzione dei funzionari disobbedienti provocò la ribellione. Da altra parte i tessuti inglesi avevano cominciato ad invadere la Cina e ne fu rovinata l'industria locale, e l'artigianato dei filatori, tessitori, ecc..

Il cannone inglese, infrangendone l'isolamento, provocò il crollo del sistema cinese; quali gli effetti del crollo interno cinese sull'Inghilterra e sull'Europa? Marx a questo punto insiste sullo straordinario sviluppo in quegli anni dell'industria manifatturiera inglese, che era allora la prima del mondo, e nello stesso tempo sulle prospettive di una grande crisi commerciale di sovrapproduzione - allora attesa per il 1857 - che sarebbe stata più estesa delle precedenti provocando disoccupazione e miseria in Inghilterra e ripercussioni in tutta l'Europa. Un elemento di acutizzazione di tale crisi poteva essere la resistenza all'espansione del commercio in Cina, che sarebbe stata determinata dalla rivoluzione contadina.

A questo punto non è necessario ricordare che Marx ed Engels ammisero nei decenni successivi di avere atteso troppo presto il ritorno della grande ondata rivoluzionaria del 1848. Nella lettera del 1853 quello che ha grande significato è la teorizzazione di un legame causale tra la rivoluzione in Cina e il sollevamento dell'Europa, tanto più "progredita" e "civile".

La conclusione della lettera circa i pericoli di guerra e le prospettive rivoluzionarie è più che valida dopo più di un secolo, anzi suona con sapore attuale. "Dall'inizio del secolo XVIII non vi è stata seria rivoluzione in Europa che non sia stata preceduta da una crisi finanziaria... Nelle capitali europee ogni giorno reca dispacci pieni di guerra universale, che spariscono sotto i dispacci del giorno successivo recanti l'assicurazione della pace per una settimana o giù di lì... Possiamo tuttavia essere certi che qualunque intensità raggiunga il conflitto tra potenze... l'ira dei principi [oggi diremmo dei grandi] e la furia del popolo saranno parimenti snervati dal soffio della prosperità [o prosperisti e pacifisti a voi!]. Non è probabile che guerre e rivoluzioni aizzino l'Europa se non in conseguenza di una crisi industriale e commerciale generale, di cui il segnale deve venire dall'Inghilterra, rappresentante dell'industria europea sui mercati del mondo.

Scrivete mondo capitalistico per Europa, America per Inghilterra e andate pure avanti. All'inferno la prosperità e la pace! E ben venga la mina che la farà saltare, da qualunque angolo del mondo di colore, infestato dai predatori e massacratori bianchi!

 

Originalità integrale del marxismo

 

La conquista che il marxismo conteneva un secolo addietro, e che non aveva bisogno di essere sviluppata, completata o arricchita, come si dice col termine più triviale di tutti, si leva qui in tutta la sua dialettica vigoria; e si tratta solo di difenderla e risollevarla dalle nefande debordanti degenerazioni. Proclamò il Manifesto che "i comunisti appoggiano ogni moto diretto contro le condizioni sociali esistenti". Non vi è affatto il sottinteso che questo sia vero solo per le "condizioni" rappresentate dall’ordine, dalla costituzione statale propria del capitalismo borghese. Infatti quando il Manifesto passa in rassegna i paesi del tempo, è solo per l’Inghilterra e la Francia che può indicare il moto della classe operaia contro lo Stato borghese. Per tutto il resto dell’Europa è prescritto ai comunisti di sostenere ogni insurrezione antifeudale e antidispotica, non solo della stessa borghesia, ma in alcuni casi (Polonia dal 1848 al 1871) perfino della piccola nobiltà. Si tratta, s’intende di moti cospirativi e insurrezionali tendenti a rovesciare anche terroristicamente i poteri costitutivi.

Quello che era teorizzato ed elevato a norma strategica per l’Europa del 1847-71 lo è evidentemente oggi per gli Stati arretrati dell’Asia e dell’Africa retti da forme statali precapitalistiche.

Ma nell’uno e nell’altro caso, chiare restando le delimitazioni geografiche e storiche, vi è, giusta l’essenza del marxismo, un dato di base comune, in cui sta tutto. Non si tratta soltanto del concetto di rivoluzione in permanenza, cioè di appoggiare quelle insurrezioni e rivolte per innestare ad esse direttamente l’ulteriore rivolta dei proletari contro i borghesi. E nemmeno basta sapere, per la sistematica delle leggi storiche rivoluzionarie generali, che saranno i borghesi democratici, dopo la vittoria in alleanza con i lavoratori, ad aggredire questi e massacrarli per scongiurare la permanenza delle ondate rivoluzionarie (per il quale criterio si doveva nel 1928 aver preveduto che in Cina il Kuomintang si sarebbe comportato da boia dei comunisti, come la monarchia borghese in Francia nel 1831, la seconda repubblica nel 1849 e la terza nel 1871, per tacere della prima contro Babeuf e gli "eguali").

Si tratta di un dato e di un carattere essenziale, che va al di là di una felice scelta di tempo strategico nell’aggredire gli alleati di prima (di cui solo esempio, ma gigante, è l’Ottobre russo), perché è un carattere che concerne la teoria, la dottrina, senza la quale non vi è movimento rivoluzionario, e che, come la capacità strategica, può essere posseduta solo dal Partito, mentre la classe amorfa ed immediata "affonda nella dottrina di quelli di cui marcia al fianco", sicché follia è consultarla sempre ed ovunque.

Quando il partito marxista sceglie gli alleati dei comunisti in dati convulsi svolti della storia, esso già possiede in pieno la spietata negazione, la critica, e meglio la demolizione senza riguardi di ogni "sovrastruttura ideologica" dei propri alleati di guerra civile; non la tace, non la occulta nemmeno un attimo pur tra il fragore delle armi. "Mai i comunisti nasconderanno i loro scopi".

Questo risultato che sarebbe ed è impossibile in un incontro, in un fronte, steso al livello della sovrastruttura, come avviene in ogni agitazione pacifica, propagandistica, educazionistica, legale, costituzionale, parlamentare, è condizionato dalla esistenza di un solido partito della classe proletaria, che non può essere poco numeroso senza che la grande massa sia ammorbata dalle ideologie nemiche, che gli "alleati" professano; che non può essere pletorico e popolare senza perdere la vitale capacità di contenere l’integrità della teoria, per l’invasione nelle sue file degli operai ancora succubi di quelle avverse, o peggio di strati di piccoli borghesi, antirivoluzionari per natura al momento della lotta per il socialismo.

Che questa dottrina esiste fin dal 1848 non lo provano soltanto i testi, la cui forza vitale è dimostrata dal raccogliersi nel mondo e in un secolo di moltitudini di lottatori di classe, ma lo prova l’esistenza nel mondo di taluni paesi ove la fase della lotta di classe ultima tra capitalisti e salariati è realizzata in pieno. Nel 1848 era l’Inghilterra, e nulla muta se ricordiamo quest’altro passaggio dialettico) la scuola teorica era tedesca e l’avanguardia combattente francese. Qui l’Internazionale!

Nel 1918 si è lottato con le armi, e rivendicata la teoria, in tutta l’Europa continentale, ma tanto non è bastato; e la storia dell’infezione opportunista l’abbiamo da tempo svolta a fondo.

Nella fase attuale la massa del proletariato e dei suoi più grandi partiti non è che una rete di fogne in cui circola il liquame nero delle ideologie politiche borghesi, dell’apologia di liberalismo, pacifismo, progressismo, prosperità, legalità, costituzionalità ed ogni altra ignominia.

La rottura inesorabile tra le opposte sovrastrutture di classe anche negli intervalli in cui sono gettate fisicamente - sottostrutturalmente - contro un comune nemico, è contenuta nella dottrina rivoluzionaria, in quanto questa fa del partito comunista il serbatoio della posizione del futuro uomo-sociale comunista, e gli fa proclamare - qui torniamo ai Grundrisse, al tessuto connettivo di tutto un secolo di marxismo - che se bisogna che la forma borghese sconfigga nel corpo a corpo storico quelle precapitalistiche, queste tuttavia erano più in alto, di essa, se paragonate a quell’ordine sociale a cui tendiamo, che del nostro partito è il programma, per il quale esso solo è organizzato e verso il quale conduce la classe operaia al combattimento.

Nel raggiungere questa alta verità sta la vittoria, oggi in teoria domani nella storia, del nuovo uomo-società, sta la morte per infamia dell’individualismo, di ogni ideologia e prassi individualista; e solo il partito può tanto attingere.

Quale misura dare alla pena che provocano quelli che cercano garanzie contro granduomismo, il battilocchismo, e (come dicono gli scemetti) il divismo, aprendo falle nella concezione della superiorità che oggi è nel partito, e sarà solo domani nella classe, quando essa, vincendo, non sarà più classe? Il partito comunista non ha nomi e non ha divi, nemmeno Marx o Lenin; esso è una forza che attinge il suo potenziale da una umanità non nata ancora e la cui vita sarà soltanto vita di collettività e di specie, dalle più semplici funzioni manuali fino alle più complesse ed ardue attività mentali. Definiamo il partito: proiezione nell’oggi dell’Uomo - Società di domani.

 

Fine della società non è la produzione, ma l’Uomo

 

Grundrisse, pag. 387. Elogio della società classica greco-romana. "Presso gli antichi, noi non troviamo mai uno studio che ricerchi quale forma di Proprietà fondiaria, o altro ordinamento, sia più produttiva, o crei le maggiori Ricchezze. In quella Società la Ricchezza non appare come scopo della produzione, anche se Catone ha potuto ricercare quale coltura del suolo sia la più vantaggiosa, o Bruto abbia potuto prestare il suo danaro per l’interesse più alto. Lo Studio si porta invece sul modo di Proprietà che produce i migliori cittadini dello Stato. La Ricchezza non appare come fine a se stessa, se non presso alcuni popoli mercanti, monopolisti del commercio di trasporto [carrying trade nel testo: navigazione o carovanismo commerciale: Fenici, Cartaginesi...] che vivevano nei porti del mondo antico come gli Ebrei nella società medievale. Oggi [ossia nel tempo capitalista] la Ricchezza da un lato è Oggetto, è oggettivata in cose materiali [le merci], in prodotti ai quali l’uomo resta contrapposto come Soggetto, dall’altro lato essa, come valore, non è altro che imperio sul lavoro altrui, non allo scopo della dominazione sulla natura, ma solo del consumo privato, personale di taluni uomini. Nel tempo attuale la Ricchezza, sia essa Oggetto, o rapporto per l’intermediario degli Oggetti, prende sempre la configurazione di qualche cosa che si trova al di fuori dell’individuo umano, e solo per caso a fianco di dati individui".

"Pertanto l’antica concezione in cui l’uomo, per limitato che ancora egli sia nelle sue determinazioni nazionali, religiose e politiche, è lo scopo della produzione, appare molto più elevata che quella del mondo moderno, in cui la produzione è lo scopo dell’uomo, e la Ricchezza lo scopo della Produzione".

A questo punto dobbiamo con una nostra pallida parentesi rendere leggibile il difficile passo. Dichiarata la sovrastruttura ideologica sociale del mondo classico, malgrado le sue limitatezze (come l’estensione al cittadino libero lasciando fuori lo schiavo), più elevata di quella del moderno mondo borghese, malgrado ogni sua superiorità scientifico-tecnologico-economica, Marx passa, con un volo del concetto, a contrapporre al capitalismo non più l’antichità romana, ma la "nostra" società comunista. "Ma in effetti, una volta che sia disfatta la limitata [a sua volta] forma borghese, che mai sarà più la ricchezza, se non la universalità dei bisogni, delle capacità, delle gioie, delle forze produttive, ecc., degli uomini, che sarà prodotta nelle loro relazioni universali? Se non il pieno sviluppo del controllo dell’uomo sulle forze naturali, tanto su quelle della cosiddetta natura esterna, che su quella della sua propria natura? [Fu dal relatore intercalata a questo punto formidabile una violenta sferzata a quei pretesi marxisti che indulgono corrivamente alle debolezze o alle libidini della loro sensibilità animale, e vilmente se ne scusano con argomenti deterministi]. Se non la totale manifestazione delle attitudini creatrici degli uomini sviluppata nella loro attività, senza alcun altro presupposto [vuol dire mito, dio, idea immanente, Io cosciente di esistere, essere o volere....] che lo sviluppo storico precedente, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, ossia lo svolgimento di tutte le forze umane in quanto tali, e non misurate secondo una unità di misura data in anticipo [leggi: diritto, morale naturale, filosofia assoluta e simili]; in cui esso sviluppo non si riproduce secondo una determinazione data, ma produce la sua totalità? Non tende a restare nella forma di qualche cosa di già divenuto [evoluto], ma consiste nel movimento totale del divenire?" (L’irruente incalzare di interrogativi frementi, nel testo di getto della lingua originale dello scrittore, vale supremamente una formulazione della dialettica materialista contro ogni idealismo e metafisica).

(Non è finita l’invettiva contro l’ordine capitalista, visto dal passato come dal futuro). "Nella economia borghese, e nell’epoca della produzione che ad essa corrisponde, la espressione totale dell’attività dell’interno umano appare invece come completa alienazione [del lavoro e del lavoratore stesso], e il capovolgimento [nella prassi umana] di tutti gli scopi determinati unilateralmente [vivere, sopravvivere, riprodursi] appare come sacrificio dello scopo in sé [dello scopo universalmente umano e quindi anche soggettivo], ad uno scopo del tutto esteriore [la folle, inesorabile, produzione mercantile]). È per ciò che l’ingenuo mondo antico, da una parte, appare più elevato. D’altra parte esso presenta questa superiorità dovunque si consideri una forma, una figura, chiuse [popolo romano, polis ateniese...] e una determinata limitazione. Esso è soddisfazione [lavoro dell’uomo avente per fine non la produzione, ma l’uomo stesso], da un punto di vista limitato".

"Laddove il mondo moderno lascia insoddisfatti; e quando appare di se stesso soddisfatto, allora esso è triviale!".

Passi la nascente civiltà borghese, perché ha il suo posto nella totalità dello sviluppo, ma porti con sé dalla culla l’epigrafe tombale che la nostra dottrina le incide, in segni indelebili.

 

2 - LE SUGGESTIVE LEZIONI DELLA GRANDE STORIA DELLA RAZZA CINESE

 

Scenario per 4 millenni

 

Il palcoscenico immenso su cui vedremo in buona sostanza agire uno stesso attore - considerato dal punto di vista etnografico, nazionale, perfino statale, e della tradizione per millenni di sistemi di lingua, scrittura, e, con parola generica, di costume e "civiltà" - questo palcoscenico geografico ha la vastità, e oggi contiene la stessa popolazione, dell’Europa intera, con i suoi innumeri e mutevoli popoli, Stati e "culture": in cifre brute dieci milioni di chilometri quadrati e seicento milioni di uomini; un quindicesimo delle terre emerse del pianeta, un decimo di quelle effettivamente abitabili, più di un quinto della umanità tutta.

La forma del territorio storico dei cinesi è ben diversa da quella accidentata ed articolata della capricciosa Europa; per stare ad una descrizione che al solito non ha pretese scegliamo quella di una enorme pagnotta ben rigonfia. Il lato destro del ventre, che ha la curva dell’addome di una favolosa genitrice feconda, e meglio il suo lato inferiore e quello destro, per chi guarda una carta geografica col classico orientamento, sono bagnati nel mare ravvivatore, non proprio nel minaccioso Oceano Pacifico ma in una provvida ricca serie di mediterranei oltre i quali una catena di terre tormentate, dalla Indonesia al Giappone, fa sì che i venti ciclonici arrivino sulla grande pianura cinese ancora caldi ma non più devastatori.

Dai lati opposti di Ovest e di Nord il pianeggiante paese centrale è cinto da terre continentali più alte, montuose fino alle vette dell’Himalaya e ovunque accidentate e in parte desertiche, tracciato naturale di una barriera di protezione non solo dai venti freddi ma anche dalle altre comunità umane che di continuo vi si affacceranno.

La grande bassura oggi coltivata, e popolatissima di frequenti e vaste città di millenaria origine era, prima dell’uomo, alla evidenza, un immenso mare interno, che fu riempito dalle deiezioni del massiccio centrale asiatico eroso da meteore e cataclismi tellurici. Persistono oggi sulla carta geografica gli autori principali della trasformazione livellatrice dei rilievi terrestri, i due grandi fiumi, più sotto l’Azzurro, Yang-tze kiang, più a Settentrione il Giallo, Hoang-ho, dal colore delle loro acque. Quelle del primo, che lascia subito i monti dell’Ovest indiano e corre tra le create pianure, sono limpide per migliaia di miglia del corso medio e inferiore; quelle del secondo, che anche parte da Occidente dallo stesso grembo montuoso, e tende al mare ad Oriente, sono più torbide (come per il flavus biondo Tevere dei romani, altro letto di civiltà storiche), anche perché il fiume con una enorme ansa rettangolare va a radere la base delle montagne della impervia Mongolia, per poi ritornare nella piana cinese e raggiungere il chiuso Mar Giallo, mentre mille chilometri più sotto con percorso circa parallelo il Fiume Azzurro si getta nel più aperto Mar della Cina.

I fiumi a grande bacino, e specie quelli che si gettano nei mediterranei (Po, Tevere, Arno, Nilo, Tigri ed Eufrate, Mississippi, ecc.) prima meccanicamente fabbricano pianure fertili, poi dense umanità e "civiltà storiche", in cui le esigenze e difficoltà di vita produttiva forzano la specie uomo alla conquista di mezzi attrezzati che giungono a regolare i fiumi e ne utilizzano la funzione fecondatrice arginando gli effetti di devastazione e impaludamento della terra coltivabile. La storia della razza cinese, che si ritiene autoctona, e non discesa dalle regioni montagnose ed aride ad occupare la pianura pingue, sta nel trattamento dei due immensi fiumi che mille volte distrussero, nelle loro ire, masse incalcolabili di forze produttive e di vivente umanità, compensate dopo dall’apporto di chimismo intensissimo delle melme, trasportate dalla erosione delle terre alte e lasciate sui piani dalle acque in ritiro. Il popolo cinese é stato tra i primi, anzi possiamo dire il primo, a lasciare tradizione organizzata e quindi scritta, e gli stessi suoi miti originali nella loro eloquenza rivelano ancora oggi l’opera immensa di milioni di piccoli uomini che seppero con la loro azione indiscutibilmente associata su immense estensioni, bonificare gli acquitrini, mettere i fiumi a regime, portare a livelli alti la coltura delle terre salvate e bonificate, e l’uso delle vie navigabili fino al mare.

 

Le forme sociali preistoriche

 

I testi storici cinesi ed anche la loro interpretazione da parte degli storici europei ci fanno arrivare molto indietro nel presentare il corso degli eventi come serie di "dinastie" che si susseguivano e di lotte giganti condotte da esse per spartirsi il territorio e a grandi ondate per riunificarlo e per riconquistarlo dopo le incessanti invasioni da parte di popoli ed eserciti di altra razza. Anche nella storia di altri popoli è difficile risalire da queste serie di nomi eretti a simboli alle funzioni delle masse e alla organizzazione della società primitiva. È da notare che mentre per Roma la serie parte dal 753 avanti Cristo, si può cominciare una serie di dinastie cinesi, non più leggendaria certo di Romolo e Numa Pompilio, dal 2697 al 2205, mentre dal 2205 al 222 si succedono "tre dinastie" Haia, Sciang, e Chou, del tutto storiche.

Non possiamo seguire questa via di esposizione, ma vogliamo solo stabilire che, per antichi che siano i tempi, non è stata quella monarchica la prima forma di organizzazione sociale della razza cinese.

Ai re ed imperatori della prima dinastia mitica gli antichissimi testi attribuiscono la "invenzione" della semina dei terreni, della loro aratura, e quindi della produzione agraria stabile e coltivata, della arginatura dei fiumi e quindi della bonificazione idraulica, e così via.

Che cosa ci dicono questi primi cenni della storia convenzionale sulla preistoria della società cinese? Quali forme sociali vi si devono ravvisare?

Evidentemente la monarchia ereditaria è una forma già sviluppata e tardiva, e non è con essa che si è iniziata la organizzazione stabile sul territorio, particolarmente favorevole, delle comunità primitive. Il nome dei monarchi, re, imperatori, e la loro ipotetica discendenza per stirpe familiare non è che la soprastruttura sotto cui epoche posteriori presentarono le tradizioni di forma più antiche in cui successivamente la capacità produttiva e tecnologica dei primi uomini si andò sviluppando.

Il primo problema in ordine cronologico è quello del fissarsi dei gruppi umani vaganti e nomadi come i branchi animali in sedi stabili, e l’antichità delle serie dinastiche convenzionali esprime con sicurezza il fatto che in tutta l’Asia e quindi probabilmente in tutto il mondo, almeno per quanto si parli di razze e civiltà non scomparse quasi senza traccia, le valli del fiume Azzurro e del fiume Giallo sono state le prime ad ospitare organizzazioni a sede fissa per lungo tempo, precedendo anche la valle dei fiumi mesopotamici e quella del Nilo, del Giordano, e così via.

La prima forma di aggregazione umana che si riproduce con una certa continuità e sicurezza, difendendosi dalle avversità di ambiente che tendono a disperderla ed estinguerla, è l’orda vagante, che reca con sé nello spostarsi di sede in sede le madri, i piccoli e tutto il suo limitatissimo arredamento. I mezzi di sussistenza in questa forma sono elementari: la caccia soprattutto, e la pesca, e la raccolta di frutti spontanei della vegetazione, che nell’assenza di ogni coltivazione delle piante rapidamente si esaurisce anche in cicli più brevi dello stagionale, così come la fauna terrestre e la pescagione fluviale o lacustre, spiegando l’imperio della necessità che il gruppo umano levi le tende e si sposti in zona vergine e non sfruttata con grande frequenza. Lo stesso porre a riserva prodotti vegetali ed animali è funzione successiva ad un minimo di ancoramento al suolo, come anche una fase relativamente evoluta è, con la cattura ed assoggettamento dei primi animali domestici, la scoperta dei carriaggi nei quali si possono trasportare non solo i membri deboli dell’orda, ma una certa scorta non solo di attrezzi ma anche di provviste alimentari conservate con metodi rudimentali. Il gregge è poi la vera scorta di viveri dell’orda nomade.

La distinzione che può farsi tra la pingue piana cinese e la circostante Asia, che presto sarà chiamata dal popolo più evoluto sede dei "barbari" con la parola che usarono anche semiti, egizi, greci e romani secoli e secoli più tardi, è che nella prima vi erano le tribù fisse che avevano appreso a coltivare il suolo, e nella seconda si prolungherà per millenni il vagare di orde incapaci di fissarsi e che ben presto si spostano non solo per trovare un più utile ambiente naturale, ma per tentare la preda di quanto le popolazioni fisse hanno nelle loro sedi di campagne e città accumulato di approvvigionamenti ed attrezzature pronti al consumo del conquistatore. Questo è già divenuto da cacciatore di animali anche cacciatore di uomini di altre tribù nomadi e fisse, e guerriero, con una adatta organizzazione e allenamento - mentre il popolo fisso ha dovuto anche organizzare in forme storiche successivamente diverse la protezione armata della sua stabilità nella sede di residenza e di lavoro.

Sembra stabilito che nella preistoria il centro montuoso dell’Asia non fosse così desertico ed arido come nel tempo storico, e che comunicazioni si siano stabilite tra le lontanissime nazioni a sede territoriale continua dell’estremo oriente cinese e quelle delle rive del Mediterraneo. Nei due ultimi millenni invece le orde instabili e guerriere del deserto centrale hanno alternato le loro travolgenti invasioni a carico dei popoli organizzati ed evoluti della Cina e dell’Occidente europeo.

 

Le vestigia del primissimo comunismo

 

Come avvicendarsi di maree umane e di guerre la storia ufficiale della Cina ondeggia tra invasioni e liberazioni, tra spartizioni e riunificazioni, il che non basta a riscriverla come successione di modi di produzione; ciò si vede tentato ma scarsamente adempiuto dai presenti "marxisti" cinesi, ai quali non va fatto gran torto se mentre essi apprendevano dagli europei la grande dottrina, tanto diversa da quella ai cinesi toccata come sovrastruttura delle loro forme storiche millenarie, gli europei stessi hanno quella dottrina travisata e distorta totalmente.

Nella concezione marxista (basti qui ricordare con brevità necessaria), la immensa Asia è la madre della forma del comunismo primitivo, di cui le ultime tracce, specie nell’India ben più che nella Cina, si sono potute fino ad oggi constatare, sia pure sotto il peso di successive e ben complesse forme di classe. Nel comunismo primitivo il soggetto è il clan, la tribù autosufficiente e autoriproducentesi. Vi può essere la forma comunista nel caso della tribù nomade o dell’orda, ed allora i prodotti della caccia e della pesca ed il gregge allevato sono comuni sia per l’attività che richiedono sia per il consumo. Quando sarà il caso di commentare tutta la teoria di Marx sull’ordine della grande serie, una osservazione notevole sarà che la prima proprietà individuale-familiare che appare presso i nomadi Sciti è quella del carro trainato, abitazione semovente di quella prima popolazione. In questo senso la proprietà della casa è più antica di quella della terra agraria, e forse se ne può cercare altro esempio nella "civiltà" delle terremare, o abitazioni su palafitte (che pensiamo abbiano dovuto fare la loro apparizione in Cina, sebbene il dato ci manchi) di popoli che si sono stabilizzati su una terra tuttavia acquitrinosa e per lunga parte del ciclo stagionale coperta da metri di acqua. Comunque è teorema del marxismo che la proprietà personale sia dell’abitazione che della terra agraria è un risultato della evoluzione storica già matura tecnologicamente e quindi non è un fatto e dato naturale originale.

Presso la forma stabile tribale la unità non è l’Orda che viaggia unita, ma il villaggio costituito da un gruppo di abitazioni circondato da un territorio disboscato e dissodato sufficiente al consumo della comunità di villaggio, terra non spartita tra persone e famiglie, ma lavorata in comune, con comune immagazzinamento e consumo di tutti i prodotti. La regolamentazione di fiumi di grande portata e lunghezza fa pensare ad una organizzazione che riunisce molti villaggi condotti in una forma più complessa a collaborare per la conservazione delle fonti di vita a tutti necessarie, e qui la tradizione ci comincerà a narrare delle forme signorili e monarchiche.

Possiamo pensare ad un territorio tanto vasto rispetto alla prima rada popolazione umana che le orde nomadi possano, anche incrociandosi nei loro viaggi, non ancora combattersi per il controllo temporaneo di una zona particolarmente appetibile - e che i villaggi stabili possano collaborare spontaneamente senza dispute per i limiti dei territori da ciascuno messi a coltura.

Occupandoci di un popolo umano ben stabilizzato, la forma di produzione all’interno del villaggio rurale con la evoluzione perde l’aspetto comunista integrale per una prima via che non è ancora (Grundrisse di Marx) quella di una divisione sociale in classi. La terra viene assegnata con una spartizione prima periodica, poi dopo lunga evoluzione fissa, ai membri attivi della tribù, che applicano al proprio lotto il lavoro proprio e dei familiari diretti, e con essi godono il raccolto. In questa seconda forma l’uomo lavoratore non è separato dagli strumenti di produzione, come avverrà nel mondo moderno. Terra ed animali, sementi, concimi ed utensili sono ancora un "prolungamento" della persona dell’uomo, sia pure non col nobile meccanismo della prima tribù, in cui non essendo ancora individualizzata nemmeno la consanguineità familiare, tutto l’uomo-tribù - remoto esempio originario dell’uomo-società di domani - ha come suo prolungamento materiale e sociale tutta la terra e tutti gli strumenti e greggi di cui il villaggio è proprietario - mentre in forme successive ne darà poi un temporaneo possesso di fatto ai suoi componenti.

La nascita della forma della proprietà individuale libera, in cui il lavoratore della terra non è soggetto né schiavo né servo, ha certo avuto nella storia della Cina una fondamentale importanza, ma tutte le forme di oppressione e di sfruttamento hanno sempre e fino ad oggi tormentata questa forma gracile e da ogni parte vessata.

In Asia prima che il villaggio smembri la sua comunanza sulla terra in lottizzazioni personali, che siano comparabili alla proprietà quiritaria dei romani, formata e tutelata fin nell’ultimo cittadino da una potente organizzazione statale ovunque presente, sorge una nuova forma caratteristica dell’India: ossia un grande capo territoriale o signore, che dispone di una forza armata, obbliga i villaggi agrari, che hanno già nel loro seno quanto loro basta di produzione artigiana diffusa, a farsi suoi tributari di prodotti prima, e molto più oltre di danaro e valori preziosi. Si forma così un sistema di staterelli principeschi che ogni tanto un capo più potente, e meglio armatosi col godimento dei tributi dei soggetti, sottopone ed associa in regni estesi.

Questa forma asiatica tipica differisce dalla schiavitù delle società classiche, come differisce dalla servitù feudale del Medioevo Europeo, ma si sviluppa largamente in aspetti schiavistici ed aspetti feudalistici.

Le grandi imprese statali dei potentati asiatici, sia come utili opere pubbliche che come grandi monumenti delle città capitali, sono realizzate da masse di prigionieri di guerra condotti a lavori forzati e quindi schiavizzati. In queste società non vi sono ormai più uomini liberi, e la forma comune del villaggio agrario tributario al signorotto o allo Stato fa sì che il contadino non sia libero, m servo.

Non è cosa agevole seguire per la Cina la lunga osmosi di tutte queste forme, né leggerne la comparsa e la scomparsa nelle storie convenzionali. Ma è stato necessario, prima di passare al canovaccio storico bruto, anticiparne, rispetto a trattazioni più estese della analisi marxista di tutti i rapporti, una preliminare presentazione.

 

Periodo dell’antico feudalesimo aristocratico

 

Tale periodo lo si fa coincidere nelle storie correnti con quello della terza dinastia "Chou" che regnò dal 1122 al 221 prima di Cristo. Esso sarebbe in un certo senso paragonabile al feudalesimo di tipo germanico che prevalse in Europa dopo la caduta dell’Impero Romano, in quanto il potere centrale era vago e debole, mentre pesante era la dominazione provinciale dei nobili.

Il periodo è caratterizzato da una totale anarchia dei poteri e da incessanti lotte tra quelli locali e tra le famiglie rivali; esso ben ricorda quelli del medioevo europeo quando il potere dell’imperatore era vago e lontano mentre le grandi monarchie unitarie non esistevano ancora. L’ultima parte del periodo che va dal 403 al 221 avanti Cristo è detto dei "Regni combattenti", perché alcune principali dinastie che hanno sottomessi i principi minori si contendono tra continue stragi la egemonia su tutto il paese. L’arte militare si è molto sviluppata con la introduzione della cavalleria e il largo impiego di truppe mercenarie (altra analogia con l’Europa di secoli e secoli dopo) e i metodi di lotta sono spietati: soppressione dei prigionieri, sterminio dopo il saccheggio delle popolazioni civili. Nelle città e nelle campagne inaudite sono le sofferenze di queste, descritte da una letteratura che ha traversata una delle sue età auree (negli stessi secoli in cui l’ellenismo dava ad Ovest i suoi prodotti più alti. Sono di questi secoli (VI e V avanti Cristo) i grandi autori Confucio e Lao-Tsu, più che di religioni fondatori di sistemi filosofici e sociali che con accenti diversi contengono la critica delle ingiustizie sociali del tempo, e sono vere sovrastrutture della reazione di classe del contadiname e del popolo minuto delle città artigiane e commerciali come lo fu in Occidente il cristianesimo.

In Lao-Tsu vi è solo una umana protesta contro le degenerazioni egoistiche nella società, e la invocazione al ritorno al regime di natura, a quella che era vantata dai poeti come una remota età dell’oro, e non poteva essere che la tradizione delle forme di produzione comuniste, sicché il grande Lao può essere comparato al tanto posteriore Giacomo Russeau; e va ricordato che Marx ed Engels vedono nel Contratto sociale un saggio del metodo dialettico, volendo intendere che Rousseau cercava nel ritorno al passato la via dell’avvenire, come sul piano scientifico fa il marxismo. Confucio invece che, eliminate dal suo sistema tutte le complesse cosmogonie simboliche è un vero riformista e riformatore, vuole uscire dall’anarchico "bellum omnium contra omnes" con una restaurata autorità fondata sul benessere del popolo, e traccia un vero sistema di Stato e di costume sociale. Confucio non vuole che si rinunci ai benefici del vivere civile del progresso e della cultura, e chiede una disciplina morale dall’alto, che si avvalga però non delle violenza ma dei metodi della persuasione e della saggezza.

 

Nascita dello Stato amministrativo

 

La soluzione della violenta crisi de IV e III secolo a.C. non appare essere venuta dalla predicazione delle dottrine, e nemmeno per quanto dicono le storie correnti da un insorgere delle masse, ma proprio dalla guerra stessa, ossia da uno dei Regni combattenti in lotta disperata che seppe aver ragione di tutti gli altri. Si trattò della famiglia dinastica degli Ts'in o Ch’in, dai quali il paese da allora in poi prese il nome, e che continuavano la più antica dinastia Tcheu. Questa aveva capitanata una grande migrazione delle popolazioni del centro verso il nord-est, ove aveva voluto ributtare la pressione delle orde dei Mongoli, indicati allora con nomi che ricordano quelli degli Unni noti all’Ovest; tutte razze che erompevano dal massiccio centrale asiatico e dal Turkestan. La prova era stata ben dura per le reazioni e controinvasioni dei barbari, ma quel regno si era molto agguerrito e volle ritornare alla conquista del pingue centro e sud del paese, riuscendovi nel 207 a.C. attraverso la sanguinosa disfatta, una ad una, di tutte le altre armate dei Regni Combattenti. Da tale data comincia non solo l’unificazione territoriale di tutta la Cina col ributtare i barbari da tutte le frontiere, ma una nuova e radicalmente diversa organizzazione dello Stato. La sua centralizzazione non sta più soltanto nel simbolo dell’imperatore divinizzato, "Figlio del Cielo", ma assume un forma concreta nuovissima. Debellati e disarmati del tutto o anche soppressi i capi delle varie signorie locali che avevano usurpata l’ereditarietà al posto dell’antica investitura da parte dell’Imperatore, il potere locale venne affidato a funzionari del centro governativo che aveva sede presso l’Imperatore. La rete da allora fu doppia, civile da una parte, militare dall’altra. Sotto il suo aspetto legittimista la rivoluzione che dista da noi quasi duemiladuecento anni, fu assolutamente radicale, e non anticipò tanto le forme romane di pochi secoli dopo quanto quelle europee del 1600 e 1700, a Stato centralizzato. Volendo infatti trovare un confronto con questo regno di Cheng-Huang-Ti, primo della serie, ossia Sublime e Divino dobbiamo pensare al Roi Soleil, al secolo di Luigi XIV con le sue vittorie e i suoi splendori. La doppia gerarchia burocratica assicura l’ordine in tutto il paese, i due rami dell’amministrazione hanno al vertice un Primo Ministro ed un Maresciallo dell’Impero, e si ricongiungono nella persona dell’Imperatore. Il territorio si divide tutto in province, le province in distretti e in ciascun grado si ripete la doppia gerarchia.

Il nuovo regime intraprese una gigantesca impresa militare ossia un’offensiva tale da ributtare i barbari da tutte le sterminate frontiere, operando contro spedizioni a carico degli Unni di cui si annetterono vari territori in tutte le direzioni. La "Grande Cina" si estese dal Tonchino ad Ovest alla Corea all’Est, raggiungendo una delle massime espansioni . Gli Ts'in passarono alla storia anche per la costruzione della famosissima "Grande Muraglia". Si tratta di una colossale fascia di opere, che ne utilizzò di più antiche, e che storicamente subì brecce e ricostruzioni incessanti, ma finì col segnare un baluardo invalicabile nelle più diverse vicende.

Nell’ordinamento interno la svolta della nascita del primo Stato centralizzato si accompagnò con la liquidazione di ogni residua coltura in comune della terra da parte dei contadini uniti in villaggi, e la terra fu attribuita alle singole famiglie. Benché le cronache parlino di abolizione di ogni nobiltà ereditaria, non è possibile indurne che sia avvenuta una equa spartizione della terra in possessi liberi.

Nello stesso tempo il potere dei Ts'in intraprese riforme unitarie della lingua, della scrittura, delle misure, pesi, norme di commercio, della legislazione tutta, e può parlarsi di un controllo del potere di Stato in tutti gli affari economici.

Tuttavia la creazione di una così pesante impalcatura amministrativa che gli storici chiamarono feudalesimo burocratico in sostituzione di quello aristocratico, non poté non determinare una maggiore oppressione e sfruttamento del popolo, colpito da un sistema onerosissimo di tasse. Gli intellettuali e gli stessi confuciani che volevano l’ordine ma non il dispotismo di tutta una gerarchia di funzionari e di cortigiani, si fecero eco del malcontento generale, malgrado le repressioni e la compressione che giunse fino a far bruciare le antiche opere che descrivevano l’età della libera agricoltura comune. Già il secondo Huang-Ti, travolto dalla insurrezione fu assassinato, la capitale e il grandioso palazzo reale messi a sacco. Ma ancora una volta tutto si risolse con un più o meno lungo mutamento dinastico: rimasero i principii della unificazione di tutta la Cina, dello Stato burocratico onnipotente, malgrado la corruzione divenuta cronica dei suoi mandarini. Due secoli prima di Cristo, già la formula di uno Stato gravante sulle classi lavoratrici e malato di elefantiasi burocratica, che doveva essere nota a tutti i popoli e a tutti i tempi, aveva in Cina un esempio colossale e di colossale persistenza, salvo a pretesi modernissimi critici del marxismo di credere di averla in questi anni recenti inventata, come forma che segue il capitalismo moderno europeo senza ancora essere socialismo, e come contenuto del capitalismo di Stato della Russia d’oggi!

 

Alterne vicende dell’impero unitario

 

Questa forma di Stato, originale quanto continua, non si è mai dissolta dal 221 prima di Cristo al 1911 ossia per ventun secoli. Vi sono state crisi dell’unità territoriale sia per momentanee scissioni interne tra dinastie concorrenti, sia per vittorie delle valanghe di barbari invasori ma sempre alla fine la vitalità quasi animale di questo paese fertile e di questo popolo dall’immensa forza di lavoro hanno fatto sì che ogni invasore venisse ributtato dalle frontiere e che l’unità di governo fosse raggiunta colla vittoria di un regno o di un esercito meglio organizzato, e che dominava nemici esterni ed interni assorbendoli nel suo superiore sistema.

A secoli di lotte atroci e di miseria e perfino depopolazione se ne sono alternati altri di ripresa e di splendore. Nel VII, VIII e IX secolo dopo Cristo la grande dinastia dei Tang debella i due grandi Khanati turchi di Est e di Ovest, conquista il Turkestan e ristabilisce la grande via carovaniera della seta rompendo l’isolamento dall’Europa e dal mondo occidentale, in cui era in crisi l’impero bizantino, fronteggiando nell’Asia minore il potere dell’Islam. Dopo le glorie dei Sung intorno al mille, si formano ai margini regni barbari, e nei secoli XIII e parte del XIV la Cina subisce una dinastia mongola dei Khan. Ma coi famosi Ming dal 1368 al 1643, dopo una vera rivoluzione nazionale che abbatte i Khan mongoli, si apre un nuovo periodo aureo in cui le industrie ed i commerci grandeggiano a completare la fondamentale economia terriera della ricca Cina, il Catai di cui gli sbalorditi viaggiatori europei dovranno favoleggiare nei loro resoconti. Costume pubblico, cultura, sapienza, arte raggiungono vertici che nei loro monumenti di ogni specie nulla hanno da invidiare alla rinascenza europea degli stessi secoli, e di fronte ai quali la cultura occidentale borghese, salvo rare eccezioni, non professa che una crassa ignoranza. Nella vita sociale sono forme capitalistiche nel senso non ignobile che si delineano per forza spontanea. Un’industria che raggiunge alte produzioni per il consumo interno come per la esportazione offre manufatti di inestimabile pregio artistico: così per i tessuti di seta famosi nel mondo e per la incomparabile arte ceramica e per le porcellane artistiche che sono di gran lunga più preziose dei migliori prodotti europei. Le arti meccaniche erano avanzatissime, come prima testimonia lo stesso Marco Polo, che scioglie veri inni alla civiltà e raffinatezza cinese di quel tempo. Come vi è una economia industriale con una classe elevata e colta di padroni di manifatture, così immenso sviluppo ha il commercio interno, favorito dai canali perfetti che collegano i grandi fiumi; e uno sviluppatissimo commercio con l’estero fino all’Africa impiega una vera fiorente navigazione oceanica.

Letteratura, poesia, arte, teatro, dramma, architettura pubblica; in tutti i campi questo periodo lasciò orme smaglianti. E, dopo una prima fase in cui i Ming, liberata la Cina, tentarono di assoggettare i Khanati mongoli, uscendo in forze oltre la Muraglia, ma riportando alcune gravi sconfitte che tagliarono la via al sogno di uno Stato panasiatico, che aggiungesse al Celeste Impero quello, che aveva premuto sulla stessa Europa, di Gengis Khan e di Tamerlano, turco-mongolico il primo, islamico il secondo, la dinastia famosa assicurò per la prima volta al paese un lungo intervallo di pace, che fu condizione di tanto rifiorire.

Tornati sul filone della tradizione nazionale, i Ming opposero al buddismo, dall’India penetrato in Cina, il confucianesimo come religione nazionale, di cui esaltarono l’insegnamento della subordinazione dell’individuo agli interessi collettivi, e non contrastarono una certa diffusione del cristianesimo, avendo aperte le porte a commercianti come a missionari di Europa.

Una nuova fase di conquista straniera deve subire la Cina alla caduta della dinastia dei Ming, nel 1644. Si tratta dell’avvento della dinastia Manciù, venuta dell’estremo nord-est (la Manciuria è sulle rive del mare del Giappone). Ma i rozzi mancesi dettero luogo ad un fenomeno di rapido assorbimento e di mimetizzazione nella superiore civiltà cinese, come avveniva ai barbari a contatto degli imperi romano ed ellenico-bizantino. La dinastia durò fino al nostro secolo e così le sue forme militari; del resto tradizionali, in quanto le guarnigioni erano tenute in abitati separati da quelli civili e in un certo senso avevano aspetti da esercito di occupazione. Ma tutto il tessuto sociale della popolazione si mantenne, secondo le tradizioni nazionali, entro la rete di una immensa burocrazia statale e di un sistema fiscale complesso, mentre la vitalità e la produttività in tutti i campi tecnici e culturali delle forme proprie ai popoli europei passava decisamente oltre il rallentante tardo mondo cinese. Dinanzi alle diavolerie degli emissari del capitalismo di Ovest questo mondo, così fecondo e ricco di antiche manifestazioni, si chiuse in se stesso, e parve come voler rientrare nell’ombra, mentre la grande maggioranza dei lavoratori agricoli continuava nella sofferenza millenaria a sopportare il grave peso di una società condotta da classi raffinate e colte, pigre e parassite.

 

Fine storica dell’isolazionismo cinese

 

Se la grande stabilità delle costruzioni storiche è una costante inderogabile dell’evoluzione sociale cinese, conseguentemente lungo e schiacciante deve essere lo sforzo rinnovatore tendente a creare nuove forme sociali. Perché le forze rivoluzionarie, germinanti nella decrepita società agrario-burocratica, riuscissero finalmente a soverchiare la resistenza opposta dal campo della conservazione, è occorso un lavoro titanico che copre un secolo intero, quanto corre tra la prima guerra dell’oppio e la fondazione della Repubblica Popolare, e cioè tra il primo sconvolgente urto vibrato dall’esterno al mummificato edificio della monarchia Manciù e il costituirsi della Cina nelle forme dello Stato moderno.

Forse non esiste nella storia delle altre nazioni un periodo che raduni in eguale tratto di tempo un così grande numero di mutamenti, di rivoluzioni, di guerre e di controrivoluzioni come il secolo della rivoluzione cinese. Ma quello che colpisce di più l’immaginazione è il constatare come la rivoluzione cinese, che pur mira a finalità nazionali, si sviluppi in stretta connessione dialettica col maturare dei grandi eventi mondiali, provando in tal modo, e proprio nel paese della Grande Muraglia, come l’evoluzione storica tenda a incastrare i popoli e le razze in un meccanismo che abbraccia il pianeta. Di enorme interesse è, in terzo luogo, il poter ricostruire, studiando gli ultimi cento anni della storia cinese, il ciclo storico dell’imperialismo capitalista. Difatti è in Cina, cioè in un grande paese troppo arretrato per poter respingere l’aggressione finanziaria e politica dell’imperialismo straniero, ma abbastanza sviluppato sul piano dell’organizzazione dello Stato per poter rifiutarsi di divenire un possedimento coloniale, come nell’Ottocento accadde all’India, che l’imperialismo disvela le sue più profonde contraddizioni. Non a caso la Cina moderna diviene il terreno comune su cui si affrontano la rivoluzione nazionale, la rivoluzione socialista e la guerra imperialista.

Appare subito chiaro quanto sia complessa la trattazione di tale argomento. Tuttavia non è disagevole suddividere il grande concatenamento di avvenimenti in varie fasi, le seguenti:

 

1) Guerra dell’oppio e rivolta dei Tai-Ping.

Essa va dal 1840 al 1900, e comprende la prima (1840-1844), la seconda (1857-1858) e la terza (1857-1860) guerra dell’oppio; la grande rivolta dei Tai-ping; la guerra nippo-cinese e il saccheggio territoriale della Cina; il movimento costituzionale-liberale di Kang Yu-Wei.

Può sembrare che tali avvenimenti siano messi insieme senza ordinato legame; invece appare chiaro, se si bada alla loro sostanza, che essi sono ferreamente collegati. L’attacco militare che l’imperialismo, impersonato all’epoca dall’Inghilterra e dalla Francia, sferra ripetutamente contro la Cina per spezzarne la corazza isolazionista, mira esclusivamente a rimuovere un ostacolo che si oppone reazionariamente al monopolio commerciale capitalista. Una potenza storica in pieno sviluppo - l’imperialismo capitalista - che, per le inflessibili leggi economiche che lo governano, tende ad allargare incessantemente i confini del mercato mondiale, non può arrestarsi deferentemente ai tabù legali, con i quali la dinastia Manciù crede di poter assicurare la chiusura dei porti. L’Impero che aveva bandito l’oppio viene forzato dalle armi a riammetterne il consumo. La Cina, che non produce la micidiale droga, è costretta, a seguito di tre ferocissime guerre, ad importarla dall’India in quantità sempre crescenti e a permetterne la libera vendita entro i confini dell’Impero, nonostante i danni fisiologici che essa arreca alla popolazione e nonostante la paurosa fuga all’estero dell’argento.

In tal modo la Cina diventa un mercato coatto del capitalismo occidentale, che non tarda a ridurre il paese allo stato di una colonia, applicando un protezionismo alla rovescia, per cui il governo cinese non ha la facoltà di elevare i dazi doganali sulle merci di importazione al di sopra di un certo limite, che viene fissato - caso unico nella storia! - dagli stessi esportatori stranieri a mezzo dei loro governi. Ciò naturalmente arreca un insuperabile impedimento allo sviluppo del capitalismo nazionale cinese. In tal modo, il governo imperiale, ad onta delle reiterate sconfitte subite in guerra, non può fabbricarsi le armi moderne solo con le quali le sue armate potrebbero resistere ai rapinatori stranieri, anzi è costretto a rivol