La "pochade" comunitaria

Una espressione della tendenza comune dei moderni programmi sociali della vecchia America e della giovane Russia, fornicanti a vari livelli, ci viene offerta dalla triviale agitazione elettorale del movimento italiano, o meglio piemontese, che si battezza Comunità.

Non è possibile dare formule più aberranti della lotta di classe rivoluzionaria, in cui è la sola salvezza dei lavoratori contro i saturnali di tutti gli opportunismi, di questa, della comunità "della cultura degli operai e dei contadini".

Questa nuova formula trinitaria sociale è la vera sintesi di ciò che fotte i proletari dell'industria e della terra, e che trova la sua espressione appunto nella cultura.

Cultura, in questo schema affidata ai veri chierici e sacrestani della società borghese: economisti ed architetti, esprime per noi marxisti influenza e dominazione della città, ossia della polis, dello Stato, della classe sfruttatrice di tutte le epoche, che stupra della sua ideologia i cervelli degli affamati. Val bene in questo senso la demagogia della parola: urbanistica.

In questo senso volontarista, in principio era non il verbo ma quella sua espressione truccata di tecnica che è il progetto. Romolo-Caino se lo fece con una pelle di bue tagliata a strisce, questi ruffiani col tiralinee sulla tavoletta da disegno, e con vieti clichés da rivista patinata.

Dato un "piccolo architetto" ed un progetto, si ebbe una città, ed una cultura su misura del cervellino di quello; la sottostruttura delle forme storiche per questi fringuelletti semiaccademici era fatta di carta.

Nel loro zibaldone letterario (l'architetto è per natura rétore e non scienziato; ma regaliamo la stessa disistima alla moderna cultura, scienza e tecnica, e fanta-ingegneria) si vuole giocare sulla consegna marxista di aver trovata la saldatura città-campagma, che è traguardo della rivoluzione comunista.

Il trucco è spregevole; anche se in parte si metterà in concorrenza con quelli del comunismo in Russia, e del marxismo-leninismo nei rinnegati di Mosca.

Santoni di questa "pianificazione" che si adorna degli aggettivi ultrasospetti di "dinamica" e "democratica" sono un bel mazzo di tipi, e meno male che non ci ficcano Marx! Lilienthal, il creatore dell'urbanistica vallata agrario industriale residenziale del Tennessee in America, sciocco falansterio al servizio del Capitale yankee; Beveridge, il lord laburista, super-riformista pioniere della nazionalizzazione inglese, socialitario e sicuritario autore del piano di sicurezza (del capitalismo); Ford, re dello sfruttamento industriale e benefattore dei suoi operai; Keynes, l'economista del pieno impiego e dell'eternità del sistema capitalista.

In Italia, portatore di queste idee, drappeggiate di gramscismo, di democratismo, di cristianesimo ove più conviene, e comunque di sozzo pacifismo sociale, è Olivetti. La macchina da scrivere è il vero triviale simbolo dell'ignoranza della civiltà borghese, a fronte di quelle che scrissero a mano; l'urbanista comunitario Olivetti, che ha un Tennessee-parodia nel Canavese, si cifra per noi al livello dell'armatore Lauro: miliardi sfruttati agli operai italiani, investiti in quell'affare coglione (anche come affare) che è il farsi una base elettorale.

La sua frodata giunzione tra città e campagna (facciamo grazia di quella anche più truffaldina tra il Sud e il Nord) si basa sugli indirizzi opposti a quelli della rivoluzione marxista, e non dovrebbe ingannare per un istante.

Ha una base americanofila mercantile, in quanto tutto dipende da alti salari e impiego totale, perché gli operai divengano dei consumatori pompati di motorette, frigoriferi, televisori, e... strumenti agricoli; dove i pianificatori ed economisti di mestiere fanno una bella insalata tra oggetti di consumo e di arredamento, ed utensili, parti di capitale sminuzzato. Il tu vendi - io compro, che solo quando sarà soppresso darà la forza immane per distruggere la distanza tra lavoro manuale e mentale, e la divisione sociale del lavoro, e l'antitesi tra città e campagna, resta, a delizia dei reggicoda della grande impresa, il supremo motore.

Ha inoltre, quella formula truffata, una base aziendale, perché tutto sta nell'aprire al centro della "vallata" una galera per salariati, o fabbrica.

Ha una base degnamente russofila, ossia colcosiana, il che vuol dire domestica, familiare, codinamente cristianuccia, perché l'ideale posto al contadino (e vada pure questo per il proprietarucolo, rimbecillito da tali secolari innesti di venefica cultura), e anche all'operaio di fabbrica, è la casarella disegnata dall'architetto mangia-a-sbafo, l'home sweet home, la "casa dolce casa", in cui si assomma la forcaiola costruzione familiare della società, che è necessariamente privatista - ma mentre per il contadino è un privatismo di libertà, per l'operaio salariato è un privatismo di schiavitù moderna e salariale che ne esprime il divorzio forzato dalle condizioni di produzione, dal tenere utensili sul cassettone!

Della parola comunismo si è fatto ludibrio da tutte le sponde, ed è una lotta disperata il rifigurarla senza le potenti incrostature. Ma comunità sta a comunismo come - da un secolo e più - socialista sta a socialismo. La ignobile ideologia canavesana sta al pari della mossa torva con cui tutte le correnti borghesi, quando cominciarono a tremare della parola socialismo, riconobbero una questione sociale, e la trattarono con l'impiastro che si chiama: utopia, riforma, progetto, piano; - dichiarandosi socialitari, che vale comunitari se socialismo vale comunismo, a coro, liberali, clericali, nazionalisti, fascisti, militaristi; come oggi i raffinati esperti di macchine da scrivere e di pianificazioni elettorali, ultimi tra tutti, più falsi e più disgustosi di tutti.

Da "Il programma comunista" n. 8 del 1958

Archivio storico 1952 - 1970