Premessa del 1953 al "Dialogato con Stalin"

Le pagine che seguono sono state tratte dal periodico del Partito Comunista Internazionalista: "Il programma comunista", che da anni, sotto il titolo "Filo del Tempo", pubblica una serie di studi sulla essenza del marxismo rivoluzionario e la sua riconferma attraverso gli eventi del periodo storico attuale.

Alcune recenti puntate di questi scritti sono state dedicate all'articolo di Stalin diffuso nello scorso novembre, a proposito dei problemi della presente economia russa, col titolo "Dialogato con Stalin", ed altre successive hanno ribadito e chiarito l'argomento.

Si tratta dello sviluppo conseguente dell'atteggiamento di critica e di contestazione che in tre successive fasi, dal 1919 ad oggi, ha tenuto la Sinistra comunista, forte soprattutto in Italia dove costituiva la prevalente maggioranza del partito comunista, fondato a Livorno nel 1921.

Le forze di questa nostra corrente sono andate riducendosi, ed oggi constano di pochi gruppi in alcuni paesi e di un poco numeroso ma omogeneo e chiaro movimento in Italia. Man mano che la vicenda storica traeva i militanti e le masse in opposta direzione (per cause che appunto la nostra critica è andata mostrando e spiegando) e soprattutto nel lavoro sistematico condotto dalla fine della guerra ad oggi, il contenuto della contestazione formulata al grande movimento che ebbe per fulcro la rivoluzione del 1917 in Russia, e a Mosca tuttora fa capo, si è reso più profondo, e ne ricordiamo qui i tre successivi aspetti.

La corrente opinione, ed anche quella dei maggiori strati della classe operaia, considera il movimento che va "da Lenin a Stalin" come continua, e quindi anche attuale, espressione teorica, organizzata e militante della lotta radicale e rivoluzionaria del proletariato contro il mondo capitalista, come sviluppo della visione di Marx ed Engels, quale fu rivendicata contro le degenerazioni revisioniste ed opportuniste da Lenin, e dal magnifico gruppo e partito rivoluzionario che con lui vinse l'Ottobre, e ricostruì l'Internazionale.

All'inizio questo grande moto storico ebbe con sé tra i gruppi più risoluti ed ardenti l'ala sinistra del socialismo italiano, che dopo la prima guerra ruppe in modo spietato coi riformisti e filo-riformisti, sebbene questi in Italia non avessero la colpa dell'appoggio alla guerra imperialista 1914-18. Seguirono le tre fasi della critica e della sempre più grave rottura, che rispondono alle tre fasi della involuzione del movimento che ancora vuole chiamarsi comunista e sovietico, i tre stadi dell'opportunismo nuovo, e post-leniniano, peggiore dell'antico.

Primo dissenso: nel campo tattico. Il più difficile problema del determinismo marxista è quello dell'intervento attivo del partito, dei metodi che lo stesso adotta per affrettare il cammino della rivoluzione di classe. Allora, di pieno accordo sulla teoria generale e sulla necessità di purgare l'organizzazione di tutti i non comunisti, d'accordo anche sul fatto che la tattica, la prassi del partito, si risolvono in modo diverso in diverse grandi e principali fasi storiche, la Sinistra contestò le tattiche di "conquista delle masse" basati su inviti ad azione comune ai partiti socialdemocratici ed opportunisti, aventi seguito nel proletariato, ma azione politica evidentemente controrivoluzionaria.

La Sinistra negò i metodi di "fronte unico politico", e peggio ancora di "governo operaio" in cui si volevano legare quei partiti e il nostro: previde che un tale metodo avrebbe determinato l'indebolimento della classe operaia ed il degenerare dei partiti comunisti rivoluzionari d'Occidente; pure essendo chiaro che l'Oriente ancora non capitalistico la tattica, sempre a condizione di coordinarla al fine unico della rivoluzione mondiale, poteva e doveva essere formalmente altra. Questo primo dissenso provocò famosi dibattiti tra il 1919 e il 1926, e finì col distacco organizzativo.

Secondo dissenso: nel campo politico e storico. Si verificò, alla scala storica, quanto nella prima fase i contraddittori della nostra corrente dichiararono impossibile e rovinoso: ossia il ritorno alla collaborazione tra le opposte classi nella società borghese sviluppata, identico a quello che aveva determinato il disastro e tradimento della Seconda Internazionale. I partiti comunisti colla centrale internazionale a Mosca furono condotti, nei paesi del totalitarismo borghese "fascista", non solo a proporre ma ad attuare alleanze politiche non più coi soli partiti "socialisti", ma con tutti i partiti democratici borghesi. Scopo di tale nuovo tipo di alleanze non era quello di condurre questi partiti sul terreno rivoluzionario e di classe, cosa chiaramente insostenibile, ma l'impiegare il partito proletario comunista per il fine - reazionario - di ridare vita alla libertà borghese, al parlamentarismo e costituzionalismo borghese.

Era palese che, se i partiti comunisti nella fase precedente non avevano reso rivoluzionari i seguiti dei partiti pseudo-proletari, in questa erano scesi al disotto di essi e si erano trasformati in partiti antirivoluzionari essi stessi. Nello stesso tempo lo Stato russo e tutti i partiti dell'Internazionale - che giunse poi alla formale autoliquidazione - allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale stipularono patti di alleanza, prima con gli Stati capitalistici proprio dei paesi fascisti contro cui si era lanciato il "blocco per la libertà", poi con i paesi delle democrazie capitaliste occidentali, di nuovo con quel marcio bagaglio ideologico.

Terzo dissenso: nel campo economico e sociale. Finita la guerra mondiale colla vittoria militare dei "democratici", non ha tardato a manifestarsi un conflitto tra alleati; e nella prospettiva della possibile terza guerra imperialista il movimento ispirato da Mosca, malgrado i detti incancellabili precedenti storici, pretende di guadagnare l'appoggio della classe lavoratrice mondiale sostenendo di essere sempre fedele alle dottrine comuniste e di preparare una politica di nuovo anticapitalista, senza transigenze. Una guerra tra gli ex-alleati, e comunque la difesa della Russia con le armi, o con insurrezioni partigiane, o con una campagna pacifista contro i suoi aggressori, sarebbe politica comunista, poiché in Russia sarebbe stata costruita una economia socialista.

La prova che, venga presto o tardi la guerra imperialista di domani, si dividano come si voglia i fronti di essa, quella politica non è comunista né rivoluzionaria, sta dunque nella prova che è falso il presupposto della economia proletaria e socialista nel solo paese russo. Le pagine che seguono danno tale prova, sulla base della dottrina marxista, e dei dati di fatto confermati da Stalin.

A questo punto la contrapposizione è di dottrina e di principio, e quindi risulta chiaro che l'atteggiamento tenuto dai partiti "comunisti" fuori di Russia - non meno che in Russia - con una varia serie di rinunzie ideologiche in materia economica, sociale, amministrativa, politica, giuridica, filosofica, religiosa, alle posizioni di antitesi classista, non sono -- e vano era il crederli - meri espedienti, atteggiamenti, stratagemmi, aventi lo scopo di concentrare destramente maggiori forze, che ad alzar di sipario si sarebbero disvelate come rosse, estremiste, rivoluzionarie.

In corrispondenza alla finalità storica perseguita per l'organizzazione sociale in Russia - che qui è dimostrato essere, quale immancabile effetto della mancata rivoluzione europea, non costruzione di socialismo, ma di puro capitalismo, diffuso in un ambiente eurasiatico fino a ieri arretrato rispetto all'Occidente euroamericano - la finalità perseguita dai partiti "comunisti" resta chiusa nel campo di principi costituzionali, conservatori e conformisti, in alternative fittizie e vuote di indirizzi interni del capitalismo spesso in controsenso al giro "della ruota della storia". Tutta la loro azione politica sbocca nella conservazione in vita del capitalismo stesso, dove esso aveva insegnato tutto quello che poteva ed era ben pronto a morire, quindi nel ritardo perfino del "socialismo in Russia".

Non meno espressive di questo mostruoso e fatale spostamento di fronte nei piani della guerra di classe, sono, sia in Russia che nel movimento satellite, le attitudini della scienza, della letteratura e dell'arte, ricalcanti senza gusto e senza grandezza le vecchie movenze con cui la moderna borghesia, allora giovane e rivoluzionaria come nella visione del Manifesto, si presentò con prepotente audacia sulle scene della storia.

Poiché è tradizione di un secolo che la lotta delle forze che vogliono arginare l'onda del moto proletario, socialista e marxista si copre di bandiere operaiste e usurpa i termini di socialismo e marxismo, non è meraviglia che il nome di comunismo abbia subìto la stessa vicenda e le tradizioni bolsceviche leniniste ottobriste e "Kominterniste" siano servite e servano alla stessa confusione di nomi, termini, movimenti e partiti. Né ha più importanza il fatto che siano esigui i gruppi che combattono per restaurare il comunismo autentico contro quello "ufficiale" che vanta milioni di seguaci.

Trattandosi ormai, a ciclo tutto svolto del profondo contrasto, non più di divergenze di metodi di manovra e di percorsi storici tendenti ad uno stesso e massimo punto di arrivo; essendosi giunti alla contrapposizione sugli scopi e i fini del movimento, il che è lo stesso che la divergenza sulla dottrina e sui principi di partenza, non importa più il numero dei seguaci, la fama e notorietà dei capi più o meno illustri e valenti. Sono le tipiche forme di produzione e di organizzazione sociale del capitalismo e del socialismo che si oppongono e contendono, si tratta della integrale rivendicazione storica socialista e rivoluzionaria definita di nuovo in tutta la sua luce abbagliante, opposta ad una risciacquatura sbiadita di stupide e vane ubbie sociali.

Questo modo di porre la grande questione storica di oggi, tutto fondato sulla definizione degli scopi, e per nulla sulla natura etica od estetica dei mezzi, e su pretese ricette per invertire "ad horas" gli effetti della tremenda frana che ha subìto il movimento rivoluzionario del proletariato moderno, serve a distinguerci nettamente, oltre che dalla torbida marea stalinista, anche da una serie varia di gruppetti e di sedicenti "uomini politici" preda di quello smarrimento e di quella dispersione, che è inevitabile nelle fasi di vento contrario alla velocità di uragano.

I metodi di repressione, di stritolamento che lo stalinismo applica a chi da ogni parte gli resiste, trovando ampia spiegazione in tutta la critica ora ricordata del suo sviluppo, non devono dare appiglio alcuno ad ogni tipo di condanna che menomamente arieggi pentimento rispetto alle nostre classiche tesi sulla violenza, la dittatura e il terrore, come armi storiche di proclamato impiego; che lontanamente sia il primo passo verso l'ipocrita propaganda delle correnti del "modo libero" e la loro mentita rivendicazione di tolleranza e di sacro rispetto della persona umana. I marxisti, non potendo oggi essere i protagonisti della storia, nulla di meglio possono augurare che la catastrofe, sociale, politica e bellica, della signoria americana sul mondo capitalistico.

Nulla quindi abbiamo a che fare colla richiesta di metodi più liberali o democratici, ostentati da gruppi politici, ultraequivoci e proclamati da Stati che nella realtà ebbero le più feroci origini, come quello di Tito.

Poiché il punto di avvio di tutta la degenerazione fu l'abilismo tattico e manovriero, e della sua nefasta influenza la nostra corrente dette una esatta critica ribadita dalla storia di oltre trenta anni, nulla possiamo avere in comune coi partiti malamente definiti della quarta internazionale, o trotzkisti, che quel metodo vorrebbero riapplicare per conquistare le masse aggiogate ai partiti stalinisti, che a questi rivolgono inascoltate richieste di fronti comuni, e che per forza di cose arrivano allo stesso punto nel sostituire rivendicazioni vuote, retoriche e demagogiche alle finalità comuniste e rivoluzionarie. Tale movimento ha poi una concezione assolutamente non marxista dello stadio di sviluppo delle forme di produzione in Russia, contraddicente alla tesi condivisa dallo stesso Trotzky che senza rivoluzione politica proletaria in Europa non può esservi economia proletaria in Russia.

Tanto meno possiamo avvicinarci ad altri sparuti cenacoli in cui si cerca di attribuire la soluzione sfavorevole ad errori della dottrina generale del movimento, e si permette a ciascun adepto di elaborare suoi progetti di aggiornamento e correzione del marxismo in risibili "libere discussioni", dando una falsa soluzione al problema della coscienza teorica che non si poggia su geni, né su consultate maggioranze di grandi e piccole basi, ma è un dato che scavalca nella sua invariante unità generazioni e continenti. Costoro non meno falsamente risolvono il problema della ripresa dell'azione, pensando che tutto consista nel dare alle masse una nuova Direzione Rivoluzionaria, ognuno di essi scioccamente sognando di entrare in questo stato maggiore, e portare nello zaino il bastone di maresciallo, visto che troppi semi-uomini vi sono riusciti.

La battaglia è venuta sul terreno del fine, e non del mezzo, su cui d'altra parte abbiamo con noi copia di vivo e potente materiale atto ai tempi favorevoli. E' l'ora di porre dinanzi agli occhi bendati della classe rivoluzionaria l'essenza di quello che dovrà conquistare, non di schierarla in parata, e arringarla in drammatici toni da convulse vigilie.

Il marxista sa che quando l'ora del grande schieramento e del grande scontro suona, è la storia stessa, mossa dal sottosuolo vulcanico del contrasto di classe, che caccia a pedate sulla scena le persone decorative degli eroi e dei capi, e che non mancherà mai di trovarli.

Conoscendo tranquillamente che non siamo nel decennio della pedata, noi facciamo a meno con gioia di nomi illustri, e di legarci con desinenze alla loro scientificamente provata inutilità.

[Dialogato con Stalin]

Archivio storico 1952 - 1970