Riunioni di Napoli-Roma, 25 aprile e 5 luglio 1952

[Abolizione del mercantilismo e della divisione sociale del lavoro]

Le riunioni di Napoli del 25 aprile 1952 e di Roma del 6 luglio 1952 ebbero carattere di "esegesi" su due capitoli di possente sintesi storica e impostazione programmatica contenuti nel primo tomo del Capitale.

Il primo è il paragrafo 4 del cap. I: "Il carattere feticcio della merce e il suo segreto" da cui fu tratta la tesi centrale: "Il socialismo è la abolizione del mercantilismo".

Il secondo è il paragrafo 4 del cap. XII: "Divisione del lavoro nell'azienda e nella società" e ne fu dedotta l'altra tesi vitale: "Il socialismo è l'abolizione della divisione del lavoro sociale e aziendale", ossia dell'anarchia della produzione, delle specializzazioni professionali, dell'opposizione di città e campagna, del dispotismo di fabbrica sul produttore e della autonomia delle imprese di produzione.

La prova che non si tratta di dissertazioni astratte, fu la obbligata trattazione di tali temi fondamentali nel testo di Stalin del settembre 1952 sulla economia russa.

Per la controprova storica che questa è capitalista e non socialista, si veda il volumetto Dialogato con Stalin.

Da "Sul filo del tempo", opuscolo, maggio 1953.

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Il carattere feticistico della merce e il suo segreto.

Una merce sembra a prima vista una cosa ovvia, banale. La sua analisi, tuttavia, rivela che è una cosa molto ingarbugliata, piena di sottigliezze metafisiche e di ghiribizzi teologici. Finché è valore d'uso, non v'è in essa nulla di misterioso, sia che venga considerata in quanto, per le sue proprietà, soddisfa bisogni umani, sia che riceva tali proprietà solo come prodotto del lavoro umano. E' chiaro come il sole che l'uomo, con la sua attività, modifica in maniera a lui utile la forma dei materiali esistenti in natura. Per esempio, la forma del legno risulta modificata quando se ne fa un tavolo: ciò malgrado, il tavolo rimane legno, un'ordinaria cosa sensibile. Ma, non appena si presenta come merce, eccolo trasformarsi in una cosa insieme sensibile e sovrasensibile. Non solo sta coi piedi al suolo, ma si mette a testa in giù di fronte a tutte le altre merci, e dipana dalla sua testa di legno grilli ben più stupefacenti che se cominciasse a ballare da sé .

Dunque, il carattere mistico della merce non trae origine dal suo valore d'uso né, tanto meno, dal contenuto delle determinazioni di valore. Infatti, in primo luogo, per diversi che siano i lavori utili o le attività produttive, è una verità fisiologica che essi sono funzioni dell'organismo umano, e che ognuna di tali funzioni, qualunque ne sia il contenuto e la forma, è essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi di senso, ecc., umani. In secondo luogo, per ciò che sta alla base della determinazione della grandezza di valore - la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro compiuto -, la quantità del lavoro è perfino tangibilmente distinguibile dalla sua qualità. Non v'è condizione storica e sociale, in cui il tempo di lavoro che la produzione dei mezzi di sussistenza costa non abbia necessariamente interessato gli uomini, sebbene in modo diseguale in stadi di sviluppo diversi . Infine, non appena gli uomini cominciano a lavorare in qualunque maniera gli uni per gli altri, anche il loro lavoro assume forma sociale.

Da dove nasce, dunque, il carattere enigmatico del prodotto del lavoro, non appena riveste la forma di merce? Evidentemente, da questa stessa forma. L'eguaglianza dei lavori umani assume la forma materiale dell'eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro; la misura del dispendio di forza lavoro umana mediante la sua durata temporale assume la forma della grandezza di valore dei prodotti del lavoro; infine, i rapporti fra i produttori, nei quali le determinazioni sociali dei loro lavori si attuano, assumono la forma di un rapporto sociale fra i prodotti del lavoro.

L'enigma della forma merce consiste dunque semplicemente nel fatto che, a guisa di specchio, essa rinvia agli uomini l'immagine dei caratteri sociali del loro lavoro come caratteri oggettuali degli stessi prodotti del lavoro, proprietà naturali sociali di questi oggetti; quindi rinvia loro anche l'immagine del rapporto sociale fra i produttori da un lato e il lavoro complessivo dall'altro come rapporto sociale fra oggetti, rapporto esistente al di fuori dei produttori medesimi. Grazie a questo quid pro quo, i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili, o sociali. Analogamente, l'impressione luminosa di una cosa sul nervo ottico si rappresenta non come stimolo soggettivo dello stesso nervo, ma come forma oggettiva di una cosa esistente al di fuori dell'occhio. Senonché, nell'atto del vedere, la luce è realmente proiettata da una cosa, l'oggetto esterno, su un'altra, l'occhio; è un rapporto fisico tra cose fisiche; mentre la forma merce, e il rapporto di valore fra i prodotti del lavoro in cui essa si esprime, non hanno assolutamente nulla a che vedere con la loro natura fisica e coi rapporti materiali che ne discendono: è solo il rapporto sociale ben determinato esistente fra gli uomini che qui assume ai loro occhi la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose. Per trovare un'analogia a questo fenomeno, dobbiamo rifugiarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i prodotti della testa umana appaiono come figure autonome, dotate di vita propria, che stanno in rapporto l'una con l'altra e tutte insieme con gli uomini. Così accade, nel mondo delle merci, anche ai prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che aderisce ai prodotti del lavoro non appena sono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione di merci.

Come ha già dimostrato l'analisi precedente, il carattere feticistico del mondo delle merci si origina dal carattere sociale peculiare del lavoro produttore di merci.

Gli oggetti d'uso in generale diventano merci solo perché prodotti di lavori privati, eseguiti l'uno indipendentemente dall'altro. L'insieme di questi lavori privati forma il lavoro sociale complessivo. Dato che i produttori entrano socialmente in contatto solo mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, è anche solo all'interno di questo scambio che i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati si manifestano. Ovvero, è solo attraverso i rapporti in cui lo scambio pone i prodotti del lavoro e, per il loro tramite, i produttori, che i lavori privati si attuano veramente come articolazioni del lavoro sociale complessivo. Perciò, ai produttori, i rapporti sociali fra i loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè non come rapporti immediatamente sociali fra persone nel loro lavori medesimi, ma come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra cose.

Solo all'interno del loro scambio i prodotti del lavoro ricevono una oggettività di valore socialmente eguale, distinta dalla loro oggettività d'uso sensibilmente diversa. Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore non si compie, in pratica, prima che lo scambio abbia raggiunto un'estensione e una portata sufficienti affinché cose utili siano prodotte per lo scambio, e quindi il carattere di valore degli oggetti sia tenuto in conto già nella loro produzione. Da questo momento in poi, i lavori privati dei produttori assumono realmente un duplice carattere sociale. Da un lato, devono, come determinati lavori utili, soddisfare un bisogno sociale determinato, e così affermarsi come articolazioni del lavoro collettivo, del sistema naturale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall'altro, soddisfano i molteplici bisogni dei loro produttori solo in quanto ogni particolare lavoro privato utile è scambiabile con ogni altro genere utile di lavoro privato; e quindi gli equivale. L'eguaglianza di lavori toto coelo diversi può consistere soltanto in un'astrazione dalla loro effettiva ineguaglianza, nella loro riduzione al carattere a tutti comune di dispendio di forza lavoro umana, di lavoro astrattamente umano. Il cervello dei produttori privati rispecchia questo duplice carattere sociale dei loro lavori privati soltanto nelle forme che si manifestano nel commercio pratico, nello scambio dei prodotti - quindi rispecchia il carattere socialmente utile dei lavori privati nella forma che il prodotto del lavoro dev'essere utile, e utile per altri; e rispecchia il carattere sociale dell'eguaglianza dei lavori di genere differente nella forma del comune carattere di valore di queste cose materialmente diverse, i prodotti del lavoro.

Gli uomini, dunque, non riferiscono l'uno all'altro, come valori, i prodotti del proprio lavoro perché questi contino per essi come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. All'opposto: eguagliano l'uno all'altro come lavoro umano i loro pur diversi lavori in quanto eguagliano l'uno all'altro nello scambio, come valori, i propri prodotti eterogenei. Non sanno di farlo, ma lo fanno . Perciò al valore non sta scritto in fronte che cos'è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto del lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso di questo geroglifico, di penetrare l'arcano del loro prodotto sociale - giacché la determinazione degli oggetti d'uso come valori è un loro prodotto sociale non meno del linguaggio. La tarda scoperta scientifica che i prodotti del lavoro, in quanto valori, non sono che espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia di sviluppo della umanità, ma non disperde affatto l'illusoria parvenza oggettiva dei caratteri sociali del lavoro. Anche dopo questa scoperta, ciò che è valido soltanto per quella particolare forma di produzione che è la produzione di merci - il fatto che il carattere specificamente sociale dei lavori privati reciprocamente indipendenti consista nella loro eguaglianza come lavoro umano, e assuma la forma del carattere di valore dei prodotti del lavoro - appare tanto definitivo a coloro che sono irretiti nelle maglie dei rapporti della produzione mercantile, quanto il fatto che la scomposizione scientifica dell'aria nei suoi elementi lasci sussistere la forma gassosa come forma di un corpo fisico.

Ciò che, in pratica, interessa i permutanti è, in primo luogo, il problema della quantità di prodotti altrui che essi otterranno in cambio del loro prodotto; insomma, delle proporzioni in cui i prodotti si scambiano. Queste proporzioni, una volta maturate fino a possedere una certa consistenza abitudinaria, sembrano sgorgare dalla natura stessa del prodotti del lavoro, cosicché, per esempio, i tonnellata di ferro e 2 once d'oro sono di egual valore al modo stesso che 1 libbra d'oro e i libbra di ferro sono di egual peso malgrado la diversità delle loro caratteristiche fisiche e chimiche. In realtà, il carattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida solo attraverso il loro affermarsi come grandezze di valore, e poiché queste variano di continuo, indipendentemente dalla volontà, dalla prescienza e dall'azione dei permutanti, agli occhi di questi ultimi il loro proprio movimento sociale assume la forma di un movimento di cose il cui controllo essi subiscono, invece di controllarlo. E' necessaria una produzione di merci pienamente sviluppata, perché dall'esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati - eseguiti l'uno indipendentemente dall'altro, ma reciprocamente dipendenti da tutti i lati come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro - vengono continuamente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale per il fatto che, nei rapporti di scambio casuali e sempre oscillanti dei loro prodotti, si impone con forza imperiosa, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario alla loro produzione così come la legge di gravità ci si impone con forza imperiosa quando la casa ci precipita addosso . La determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un segreto nascosto sotto i movimenti apparenti dei valori relativi delle merci, e la sua scoperta, se elimina la parvenza di una determinazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, non ne elimina affatto la forma materiale, l'apparenza di cose.

In genere la riflessione sulle forme della vita umana, e perciò anche la loro analisi scientifica, segue una strada opposta allo sviluppo reale. Essa comincia post festum, a cose avvenute, e quindi parte dai risultati ultimi e in sé conclusi del processo evolutivo. Le forme che imprimono il suggello di merci ai prodotti del lavoro e quindi sono presupposte alla circolazione delle merci, possiedono la fissità di forme naturali della vita sociale prima ancora che gli uomini cerchino di rendersi ragione non del carattere storico di queste forme, che anzi considerano già come immutabili, ma del loro contenuto. Così, soltanto l'analisi dei prezzi delle merci ha condotto alla determinazione della grandezza di valore, e soltanto l'espressione comune delle merci in denaro ha condotto alla fissazione del loro carattere di valore. Ma è appunto questa forma bell'e pronta del mondo delle merci - la forma denaro -, che vela materialmente il carattere sociale dei lavori privati, e quindi i rapporti sociali fra lavoratori privati, invece di disvelarli. Quando io dico che l'abito, lo stivale ecc., si riferiscono alla tela come incarnazione generale di lavoro astrattamente umano, l'assurdità di questa espressione balza agli occhi. Ma, quando i produttori di abiti, stivali ecc., riferiscono queste merci alla tela - o all'oro e all'argento, il che non cambia nulla alla questione - come equivalente generale, il rapporto fra i loro lavori privati e il lavoro sociale complessivo appare ad essi appunto in questa forma assurda.

Forme di questo genere costituiscono precisamente le categorie dell'economia borghese. Esse sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione propri di questo modo di produzione sociale storicamente dato: la produzione di merci. Perciò tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che avvolgono in un alone di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci, svaniscono d'un tratto quando ci si rifugi in altri modi di produzione.

Poiché l'economia borghese ama le Robinsonate venga dunque in scena per primo Robinson sulla sua isola. Parco com'è per natura, egli ha tuttavia da soddisfare bisogni di vario genere, e quindi deve eseguire lavori utili di genere diverso: foggiarsi utensili, fabbricarsi mobili, addomesticare lama, pescare, cacciare ecc. Di preghiere e simili qui non si parla, perché il nostro Robinson vi trova il suo diletto, e considera tali attività come svago e ristoro. Malgrado la diversità delle sue funzioni produttive, egli sa che esse non sono se non forme diverse di operosità dello stesso Robinson; dunque, modi diversi di lavoro umano. La necessità stessa lo costringe a ripartire esattamente il suo tempo fra le diverse funzioni da svolgere. Che l'una occupi più spazio e l'altra meno nella sua attività complessiva, dipende dalla maggiore o minor difficoltà da superare per conseguire l'effetto utile voluto. E' l'esperienza ad insegnarglielo. E il nostro Robinson, che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, inchiostro e penna, comincia presto, da buon inglese, a tenere contabilità su se stesso. Il suo inventario contiene una nota degli oggetti d'uso da lui posseduti, delle diverse operazioni richieste per produrli, e infine del tempo di lavoro che date quantità di quei differenti prodotti gli costano in media. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che formano la ricchezza creata dalle sue mani sono così semplici e trasparenti, che perfino il signor Wirth potrebbe, senza un particolare sforzo mentale, comprenderle. Eppure, tutte le determinazioni essenziali del valore vi sono racchiuse.

Trasferiamoci ora dalla ridente isola di Robinson nel cupo Medioevo europeo. Qui, invece dell'uomo indipendente, troviamo tutti dipendenti - servi della gleba e latifondisti, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza i rapporti sociali della produzione materiale, tanto quanto le sfere di vita erette sulla loro base. Ma appunto perché rapporti di dipendenza personale costituiscono il fondamento sociale dato, lavori e prodotti non hanno bisogno di assumere una forma fantastica diversa dalla loro realtà: entrano come servizi e prestazioni in natura nel meccanismo sociale. La forma naturale del lavoro, la sua particolarità - non la sua generalità, come sulla base della produzione di merci -, è qui la sua forma immediatamente sociale. La corvée è misurata mediante il tempo esattamente come il lavoro produttore di merci, ma ogni servo della gleba sa che quella che spende al servizio del padrone è una quantità data della propria forza lavoro personale. La decima da fornire al prete è più chiara che la benedizione del prete. Comunque si giudichino le maschere con cui gli uomini si presentano l'uno di fronte all'altro su questo palcoscenico, in ogni caso i rapporti sociali fra le persone nei loro lavori appaiono quindi come loro propri rapporti personali, e non travestiti da rapporti sociali fra le cose, fra i prodotti del lavoro.

Per considerare un lavoro comune, cioè immediatamente socializzato, non abbiamo bisogno di risalire alla sua forma naturale spontanea, in cui ci imbattiamo alle soglie della storia di tutti i popoli Civili . Un esempio più vicino a noi è offerto dall'industria ruralmente patriarcale di una famiglia contadina, che produce per il proprio fabbisogno grano, bestiame, filati, tela, capi di vestiario ecc. Questi diversi oggetti si presentano di fronte alla famiglia come prodotti diversi del suo lavoro domestico, ma non si rappresentano l'uno di fronte all'altro come merci. I lavori di genere differente che creano questi prodotti, aratura, allevamento, filatura, tessitura, sartoria ecc., sono nella loro forma naturale funzioni sociali, perché funzioni della famiglia, che possiede la sua propria e naturale divisione del lavoro esattamente come la produzione mercantile. Le differenze i di sesso e di eta, come le condizioni naturali del lavoro mutanti col mutar delle stagioni, regolano la loro ripartizione entro la famiglia e il tempo di lavoro dei singoli familiari. Ma qui il dispendio delle forze lavoro individuali, misurato dalla durata temporale, appare di per sé come determinazione sociale dei lavori stessi, perché le forze lavoro individuali operano di per sé soltanto come organi della forza lavoro collettiva della famiglia.

Immaginiamo infine, per cambiare, un'associazione di uomini liberi, che lavorino con mezzi di produzione posseduti in comune e spendano coscientemente le loro molteplici forze lavoro individuali come un'unica forza lavoro sociale. Qui tutte le determinazioni del lavoro di Robinson si ripetono, ma socialmente anziché individualmente. Tutti i prodotti di Robinson erano sua produzione esclusivamente individuale, e quindi, immediatamente, oggetti d'uso per lui. Il prodotto complessivo dell'associazione è invece un prodotto sociale. Una parte di esso serve nuovamente come mezzo di produzione: rimane sociale. Ma un'altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri del sodalizio: dunque, dev'essere ripartita fra di loro. Il modo di questa ripartizione varierà a seconda dei vari generi dell'organismo sociale di produzione e del corrispondente livello di sviluppo storico dei produttori. Solo per parallelismo con la produzione di merci supponiamo che la partecipazione di ogni produttore al mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro. Il tempo di lavoro recita in questa ipotesi una doppia parte. La sua distribuzione secondo un piano sociale regola la giusta proporzione tra le diverse funzioni del lavoro e i diversi bisogni; d'altra parte, il tempo di lavoro serve contemporaneamente da misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro comune, e perciò anche alla parte individualmente consumabile del prodotto comune. Le relazioni sociali - fra gli uomini, i loro lavori e i prodotti del loro lavoro, rimangono qui di una semplicità cristallina sia nella produzione che nella distribuzione .

Per una società di produttori di merci, il cui rapporto di produzione generalmente sociale consiste nel comportarsi verso loro prodotti come verso merci e quindi valori, e nel riferire gli uni agli altri, in questa forma materiale, i loro lavori privati come eguale lavoro umano, il cristianesimo con il suo culto dell'uomo astratto - specialmente nel suo svolgimento borghese, nel protestantesimo, deismo, ecc. -, è la forma più adeguata di religione. Nel modi di produzione dell'antica Asia, dell'antichità classica ecc., la trasformazione del prodotto in merce, e quindi l'esistenza degli uomini come produttori di merci, recita una parte subordinata, che però assume tanta più importanza, quanto più le comunità entrano nello stadio del loro declino. Veri e propri popoli mercantili non esistono che negli intermundi del mondo antico, come gli dei di Epicuro, o come gli Ebrei nei pori della società polacca. Quegli antichi organismi sociali di produzione sono infinitamente più semplici e trasparenti dell'organismo borghese, ma poggiano o sull'immaturità dell'individuo, che non ha ancora spezzato il cordone ombelicale dei vincoli naturali di specie con altri individui, o su rapporti immediati di signoria e servitù. Essi sono il frutto di un basso grado di evoluzione delle forze produttive del lavoro e della corrispondente limitatezza dei rapporti umani entro la cerchia del processo di produzione e riproduzione della vita materiale, e quindi del processo intercorrente fra uomo e uomo e fra uomo e natura. Questa limitatezza reale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali e popolari. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, solo quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentino ogni giorno all'uomo relazioni limpidamente razionali col proprio simile e con la natura. La forma del processo di vita sociale, cioè del processo di produzione materiale, si spoglia del suo mistico velo di nebbia solo quando, come prodotto di uomini liberamente associati, sia sottoposto al loro controllo cosciente, e conforme ad un piano. Ma, perché ciò avvenga, si richiede una base materiale della società, o una serie di condizioni materiali di esistenza, che sono a loro volta il prodotto organico di una lunga e tormentata storia di sviluppo.

Ora, l'economia politica ha bensì analizzato, seppure in modo incompleto il valore, la grandezza di valore, e il contenuto nascosto in tali forme. Ma non si è nemmeno posto il quesito: Perché questo contenuto assume quella forma? perché, dunque, il lavoro si rappresenta nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale si rappresenta nella grandezza di valore del prodotto del lavoro? Formule che portano scritta in fronte la loro appartenenza ad una formazione sociale in cui il processo di produzione asservisce gli uomini invece di esserne dominato, valgono per la loro coscienza borghese come ovvia necessità naturale quanto lo stesso lavoro produttivo, ed essa quindi tratta le forme preborghesi dell'organismo sociale di produzione suppergiù come i padri della Chiesa trattavano le religioni precristiane .

Fino a che punto una parte degli economista si lasci trarre in inganno dal feticismo aderente al mondo delle merci, o dalla parvenza oggettiva delle determinazioni sociali del lavoro, è dimostrato fra l'altro dalla polemica tediosamente insipida sul ruolo della natura nella formazione del valore di scambio. Poiché il valore di scambio è un determinato modo sociale di esprimere il lavoro speso in un oggetto, esso non può contenere sostanza naturale più che ne contenga, poniamo, il corso dei cambi.

Essendo la forma merce la forma più generale e meno sviluppata della produzione borghese - ragione per cui appare così presto, sebbene non nello stesso modo dominante, e quindi caratteristico, di oggidì -, mettere a nudo il suo carattere feticistico sembra ancora relativamente facile. In forme più concrete, tuttavia, anche questa apparenza di semplicità svanisce. Da dove traggono origine le illusioni del sistema monetario? Esso non ha visto che, come denaro, l'oro e l'argento rappresentano un rapporto sociale di produzione; ma li ha visti nella luce di cose naturali dotate di proprietà stranamente sociali. E la moderna economia politica, che piena di boria e di sussiego sogghigna del sistema monetario, non tradisce a sua volta smaccatamente il proprio feticismo non appena considera il capitale? Da quanto tempo è svanita l'illusione fisiocratica che la rendita fondiaria nasca non dalla società, ma dal suolo?

Ma, per non anticipare, basti qui un altro esempio relativo alla stessa forma merce. Se potessero parlare, le merci direbbero: Può darsi che il nostro valore d'uso interessi gli uomini. A noi, come cose, non ci riguarda. Ciò che riguarda noi, come cose, è il nostro valore. Prova ne siano le nostre mutue relazioni in quanto cose-merci: noi ci riferiamo l'una all'altra solo come valori di scambio.

Si ascolti ora come, interprete fedele dell'anima delle merci, parla l'economista:

" Valore " (di scambio) " è proprietà delle cose; ricchezza " (valore di uso) " è proprietà dell'uomo. In questo senso, valore implica necessariamente scambi; ricchezza, no " . " Ricchezza " (valore d'uso) " è attributo dell'uomo; valore, attributo delle merci. Un uomo o una comunità è ricco; una perla o un diamante ha valore... Una perla o un diamante ha valore come perla o diamante " .

Finora, nessun chimico ha mai scoperto valore di scambio in perle o diamanti. Ma gli scopritori economici di questa sostanza chimica, i quali avanzano pretese speciali di profondità critica, trovano che il valore d'uso delle cose è indipendente dalle loro proprietà materiali, mentre il loro valore appartiene ad esse in quanto cose. Ciò che li conferma in tale idea è la bizzarra circostanza che, per l'uomo, il valore d'uso delle cose si realizza senza scambio, quindi nel rapporto immediato e diretto fra cosa ed uomo; il loro valore, invece, soltanto nello scambio, cioè in un processo sociale. Chi non ricorda qui il buon Dogberry mentre erudisce il guardiano notturno Seacoal : " Essere persona di bell'aspetto è... un dono della fortuna. Ma leggere e scrivere è dono di natura "? .

Divisione del lavoro all'interno della manifattura e divisione del lavoro all'interno della società

Abbiamo considerato prima la genesi della manifattura, poi i suoi elementi semplici, cioè l'operaio parziale e il suo strumento, infine il suo meccanismo complessivo. Tocchiamo ora brevemente il rapporto fra la divisione manifatturiera del lavoro e la divisione sociale del lavoro, che forma la base generale di ogni produzione di merci.

Se si tien d'occhio soltanto il lavoro in quanto tale, si può designare la ripartizione della produzione sociale nei suoi grandi generi — agricoltura, industria ecc. —, come divisione del lavoro in generale, la ripartizione di questi generi di produzione in specie e sottospecie come divisione del lavoro in particolare, e la divisione del lavoro all'interno di un'officina come divisione del lavoro in dettaglio.

La divisione del lavoro all'interno della società e la corrispondente limitazione degli individui a particolari sfere professionali si sviluppano, come la divisione del lavoro all'interno della manifattura, da punti di partenza antitetici. Nell'ambito di una sola famiglia, e di qui nell'ambito di una stessa tribù, una divisione naturale e spontanea del lavoro si origina dalle differenze di sesso e di età, quindi su base puramente fisiologica, e allarga il proprio materiale via via che la comunità si estende, la popolazione aumenta e, soprattutto, le diverse tribù entrano in conflitto, e l'una soggioga l'altra. D'altra parte, come si è già osservato, lo scambio di prodotti ha inizio nei punti in cui diverse famiglie, tribù, comunità, vengono in contatto, perché, ai primi albori della civiltà, non persone private, ma famiglie, tribù ecc. si affrontano come entità indipendenti. Comunità diverse trovano nel loro ambiente naturale mezzi di produzione e mezzi di sussistenza diversi. Diversi sono quindi i loro modi di vivere e produrre; diversi i loro prodotti. È questa diversità naturale che, nel contatto fra le comunità, genera lo scambio dei rispettivi prodotti e perciò la graduale trasformazione di tali prodotti in merci. Lo scambio non crea la differenza delle sfere di produzione, ma mette in rapporto reciproco le sfere di produzione già differenziate, e le trasforma in rami, più o meno dipendenti l'uno dall'altro, di una produzione sociale complessiva. Qui la divisione sociale del lavoro nasce dallo scambio tra sfere di produzione originariamente diverse, ma reciprocamente indipendenti. Là dove il punto di partenza è costituito dalla divisione fisiologica del lavoro, gli organi particolari di un tutto immediatamente compatto ed omogeneo si separano l'uno dall'altro, si scompongono — processo di scomposizione al quale lo scambio di merci con comunità straniere da il principale impulso —, e si autonomizzano fino al punto in cui il legame connettivo fra i diversi lavori è mediato dallo scambio dei prodotti come merci. Nell'un caso, si ha disautonomizzazione di ciò che prima era autonomo; nell'altro, autonomizzazione di ciò che autonomo non era.

La base di ogni divisione del lavoro sviluppata e mediata dallo scambio di merci, è la separazione fra città e campagna. Si può dire che l'intera storia economica della società si riassuma nel movimento di questo antagonismo, sul quale tuttavia qui non ci tratterremo oltre.

Come, per la divisione del lavoro all'interno della manifattura, la premessa materiale è costituita da un certo numero di operai occupati contemporaneamente, così per la divisione del lavoro all'interno della società la premessa materiale è data dalla grandezza della popolazione e dalla sua densità, che qui prende il posto dell'agglomerazione nella stessa officina. Questa densità è però qualcosa di relativo. Un paese relativamente poco popolato con mezzi di comunicazione progrediti possiede una popolazione più densa che un paese più popoloso con mezzi di comunicazione antiquati; è così che gli Stati settentrionali dell'Unione americana presentano una densità maggiore dell'India.

Poiché la produzione e la circolazione delle merci sono il presupposto generale del modo di produzione capitalistico, la divisione manifatturiera del lavoro esige una divisione del lavoro in seno alla società già maturata fino a un certo grado di sviluppo. Inversamente, la divisione manifatturiera del lavoro sviluppa e moltiplica per riflesso la divisione sociale del lavoro. Con la differenziazione degli strumenti di lavoro, si differenziano sempre più i mestieri che producono tali strumenti. Se la conduzione di tipo manifatturiero si impadronisce di un mestiere che fino allora formava con altri un tutto unico come mestiere principale o secondario, ed era esercitato dallo stesso produttore, ecco verificarsi subito separazione e autonomizzazione reciproca. Se si impadronisce di un particolare stadio di produzione di una merce, ecco i suoi diversi stadi di produzione trasformarsi in diversi mestieri indipendenti. Si è già accennato che, dove il manufatto è un insieme solo meccanicamente combinato di prodotti parziali, i lavori parziali possono a loro volta rendersi indipendenti come mestieri a sé. Per attuare in modo più completo la divisione del lavoro all'interno di una manifattura, il medesimo ramo di produzione, a seconda della diversità della materia prima e delle forme che la stessa materia prima può ricevere, viene ripartito in manifatture diverse e, in parte, del tutto nuove. Così, già nella prima metà del secolo XVIII, nella sola Francia si tessevano oltre 100 tipi diversi di seterie, e, per esempio, ad Avignone era legge che " ogni apprendista deve dedicarsi sempre e soltanto a un unico tipo di fabbricazione e non imparare a produrre nello stesso tempo più generi di manufatti ". La divisione territoriale del lavoro, che confina particolari rami della produzione in particolari distretti di un dato paese, riceve nuovo impulso dalla conduzione di tipo manifatturiero, che sfrutta tutte le particolarità ambientali. Ricco materiale per la divisione del lavoro all'interno della società forniscono poi al periodo manifatturiero l'ampliamento del mercato mondiale e il sistema coloniale, che appartengono alla cerchia specifica delle sue condizioni generali di esistenza. Non è qui il luogo di mostrare con maggior copia di particolari come essa si impadronisca, oltre che della sfera economica, di ogni altra sfera della società, e getti dovunque le basi di quello sviluppo delle specializzazioni e di quella parcellizzazione dell'uomo, che già strappavano ad A. Ferguson, il maestro di A. Smith, il grido: " Noi creiamo una nazione di iloti, e non ci sono uomini liberi in mezzo a noi ".

Tuttavia, malgrado le numerose analogie i legami reciproci fra la divisione del lavoro all'interno della società e la sua divisione all'interno di un'officina, esse si distinguono non solo per grado, ma per essenza. L'analogia sembra indiscutibile soprattutto là dove un vincolo interno corre fra diverse branche di attività, intrecciando l'una all'altra. L'allevatore di bestiame, per esempio, produce pelli, il conciatore trasforma le pelli in cuoio, il calzolaio trasforma il cuoio in scarpe. Qui, ognuno genera un prodotto graduato, e la forma ultima e finita costituisce il prodotto combinato dei loro particolari lavori. Si aggiungano poi i molteplici rami lavorativi che forniscono i mezzi di produzione all'allevatore, al conciatore e al calzolaio. Ora ci si può immaginare, con A. Smith, che questa divisione sociale del lavoro si distingua da quella manifatturiera solo soggettivamente, cioè per l'osservatore che nel secondo caso abbraccia con un solo sguardo i molteplici lavori parziali radunati nello spazio, mentre nel primo la loro dispersione su vaste superfici e il grande numero di operai addetti ad ogni particolare ramo oscurano il nesso che li unisce. Ma che cosa crea un nesso fra i lavori indipendenti dell'allevatore, del conciatore e del calzolaio? L'esistenza dei loro prodotti rispettivi come merci. Che cosa invece caratterizza la divisione manifatturiera del lavoro? Il fatto che l'operaio parziale non produce nessuna merce; che solo il prodotto comune degli operai parziali si trasforma in merce.

La divisione del lavoro all'interno della società è mediata dalla compravendita dei prodotti di diverse branche lavorative; il legame fra i lavori parziali nella manifattura è mediato dalla vendita di diverse forze lavoro allo stesso capitalista, che le impiega come forza lavoro combinata. La divisione manifatturiera del lavoro presuppone la concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di un capitalista; la divisione sociale del lavoro implica la disseminazione dei mezzi di produzione fra molti produttori di merci reciprocamente indipendenti. Mentre, nella manifattura, la bronzea legge del numero relativo, o della proporzionalità, assoggetta determinate masse di operai a determinate funzioni, il caso e l'arbitrio si sbizzarriscono a distribuire fra le diverse branche lavorative sociali i produttori di merci e i loro mezzi di produzione. Le diverse sfere della produzione cercano bensì continuamente di mettersi in equilibrio; da un lato, ogni produttore di merci deve produrre un valore d'uso, quindi soddisfare un particolare bisogno sociale, ma il volume di questi bisogni è quantitativamente diverso e un legame interno concatena le diverse masse di bisogni in un sistema naturale e spontaneo; dall'altro, la legge del valore delle merci stabilisce quanto del suo intero tempo disponibile la società possa spendere nella produzione di ogni genere particolare di merci. Ma questa tendenza costante delle diverse sfere di produzione a mettersi in equilibrio si attua solo come reazione alla perenne rottura di questo stesso equilibrio. La regola che, nella divisione del lavoro all'interno dell'officina, è seguita a priori e conformemente a un piano, nella divisione del lavoro all'interno della società opera invece soltanto a posteriori, come muta e interna necessità naturale solo percepibile nelle escursioni barometriche dei prezzi di mercato e soggiogante a sé l'arbitrio sregolato dei produttori di merci. La divisione manifatturiera del lavoro ha come presupposto l'autorità incondizionata del capitalista su uomini che formano puri e semplici ingranaggi di un meccanismo collettivo di sua proprietà; la divisione sociale del lavoro oppone gli uni agli altri dei produttori indipendenti di merci, i quali non riconoscono altra autorità che quella della concorrenza, cioè la costrizione esercitata su di essi dalla pressione dei loro reciproci interessi, al modo che, nel regno animale, il bellum omnium contro omnes salvaguarda più o meno le condizioni di esistenza di tutte le specie. La stessa coscienza borghese che celebra la divisione manifatturiera del lavoro, l'annessione a vita dell'operaio ad una sola operazione di dettaglio, e l'incondizionata subordinazione degli operai parziali al capitale, come un'organizzazione del lavoro che ne esalterebbe la forza produttiva, denunzia quindi con pari clamore ogni controllo ed ogni regolamentazione sociale cosciente del processo sociale di produzione come un'interferenza negli inviolabili diritti di proprietà, nella libertà e nella " genialità " autodeterminantesi del capitalista individuale. È quanto mai caratteristico che gli apologeti entusiastici del sistema di fabbrica non sappiano dire, contro ogni organizzazione generale del lavoro sociale, nulla di peggio se non che trasformerebbe l'intera società in una fabbrica.

Se l'anarchia della divisione sociale del lavoro e il dispotismo di quella manifatturiera si condizionano a vicenda nella società del modo di produzione capitalistico, forme sociali più antiche nelle quali la separazione dei mestieri è avvenuta spontaneamente, per poi cristallizzarsi e infine trovare codificazione giuridica, da un lato offrono il quadro di un'organizzazione pianificata e autoritaria del lavoro sociale, dall'altro escludono del tutto, o sviluppano solo su scala microscopica, o in modo sporadico e accidentale, la divisione del lavoro nell'ambito dell'officina.

Per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata di agricoltura e artigianato, e su una stabile divisione del lavoro, che serve di modulo e schema generale bell'e pronto quando nuove comunità si istituiscono. Esse formano un complesso produttivo autosufficiente, il cui territorio di produzione oscilla fra cento e alcune migliaia di acri. La massa principale dei prodotti è destinata al fabbisogno diretto della comunità, non è merce, e quindi la stessa produzione è indipendente dalla divisione del lavoro generata dallo scambio di merci nel complesso della società indiana. Solo l'eccedenza dei prodotti si trasforma in merce, dapprima ancora parzialmente in mano allo Stato, al quale da tempi immemorabili un certo quantitativo ne affluisce come rendita in natura. Le comunità assumono forme diverse nelle diverse parti dell'India. Nella sua forma più semplice, la comunità coltiva la terra in comune e ne distribuisce i prodotti fra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura ecc. come mestiere sussidiario domestico. Accanto a questa massa occupata in modo uniforme, troviamo l' " abitante-capo ", giudice, commissario di polizia ed esattore delle imposte in una persona sola; il contabile, che tiene la contabilità agricola e mette a catasto e registra tutto ciò che riguarda le colture; un terzo funzionario che indaga sui delitti e sui reati, e scorta e protegge i viaggiatori in transito da un villaggio all'altro; una specie di guardaconfini, che tutela i limiti territoriali della comunità contro le usurpazioni di comunità limitrofe; il sovrintendente alle acque, che distribuisce l'acqua dei serbatoi comuni a scopi agricoli; il bramino, che provvede alle funzioni religiose; il maestro, che insegna ai fanciulli della comunità a leggere e scrivere nella sabbia ; il " bramino del calendario ", che in qualità di astrologo fissa i tempi della semina e del raccolto e indica le ore fauste ed infauste per tutti i lavori dei campi; un fabbro e un falegname che fabbricano e riparano gli strumenti agricoli; il vasaio, che fornisce tutto il vasellame al villaggio; il barbiere, il lavandaio, l'orefice e, qua e là, il poeta che in certe comunità sostituisce l'orafo e in altre il maestro. Questa dozzina di persone è mantenuta a spese della comunità intera. Se la popolazione cresce, una nuova comunità viene fondata su terreni incolti secondo il modello dell'antica. Il meccanismo della comunità mostra una divisione pianificata del lavoro, ma una sua divisione di tipo manifatturiero è impossibile, perché il mercato del fabbro, del falegname ecc. resta invariato, e al massimo, a seconda della grandezza dei villaggi, vi si incontrano due o tre fabbri, vasai ecc., invece di uno. La legge che presiede alla divisione del lavoro comune opera qui con l'autorità inviolabile di una legge naturale, mentre ogni singolo artigiano, come il fabbro ecc., compie tutte le operazioni proprie del mestiere secondo un metodo tradizionale ma in piena indipendenza, non riconoscendo alcuna autorità nell'ambito del proprio laboratorio. L'organismo produttivo semplice di queste comunità autosufficienti, che si riproducono costantemente nella stessa forma e, se mai accade che vengano distrutte, risorgono sulla stessa sede e con lo stesso nome, fornisce la chiave per capire il mistero dell'immutabilità delle società asiatiche, con la quale contrastano in modo così clamoroso il dissolversi e ricostituirsi perenne degli Stati e l'incessante mutamento delle dinastie in Asia. La struttura degli elementi economici di base della società non è qui toccata dalle bufere che si scatenano nell'atmosfera politica.

Come si è già notato, le leggi delle corporazioni medievali impedivano sistematicamente al singolo artigiano di trasformarsi in capitalista, limitando al minimo il numero dei garzoni che aveva il diritto di occupare e consentendogli di impiegarli anche solo ed esclusivamente nell'arte in cui egli stesso era maestro. La corporazione respingeva gelosamente qualunque usurpazione del capitale mercantile, l'unica forma libera di capitale che le si ergesse di fronte. Il mercante poteva comprare tutte le merci, solo non il lavoro come merce. Non era tollerato che come agente del collocamento sul mercato (Verleger) dei prodotti artigiani. Se circostanze esterne provocavano una divisione crescente del lavoro, le corporazioni esistenti si frazionavano in sottospecie oppure nuove corporazioni si affiancavano alle antiche, senza tuttavia che diversi mestieri si raggruppassero nella stessa officina. Perciò l'organizzazione corporativa, per quanto la separazione, l'isolamento e l'ulteriore sviluppo dei mestieri, che ne sono propri e caratteristici, appartengano alle condizioni materiali di esistenza del periodo della manifattura, esclude la divisione manifatturiera del lavoro. In complesso, il lavoratore e i suoi mezzi di produzione rimangono vicendevolmente legati come la chiocciola al suo guscio; manca quindi la prima base della manifattura, cioè l'autonomizzarsi dei mezzi di produzione, come capitale, di contro all'operaio.

Mentre la divisione del lavoro nell'insieme di una società, sia o no mediata dallo scambio di merci, appartiene a una grande varietà di formazioni socio-economiche, la divisione manifatturiera del lavoro è una creazione del tutto specifica del modo di produzione capitalistico.

Archivio storico 1952 - 1970