Cristianesimo e politica (XX)

Ieri

Il peso del fattore religioso nella lotta politica deve considerarsi ben diversamente a seconda delle fasi della storia contemporanea, e principalmente in tre tempi: la preparazione lo svolgimento e la vittoria della rivoluzione borghese, la lotta della borghesia contro i pericoli in atto di restaurazioni feudali, la fase attuale in cui il capitalismo dominante lotta ormai in tutto il mondo su un fronte solo, contro la rivoluzione dei lavoratori.

Nell'ordinamento feudale il potere politico poggiava su classi chiuse e su istituti esclusivisti, nobiltà, clero, ufficialità, dinastia, e la sua dottrina giustificava tale monopolio di ricchezza e di potere col principio di autorità e l'investitura per volere e grazia divina. La predicazione religiosa e l'organizzazione delle chiese era parte essenziale della difesa del regime dominante, ostacolo fondamentale all'assalto al potere e ai privilegi da parte delle forze nuove. Lo Stato in taluni paesi poggiava sulla Chiesa, in altri si era munito di una Chiesa organizzata compenetrata con esso ed in funzione degli stessi suoi scopi di conservazione. Dio ed il prete erano usati sullo stesso piano per giustificare e difendere dati rapporti di proprietà e di produzione e lo sfruttamento delle masse servili.

La borghesia mercantile ed industriale priva di diritti adeguati a quelli degli altri ordini non poteva farsi largo senza lottare contro la Chiesa e contro la religione ufficiale. La critica che essa svolse del principio di autorità e del diritto divino condusse i suoi precursori teorici alla critica di tutto il sistema teologico e alla negazione stessa della religione.

Il quarto stato, la classe proletaria embrionale, non poteva non lottare a fianco del terzo stato borghese, e come ne condivise le battaglie ne accettò come risultato storico assodato la critica dottrinale e filosofica. Il primo movimento socialista non solo nacque ateo ma considerò che, nella ulteriore lotta di classe antiborghese per altri rapporti ed altri principii, la questione religiosa sarebbe rimasta pacifica e liquidata; tale situazione durò in tutto il periodo in cui le forze delle monarchie assolutiste e feudali tentarono di annullare le conquiste della rivoluzione e usarono in prima linea nelle coalizioni controrivoluzionarie e nelle sommosse delle Vandee la suggestione religiosa e la scomunica pretesca: gli operai lottarono coi borghesi liberali e giacobini contro nobili monarchici e preti.

Vero o illusorio, il pericolo che la rivoluzione capitalistica, che frattanto avuto il potere trasformava socialmente il mondo fin nelle sue viscere con un ritmo freneticamente progressivo, potesse essere disfatta ed invertita, generò la particolare politica del blocco anticlericale, coltivò la ideologia di tipo massonico, e la diffusa convinzione che capitalisti ed operai divisi dalla lotta economica e sociale avessero in comune la posizione antichiesastica e antireligiosa. In Italia ciò si protrasse più a lungo che in altri paesi, poiché il potere temporale dei papi su Roma era materiale ostacolo alla unità nazionale, postulato di base del regime borghese.

Come riflesso di tale processo storico anche la dottrina del proletariato, il marxismo, percorse le stesse tappe, nel senso che nel primo tempo la critica dei sistemi borghesi sociali e politici fece leva su un punto che si riteneva definitiva conquista, cioè la vittoriosa critica distruttiva della religione.

Nei lavori giovanili di Marx, in cui spesso pescano con compiacimento gli interpreti tendenziosi del marxismo (convergenti o dal lato libertario o da quello radicaldemocratico sul punto concorde che sulla comune radice della conquista della libertà ideologica e politica resti solo da lavorare per la ulteriore conquista aggiuntiva della "libertà economica"), in quei lavori vi è la chiara acquisizione di tale base, ossia della ammissione da parte del contraddittore di essere d'accordo sul problema religioso. Diciamo del contraddittore democratico al Marx socialista e rivoluzionario della Critica alla filosofia del diritto, e della Judenfrage (Questione ebraica) che risalgono al 1844. Eppure basta tener conto di queste posizioni della campagna polemica per vedere a luce meridiana che non vi è contraddizione alcuna agli sviluppi completi del marxismo e del suo proprio linguaggio, come nel Capitale o nell'Antidühring.

La Germania di allora era in una posizione speciale. Rimasta fuori dalle rivoluzioni borghesi aveva avuto, dice Marx, le controrivoluzioni senza la rivoluzione. Ma era rimasta fuori storicamente e nella "praxis" mentre vi era stata dentro nella teoria e nella filosofia. Dalla riforma alla grande critica idealistica i pensatori tedeschi avevano partecipato alla demolizione dei principii dell'antico ordine feudale dominante e dell'influenza vaticana. Nella scienza la religione appariva battuta e superata, nella politica i principii di autorità e di diritto divino restavano incrollabili nello Stato tradizionale austrogermanico, mentre nel sottostrato economico e sociale la industrializzazione e con essa la formazione di una potente borghesia erano agli inizi. Marx introduce la critica ad Hegel già suo maestro con le parole: "per la Germania la critica della religione è compiuta e la critica della religione è la premessa di ogni critica". In tutto lo sviluppo dimostra poi come tale superamento sia sterile ed inadeguato se non si riesce a stabilire che la liberazione del cervello dell'uomo dalla superstizione religiosa è nulla, ove non si colpiscano le assurdità e le nequizie dei rapporti sociali e politici, quali le rivoluzioni borghesi e democratiche li hanno attuati e sanciti nelle ipocrite loro costituzioni, che non hanno emancipato gli uomini ma i borghesi.

Un secolo è trascorso e dobbiamo rilevare che sia nel pensiero teoretico come nella organizzazione della società siamo invece di fronte ad un mondo di avversari e di contraddittori che tengono ancora risolutamente la trincea del principio religioso e della tolleranza delle chiese, organizzazioni sociali di culto, e pretesi campi di azione privata.

Ma fin da allora la natura della posizione antireligiosa del marxismo era inseparabile da tutta la critica, già impostata in maniera organica e formidabile, del sistema borghese. Essa contiene una critica rigorosa della Riforma e del suo spirito borghese, sia pure dettata con largo impiego di motivi abituali della dialettica hegeliana. "Lutero ha infranto la fede nell'autorità, perché ha restaurata l'autorità della fede. Ha trasformato i preti in laici, perché ha trasformato i laici in preti. Ha liberato l'uomo dalla religiosità esterna, perché ha spostata la religiosità nell'interno dell'uomo". Ma così si è posto un nuovo problema rivoluzionario, che è il nostro, ma che presto fu rinnegato dai borghesi, tornati nel tempio: "Non importa più la lotta del laico col prete fuori di lui, importa la lotta col proprio prete intimo, e con la sua natura sacerdotale".

Tutto il lavoro non ha bisogno che di una "traduzione" nei termini del marxismo moderno, ma già contiene la posizione della lotta di classe, e benché, per il punto di partenza e per confondere gli hegeliani ortodossi, seguiti a trattare dello Stato della Società e dell'Uomo come unità teoretiche, contiene tale una critica spietata del concetto borghese di cittadino e di uomo, da essere sufficiente a stabilire la radicale opposizione insanabile tra ogni accettazione della lotta di classe proletaria e la sopravvivenza del fatto religioso individuale.

Le Dichiarazioni francesi del 1791 e del 1793 qui analizzate sancirono da un lato la "libertà" religiosa dicendo che nessuno deve essere inquietato per le sue opinioni anche religiose, e che ognuno ha la libertà di esercitare il culto che vuole, dall'altro coerentemente sancirono la libertà borghese di possedere. "I cosiddetti diritti dell'Uomo, distinti dai diritti del Cittadino, non sono altro che i diritti del membro della società borghese, cioè dell'uomo egoistico, dell'uomo separato dagli uomini e dalla comunità". Questi diritti naturali ed imprescrittibili sono "eguaglianza, libertà, sicurezza, proprietà".

E fin da questo antico scritto Marx scrive la equazione base della nostra dottrina: libertà uguale a proprietà. Ecco le parole testuali (tutto il testo meriterebbe di essere riportato e illustrato). "La pratica applicazione del diritto umano alla libertà è il diritto della proprietà privata".

Il tema richiederebbe apposita trattazione. Una recente nota del Times che voleva stabilire la insuperabile antitesi tra la dottrina comunista e quella europea occidentale, si fondava su queste identità: libertà, proprietà, cristianesimo. Perfettamente giusto, in quanto quel generico "uomo" borghese occidentale, in tanto è egoistico in economia e proprietario, in quanto alla scuola di Lutero ha spostato il cristianesimo dentro di sé "chiudendo il cuore in catene" tutto preoccupato del saldo dei conti individuali, uno in banca, l'altro agli sportelli della valle di Giosafat.

Oggi

Da quando i pericoli del ritorno feudale sono ombre del passato (e una tale data la poniamo al più tardi, come data mondiale, a quella della Rivoluzione Russa del 1917, nel senso che l'ultima forza feudale nazionale scomparve con essa) da allora ogni ateismo della borghesia e dei suoi ordinamenti è finito, ed il rapporto borghesia-religione è capovolto.

Il sacerdote cattolico Luigi Sturzo, una delle pochissime persone che pensino e scrivano in Italia di questioni storiche e politiche in modo decente, nel fondare il Partito Popolare Italiano oggi Democrazia Cristiana fece opera di stile luterano e di fine borghese.

Quel partito nella sua dottrina non pone l'accettazione di una data religione o la professione militante di un dato culto. I democristiani non vogliono essere chiamati partito confessionale o cattolico ed hanno ragione, in quanto l'impiego della religione come forza politica in forma confessionale è ormai sorpassato storicamente e la loro funzione corrisponde alla nuova moderna fase.

I marxisti combattono tutti questi cristiani sociali senza bisogno di risalire alla confutazione filosofica del bagaglio teologico, come occorse fare ai liberi pensatori borghesi per abbattere il dogma adoperato come controbarricata. Noi marxisti non solo consideriamo antitetica alla nostra interpretazione della società e della storia qualunque costruzione religiosa, ma dobbiamo combattere in campo sociale la generica applicazione dei cosiddetti principii cristiani, dello "spirito" cristiano, anche intesi sul piano modesto della legge etica, della regola di comportamento pratico dell'individuo, perché qui è tutta l'insidia.

Tutto il meccanismo cristiano sul comportamento dell'uomo nel trattare con gli altri uomini è invocato ed applicato a fini borghesi e quale specifico per sedare ed eliminare la lotta di classe rivoluzionaria.

Andiamo anche oltre il generico rifiuto della violenza e l'abusata formula della rassegnazione anche al prepotere altrui, del rispetto individuale della proprietà del privilegiato, dell'attesa che la morale cristiana sappia commuoverlo all'elemosina e al quod superest date pauperibus! Proprietà libertà e carità, tenetevi tutto per voi. Per far cadere queste fragili menzogne basterebbe l'approvazione e l'esaltazione di guerre bestiali e di repressioni di polizia che sotto gli occhi degli ultimi ingenui stritolano carne umana e altra minacciano di macinarne, sempre in nome di Cristo e levando lo scudo Libertas.

La contraddizione è più profonda. Il marxismo non è una regola di comportamento del singolo, non è la conquista di postulati per la persona umana. Muore, se si lascia, dopo tante geniali scoperte e rivelazioni di nuova luce, chiudere ancora in questi stupidi limiti. La teoria della rivoluzione e della dittatura di classe rovinano nel nulla se per un momento si ammette che si possa esitare nella scelta dei mezzi di azione per il motivo che questi sporchino le mani o dannino l'anima di chi vi fa ricorso. Noi pensiamo che l'uso della violenza e della imposizione, distruttive della libertà proprietaria e della sicurezza di godimento dei beni del borghese, non solo non contraddice, ma è la sola via per condurre al fine di distruggere storicamente l'oppressione lo sfruttamento e la sopraffazione a scala sociale; noi invitiamo l'avanguardia rivoluzionaria a macchiarsi le mani per sopprimere i nemici di classe e fondare nuove condizioni di comportamento delle collettività di domani. Noi dimostriamo che nella dinamica economica del mondo di oggi la menzogna che vuole attenuare con atomizzazioni di ricchezza le infamie della travolgente accumulazione capitalistica non è che il mezzo comune a tutti i disfattisti della rivoluzione proletaria.

È insensato opporre ai democristiani l'accusa falsa di clericalismo, di confessionalismo politico, di legittimismo o di feudalesimo.

Essi sono dieci volte più moderni e pericolosi e vanno denunziati e combattuti come sviatori della lotta di classe per mandato del capitalismo dominatore.

Il loro programma sociale di apologia del piccolo borghese del contadino e dell'artigiano, di promesso ma impossibile sminuzzamento dei capitali concentrati nelle mani delle bande che controllano il potere statale nel paese e nel mondo, non è diverso da quello di tutti gli altri partiti accampati da decenni contro il proletariato classista e le sue avanguardie rivoluzionarie. Fa uso dello stupido mito che i problemi dell'ordine sociale si risolvano nella storia inculcando negli uomini uno per uno pochi sciocchi dettami di comportamento morale pensati una volta per sempre da qualche grande testa alcuni millenni addietro. Che poi hanno detto tutti lo stesso, Confucio, Budda, Cristo, Maometto o Platone - e non può rinvenirsi posizione più in contrasto con il marxismo che questa della dottrinetta etica individuale sola base dell'azione sociale e politica. Ci darebbe meno fastidio l'ammissione ontologica e filosofica che vi sia il padreterno.

Al posto di questo mito disfattista dello spirito cristiano gli altri hanno altre ricette, che sono tutte sullo stesso piano storico: i fascisti avevano la patria e la nazione, più o meno eletta; i vari democratici e repubblicani hanno il popolo e perfino l'umanità, indeclassata appena tutti siano elettori e possano dire e scrivere fesserie; gli stalinisti hanno la loro democrazia progressiva e popolare non ben definita, ma una cecoslovaccata quanto le altre.

Sono tutte aperte risorse della difesa e della controffesa capitalistica; particolarmente pericolosa ed odiosa quella cristiana sociale, ma con pari alle altre il diritto di scrivere sulla bandiera le parole antiproletarie: libertà democrazia e proprietà per tutti: parole con le quali il capitalismo è venuto al mondo, per crepare solo quando saranno ricacciate nella gola di tutti quelli che le usano, dal Cremlino alla Casa Bianca e alla Basilica di Pietro.

Da "Battaglia Comunista" n. 23 dell'8-15 giugno 1949.

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