Sotto la mole del Leviathan (LXXXVIII)

Narrano i giornali che il maresciallo Tito, questo bell'esempio della generazione spontanea nella storia, al momento dello scoppio del conflitto di Corea, nel luglio del 1950, spifferò un discorso di 12.000 parole destinato non all'attualità politica del momento, ma alla esposizione della sua interpretazione del comunismo, di Marx e di Lenin. 624 deputati ascoltarono, non aggiunsero la dodicimillunesima parola, e votarono unanimi l'approvazione.

Va da sé che la versione titina del marxismo-leninismo venne apertamente contrapposta alla versione di Stalin, in quanto era già passato il momento in cui in Jugoslavia sarebbe stato fucilato chi avesse spezzata la "troika" ufficiale Marx-Lenin-Stalin, e si intende fucilato per ordine di Tito, approvato con 625 voti su 624.

Sventuratamente pochi e dispersi gruppi in Europa e nel mondo sono sulla linea della condanna delle deviazioni di Stalin da Lenin e da Marx; e nessuno ha voglia ed interesse di conoscerli o di discutere con essi, talché per la "grande opinione" essi restano nella fitta ombra. La polemica sarebbe per gli esperti odierni difficile e scomoda, essendo essi solo trenati a battersi col contraddittore mediante le mozioni degli orrori, mai più sul terreno della realtà e dell'esame scientifico.

Accade allora che tutto si sommuove quando di fronte a Stalin e al suo sistema si leva un accusatore che parla in nome del comunismo puro e definisce i cominformisti come rinnegati di una vecchia fede. E ti vedi allora liberali, trotzkysti, anarchici, ed altre specie della politica zoologia, inneggiare al rivendicatore e allo stigmatizzatore del sanguinario tiranno di Mosca, senza avvedersi che si tratta di autentico cappio da forca.

All'epoca di cui parliamo, due anni e mezzo fa, Stalin o chi per lui nelle non frequenti ma misurate enunciazioni di principio ogni tanto mandate in circolo, aveva già teorizzato che la dottrina del vecchio Engels sull'afflosciamento dello Stato successivo alla vittoria della rivoluzione proletaria andava riveduta. È stata una aperta affermazione di revisionismo. La tesi marxista è chiara: giusta le esposizioni classiche di Engels e di Lenin dopo la rivoluzione e la dittatura proletaria colla abolizione delle classi e la costruzione dell'economia socialista la macchina dello Stato si vuota progressivamente e scompare.

Ora la propaganda ufficiale cominformista, quando dispone di un ritaglio di tempo sottratto alla argomentazione ad hominem (costui ha torto! È un nemico della pace, della democrazia, della patria! È un fascista! dunque se scrive una frase la sintassi è sbagliata, se fa un calcoletto l'aritmetica è falsata, senza altra prova!) e si attarda sulla teoria dei grandi quesiti storici, non ha che la scelta tra le due tesi: o in Russia, dato che lo Stato si gonfia invece di svuotarsi, e si irrigidisce invece di afflosciarsi, la rivoluzione socialista non c'è - ovvero la previsione di Engels merita di essere abbandonata. Nun pazziammo! Ci mancherebbe altro che per una velleità di coerenza dottrinale, o per prendere alla lettera il concitato grido di papà Marx ripetuto da zio Vladimiro: soprattutto non fate commercio di principii! ci dessimo a smontare dei pezzi del macchinone statale moscovita, il Sovnarkom o la N.K.V.D.

E allora si prende l'ombra di don Federico per un orecchio e gli si dice con sopportazione: chi te lo faceva fare a prendere certi impegni per noi posteri? e come faremmo a pagare?

Qui si rizza il professorone di puro marxismo con la sua classe parlamentare balcanica e con sussiego rivede le bucce a Stalin e alla sua possente rete di propaganda e diffusione, che gli ha ormai revocato il posto di rappresentante nella piccola Slavia e le competenti commissioni.

Volete vedere il puro marxismo e il comunismo genuino? Venite a Belgrado: abbiamo fatto giustizia dell'esasperato centralismo, siamo federalisti e tolleranti di tutta una infinita serie di autonomie nella vita economica e sociale come in quella politica! Lasciamo a Baffone l'onta del despotismo, della Autorità senza confini, della tirannica oppressione sui popoli e classi. E tutto il piano delle riforme jugoslave viene esibito.

Poiché si tratta del vantato smontaggio del Leviatano statale, del mostro pauroso che tutto assoggetta al suo irresistibile volere, tanto che secondo Hobbes una sola via ha l'uomo per sfuggirgli: abbandonargli il campo della materiale realtà e rifugiarsi (messo nel nécessaire da viaggio il totem della sacra personalità umana) nelle sfere dell'idealismo, cominciamo dalla testa.

La Jugoslavia è uno Stato federale di sei autonome repubbliche e tutta una serie di uffici governamentali sarebbe stata trasferita da Belgrado alla periferia del paese. Questa era per l'oratore una "drastica riduzione dei poteri dello Stato". Questo (disse con abile civetteria leniniana) conserva tuttavia il compito di tenere in uno stato di subordinazione la minoranza di sfruttatori e di nemici della nuova Jugoslavia. Evidentemente esercito e gendarmeria sono pronti ad agire contro qualunque disturbatore, poniamo i "guerriglieri" e naturalmente "patrioti" che si dice il Cominform abbia già messo in azione.

A parte questa repressione dei malversatori, si va ben oltre: decentralizzazione non soltanto economica ma anche politica e culturale, che segna la prima comparsa dell'indietreggiamento dello Stato come mezzo di compressione. Engels reincarnato, lo vedete bene!

La parte economica è la più brillante: le funzioni economiche dello Stato devono essere trasferite nelle mani dei lavoratori (perché non trasferirvi intanto lo Stato, che sta nelle mani dei Titi?), e la legislazione in quei giorni aveva già raggiunto l'obiettivo di dare veramente l'officina agli operai. Ci siamo, al vero marxismo! Le nostre (dice Tito) fabbriche e miniere saranno amministrate dagli stessi operai. Questi soltanto determineranno tempi e modalità del lavoro: un vero modello di trattamento della classe lavoratrice per tutto il mondo!

Siamo arrivati al gran grido demagogico: l'azienda ai suoi salariati! E Tito si mette in coda a una ben lunga serie: il triviale Proudhon e l'ascetico Mazzini, l'arruffone Bakunin e il cerebrale Sorel, il rinnegato Bombacci e l'incorrotto Malatesta.

A cavallo di una simile formula di cui ancora non abbiamo visto un solo esempio concreto di pratica applicazione sfuggito al fallimento o al ridicolo a tutto vantaggio del capitalismo, il disinvolto capoccia balcano si sente sulla buona pedana per dar lezione di marxismo ai moscoviti.

Il Cremlino, egli grida, si permette di seguire una via diametralmente opposta alla nostra! e assume una autorità incontrollabile come era quella delle antiche divinità, nel mondo primitivo, che era basato sulla venerazione dell'invisibile e dell'incomprensibile: questo mondo oggi è finito: oggi si vuole vedere ed udire (e allora voltati un po' dall'altra parte)!

Troppo spesso vediamo incomodati questi antichi numi: pensiamo che lo strapotere di un fantasma inesistente non pensi quanto quello di una fisica banda di ciarlatani, sacerdotali o statali. Il Leviathan che su noi grava, e ci schiaccia ossa e giunture, è fatto di massa pesante, più che visibile e palpabile; si tratta non di fuggire nelle nebbie dell'ideale, ma di farlo saltare. Modernissimo e fisico dunque l'apparato di Stalin, tenuto su con le canne delle armi e non colla mistica: se pure con una serie infinita di mistiche hanno sempre le organizzazioni di interessi di classe coperto il tinnire dell'oro e dell'acciaio.

Stalin ha torto non perché abbia fatto delle "porcherie" da portare avanti al tribunale della storia o dell'etica. Inutile gridare, da certi pulpiti: ha strappato milioni di cittadini sovietici dalle loro case deportandoli con orribili conseguenze nel clima letale della Siberia ( in molte zone balcaniche il clima è ben peggiore) - gli operai russi sono oppressi da una mostruosa burocrazia e da una forza poliziesca interna sempre più serrata!

No, non cercheremo il bandolo di questa quistione in un ricorso ad un tribunale impalpabile, per abuso di potere, e mai più lo troveremo nelle sale della Scupcina o in quelle della ex-Reggia di Milano e della Draga.

Ieri

Si tratta nel vero senso della parola di mettere i punto sugli "i", per vedere chiaro in questa rancida faccenda delle "unioni autonome di liberi produttori" e del "potere nella fabbrica" contro il "potere nello Stato", senza perdere altro tempo a ridere all'idea che sua sponte dei Titi ne mollino un briciolo.

Il famoso passo di Engels contenuto nell'opera tante volte ricordata: "Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato" è così riportato in recenti riproduzioni: "La società che organizzerà la produzione sulla base di associazioni di produttori liberi ed uguali, relegherà tutta la macchina dello Stato nel posto che le spetterà allora: nel museo delle antichità, a fianco dell'arcolaio e della scure di bronzo". Così traduce Togliatti dalla citazione data da Lenin nello scritto del 1914 su Carlo Marx.

Si potrebbe interpretare nel senso che quello che importa per poter vedere la scomparsa del macchinone statale, sia un sistema di produzione basato sulla libertà ed eguaglianza dei produttori individuali, o sulla libertà e autonomia di tante associazioni dei produttori. Si andrebbe così chiaramente fuori del seminato e verso il titismo.

Non siamo in grado di confrontare né nel testo di Engels né in quello di Lenin il genere numero e caso dei sostantivi in gioco, ma è certo per motivi di principio che la traduzione giusta è quella che troviamo in altra edizione su per giù della stessa origine. "La società che riorganizza la produzione in base ad una libera ed uguale associazione di produttori, relega la macchina statale, nel posto ecc. ecc...".

Nel concetto marxista vi è la lotta per la liberazione di una classe e non dell'uomo: liberazione che avviene attraverso la lotta tra le classi e tende alla abolizione delle classi. Abolite queste, dato che lo Stato è l'organo della dominazione di una classe sull'altra, esso sparisce: "Invece del governo sugli uomini si avrà l'amministrazione delle cose e la direzione dei processi di produzione" (Antidühring).

Col concetto marxista della società socialista nulla ha a che fare la pretesa autonomia amministrativa delle aziende di produzione, gestite da un consiglio democratico di quanti vi lavorano.

Non sembri tedioso il ripetere le citazioni di base. Il Manifesto chiude così: al posto della vecchia società divisa in classi subentra una generale associazione, in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti. La frase dottrinalmente è corretta ma è soprattutto una chiusa polemica: voi borghesi e liberali concepite la rivendicazione del libero sviluppo dell'individuo anche come diritto a soffocare lo sviluppo di un altro o di tanti altri ciascuni. Noi rivendichiamo all'opposto che tutta la considerata società formi una associazione produttiva.

La centralizzazione amministrativa economica e produttiva non solo rimane ma giganteggia in contrapposto al disordine caotico della produzione borghese. Nella misura in cui: si rompe in frantumi la macchina statale capitalistica - si attua il potere proletario - si aboliscono le classi sociali - non si avrà più a parlare di coazioni su gruppi e su singoli, e nemmeno su una amministrazione di interessi, ma di una assoluta centralizzazione che ci basterà chiamare tecnica, o anche fisica, di tutta la produzione.

Abbiamo definito nei nostri classici il socialismo come passaggio dal mondo della necessità in quello della libertà: nella nostra dottrina l'uomo isolato, anche quando si illude di una filosofica libertà, è schiavo delle determinazioni esterne e della dominazione di classe e delle leve della inesorabile macchina di governo; come collettività sociale, come classe rivoluzionaria, come partito di classe, acquista le condizioni e le forze per la emancipazione dal giogo sociale e la fondazione di una libera società organizzata da norme coscienti.

Ma prima di arrivare a tendere a questo limite supremo, occorre impiego di potere di governo e di coazione sia sui nemici di classe che su gruppi e singoli contrastanti - raggiunto quel limite, la centralizzazione della tecnica sociale rimane e costituisce il fulcro di tutto il sistema:

Manifesto: il proletariato approfitterà del suo dominio politico per togliere alla borghesia ogni capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione in mano allo Stato, ossia al proletariato stesso organizzato in classe dominante... (che razza di lettore di vangelo della domenica quel maresciallo, che volge le spalle allo Stato per andare verso il potere ai proletari...).

E poco oltre: "quando tutta la produzione sarà accentrata in mano degli individui associati, il potere pubblico perderà il suo carattere politico".

Capitale: la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro giungono a un tale punto, che essi non possono più essere contenuti nel loro involucro capitalistico. Questo si spezza. È dunque la grande conquista della centralizzazione della socializzazione che si tratta di "liberare" dall'involucro capitalistico, che all'inizio permise di realizzarle, al temine del ciclo la soffoca e la strozza. Liberazione per noi deterministi marxisti non è il permesso dato ad ogni fesso o pazzoide candidato all'esistenzialismo di fare i capricci, per il che sussisterà sempre un istituto di cura adeguato, ma la frattura, la rottura, l'esplosione di involucri senza la quale nella data maturità di condizioni i processi naturali non conducono al loro risultato, come avviene nello scoppiare del germoglio, nel dissestarsi delle suture dello scheletro della partoriente, o nel cataclisma dei cieli da cui sorge una stella supernova.

Se questi antichi concetti non sono portati in limpida luce nulla si può intendere della storica lotta nella Prima Internazionale tra Marx e Bakunin. Quivi si scontrarono centralismo e federalismo, metodo autoritario e libertario; ma per molti decenni si equivocò generalmente sul contenuto della contesa, facendo passare gli anarchici per estremisti, i marxisti per rivoluzionari intiepiditi se non per riformisti addirittura. La discussione su libertà e autorità fu capita come discussione tra libertà e legalità; ad esempio, come punto centrale della divisione in Italia al Congresso di Genova del 1892 fu messo innanzi il metodo elettorale, colla dizione impropria "conquista dei pubblici poteri"; e rimase nell'ombra il vero contrasto. Secondo i libertari la rivoluzione doveva bensì essere la distruzione di un potere statale (e fin qui come Lenin spiegava siamo d'accordo con loro e consideriamo la distanza da essi assai meno grave che quella dagli opportunisti socialdemocratici) ma non doveva altresì essere la costituzione di un nuovo potere e di un nuovo Stato, di una dittatura dei rivoluzionari.

Ciò, dice l'anarchico, conduce a conculcare la libera volontà di individui e di gruppi. Certo, risponde il marxista, e ciò non mi preoccupa, sia perché non ho stabilito alcuna tesi che ne venga contraddetta, sia perché all'opposto è dimostrato che per altra via non si estirpa mai il potere di una classe sociale dominante. Ma ciò, dice l'anarchico, conduce anche a reprimere la libera iniziativa di qualche singolo o gruppo che non fa parte della classe dominante ma di classi povere e dello stesso proletariato. Ciò è parimenti, si risponde, inevitabile, e deriva dalle influenze secolari dell'apparato di dominio in tutte le sue forme sui componenti della classe soggetta.

Grosso equivoco è invece dire: i socialisti marxisti non erano libertari ma legalitari, in quanto non solo andavano alle elezioni, ma ritenevano che per tale via sarebbero giunti al potere proletario.

Tale deviazione gravissima è invece ben successiva alla crisi della Prima Internazionale (1871) e raggiunse il suo culmine al tempo della Prima Guerra Mondiale. Che le elezioni parlamentari non potessero condurre il proletariato al potere fu sempre cardine del metodo marxista. Le tesi anarchiche contro cui Marx si batté in una polemica insuperabile non consistettero nella proposta di non andare al parlamento elettivo, ma in questi gravissimi errori controrivoluzionari: il proletariato deve esser indifferente al movimento politico - il proletariato non deve organizzarsi in partito politico - il proletariato non deve costituire uno Stato politico dopo la rivoluzione.

Tesi non meno importante era che le coalizioni sorte dalle lotte per le rivendicazioni economiche dovevano dare una base alla lotta politica proletaria contro gli sfruttatori. In quell'epoca i libertari scartavano, non solo l'organizzazione politica, ma perfino quella economica e gli scioperi, poi invece ammisero questa, e dal principio del secolo sono sullo stesso piano dei sindacalisti rivoluzionari; commettendo tuttavia il non meno grave errore di considerare il sindacato, o altro organo economico, come capace senza il partito di condurre la lotta rivoluzionaria.

Che dovunque vi è ancora in piedi di lotta politica, partito politico e Stato politico vi sia coazione su individui e su raggruppamenti sociali e diniego di autonomia periferica, è difficile ad intendere, cosa strana per i vari Titi e Peron, e per gli esasperati liberatori della Persona, perché vedono violate le famose idee innate, la Libertà: la Eguaglianza; la Giustizia. Tale argomento non è mai dai marxisti stato preso nemmeno sul serio; ed è tra feroci sarcasmi che Marx pubblicò e commentò gli statuti bakuninisti.

"La costituzione di una società sull'unica base del lavoro unicamente associato (?) prendendo per punto di partenza la proprietà collettiva, l'uguaglianza e la giustizia..."; "una rivoluzione francamente socialista, distruttrice delle Stato e creatrice della libertà con l'uguaglianza e la giustizia..."; "la confisca (Michele, come confischi senza un fisco?) di tutti i capitali produttivi e istrumenti da lavoro a profitto delle associazioni dei lavoratori, che dovranno farle produrre collettivamente".

È palese quanto sia arretrata e in un certo senso al di sotto dello stesso capitalismo questa concezione economica; ma ben altri sono gli svarioni su cui Marx si accanì: vi sarà una Alleanza federale di tutte le Associazioni operaie, vi sarà la Comune, la federazione delle barricate in permanenza, un Consiglio della Comune... l'autonomia federata di Associazioni, province e comuni... Tito pensava di aver letto Engels, aveva letta alla sua Scupcina Bakunin: che poi Tito lo stia applicando, ci farebbe arrabbiare anche se invece di engelsiani fossimo anarchici della più bell'acqua.

Asino! è la più gentile parola che don Carlo interpola. Udite ad esempio il commento a queste frasi di Bakunin: "Se vi è Stato vi è inevitabilmente dominio e di conseguenza anche schiavitù, ed ecco perché noi siamo nemici dello Stato... Tutto il popolo governerà e non si avranno dei governanti".

Marx: "Se un uomo si governa da sé, non si governa, perché è soltanto lui stesso, e non un altro. Allora non ci sarà un governo, uno Stato; ma se ci sarà uno Stato, ci saranno anche governanti e schiavi! Questo può avere un solo senso: quando il dominio di classe scompare, non ci sarà più uno Stato nel significato politico attuale".

Quanto ad Engels, che Tito pretendeva di tutelare contro le revisioni del Kremlino, egli non è meno brillante quando confuta l'orrore freudiano per l'autorità, nel limpido articoletto apparso la prima volta nel 1874 in Italia, in cui con calma e con garbo è spiegato alla luce della moderna organizzazione produttiva come "dovunque l'azione combinata, la complicazione dei procedimenti dipendenti gli uni dagli altri, si mette al posto della azione indipendente degli individui. Ma chi dice azione combinata dice organizzazione, ora è possibile avere organizzazione senza autorità?" Seguono i facili esempi di una filatura di cotone; di una ferrovia... "È dunque assurdo di parlare del principio di autorità come di un principio assolutamente cattivo, e del principio di autonomia come di un principio assolutamente buono". E qui lo scrittore distingue tra metodo di autorità nella produzione e nella politica, spiega che anche in questa occorre impiegarlo nella rivoluzione, con la celebre frase: non hanno mai veduta una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è la cosa più autoritaria che vi sia: E accenna ancora una volta il famoso concetto della fine dello Stato: "le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico e si cangieranno in semplici funzioni amministrative veglianti ai veri interessi sociali".

In meno di dodicimila parole abbiamo allineato moltissime citazioni, e quasi tutte notissime. Sarà il caso di riepilogare la battuta di chiodo. Per Marx, Engels e Lenin la faccenda va così:

Primo: il proletariato organizzato in partito politico assale lo Stato borghese e lo distrugge.

Secondo: il proletariato fonda il suo Stato di classe, la sua dittatura, il suo governo; si capisce con una rete di uomini e di "governanti".

Terzo: lo Stato proletario interviene dispoticamente nella economia sociale fracassando involucri capitalistici settore per settore e azienda per azienda, abolendo il sistema di classe del salariato, e aumentando il carattere combinato, intrecciato, centralizzato, organizzato, pianificato della tecnica produttiva.

Quarto: mano mano che questo processo matura, lo Stato come apparato politico si svuota e si rende inutile, e infine scompare.

La cantonata è quella di pensare che questo svuotamento previsto da Engels, o meglio da lui formulato in modo suggestivo sulla base della costruzione marxista, conduca allo scioglimento dell'intreccio organizzato della produzione in tutto il territorio e internazionalmente, quando invece il processo va in senso opposto. L'involucro borghese fu condannato, assalito e distrutto non perché accentrava con offesa al principio di autonomia, ma proprio perché oramai impediva lo sviluppo razionale della generale centralizzazione delle attività produttive.

La cantonata è dire: torniamo da Stalin ad Engels, levando il grido: le fabbriche agli operai, i campi ai contadini, le pompe da incendio ai pompieri! Questo vale tornare a Proudhon, "all'oracolo di questi dottori in scienza sociale", questo è il non plus ultra dei gridi proprietari, piccolo-borghesi, e controrivoluzionari. Gli antiautoritari, chiudeva Engels, o sono confusionari o traditori del proletariato: in ambo i casi servono la reazione.

Oggi

Ogni esame della tecnica produttiva del 1952 raffrontata a quella del 1874 non arreca che contributi immensi per ribadire la dimostrazione di Engels sulla progrediente interdipendenza di tutte le attività lavorative. Dal produttore isolato del medioevo, ai produttori associati sotto il dominio capitalista, e poi: negazione della negazione! Non sia per civetteria: negando la associazione di tipo borghese, l'azienda, non si ricade nella produzione frammentaria dell'artigiano o della gilda autonoma, ma si sale alla unitaria società senza classi, ove tutti, per le due ore e mezza del vecchio savio Bebel, lavorano.

A carico del prevenuto Giugasvilli Giuseppe, e sentito il procuratore della accusa Tito (ricordatevi voi come diavolo si chiamava se avete couché avec) non viene accolto il ricorso per abuso di potere dispotico ed eccesso di autorità, e non viene rivendicato lo slacciamento delle aziende industriali e agrarie russe per farle amministrare dai consigli interni; ciò dopo letta la tesi di un certo Ulianoff in materia, 1920, e richiamati i codici Carlo-Federico.

Sotto la pressione della internazionalità della tecnica e del mercato e del combinato effetto dai due fattori dialettici complementari: concorrenza e monopolio, nelle zone in ritardo e la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione delle forze di lavoro non può farsi al vecchio suono dei vaudeville democratico-illuminista: i guanti di Mosca non possono essere guanti gialli, o guanti di Parigi. Il prevenuto non risponderà nemmeno di avere dolorosamente fermato l'orologio della storia perché non segnasse l'ora Engels. L'ora Engels non è ancora venuta.

Essa non può suonare fino a che sono in piedi le grandi centrali statali del Leviatano capitalista. Queste dovranno cadere, prima che una dittatura proletaria mondiale esperimenti metodi più rigorosi di quelli di Stalin.

L'ora Engels suonerà molto più oltre e non sceglierà cronometristi balcanici. Se anche si trattasse non di un paese ove l'esigenza storica è ancora costruire capitalismo, ma di un paese della tecnica primaria pronta per costruire socialismo, mai suonerebbe l'ora della smobilitazione dello Stato fino a che in altri paesi la rivoluzione di classe fosse da combattere ancora, con tutte le forze operaie mondiali.

E che il governo russo, alla luce non dei metodi, che mai sono in assoluto buoni o cattivi, ma delle funzioni storiche, fosse davvero un governo proletario occupato a costruire capitalismo, anziché essere divenuto un governo capitalista occupato a costruirlo ed occupato a conservarlo in casa e fuori, non lo si vedrebbe soltanto dalla dichiarazione che la smobilitazione engelsiana è prematura in Russia e nel mondo, ma ferreamente vera nel nostro programma - al posto delle ventilate revisioni.

Lo si vedrebbe dal fatto che, invece di andare intorno con una carovana della pace, si manderebbero fuori le avanguardie della guerra di classe e della offensiva rivoluzionaria.

Solo dopo messa a ferro e fuoco la pace mondiale dei borghesi, possono i sognatori libertari sperare che la Rivoluzione, riletto Engels, smonti le armi rosse e faccia a meno dei rossi soldati e dei rossi sbirri.

L'abbiamo rotta con Stalin. E abbiamo scelta l'autorità.

Da "Battaglia Comunista" n. 4 del 1952

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