Dialogato con Stalin (3)

Giornata terza - Antimeriggio

Si tenne dibattito nella giornata prima sul punto che ogni sistema di produzione di merci è sistema capitalista, da quando si produce lavorando, in masse d'uomini, a masse di merci. Capitalismo e mercantilismo si ritireranno insieme dai successivi campi di azione o sfere di influenza nel mondo moderno.

Si riprese nella seconda, passando dal processo generale a quello dell'economia russa presente e, tenute per giuste le denunziate leggi della sua struttura, si affermò che ne scaturiva la diagnosi piena di capitalismo, allo stadio di "grandindustrialismo di Stato".

Secondo l'interlocutore Stalin, questo processo abbastanza definito e concreto, applicato ad area e popolazione immense, può condurre ad un'accumulazione e concentrazione della produzione pesante, non seconde a nessuna, senza che necessariamente debbano ripetersi le fasi di feroce riduzione alla nulla-tenenza dei ceti poveri chiusi in cerchie locali di economia e nella tecnica parcellare del lavoro - come in Inghilterra, Francia, ecc. - e sulla sola base della scontata (dal 1917) liquidazione dei grandi terrieri.

Se questo secondo punto si riducesse alla tesi che, a secoli di distanza, l'introduzione in profondità della tecnica del lavoro in grande e con le risorse della scienza applicata, si pone, in un tanto diverso quadro universale, diversamente, ciò potrebbe essere oggetto di studio a parte, in sede di "questione agraria" specialmente. Il contraddittore può venire ammesso a provare che raggiungerà il pieno capitalismo non in carrozza, ma in aeroplano; ma a sua volta confessi la "direzione del moto". Gli stiamo passando da terra, noi poveri pedoncini, i dati esatti di una serie di basi - ma anche il radar può impazzire.

Ed ora un terzo passo: il quadro dei rapporti mondiali in tutto il complesso orizzonte di produzione, consumo, scambio; rapporti di forza statali e militari.

I tre sono aspetti di un solo e grande problema. Il primo potrebbe dirsi l'aspetto storico, il secondo quello economico, il terzo e conclusivo quello politico. La direzione e il punto di arrivo della ricerca non possono essere che unitari.

Prodotti e scambi

Avviene, palesemente, al capo dello Stato e partito russo di dover cambiare il fronte delle sue rettifiche in dottrina, e delle correlative secche reprimende alle obiezioni dei "compagni", ogni qualvolta egli passa dalla circolazione economica entro la sua cerchia, a quella attraverso questa. Notammo già, lo ricordi il lettore, che questo punto di arrivo aveva fatto rizzare le orecchie ai vigili dell'Occidente. Lungi dal cantare ancora una volta l'inno ad una millenaria autarchia, l'uomo del Kremlino aveva tranquillamente braqué il cannocchiale - domani, si chiesero quelli con aria studiata, il telemetro? - sugli spazi oltre cortina; e vecchie storie di spartizione di zone di influenza, in alternativa a sortite di rottura, rivennero a galla. Tasto, tuttavia, meno stridulo e fesso di quello del crimine di genocidio o del delirio di aggressione.

La maniera di far andare entro la Russia - e paesi connessi - articoli industriali agli agricoltori, e generi rurali ai cittadini, schiacciando con passi di Marx ed Engels i Pinchi Pallini, e quando era il caso rettificando d'ufficio termini , frasi e formule degli autori, fu affermata in tutta regola col Socialismo. I colcos vendono i loro prodotti "liberamente", e altro mezzo di averne non vi è; dunque legge di mercato sì, ma con regole speciali: prezzi di Stato (novità! specialità in esclusiva!), e perfino speciali "patti" di smercantilizzazione, in quanto non si dà moneta ma si "porta in conto" di controforniture delle fabbriche nazionali (originalità suprema! enfoncement del salumiere all'angolo, del marine americano che stabilisce lo equivalente tra amplessi e stecche, dei banali clearings dei paesi di Occidente!). Veramente, il Maestro dice, non direi smercantilizzazione ma scambio di prodotti. Non vorremmo che fosse colpa delle traduzioni; insomma, ogni sistema di equivalenti, più o meno convenzionali - dal baratto dei selvaggi alla moneta, come equivalente unico per tutti, ai centomila sistemi di registrazione delle partite contra-pareggiate, che vanno dal libretto della serva ai complicati schedari di banche, ove le addizioni le fanno i cervelli atomici, e migliaia di reclute al giorno ingrossano il flotto soffocante dei venditori di forzalavorograttanteombelico - perché nacquero e sono, se non per lo scambio dei prodotti, e per quello solo?

Ma Stalin vuole mettere a tacere il tarlo, che dai "saldi" degli scambi in equivalenza nasca privata accumulazione, e dice che le garanzie sono lì.

Duro anche per i generalissimi stare in arcione su una simile tesi, e alternativamente schermire in due direzioni, un colpo alla rigidità dottrinale, un colpo alla concessione revisionista. Elasticità del vero leninista bolscevico? No, eclettismo, era la nostra risposta; e allora i bolscevichi andavano in bestia.

Comunque sia per il rapporto interno (il cui esame non finisce oggi né qui giusta il già detto) Stalin stesso apre ampia riserva quando parla del rapporto estero. Il compagno Notkin se ne sente delle belle per aver sostenuto che sono merce anche la varie macchine e strumenti costruiti nelle officine statali. Hanno valore, se ne annota il prezzo, ma merci non sono: vediamo il Notkin a grattarsi la pera. "Ciò è necessario in secondo luogo per realizzare la vendita dei mezzi di produzione a Stati stranieri, nell'interesse del commercio estero. Qui, nel campo del commercio estero, ma solo in questo campo (corsivo in originale), i nostri prodotti sono effettivamente merci e vengono effettivamente venduti (senza virgolette)".

Nel testo rivestito dal formale imprimatur figura quest'ultima parentesi: pensiamo abbia l'incauto Notkin messo tra virgolette la parola venduti che ad un marxista e bolscevico puzza non poco. Non sarà uscito dai corsi delle classi giovani, si vede.

Tra un paio d'anni ci servirebbe questo dato: il quantum, per favore. La quota relativa del collocato all'estero e all'interno. E un'altra notizia: si considera utile che tale quota salga o scenda? Che il prodotto totale debba salire fino alla vertigine, lo sappiamo dalla legge dell'economia pianificata "proporzionale". Non sapendo il russo supponiamo che il senso giusto sia: piani contingentatori della produzione in modo che l'aumento sia di ragione annua costante, colla forma della legge dell'incremento demografico o dell'interesse composto. Il termine giusto che proponiamo è quello: sviluppo pianificato in ragione geometrica. Tracciata così correttamente la "curva", col nostro poco senno scriveremmo questa "legge": comincia il socialismo dove questa curva si spezza.

Oggi annotiamo: quel tanto di prodotti anche strumentali che vanno all'estero, sono merci, non solo nella "forma" di contabilità, ma anche nella "sostanza".

E una. Basta discutere ad alcuni mille chilometri, e su qualcosa si finisce con l'intendersi.

Profitto e plusvalore

Ancora un poco di pazienza e verremo a parlare di alta politica ed alta strategia: vedremo le corrugate fronti distendersi, dato che in quei temi capiscono tutti al volo: attacca Cesare? Fugge Pompeo? Ci rivedremo a Filippi? Passeremo il Rubicone? Questa si che è robetta digeribile, in quanto "sfiziosa".

Occorre ancora un punto di economia marxista. La forza delle cose conduce il maresciallo sul problema esplosivo del mercato mondiale. Egli dice che l'U.R.S.S. sostiene i paesi associati con aiuti economici tali, che ne esaltano l'industrializzazione. Vale per Cina, Cecoslovacchia? Avanti. "Si arriverà, grazie a simili ritmi di sviluppo dell'industria, rapidamente a ottenere che questi paesi non solo non abbiano bisogno di importare merci dai paesi capitalistici, ma sentano essi stessi la necessità di esportare le merci eccedenti della loro produzione". Il solito inciso, o incluso: se producono ed esportano in Occidente, allora sono merci. Se in Russia, che sono?

Il fatto importante, in questo rientro a bandiere spiegate del mercantilismo per forma e sostanza identico a quello capitalistico (se davvero fosse da credere al maquillage dei volti economici!), è che esso fonda sull'imperativo: esportare per poter produrre di più! Ed è lo stesso imperativo che vige in sostanza nel campo interno del preteso "paese socialista" ove invece si tratta di un vero affare da import-export tra città e campagna, tra i famosi ceti alleati, perché anche lì abbiamo visto che si arriva alla legge della progressione geometrica, ed al: Produrre di più! Produrre di più !

Ecco quanto del marxismo è rimasto in piedi! Perché da quando "gli operai sono al potere" non vanno - Stalin pretende - più adoperate le formule offensive che distinguono tra lavoro necessario e sopralavoro; lavoro pagato e non pagato! E perché, fatta come vedremo qualche grazia alla legge del plusvalore (che è poi zoologicamente una teoria, a termini della giornata seconda, e non una legge) da oggi in poi: "non è vero che la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la legge della diminuzione tendenziale del saggio di profitto". "Il capitalismo monopolistico (ci siamo: che ne sapevi tu, povero Carlo?) non può accontentarsi del profitto medio, (che inoltre in seguito all'aumento della composizione organica del capitale ha la tendenza a diminuire) ma cerca il massimo profitto". Mentre la parentesi del testo ufficiale sembra un momento richiamare in vita l'estinta legge di Marx, viene poi promulgata la nuova: "la ricerca del profitto massimo è la legge economica fondamentale del capitalismo contemporanea".

Se va un poco più oltre il lanciafiamme in libreria, non restano neanche i baffi dell'operatore.

Questi controchiodi che si appuntano, storti come sono, da tutti i lati, sono intollerabili. Pretendono che le leggi economiche del capitalismo monopolistico si siano rivelate diversissime da quelle del capitalismo di Marx. Poi gli stessi pretendono che le leggi economiche del socialismo potranno benissimo restare le stesse di quelle del capitalismo.

La finestra, subito!

Eroicamente rifacciamoci ab ovo. Bisogna ricordare quale sia la differenza che passa tra massa di profitto e massa di plusvalore, saggio di profitto e saggio di plusvalore, e quale sia l'importanza della legge di Marx, minuziosamente esposta all'inizio del III libro, circa la tendenza alla discesa del saggio del profitto medio. Capire, leggere! Non il capitalista tende alla discesa del profitto! Non il profitto (massa del profitto) scende, ma il saggio di profitto! Non il saggio di ogni profitto, ma il medio saggio del profitto sociale. Non ogni settimana o ad ogni uscita del Financial Times, ma storicamente, nello sviluppo tracciato da Marx al "monopolio sociale dei mezzi di produzione" tra gli artigli del Capitale, di cui è scritta la definizione, la nascita, la vita e la morte.

Se tanto si afferra, sarà dato vedere come lo sforzo, non del singolo capitalista di azienda, figura secondaria in Marx, ma della macchina storica del capitale, di questo corpus dotato di vis vitalis e di anima, per dibattersi invano contro la legge della discesa del saggio, è solo, è proprio quello che ci fa concludere sulle tesi classiche che Stalin, tra lo smarrimento occidentale, degna di bel nuovo riabbracciare. Primo: inevitabilità della guerra tra Stati capitalistici. Secondo: inevitabilità della caduta rivoluzionaria del capitalismo dovunque.

Questo sforzo gigante, con cui il sistema capitalista lotta per non affondare, si esprime nella consegna: produrre in crescendo! Non solo non sostare, ma segnare ogni ora l'aumento dell'aumento. In matematica: curva della progressione geometrica; in sinfonia: crescendo rossiniano. E a tal fine, quando tutta la patria è meccanizzata, esportare. E saper bene la lezione di cinque secoli: il commercio segua la bandiera.

Ma è questa, Djugasvili, la vostra consegna.

Engels e Marx

Per la dimostrazione ancora una volta dobbiamo tornare a Marx e ad Engels. Non però a testi organici, completi, di getto, che ognuno dei due scolpì nel vigore più pieno e nella foga diritta di chi non ha dubbi e lacune e spazza gli intoppi dal suo cammino senza che urto se ne risenta. Si tratta del Marx di cui dà conto l'esecutore testamentario nelle prefazioni quasi drammatiche al II libro del Capitale (5 maggio 1885) e al III

Da "Il programma comunista" nn. 1,2,3, e 4 del 1952

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