Dialogato con Stalin (4)

Giornata terza - Pomeriggio

Nelle due prime giornate e nell'antimeriggio della terza abbiamo tratto dal noto scritto di Stalin tutti gli elementi utili a stabilire da quali leggi sia retta l'economia della Russia.

In linea di dottrina abbiamo contestato a fondo che un'economia caratterizzata da quelle leggi possa tuttavia essere definita socialismo anche dello stadio inferiore, e contestato non meno che a tale fine possano essere invocati i testi fondamentali di Marx e di Engels, ove a chiare note si leggono - ma non certo con la banale scorrevolezza di un romanzo a fumetti - i caratteri economici propri del capitalismo, quelli propri del socialismo, e i fenomeni che consentono di verificare il passaggio economico dal primo al secondo.

In linea di fatto si è potuto pervenire ad una serie di stabili conclusioni. Sul mercato interno russo vige la legge del valore; adunque: a) i prodotti hanno carattere di merci; b) esiste il mercato; c) lo scambio avviene tra equivalenti come vuole la legge del valore, e gli equivalenti sono espressi in denaro.

La grande massa delle aziende della campagna lavora solo in vista della produzione di merci, ed in parte con una forma di attribuzione dei prodotti alla persona del lavoratore parcellare (che in altro tempo di lavoro funziona come produttore collettivo, associato nel colcos), la quale forma è ancora più lontana dal socialismo, ed in certo senso precapitalistica e premercantile.

Le piccole e medie aziende che producono manufatti lavorano anche per il collocamento mercantile.

Infine le grandi fabbriche sono dello Stato, ma sono tenute ad una contabilità in moneta, e a dimostrare che, rispettata la legge del valore nei prezzi di quanto è uscita o spesa (materie prime, salari pagati) e di quanto è entrata (prodotti esitati) si ha la redditibilità, ossia un profitto positivo, un premio.

La dimostrazione sul senso della legge marxista del saggio di profitto e della sua diminuzione è valsa a mostrare vuota l'antitesi di Stalin: dato che il potere lo ha il proletariato, la gran macchina dell'industria nazionalizzata non persegue come nei paesi capitalistici il massimo volume del profitto, ma è guidata verso il massimo benessere dei lavoratori e del popolo.

A parte le più ampie riserve sull'assenza di radicali contrasti tra gli interessi anche immediati dei lavoratori dell'industria di Stato, e quelli del popolo sovietico, accozzaglia di contadini isolati o associati, di bottegai, di gestori di piccole e medie aziende industriali, ecc., ecc., la dimostrazione che vige la legge capitalistica della discesa del saggio di profitto l'abbiamo tratta dall'affermata "legge dell'aumento della produzione nazionale pianificata in progressione geometrica". Se un piano quinquennale ha imposto di elevare la produzione del venti per cento, ossia da cento a centoventi, il successivo piano imporrà ancora il venti per cento, ossia che si vada non da 120 a 140, ma da 120 a 144 (aumento del venti per cento su 120 dell'inizio del nuovo quinquennio). Chi ha familiarità coi numeri sa che la differenza sembra poca cosa all'inizio, ma poi giganteggia: ricordate la storia dell'inventore del giuoco degli scacchi cui l'imperatore della Cina offerse un premio? Chiese che gli ponessero un chicco di grano sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza... Non bastarono tutti i granai del celeste impero prima che si esaurissero le sessantaquattro caselle.

Ora questa legge di fatto non è che l'imperativo categorico: producete di più! Imperativo proprio del capitalismo, e derivato dalle successive cause: aumento di produttività del lavoro - aumento del capitale materie rispetto a quello lavoro nella composizione organica del capitale - discesa del saggio di profitto - compenso a questa discesa con il frenetico aumento del capitale investito e della produzione di merci.

Se avessimo cominciato a costruire poche molecole di economia socialista ce ne accorgeremmo dal fatto che l'imperativo economico è mutato, ed è il nostro; la potenza del lavoro umano è accresciuta dalle risorse tecniche; producete lo stesso, e lavorate di meno. E in vere condizioni di potere rivoluzionario del proletariato, in paesi già troppo attrezzati meccanicamente: producete di meno, e lavorate ancora di meno!

Ultimo accertamento di fatto, dopo questo (cruciale) che la consegna è l'aumento della massa dei prodotti, è quello che una gran parte dei prodotti della grande industria di Stato si tende a rovesciarla sui mercati di fuori, e in tal caso si dichiara apertamente che il rapporto è mercantile non solo nella registrazione contabile, ma nella sostanza delle cose.

In fondo qui si contiene l'ammissione che, sia pure per sole ragioni di concorrenza mondiale (sempre pronta a lottare non più a colpi di bassi prezzi ma a colpi di cannone e di atomiche), non è possibile la "costruzione del socialismo in un solo paese". Solo nell'ipotesi assurda che questo potesse chiudersi in un vero sipario d'acciaio, gli sarebbe possibile cominciare a convertire le conquiste tecniche della produttività del lavoro, associate ad una pianificazione "fatta dalla società nell'interesse della società", in una diminuzione dell'interno sforzo di lavoro e dello sfruttamento del lavoratore. E solo in tale ipotesi il piano, abbandonata la folle curva geometrica della demenza capitalistica, potrebbe dire: raggiunto un certo standard dei consumi per tutti gli abitanti, fissato dai piani, non si produrrà più, e si eviterà la tentazione criminosa di seguitare a forzare la produzione per guardare, fuori del cerchio, dove si può scaraventarla ed imporla.

Tutta l'attenzione del Kremlino, dottrinale e pratica, si porta invece sul mercato mondiale.

Concorrenza e monopolio

Una considerazione insufficiente delle teorie marxiste sul moderno colonialismo ed imperialismo è quella che occorra giustapporle come cose diverse, o almeno come sviluppi complementari, alla descrizione marxista del capitalismo della libera concorrenza, quale si sarebbe sviluppato all'incirca fino al 1880.

Con vari apporti abbiamo insistito sul fatto che tutta la pretesa fredda descrizione del mai esistito capitalismo "liberista" e "pacifico" non è in Marx che in una gigantesca "dimostrazione polemica di partito e di classe" con la quale, accettando per un momento che il capitalismo funzioni secondo la dinamica illimitata del libero scambio fra i portatori di valori pareggiati (il che altro non esprime che la famosa legge del valore), si perviene a snidare l'essenza del capitalismo, che è un monopolio sociale di classe, volto incessantemente, dai primi episodi dell'accumulazione iniziale sino alle guerre odierne di brigantaggio, a predare le differenze figliate sotto il trucco dello scambio pattuito, libero ed eguale.

Se, assunta la piattaforma dello scambio tra merci di ugual valore, si dimostra la formazione di plusvalore ed il suo investirsi ed accumularsi in nuovo capitale sempre più concentrato, se si dimostra che la sola via (compatibile con la sopravvivenza del modo capitalistico di produzione) per uscire dalle contraddizioni tra l'accumulo ai due poli di ricchezza e miseria, e per difendersi dalla successivamente dedotta legge della discesa del saggio, è il produrre sempre di più, e sempre più oltre le necessità di consumo, è chiaro che fin dalle prime battute si delinea lo scontro tra i vari Stati capitalistici, ognuno dei quali è condotto a tentare di far consumare le sue merci nell'area dell'altro, ad allontanare la sua crisi provocandola nel rivale.

Poiché l'economia ufficiale tenta vanamente di provare che è possibile, con le formule e i canoni della produzione di merci, arrivare ad un equilibrio stabile sul mercato internazionale, ed anzi sostiene che le crisi cesseranno proprio in quanto la civile organizzazione capitalistica si sia dovunque estesa, Marx deve scendere e discutere in astratto le leggi di un fittizio paese unico di capitalismo sviluppato appieno, e che non abbia commercio estero, e dimostrare che esso "dovrà saltare".

E' troppo chiaro che ove i rapporti prima detti tra due economie chiuse sorgono, sono elemento non di pacificazione ma di sommovimento, e la tesi che sta contro di noi è, a più forte ragione, perduta. I nostri imbarazzi teorici sarebbero stati gravi nel solo caso che nei primi 50 anni del secolo attuale si fosse seguitato a nuotare nel lattemiele economico e politico, con trattati di liberalizzazione dei commerci e di neutralità e disarmo: invece, essendo il mondo cento volte più capitalista, è divenuto cento volte di più terremotato in tutti i sensi.

Al solito, per far vedere chi è che non cambia le carte: nota al paragrafo 1 del Cap. XXII del Capitale, Libro I. "Qui si fa astrazione dal commercio con l'estero a mezzo del quale una nazione può convertire articoli di lusso in mezzi di produzione o in sussistenze di prima necessità e viceversa. Per concepire l'oggetto della ricerca nella sua purezza, bisogna considerare il mondo commerciale come una sola nazione e supporre che la produzione capitalistica si sia dovunque stabilita e si sia impadronita di tutti i rami dell'industria".

Dal primo inizio tutto il ciclo dell'opera di Marx, in cui (come sempre rivendichiamo) sono ad ogni tratto inseparabili teoria e programma, tende a concludersi nella fase in cui le contraddizioni dei primi centri capitalistici si rovesciano sul piano internazionale. La dimostrazione che un patto di pace economica tra le classi sociali in un paese è impossibile come soluzione definitiva, e come soluzione contingente è regressivo, si appaia in pieno alla dimostrazione analoga per l'illusorio patto di pace tra gli Stati.

Fu più volte rammentato che Marx nella prefazione alla "Critica dell'economia politica" del 1859 schizza questo ordine di argomenti: capitale, proprietà della terra, lavoro salariato, Stato, commercio internazionale, mercato mondiale. Marx dice che sotto le prime rubriche esamina le condizioni di esistenza delle tre grandi classi in cui si divide la presente società borghese, e aggiunge che il tratto di unione tra le successive tre rubriche "salta agli occhi di tutti".

Quando Marx inizia la stesura del Capitale, la cui prima parte assorbe la materia della Critica, il piano da una parte si approfondisce, dall'altra sembra limitarsi. Nella prefazione al primo libro, sullo Sviluppo della Produzione Capitalistica, Marx annunzia che il secondo tratterà del Processo di circolazione del Capitale (riproduzione semplice e progressiva del capitale investito nella produzione), e il terzo delle "Conformazioni del processo d'insieme". A parte il quarto, sulla storia della teoria del valore, di cui vi sono materiali sin dalla Critica, il terzo libro infatti affronta la descrizione del processo d'insieme, studia la divisione del plusvalore tra i benefici di capitalisti industriali, proprietari fondiari e capitale bancario, e chiude con il capitolo "spezzato" sulle "Classi". La stesura doveva all'evidenza svolgersi sul problema dello Stato e del mercato internazionale, al che provvedono altri testi decisivi, anteriori e posteriori del marxismo.

Mercati e imperi

Nello stesso Manifesto e nel primo libro del Capitale, come è ben noto, sono di prima importanza i richiami al formarsi nel secolo XV, dopo le scoperte geografiche, del mercato ultra-oceanico, come dato fondamentale dell'accumulazione capitalistica, e alle guerre commerciali tra Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra.

Al momento della descrizione polemica e "di battaglia" del capitalismo tipo, è l'impero inglese che domina la scena mondiale, ed Engels e Marx dedicano a questo e alla sua interna economia il massimo dell'attenzione. Ma questa economia è liberalismo in teoria, imperialismo e monopolio mondiale nella realtà; e fin dal 1855, almeno. Lenin nell'Imperialismo fa stato a tal proposito della prefazione che nel 1892 Engels premetteva a una nuova edizione del suo studio "Le condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra", del 1844. Engels rifiuta di cancellare da quel lavoro giovanile la profezia della rivoluzione proletaria in Inghilterra. Gli pare più importante aver previsto che l'Inghilterra avrebbe perso il suo monopolio industriale nel mondo; ed aveva mille volte ragione. Se il monopolismo, giusta i passi che Lenin cita, servì ad addormentare il proletariato inglese, il primo formatosi nel mondo con contorni taglienti di classe, la fine del monopolio britannico ha seminato la lotta di classe e la rivoluzione nel mondo intero; chiaro che ci vorrà più tempo che nel fittizio "paese unico tutto capitalista" ma per noi la soluzione rivoluzionaria è già scontata in dottrina, e le vie e ragioni del "rinvio" la confermano. Essa verrà.

Citiamo un passo diverso da quello che cita Lenin, da quel testo: "La teoria del libero scambio aveva nel fondo una supposizione: che l'Inghilterra doveva diventare l'unico grande centro industriale di un mondo agricolo, ed i fatti hanno smentito completamente questa supposizione. Le condizioni della moderna industria si possono produrre ovunque vi è combustibile e specie carbone, ed altri paesi lo posseggono: Francia, Belgio, Germania, Russia, America... (le nuove odierne fonti di energia non vengono che a rafforzare la deduzione ). Essi cominciarono a fabbricare non solo per sé ma per il resto del mondo, e la conseguenza è che il monopolio industriale che l'Inghilterra ha posseduto per quasi un secolo è oggi irrimediabilmente spezzato".

Paradosso forse? Abbiamo potuto confutare la commedia del capitalismo libero con l'analisi di un caso contingente, solo in quanto era il caso più scandaloso della storia, di monopolio mondiale. Lasciate fare, lasciate passare, ma tenete in armamento la marina, maggiore della somma di tutte le altre, pronta a non lasciar fuggire i Napoleoni dalle Sant'Elene...

Nella precedente puntata abbiamo citato un passo del III libro di Marx che in una nuova sintesi di caratteri del capitalismo chiude col comma: Formazione del mercato mondiale. Non sarà male dare un altro sguardo potente.

"Il limite vero della produzione capitalistica e il capitale stesso. Il fatto che il capitale, con la propria messa in valore, appare come il principio e la fine, come la causa e lo scopo della produzione, che la produzione non è che produzione per il capitale: e non sono all'opposto (attenti! ora programma! programma della società socialista! ) i mezzi di produzione semplici mezzi per uno sviluppo sempre più esteso del processo di vita per la società dei produttori. I limiti nei quali soltanto possono muoversi la conservazione e la messa in valore del valore-capitale, che si fondano sulla espropriazione e sull'immiserimento della gran massa dei produttori, sono dunque in conflitto perpetuo con i metodi di produzione che il capitale deve impiegare per raggiungere il suo scopo e che perseguono l'illimitato accrescimento della produzione (Mosca, ascolti?); assegnano come scopo alla produzione la produzione stessa (Kremlino, sei in linea?) ed hanno in vista lo sviluppo assoluto della produttività sociale del lavoro. Questo mezzo - lo sviluppo senza riserve delle forze produttrici sociali - entra in conflitto permanente con lo scopo ridotto, la messa in valore del capitale esistente. Se il modo capitalistico di produzione è dunque un mezzo storico di sviluppare la forza produttiva materiale e di creare il mercato mondiale corrispondente, esso è al tempo stesso una contraddizione permanente fra la storica missione e le corrispondenti condizioni della produzione sociale".

Ancora una volta, resta ribadito che la "politica economica" russa sviluppa sì forze produttive materiali, estende sì il mercato mondiale, ma lo fa nelle forma di produzione capitaliste, costituendo sì un mezzo storico utile, come lo fu l'invasione dell'economia industriale a danno degli affamati scozzesi e irlandesi o tra gli indiani del Far West, ma restando in pieno nelle inesorabili morse delle contraddizioni che attanagliano il capitalismo, il quale potenzia il lavoro sociale sì, ma affamando e tiranneggiando la società dei lavoratori.

Da ogni lato dunque il mercato mondiale, di cui Stalin ha trattato, è il punto di arrivo. Esso non è mai stato "unico" se non in astratto, e lo potrebbe essere solo in quel paese ipotetico di capitalismo totale e chimicamente puro, contro cui abbiamo eretta la matematica dimostrazione di irrealizzabilità, talché se nascesse, andrebbe tosto in frantumi, come certi atomi e certi cristalli che possono vivere solo una frazione di secondo. Caduto quindi il sogno di un unico mercato della sterlina, Lenin può dare la magistrale descrizione della spartizione coloniale e semicoloniale del mondo tra cinque o sei mostri statali imperialisti alla vigilia della prima guerra. A questa non successe un sistema di equilibri, ma una nuova difforme spartizione, e lo ammette anche Stalin, riconoscendo che nella seconda guerra la Germania, sottrattasi "alla schiavitù" e "prendendo il cammino di uno sviluppo autonomo" ebbe ragione di dirigere le sue forze contro il blocco imperialista anglo-franco-americano. Come poi questo si concilii con tutta la smaccata propaganda sulla guerra non imperialista, ma "democratica", di tale blocco per tanti anni, fino alle attuali chiassate negli ultimi consigli comunali per la grazia al criminale Kesselring, guai se il compagno Pinkoff Pallinovich osasse domandarlo!

Nuova spartizione dunque, e nuova fonte di guerra. Ma avanti di passare al giudizio staliniano sulla spartizione, che alla seconda guerra è succeduta, non resisteremo a porre in onda un altro passaggio di Lenin nell'Imperialismo, dedicandolo particolarmente al dialogato dei giorni scorsi sulla parte economica. Lenin deride un economista tedesco, il Liefmann, che per cantare le lodi dell'imperialismo scrisse: il commercio è l'attività industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a disposizione i beni. Lenin assesta una stangata che colpisce molto oltre Liefmann: "Ne viene fuori che il commercio era già esistito presso gli uomini primitivi, che ancora neppure conoscevano lo scambio, e che continuerà ad esistere anche nella società socialista!". L'esclamativo si capisce è di Lenin: Mosca, come la mettiamo?

Parallelo o meridiano

Secondo lo scritto di Stalin l'effetto economico della seconda guerra mondiale, più che quello di mettere fuori causa due grandi paesi industriali e produttori alla ricerca di aree di smercio, come Germania e Giappone, trascurando l'Italia, è stato quello di spezzare in due il mercato mondiale. Prima si adopera l'espressione di disgregazione del mercato mondiale, poi si precisa che il mercato unico mondiale si è spezzato in due "mercati mondiali paralleli, opposti l'uno all'altro". Quali siano i due campi è chiaro: da una parte Stati Uniti, Inghilterra, Francia, con tutti i paesi che sono entrati nell'orbita prima del piano Marshall per la ricostruzione europea, poi del piano atlantico per la difesa europea e occidentale, e meglio per l'armamento; dall'altra parte la Russia, che "sottoposta ad un blocco insieme ai paesi di democrazia popolare ed alla Cina" ha formato con essi una nuova e separata area di mercato. Il fatto è geograficamente definito, ma la formula non è molto felice (salvo le colpe solite dei traduttori). Concesso per un momento che alla vigilia della seconda guerra vi fosse un vero mercato mondiale unico, accessibile in ogni piazza di smercio ai prodotti di qualunque paese, questo non si rompe in "due mercati mondiali", ma cessa di esistere il mercato mondiale, e al suo posto vi sono due mercati internazionali, separati da una rigorosa cortina traverso la quale (in teoria, e secondo quanto sanno le dogane ufficiali, il che oggi è poco) non avvengono passaggi di merci e di valute. Questi due mercati sono opposti, ma "paralleli". Ora ciò vale ammettere che le economie interne alle due grandi aree, in cui la superficie terrestre si è spezzata, sono "parallele", ossia dello stesso tipo storico, e ciò collima con la nostra presentazione dottrinale, e contraddice quella che lo scritto di Stalin vorrebbe varare. Nei due campi vi sono mercati, dunque economia mercantile, dunque economia capitalistica. Passi dunque per la dizione dei mercati paralleli, ma sia ben respinta la definizione che dica trattarsi ad Occidente di un mercato capitalista, ad oriente di un mercato socialista, contraddizione in termini.

Questo punto di arrivo dei due mercati "semimondiali", divisi all'incirca, ed almeno stando alla parte più avanzata del territorio abitato umano, non secondo un parallelo, ma secondo il meridiano della vinta Berlino, conduce ad una conseguenza notevolissima nello scritto di Stalin, e soprattutto se paragonato alla fallita ipotesi del mercato mondiale unico, tutto controllato da una federazione di Stati usciti vincitori dalla guerra, o controllato dal solo blocco occidentale col baricentro negli Stati Uniti. La conseguenza è che "la sfera di applicazione delle forze dei principali paesi capitalistici (Stati Uniti, Inghilterra, Francia) alle risorse mondiali non si estenderà, ma si ridurrà: che le condizioni del mercato mondiale (diremmo: estero) di sbocco per questi paesi peggioreranno, e si accentuerà la contrazione della produzione per le loro aziende. In questo consiste propriamente l'approfondirsi della crisi generale del sistema capitalistico mondiale".

La cosa ha fatto colpo: mentre i vari burattini tipo Ehremburg o Nenni sono mandati in giro a sostenere la "pacifica convivenza" e la "emulazione" tra due sfere economiche parallele, viene da Mosca affermato che si attende sempre che la sfera occidentale salti, per effetto di una crisi di affogamento dei troppi inutili prodotti che non si trova a chi vendere (e nemmeno a regalare, incatenando con debiti secolari), e alla quale non basta reagire colla ripresa frenetica degli armamenti, o la guerra in Corea, e in altri campi di brigantaggio imperialista.

Se questo ha scosso i borghesi, non basta per scaldare noi marxisti. Dobbiamo chiedere che cosa determinerà un simile processo nel campo "parallelo", di cui sopra; e col testo ufficiale, abbiamo dimostrato l'identica necessità di produrre di più, e di rovesciare fuori prodotti. E dobbiamo poi al solito trarre le conclusioni decisive dalla risalita della corrente storica e dalla contraddizione tra questo postumo tentativo di rimettere in piedi la visione rivoluzionaria di Marx-Lenin: accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra, rivoluzione! e le posizioni storiche e politiche incancellabili assunte in un lungo corso, e che dai partiti che in quel minato Occidente lavorano, si persiste ad assumere in controsenso spietato ad ogni sviluppo della pressione di classe, della preparazione rivoluzionaria delle masse.

Classi e Stati

Avanti la Prima Guerra Mondiale lo scontro è tra due prospettive. L'inevitabile contesa per i mercati, che provocherà la guerra, e la ripresa della tensione imperialista dopo la guerra, chiunque la vinca, fino alla rivoluzione di classe o al nuovo conflitto universale, costituisce la prospettiva di Lenin. Quella opposta, dei traditori della classe operaia e dell'Internazionale, dice invece che se viene schiacciato lo Stato aggressore (Germania) il mondo ritornerà civile e pacifico ed aperto alle "conquiste sociali". A diverse prospettive diverse conseguenze: i traditori invocano l'unione nazionale delle classi, Lenin invoca il disfattismo di classe entro ogni nazione.

Il conflitto era stato dilazionato sino al 1914 in quanto il mercato mondiale era ancora in "formazione" nel senso marxista.

Il concetto base di formazione del mercato mondiale, come mostrammo a proposito del mercantilismo capitalista, si fonda sulla "dissoluzione" - nel magma economico unico delle produzione del trasporto e vendita dei prodotti - delle "sfere di vita" e "cerchie d'influenza" ristrette, proprie del precapitalismo, entro le quali si produce e si consuma con una economia locale, autarchica, come quella delle giurisdizioni aristocratiche e delle signorie asiatiche. Finché avvengono all'interno e all'esterno queste "fusioni" delle macchie di olio nel solvente generale, il capitalismo tiene il ritmo del suo "geometrico" gonfiarsi, senza scoppiare. Non perciò entrano le isole in un unico mercato universale senza barriere: il protezionismo è antichissimo per le aree nazionali, e le piazze estere, scoperte dai navigatori, si tende dalle varie nazioni a monopolizzarle, colle concessioni di sovrani e sultani di colore, colle compagnie di commercio come le olandesi, portoghesi ed inglesi, colla protezione delle flotte di Stato e all'inizio perfino di navi piratesche, di scorridori "partigiani" del mare.

Comunque nella descrizione di Lenin non solo siamo quasi alla saturazione del mondo, ma gli ultimi arrivati stanno allo stretto nelle loro aree di smercio; di qui la guerra.

Seconda guerra. Il risorgere della Germania come grande paese industriale è da Stalin attribuito al desiderio delle potenze di Occidente di armare un aggressore alla Russia. Invero le cause prime furono la non devastazione militare del territorio germanico, e la sua non occupazione dopo l'armistizio. Lo stesso sviluppo di Stalin viene ad ammettere che le cause imperialiste ed economiche prevalsero su quelle "politiche" o di "ideologia" nel determinare il secondo conflitto, dal momento che la Germania si gettò sugli occidentali e non sulla Russia. Resta dunque assodato che la guerra del 1939 ed anni seguenti fu imperialista. Adunque si rinnovavano le due prospettive: o verso nuove guerre, chiunque avesse vinto, o verso la rivoluzione se alla guerra avesse risposto non la solidarietà delle classi ma il loro scontro - ed opposta a questa la prospettiva borghese identica a quella della prima guerra: tutto sta nel battere la criminosa Germania; tanto ottenuto, si navigherà verso il pacifismo ed il disarmo generale e la libertà e benessere di tutti i popoli.

Oggi Stalin dimostra di essere per la prima prospettiva, quella leninista, riportando avanti la spiegazione imperialista della guerra e la lotta per i mercati; ma è tardi per chi ieri gettò tutto il potenziale del movimento internazionale sull'altra prospettiva: lotta per la libertà contro il fascismo e nazismo. Che le due prospettive siano incompatibili è oggi ammesso, ma allora perché si continua a lanciare il movimento (ormai rovinato) sulla pista della versione liberale progressiva e piccolo-borghese, su quella della "guerra per gli ideali"?

Forse per prepararsi a buon gioco politico nella nuova guerra, da presentare come lotta tra l'ideale capitalista di Occidente, e quello socialista di Oriente, e nella smaccata gara delle bande politicanti dei due lati ognuna delle quali spera di affogare l'altra nella feroce accusa di "fascismo"? Ebbene l'interessante nello scritto di Giuseppe Stalin è che egli dice: no.

Per nulla scosso dalla storica responsabilità di avere nella seconda guerra spezzata la teoria di Lenin sulla inevitabilità delle guerre tra paesi capitalistici e sull'unico sbocco nella rivoluzione di classe, e peggio ancora da quella di avere rotta la sola consegna politica a quella teoria conseguente, coll'ordinare ai comunisti, prima di Germania poi di Francia, Inghilterra, America, di fare la pace sociale col loro Stato e governo borghese, il capo della Russia di oggi ferma i compagni che credono alla necessità di uno scontro armato tra il mondo o semimondo "socialista" e quello "capitalista". Ma anziché deviare tale profezia colla abusata dottrina del pacifismo, dell'emulazione, della convivenza dei due mondi, egli dice che è solo "in teoria" che il contrasto tra Russia e Occidente è più profondo di quello che può o potrà sorgere tra Stato e Stato dell'Occidente capitalista.

Si possono bene da parte di veri marxisti ammettere tutte le previsioni su contrasti nel seno del gruppo atlantico, e sul risorgere di capitalismi autonomi e forti nei paesi vinti, come Germania e Giappone. Ma il punto di arrivo di Stalin va bene analizzato, nella formulazione in cui vediamo invocata per analogia la ricordata situazione dello scoppio della II guerra mondiale: "la lotta dei paesi capitalistici per i mercati ed il desiderio di sommergere i propri concorrenti si rivelarono praticamente più forti che i contrasti tra il campo dei capitalisti e il campo del socialismo".

Quale campo del socialismo? Se, come dimostrato con le vostre parole, il vostro campo (che etichettate socialista) produce merci per l'estero con ritmo che al massimo volete potenziare, non si tratta della stessa "lotta per i mercati" e della stessa "lotta per sommergere (o per non farsene sommergere che val lo stesso) il proprio concorrente?". E nella guerra non potrete o dovrete entrare anche voi, come produttori di merci, il che in lingua marxista vuol dire come capitalisti?

Sola differenza tra voi russi e gli altri è quella che quei paesi industriali di pieno sviluppo sono già oltre l'alternativa di "colonizzazione interna" di sopravvissute isole premercantili, e voi siete impegnati in questo campo ancora a fondo. Ma la conseguenza che ne deriva è una sola: dato che la guerra venga inevitabilmente, quelli di Occidente avranno più armi, e dopo avervi sempre più premuti sul terreno della concorrenza sul mercato (avendo accettato scambio di prodotti e di valute, fino a che restate sul terreno emulativo non avrete altra via che quella dei bassi costi, bassi salari, e pazzeschi sforzi di lavoro del proletariato russo), vi batteranno su quello militare.

Come uscirne per evitare la vittoria americana (che anche per noi è il peggiore di tutti i mali)? La formula di Stalin è abile, ma è la migliore per proseguire nell'addormentamento rivoluzionario del proletariato, e nel rendere all'imperialismo atlantico il più alto servigio. Si evita di dichiarargli la famosa "guerra santa", il che varrebbe mettersi in luce sfavorevole nell'idiota discussione mondiale sull'aggressore, e si ripiega su un "determinismo" adulterato. Ma non perciò si ritorna - e sarebbe storicamente impossibile! - sul piano della lotta e della guerra di classe.

Il linguaggio stalinista è equivoco. La guerra, Lenin lo disse, verrà tra gli Stati capitalistici. Che faremo noi? Grideremo come egli fece ai lavoratori di tutti i paesi dei due campi: guerra di classe, inversione del fucile? Mai più! Faremo la stessa elegante manovra della seconda guerra. Andremo con uno dei campi, poniamo con Francia e Inghilterra contro Stati Uniti. Romperemo così il fronte e verrà il giorno in cui gettandoci sull'ultimo rimasto, anche se ex alleato, faremo fuori pure lui.

Nei corridoi oscuri tanto si propina agli ultimi ingenui proletari non ancora conformizzati con mezzi peggiori.

Guerra o pace

Ma allora, hanno chiesto molti al capo supremo, se di bel nuovo crediamo all'inevitabile guerra, che fare della vasta macchina che abbiamo montata per la campagna pacifista?

La risposta riduce a ben misere proporzioni la possibilità dell'agitazione pacifista. Potrà rimandare o posporre una qualche determinata guerra, potrà cambiare un governo guerraiolo in uno pacifista (ed allora cambierà o meno l'appetito dei mercati, dieci volte messo innanzi come fatto primo?). Ma la guerra resterà inevitabile. Se poi in una certa zona la lotta per la pace si sviluppi, da movimento democratico e non di classe, in lotta per il socialismo, allora non si tratterà più di assicurare la pace (cosa impossibile) ma di rovesciare il capitalismo. E che dirà Ciccio Nitti? Che diranno i centomila fessi che credono alla pace internazionale, e alla pace interna sociale?

Per eliminare le guerre e la loro inevitabilità, tale è la chiusa, è necessario distruggere l'imperialismo.

Bene! E allora, come distruggiamo l'imperialismo?

"L'attuale movimento per mantenere la pace si distingue dal movimento che svolgemmo nella prima guerra mondiale per trasformare la guerra imperialista in guerra civile, giacché quest'ultimo movimento andava oltre e perseguiva fini socialisti". Ben chiaro: la consegna di Lenin era per la guerra civile sociale, ossia del proletariato contro la borghesia.

Ma voi già nella seconda guerra avete buttato via la guerra sociale ed avete svolto, o "collaborazione" nazionale, o guerra "partigiana", ossia guerra non sociale, bensì dei fautori di uno dei campi borghesi e capitalisti contro l'altro campo.

Prenderemo allora l'imperialismo per il corno della pace o della guerra? Se un giorno imperialismo e capitalismo cadranno, sarà in pace o in guerra? In pace voi dite: non sfottete l'U.R.S.S., e noi agiamo in piena via legalitaria; quindi niente caduta del capitalismo. In guerra dite: non è più il caso della guerra civile ovunque come nella prima guerra, ma i proletari seguiranno la consegna di guardare quale campo capitalista affiancheremo usando il nostro apparato statale e militare di Mosca. è così che, paese per paese, la lotta di classe viene soffocata nel fango.

E' indubitato che l'alto capitalismo, checché sia della paccottiglia parlamentare e giornalistica, bene comprende come la "carta" di Stalin non sia una dichiarazione di guerra, ma una polizza di assicurazione sulla vita.

Jus primae noctis

Dopo aver descritto il grande lavoro compiuto dal governo di Russia nel campo tecnico ed economico, Stalin disse, almeno nei primi resoconti: ci siamo trovati di fronte ad un "terreno vergine" ed abbiamo dovuto creare dalle fondamenta nuove forme di economia. Questo compito senza precedenti nella storia, è stato portato onorevolmente a termine.

Ebbene, è vero: vi siete trovati davanti ad un terreno vergine. è stata la vostra fortuna, e la disgrazia della rivoluzione proletaria fuori di Russia. La forza di una rivoluzione, quale che essa storicamente sia, procede con tutto il suo vigore quando ha a che fare solo con ostacoli di un terreno selvaggio e feroce, ma vergine.

Ma negli anni in cui, dopo la conquista del potere nell'immenso impero degli Zar, i delegati del proletariato rosso di tutto il mondo vennero nelle sale del Trono rutilanti di ori barocchi, e si trattò di segnare le linee della rivoluzione che doveva abbattere i fortilizi imperiali borghesi dell'Occidente, qualcosa di fondamentale invano fu detto; e nemmeno Vladimiro intese. A ciò si deve che, se pure il bilancio delle grandi dighe, delle grandi centrali elettriche e della colonizzazione di immense steppe, si chiude con onore; quello della rivoluzione nel mondo capitalista di Occidente si è chiuso non solo disonoratamente, che sarebbe poco, ma col disastro per lunghi decenni irreparabile.

Quello che vi fu invano detto è che nel mondo borghese, nel mondo della civiltà cristiana parlamentare e mercantile, la Rivoluzione si trovava di fronte ad un terreno puttano.

Voi l'avete lasciata contaminare e perire.

Anche da questa sinistra esperienza, Essa rinascerà.

Fine

Da "Il programma comunista" nn. 1,2,3, e 4 del 1952

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