L'Orso e il suo grande romanzo (CVIII)

Con il Filo dell'ultima volta si è inteso mettere in risalto come siano parallele la sostituzione, all'interno dell'Unione sovietica, di compito economico capitalistico a compito socialista, e all'esterno, ossia nel movimento politico che alla Russia si collega, di propaganda ed ideologia borghese a quelle comuniste e marxiste. All'interno quanto all'esterno, del resto, la ortodossa teoria ostentata a tali dottrine proletarie è ormai soffocata dalle mille manifestazioni di questo fenomeno, cui abbiamo dato la definizione di "socialismo romantico", e che si riduce, con l'aggravante dell'anacronismo, ad una rifriggitura del romanticismo borghese.

Lo sviluppo della critica economica è già contenuto nelle puntate del "Dialogato con Stalin", e la dimostrazione della immancabile corrispondenza tra economia e ideologia è impostata nel Filo ultimo che molti compagni considerano di integrazione indispensabile del primo, contenendo esso anche una ulteriore chiarificazione dei concetti economici e sociali, che sono al centro del marxismo. Conviene osservare a tal proposito come sia utile che i compagni comunichino le loro impressioni sui punti che richiedono ulteriore insistenza o sugli altri che sarebbe utile trattare, in questi scritti che non hanno una progettata "sistematica" ma nascono anche da quel tanto di attenzione che va data alla cosiddetta "attualità".

Il marxismo contiene indiscutibilmente uno "schema obbligato" della storia, sebbene si debba procedere con grande delicatezza nello indicare le ossature vere e proprie, rivestite della multiforme massa delle varie manifestazioni accessorie. Seguendo ancora una volta il suo e nostro metodo, va con esso confrontata a fondo la serie di eventi che si indica sotto il nome di rivoluzione russa, e confrontata la valutazione che se ne è data prima e durante il loro svolgersi, nel fuoco di violenti dibattiti e lotte accanite.

Tesi sulla Russia

Torniamo per chiarezza a premettere il punto di arrivo della nostra ricerca, coerente ed implicita alla posizione tenuta da oltre trenta anni dalla Sinistra comunista italiana, ma non certo facile ad esprimere in un giorno, con l'inquadramento e il combaciamento degli accadimenti della seconda guerra mondiale e del suo scioglimento nell'attuale equilibrio o meglio pseudo-equilibrio politico.

1) Il processo economico in corso nei territori della Unione russa si definisce essenzialmente come l'impianto del modo di produzione capitalistico in forma modernissima in paesi ad economia arretrata, rurale, feudale ed asiatico-orientale.

2) Lo stato politico è bensì nato da una rivoluzione in cui il potere feudale è stato sconfitto da forze tra cui primeggiava il proletariato, era in secondo luogo il contadiname, ed era pressoché assente una vera borghesia; ma si è consolidato come un organo politico del capitalismo, a causa della mancata rivoluzione politica proletaria in Europa.

3) Le manifestazioni e le sovrastrutture tutte di tale regime, con le differenze dovute al tempo e al luogo, coincidono nel fondo con quelle di tutte le forme di capitalismo prorompente ed avanzante nel ciclo iniziale.

4) Tutta la politica e la propaganda di quei partiti che negli altri paesi esaltano il regime russo, si sono svuotate del contenuto di classe e rivoluzionario e ripresentano un complesso di atteggiamenti "romantici" superati e privi di vita nello svolgimento storico dell'Occidente capitalista.

5) L'affermata assenza attuale di una classe borghese statisticamente definibile non basta a contraddire le tesi precedenti, essendo fatto constatato e preveduto molto prima della rivoluzione dal marxismo, ed essendo la potenza del moderno capitalismo definita dalle forme di produzione, e non da gruppi nazionali di individui.

6) La gestione della grande industria da parte dello Stato non contraddice in nulla alle tesi precedenti, avvenendo sulla base del salariato e dello scambio mercantile interno ed estero, ed essendo un prodotto della moderna tecnica industriale, identicamente applicata come in Occidente, appena caduto l'ostacolo dei rapporti preborghesi di proprietà.

7) Nulla dice in contrasto alle tesi precedenti l'assenza di una forma di democrazia parlamentare, la quale dovunque esiste non è che maschera della dittatura del Capitale, e che è superata e tende a sparire ovunque la tecnica produttiva per le ulteriori invenzioni si fonda su reti generali e non su installazioni autonome; mentre d'altra parte la dittatura palese è stata adottata da ogni capitalismo sorgente e nella fase di "adolescenza".

8) Ciò non autorizza a dire che il capitalismo russo è "la stessa cosa" di quello di ogni altro paese, poiché vi è differenza tra la fase in cui il capitalismo sviluppa le forze produttive e ne spinge l'applicazione oltre antichi limiti geografici, formando la trama della rivoluzione mondiale socialista; e quella in cui sfrutta le forze stesse in modo soltanto parassitario mentre hanno già raggiunto e superato da tempo il livello che consente di volgerle al "miglioramento delle condizioni del vivente lavoro", consentito solo alla forma economica non più fondata su salario, mercato e moneta, proprio della sola forma socialista.

Le prime quattro tesi sono enunciative, le secondo quattro polemiche. Sono necessarie per quei pezzi di fessi che, dicendosi marxisti non stalinisti, mostrano di non avere ancora afferrato il peso che nel sistema marxista di dottrina hanno i tipi economici di produzione e di scambio, le classi sociali che in essi si presentano, e i conflitti di forze politiche cui queste pervengono.

Il calcio nel sedere

Applichiamo il nostro metodo nel dare la massima importanza, ai fini che tanto interesse sollevano della "analisi" di quanto oggi accade, e della "prospettiva" di quanto accadrà, alle passate enunciazioni del processo, date prima che esso si verificasse dal "corpo" del partito, della scuola, della banda storica e sociale marxista, dato che per noi la partita è perduta se non proviamo che si aveva nel pugno, e in forma definita fin dal primo tempo, la vera e propria arma della visione del corso storico, con la sua potente invarianza nel corso ultrasecolare. La nostra dottrina non è un complesso plastico o eterogeneo , ma è un elemento unitario della storia, e se questo cade in difetto resta una sola alternativa: soccombere. Abbiamo detto elemento per sottolineare il concetto di unità inscindibile, che non esclude quello di organico insieme di parti minori. Un atomo contiene moltissime particelle, ma se perde un elettrone "non è più quello". Così una molecola, se un atomo sfugge o anche cambia posto; così un cristallo se muta di un secondo di arco l'angolo di una faccia. Una pietra, una roccia o un muro restano gli stessi togliendo o aggiungendo un pezzetto. Gli opportunisti vogliono un partito che resti sempre in piedi anche facendo di queste operazioni, e a poco a poco sostituendo tutta la struttura. Così l'affarista è pronto ad accrescere pietra su pietra la sua casa, e trema solo se la perde, pronto a murarla in una più importante; e questo per lui è tutto, anche se a tal fine deve farne una casa da tè.

Dinanzi ai soliti storcimenti di muso di quelli cui riesce nuovo lo stravecchio, non resta che mostrare un po' quanto fossero Marx e Lenin filotempisti.

Lenin, descritto come il campione della elasticità del marxismo, dice bensì nel suo opuscolo del 1914 su Marx: "nel marxismo non v'è nulla che assomigli al "settarismo" inteso come una specie di dottrina chiusa e irrigidita, sorta fuori della strada maestra dello sviluppo della storia mondiale". Ed infatti non potremmo sostenere la unità invariante di tale dottrina, se ne ponessimo il nascere ad arbitro nel corso della lotta storica e l'occasione nell'apparire di un uomo, per quanto dal cervello potente. La dottrina storica del proletariato moderno poteva e doveva nascere, come noi oggi la professiamo e difendiamo non disposti a mollarle nemmeno un lembo, proprio allora, ossia circa un secolo addietro. Non prima, né dopo. E Lenin "crede ad occhi chiusi" più di noi, se subito in seguito così si esprime: "La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta. Essa è completa ed armonica, e dà agli uomini una concezione integrale del mondo, che non può conciliarsi con nessuna superstizione, con nessuna reazione, con nessuna difesa dell'oppressione borghese".

Concessione armonica completa ed integrale è quella che non solo abbraccia tutti i campi di fenomeni e tutto il terreno di vita geografico della umana specie, ma anche tutto il ciclo del suo sviluppo sociale passato e futuro, come per la geofisica e l'astrofisica, che nulla direbbero se dichiarassero di battere la testa contro il muro dell'oggi, concetto che pare così immediato e sicuro, ma che la critica riduce facilmente a poco meno di una superstizione.

Nelle pagine che seguono Lenin batte fieramente sui revisionisti, gli aggiornatori i modificatori della dottrina originale. Ecco alcune delle sue frasi, non potendo riportare tutto il capitolo. "Soltanto la valutazione oggettiva di tutto l'insieme dei rapporti reciproci di tutte le classi di una data società, senza eccezioni e per conseguenza anche la considerazione del grado di sviluppo oggettivo dei rapporti (...) possono servire di base alla giusta tattica della classe di avanguardia. Inoltre tutte le classi e tutti i paesi devono essere considerati non in una situazione statica ma dinamica, non in stato di immobilità, ma di movimento, le cui leggi derivano dalle condizioni di esistenza economica di ogni classe. A sua volta il movimento deve essere considerato non solo dal punto di vista del passato ma anche dell'avvenire...Venti anni contano un giorno nei grandi sviluppi storici, scriveva Marx ad Engels, ma vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni (Lenin scrive questo prima della tremenda ora di Ottobre 1917!) Da un lato si devono utilizzare ai fini dello sviluppo della coscienza delle forze e della capacità di lotta della classe di avanguardia le epoche di stagnazione politica e di lento sviluppo, cosiddetto "pacifico", e dall'altro orientare tutto questo lavoro nella direzione dello "scopo finale" del movimento di tale classe, suscitando in essa la capacità di risolvere i grandi problemi nelle giornate culminanti che concentrano in sé venti anni".

La faccia opposta è quella del revisionismo, che vuole folleggiare allorché la rivoluzione stagna, e rintanarsi o passare di là quando esplode. "Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici, dimenticare gli interessi vitali del proletariato, e i tratti fondamentali del capitalismo, di tutta l'evoluzione del capitalismo (...) Ogni problema più o meno nuovo (sottolineato nel testo) ogni svolta più o meno inattesa e imprevista portano inevitabilmente all'una o all'altra varietà di revisionismo".

"E' del tutto naturale - dice Lenin dopo il richiamo alle ragioni economico-sociali dell'opportunismo - che debba essere così e sarà così sempre sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria".

Era scontata dunque anche la serie pestifera di ondate degli aggiornatori e correttori. La descrizione del metodo è classica e si attaglia a tante gradazioni di imbonitori che anche oggi ci affliggono e che non meritano altro che un calcio nel sedere. Con umano rammarico poiché non per tutti è possibile la commutazione di pena in quella di uno scanno parlamentare sotto il medesimo.

Ieri

Indagine nel futuro

Come il marxismo vedeva venire la rivoluzione in Russia? Nel suo libro su Stalin, Trotzky, in una Appendice interessante, dà uno scorcio delle tre "prospettive" che si scontrano nel seno dello stesso movimento socialista russo. In una sua tabella cronologica indica poi come una delle prime "profezie" date in memoria dai socialisti di Occidente il passo di una lettera di Carlo Marx a Sorge, in data 1 settembre 1870: "Ciò che gli asini Prussiani non vedono è che la guerra presente (con la Francia) conduce necessariamente ad una guerra tra la Germania e la Russia, come la guerra dal 1866 condusse alla guerra tra la Prussia e la Francia. Ecco il migliore risultato (corsivo di Marx: che avemmo occasione di dedicare a chi non capisce la teoria del minor male nell'esito di date guerre) che io ne aspetto per la Germania. D'altra parte una tal guerra numero due agirà come levatrice della inevitabile rivoluzione sociale in Russia".

Prima di mostrare come i russi vedevano la loro rivoluzione, e pure rilevando che il movimento socialista europeo ha poco trattato, negli anni pacifici a cavallo dei due secoli, il grosso problema, conviene ricordare ancora i giudizi di Marx e di Engels.

Engels ebbe nel 1874 una polemica con Tkaciof, che può considerarsi il fondatore teorico del partito "populista" preconizzante una rivoluzione di soli contadini contro lo zarismo, poi diviso in un'ala terrorista e una di pubblica propaganda. Il Tkaciof sostiene che lo sviluppo sociale in Russia non seguirà il tipo dei paesi di capitalismo industriale e non si avrà una lotta di classe tra borghesi e proletari in quanto sulla base della secolare organizzazione degli artel o comunità contadine, che gestiscono la terra in comune, i contadini stessi insorgeranno per abbattere lo zarismo e istituire un socialismo della terra. Engels ribatte a fondo questa tesi e vi ritorna in una Appendice del 1894, anno precedente quello della sua morte. Egli fa leva sul passo di Marx nella prefazione alla edizione russa del Manifesto: che è del 21 Gennaio 1882, dunque posteriore alla lettera a Sorge e che anche è fondamentale: "Può la comunità Russa, questa forma della originale proprietà collettiva del suolo, già fortemente in dissoluzione immediatamente trasformarsi in una forma più alta di proprietà comunista - o deve prima attraversare quel processo di dissoluzione che caratterizza lo sviluppo storico dell'Occidente? La sola risposta oggi possibile a questa domanda è la seguente: Se la rivoluzione russa da il segnale ad una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che l'una completi l'altra, la proprietà terriera russa comune può diventare il punto di partenza di uno sviluppo comunistico".

Il precedente noto periodo, e il commento di Engels, rilevano che già nel tempo 1882 (e più assai in quello 1894 non vi sono dubbi che in Russia sorge un capitalismo industriale, col relativo proletariato urbano, ed una forma di proprietà terriera borghese, cui aveva dato in parte la via la riforma del 1861 contro la servitù della gleba. Nel 1877 poi, in una nota al Capitale, Marx stabilisce che la Russia sta perdendo "la più bella occasione di saltare oltre a tutte le alternative fatali del sistema capitalistico".

Oggi appare chiaro che l'industria capitalistica si era in Russia tanto sviluppata che nelle rivoluzioni del 1905 e del 1917 gli operai delle grandi aziende hanno avuto la parte di primo piano. Fin qui dunque Marx aveva veduto diritto: la Russia non arriverà al capitalismo senza aver trasformato una buona parte dei suoi contadini in proletari; e quindi, una volta gettata nel vortice della economia capitalistica, dovrà sopportare le inesorabili leggi di questo sistema, appunto come avviene agli altri popoli. E questo è tutto!

Ai fini della riprova della nostra tesi che la Russa, soprattutto in quanto è venuta a mancare la rivoluzione socialista in Europa, soggiace oggi alle leggi economiche del sistema capitalistico, rileviamo alcuni suggestivi passi del testo di Engels in parola.

Engels premette che, comunque si risolva la questione della rivoluzione antizarista, essa è una esigenza per la lotta del proletariato europeo: ne sia protagonista la classe contadina o una borghesia capitalista, o un sorgente proletariato urbano, la caduta dello zarismo meriterà sempre che vi si collabori in quanto liquidando gli ultimi spettri del medioevo svincolerà da ogni alleanza di classe il proletariato di Occidente.

Socialmente egli nota che nel nostro "schema" non è contemplata la possibilità di saldare il comunismo "primitivo" col comunismo proletario. Il primo è esistito anche in Europa ed esiste in Asia. L'artel russo poi non è vera agricoltura collettiva: "la terra non viene coltivata in comune e diviso il prodotto, al contrario viene di quando in quando divisa la terra tra i capi famiglia e ognuno coltiva il suo lotto per sé". Per la ragione che non era comunista l'artel, non lo è oggi il "colcos".

Rispondendo alla sciocca accusa: allora volete, come i liberali sostengono, che l'artel e la sua forma amministrativa il mir siano sciolti per far luogo alla proprietà privata, Engels ripete che "solo la vittoria del proletariato occidentale sulla borghesia, la sostituzione ad essa congiunta della produzione sociale alla produzione capitalista, è la condizione indispensabile della elevazione della comunità russa allo stesso grado" (da locale a sociale).

Un rilievo è importante: "Tutte le forme di società delle gentes sorte prima della produzione delle merci e dello scambio individuale hanno questo di comune colla società socialista: che certe cose, mezzi di produzione, sono possedute ed usufruite in comune". Ma ciò che non dice che la forma socialista possa sorgere dalla prima, se non si interpone la fase mercantile. A questa luce appare decisiva la formale ammissione di Stalin che nella Russia oggi vige la produzione di merci e lo scambio individuale (giusta la legge del valore). Storicamente il periodo industriale mercantile si è interposto tra la società rurale delle gentes ed il socialismo.

La prima comunità, come al tempo di Solone ateniese, si dissolse col passaggio dalla economia naturale alla economia del danaro. Vedremo, dialetticamente, costruire il socialismo, quando vedremo ridistruggere la economia monetaria.

Frattanto, al 1894, la rivoluzione di tipo populista non era venuta avendo i nichilisti terroristi ed anarchici soggiaciuto alla feroce polizia zarista. Ma il capitalismo industriale avanzava a passi di gigante. Qui vi sono differenze radicali col sorgere dell'industrialismo in Occidente. Le ferrovie precedono l'industria, perché lo stato zarista le trova necessarie dopo le sconfitte militari del '55 e '77. Con enormi debiti verso l'estero lo stato imperiale fondò le industrie: "vennero le sovvenzioni e i premi per le intraprese industriali, i dazii protettivi...". Di più: "il governo fece sforzi spasmodici per portare in pochi anni lo sviluppo capitalistico della Russia al punto culminante". Notiamo intanto che Engels si limita a trattare delle provincie europee della Grande Russia. Comunque già i dati economici del 1894, tanto distante dal 1917, conducono alla conclusione della identità delle leggi sociali in tutti i paesi, contro le pretese teorie di rivoluzioni "originali", la calata degli slavi a "ringiovanire" la marcia Europa (buon cavallo di battaglia di ogni propaganda antirussa), e l'attesa di accadimenti altrove impossibili; attesa oggi circolante con la etichetta: costruzione del socialismo in un solo paese!

"Il tempo dei popoli eletti è per sempre passato (...) Accade quello che è possibile date le circostanze: quello che si fa ovunque e sempre nei paesi ove si producono le merci, per lo più soltanto con mezza coscienza o del tutto meccanicamente e senza sapere quel che si fa".

Le tre vedute russe

Veniamo alla presentazione di Trotzky delle tendenze nel partito socialdemocratico russo, sorto finalmente su basi proletarie e marxiste.

Destra menscevica. La rivoluzione avrà come contenuto sociale il passaggio ad una piena economia capitalista, e solo dopo decadi di regime borghese potrà parlarsi di una lotta per il potere del proletariato contro i capitalisti. Forza principale della rivoluzione contro lo Zar sarà la borghesia, che il proletariato non deve "spaventare" ma sostenere con un impegno di alleanza da estendersi al governo provvisorio, che darà una costituzione parlamentare.

Sinistra bolscevica. La borghesia russa non è assolutamente né sarà mai capace di lottare con successo contro lo zarismo né di amministrare il paese dopo la rivoluzione. Non si può tuttavia pensare ad una rivoluzione fatta dal solo proletariato urbano e ad un governo socialista. Ma se la borghesia è socialmente impotente, bisogna rifiutarla come alleato politico nella insurrezione e nel governo provvisorio, e trovare altro alleato: la classe contadina oppressa dalla dominante nobiltà feudale. Alla insurrezione condotta da operai nelle città e contadini nelle campagne succederà come governo, con la esclusione dei partiti borghesi, la "dittatura democratica degli operai e dei contadini".

Per capire questa prospettiva, in breve e senza citare cento passi di Lenin, Trotzky ed altri, si afferri questo. Tale rivoluzione socialmente sarebbe stata una rivoluzione "borghese"; instaurando nella terra la libera proprietà privata e nell'industria il pieno capitalismo. Politicamente sarebbe stata democratica appunto in quanto non si sarebbe avuto un governo di classe, ma un governo di popolo: proletari contadini e altre classi povere. Sarebbe stata una dittatura in quanto i nuovi borghesi padroni di terre e di fabbriche sarebbero stati fuori dall'alleanza dei partiti di governo. Dopo questa rivoluzione non si sarebbe cominciata la costruzione del socialismo: Lenin ha detto cento volte che il contadino piccolo proprietario non è, né può essere, socialista, e per formare le premesse di un socialismo della terra occorre uno sviluppo industriale esteso in ampiezza dieci volte più di quello che la Russia aveva al tempo della rivoluzione. Al culmine però del programma che Lenin tracciava a tale tipo di rivoluzione, stava, insieme alle varie riforme di struttura "senza fare a meno delle fondamenta del capitalismo", un ultimo ma non minore vantaggio: portare la conflagrazione rivoluzionaria in Europa.

Concludendo: per la rivoluzione antifeudale il proletariato in Occidente ben fece ad allearsi con la borghesia audacemente rivoluzionaria. In Russia è ugualmente pronto a combattere per tale scopo non suo, ma dato che - come la storia confermò - la borghesia non vuol lottare, si alleerà coi contadini. La alleanza oparai-contadini ha fine borghese-democratico, non fine socialista. Ma altra via non vi è per superare lo svolto storico.

Trotzkysti-internazionalisti. Eguale rifiuto alla alleanza colla borghesia russa liberale. Governo dittatoriale del proletariato con l'appoggio temporaneo della massa contadina. Impostazione immediata di una lotta per il socialismo: rivoluzione permanente (era il richiamo della formula di Marx nel 1848 per la Germania, quando sembrava possibile la prospettiva di una vittoria europea del proletariato; solo che in quel caso la serie era vista ancora più serrata: alleanza con la borghesia e vittoria insieme con essa; denunzia immediata dell'alleanza e nuova lotta per rovesciare il potere borghese).

Ma usiamo le parole stesse di Trotzky: "La dittatura del proletariato, che inevitabilmente avrebbe messo all'ordine del giorno non i soli compiti democratici (intendi sempre: liquidazione di ogni vestigia di autocrazia e boiardocrazia, sia quando parla Trotzky che Lenin, mai edificazione di democrazia come punto di arrivo) ma anche quelli socialisti, avrebbe nello stesso tempo dato un impeto poderoso alla rivoluzione socialista internazionale. Solo la vittoria del proletariato nell'Occidente avrebbe potuto proteggere la Russia dalla restaurazione borghese e assicurare la possibilità di farle attuare l'instaurazione del Socialismo".

Concludendo: se oggi, dominando il vecchio e sinistro capitalismo di Europa ed America, il potere erede di fatto della insurrezione che travolse lo Zarismo è dedito a costruire giovane capitalismo nell'impero eurasico ed oltre i bordi da tre lati, il fatto corrisponde alla dottrina, alla visione, alla previsione che dettero prima della rivoluzione russa quattro esponenti della nostra dottrina: Marx, Engels, Lenin, Trotzky.

Oggi

Il dramma storico

Non in questo giorno possiamo seguire la linea di quanto ebbe come programma sociale il governo dei bolscevichi, soli al potere dopo la vittoria di Ottobre. Questo governo visse di guerra civile guerreggiata e di sforzi potenti per la rivoluzione in Europa i suoi grandi anni. Se noi volessimo dare una graduatoria dei compiti di quella lotta, che va designata col nome di Lenin oltre che di un gruppo di magnifici lottatori distrutto negli eventi successivi, metteremmo prima: Stato e Rivoluzione - al secondo posto: la Terza Internazionale - al terzo posto: l'ottobre rosso, e la sconfitta della controrivoluzione armata.

Ci interessa infatti più il solido possesso del corso storico della rivoluzione in quanto valido per tutti i tempi e per tutti i paesi, che lo stato degli effettivi nel presente stadio storico della organizzazione rivoluzionaria e che le vicende di un potere locale per grande che sia il paese che controlla. Lenin stesso citò nelle dette pagine il pensiero di Marx: "Egli salutò, nella lettera a Kugelmann al tempo della Comune, con entusiasmo l'iniziativa rivoluzionaria delle masse che danno l'assalto al Cielo. Ma la sconfitta dell'azione rivoluzionaria, in questa come in molte altre situazioni, era, secondo il materialismo dialettico di Marx, minor male, per l'andamento generale e per l'esito della lotta proletaria, che l'abbandono di una posizione conquistata e la resa senza lotta, perché una tale capitolazione avrebbe demoralizzato il proletariato e demolita la sua capacità di combattere".

Se oggi il bilancio della rivoluzione russa e mondiale, per noi sempre inseparabili nella vittoria o nella caduta, come da trentacinque anni sosteniamo, conduce a constatare che la conquista di Ottobre è perduta, come potere assoluto al solo partito proletario e comunista; che la ricostruita Internazionale del 1919 è del tutto liquidata, resta la riconquista della linea del corso storico proletario martellata nei passaggi obbligati: guerra civile, terrore rosso, distruzione della borghesia, distruzione del capitalismo: sempre e dovunque vi siano le condizioni per tentarlo.

Ben altrimenti vedono la questione quelli che pongono al primo posto il "personale politico": il partito nominalmente definito, il gruppo di gerarchi, il capo, il successo occasionale nella lotta armata o meno, la pretesa che un nome o una etichetta seguitino, checché sia, a rappresentare la classe e il suo compito storico. Ed è qui che la linea trotzkista si è rotta senza speranza, volendo tutto ridurre ad un affare di palazzo, ad un intrigo di persone: resta la forma economica proletaria, il capitalismo non ha ripreso il controllo della società e del potere, solo uno strato di burocrati o un gruppo, una cricca di avventurieri ha rubato al proletariato russo il potere! Ma allora l'economia proletaria in un solo paese e senza rivoluzione internazionale ridiventa possibile? Allora il materialismo di Marx non si legge più nel senso che le forme di produzione proiettano e definiscono il potere di classe, e il rapporto sta in controsenso, per decenni e decenni, in una situazione in cui non divampa lotta rivoluzionaria, né esplodente né permanente? E non è questo rifiutare il marxismo, per sostituirvi una condanna morale a Stalin, tipo facinoroso?

Se invece si afferma, come da noi si fa, che Stalin, il governo, tutto l'apparato amministrativo russo, senza volontà né colpe di profilo criminale, esprimono semplicemente la realtà di un compito di diffusione sulle vie del mondo del grande tipo capitalista di produzione, e in nulla quello di una costruzione di rapporti sociali comunistici, e si riprova che (a parte una scolastica e fredda ripetizione del nostro bagaglio teorico) anche nella politica, nella diplomazia, nella propaganda, nella stampa, nella scienza, nella letteratura, nell'arte, capitalisticamente sono costretti ogni giorno più ad atteggiarsi: allora si resta sulla linea marxista. E il punto di partenza sta nell'effettivo esame di quel compito produttivo economico e sociale.

Il giorno che un tizio, ignoto od illustre, sia processore per colpa di violenza carnale alla storia, quel giorno il vero imputato trascinato alla sbarra sarà il marxismo. Non dobbiamo trovare di chi fu la colpa e tanto meno di chi furono i meriti, ma quale risultato ci abbiano dato gli eventi, non a noi, transeunti e inutili nominativi, ma alla combattente classe proletaria, perché questa possa nel prossimo ritorno rosso sapere dove dovrà battere e dove dovrà finalmente sfondare, senza esclusione di colpi e senza limiti di etiche, per sradicare dalla terra il sistema capitalista.

Non nuovo per queste scene

Avremo tolta di mezzo la formula vana di una "paese proletario" ove il capitalismo è superato ma il governo è usurpato da traditori, se vedremo che la rivoluzione russa ha appena, socialmente, e dopo aver avuto 36 anni di tempo, assolti tutti i compiti economici di una rivoluzione borghese.

Perché intendiamoci bene, per tutti i demonii, se un Lenin ci dice: prendiamo per il partito proletario il potere politico in un paese ove i dati sociali capitalisti mancano ancora, noi ci stiamo. Se ci dice: abbiamo il potere e di socialistico non possiamo fare che poco, o nulla, e solo vedere ingrandire le prima infrenate forze produttive capitaliste, ma teniamo duro per portare la rivoluzione laddove le forze produttive sono strafiorite e ridondanti, ci stiamo pure. Ma questa situazione storica, quando sia data, non può risolversi nell'uno o nell'altro senso in pochissimi anni. A più forte ragione non troveremmo strano che nel breve interregno e con le poche forze residue dalla lotta politica e militare, si facessero piani economici nel senso di favorire e accelerare al massimo la arretrata evoluzione da feudalesimo a capitalismo pieno. Ma davanti a cinquine di quinquenni come quelli di Stalin non vi è più da esitare su queste ipotesi di trapasso. Se non è (e non è) piano socialista, è tutto capitalismo, e la organizzazione sociale, amministrativa, governativa del paese non ha alcuna particella di carattere proletario. Altrimenti sarebbe da prendere il marxismo e rovesciarlo colla testa al posto dei piedi.

Un passo di Lenin (ci importa terribilmente di invocare Marx di seconda mano traverso Lenin, per quella tale invarianza da ribadire) ci conduce a ricostruire bene i compiti economici della "costruzione del capitalismo", sulla base di quanto Marx nel Capitale enunciò in tema di accumulazione iniziale. "L'espropriazione e l'espulsione di una parte della popolazione agricola non libera soltanto degli operai, i mezzi di esistenza di essi e i loro strumenti di lavoro per il capitalismo industriale, ma crea altresì il mercato interno".

Abbiamo illustrato quanto Stalin dice per la discesa della Russia nel mercato mondiale, processo altamente capitalista, e processo che la Russia come complesso economico nazionale svolge, ecco il punto, per la prima volta.

Ma va detto di più. Ivi il mercato interno, salvo poche provincie, non esisteva ancora nel 1917, e i piani quinquennali, in uno alla riforma agraria, lo hanno testé costruito. La economia di Stalin non produce tuttora merci (come egli tenta di dimostrare sforzando la tesi che il socialismo possa continuare per un certo periodo a dare prodotti con carattere di merci) ma alla grande scala produce merci su tutto il territorio per la prima volta.

Tanto stritola la tesi dello Stalin socialista, ma stritola anche quella dello Stalin agente provocatore della reazione.

L'artel non produce merci: i suoi prodotti si assegnano al consumo in natura nello stretto perimetro della tribù collettivista. Anche i prodotti della economia terriera feudale non sono merci: il servo dà al barone due cose: prodotto in natura, e tempo del suo lavoro. La riforma del 1861 sopprime non il primo, ma il secondo aspetto soltanto, che ha di schiavismo, e con ciò libera dal domicilio obbligato, che è come Engels nota magistralmente un servizio reso alla possibilità di sviluppare capitalismo. Ma restando la prestazione in natura dei prodotti del lotto di terreno lavorato dal contadino, non si forma ancora in pieno il mercato interno dei prodotti agrari, altra condizione per l'apparire del salariato a grande scala. Della rivoluzione del 1917 è rimasto questo risultato immenso: annientato il privilegio terriero, si è accesa la striscia di polvere dell'incendio mercantile trascorrente - come in America nel senso opposto - dall'Atlantico al Pacifico.

Prologo - Catastrofe - Epilogo

E' nel terzo volume del Capitale che Marx dà - e Lenin riporta - una definizione essenziale del trapasso che corrisponde alla vittoria borghese e in parte di addensa come suo prologo, costituendone dopo la esplosione il pieno epilogo. Così in Francia: cahiers de doléances, o rivendicazione dei poveri bifolchi - incendio della Bastiglia e dei castelli feudali o grande rivoluzione - riduzione della terra e del prodotto agrario ad articolo di commercio: codice Napoleone.

"La trasformazione della rendita in natura in rendita in danaro non è solo necessariamente accompagnata, ma è anche preceduta dalla formazione di una classe di braccianti nullatenenti, che si affittano per danaro".

Questo vuol dire che l'ipotetico salto dal comunismo primitivo a quello integrale si sarebbe avuto se il prodotto agrario non solo non fosse divenuto rendita in natura per il signore che non vi aveva lavorato, ma nemmeno merce capace di trovare un mercato interno su cui cambiarsi in moneta, per pagare l'affitto al proprietario borghese di terra. In quella ridente, difficile ipotesi il prodotto del mir russo sarebbe passato, senza formazione di mercati nazionali né mondiali, ai paesi di comunismo industriale che avrebbero posto i manufatti a disposizione del russo mugik.

Ciò, è chiaro, non fu. Accadde "quel che poteva accadere", e l'avvocato Federico discrimina l'imputato Josif. Il membro del colcos produce alcuni alimenti per suo conto e li mangia; altri ne cede alla amministrazione, che per lui li vende per comprare prodotti manufatti dallo stato-industriale, mentre col ricavato di altri paga, se non affitti a padroni, tasse allo stato-padrone. Stalin, il proletariato, la Rivoluzione d'Ottobre, volessero questo od altro, con coscienza o "mezza coscienza" hanno costruito il mercato interno. Chi creda questo poco risultato, pensi che nella Francia di 550 mila chilometri quadri ha impiegato a sorgere, da Carlo Magno a Napoleone, mille anni circa e che oggi si tratta, e senza i satelliti di Europa ed Asia, di ventitré milioni di chilometri quadri.

Messo a posto mercato interno e grande industria di stato, col recente proclama dichiarano di scendere sul mercato mondiale.

La rivoluzione borghese russa is over. è un fatto compiuto. I fessi cronici possono ridere di noi - e di lei.

Patiti del Feuilleton

Il romanzo dell'Orso non è stato evidentemente narrato in tutti i capitoli, e non è finito. Bisognerà che continui, e sarà il caso di raccomandare il titolo alla redazione dell'Unità, colle sue preferenze romantiche in letteratura: Venti anni dopo.

Da "Il programma comunista" n. 3 del 1953.

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