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Appunti sul Quaderno "La dottrina dei modi di produzione"

 

"Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista"

 

Prefazione – L’importanza delle formazioni economiche e sociali nella dinamica storica

 

Il presente testo di Bordiga è apparso nei nn. 3-6 del 1958 de Il programma comunista col titolo Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi, storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista.

In appendice pubblichiamo Peculiarità dell’evoluzione storica cinese, apparso nei nn. 23-24 dello stesso anno, allo scopo di integrare i riferimenti alla grande rivoluzione cinese.

L’importanza dell’argomento, più che trattare specificamente della rivoluzione in Cina, sta nel sottolineare che ogni passaggio da un modo di produzione all’altro mostra a chi lo studia gli invarianti che seguono la dinamica storica. Non può infatti definirsi dialettico e marxista chi non sa leggere, ogni qualvolta si discute del passaggio da precapitalismo a capitalismo, i taglienti enunciati del passaggio da capitalismo a comunismo: la comprensione cioè del passaggio storico dal precapitalismo al capitalismo è nello stesso tempo comprensione del passaggio storico dal capitalismo al comunismo.

A differenza dello storico, il marxista non si limita a mettere i fatti storici unicamente in una sequenza temporale: egli vi cerca la base di tali fatti nello sviluppo delle forze produttive da cui scaturiscono nuovi rapporti di produzione, sui quali si sviluppa in seguito la sovrastruttura ideologica, giuridica e politica. Nella migliore delle ipotesi, lo storico – e non pochi che si richiamano al marxismo – parlano di specifici fatti che causano dei grandi cambiamenti: scoperta del fuoco, rotazione delle colture, la scoperta della polvere da sparo, la rivoluzione industriale, ecc.; queste sono banali semplificazioni e la capacità, ad esempio, di controllare il vapore non ha nulla a che vedere con le vere cause della rivoluzione industriale.

Per comprendere la dinamica dei modi di produzione non basta sottolineare eclatanti episodi al suo interno. La cosa fondamentale è chiedersi se esistono leggi della storia e la risposta diventa positiva se in questa troviamo delle invarianti, delle regolarità, che permettono di parlare di scienza della storia, ossia di trattare dati qualitativi in termini quantitativi.

Marx parla di categorie che possono passare invariate lungo la storia: famiglia, proprietà, Stato. Queste comunque subiscono delle trasformazioni: ad esempio la proprietà è presente in tutte le società di classe, ma va pure sottolineato che la proprietà capitalistica è diversa da tutte le altre forme di proprietà.

Data l’attuale maturità delle forze produttive, oggi, con il marxismo, si pone fine alla separazione fra scienze umane e scienze fisiche, ed i fatti, o categorie, non vengono più analizzati nella loro successione, o somma, ma nell’insieme delle loro relazioni.

L’importanza del lavoro di Marx, e nostro, consiste nel trovare le relazioni fra lo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di proprietà e la sovrastruttura: elementi congiunti in ogni epoca storica. Proprio quando si possono dare relazioni fra grandezze misurabili si può trattare un processo da un punto di vista scientifico e dunque comprenderne il passato quanto il futuro.

Il termine che Marx utilizza per ‘formazione economica e sociale’ (Ökonomische Gesellschaftsformation) può essere pure letto come ‘formazione economica della società’: nel primo caso abbiamo una formazione specifica, nel secondo caso un concetto dinamico di un processo. L’ambivalenza del termine tedesco usato da Marx, permette di unificare sia un risultato immediatamente visibile sia l’insieme del processo storico che ha portato a tale risultato, quindi, da questo, proiettarsi nel successivo, il futuro, da cui partire a ritroso per comprendere meglio l’attuale.

Nella Introduzione a Per la critica dell’economia politica del 1857, Marx afferma che parlare di produzione in generale ha senso concreto perché sottolinea un elemento comune a tutti i diversi modi di produzione, pur essendo essa un qualcosa complessamente articolata: alcuni elementi appartengono a tutte le epoche ed altri solo ad alcune.

Che cosa si può leggere in questa impostazione se non la teoria degli invarianti – unico metodo che può rendere possibile una conoscenza scientifica – formulata (in quanto tale) molto più tardi da quanti hanno tentato di matematizzare le più varie esperienze interne al movimento generale della natura?

Nel processo storico, nel divenire successivo delle forme di produzione, non ci si può fermare ad una specifica forma, specie se si tratta di quella in cui si vive. Si cadrebbe inevitabilmente nel più banale soggettivismo che non potrebbe sfuggire ad una qualche forma di principio di indeterminazione sociale e su questo piano non vi potrebbe essere alcuna scienza economica.

La storia dell’umanità diventa quindi serie di relazioni ed il suo studio scientifico deve essere condotto sulla base del succedersi delle forme di produzione che veda in esso la continua presenza di invarianti pur nella loro trasformazione (es., la proprietà). La disposizione delle categorie economiche, si legge sempre in Per la critica… di Marx, non va posta nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti, ma dalla loro connessione organica all’interno della moderna società borghese, e questo mostra come la categoria ‘famiglia’ che era al primo posto agli albori della storia umana, nel capitalismo passi all’ultimo posto, la stessa categoria ‘proprietà’ perde la sua importanza quando vediamo il capitalista proprietario di fabbrica sostituito da un suo stipendiato.

È per tale motivo che riteniamo importanti i lavori (veri e propri semilavorati, a suo tempo pubblicati ne il Programma comunista) sulle società in fase di transizione, particolarmente quelle impegnate nelle lotte di liberazione nazionale: importanti perché in essi si possono cogliere elementi scientificamente utili per lo studio di tutto il corso dell’umanità, dal comunismo primitivo al futuro comunismo pienamente realizzato. Insomma, come diceva il titolo originale degli articoli, le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi, rappresentano uno storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista.

Il metodo che si assume da questo studio ci porta, ad esempio, a dare risposte precise sulla scomparsa dell’URSS che solo dei cretini possono definire ‘crollo del comunismo’. A parte il fatto che in URSS non vi è mai stato comunismo, ma capitalismo puro, è veramente possibile passare da un capitalismo di Stato ad uno di libero mercato?

Le nostre tesi escludono questa possibilità di regresso storico: il capitalismo di Stato rappresenta sempre un fase successiva a quello ‘liberista’ e nella Russia odierna si può verificare sperimentalmente che dopo n (capitalismo) può esserci solo n+1 (comunismo), oppure una degenerazione totale dell’umanità, ipotesi non assurda ma piuttosto improbabile , dato che ogni sistema contiene in sé gli elementi necessari al nuovo ordine.

Quando si parla di dinamica dei processi storici, va inteso per ‘processo’ l’interazione fra produzione e consumo la cui dinamica non può essere fatta iniziare dall’uno o dall’altro . Per Marx, ogni forma raggiunta non è che l’intera dinamica analizzata dal punto di vista del risultato: non c’è una partenza e non c’è un arrivo, ma solo forme transitorie di una dinamica complessiva.

Nello studio della dottrina dei modi di produzione, che non è un modo di dire politico usato perché ‘suona bene’, adotteremo un procedimento matematico ampiamente utilizzato in tutte le scienze della natura.

Ogni forma sociale è prodotto della dinamica delle forme precedenti e, nello stesso tempo, fattore dello sviluppo delle categorie interne ad essa che, giunto il tutto a maturità, ne forzeranno il superamento, mostrando la contraddizione fra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale, quindi il conflitto fra le classi che la suddetta contraddizione mette in moto.

È partendo da questi presupposti che studiamo il fermento del mondo coloniale, combattendo l’indifferentismo di quei ‘marxisti’ che sottovalutavano l’importanza del passaggio dalla proprietà coloniale alla proprietà capitalistica della borghesia nazionale, rendendo possibile l’accumulazione locale e dunque la base per lo sviluppo del proletariato nelle aree interessate; perfino in una ‘riforma agraria’ timida finché si vuole non si riusciva a vedere il legame rivoluzionario fra la terra ed il capitale. L’indifferentista basa la propria analisi non sul movimento reale della successione dei modi di produzione, non su ciò che le classi sono costrette a fare, ma su ciò che esse dicono di se stesse: egli dimentica che lo sviluppo del proletariato nazionale è la condizione primaria affinché esso possa unificarsi con quello mondiale e innanzitutto deve almeno esistere, ed esiste nella misura in cui esiste una borghesia.

Le due classi fondamentali – proletariato e borghesia – inizialmente nascono complementari: non possono esistere l’una senza l’altra; solo ad un certo grado di sviluppo del capitalismo, la borghesia non può vivere senza il proletariato, mentre quest’ultimo può fare a meno di quella, superando ad un certo punto (con la fase di transizione della dittatura del proletariato) la sua stessa condizione di classe fra le altre classi.

Se dunque l’analisi scientifica ci deve portare oltre l’apparenza delle manifestazioni superficiali di una data formazione economica e sociale, ciò significa che scopo della conoscenza è trovare le leggi di mutamento dei fenomeni e delle relazioni fra di essi; meglio ancora: si fa indagine scientifica quando si ricercano le leggi del trapasso dei fenomeni da una forma nell’altra, da un ordine tra relazioni ad un altro ordine tra altre relazioni.

In una lettera ad Engels del 27.06.1867, Marx critica il modo di vedere dell’economia volgare da ‘borghesucci’ che si accontentano delle apparenze immediate delle cose e non cercano le loro intime correlazioni. "Del resto – continua – se così fosse, che bisogno ci sarebbe infine di una scienza? […] ogni scienza sarebbe superflua se la forma fenomenica e l’essenza coincidessero immediatamente".

È proprio la ricerca di queste ‘intime correlazioni’ che porta Bordiga ad utilizzare la seguente schematizzazione, contro ogni affabulazione ‘a soggetto’ caro al politichese: "Se le forme o modi sociali col capitalismo sono state n, in tutto esse sono n+1. La nostra rivoluzione non è una delle tante, ma è quella di domani; la nostra forma è la prossima forma".

In questa schematizzazione apparentemente banale vi è l’applicazione di un importante principio matematico, enunciato da Peano e sviluppato da Poincaré (a cavallo fra XIX e XX secolo). Tale principio era stato posto da Marx, in modo discorsivo, alla base del Capitale, e che porta a conclusioni di questo tipo: su ogni elemento semplice della società che produce, è possibile costruire ragionamenti che possono essere utilizzati per elementi più complessi; su ogni tipo di società che produce, si possono costruire ragionamenti utilizzabili per le società che vengono dopo, più complesse.

Bordiga conosceva bene non solo lo sviluppo della matematica, ma anche tutte le implicazioni relative alla teoria della conoscenza. Nei suoi schemi vediamo tratteggiata quella che vent’anni dopo Thom chiamerà la teoria delle catastrofi. Non si tratta della anticipazione, da parte di Bordiga, della teoria stessa: il nome sicuramente deriva dalle critiche che la socialdemocrazia di inizio secolo faceva al ‘catastrofismo’ di Rosa Luxemburg.

Però Bordiga cita espressamente Peano e si forma nell’ambiente napoletano particolarmente sensibile, a quell’epoca, al legame fra scienze ‘umanistiche’ e scienze della natura che dello strumento matematico facevano una questione epistemologica che portava alla rottura con l’ambiente accademico dominante. Bordiga quindi impara ad utilizzare il quinto assioma di Peano nell’accezione estesa di Poincaré, con riferimento esplicito al metodo di Marx purtroppo solo accennato nella Introduzione del 1857 a Per la critica dell’economia politica: ogni forma storica è un trapasso di forma, e ogni nuova forma, contiene, trasformate, le determinazioni della forma precedente e viceversa.

A differenza della logica formale (un cigno è bianco, tutti i cigni sono bianchi, allora il cigno è bianco: ragionamento valido solo sul piano probabilistico, finché non si incontra un cigno nero in Australia), e a differenza del numero delle osservazioni empiriche (il sole è sempre sorto ad Est, continua a sorgere ad Est, quindi sorgerà sempre ad Est), che possono portare a spiegazioni utili dei fenomeni, mai alla loro generale dimostrazione, con l’induzione matematica vi è la possibilità di stabilire la verità di un teorema in una successione infinita di casi escludendo ogni gradazione di certezza dovuta al numero di osservazioni.

Supponiamo, a titolo d’esempio, che una qualsiasi proposizione A risponda ad un criterio di "verità" relativamente al proprio campo di applicazioni e supponiamo che A sia un teorema applicabile al piano euclideo e che reciti: la somma degli angoli di un poligono convesso che abbia n+2 lati è sempre n angoli piatti.

Appare subito evidente come sia impossibile dimostrare empiricamente un simile teorema. Con l’induzione matematica possiamo dimostrare valido il teorema per i casi più semplici e, quindi, per tutti gli infiniti casi successivi.

Il postulato delle parallele di Euclide afferma che per un punto sul piano passa una sola retta che sia parallela alla retta data. Ne consegue che la somma degli angoli coniugati interni (o esterni), formati da una trasversale alle due rette, è sempre pari ad un angolo piatto, cioè a 180°. Corollario di questo teorema è che, se la somma dei coniugati è diversa da 180°, le due rette ad un certo punto si incontrano, formando un triangolo la cui somma degli angoli interni sarà sempre di un angolo piatto, cioè 180°.

Ma vediamo subito che il triangolo è il poligono con il minor numero di lati che sono dati dalle due rette che si incontrano più il segmento della retta trasversale fra di esse compreso. Chiamiamo n il numero dei lati del triangolo e, dopo aver dimostrato che la somma degli angoli interni del triangolo è pari ad un angolo piatto di 180°, potremo scrivere che n-2=3-2=180°. Ma allora, nel caso di un quadrilatero avremo (n+1)-2=4-2=2*180°=360° … e così via.

Questo termine, "e così via", che viene correntemente usato nel comune linguaggio di tutti i giorni, mostra come il principio di induzione matematico sia costantemente presente nella nostra vita senza che se ne abbia chiara consapevolezza. E "così via", infatti, non significa che qui si devono fare empiricamente tutte le successive verifiche per sapere la somma degli angoli interni di un poligono, ad es., di 187 lati. E così via, significa soltanto che è possibile trovare una formula universale per questa classe di problemi che dia sempre una risposta esatta, al di là del numero dei lati del poligono in questione. Nel caso del poligono di 187 lati, la somma degli angoli interni sarà data da (n-2)*180 = (187-2)*180 = 185*180 = 33.300° .

A questo punto ci rendiamo conto che possiamo generalizzare in questo modo: se all’interno della classe di problemi che sto affrontando, la legge è valida per il numero n dei soggetti osservati ed è valida per il suo predecessore n-1, allora è valida pure per il successore n+1. Ma allora abbiamo scoperto una legge invariante per tutti gli infiniti n appartenenti a quella classe di problemi. La conseguenza dunque del ragionamento induttivo (matematico e non empirico) e l’uso del principio di ricorrenza, è questa: se sappiamo che la proposizione A con un numero n qualsiasi (An) è vera, ne consegue la validità di An+1 e dunque ogni successione di A (A1, A2, A3, ecc.) è vera, quindi A è dimostrata.

Da tutto ciò, è evidente che possiamo ricavare la nostra tesi fondamentale: se le forme o modi sociali col capitalismo sono state n, in tutto esse sono n+1. Quel ‘+1’ non sta ad indicare che la storia umana si fermerà al successivo modo di produzione: con quel segno si vuole solamente (e non è certamente poco!) indicare il deterministico superamento dell’attuale società borghese, sottolineando come la nostra rivoluzione non è una delle tante, ma è quella di domani; la nostra forma è la prossima forma.

Marx ci ha insegnato (pur non conoscendo la simbologia moderna) che tale legge va applicata non soltanto nello studio del succedersi dei diversi modi i produzione, ma anche nello studio della formazione del valore all’interno delle differenti sfere di produzione. Non può esserci formazione di valore, quindi merce, senza separazione fra comunità umane diverse: una determinazione del valore è possibile soltanto attraverso il confronto di differenze che debbono essere ricondotte ad un unico criterio di misura e ciò è possibile se nelle comunità diverse esiste un ‘metro’ uguale per tutti.

Scrive Engels a Pease (27.01.1886): "Le nostre concezioni sulle differenze tra la futura società non capitalistica e la società odierna sono deduzioni esatte basate sui fatti storici e sui processi di sviluppo. Se non sono presentate in stretto legame con questi fatti e questo divenire, esse non hanno alcun valore teorico e pratico".

Ovviamente il metodo che difendiamo è valido non solo per il passaggio da una forma sociale all’altra, ma anche per lo sviluppo interno ad una stessa forma. Dire che in Russia oggi non c’è comunismo, è dire nulla: averlo detto 50 e più anni fa è tutt’altra cosa. La stessa cosa vale per l’odierna Cina: la guerra civile, la ‘rivoluzione culturale’, Tien An Men, sono episodi di assestamento della società cinese verso la sua forma n matura. Il comunismo n+1 contiene e supera n, per cui, se la nostra proposizione A è la transitorietà di ogni modo di produzione fino al comunismo, tutte le proposizioni della successione devono essere vere, quindi An è dimostrata e n+1, il comunismo, è una realtà necessaria, determinata.

 

Giunti a questo punto, è importante distinguere la legge generale del succedersi delle forme sociali, dalle leggi particolari interne allo sviluppo di una data forma e sopratutto al suo disgregarsi e salto verso una forma successiva. Col Capitale, Marx non vuole parlare di economia ‘in generale’; egli vuole svelare la legge economica della moderna società borghese: quindi cogliere quegli elementi che caratterizzano la forma nuova e che all’interno della vecchia crescono al punto tale da trovare insopportabile l’esistenza racchiusa in quest’ultima.

Questo modo di affrontare i problemi risulta contraddittorio ai più e può essere affrontato solo con la dialettica che è l’unico modo per non impantanarsi in un sillogismo puramente formalistico che vede la concatenazione di cause ed effetti solo sul piano linearmente spaziale e temporale.

È ovvio che per il borghese la dialettica è scandalo perché essa non si lascia imbrigliare da nulla ed è, per essenza critica rivoluzionaria, quindi preannuncio della fine del modo di produzione che gli è proprio.

Non si tratta dunque, nell’analisi della transitorietà della società presente, di catalogare fatti (lavoro indubbiamente utile nella sua fase iniziale) in uno sviluppo spaziale e temporale lineare: si tratta di leggere tutto il complesso delle relazioni tra struttura e sovrastruttura e, su questa base, tracciare la dinamica storica.

Portando ad esempio la Russia, o la Cina attuale, non si tratta si catalogare gli aspetti capitalistici maturi interni a queste società e le forme magari precapitalistiche ancora presenti; non si tratta di fare una somma dei vettori acceleranti lo sviluppo e di quelli frenanti: si tratta di cogliere i nessi, le relazioni, in questo complesso groviglio di soggetti e, da questo, trovare la legge di sviluppo sociale che permette di sancire la maturità o meno del modo di produzione nel suo insieme. Fatto questo: sparare con tutta l’artiglieria teorica sulla mistificazione di un capitalismo che si vuole far passare per socialismo.

Solo spingendoci a n+1, la forma successiva, possiamo criticare la precedente, perché nessun sistema è giudicabile rimanendo rinchiusi al suo interno e le sue contraddizioni risultano evidenti solo passando ad un sistema di potenza superiore .

Marx ricorda che come il fisico studia i fenomeni della natura là dove appaiono nella forma meno disturbata, così egli ha ricavato le leggi del modo di produzione capitalistico là dove si presentavano nella forma più ‘pura’, ossia l’Inghilterra, perché il paese industrialmente più evoluto non fa che presentare al meno evoluto l’immagine del proprio avvenire. Allo stesso modo, il paese industrialmente più evoluto non fa che presentare a se stesso l’immagine del suo proprio avvenire, con il vulcano della produzione (il lavoro associato) che preme contro la crosta sempre più debole dell’anarchia produttiva e distributiva capitalistica.

Contro dunque ogni volgarizzazione del ‘materialismo storico’ (Gramsci, ecc.) che tende a sottolineare la importanza del secondo termine rispetto al primo, il marxismo combatte ogni concezione che parli di un preteso ‘progresso finalistico dell’umanità’, sottolineando invece l’importanza di cogliere quel movimento reale che libera catastroficamente le forze produttive imbrigliate dalle catene delle vecchie forme di produzione.

Nella teoria di Marx abbiamo dunque: l’insieme dei rapporti di produzione rappresenta la struttura sulla quale poggia una sovrastruttura data da un apparto giuridico e politico, al quale a sua volta corrisponde l’insieme delle idee (consapevolezza sociale) . Questo si riscontra in tutti i fondamentali lavori di Marx ed Engels. In una lettera ad Annenkov (28.12.1846) Marx critica Proudhon ("l’interprete scientifico della piccola borghesia francese [che] accecato dallo splendore della grande borghesia e compassionevole per le sofferenze del popolo, diventa borghesia e popolo al tempo stesso") per la sua incapacità di comprendere le leggi di sviluppo delle transizioni storiche: cosa che gli impedisce di vedere che la società futura è un movimento reale e non un’idea.

La Cina, oggetto di questo libro, è diventato il laboratorio scientifico di una tale contraddizione (‘contraddizione in seno al popolo’, tanto cara a Mao che, alla maniera di Proudhon, fonde in uno borghesia e popolo allo stesso tempo, al di là di ogni sua professione di marxismo) che ha visto realizzarsi una rivoluzione capitalistica ammantata di socialismo. Lo sviluppo della rivoluzione in Cina riconferma quanto sia fondamentale comprendere che alla base delle ‘idee sulla rivoluzione’, alla base di ogni struttura ideologica sta il livello della struttura delle forze produttive: la ‘rivoluzione culturale’ ed il conseguente ‘Grande Balzo’ esprimono il sussulto ideologico prodotto dalla necessità dell’accumulazione capitalistica di base.

La Cina ha fatto passi da gigante dal 1949 dal punto di vista dello sviluppo del capitalismo; a ciò sicuramente non corrisponde ancora un ammodernamento della sua sovrastruttura giuridico-politica. Le passate manifestazioni di Tien An Men hanno espresso indicazioni democratiche tipiche dell’Europa del XVIII secolo, ma la comparsa minacciosa del proletariato ai margini della rivolta, ci mostra senza dubbio che le forze produttive incominciano a sentire come catene non solo il capitalismo arretrato, ma il capitalismo in quanto tale.

La Cina, come la Germania ai tempi di Marx, può guardare alla Russia per vedere il proprio futuro; come la Russia, dovrà adeguarsi al dispiegarsi della produzione di massa, della concorrenza, della finanza, ponendo fine pure alla sua arcaica forma di capitalismo di Stato.

L’Asia è una polveriera sociale. Quello che sembra un luogo comune, si misura giorno dopo giorno soprattutto nei grandi centri urbani cinesi – e dintorni – dove ad un polo si accumula la ricchezza sfrenata ed all’altro la miseria più esplosiva. Ed in India si sviluppa un processo che è simile a quello cinese.

L’orecchio occidentale si accontenta di ascoltare le rivendicazioni piò o meno democratiche che salgono da quelle aree. Ma ogni movimento non deve essere analizzato sulla base delle sue grida, bensì sulla base della struttura economica che sta dietro ad esse.

Ormai, irreversibilmente circa tre miliardi di uomini sono stati strappati alle loro condizioni di lavoro; non torneranno più alla terra, alla bottega artigiana, al commercio minuto e, come dice il testo: "Non dovrà essere dubbio allora, se si sarà saputa vincere la battaglia della teoria, che descrivere il capitalismo nella sua profonda essenza come separazione del lavoratore dalle condizioni del lavoro non significa inserire in una scienza passiva una fredda definizione, ma significa, per il comunismo dialettico, lanciare la conseguenza incendiaria per la lotta distruttiva del sistema capitalista".

 

 

 

 

 

1 – La dottrina dei modi di produzione

valida per tutte le razze umane

 

La grande serie marxista

 

Dall’affermazione che il capitalismo in occidente è giunto già , con l’inizio del XX° secolo, alla sua fase imperialistica e si presenta come un cadavere che ancora cammina, non si deve concludere che non interessa più quanto succede in altre arree geostoriche, all’interno di altre società razziali.

Un’affermazione del genere equivarrebbe alla riproposizione del ‘popolo (o ‘popoli’) eletto’ e porterebbe ad una delle peggiori forme di nazionalismo e razzismo. Questa elezione di superiorità sarebbe data, per il fideista, da Dio; per il pensiero borghese illuminista questa superiorità sarebbe data a quel popolo che per primo ha scoperto la ‘fonte immanente’ di quelle ‘leggi naturali’ che esso avrebbe il compito di far conoscere ad altri popoli.

È cosa da ridere poi presupporre a se stessi una qualsivoglia superiorità razziale, da ‘popolo eletto’, quando si pensi che in fatto di Dèi, di filosofie, di cultura e di scrittura e perfino di scienza tecnologica, molti di quei popoli ‘arretrati’ hanno preceduto di millenni non solo gli odierni occidentali (slavi compresi, stalinizzati o meno), ma gli stessi classici greco-romani e le civiltà del vicino oriente.

Il senso del marxismo è quello di distruggere il concetto di ‘destino innato’ che accompagnerebbe ogni singolo popolo, come si cerca di distruggere la pretesa funzione dell’individuo di fronte ai processi storici: vero battilocchio che tenacemente risorge ad ogni cambiamento di vento storico.

La dottrina del materialismo dialettico e storico non esclude che tutta una serie di altri popoli entrino nel gioco dello sviluppo e della finale chiusura, a livello mondiale, la chiusura del ciclo delle società di classe e quindi la chiusura del ciclo stesso del capitalismo.

 

Struttura e sovrastruttura

 

Sottolineare che un popolo è sempre diviso in classi e che lo Stato è un organismo della classe dominante, e che ai comunisti interessano le lotte di classe e non quelle di popoli e di Stati e dei partiti a questi interni (come se tutto ciò fosse una ‘semplice’ sovrastruttura), è cadere nei discorsi vuoti da presidentello di assemblee di chiacchieroni che amano ascoltare il suono delle proprie parole, non riconoscendo il dinamismo vitale del succedersi storico delle lotte reali.

Dalla lettura di questo lungo percorso storico, è stato possibile da parte del marxismo, classificare in una serie storica e causale di tipi, le particolarità e allo stesso tempo le invarianti interne a questi tipi, e dunque di elaborare dei modelli di indagine storica.

Non si potrebbe parlare di sistema capitalista (o altro sistema), quindi di un succedersi storico di sistemi economici e politici se non fossimo in grado di elaborare tali modelli in una serie continua formanti un immenso ponte ad arcate multiple tra la forma iniziale del comunismo primitivo e quella finale del comunismo futuro.

 

La grande "serie" dei "modi" di produzione

 

Non temiamo di essere derisi, per questo nostro metodo, dai diretti avversari borghesi: più preciso sarà il tentativo dei nostri avversari di scoprire dei nostri errori, più saldo diventerà questo nostro strumento. Lasciamo pure ai revisionisti che vogliono porsi nel mezzo, il balbettio consistente nel pretendere di ritenere proprio il metodo marxista di partenza, senza accettarne le conclusioni che per noi, grazie ai nostri modelli, sono date dalla ricca fecondità storica di urti di classi e Stati che proviene dai popoli di colore, di fronte alla passività ed alla degenerazione sociale presente all’interno delle società bianche.

Quanto diciamo, possiamo rafforzarlo con pagine e pagine delle opere di Marx, ma qui faremo riferimento particolarmente ai Grundrisse e precisamente al capitolo Forme che precedono la produzione capitalistica. In tale capitolo, il ‘mago’ svela con tratto preciso il modo con cui gli uomini vivono la loro storia, nonché la contraddizione fra le forze produttive ed i rapporti di produzione.

Ed è grazie a questo lavoro che Marx dimostra il teorema dell’invarianza, col quale scolpisce i connotati della futura società comunista che desume da quella borghese, e dimostra la derivazione di questa da quelle passate. Non può accampare pretesa di chiamarsi dialettico e marxista chi non sa leggere, ogni qualvolta si discute del passaggio da precapitalismo a capitalismo, i taglienti enunciati del passaggio da capitalismo a comunismo.

 

Il meraviglioso disegno

 

Per la descrizione del comunismo, non abbiamo bisogno di arrivare oggi a chissà quali scoperte: si rida finché si vuole (da parte della borghesia e di ex-marxisti che hanno trovato una loro nicchia all’interno di questa società), ma da parte nostra non abbiamo paura di affermare che dal 1858 sappiamo tutto.

Lo enunceremo in modo schematico. Se le forme o modi sociali col capitalismo sono state n, in tutto esse sono n+1. La nostra rivoluzione non è una delle tante, ma è quella di domani; la nostra forma è la prossima forma. Neghiamo che in futuro possa presentarsi una forma intermedia fra capitalismo e comunismo e che la nostra diventi dunque n+2; combattiamo dunque questa specie di ‘intermedismo’ che si presenta nelle sue due forme: stalinista, secondo la quale il socialismo può presentare le categorie di mercato-moneta-salario, e trotzkista, secondo la quale n+1 sarebbe caratterizzato dal ‘potere della burocrazia’.

Questo principio della unicità della serie storica vale a condannare la possibilità che questa possa svilupparsi a livello nazionale, passando da n-1, a n, a n+1, ossia dal precapitalismo, al capitalismo fino al comunismo. Allo stesso tempo, essa serve a rifiutare la posizione di quanti negano importanza alle lotte di liberazione dei popoli di colore, condannandoli alla passività ed all’attesa dello sviluppo della ‘patria russa del socialismo’, passando da n-1 ad n+1, improvvisando dal nulla la lotta fra la classe dei salariati e quella dei borghesi. Dal tempo delle prime rivoluzioni borghesi, oggi constatiamo che il modo di produzione capitalistico si è grandemente sviluppato nel mondo intero. Quindi, quella che abbiamo sempre chiamata doppia rivoluzione, vale a dire rapido passaggio da n-1 ad n, fino ad n+1, si presenta come una probabile eventualità storica, come a suo tempo si è presentata in Russia, ma la sua realizzazione è condizione internazionale. In mancanza di questa ultima condizione, la rivoluzione in Russia è stata costretta a fermarsi alla rivoluzione borghese, ossia al passaggio da n-1 a n.

Non potendo in questa fase storica attendersi (anni ‘50) una rivoluzione comunista internazionale, i paesi pre-capitalistici che si apprestano a condurre una lotta verso la forma borghese, saranno costretti a fermarsi al livello della rivoluzione nazionale, essendo il proletariato, qui come in Occidente, assente come classe.

Per lo sviluppo di una situazione con diversi connotati di classe, dovremmo trovarci di fronte: a) una critica radicale dei limiti del programma nazionale borghese, b) una organizzazione del proletariato completamente indipendente da qualsiasi partito della borghesia e c) inserire nel proprio programma per il comunismo, l’obbiettivo della rivoluzione nazionale e anti-imperialista, come indicato dal II congresso del 1920.

Addurre la rivalità fra imperialisti per non appoggiare le lotte dei popoli colorati è discorso da scemi, ed equivale a condannare il disfattismo di Lenin di fronte alla prima guerra mondiale: opportunismo classico, smaccato!

 

Pagine classiche

 

Fin dal Manifesto dei Comunisti si ricorda che con la scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa e il grande sviluppo delle più diverse rotte oceaniche, vi è stato un vertiginoso aumento del commercio mondiale che ha portato alla rapida decadenza dell’aristocrazia feudale ed all’emergere prepotente di una borghesia industriale e commerciale. Questa, con il giganteggiare mondiale della produzione e della circolazione delle merci e con l’artiglieria pesante dei bassi prezzi delle proprie merci, travolge ogni resistenza ai propri esclusivi interessi e costringe le nazioni ed i popoli ‘barbari’ ad accettare la propria civiltà borghese. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

Il fatto che questi ‘barbari’ siano inizialmente costretti a capitolare di fronte alla forza dei paesi colonialisti, vede in ogni caso i comunisti alleati non con il borghese bianco, ma con il combattente colorato.

Fin dal 1848, la posizione del marxismo è chiara: la società borghese possiede troppa ricchezza, troppa civiltà, troppe merci; le sue forze produttive premono contro i rapporti di produzione e, per superare le proprie crisi, la borghesia è costretta a trovare risorse nuove nei paesi sottoposti a sfruttamento coloniale.

Per tale motivo, il braccio levato contro l’oppressione coloniale, sia pure armato di una semplice zagaglia del Mau-mau, è di un fratello del proletariato comunista.

 

Le pagine centrali del Capitale

 

È tesi della borghesia che il lavoro salariato sia sempre esistito e che il suo modo di produzione capitalistico sia indispensabile per la liberazione finale dell’umanità.

Nel suo magistrale capitolo del Capitale, a proposito de La cosiddetta accumulazione originaria, Marx dimostra come, per sorgere, il capitalismo abbia avuto bisogno di una violenza senza uguali nella storia. Non solo: nell’ultimo paragrafo su La tendenza storica della accumulazione capitalistica, egli dimostra come questa forma sia destinata storicamente a lasciare il posto alla forma comunista.

Il fatto che Marx studi soprattutto lo sviluppo del capitalismo inglese, non significa affatto che egli abbia costruito un modello valido esclusivamente per il Capitale dell’isola. In realtà Marx indica, con il suo lavoro, il passaggio inevitabile attraverso il quale tutti dovranno prima o poi passare ed il modello che si ricava dalla sua opera diventa il modello del capitalismo di qualsiasi paese e, per estensione, mondiale.

Marx osserva il passaggio dal pre-capitalismo al capitalismo attraverso due grandi fasi storiche: 1) formazione di un mercato interno con lo sviluppo di un proletariato nazionale e 2) formazione del mercato mondiale attraverso il soggiogamento forzato delle popolazioni di oltremare. Ma quando descrive queste fasi, Marx, ossia il partito comunista, dialetticamente si pone al fianco del piccolo produttore espropriato, delle popolazioni coloniali asservite ed oppresse.

 

Il rovesciamento del passato

 

I compagni dunque devono imparare a leggere, nello scritto di Marx, il programma del partito rivoluzionario che si svela di botto una volta per tutte. Il movimento storico che trasforma i servi della gleba in salariati, si rende possibile quando questi vengono espropriati di qualsiasi mezzo di produzione e sono costretti a vendere la loro forza lavoro per vivere. La storia della loro ‘liberazione’ è scritta negli annali dell’umanità a lettere indelebili di sangue e di fuoco, e queste ‘lettere’ passano per il culmine dell’azione dello Stato. Con l’aiuto della macchina dello Stato – senza il quale la borghesia nascente nulla potrebbe – è stata conquistata la terra per l’agricoltura capitalistica, incorporato il suolo al Capitale, e creato per le industrie delle città l’offerta necessaria di un proletariato senza focolare né tetto, che impara ad accettare la sua condizione di nuovo schiavo, al fine di favorire l’accumulazione del Capitale.

Con l’espropriazione dei contadini , viene distrutta l’economia domestica e quanto serve ai bisogni va trovato ormai sul mercato interno e soddisfatto dalla produzione capitalistica.

 

I crimini borghesi di oltremare

 

Data una base stabile al mercato nazionale, l’esuberanza del Capitale si spinge oltre le frontiere verso una colonizzazione e spoliazione delle Americhe, dell’Africa, i cui abitanti sono resi schiavi (particolarmente quelli dell’Africa), ed intere popolazioni sono distrutte: questi sono gli idillici processi dell’accumulazione originaria capitalistica.

Lo sviluppo della produzione e circolazione di merci porta allo sviluppo della guerra mercantile fra nazioni che ha per teatro il mondo intero. La serie dello spostamento della potenza imperialistica vede Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra. In tutto questo movimento si può vedere la costante ed indispensabile presenza della violenza organizzata dello Stato; e qui si mostra come tale violenza sia la levatrice di ogni società nuova presente in quella vecchia: essa stessa è una potenza, un vero agente economico.

Le feroci imprese del colonialismo sono sempre state denunciate da Marx e da allora il partito rivoluzionario comunista fa proprio il movimento anticolonialista dei popoli di colore.

Il monopolio della Compagnia inglese delle Indie, imponendo piantagioni utili al proprio commercio, portarono all’impoverimento delle popolazioni locali e in molti casi a vere e proprie carestie. Nel caso di territori quali l’America, l’Australia e il Sud-Africa, si favorì una forte migrazione di coloni bianchi con il contemporaneo sgomberò delle popolazioni indigene sottoposte a vere e proprie stragi (vedi spagnoli e portoghesi in Sud-America e inglesi e francesi in Nord-America). Qui, il carattere cristiano dell’accumulazione primitiva si mostra sempre evidente (Marx): gli indiani d’America, non essendo compresi nei tre grandi ceppi descritti dalla Bibbia, non erano esseri umani e non avevano un’anima e per tal motivo li si poteva scalpare senza timore di peccato.

In breve, con la ferocia più inaudita, il sistema coloniale sviluppò la navigazione oceanica e pose le basi della rete del commercio mondiale; drenò ricchezze da ogni area geografica del mondo verso i centri dell’accumulazione del capitale (primo fra tutti l’Inghilterra) e, nello stesso tempo che in Inghilterra si introduce la schiavitù salariata dei bambini, negli Stati Uniti diventa sistema corrente il lavoro degli schiavi neri (con importazione forzata dall’Africa) nelle piantagioni.

 

Marx attese la rivoluzione dalla Cina

 

Fin da Marx ed Engels (non solo da Lenin dunque) si pone nell’unico programma rivoluzionario e la lotta del proletariato contro la propria borghesia e la lotta dei popoli di colore contro l’azione colonialista della stessa.

Nella Neue Rheinische Zeitung del febbraio 1850, Engels ricorda il missionario cristiano Gutzlaff che era tornato in Europa al tempo della rivolta dei Tai-ping, dopo una sua trentennale presenza in Cina. Questi, sentendo della dottrina del socialismo in Europa, esclamò che erano le stesse ‘perniciose’ rivendicazioni che aveva sentito in Cina. Engels descrive nelle sue grandi linee questo movimento cinese, ponendo in rilievo l’origine economica dei moti rivoluzionari il cui processo è fatto storico che si verifica in pieno anche in quel lontano popolo che si spinge fuori da millenarie immobilità. "È un fatto confortante che il più antico ed irremovibile impero della Terra sia stato posto nello spazio di otto anni dalle balle di cotone della borghesia inglese alla vigilia di una rivoluzione sociale che deve assolutamente avere le conseguenze più importanti per la storia della civiltà" ed è augurabile che si possa leggere ben presto, per chi voglia entrare in Cina per le porte della Grande Muraglia: "Repubblica Cinese – Libertà, Eguaglianza, Fraternità".

Fra il 1853 e il 1860 vengono pubblicate sul New York Herald Tribune otto lettere di Marx sulla Cina. In esse si trova la denuncia della prima guerra dell’oppio (1839-1942) condotte dall’Inghilterra per imporre alla Cina il sistema della ‘porta aperta’ e cioè, oltre a Canton, aprire alla navigazione inglese i porti di Amoy, Fu-chow, Ning-po e Shanghai, cedendo Hong Kong all’Inghiltera che ne fece una colonia.

Nel 1850 comincia il grande movimento dei Tai-ping che conquistò diverse province ed ebbe come capitale Nanchino dal 1853 al 1864. La loro legge agraria di contenuto comunista – ben oltre rispetto a quanto farà il moto di Mao Tse-tung – non ammette spartizione, né in proprietà né in esercizio: "Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo … che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso che lo mangino insieme".

Nel 1856 l’Inghilterra e la Francia cominciano la seconda guerra dell’oppio che si conclude provvisoriamente con la firma del trattato di Tien-tsin, per riprendere subito dopo con la conquista e il nuovo trattato di Pechino.

A questo punto, un esercito congiunto degli europei e dell’imperatore cinese, schiaccia definitivamente il movimento dei Tai-ping ed entra a Nanchino.

 

La prima lettera di Marx

 

In questa prima lettera – Rivoluzione in Cina e in Europa, del 14 giugno 1853 – Marx afferma che può sembrare un’assurdità, ma è molto probabile che un movimento rivoluzionario in Europa possa svilupparsi a seguito di quanto succede in Cina, più di quanto possa provocare una generalizzata guerra europea.

Nella sua analisi, Marx osserva che la rivolta dei Tai-ping è stata provocata dal cannone inglese che ha imposta alla Cina il commercio dell’oppio. Fino al 1830 la bilancia commerciale cinese era in attivo, grazie alle esportazioni di tè e derrate alimentari principalmente verso India, Inghilterra, Stati Uniti ricevendo in cambio valuta pregiata, soprattutto argento. L’imposizione, col cannone e con la corruzione dei funzionari imperiali, del commercio dell’oppio da parte del capitalismo inglese inverte il rapporto e l’argento comincia a defluire verso l’Inghilterra.

Con l’oppio cominciano ad invadere la Cina i tessuti inglesi, prodotti da un’industria che in quegli anni ha avuto uno sviluppo straordinario dovuto ad una rivoluzione borghese che ormai si è saldamente piantata nella madrepatria, e questi porteranno alla rovina la piccola industria tessile e l’artigianato locale.

Va ricordato che nel 1857 l’industria inglese vive una grave crisi di sovrapproduzione e per essa diviene vitale la fine dell’isolazionismo cinese con conseguente drenaggio del suo argento verso l’India (e quindi l’Inghilterra) dove vi è un grande sviluppo delle piantagioni di papavero, ovviamente sempre imposto dagli inglesi.

La cosa fondamentale in questa lettera del 1853 è il legame causale fra la rivoluzione in Cina ed il sollevamento in Europa: le rivoluzioni nasceranno in Europa solo in seguito a potenti crisi industriali, commerciali e finanziarie e tale segnale verrà principalmente dall’Inghilterra.

Oggi (si scrive negli anni ‘50) si parli pure del mondo capitalistico dominato da America, Inghilterra ed Europa e ben venga la mina che lo farà saltare da qualunque angolo del mondo di colore, infestato dai predatori e massacratori bianchi!

 

Originalità integrale del marxismo

 

Non ci sono particolari novità da scoprire. Già col Manifesto "i comunisti appoggiano ogni moto diretto contro le condizioni sociali esistenti". Tale discorso non è valido solamente per i paesi capitalisticamente maturi (a quel tempo, sul territorio europeo, si parlava di Inghilterra e Francia), dove si presenta la possibilità della lotta diretta del proletariato contro la borghesia, ma anche per quei paesi dove deve ancora compiersi una rivoluzione borghese antifeudale.

Quello che valeva per l’Europa fino al 1871, rimane valido oggi per quanto riguarda Asia e Africa, retti da forme statali precapitalistiche.

In ogni caso, va sottolineato un dato di base comune. Non si tratta soltanto del concetto di rivoluzione in parmanenza, cioè appoggiare le lotte rivoluzionarie della borghesia per poi, sull’onda della possibile vittoria, girare le armi contro l’alleato di ieri; e nemmeno basta sapere, che la borghesia sarà pronta a massacrare i proletari al fine di impedire la permanenza delle ondate rivoluzionarie. L’elemento essenziale è dato dalla funzione primaria del partito che, nella permanenza del moto rivoluzionario, pur nel momento in cui sceglie gli alleati del proletariato, non nasconde mai la sua critica e i suoi scopi. "Mai i comunisti nasconderanno i loro scopi".

Questa dottrina esiste fin dal 1848, dove le basi programmatiche del partito di classe sono date in blocco con pieno carattere internazionale, con l’Inghilterra patria delle lotte economiche, la Francia della lotta politica, e la Germania patria della sintesi teorica.

Nel periodo 1918-’20, la lotta, armi alla mano, non ha raggiunto gli scopi finali ed in questo dopoguerra il movimento del proletariato non è che una immensa fogna di opportunismo.

La ripresa sarà possibile quando il proletariato farà proprio il programma del comunismo, ossia farà propria la finalità dell’uomo-sociale comunista e si organizzerà dunque in partito politico che sarà l’anticipazione dell’uomo-società, rappresentando la morte di ogni individualismo. Definiamo il partito: proiezione nell’oggi dell’Uomo-Società di domani.

 

Fine della società non è la produzione, ma l’Uomo

 

Nei Grundrisse Marx scrive che presso gli antichi non vi è tanto la ricerca su quale sia la migliore forma di proprietà per aumentare le ricchezze, quanto quale sia la migliore forma per formare i migliori cittadini dello Stato. La ricchezza appare come fine a se stessa soltanto presso popoli di navigatori o mercanti (Fenici, Cartaginesi, ecc.). Oggi – continua Marx – da una parte la ricchezza è Oggetto che si contrappone all’uomo in quanto Soggetto, dall’altro è imperio sul lavoro altrui non per dominare la natura, ma per il fine di consumo privato di taluni uomini: "Pertanto l’antica concezione per cui l’uomo […] è lo scopo della produzione, appare molto più elevata che quella del mondo moderno, in cui la produzione è lo scopo dell’uomo, e la Ricchezza lo scopo della Produzione".

A questo punto, dichiarata la superiorità della sovrastruttura ideologica del mondo antico sulla moderna, Marx contrappone al capitalismo non l’antichità classica ma la ‘nostra’ società comunista: "in effetti, una volta che sia disfatta la limitata forma borghese, che mai sarà più la ricchezza se non la universalità dei bisogni, delle capacità, delle gioie, delle forze produttive, ecc., degli uomini, che sarà prodotta nelle loro relazioni universali?". Ancora: "Nella economia borghese e nell’epoca della produzione che ad essa corrisponde, la espressione totale dell’attività dell’interno umano appare invece come completa alienazione. […] È perciò che l’ingenuo mondo antico, da una parte appare più elevato. D’altra parte esso presenta questa superiorità ovunque si consideri una forma, una figura chiuse [popolo romano, polis ateniese] e una determinata limitazione. Esso è soddisfazione da un punto di vista limitato [lavoro dell’uomo avente per fine non la produzione, ma l’uomo stesso], laddove il mondo moderno lascia insoddisfatti; e quando appare di se stesso soddisfatto, allora esso è triviale!".

Passi la nascente civiltà borghese, perché ha il suo posto nella totalità dello sviluppo, ma porti con sé dalla culla l’epigrafe tombale che la nostra dottrina le incide, in segni indelebili.

 

 

 

2 – Le suggestive lezioni della grande storia

della razza cinese

 

Scenario per 4 millenni

 

La Cina è un palcoscenico immenso sul quale agisce uno stesso attore (dal punto di vista etnografico, nazionale, statale, dotato di una lingua e scrittura e civiltà millenaria); essa ha la stessa vastità e contiene la stessa popolazione dell’intera Europa.

I suoi territori rivolti ad Est ed a Sud sono bagnati dal mare: non dall’Oceano Pacifico, ma da mari ‘mediteranei’ che la separano dal Giappone e dell’Indonesia. A Nord e ad Ovest la parte centrale del paese è circondata da alte terre continentali che si congiungono con la catena dell’Himalaya. La pianura centrale era un tempo un mare interno riempito dai fanghi trasportati dalle montagne dallo Yang-tze kiang (Fiume Azzurro), a Sud, e dallo Hoang-ho (Fiume Giallo), a Nord.

È lungo il corso di fiumi del genere, sfocianti nei ‘mediterranei’ (vedi Po, Tevere, Nilo) e che prima causano la formazione di pianure fertili, che si insediano ‘civiltà storiche’ che le utilizzano per le necessità della vita produttiva.

La storia del popolo cinese – e ne ha lasciato tradizione orale e scritta – è la storia della grande bonifica delle terre fra i due grandi fiumi, e della lotta per arginare le loro rive e dominare la forza delle loro acque, la cui profondità ha permesso una millenaria tradizione di navigazione interna.

 

Le forme sociali preistoriche

 

Si può cominciare una serie di dinastie cinesi a partire dal 2697 al 2205, mentre da questa data al 222 si succedono le tre dinastie Haia, Sciang e Chou. Va stabilito in ogni caso che non è stata quella monarchica la prima forma di organizzazione sociale, anche se i testi antichi attribuiscono a re ed imperatori la ‘invenzione’ della semina, dell’aratura, quindi dell’agricoltura stabile, dell’arginatura dei fiumi, della bonifica idraulica, ecc..

Questa attribuzione a nomi di re ed imperatori non è che la sovrastruttura sotto cui epoche posteriori presentarono le tradizioni di forme più antiche che permisero l’iniziale sviluppo delle capacità tecniche e produttive.

Nei tempi più antichi si osserva il fissarsi di gruppi umani nomadi lungo le valli dello Yang-tze kiang dello Hoang-ho: insediamenti che precedono quelli avvenuti lungo le valli dei fiumi mesopotamici, del Nilo, del Giordano, ecc..

La prima forma di aggregazione umana è l’orda vagante; i suoi mezzi di sussistenza sono caccia, pesca, raccolta di frutti spontanei della vegetazione: cosa che le impedisce la stanzialità. Successivamente l’orda impara a conservare e mettere a riserva i prodotti e quindi la scoperta dei carriaggi per il loro più facile trasporto. Il gregge, comunque, è la vera scorta di viveri dell’orda nomade.

La distinzione fra la fertile pianura cinese e la circostante Asia è che nella prima vi erano già tribù stanziali che avevano imparato a coltivare il suolo, quando ancora per millenni nella seconda vagano orde incapaci di fissarsi su un’area precisa e che spesso vivono di razzie nei confronti delle popolazioni fisse. Abbiamo qui il passaggio da cacciatori di animali a cacciatori di uomini di altre tribù, sia nomadi che fisse: cacciatori di uomini con una precisa organizzazione, allo stesso modo che i stanziali devono imparare ad organizzarsi in forme armate specifiche per difendere la stabilità dei propri territori.

 

Le vestigia del primissimo comunismo

 

Nella concezione marxista l’Asia è la madre del comunismo primitivo – del quale tracce si sono conservate fino a tempi recenti, più in India che in Cina – dove il soggetto è il clan , la tribù autosufficiente e autoriproducentesi. Osserviamo la forma comunista nel caso della tribù nomade o dell’orda: qui i prodotti della caccia e della raccolta sono comuni.

La prima forma di proprietà individuale-familiare che appare presso i nomadi Sciti è il carro trainato: vera e propria abitazione semovente. In questo senso, la proprietà della casa è più antica di quella della terra agraria. Comunque è teorema del marxismo che la proprietà personale sia dell’abitazione che della terra è un risultato dell’evoluzione storica già matura tecnologicamente e quindi non è un fatto e dato naturale originale.

Presso la forma stabile tribale, l’unità è costituita dal villaggio con la terra lavorata in comune e con comune consumo dei prodotti. I lavori di controllo e solidificazione degli argini dei grandi fiumi fa pensare ad una organizzazione più complessa di villaggi. È a partire dalla esistenza di questo insieme di villaggi che si comincerà a parlare di forme signorili e monarchiche.

Nel corso della sua storia il villaggio perde pian piano la sua organizzazione comunistica, pur non caratterizzandosi ancora la forma successiva della divisione in classi sociali.

La terra viene spartita, prima periodicamente poi in forma fissa, alle singole famiglie che la lavorano e ne godono dei prodotti. Qui, l’uomo non è ancora separato dai propri strumenti di lavoro e terra, animali, sementi, concimi, utensili, sono un ‘prolungamento’ dell’uomo che lavora e produce, sia pure non nella forma dell’originaria tribù in cui, non essendo ancora individualizzata nemmeno la consanguineità familiare, tutto l’uomo-tribù – remoto esempio originario dell’uomo-società di domani – ha come suo prolungamento tutta la terra e tutti i suoi prodotti.

In Asia, prima che il villaggio smembri in lotti personali la comunanza della terra, tutelati da una potente organizzazione statale, sorge una forma caratteristica in India: si assiste alla presenza di un capo territoriale, dotato di una precisa forza armata, che obbliga i villaggi a farsi suoi tributari in prodotti prima, e denaro successivamente. Si forma così un sistema di staterelli che periodicamente si assoggettano in regni più estesi.

Questa forma asiatica tipica differisce dalla schiavitù delle società classiche, come differisce dalla servitù feudale del Medioevo europeo. Le grandi imprese statali, le opere pubbliche, i grandi monumenti, sono realizzati da masse di prigionieri di guerra schiavizzati

 

Periodo dell’antico feudalesimo aristocratico

 

È questo il periodo della terza dinastia Chou (1122-221 a.C.), paragonabile al feudalesimo germanico alla caduta dell’impero romano, in quanto debole centralmente e con dominazione provinciale dei nobili.

Questo periodo Chou è dominato da continue lotte fra poteri locali e famiglie rivali; l’ultima sua parte (403-221) a.C. è detto ‘dei Regni combattenti’ perché alcune dinastie centrali – che hanno sottomesso poteri locali – combattono, con continue stragi di prigionieri e delle popolazioni civili durante i saccheggi, per il potere centrale. Nell’arte militare vi è l’introduzione della cavalleria e di truppe mercenarie. Tutto ciò è descritto in una letteratura fiorente i cui grandi autori Confucio e Lao-Tsu rappresentano la critica alle ingiustizie sociali del tempo e, dunque, la sovrastruttura della reazione di classe del contadiname, nonché dei piccoli artigiani e commercianti.

In Lao-Tsu si può vedere la rivendicazione di un ritorno a forme antiche comunistiche. Confucio può essere considerato il classico riformatore che indica la necessità di uscire dallo stato del ‘bella omnium contra omnes’ attraverso l’instaurazione di una disciplina morale centrale che si avvalga della saggezza e non della violenza.

 

Nascita dello Stato amministrativo

 

La soluzione della crisi viene con la vittoria della dinastia Ts’in, o Ch’in (da ciò il nome Cina), che aveva guidato una grande migrazione dalle regioni centrali del paese verso il nord-ovest, respingendo la pressione delle popolazioni mongole.

Si data al 207 a.C. la definitiva vittoria dei Ch’in contro tutti i rimanenti Regni combattenti e da questo momento comincia non solo la reale unificazione territoriale, ma la costituzione di uno Stato centrale radicalmente nuova. Ogni localismo, caratterizzato da signorotti indipendenti, viene soppresso ed al suo posto si insediano funzionari che rappresentano il potere centrale.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione in funzione di uno Stato centralizzato – con la sua doppia rete civile e militare – che, 2200 anni fa, anticipa quelle europee del 1600 e 1700 (Cheng-Huang-ti, primo imperatore della dinastia Ch’in, è così paragonabile al francese Luigi XIV). Il territorio di divide in province, queste in distretti, e ognuna ripete la doppia rete centrale.

La nuova dinastia unifica definitivamente il territorio cinese non solo respingendo tutti i tentativi di popolazioni straniere, ma annettendone di nuovi e ponendo tutto un sistema di grandiose barriere difensive: viene ricordata anche per la costruzione della ‘Grande Muraglia’.

Col nuovo Stato centralizzato scompare ogni forma di coltivazione in comune della terra e questa viene divisa fra le varie famiglie. Non si sa se la spartizione fu equa, anche se le cronache del tempo parlano di abolizione di ogni nobiltà ereditaria. Nello stesso tempo vi è tutto un complesso di riforme che riguardano lingua, scrittura, pesi e misure, norme commerciali, legislazione, che vede l’assoluto controllo, su tutti gli aspetti della vita del paese, da parte dello Stato centrale.

Ciò porta ad una grandiosa impalcatura burocratica (si parla così di feudalesimo burocratico) che per reggersi ha bisogno di un oneroso sistema di sfruttamento e di tasse che vede salire il malcontento al punto che gli stessi confuciani elevano le più vive proteste.

Già il secondo Huang-ti viene assassinato in una insurrezione.

Ma ciò non porta ad alcuna rivoluzione: tutto si risolve in un più o meno lungo mutamento dinastico, perché rimasero i principi dello Stato unitario onnipotente, malgrado la cronica corruzzione dei suoi mandarini.

Abbiamo, dunque già due secoli prima di Cristo, la costituzione di uno Stato centralizzato che pesa sullo sfruttamento delle classi lavoratrici e malato di elefantiasi burocratica, e che solo certi critici del marxismo pretendono di averla scoperta come contenuto del capitalismo di Stato della Russia d’oggi.

 

Alterne vicende dell’impero unitario

 

Dal 221 a.C. al recente 1911, al di là di crisi dinastiche e di unità territoriale, vi è una originale continuità di questa forma dello Stato in Cina.

Dal VII al IX secolo domina la dinastia dei Tang che conquista il Turkestan, ristabilendo così la via della seta e rompendo l’isolamento dal mondo occidentale che vedeva ora la crisi dell’impero bizantino. Intorno al mille regna la dinastia dei Sung, e nei secoli XIII e XIV regna la dinastia mongola dei Khan.

Dal 1368 al 1643 domina la dinastia Ming che abbatte i Khan grazie ad una vera rivoluzione nazionale. Si apre per la Cina un nuovo periodo di sviluppo delle industrie e dei commerci, nonché dell’agricoltura. Costume pubblico, sapienza, arte, hanno uno sviluppo tale che al suo confronto l’Europa del tempo può contrapporre solo la più crassa ignoranza. L’arte dei tessuti, ceramica, porcellana – nonché lo sviluppo della meccanica – è ammirata da ogni viaggiatore straniero. Vi è una fiorente economia manifatturiera con grande sviluppo del commercio interno, favorito da canali colleganti i grandi fiumi; a ciò si unisce un notevole commercio con l’estero, fino all’Africa, grazie allo sviluppo di una notevole capacità di navigazione sul mare.

I Ming tentarono pure l’avventura di estendere i possedimenti cinesi oltre la Grande Muraglia, cercando di assoggettare i territori che furono di Gengis Khan e Tamerlano, nel tentativo, sconfitto, di dar vita al sogno di uno Stato pan-asiatico.

Posto fine a tale tentativo, i Ming si dedicarono allo sviluppo della tradizione nazionale, supportando il confucianesimo e opponendosi al buddismo che tentava di penetrare dall’India e, avendo aperte le porte ai mercanti europei, non contrastando il cristianesimo.

La fine della dinastia Ming (verso il 1644), vede subentrare i Manciù, originari del Nord-Est, sulle rive del Mar del Giappone. Questa dinastia venne assorbita dalla più antica civiltà cinese. Essa durò fino agli inizi del XX secolo con le sue forme militari le cui guarnigioni, acquartierate separatamente dai centri civili, avevano l’aspetto di truppe di occupazione.

La struttura amministrativa dello Stato conservava sempre la fisionomia dell’elenfatiasi burocratica e, di fronte alla sempre maggiore pressione del capitalismo occidentale, sembrava volersi nascondere di fronte alle crescenti tensioni sociali.

 

Fine storica dell’isolazionismo cinese

 

Quanto maggiore la stabilità della storica società cinese, tanto maggiore deve essere stato lo sforzo affinché le forze rivoluzionarie riuscissero a liberare le proprie energia verso il superamento della decrepita società agrario-burocratica e, sulle macerie dell’asfittico Stato Manciù, ad arrivare a costituirsi nelle forme del moderno Stato cinese, nella forma della Repubblica popolare fondata del 1949.

Quello che colpisce di più è la stretta relazione fra i grandiosi avvenimenti rivoluzionari della storia cinese con lo sviluppo degli eventi mondiali dell’intero pianeta. Non a caso la Cina moderna diviene il terreno comune su cui si affrontano la rivoluzione nazionale, la rivoluzione socialista e la guerra imperialista.

Queste le fasi principali del grande concatenamento di avvenimenti:

Guerra dell’oppio e rivolta dei Tai-Ping.

L’attacco imperialista di Inghilterra e Francia mira a rimuovere un ostacolo che si oppone reazionariamente al monopolio commerciale capitalista: ostacolo che è dato dallo isolazionismo cinese che alla fine non può resistere ad una potenza storica in pieno sviluppo e che quindi sarà costretto a dare libero accesso dei propri porti. La Cina è costretta – dopo tre guerre dell’oppio (1840-44, 1857-58, 1857-60) – ad accettare il commercio dell’oppio prodotto in India e, oltre i danni fisiologici alla propria popolazione, a subire la paurosa fuga all’estero del proprio argento.

Le guerre dell’oppio provocano profonde crisi sociali che lo Stato cinese fatica sempre più ad arginare. L’imperialismo, sotto l’ipocrita scusa di portare la civiltà occidentale, getta questo grande paese allo stato di semicolonia, impedendo allo stesso tempo il completo sviluppo di un autoctono capitalismo.

Tutto ciò tende a portare sul terreno della radicale lotta sociale i contadini, la piccola borghesia ed il proletariato nascente.

L’era rivoluzionaria moderna si apre in Cina con la rivolta dei Tai-Ping (1848-1865) e può paragonarsi alla rivolta dei contadini tedeschi del 1525. Più fortunati di questi, i Tai-Ping riuscirono a fondare uno Stato che durò dal 1851 al 1865, con capitale a Nanchino. Pure con la loro sconfitta essi contribuirono alla sconfitta della monarchia cinese, perché questa, pur di salvarsi dalle insurrezioni interne, si spinse a legarsi sempre più con l’imperialismo straniero, particolarmente anglo-francese. Ormai appare chiaro che la vittoria della rivoluzione democratica dovrà combattere la coalizione feudale imperialistica.

Il periodo della rottura del segregazionismo della Cina si chiude con la guerra cino-giapponese del 1894-95 e per questo grande paese non rimane altro che la strada verso il livello storico dei moderni paesi capitalistici. Finito lo slancio insurrezionale dei Tai-ping, la borghesia tenta la via delle riforme ‘dall’alto’, attraverso il partito dei riformatori capeggiato da Kang Yu-Wei, che si illude di poter ‘illuminare’ l’imperatore. La reazione della corte e dell’esercito spazzerà ogni illusione legalitaria e mostrerà come la Cina non potrà sottrarsi alla chirurgia della rivoluzione sociale.

Scoppio della rivoluzione borghese. La prima rivoluzione (1900-1912).

La rivolta dei Boxers (1900) assume carattere di sovvertimento sociale interno e di lotta nazionale contro lo straniero.

Agli inizi del secolo già cominciano a prendere forma i primi elementi di un nascente capitalismo con le sue due classi fondamentali: borghesia e proletariato. Nasce la Lega rivoluzionaria di Sun Yat-sen che nel 1911, dopo che una rivoluzione scaccerà la dinastia Manciù, verrà eletto presidente della Repubblica. Tale rivoluzione rimarrà ‘incompiuta’ dal momento che l’esercito si impadronirà del potere e spezzerà in varie satrapie militari l’antica unità dello Stato cinese. Ma il terreno è ormai maturo affinché altri movimenti rivoluzionari spingano a soluzione il problema della rivoluzione democratica cinese.

Gli anni della reazione militarista (1912-1919).

È il periodo dei ‘Signori della guerra’: generali di professione, sempre pronti a farsi comprare dalle diverse potenze imperialiste, che si disputano il potere. Questa reazione militarista è ‘maestra’ di rivoluzione: le forze rivoluzionarie sconfitte devono rivedere i loro errori e migliorare la loro preparazione.

La ripresa rivoluzionaria (1919-1925).

Due fatti che stanno in rapporto di causa/effetto: la involuzione dell’Internazionale comunista e la presa di coscienza delle proprie finalità da parte della borghesia cinese. Venendo meno alle direttive del II congresso, l’I.C. indirizza su una strada opportunista il rapporto fra il PCC ed il Kuomintang.

Serie delle guerre civili interne. La prima guerra civile rivoluzionaria (1925-1927).

Alleanza fra PCC e KMT contro i militaristi del Nord. Aprile 1927: la spedizione si conclude vittoriosamente con la conquista di Nanchino, ma subito dopo il KMT lancia le sue forze contro i comunisti provocando enormi massacri soprattutto a Shanghai, Wuhan, Canton.

Lo stalinismo parlerà di tradimento del KMT, ma se di ‘tradimento’ si deve parlare esso va attribuito all’I.C. stessa che ha costretto il PCC – con l’opposizione di una sua ala sinistra – di sacrificare il programma della ‘doppia rivoluzione’. Questo porterà a sacrificare lo stesso obbiettivo della rivoluzione democratica, perché il KMT, preoccupato della guerra partigiana intrapresa dal PCC, si darà ad una politica di patteggiamenti con lo stesso imperialismo straniero.

La seconda guerra civile. Il conflitto tra PCC e il KMT (1927-1937).

Inizia la lotta armata fra PCC e KMT che durerà fino allo scoppio del secondo conflitto cino-giapponese (luglio 1937).

Il conflitto con KMT non serve a portare il PCC sulle originarie posizioni del II congresso dell’I.C.: il partito ormai è completamente stalinizzato sotto la corrente di Mao tse-dun il cui obbiettivo finale è la Repubblica Popolare fondata sul ‘blocco delle quattro classi’.

Ritirandosi di fronte alle forze del KMT, il PCC dà vita a quella che passa alla storia come la ‘lunga marcia’ durante la quale costituisce delle sacche militari territoriali definite ‘regioni sovietiche’.

Gli anni della rinnovata collaborazione tra PCC e KMT nella guerra antigiapponese (1937-1945).

Dopo l’attacco giapponese alla Manciuria e la costituzione del Manciu-kuò (1932-33), Il PCC propone un fronte unito al KMT contro l’occupazione giapponese, cambia la propria denominazione da Armata rossa in Esercito rivoluzionario nazionale e fa proprio definitivamente un programma esclusivamente nazionale e democratico.

Mentre il PCC rimane fedele a tale programma, il KMT conduce il doppio gioco e non esita a sferrare attacchi contro le forze di Mao, spesso in collegamento con le truppe giapponesi (1939, 40, 41), dichiarando formalmente guerra a quest’ultimo solo dopo l’attacco a Pearl Harbour.

Alla resa del Giappone (agosto 1945), con intermediazione americana, un comunicato comune sancisce l’accordo fra PCC e KMT.

La terza guerra civile e la fondazione della repubblica popolare (1946-1949).

Rottura dell’accorso. Dopo un successo iniziale, il KMT subisce una continua serie di sconfitte fino alla caduta finale. Il 21-30 settembre viene proclamata a Pechino la Repubblica Popolare.

Ciang-Kai-scek fugge a Formosa sotto protezione americana.

 

Bilancio ad alto potenziale

 

Lo sguardo veloce alla storia millenaria cinese dimostra che i suoi rapporti sociali sono ora allo stato fluido ed agitati da ondate di trasformazione, accelerate dalle imperiali piraterie del civilissimo e democratico mondo capitalistico, giunto ad addentare la ricca ‘pagnotta’ cinese.

Le reazioni che, particolarmente nell’ultimo secolo, si producono all’interno sono state di una intensità ben superiore a quanto registrato all’interno della razza bianca, anche se le masse – nonostante gli enormi massacri che periodicamente si susseguono – si lasciano mobilitare come greggi passivi.

Critici andati a male coloro che negano funzione storica alle masse cinesi (e dell’Asia intera) la cui unica possibilità sarebbe quella di attendere la rottura del fronte sociale nei paesi capitalistici avanzati.

 

Ritardi millenari dell’Asia,

 

Dal tempo della sconfitta dell’Ottobre, il fatto rivoluzionario è dato dalla rottura dell’immobilismo asiatico.

Nella descrizione delle comunità di villaggio in India, Marx osserva che la divisione del lavoro che qui si attua è tale che non ha bisogno di alcuna autorità. Le operazioni sono così semplici che si riproducono sempre nella stessa forma e quando, per qualche ragione, vengono distrutte esse si ricostituiscono nella stessa forma. Ciò spiega l’immutabilità di tali società asiatiche che contrasta con la dissoluzione e ricostituzione delle dinastie al potere. La struttura degli elementi economici della società rimane intatta dalle bufere che si scatenano sul piano politico.

Anche là, come in Cina – dopo che la terra non viene più coltivata collettivamente e gradatamente si sviluppa la proprietà privata – dove i contadini finiscono sotto le sgrinfie degli aristocratici terrieri o del fisco della burocrazia statale, ci sono sì periodicamente delle grosse rivolte, ma alla fine tutto ritorna nella stagnazione precedente.

Citando da Stalin del ‘marxista di razza pura Trotsky – il quale affermava che i contadini non possono prendere il potere per se stessi, ma al massimo muoversi al seguito delle classi urbane: ieri la borghesia, oggi il proletariato – si legge che nella Cina vi furono nel corso dei millenni sicuramente delle rivoluzioni, ma ciò condusse ogni volta ad una dinastia ‘contadina’ e ad una nuova ridistribuzione delle terre. Ed osservando che, in Europa, ogni insurrezione vittoriosa dei contadini portava al potere un partito urbano radicale, egli conclude: "Più precisamente ogni insurrezione contadina si dimostrava vittoriosa solo nella misura in cui ciò rafforzava la posizione del settore più rivoluzionario della popolazione urbana. Quindi nella Russia borghese del ventesimo secolo una presa del potere da parte dei contadini era fuori di questione".

Nella rivoluzione incompiuta del 1911 prevalse il partito borghese di Sun Yat-sen. L’ondata successiva vedrà la scesa in campo del giovane proletariato industriale che verrà travolto anche grazie alle vicende russe del primo dopo-guerra

 

Ritardo secolare dell’Europa

 

Mentre la Cina guadagnava mille anni, l’Europa ne perdeva vergognosamente un centinaio, col rischio di annullare quel poderoso balzo dei popoli d’oltre mare. Le sue borghesie, compiute le proprie rivoluzioni, tentarono di fermare l’ulteriore moto storico con due guerre mondiali.

Dopo la prima, vi fu l’Ottobre in Russia che sembrò incendiare il mondo con l’ondata della rivoluzione comunista. Sconfitta l’I.C. e fermatasi la Russia alla fase borghese della doppia rivoluzione, il proletariato mondiale fu incanalato verso un programma nazionale-populista che lo porterà ad abbracciare gli interessi della borghesia, del suo Stato parlamentare.

La funzione dello stalinismo è stata quella di ‘asiatizzare’ il proletariato europeo, ovvero bloccarne ogni moto spontaneo contro il capitalismo ed immobilizzarlo in esso, come le masse asiatiche sono stata immobilizzate per secoli nella forma dispotico-feudale.

Ma l’Asia non è più lì ferma, essa fermenta e combatte. Onore all’Asia, onta all’Europa.

 

Via unica mondiale della controrivoluzione

 

L’insegnamento che arriva dalla Cina del XX secolo è lo stesso che ha dato l’Europa nel secolo precedente: di fronte alla rivoluzione, il proletariato non deve aspettarsi alcun aiuto dalle ‘classi urbane di sinistra’.

Nella costruzione marxista rimane invariante la posizione ‘antigiacobina’ dell’imperialismo mondiale. L’Inghilterra e la Francia liberali, di fronte alla possibilità della rivoluzione in Cina, non hanno dubbi nel difendere i loro interessi commerciali e dunque schierarsi a fianco della dinastia feudale.

Nel sollevamento del 1831 in Francia si osserva un ‘blocco delle quattro classi’ – sorta di anticipazione della storia cinese di un secolo dopo – per proclamare una monarchia costituzionale, ma quando il proletariato chiede la proclamazione della repubblica, tutti gli si rivoltano contro, e la sua richiesta soffocata nel sangue. Nel 1848 si ripete la storia: ogni tentativo di radicalizzare lo scontro, vede gli alleati del proletariato trasformarsi nei peggiori assassini. Il 1871 vede borghesi grandi e piccoli stringere patti con i Prussiani fermi alle porte di Parigi, al fine di poter schiacciare la Comune.

Tre volte in Europa si è perduta la battaglia dopo aver tentato di giocare la carta della ‘sinistra urbana’. Allo stesso modo, tre volte hanno tentato il gioco i comunisti in Cina ed hanno perso.

In Cina, hanno perso nel 1927 dopo che l’I.C., ormai stalinizzata, ha distrutto l’indipendenza programmatica ed organizzativa del PCC mettendolo in balia dello stesso Kuomintang che represse ferocemente le forze del PCC nei maggiori centri del paese. Il Kuomintang può benissimo essere paragonato alla scuola dei Thiers di Versailles: sempre disposti a patteggiare con l’imperialismo pur di evitare il radicalismo del proletariato.

Alla fine il Kuomintang viene sconfitto dal PCC di Mao, ma solo per attuare il programma suo e di Sun Yat-sen e che chiamerà socialismo il processo di accumulazione originaria del capitale.

Ciò indica storicamente che la via della controrivoluzione non è nazionale ma internazionale. Dialetticamente questo ci insegna che anche la strada della rivoluzione è unica nel mondo: il proletariato ed il suo partito comunista avranno sempre contro tutte le altre classi sociali – di ‘destra’ come di ‘sinistra’. E questo dovrà essere annunziato e sostenuto nelle proclamazioni del partito comunista anche nei tempi in cui si rovesciano quelle classi, perché ‘corrano la loro frazione’, lungo la china tormentata della storia.

 

 

 

3 – Conclusione

 

Programma mondiale della forma rivoluzionaria comunista

 

Sulla base degli insegnamenti di Marx e di Lenin, la chiave di lettura per la comprensione di ogni forma sociale passata e futura la ricaviamo dalla condanna della presente forma salariale mercantile, ossia capitalistica. Da ciò ricaviamo la nostra rivendicazione dell’uomo-specie, uomo-comunità.

Contro ogni banale definizione del socialismo che vorrebbe condannare il capitalismo in quanto ‘appropriazione’ privata, la nostra dottrina vede nel socialismo la distruzione del capitalismo in quanto ‘espropriazione’ di tutta l’umanità dalle sue condizioni umane di legame oggettivo con la natura che, nella società capitalistica, si contrappone all’uomo come elemento estraneo, come nemico.

Il socialismo dunque non ha nulla a che vedere con la visione banale della rivoluzione come cacciata di usurpatori che abbiano peccato contro una specie di Spirito Santo, intendendo dunque ripristinare una sorta di ‘onesta appropriazione’ (sindacale, aziendale, comunale o statale del capitale) sulla base di una … degenerata appropriazione privata personale.

 

Serie delle forme: Europa

 

Primo comunismo tribale. Ogni membro è proprietario e comproprietario rispetto a tutte le condizioni del lavoro: la proprietà è suo prolungamento, come lo strumento della produzione lo è della sua mano prensile.

Seconda forma tribale. La forma proprietà resta comune a tutti, il possesso nei singoli. Formazione della famiglia dal matri-monio di gruppo.

Forma classica romana. La terra della comunità è divisa fra le famiglie; una parte (ager publicus) resta alla comunità. Al centro vi è la comunità-Stato dove il proprietario cittadino è anche soldato.

Se nelle forme primordiali lo scontro fra comunità portava alla eliminazione fisica dello sconfitto, con la forma romana sorge la schiavitù e, con la spartizione delle terre conquistate, vi sarà spartizione pure dei prigionieri. Sorgono le classi dei patrizi e dei plebei. Ambedue sono liberi, ossia possono godere della proprietà di schiavi i quali sono considerati parte oggettiva delle condizioni del lavoro del libero, quindi difesi dal loro padrone.

Forma germanica. Lo Stato non è accentrato e i capifamiglia si ritrovano periodicamente per la ridivisione delle terre. All’inizio, anche qui compare la forma dello schiavo, ma forse solo al servizio dei condottieri. Più tardi compare il servaggio, che inizialmente nasce dalla divisione consensuale di compiti sociali.

La sintesi è che in tutte queste forme il lavoratore non è diviso dalle condizioni del suo lavoro. A queste succederà il capitalismo che ha, esso stesso, vita transitoria e che, unica fra le forme, possiede la caratteristica di aver staccato completamente il lavoratore dalle condizioni del proprio lavoro.

 

Serie delle forme: Asia

 

Dato che il marxismo è prodotto non solo del capitalismo ma di tutta la storia dell’umanità giunta fino ad oggi, il contenuto della sua dottrina permette di leggere sia la serie europea quanto quella asiatica: questa ci permette di vedere la formazione anticipata di un potere centrale sovrapposto a tutte le tribù, dovute soprattutto alle condizioni del terreno (grandi inondazioni, movimenti tellurici, carestie, ecc.) che costringeva all’accentramento degli sforzi e dunque alla formazione di una unità centrale (Stato, gerarchie, ecc.) di difesa dell’insieme delle comunità-tribù.

Sorge la libera proprietà contadina, la schiavitù ed il servaggio. Qui lo schiavo è soprattutto proprietà dello Stato, rappresentato dal Despota (dal ‘patriarca’: da qui la definizione di forma asiatica patriarcale).

Prima che in Europa, nella serie asiatica appare la città col suo artigianato urbano; oltre a ciò appare moneta, mercato interno ed anche internazionale. Prima che in Europa appaiono gli strati degli intellettuali e dei ‘colti’, mentre ritarda il fecondo ‘lancio di sassi’ della classe manuale, che in Europa già con Babeuf mette nella storia la Forza contro la Ragione.

 

Unica via mondiale della dittatura antimercantile

 

Qui non è stata ricordata la forma slava: anello di congiunzione fra la asiatica e quella europea.

Si ricorda che se vi fosse stata feconda unione fra l’Ottobre ’17 e le lotte in Cina degli anni ’20, i proletari – ed il mondo intero – avrebbe avuto da perdere solo le proprie catene. Ma le tesi Lenin e dell’Internazionale furono abbandonate, lo scontro supremo fu perduto e la storia dovrà riproporlo domani.

Non dovrà essere dubbio allora, se si saprà saputo vincere la battaglia della teoria, che descrivere il capitalismo nella sua profonda essenza come separazione del lavoratore dalle condizioni del lavoro non significa inserire in una scienza passiva una fredda definizione, ma lanciare la consegna incendiaria per la lotta distruttiva del sistema capitalista. La dittatura proletaria rivoluzionaria dovrà avere un solo bersaglio: il nefando meccanismo mercantile e monetario.

Al di là delle gravi sconfitte subite nel passato, lo scontro si riproporrà al proletariato mondiale nell’immancabile futuro ciclo che vedrà fuse ‘razze’ bianche e colorate su una piena sintonia, data dall’aderire alle Tavole programmatiche fondamentali dettate più di un secolo fa dal lavoro di Marx-Engels.

 

 

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Appendice

 

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Peculiarità dell’evoluzione storica cinese

 

Continuità etnica dello Stato

 

In Europa, lo Stato non ha conservato nel mutare delle sue forme che una medesima base razziale, anche se a questa non si è accompagnata la continuità nazionale. Infatti, nelle stesse sedi si sono avvicendate nazioni diverse: nomadi che scacciano, o assorbono, popolazioni autoctone, ecc.. Le nazioni sorgono e periscono, mentre la razza rimane.

La storia delle Americhe presenta caratteri ancora più drastici: con la conquista di spagnoli al Centro-Sud, e francesi ed inglesi al Nord, non solo scompaiono le varie nazioni locali, ma scompare nello stesso tempo la razza.

L’Africa e l’Asia rappresentano un caso intermedio. A differenza dell’America, nella maggioranza dei casi, le nazioni di questi due continenti stanno ora ricostituendosi sull’antica base razziale.

La Cina è l’unico caso storico in cui sede geografica, razza, nazione e Stato abbiano, dalla preistoria ad oggi, coinciso attraverso parecchi millenni. Le stesse dinastie mongole e mancesi riuscirono solo temporaneamente ad impossessarsi del potere dello Stato, per essere ben presto ingoiate dall’immenso oceano fisiologico della nazione.

Due i fattori essenziali della plurimillenaria sedentarietà della nazione cinese: 1) la estrema fertilità della grande pianura cinese, e 2) i suoi confini naturali difesi da ostacoli invalicabili.

 

Precocità del feudalesimo

 

Con la dinastia Ts’in (III secolo a.C.) avviene il trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato, con la soppressione dello spezzettamento del potere politico e la formazione di uno Stato fortemente centralizzato. In Cina, quando l’ultima dinastia C’ing fu spazzata dalla rivoluzione del 1911, lo Stato unitario era vecchio di secoli e non esisteva ombra di aristocrazia terriera.

Benché le prime dinastie cinesi si sviluppino dal XXII al XI secolo a.C., la civiltà cinese sorge più tardi di quelle Mediterranee, ma perviene prima di esse alla fase storica del feudalesimo, saltando quella dello schiavismo. È dal III secolo d.C. che si permette la compra-vendita dei bambini delle famiglie povere che diventano addetti ai servizi domestici delle famiglie ricche: questo, comunque, non è caratteristico del modo di produzione sociale che si basa sulla ‘accomandata’ servile.

In ogni caso, lo schiavismo che caratterizzava le società dell’Europa antica era frutto della guerra: i vinti diventavano schiavi del vincitore e le loro terre sua proprietà. La società cinese può saltare questa fase, perché non ha il bisogno di assoggettare nuove terre e quindi rendere in schiavitù le sue popolazioni. La società cinese può vivere in un relativo isolamento grazie ai due fattori fondamentali già ricordati: 1) la grande estensione delle sue pianure centrali rese fertili dai due grandi fiumi (Giallo ed Azzurro) e 2) grandi difese naturali da aggressioni altrui.

Diversamente che in Europa, che vede gli uomini legati al proprio piccolo feudo e alla propria ‘zolla’ (gleba), e dove il feudalesimo rappresenta una fase di stagnazione dell’attività umana e che dovrà aspettare il rinascimento per la fioritura di arti e scienze, in Cina il feudalesimo favorisce il progresso intellettuale: si veda lo splendido periodo Ming, 1368-1643, che vede l’apogeo del feudalesimo di stato con la soppressione di ogni particolarismo aristocratico.

Il centralismo statale, la cancellazione delle frontiere interne, lo sviluppo di una grande navigazione fluviale, porta alla formazione di un fiorente mercato interno e dunque ad un fecondo intreccio di relazioni sociali.

 

Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato

 

Verso il XV secolo, dato l’aumento della popolazione stanziata nel bacino del Fiume Giallo – aumento causato dallo sviluppo delle tecniche produttive –, occuparono l’odierno Shen-si e, verso il mare, lo Shantung.

Probabilmente è in tale periodo che si forma un’aristocrazia militare, in seguito trasformatasi in aristocrazia terriera. Nell’XI secolo dominò la dinastia Ciù che esercita il potere in forma indiretta, in quanto lo Stato è organizzato nelle forme del feudalesimo aristocratico. La piramide sociale è data da tre strati: in basso, alla base, i servi della gleba, piccoli coltivatori, ceti urbani; al vertice, la corte imperiale (con alla testa il ‘Figlio del Cielo’) con la sua piccola burocrazia, che dipende dai vassalli per ciò che riguarda l’alimentazione della finanza statale e per le truppe militari; nel mezzo la casta dei nobili che si è ora trasformata in aristocrazia terriera. In pratica: è quest’ultima che detiene effettivamente il potere politico.

Il questo periodo, l’imperatore è il più forte solo nominalmente; egli è il ‘re dei re’ che si spartiscono in maniera assolutistica il dominio reale del paese; il controllo imperiale avviene non per forza propria, ma grazie alle divisioni e lotte fra i vari vassalli. Siamo qui ancora nel ‘feudalesimo inferiore’ o ‘feudalesimo aristocratico’.

La crisi della dinastia Ciù comincia con il fallimento della spedizione militare finalizzata ad assoggettare nuove terre del Sud della Cina. In seguito a ciò la dinastia viene quasi del tutto esautorata, i vassalli ne occupano le terre e addirittura nominano loro sottoposti, equivalenti agli europei valvassori. Ciò causa l’aumento delle corti principesche in continua reciproca lotta e, di conseguenza, un inasprimento fiscale sempre maggiore sui contadini e sulle classi urbane.

All’inizio del V secolo a.C. emergono una decina di grandi principati. Il feudalesimo aristocratico raggiunge il punto più alto fra il 335 e 320 a.C., quando la maggior parte dei principi assume il titolo di wang (re). Subentra così un’epoca di sanguinose tirannie: epoca dei Cian Kuo (Regni Combattenti) che va dal 403 al 221 a.C., e che alla fine vedrà emergere il principato dei Ts’in. Questi avevano occupato quasi tutte le terre della dinastia Ciù e, conducendo una guerra (312-256 a.C.) contro tutti i principati coalizzati, riunificano nuovamente la Cina che subirà una profonda rivoluzionaria trasformazione sociale.

Viene abolita l’aristocrazia fondiaria e i principi ridotti a funzionari statali; i feudi vengono trasformati in province e distretti sottoposti alla giurisdizione di funzionari imperiali; la burocrazia divisa in due rami: civile e militare, sotto il controllo dell’imperatore. Su tutto vigila un corpo di ispettori che riferiscono all’imperatore. In altre parole, compare una monarchia assoluta, una forma statale che accentra in modo assoluto il potere, pur rimanendo la sovrastruttura di una base economica feudale (da qui la definizione di ‘feudalesimo di Stato’).

In questa epoca storica, ponendo a confronto la Cina con il resto del mondo, possiamo dire che la storia corre più veloce nell’Estremo Oriente che non nelle altre sedi di civiltà del mondo, essendo il feudalesimo cinese notevolmente precoce rispetto allo schiavismo ancora dominante nelle principali sedi mondiali.

La dinastia Ts’in cadrà ben presto, ma la struttura statale da essa fondata durerà per oltre duemila anni. Ufficialmente essa cesserà di esistere allo scoppio della rivoluzione antimonarchica del 1911, anche se le tradizioni accentratrici del ciclopico edificio si stanno perpetuando nei regimi post-rivoluzionari giunti al potere in Cina.

Se il corso storico in Cina si è sviluppato nel passato più velocemente rispetto all’Europa, dobbiamo dire che esso si è fermato ed è stato sopravanzato da quest’ultima al tempo delle rivoluzioni borghesi.

Altro raffronto. Le monarchie feudali assolute europee possono considerarsi una fase intermedia fra il feudalesimo aristocratico ed il feudalesimo di Stato cinese. Ad es., l’assolutismo francese al tempo di Luigi XIV mostra sì l’accentramento del potere statale ma non la cancellazione dell’aristocrazia fondiaria; oltre a ciò, frenando il potere della nobiltà feudale, esso facilitò di fatto lo sviluppo della borghesia, condizionando da lontano la rivoluzione democratica borghese.

Per quali cause storiche non si verificò in Cina un eguale fenomeno? Non comprendere ciò, significa non comprendere quanto accaduto nella prima metà del XX secolo e quindi l’ennesima truffa del revisionismo cinese.

Nostro compito in questa breve trattazione non è di svolgere una ‘nuova storia della Cina solo con parole diverse’. Per una reale lettura – dunque di impostazione marxista – della millenaria storia cinese è necessario un grande lavoro collettivo di archeologia economica, e per fare ciò occorre percorrere all’indietro il cammino storico, ‘partendo’ dall’attuale risultato finale per retrocedere alle cause economiche, scoprendo e collocando correttamente uno accanto all’altro i ‘reperti’ economici sepolti sotto il cumulo interessato delle chiacchiere ideologiche.

Per gli storici confuciani – e borghesi – tutto si risolve in una lotta di dinastie, nonché alla guerra dei cinesi di nazionalità Han contro i ‘barbari’ del Sud e del Nord. E non è nemmeno la presenza dello Stato centrale a caratterizzare la storia cinese. Nello stesso periodo storico, sulle rive del Mediterraneo assistiamo al potente centralismo di Roma, ma ciò che divide Roma dalla Cina è la struttura economica feudale in questa, schiavista in quella. È per tal motivo che si parla di precocità del feudalesimo cinese.

La rivolta sociale è un catalizzatore del processo storico: per tal motivo la Cina, la cui storia è ricca di rivolte e guerre civili, ha sempre marciato più in fretta degli altri paesi. Nel 1368, una gigantesca rivolta contadina pone fine alla dominazione mongola, favorendo l’avvento della dinastia Ming, crollata pure questa in seguito ad una nuova rivolta contadina guidata da Li Tze-ceng. Ai Ming successe la dinastia straniera dei Manciù.

Ciò che è caratteristico di queste rivolte – ben 18 grandi rivolte negli ultimi duemila anni – è che, in ogni caso, la struttura sociale non ne viene intaccata. E non si può parlare di reazioni elementari se solo si pensa al comunismo agrario dei Tai-ping: "Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo. Che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso, che lo mangino insieme.

Il dato fondamentale dunque che si osserva in tutta la storia cinese è che il progresso sociale può aver luogo solo a seguito delle guerre civili, delle lotte di classe.

È un dato incontrovertibile che, ad un certo punto dello sviluppo storico, Europa ed Asia fossero allo stesso livello dal punto di vista economico. Poi l’equilibrio si ruppe: l’Europa cominciò a marciare mentre l’Asia si fermò, anzi cominciò a retrocedere.

Quali furono le ragioni di questo fenomeno storico?

Abbiamo ricordato in precedenza che, come lo Stato cinese, anche l’Europa conobbe le monarchie assolute feudali. Ma la monarchia assoluta a fondamento feudale è una forma statale che sottintende una fase di transizione nel processo economico e l’Europa compie questo trapasso: da feudale diventa borghese, assoggettando ben presto al nuovo modo di produzione non solo l’Europa, ma il mondo intero.

Perché avviene ciò? Perché, ad esempio, Spagna, Francia ed Inghilterra, da povere diventano ricche e potenti, mentre la Cina decade dalla sua posizione dominante.

 

Alba dell’Europa moderna

 

Insomma, ciò che vogliamo sapere è perché il capitalismo è esploso in alcune nazioni europee mentre ha ritardato in Asia e quindi in Cina.

L’Europa moderna è sorta da poco. Fino al XV secolo, gli unici grandi centri di attività economica e intellettuale erano Venezia, Genova e Firenze: il resto dell’Europa era ancora in pieno feudalesimo, mentre i turchi demolivano quanto rimaneva dell’impero bizantino. Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra, che ben presto avrebbero dominato il mondo, non erano ancora diventate nazioni.

La Spagna, solo nel 1492, con la conquista di Granada, mette fine al regno mussulmano in Europa ergendosi così a nazione. È di questi anni l’istituzione dell’Inquisizione che, nella forma di tribunale religioso, sarà un potente strumento per la formazione dello Stato assolutista che, da un punto di vista storico è fattore rivoluzionario – urli pure lo spirito libertario – rispetto alla disorganizzazione e impotenza feudali.

Nello stesso periodo si forma la monarchia francese: non prima di essersi liberata dalla presenza inglese sul suo territorio, dopo la Guerra dei cent’anni, durata dal 1337 al 1453, che si concluse con l’unificazione nazionale (eccetto Calais, che resta ancora in mano agli inglesi) con a capo la monarchia assoluta dei Valois, i quali si apprestano ora a saldare il conto con l’altro grande nemico: la nobiltà feudale. Bisogna tenere presente comunque che, se la monarchia assoluta parte da Carlo VII, incoronato nel 1429 a Reims, è con Luigi XI che si ha l’unificazione politica della Francia, nonché la formazione delle basi dell’alleanza fra monarchia e grande borghesia finanziaria in funzione antifeudale. È alla fine di questo secolo XV che il feudalesimo aristocratico è definitivamente battuto a favore del potere centrale della monarchia. La grande macchina statale è ormai montata: tra poco la scoperta di nuovi mondi aperti alla intraprendenza e alla pirateria dei mercati europei, aprirà davanti ad essa insospettati campi di applicazione.

Alla fine del XV secolo si forma pure in Inghilterra una monarchia assoluta dopo una feroce guerra civile che durerà trent’anni (Guerra delle due Rose, detta anche ‘guerra dei trent’anni’ 1455-1485) e vedrà l’ascesa al trono dei Tudor. La nascita della monarchia assoluta in Inghilterra coincide con la formazione della borghesia che, aiutata dalle leggi sanguinarie dello Stato dei Tudor prima e degli Stuart poi – situazione ben descritta nel Capitale da Marx – permette di dire che il capitalismo britannico nasce sotto la monarchia assoluta, quasi insieme ad essa.

Si può dire dunque che alla fine del XV secolo l’Europa viveva una fase fluida: una grande rivoluzione economica e sociale è in atto. Il feudalesimo è ormai in crisi e la rivoluzione antifeudale non può essere circoscritta al movimento di Cromwell in Inghilterra o a quello giacobino in Francia: queste esplosioni di lotta di classe furono se mai il culmine di un processo rivoluzionario che si perpetuava da tempo nel sottosuolo sociale.

Questo gigantesco rivolgimento non interessa soltanto una parte del mondo: l’Asia, come l’Europa, partecipa al grande movimento innovatore. Infatti, mentre l’Europa (inizialmente Spagna e Portogallo) va alla conquista dell’America, accanto all’impero dei Ming sorge, in Persia, la grande monarchia dei Sawafidi e, in India, l’impero indo-musulmano del Gran Mogol.

Grandi colossi statali si fronteggiano, prima che sul terreno militare, su quello economico ed è inevitabile che risulti vincitore chi per primo ha saputo approntare potenti flotte da carico e da combattimento. Il mare ormai domina la terra ed anche i grandi imperi territoriali (la vecchia Cina, come la giovane Persia ed India) dovranno soccombere.

 

La meravigliosa rinascita dell’Asia

 

In Persia, nel 1511, sale al trono la dinastia dei Sawafidi che, dopo la secolare e successiva occupazione da parte di arabi, turchi e mongoli, riunifica il paese e lo rende indipendente. Non si tratta di un mero cambiamento formale: la monarchia sawafide, togliendo il potere locale alla aristocrazia terriera, trasforma la monarchia feudale in monarchia assoluta. I signori feudali devono sottostare ad una burocrazia di funzionari regi; il vecchio esercito fornito dall’aristocrazia viene sostituito da un esercito regio permanente.

La produzione artigiana e manifatturiera prende slancio e lo Scià stesso con tutto il potere dello Stato promuove lo sviluppo di tale produzione, nonché del commercio e delle infrastrutture che ad essi sono necessari. Vengono costituite delle manifatture regie nei più diversi campi. Lo sviluppo sociale ed intellettuale fa dire a molti viaggiatori del tempo che la Persia non solo ha raggiunto il livello dell’Europa, ma se l’è lasciata notevolmente indietro.

Parlando dell’India non si può dimenticare che nel XIV secolo essa era spezzettata in ben 1350 Stati. A porre fine a questo caos feudale ed instaurare l’unità politica giunge l’impero del Gran Mogol, fondato da Baber (un discendente di Tamerlano) dopo la vittoria di Panipat (20 agosto 1526). Tale regno raggiunge il suo apogeo sotto Akbar, che regna dal 1556 al 1605. Come in Persia, anche qui vi è uno sblocco dei vecchi rapporti sociali. Come lo Scià di Persia e le monarchie assolute d’Europa, anche Akbar sovrappone ai poteri locali feudali una burocrazia centrale che deve rispondere soltanto al potere regio.

Akbar persegue una grande riforma agraria e perciò ricerca l’appoggio dei contadini: cancellando vecchi diritti feudali aristocratici egli persegue tale riforma che reintegri lo Stato nelle sue proprietà ed il villaggio nei propri diritti. La riforma di Akbar non giungerà in porto, perché la nobiltà terriera saprà soffiare abilmente sull’odio razziale contrastando in tal modo la unificatrice politica dello Stato centrale.

Nonostante ciò, al momento dell’arrivo dei Portoghesi nei porti indiani, l’India è tutt’altro che quel paese povero ed affamato in cui sarà ridotto successivamente dal capitalismo occidentale. La micidiale monocoltura, tipica delle dominazioni coloniali, vi è sconosciuta: agricoltura, artigianato, manifattura commercio, si equilibrano e si compensano reciprocamente, e le sue esportazioni non si riferiscono solo ai prodotti tessili, ma anche ai prodotti industriali.

Tutti questi avvenimenti parlano chiaro: la rivoluzione antifeudale non è un fatto esclusivamente europeo, perché essa travalica gli oceani e mette in moto i continenti.

Anche l’Asia è dunque in grande fermento, fino al momento in cui cadrà in una mortifera paralisi a seguito dell’invasione e della conquista brutale dei popoli europei che arriveranno armati di tutto punto, trasportati da potenti navi oceaniche. Vano sarà cercare sicurezza nello isolazionismo come cercheranno di fare Cina e Giappone.

Il Giappone è un paese arretrato (solo nel secolo XVI vi penetra il ferro e l’acciaio). Il potere centrale è rappresentato dagli Shogun che, dopo lotte durissime, riescono a piegare i signorotti feudali (i daimio). Le riforme antifeudali vengono attuate lungo il XVI secolo dai shogunati di Nobunaga, Hideyoschi. Soprattutto con Yeyasu (1542-1616) si ha la trasformazione del potere imperiale in monarchia assoluta, riducendo i daimio al rango di cortigiani.

Dalla religione cattolica importata dai missionari cristiani arriva un aiuto ai riformatori antifeudali per combattere il clero buddista che appoggia il vecchio regime. Gli shogun favoriscono addirittura le conversioni al cattolicesimo, fino al momento in cui diventa chiaro che i portoghesi si nascondono dietro la bandiera cristiana all’unico scopo di conquistare il paese. Per tal motivo, i successori di Yeyasu chiudono, nel 1638, il Giappone agli stranieri e bandiscono il cattolicesimo. Passeranno due secoli prima che le cannoniere dell’americano Perry pongano fine all’isolazionismo giapponese.

Ormai, ai pirateschi sistemi del capitalismo europeo dovranno cedere non solo gli Stati di recente formazione, ma anche l’antico impero cinese.

 

Ripiegamento del capitalismo asiatico

 

Non deve sembrare strano che in uno studio che riguarda l’evoluzione storica cinese si dia grande spazio ad avvenimenti che si sviluppano in altre parti del mondo. Questo per il semplice motivo che ogni accadimento storico è sempre condizionato dal più generale sviluppo della situazione mondiale.

Non si potrebbero comprendere le cause del ritardo della rivoluzione borghesi in Cina se non si tenessero presenti i complessi rapporti dell’evoluzione cinese con quella del capitalismo mondiale, perlomeno a partire dal tempo dei Ming, che è la dinastia regnate al momento dell’arrivo degli occidentali.

Si vedrà ora di completare il quadro, pur con veloci pennellate.

Testimone della grandezza della Cina fu Marco Polo che visse in quel paese dal 1275 al 1291, cioè mentre regnava la dinastia mongola degli Yuan. Egli trovò un paese sviluppato con una classe di industriali che impiegavano salariati nelle proprie manifatture: segno questo che l’industria aveva assunto forme capitalistiche. Accanto a questo vi è sviluppata una importante classe di commercianti con imponenti flotte fluviali e marittime, strumenti di uno sviluppatissimo commercio interno ed estero. I banchieri cinesi usano largamente carta moneta, del tutto sconosciuta in occidente.

Ripetendo quanto già detto, all’alba del XVI secolo, gli Stati principali di Europa ed Asia si trovano pressoché sullo stesso piano di sviluppo e, a parte le accidentalità di vario tipo, una tendenza è comune a tutti: quella si sotterrare il feudalesimo. La dialettica storica favorirà chi saprà dare maggiore accelerazione all’accumulazione primitiva del capitale, e questa grande partita si deciderà sul mare, sulle grandi rotte oceaniche che apriranno la strada al mercato mondiale moderno.

I popoli asiatici che si affacciavano sul mare avevano sì tradizioni marinare, ma la loro esperienza era quella di collegare punti diversi all’interno dell’Oceano Indiano, ma si dimostrarono incapaci di costruire rotte che collegassero oceani diversi, quindi rotte oceaniche: vere e proprie arterie del futuro commercio mondiale. Fino a quel momento le grandi vie commerciali Europa-Asia sono soprattutto terrestri, in quanto le vie marittime, del Mediterraneo da una parte e dell’Oceano indiano dall’altra, devono passare per vie terrestri controllate dai Turchi che impongono al commercio imposte molto gravose.

Occorre trovare una comunicazione diretta fra i continenti e, in questa impresa, l’Asia è assente. In questa conquista si lanciarono con tutte le forze i più grandi Stati europei.

Se le vecchie signorie che stanno uscendo dal feudalesimo sono ancora disposte a sopportare il monopolio commerciale delle repubbliche marinare, i grandi stati nazionali non lo sono più, dato che dispongono di grandi mezzi finanziari per approntare le spedizioni oceaniche. La circumnavigazione dell’Africa (Vasco de Gama, 1497-1498) segna la fine dell’importanza del controllo del Mediterraneo e con questa la fine non solo di Venezia, ma la decadenza irrimediabile di tutta l’Italia. Oltre a ciò segna l’esplosione della dominazione coloniale del Portogallo e la sconfitta dell’Asia. E quando Magellano riesce a trovare il passaggio di Sud-Ovest che collega l’Atlantico con il Pacifico, raggiungendo le Filippine, l’accerchiamento navale dell’Asia è completo.

Ormai, con il periodo 1519-1522, le rotte coloniali occidentali sono segnate. Che ai portoghesi e spagnoli subentrino successivamente soprattutto gli inglesi, nulla cambia al fatto fondamentale della decadenza delle flotte degli Stati asiatici, e quindi decadenza del loro commercio e, più in generale, del loro sviluppo economico.

Ma nulla accade a caso nel dominio della storia come in quello della natura. La ragione fondamentale è che la tecnica delle costruzioni navali e l’arte nautica dovevano avere maggiore sviluppo in Occidente per la ragione che la civiltà occidentale sorse sulle rive del Mediterraneo, cioè di un mare interno di facile navigazione. Fin dai tempi più antichi, ogni nazione che si affacciava sul mediterraneo doveva diventare potenza navale se voleva primeggiare sugli avversari.

A differenza dell’Occidente, gli Stati dell’Asia non hanno mai avuto questo problema. La loro forza doveva essere soprattutto terrestre, per difendersi dalla possibili invasioni. L’Oceano era stato per millenni il loro baluardo. Ma quando l’Oceano fu violato dall’Occidente, essi si trovarono senza difesa.

È da allora dunque che l’imperialismo bianco è riuscito a dominare l’Asia dominando gli oceani.

 

 

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