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Appunti sulla storia della Sinistra Comunista ‘italiana‘ e la formazione del Partito Comunista Internazionalista 1945-1952

 

Non bisogna volere la scissione dei partiti e della Internazionale. Bisogna lasciare compiere l’esperienza della disciplina artificiosa e meccanica col seguirla nei suoi assurdi di procedura fino a che sarà possibile, senza mai rinunciare alle posizioni di critica ideologica e politica e senza mai solidarizzare con l’indirizzo prevalente. [ … ]Oggi, più che l’organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern. Essendo molto indietro su questo punto ogni iniziativa internazionale riesce difficile.[ Bordiga a Korsch, 28 ottobre 1926]

"oggi, la partita si gioca tra il capitalismo che intende conservare i suoi privilegi attraverso la conservazione della società borghese e il proletariato che combatte per instaurare la società comunista. Dunque la lotta è ingaggiata tra due forme sociali radicalmente opposte e non tra due classi che lottano nel quadro esclusivo dei loro specifici interessi economici. Le due classi antagoniste fondamentali della società attuale non disputano per un organo di dominio, lo Stato, che, una volta conquistato, permetta alla classe vittoriosa d'imporre violentemente la sua sovranità. Ma la battaglia si conduce su di un fronte ben più vasto: la costruzione di una nuova società o la conservazione della vecchia".
[Bilan]

"Le battaglie, per quanto riguarda il mondo matematico e fisico rivoluzionato, punteggiarono la ricerca come sempre, ma a nessuno venne in mente di creare movimenti scientifici hilbertisti, maxwellisti, boltzmanisti, hamiltonisti, peanisti, poincaristi, ecc., mente nei campi che coinvolgevano l’uomo e la sua mistica, come la biologia e le scienze sociali, nacquero per esempio i darwinismi, i marxismi e i loro contrari: religioni appena mascherate con i loro dei e profeti che ancora oggi suscitano interpretazione, adorazione o viscerale avversione".[Necrologi affrettati, n+1, n. 0]

 

Introduzione

L’obbiettivo fondamentale sviluppato in queste pagine è quello di sottolineare l’importanza del lavoro politico svolto da quei comunisti che – sfuggiti indenni (negli anni ’20 e ’30) dalla morsa del fascismo e, peggio ancora, dello stalinismo –, con la fine della seconda guerra mondiale (1945), credono nella possibilità del riproporsi di una situazione simile a quella del periodo 1918-’20.

Alla falsa valutazione del periodo storico allora in corso, segue la inevitabile spinta alla "costruzione" di un Partito Comunista che non sia solamente proiezione di forze presenti sul territorio italiano o facenti capo all’emigrazione italiana (particolarmente Francia e Belgio). In attesa dunque di un reale affasciamento di fisiche forze internazionali – quale fu ad esempio il grande esempio dato 25 anni prima dall’esistenza della Internazionale Comunista – il Partito Comunista che si va a "costruire" deve essere perlomeno Internazionalista e capace di sviluppare quel lavoro che lo porterebbe poi ad essere effettivamente Internazionale.

Per arrivare a ciò, saremo costretti a richiamare alcuni elementi cardine della lotta della Sinistra Comunista italiana all’interno del PCd’I contro la degenerazione opportunistica dell’I.C. (lotta svoltasi nel periodo 1921-’26), nonché la battaglia continuata durante il periodo della emigrazione: battaglia materializzatasi attorno agli organi di stampa Prometeo e Bilan. Non si vuole con questo riscrivere un ennesimo volume di una storia in ogni caso già tratteggiata – e che verrà sicuramente ripresa e ampliata in un futuro purtroppo non immediato – più o meno esaurientemente in altri lavori, indipendentemente da questo .

Molto più semplicemente, ci proponiamo di ripercorrere a grandi salti le tappe del percorso di quelle che via via sono state le espressioni formali del partito storico – quale lo intese Marx nella sua lettera a Freiligrat: espressioni formali svolgenti la funzione di ponte fra le passate esperienze del movimento rivoluzionario comunista degli anni ‘20 con le attuali e prossime generazioni. Come non esiste un legame con le radici date dal passato senza una continuità materiale rappresentata da trasmissione fisica attraverso il lavoro delle generazioni, con i suoi libri, giornali, ecc., ripuliti dalla polvere delle cantine dalle periodiche lotte del proletariato, così tale continuità non va ricercata nel movimento continuo delle lancette dell’orologio che non ammette vuoto e discontinuità.

Il tentativo di questa esposizione, dunque, è quello di presentare a grandi pennellate una sintesi del significato storico di quel lavoro che si rifà alla Sinistra comunista "italiana" .

I compagni che partecipano costantemente alla redazione di n+1, sanno che avremmo voluto rispondere già con la riunione di settembre dell’altro anno alla seguente domanda: quale importanza storica può avere per noi l’esperienza del lavoro sviluppatosi attorno alle pagine di Programma Comunista, a partire dal 1952? Allora ci dovemmo accontentare di alcune premesse generali – vedi Struttura frattale delle rivoluzioni – di supporto a brevi accenni che rimandavano ad un futuro lavoro quella risposta che si sentiva abbastanza urgente. Siamo arrivati a marzo di quest’anno e sembrava finalmente che sarebbe stato possibile chiudere questo lavoro.

I presenti rimarranno sicuramente delusi. Non parleremo di Programma Comunista, perché questa nostra storia ripercorrerà il segmento 1920-1952: anno che vede la scissione del Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista) e la formazione di un nuovo Partito Comunista Internazionalista (Programma Comunista) .

Per concludere, nell’esposizione di oggi, presenteremo dunque pochi "fatti", e citeremo pochi "documenti": quelli strettamente indispensabili ad indicare le grandi lezioni delle controrivoluzioni ed a mostrare la strada per non perdere il legame con il filo del tempo, nonché quei pochi utilizzabili affinché i concetti indispensabili alla ripresa di un sano lavoro svolto con spirito di partito non diventino icone, cerebralmente elaborate, staccate dal movimento reale che per noi deve essere la Stella Polare di ogni manifestazione della nostra attività.

 

I. – Il PCd’I e l’Internazionale comunista

"Abbiamo voluto scegliere per questa conferenza un tema del più alto interesse del quale, però naturalmente, non potrò dare un'esposizione completa, data la grande molteplicità dei suoi aspetti. Molte volte nel prospettare quelli che sono gli sviluppi della nostra ideologia, del trapasso dal regime borghese al regime comunista, si insiste molto bene e molto chiaramente sulla parte storica e politica del tema, si discute quella che è la formula della conquista politica del potere in contrasto con le affermazioni di altre scuole, ma non si mette altrettanto chiaramente in vista quello che è il carattere economico di questo trapasso tra due epoche due storie, due regimi. Quindi in questa materia s'incontrano frequentemente opinioni errate anche fra compagni che appartengono come dirigenti e capi al nostro movimento. È materia che anche nel nostro partito non è stata abbastanza approfondita, abbastanza studiata, sebbene a disposizione di noi tutti, oltre alle classiche opere dei nostri maestri, stia in questo campo interessantissimo l’esperienza della rivoluzione russa che prospetta innanzi ai nostri occhi la transizione dell’economia capitalista a quella socialista e comunista".

Così si esprimeva Bordiga ad una conferenza del PCd’I nel luglio del 1921, denunciando in tal modo i limiti teorici di un movimento comunista che, nell’Europa capitalisticamente arcimatura, era costretto a segnare il passo di fronte al corso di una rivoluzione che inesorabilmente si allontanava sempre più da Ovest, battendo il passo nella stessa Russia, per inglobare con sempre maggiore forza la sfera asiatica del pianeta.

A titolo di esemplificazione, si possono presentare delle brevi schede – e che poniamo in appendice alla presente esposizione – che illustrano i limiti nelle acquisizioni teoriche di alcuni importanti dirigenti del movimento internazionale del tempo:

a – La teoria del plusvalore di Carlo Marx base viva e vitale del comunismo.

Pubblicato nel 1924 sull’Ordine Nuovo, dove Bordiga critica le concezioni di Graziadei, a proposito della teoria del valore e del plusvalore di Marx, che nega la possibilità di calcolare lavoro necessario e pluslavoro, perché troppe le variabili che intervengono: per tal motivo, al massimo si può parlare di ‘teoria dei prezzi’ o dei ‘costi’. Bordiga sottolinea che questo non ha nulla a che vedere col metodo scientifico e che Marx parla di lavoro socialmente necessario e pluslavoro socialmente dato (quindi, lavoro necessario e plusvalore calcolati in media). A nulla serve, continua Bordiga, che si condanni la teoria del valore e si pretenda di accettare ‘tutto il resto’ (lotta rivoluzionaria, dittatura del proletariato, ecc.). Non si capirebbe su quali basi questo ‘tutto il resto’ dovrebbe stare in piedi. È più coerente il classico discorso di un Bernstein che dalle premesse della critica a Marx trae le conseguenze per una politica antirivoluzionaria e riformistica. I ‘teorici’ alla Graziadei sono definiti da Bordiga ‘comunisti della sesta giornata’.

b – Economia del periodo di trasformazione di Bucharin (1920).

Bucharin parte dal corretto concetto che all’interno del processo di produzione di ogni singola merce – vale a dire all’interno del processo della cooperazione che vede l’operaio parziale trasformarsi in operaio complessivo – non vi è produzione di valore (quindi merce) e che questa diventa tale solamente all’esterno di tale processo, vale a dire sul mercato, nel momento in cui un qualsiasi prodotto si rapporta a qualsiasi altro in termini di uguaglianza di tempo di lavoro incorporato, quindi in termini di valore.

È all’esterno di ogni singolo processo di produzione, quindi nel rapporto fra aziende diverse che vive il rapporto mercantile di valore. Tale rapporto sviluppa una centralizzazione sempre maggiore del capitale fino al livello di un vero e proprio ‘trust capitalistico di Stato’ che porta a negare i rapporti commerciali all’interno di una entità nazionale. Giunto a questo punto si può cominciare a parlare di rapporti commerciali solamente fra nazioni.

E qui Bucharin è molto esplicito: "La riorganizzazione dei rapporti di produzione del capitale finanziario procede nella direzione della organizzazione universale del capitalismo di stato, con l’eliminazione del mercato, con la trasformazione del denaro in una unità di calcolo, con la produzione organizzata su scala statale, con la subordinazione dell’intero meccanismo economico-nazionale’ agli scopi della concorrenza mondiale, cioè prima di tutto a quelli della guerra" .

Dato che tutto ciò è ormai sviluppato alla scala nazionale, mostrando una differenza qualitativa con la scala mondiale (e ponendo arbitrariamente un parallelo con Marx che indica una differenza qualitativa fra divisione del lavoro all’interno della manifattura e divisione del lavoro all’interno della società) si può allora parlare di "piano di produzione reale" (o comunismo) … in un paese solo.

E’ sicuro che il 1920 non è il 1926, ma Stalin da solo non ce l’avrebbe fatta.

c – La legge fondamentale dell’accumulazione socialista di E. Preobrazenskij (1924).

L’autore – ricordiamo che stiamo parlando di uno dei più importanti teorici del partito bolscevico e quindi dell’Internazionale – mette a confronto lo sviluppo della rivoluzione borghese con lo sviluppo di quella comunista e afferma che mentre quella è un momento interno allo sviluppo del modo di produzione capitalistico che parte con la ‘cosiddetta accumulazione originaria capitalistica’ descritta da Marx nel I Libro del Capitale, al contrario il comunismo (che Preo chiama ‘socialismo’) parte con la conquista del potere politico da parte del proletariato che può realizzare la società senza classi alla sola condizione di una ‘accumulazione originaria socialista’ che deve precedere la vera ‘accumulazione socialista’.

Quale la differenza fra i due termini? Per accumulazione socialista egli intende quel processo che vede la gran parte del plusprodotto non riservato al consumo, ma alla riproduzione allargata, mentre per accumulazione originaria socialista intende l'accumulazione nelle mani dello Stato "di risorse materiali provenienti prevalentemente da fonti esterne al complesso economico statale".

Ma qui Preo non si rende conto che queste ‘risorse materiali’ non sono altro che le risorse date dalla miseria e che per combattere questa ed uscire da un livello precapitalistico ed andare almeno verso il capitalismo di Stato – in attesa della rivoluzione comunista internazionale – vi è bisogno sì di una ‘accumulazione’ ma che rimane sempre accumulazione originaria capitalistica. Qui come nell’Inghilterra del XIV, XV e XVI secolo.

E' dunque la stessa cosa, raccontata con parole diversee non è sicuramente sufficiente il potere nelle mani del partito comunista affinché le parole possano cambiare natura ai fatti materiali. Il potere nelle mani del partito comunista ricorda re Mida: mentre quello aveva la capacità di trasformare in ora tutto ciò che toccava, ora può essere trasformato in oro tutto ciò di cui si parla.

Conclude Preobrazenskij: "Criticando tale impostazione del problema i miei oppositori non polemizzano con me personalmente o con tutti i nostri industrialisti, ma protestano in sostanza contro tutte le condizioni oggettive nelle quali avviene la costruzione del socialismo in un paese solo e per giunta agricolo" .

Ha forse esagerato Bordiga quando, in Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, scrive che, alla data 1920, il partito comunista dell'URSS non può più dare nulla al movimento comunista mondiale?

Sicuramente, col periodo 1924-25, il partito "comunista" dell'URSS è ormai perduto!

d – L’involuzione tattica e programmatica della III Internazionale.

In questo capitolo tracceremo velocemente gli elementi fondamentali della storia della Sinistra Comunista "italiana"; storia segnata dalla lotta contro la degenerazione opportunista e, in seguito, controrivoluzionaria della IIIa Internazionale: degenerazione che ha toccato lo Zenit con la guerra di Spagna ed i suoi ‘fronti popolari’, concludendo soprattutto con l’attiva adesione al secondo macello mondiale chiuso nel 1945.

Diciamo subito che ciò che caratterizza la corrente passata alla storia col nome di Sinistra Comunista ‘italiana’ – corrente alla quale fa riferimento tutto il nostro lavoro – è la sua impostazione dei problemi tattici ed organizzativi in assoluta coerenza e dipendenza dalle finalità del programma del comunismo.

Una affermazione del genere per noi risulta estremamente chiara (sicuramente a livello di enunciazione!), ma bisogna ben vedere che altra cosa era aver chiaro e difendere tutto ciò, con caparbietà, di fronte ai grossi calibri dell’Internazionale (i Lenin, i Trotskj, i Bucharin, gli Zinoviev, ecc.) che – ‘loro’ – una rivoluzione ‘l’avevano fatta’.

Il congresso di fondazione dell’I.C. è del marzo 1919, anche se bisogna aspettare l’anno successivo perché si abbia un congresso (il secondo, nel luglio-agosto 1920) ritenuto, dal punto di vista programmatico, il reale momento di formazione di quello che, per la Sinistra (a quel tempo organizzata attorno a Il Soviet, nella corrente di sinistra del PSI), sarà sempre considerato il partito mondiale della rivoluzione.

Le polemiche del ’20 a proposito dell’astensionismo difeso dal Il Soviet – polemiche tirate continuamente e strumentalmente in ballo, come fosse stato il suo carattere distintivo –, non devono cancellare il fatto che per la nostra corrente il boicottaggio della partecipazioni alle elezioni aveva la funzione di cartina al tornasole di fronte alla necessità di lavorare alla scissione dal PSI in funzione della formazione di un Partito comunista: un partito che per definizione veniva costituito per la lotta a morte contro la macchina dello Stato borghese e che dunque doveva essere saldo contro ogni lusinga e deviazione democratica e riformista . La Sinistra sostenne con vigore le proprie concezioni anti-elettoraliste anche in sede del secondo congresso dell’I.C., sorbendosi le rampogne dei dirigenti dell’Internazionale; non ne fece in ogni caso mai una questione di principio, perché per essa era il centralismola centralità della direzione tattica e programmatica del partito – mondiale, una questione di principio.

Questo sarà sempre il suo carattere distintivo, che l’ha portata prima a combattere contro l’Ordine nuovo in Italia, poi a volersi distinguere nettamente dalle correnti di sinistra del nord Europa (tribunisti olandesi, kaapesti e unionisti tedeschi, ecc.), e in seguito a combattere la stessa tattica sempre più opportunista della stessa Internazionale.

Teniamo a mente (discorso più esteso in appendice dove si parla della accumulazione socialista di Preobrazenskij) gli immani problemi economici e politici che si aprono in Russia con la fine della guerra mondiale e la presa del potere da parte del partito comunista. Il "comunismo di guerra" – non essendo altro che il "comunismo della fame" – viene sostituito dalla Nuova Politica Economica (NEP), la quale ha il compito di permettere al Partito comunista di resistere al potere, nell’attesa che la rivoluzione dilaghi anche negli altri paesi. Resistere alla pressione di cento milioni di contadini che non sanno che farsene del migliore dei discorsi sul comunismo mondiale quando non hanno i mezzi (macchine operatrici, ecc.) per aumentare quella produttività loro richiesta necessaria non solo a sfamare se stessi, ma indispensabile pure per sfamare le città nonché dare un surplus che serva di aiuto alla rivoluzione mondiale.

Il tempo scorre senza pietà e la necessità di sopravvivenza del potere sovietico impone a quest’ultimo di premere sulle sezioni dell’Internazionale affinché queste imparino a "legarsi alle masse", per accelerare lo sviluppo della rivoluzione e contrastare l’azione dei riformisti.

Come se il problema della tattica fosse diventato un problema di ‘ragioneria statistica’ si comincia a mettere in discussione, volenti o nolenti, il motivo fondamentale per cui sono state fondate le sezioni nazionali (i partiti comunisti interni ad ogni paese) dell’I.C.: ossia l’assoluta impossibilità dell’utilizzo dei partiti della socialdemocrazia internazionale, nonché di sue parti (o ‘ali sinistre’), ai fini di un’azione di classe che aiutasse il proletariato ad avanzare sul terreno dell’acquisizione delle finalità del programma del comunismo, e dunque di tutte le sue implicazioni tattiche.

Ma non ci si lega alle masse senza dei ben precisi passi politici. È così che il terzo congresso del 1921 sanziona la tattica della conquista della ‘maggioranza’ del proletariato: indicazione che ha preso avvio dall’esempio dell’invito (la famosa Lettera aperta scritta da Levi e considerata da Lenin un ‘passo politico modello’) all’azione comune rivolto dal partito comunista di Germania alla socialdemocrazia tedesca per azioni comuni.

La sinistra comunista si opporrà strenuamente a queste indicazioni. Lo farà non per un cosiddetto ‘purismo rivoluzionario’ – e nemmeno per una diversa ‘cartina al tornasole’, come per il caso dell’astensionismo elettorale –, bensì per le più immediate necessità di coerenza e chiarezza organizzativa in vista del necessario lavoro di preparazione rivoluzionaria .

Una cosa deve essere chiara: non è assolutamente vero che la Sinistra fosse contro l’unità del proletariato. Essa era favorevole e propugnava il fronte unito delle organizzazioni a carattere immediato: essa non solo era dunque contraria alle scissioni in campo sindacale, ma quando vi fossero delle divisioni precedentemente esistenti fra organismi sindacali, proponeva la loro unità nella lotta. Essa era fermamente contraria alle indicazioni dell’Internazionale. Trotsky dirà ad un certo punto che non avrebbe avuto alcun senso parlare di fronte unico del proletariato se non si parlava di fronte unico delle organizzazioni del proletariato, quindi di fronte unico dei partiti del proletariato.

Già qui si vede come la necessità della scissione viene messa in discussione, perché i partiti socialisti (almeno quelli non troppo sputtanati e colpevoli di omicidio contro i proletari, come la socialdemocrazia tedesca), non sono più considerati l’ala sinistra della borghesia, dunque partiti borghesi, ma partiti occupanti l’ala destra del proletariato coi quali si devono sviluppare delle convergenze tattiche.

Attirare a sé dunque le masse, mostrare le contraddizioni dei partiti con i quali ci si alleava (come se questo nascondesse le proprie contraddizioni consistenti nell’allearsi con l’ala sinistra della borghesia per combattere la borghesia). La pretesa di fondere in un corpo unico il proletariato con l’invito a vere e proprie fusioni fra partiti della classe o fra parti di questi stessi partiti che non si fossero sbracati completamente sull’appiattimento con l’ideologia borghese: il tutto con la falsa – nei casi di buona fede – speranza di facilitare quel movimento che avrebbe dovuto portare al potere il proletariato, almeno nei principali paesi.

Il bisogno di forzare il movimento rivoluzionario in Europa per dare respiro al potere del partito comunista in Russia porterà dunque la direzione dell’Internazionale ad etichettare di estremismo – nonché amante della frase rivoluzionaria – qualsiasi forza pretenda di attenersi a quanto stabilito nelle tesi fondamentali del secondo congresso del ’20. Chiunque non accetti il nuovo corso, che a partire dalla Lettera aperta, si sviluppa via via in maniera sempre più netta fin dal III congresso del ’21, viene tacciato di infantilismo e di astrattismo incapace di rendersi conto che la ‘concretezza’ dei proletari non si accontenta di parole, ma vuole ‘fatti’: ed è in onore di questi ‘fatti’ che un po’ alla volta la precisa indicazione della dittatura del proletariato – che 50 anni prima è stata scritta col sangue dalla Comune di Parigi – comincia a trasformarsi nella vaga indicazione di ‘governo operaio’: indicazione in ogni caso che risulta del tutto coerente con l’impostazione politica che si sta dando al movimento rivoluzionario .

Ai recalcitranti appartenenti alle più diverse formazioni di sinistra nell’Internazionale veniva imposta una cosiddetta "bolscevizzazione" che, in nome dell’unità e del centralismo della Internazionale, imponeva una falsa omogeneità che non aveva nulla a che fare con quella che la Sinistra rivendicherà sempre: ovvero, il centralismo organico.

La Sinistra non si piegherà mai al centralismo di facciata della bolscevizzazione che un po’ alla volta diventerà vera pressione organizzativa fino a trasformarsi – in Russia ad esempio, ma non solo – in vero e proprio terrore che fa uso dell’azione repressiva della macchina dello Stato.

Ormai l’Internazionale si sta avviando sul terreno che non può più essere di classe. Se infatti la tattica del fronte unico fra il partito comunista ed altri partiti ‘proletari’ si può considerare un grave errore tattico, l’indicazione del ‘governo operaio’ composto da quegli stessi partiti diventa un gravissimo errore di principio, perché mette in causa la concezione che i comunisti hanno da sempre – e accuratamente precisato fin dal 1917 con la pubblicazione di Stato e rivoluzione di Lenin – della natura e funzione dello Stato.

Il 1926 si sta avvicinando velocemente e quello che inizialmente (1919-‘20) poteva essere considerato il partito mondiale della rivoluzione, sta perdendo sempre più ogni connotazione di classe.

La teoria del ‘socialismo in un paese solo’, che per comodità datiamo al 1926 e che il povero Stalin si vedrà appioppare quale unico responsabile, rappresenta storicamente la presa d’atto – e poco importa che chi la sostiene non ne sia consapevole fino in fondo e magari ritenga il contrario – che i passi politici che la Russia compie sono ormai dettati da interessi esclusivamente nazionali e l’"internazionalismo", che fino a poco prima nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione, si sta trasformando e si trasformerà sempre più in sudditanza verso le esigenze del nazionalismo grande-russo che Stalin rappresenta alla perfezione.

Non a caso, la politica dell’Internazionale contribuirà non poco al fallimento della lotta dei minatori inglesi del ’26, e ancora peggio al fallimento del movimento rivoluzionario del 1925-’27 in Cina.

 

II – La Sinistra Comunista "italiana" (SCi) all’estero e le opposizioni di sinistra comunista

L’Internazionale ormai, dal punto di vista del comunismo, appare svuotata di ogni contenuto e molte correnti di opposizione di sinistra si apprestano ad un lavoro di organizzazione per costruire delle alternative.

Va ricordato che fin dagli inizi degli anni ’20, a partire dalle tragiche esperienze delle lotte in Germania del 1919 e 1923, si radicalizzano delle tendenze che saranno sempre più critiche non solo verso la socialdemocrazia classica, e verso il KPD, ma anche verso la stessa Internazionale, accusata di imporre la "propria volontà" indipendentemente dalla reali esigenze del movimento in Europa. Non dimenticando lo storico gruppo olandese dei "tribunisti", ricordiamo appena che nell’aprile del 1921 nasce il KAPD (Kommunistische Arbeiter-Partei Deutschlands) dal quale si staccano subito dopo le "Unionen". Dalle costole della rinata organizzazione anarco-sindacalista (FAUD) si stacca la AAUD (Allgemeine Arbeiter-Union Deutschlands); la fine del ‘20/inizi ’21, vede la formazione della AAU(E), sigla dell’Allgemeine Arbeiter-Union (Einheitsorganisation ).

Tutte queste formazioni propugnano una tattica che contrasta con le indicazioni della III Internazionale e che aiuta – il più delle volte superficialmente se non addirittura opportunisticamente – ad accostarle al lavoro compiuto della SCi. Esse erano, è vero, contro il parlamentarismo e contro la tattica del fronte unico, ma è falso accostarle alle posizioni della Sinistra: in primo luogo la sinistra era per il lavoro nei sindacati operai e per la loro unità e mai avrebbe concepito la formazione di "sindacati rivoluzionari"; in secondo luogo questa non ha mai considerato la questione del parlamentarismo un problema di principio.

Il partito unico, fortemente e centralmente organizzato era una questione di principio ed è proprio per tale motivo che sarà sempre contro l’Internazionale di fronte ogni sorta di espedienti tattici. Si può dire, infatti, che ciò che caratterizzò la SCi in quegli anni, fu la consapevolezza della necessità di un preciso piano di possibilità tattiche (una rosa di tali possibilità) che impedissero in modo inequivocabile ogni ‘situazionistica’ svolta ed improvvisazione . Proprio perché vuole un forte partito centralizzato a livello internazionale la sinistra combatte ogni ondeggiamento tattico, nella piena consapevolezza che è la corretta tattica che rende forte e credibile il partito comunista senza il quale il proletariato non può sperare di vincere nella sua lotta contro la macchina dello Stato borghese.

Nulla può unirla agli antipartito del Nord-Europa che, al di là di ogni distinguo, alzano lo stendardo della contrapposizione capi-masse e vedono nella forma-partito e dunque nella Internazionale il ‘male originario’ di ogni degenerazione opportunistica, e per tal motivo essi elevano a principio motore della rivoluzione l’‘autocoscienza’ che i proletari dovranno dotarsi con l’aiuto delle opportune forme organizzatine.

Ma la rivoluzione non è questione di forme di organizzazione, bensì di forze storiche, di programmi che siano il prodotto di una corretta lettura delle esperienze del passato e dunque di una corretta anticipazione del futuro.

a – Lettera di Bordiga a Korsch

Questa dunque la situazione che si presenta al 1926 e che sarà compito delle generazioni successive non banalizzare con lo stupido ‘gioco delle colpe e dei meriti’. Certo, non per nascondere le eventuali colpe e meriti in tale o talaltro pur importante segmento storico specifico, ma unicamente per sottolineare con fermezza che il soggetto fondamentale di ogni rottura rivoluzionaria rimane sempre la rivoluzione – ovvero il movimento reale del comunismo – che, pur seguendo permanentemente le sue linee di forza geostoriche, di tanto in tanto mette nella forgia i propri strumenti specifici. Si ricerchino pure dunque le colpe ed i meriti (anche questo è sano lavoro di limatura per la migliore conoscenza degli utensili), ma non dimentichi mai che, come non è merito dei bolscevichi la presenza della rivoluzione nell’area russo-asiatica, così, se la rivoluzione in Europa è ‘mancata’, ciò è dovuto al fatto che l’autobus della rivoluzione qui non era passato, non alle ‘colpe’ di chicchessia.

Ma questo si capirà meglio negli anni a venire.

Alla data 1926 ci si domanda inevitabilmente ‘cosa fare’ per frenare un processo degenerativo della lotta rivoluzionaria del proletariato.

È a questo punto che può risultare utile inserire un commento alla lettera che Bordiga spedisce a Korsch, in risposta alle sollecitazioni per la costituzione di una ‘opposizione di sinistra internazionale’ allo stalinismo ormai imperante.

Ricordando la vecchia accusa rivolta alla SCi di ‘negare l’esame delle situazioni’, Bordiga risponde che ciò non è vero. "Tuttavia – scrive – noi miriamo alla costruzione di una linea di sinistra veramente generale e non occasionale , che si ricollega a se stessa attraverso fasi e sviluppi di situazioni distanti nel tempo e diverse, fronteggiandole tutte sul buon terreno rivoluzionario, non certo ignorandone i caratteri distintivi oggettivi" .

All’attivismo di quanti (Korsch fra questi, evidentemente) propongono di forzare le situazioni per facilitare una ‘ripresa’ dell’ondata rivoluzionaria che nell’Europa occidentale in realtà non c’è mai stata e che per tal motivo dunque sarebbero costretti a cadere sullo stesso terreno (formalistico e ‘manovriero’) dell’avversario, Bordiga aggiunge: "In genere io penso che in primo piano, oggi, più che l’organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti attraversate dal Comintern. Essendo molto indietro su questo, ogni iniziativa internazionale riesce difficile".

Per Bordiga e la SCi, dunque, provocare formalisticamente qualsiasi tipo di iniziative che possano portare ad una scissione con l’Internazionale, può solo impedire la comprensione dell’intero processo di degenerazione di quel partito che si è sempre voluto considerare il partito mondiale della rivoluzione, anche se a questo punto si riconosce che "uno dei difetti della Internazionale attuale sia stato di essere ‘un blocco di opposizioni’ locali e nazionali". Per tale motivo, ogni concezione attivistica diventa dannosa in quanto non bisogna correre il pericolo scissionista; non si deve arrivare alla scissione degli attuali partiti comunisti perché "bisogna lasciar compiere l’esperienza della disciplina artificiosa e meccanica col seguirla nei suoi assurdi di procedura fino a che sarà possibile, senza mai rinunciare alle posizioni di critica ideologica e politica e senza mai solidarizzare con l’indirizzo prevalente".

b – Trotsky e la SCi (Prometeo)

Con la vittoria del fascismo, e nonostante la sconfitta al congresso di Lione nel 1926, i militanti della SCi decidono di continuare a lavorare all’interno dell’Internazionale, quindi all’interno dei partiti comunisti del paese in cui si trovano. Una tale prospettiva in Italia è impossibile da realizzarsi a seguito delle leggi eccezionali del 1926 emanate dal fascismo. Gli elementi più attivi del partito comunista italiano sono costretti ad emigrare.

Russia, Francia Belgio, sono i paesi che vedono la maggiore emigrazione politica dall’Italia.

Gli stessi componenti della SCi sono costretti all’emigrazione: essi si concentrano soprattutto in Francia ed in Belgio e, nel 1927, si costituiranno in Frazione comunista del PCd’I. Ad essa aderisce inizialmente circa un migliaio di elementi che calerà a circa un centinaio nel 1928; pubblicherà il giornale Prometeo e, nel maggio 1928, dopo l’espulsione di Trotsky dal PCbR, si denominerà senza equivoci ‘Frazione di sinistra dell’Internazionale comunista’.

Accanto alla Frazione, e non solo in Francia e Belgio, nascono diverse altre formazioni, la cui costituzione è il frutto non tanto di una tradizione programmatica maturata negli anni – si pensi alla continuità del lavoro della SCi a partire dal 1921 con la direzione del PCd’I – quanto dell’azione catalitica che la figura di Trotsky produce intorno alla sua persona, quale massimo oppositore dello stalinismo.

Nel giugno 1928, una di queste formazioni – contre le Courant – avanza la proposta di una conferenza di tutte le opposizioni di sinistra internazionale, contro lo stalinismo, con la finalità della costituzione di una nuova autentica forza internazionale comunista.

La posizione di Prometeo non può essere che di netto rifiuto: non può esservi alcuna discriminante sulla base di un cosiddetto ‘antistalismo’. Prometeo è contro la scissione degli esistenti partiti comunisti e dell’Internazionale. Questa diversità di impostazione del lavoro politico non impedisce ad ogni modo che vi siano dei rapporti fra le varie correnti: la Frazione pubblica in diverse occasioni, e a titolo di conoscenza, degli articoli di esponenti di altri raggruppamenti.

Nell’aprile 1928, la Ligue Comuniste organizza una Conferenza internazione della opposizione di sinistra comunista. La Frazione non vi partecipa ("informata" a tempo o "non informata" a tempo, poco importa, perché questo aspetto della faccenda potrebbe far parte solo della storia delle baruffe delle comari!); la cosa fondamentale è che essa

a) si considera d’accordo sulla formazione di un segretariato delle opposizioni ai cui lavori parteciperà, senza voler far parte dei suoi organismi direttivi, e

b) si dice in disaccordo sul metodo di lavoro, causato dalla fragilità della sua base ideologica.

Vi è un grande rispetto per Trotsky e per i suoi sforzi di unificazione, ma "l’organizzazione internazionale del proletariato non è l’agglomerato artificiale di gruppi o di personalità di tutti i paesi attorno ad un dato gruppo" . Per la Frazione l’unità deve avvenire dunque su base programmatica e sul riesame critico dei primi congressi dell’Internazionale comunista: esame critico che vieta di elevare a feticcio i primi quattro congressi, allo stesso modo che deve impedire una sorta di riedizione del manovriamo tipico del periodo della cosiddetta "bolscevizzazione".

Alla fine del 1932, ad una conferenza a Copenaghen, Trotsky sancisce definitivamente l’incompatibilità politica fra il Segretariato unificato delle opposizioni con il lavoro svolto da Prometeo, e riconosce come unica rappresentante di sinistra comunista per l’Italia la NOI . Formalmente e ipocritamente la rottura viene nascosta dalla scusa che la Frazione sarebbe una piccola setta "a carattere nazionale"; realmente, la causa della rottura si basa – e sarà lo stesso Trotsky a chiarirlo in seguito – sul "rifiuto di lottare per rivendicazioni democratiche in qualsiasi condizione e per una qualunque politica di fronte unico nella direzione della socialdemocrazia oggi, nel 1933".

A questa data, la disgregazione del movimento comunista mondiale è giunta a tal punto che non si può più parlare di riconquista dei vecchi partiti comunisti ormai completamente stalinizzati, come non si può più fare affidamento a forze di cosiddetta "sinistra comunista" incapaci di portare una critica radicale all’esperienza passata dell’Internazionale.

Le reali questioni dunque della rottura con Trotsky e con le formazioni che in un modo o nell’altro accetteranno la sua impostazione dei problemi politici si possono in tal modo sintetizzare nel modo seguente:

questione spagnola: realizzazione del programma minimo della repubblica democratica (Trotsky), contro l’indicazione della dittatura proletaria (SCi);

Hitler e la Germania e la vecchia polemica sul fronte unico con la socialdemocrazia;

frazione e partiti comunisti dell’I.C.: i vecchi PC completamente stalinizzati non potranno più essere "raddrizzati" attraverso un rientro nelle loro file delle forze di opposizione di sinistra comunista. Ora la Frazione considera se stessa ‘il solo canale’ attraverso cui il partito conquisterà la capacità di guidare il proletariato alla vittoria".

c – Bilan

Nel 1933 esce Bilan (Bullettin théorique de la Fraction de gauche du PCI): ne verranno pubblicati 46 numeri, fino al febbraio 1938.

Per la frazione il 1933 segna la fine del periodo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre 1917. Ora, il lavoro fondamentale che la Frazione si propone è il bilancio dell’esperienza della Internazionale comunista: lavoro difficile in una situazione in cui il rapporto di forza fra le due classi fondamentali è decisamente mutato a favore della borghesia, nonostante "il capitalismo si trovi ad essere definitivamente condannato come sistema sociale" .

Comunque, nel riconoscere la generale debolezza teorica si stigmatizza – a differenza del trotskysmo che comincia a parlare di una nuova Internazionale (la IVa) – ogni velleità di ‘costruzioni’ volontaristiche di nuovi partiti comunisti.

L’onda lunga della grande crisi del 1929 si fa sentire acutamente: lo Stato, in tutti i paesi, interviene sempre più massicciamente nella vita economica e sociale ed il potere legislativo (il parlamento) perde sempre più la sua importanza a favore del potere esecutivo. Le lotte operaie, represse con sempre maggiore violenza, vedono le grandi organizzazioni sindacali esistenti divenire sempre più delle appendici dello Stato: funzionali al dominio del capitale.

Il giudizio della Frazione è netto a proposito della natura del fascismo. Forte dell’esperienza dell’andata al potere – in vagone letto – del fascismo in Italia, Bilan denuncia che fascismo e democrazia sono assolutamente complementari, in quanto questa è sempre pronta a preparare il terreno prima ed a cedere pacificamente il passo poi a quello.

Si marcia ormai verso la guerra per la ridivisione del mondo fra i maggiori Stati capitalistici; una guerra i cui elementi si trovano già nella "pace di Versaille" (fine primo dopoguerra) che ha prodotto la famosa "vittoria decapitata" per l’Italia, nonché la messa in ginocchio per lungo tempo della Germania: situazione che porterà alla prossima alleanza di guerra nazi-fascista. Alla vecchia contrapposizione capitalismo-comunismo, si sostituisce ora quella di fascismo-democrazia.

La grande "infamia" che può addebitarsi al fascismo è quella di aver prodotto l’antifascismo e la fame di democrazia: "… il governo democratico è di gran lunga quello che meglio si adatta alla conservazione dei suoi (della borghesia) privilegi, perché meglio del fascismo essa [la democrazia] penetra nel cervello dell’operaio che lo fa marcire interiormente, mentre il fascismo schiaccia con la violenza una maturazione di classe che il capitalismo non riesce a far scomparire" (Bilan, n 22). È per tal motivo che come non può esservi nessuna tattica di fronte unico con la sinistra della borghesia (ovvero con la socialdemocrazia storica) allo stesso modo vi deve essere assoluta condanna di ogni Fronte Popolare che pretenda di opporsi al fascismo in nome della democrazia.

Il maggiore responsabile di questa indicazione ‘fronte-popolaresca’ rimane l’Internazionale: "Avrà fatto più la Russia per uccidere l’idea della rivoluzione proletaria, dello Stato proletario, che una feroce repressione del capitalismo" (Bilan, aprile 1937) .

Ma qual è la natura dello Stato russo per Bilan?. La definizione è decisamente contorta: ‘proletaria’ per le sue origini nel quadro russo – "il fatto che i posti fondamentali dell’economia in Russia sono ancora controllati dallo Stato e sottoposti alla legge della socializzazione, ci ha fatto concludere che lo Stato russo era e restava uno stato proletario" – ma capitalista per la sua integrazione al sistema capitalistico mondiale con la sua adesione alla Società delle Nazioni. "L’entrata della Russia nella SDN pone immediatamente il problema della partecipazione di questa ad uno dei blocchi imperialistici per la futura guerra".

Di fronte a situazioni di questo tipo, il congresso della Frazione che si tiene nell’estate del 1935, ritiene che sia l’Internazionale quanto ogni suo singolo partito siano ormai forze politiche passate completamente nel campo degli interessi del capitalismo; per tal motivo decide di sopprimere il termine "frazione del PCI" e adotta la denominazione di "frazione italiana della sinistra comunista" (Bilan, n 23, ottobre 1935).

Lapidaria l’affermazione sulla centralità della Frazione, dunque di se stessa, nel lavoro per il futuro partito: "C. – La Frazione dichiara chiusa la fase prevista nel 1928 per quel che riguarda una possibile rigenerazione dei partiti [comunisti] e della IC e ritiene: I. – che la frazione di sinistra si assume il compito di ricostruire in maniera indipendente, ed esclusivamente intorno a sé, il partito comunista di domani, attraverso il proprio lavoro di formazione di quadri. …" (Bilan, n 18) .

È inevitabile che una posizione del genere aumenti l’isolamento della frazione che, ora, alla normale repressione delle forze di polizia francese e belga si unisce la denuncia da parte degli stalinisti .

Dopo il 1934, la rottura con Trotsky è ormai totale. Se prima Trotsky e trotskysmo venivano condiserati due problemi diversi, ora i due termini vengono accomunati: "… nella situazione attuale bisogna condurre una lotta dura e senza pietà contro di lui e i suoi partigiani, che hanno passato il Rubicone e si collegano alla socialdemocrazia" .

In questa situazione dunque, la Frazione è isolata. Ciò non significa che essa rifiuti qualsiasi rapporto con altre formazioni. Essa mette in atto sempre il possibile lavoro di chiarificazione politica con quelle formazioni che si pongono al di fuori dell’impostazione trotskysta; sulla base dunque dei principi che da sempre hanno caratterizzato la Sinistra Comunista italiana e che ormai caratterizzeranno il suo lavoro: condizione indispensabile senza la quale non vi potrà essere in un domani – vicino o lontano che sia – la ripresa per un corretto lavoro per la formazione del partito di classe.

d – Bilan e la guerra di Spagna

Con il 1931 si apre in Spagna la lotta che diventerà sempre più drammatica per il proletariato – lotta che durerà diversi anni, culminante nel 1936 con lo scontro fra le coalizioni internazionali ‘democratiche’ e le forze del generale Franco appoggiato da Italia e Germania – per la instaurazione della Repubblica ‘democratica’. La monarchia – re Alfonso XIII – dovrà lasciare campo alle forze della Repubblica, appoggiata quasi al gran completo da stalinisti e antistalinisti.

Di fronte agli avvenimenti di Spagna, si verificherà la definitiva e totale rottura fra le forze che si richiamano al trotskysmo e la SCi. Per Trotsky la repubblica spagnola va appoggiata con tutte le proprie forze, causa la situazione economica semifeudale della Spagna e la relativa arretratezza politica del proletariato che non capirebbe il ‘salto’ dalla situazione esistente alla indicazione della dittatura del proletariato.

Nettamente in contrapposizione si pone Bilan, con l’affermazione che la Spagna è ormai un paese capitalistico anche se arretrato e per tal motivo va denunciata come controrivoluzionaria la falsa contrapposizione ‘sinistra-destra’, ‘democrazia-fascismo’, ‘repubblica-monarchia’. L’unica contrapposizione che possa essere accettata da parte dei comunisti e per la quale si devono impegnare le proprie forze diviene ‘dittatura della borghesia – dittatura del proletariato’.

Nel luglio del 1936 si assiste al colpo di Stato del generale Franco che produce un rapido sollevamento degli operai di Barcellona e di Madrid. Istintivamente consapevoli che il potere nelle mani di Franco significherebbe immediata repressione sanguinaria delle organizzazioni della classe, il movimento ‘antifranchista’ si estende a tutte le zone operaie più importanti.

Qui va sfatata una gratuita infamia politica rivolta verso la SCi: il suo deciso rifiuto di lottare "contro il fascismo e a favore della democrazia", è sempre stato propagandato come rifiuto di "lottare contro il fascismo", dimenticando – volutamente – che fra tutte le correnti della Internazionale, solo nell’inquadramento e nell’azione del PCd’I, allora diretto dalla SCi, fin dal 1921, si può riscontrare l’esperienza di lotta – arrivando allo scontro armato quando vi era la necessità – contro le squadre d’azione fasciste. È falso dunque affermare che la Frazione rifiutava di lottare contro il fascismo: essa, forte della vecchia esperienza, affermava che lo scontro armato contro il fascismo doveva essere inquadrato nel chiaro programma della rivoluzione comunista e dunque con la finalità non del ripristino della democrazia, ma dell’affermazione della conquista del potere a propri fini specifici di classe, dunque con la finalità della dittatura del proletariato con il comunismo come propria finalità. Il fondamentale corollario doveva essere: consapevolezza che, di fronte ad un tale programma il proletariato sarebbe stato solo, che da solo avrebbe dovuto lavorare alla ricostituzione del proprio partito di classe.

Di fronte al grande movimento che si sviluppa in Spagna, sorge dunque la necessità di definirne la natura: si può parlare di ‘rivoluzione’ oppure ci si deve limitare a considerarlo un ‘tumulto sociale sanguinoso’?

Per la Frazione, in Spagna non vi è alcuna rivoluzione per le cause che si possono brevemente sintetizzare:

assenza di un partito di classe;

trasformazione del moto spontaneo di classe in fronte "antifascista" (con l’intervento di Germania, Italia e Russia in Spagna, la guerra civile si trasforma subito in guerra imperialista);

la forza della borghesia spagnola che vede il suo Stato non intaccato nella sua solidità, anche là dove al potere vi sono i partiti "del proletariato": POUM, CNT, ecc.;

la trappola delle "collettivizzazioni" e della violenza. Qui si osserva facilmente come il capitale, durante tutto il secolo scorso, abbia assoggettato sempre più lo Stato e le "nazionalizzazioni" siano avvenute in importantissimi settori della vita produttiva, senza che per questo si dovesse parlare di ‘rivoluzione proletaria’. In quanto alla violenza esercitata contro singoli capitalisti, preti, grandi proprietari fondiari, poliziotti, ecc., tutto ciò non ha nulla di rivoluzionario, perché non è il palazzo del capitalista che deve essere distrutto, ma la macchina statale dell’insieme dei capitalisti.

l’"unione sacra" ed il conseguente divieto di scioperare, per non arrecare danno alla repubblica democratica;

isolamento del proletariato spagnolo .

In Spagna non vi è dunque alcuna rivoluzione e le brigate internazionali delle opposte sponde rappresentano – particolarmente con l’appoggio di Italia, Germania da una parte e Russia dall’altra – il prologo di una nuova guerra mondiale. Va sottolineato come la falsa contrapposizione "democrazia-fascismo" porti tutti i partiti ed organizzazioni varie che si richiamano alla lotta di classe sul terreno del sostegno alla Repubblica, al punto di bloccare delle lotte spontanee del proletariato, perché queste andrebbero a danneggiare la Repubblica.

Pure all’interno della frazione ad un certo punto suona la sirena della lotta contro il fascismo ed una minoranza aderisce ‘criticamente’ al fronte antifascista, oltre che aderire ‘non-criticamente’ alla condanna delle lotte operaie per la difesa dei propri interessi immediati. Apparirà infatti sul Prometeo un articolo dove si condanneranno chiaramente queste lotte: "Come si può sostenere l’agitazione nelle fabbriche, provocare scioperi, quando i combattenti del fronte hanno bisogno che le fabbriche lavorino per le forniture militari ed il sostegno della lotta. Oggi non si dovrebbero avanzare in Catalogna semplici rivendicazioni di carattere economico. Siamo in periodo rivoluzionario. La lotta di classe si manifesta nella lotta armata".

Una posizione del genere porterà alla rottura con il resto della Frazione; rottura che si consumerà definitivamente nel novembre dello stesso anno.

Attenzione: nel condannare le posizioni della minoranza non vi è alcun atteggiamento operaistico che elevi a mito la lotta di fabbrica. Nel corso di una rottura rivoluzionaria, quando il rumore delle armi da fuoco copre tutte le chiacchiere vuote, è lo stesso Partito comunista al potere che pone la priorità della lotta contro le forze controrivoluzionarie.

Ma il punto è che in Spagna, lo abbiamo già detto, non vi era alcuna rivoluzione!

Ovviamente, la condanna dell’antifascismo da parte della Frazione veniva bollato da tutto il fronte anti-franchista come atteggiamento filo-fascista, perché è evidente (!!!) che chi rifiuta la ‘lotta contro il fascismo per la democrazia’, rifiuta la ‘lotta contro il fascismo’ … ergo, appoggia oggettivamente il fascismo. Con bolso sillogismo, gli antifascisti di tutti i colori condannano la Frazione, non ultimi fra quelli i trotskysti.

Lo sviluppo degli avvenimenti porta sempre più velocemente verso la conflagrazione della prossima guerra mondiale. Fra Stati Uniti, che si sta apprestando a diventare il maggior paese imperialistico al mondo, e Russia sovietica, il ‘grande faro del socialismo’, vengono ristabilite normali relazioni diplomatiche e quest’ultima entra nella Società delle Nazioni, preludio al suo schieramento su uno dei due fronti nell’ormai prossimo conflitto mondiale.

Ormai la Frazione è costretta, dagli avvenimenti nonché dalla ferrea volontà di difendere le corrette posizioni di classe per la ripresa del futuro movimento rivoluzionario, ad un sempre maggiore isolamento politico.

Dalla storia di tutti questi ultimi anni – dalla formazione dell’Internazionale fino al suo epilogo con la guerra di Spagna e nella prospettiva della prossima guerra mondiale –, Bilan si promette di stendere un bilancio. Bilancio che deve partire da precise prese di posizione:

a) "La consegna dell’ora: non tradire";

b) il riconoscimento della "virtù dell’isolamento": ovvero il non voler cedere al piatto di lenticchie di un ‘rapporto con le masse’ che si nutra del compromesso opportunista prima e controrivoluzionario dopo;

c) la considerazione di essere il solo canale attraverso cui passa la possibilità di ristabilire correttamente le basi del programma della rivoluzione, nonché dell’organizzazione formale del futuro partito.

e – Verso la guerra mondiale

La necessità di un approfondito lavoro teorico per la restaurazione del marxismo, non trasforma i compagni della Frazione in un cenacolo di studiosi: al contrario il loro lavoro si svolge nel vivo degli avvenimenti correnti ed è alimentato da questi.

A tal fine viene costituito nel 1938 il Bureau internazionale delle frazioni di sinistra comunista, il cui organo di stampa era Octobre .

Una delle domande fondamentali che al momento ci si pone, è la seguente:

a) la guerra che si sta avvicinando, a causa delle enormi sofferenze che causerà al proletariato, riaprirà il ciclo della rivoluzione sull’esempio dell’Ottobre 1917 (Vercesi), oppure

b) va negata quella "specie di virtù taumaturgica alla guerra in sé, per la maturazione della coscienza di classe del proletariato (Verdaro, ossia Gatto Mammone) .

Sulla natura della guerra nell’epoca dell’imperialismo, nonché sul periodo storico che si sta attraversando (fine anni ’30), la Frazione sbanda non poco.

 

Dopo il 1914, con la prima guerra mondiale per la divisione del mondo, il capitalismo mostra di essere giunto alla sua fase suprema oltre al quale non può più essere "progressivo". Mitchel della Frazione in Belgio specifica che "il capitalismo non è un sistema progressista per sua natura, ma per necessità"; in questa sua formulazione non vi è alcuna valenza moralistica del termine, che materialisticamente deve leggersi: "… ‘progresso’ capitalista significa proletarizzazione crescente e sfruttamento sempre maggiore dei proletari". Data la propria sovrapproduzione, il capitale deve cercare sbocchi oltre le frontiere nazionali per la propria valorizzazione. Da ciò deriva la formazione delle colonie che è sottomissione, da parte delle potenze imperialistiche, delle varie popolazioni arretrate (da un punto di vista capitalistico) e sfruttamento delle terre da essi abitate per accaparrarsi le ricchezze presenti in loco e per sfruttare la forza lavoro dei territori occupati.

Tutto ciò in maniera relativamente "pacifica" dal punto di vista imperialistico.

Ma quando il plusvalore prodotto non è più sufficiente alla valorizzazione dei capitali nazionali, quando le terre coloniali sono insufficienti per erogare alla madre-patria ricchezza sufficiente, oppure quando i rapporti di forza cominciano a moficarsi e qualche nuovo concorrente comincia a pretendere il proprio spazio vitale – che è sottrazione di spazio vitale altrui –, allora, per le potenze coloniali, si pone il problema di una nuova ripartizione del mondo: nuova ripartizione che non può più avvenire in maniera pacifica.

Questa la causa fondamentale della guerra mondiale: plusvalore, senza aggettivi.

Giunti a questa fase imperialistica, dunque, la Frazione giudica che non possono più esistere guerre "giuste" condotte dalla borghesia. L’unica guerra che il proletariato deve rivendicare d’ora in poi – in ciò viene ribadito un assoluto rifiuto di ogni forma di pacifismo – è la propria guerra di classe contro lo Stato del capitale e nel rifiuto assoluto di ogni unità d’azione con la borghesia.

Anche nelle colonie! E qui la frazione metterà in discussione il principio della ‘autodeterminazione dei popoli’ di Lenin del 1917, nonché le Tesi del II congresso della Internazionale. Per la frazione, la borghesia nazionale non può lottare coerentemente contro una potenza imperialistica per portare a termine la propria rivoluzione nazionale. Per fare questo essa sarebbe costretta a mettere in moto il proletariato che ben presto potrebbe scavalcarla; di fronte a tale possibilità, riterrà sempre conveniente il compromesso con le forze imperialistiche lasciando cadere la propria finalità storica. A supporto delle proprie tesi viene ricordata il moto rivoluzionario cinese del 1925-27, schiacciato dalle forze di Chiang Kai-shek con la grave responsabilità politica dell’Internazionale comunista.

Non ci dilunghiamo su questo aspetto. Basti ricordare che se è vero che la borghesia può fermarsi ai più disgustosi compromessi quando il proletariato è sospinto dall’entusiasmo di un moto vittorioso (febbraio e soprattutto Ottobre 1917), e quindi massacrare barbaramente i proletari come a Canton e Shangai (1925-‘27), è altrettanto vero che essa non lo teme più quando riesce ad imbrigliarlo nella unione sacra della lotta per la ‘Patria’ (Cina 1949).

Rimane netta comunque – al di là dell’errore a proposito del problema della ‘autodeterminazione’ e delle guerre di liberazione nazionale dei popoli soggetti ad occupazione coloniale – la consegna per il periodo storico che si sta aprendo ed al macello mondiale imminente: nessun appoggio alla propria borghesia nazionale, nessuna ‘scelta di campo’ nel rapporto fra fascismo/democrazia, disfattismo contro il massacro reciproco di milioni di proletari, fraternizzazione e lotta per la distruzione della macchina statale borghese, in direzione del il comunismo.

f – Bilancio della rivoluzione russa

Per la Frazione il lavoro fondamentale rimane ora quello di fare un bilancio di tutta l’esperienza del corso della rivoluzione russa: bilancio che potrà avanzare solo per approssimazioni successive, in quanto "oggi non possiamo che balbettare" . Ciò non toglie che si abbia la consapevolezza che solo attraverso questo lavoro si possano delimitare nettamente le basi dell’unico programma di classe.

Facendo proprio il concetto che Lenin espresse fin dal 1903 – senza teoria rivoluzionaria, non è possibile alcun partito rivoluzionario – la direzione del lavoro della frazione si dirige verso i tre punti seguenti: a) condizioni della rivoluzione; b) strumenti della rivoluzione: partito, sindacati, dittatura del proletariato; c) comunismo.

Per Bilan, riprendendo i temi sviluppati dall’Internazionale al suo nascere, la prima guerra mondiale aveva mostrato che il presente modo di produzione aveva raggiunto il massimo delle sue possibilità e che ora rappresentava un freno allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Le condizioni oggettive della rivoluzione sono dunque mature e non dovranno essere ricercate paese per paese, in quanto il "criterio di maturità" deve essere dato dall’insieme della struttura internazionale del capitalismo. Da qui si continua, sottolineando l’esempio dell’Ottobre 1917 russo, che una nuova rottura rivoluzionaria potrà scoppiare in un paese arretrato, ossia in un prossimo ‘anello debole’ della catena di conservazione del capitalismo.

Bisogna lavorare dunque a delineare le basi programmatiche delle future ‘condizioni soggettive’ di tale rivoluzione, accompagnato da un rifiuto categorico di ogni costituzione volontaristica di tale partito: "Alla formula <è necessario un partito di classe per creare la lotta di classe> il Bureau oppone l’altra formula <è necessaria la lotta di classe per fondare il partito>" . La Frazione rimane dunque il depositario della possibilità futura di costituzione del partito: "senza frazione niente partito, senza partito niente rivoluzione". Il lavoro di oggi consiste dunque nello sviluppare le condizioni soggettive per il partito di domani che non potrà essere una federazione di partiti nazionali (non sarà quindi una nuova Internazionale): esso sarà un partito mondiale, organicamente centralizzato.

Di fronte al problema del lavoro nei sindacati, la Frazione rimane ferma alle iniziali indicazioni dell’Internazionale e del PCd’I. Pur riconoscendo che le organizzazioni sindacali vengono sempre più assorbiti nella sfera della politica accentratrice dei vari Stati borghesi , va svolto il lavoro all’interno delle organizzazioni sindacali.

Grande importanza assume il lavoro a proposito della natura della Russia sovietica. Tale indagine a poco a poco era andata oltre le indicazioni di carattere tattico che il partito bolscevico dava all’Internazionale, per soffermarsi sulle caratteristiche specifiche di natura economica e sociale che si sviluppavano all’interno dell’URSS, nonché sulla natura dello Stato che un tempo era stato dei soviets.

Era l’URSS un paese socialista? Per gli stalinisti non vi era dubbio, ma pure quasi tutti gli "anti-stalinisti" – e fra questi, Trotsky in primo piano – vedevano nei piani quinquennali, nella rapida industrializzazione, un chiaro indizio della presenza del socialismo in URSS, malgrado le "deformazioni burocratiche dello Stato". Questo porterà Trotsky a schierarsi per la "difesa dell’URSS" nell’imminente guerra mondiale .

Negli anni ’30 e ’40 si sviluppano alcune teorie sulla burocrazia vista come una nuova classe sociale (vedi Treint, Ricci, Trotsky, Burnham). Di fronte a questa tesi si contrappone lentamente la posizione di Bilan e Octobre: "… l’industria statale può benissimo trasformarsi in capitalismo di Stato … senza per questo sia necessario riaffermare il regime borghese della proprietà privata". Il capitalismo di Stato, dunque, come "proprietà" collettiva del capitale nazionale da parte della borghesia o, come si dirà una ventina di anni dopo, "uso" collettivo del capitale.

Altro grande problema: quali insegnamenti a proposito della dittatura del proletariato si possono trarre dall’insegnamento dell’azione dello Stato nella Russia dei Soviets?

Bilan proclama una "diffidenza quasi istintiva" verso lo Stato (e in questo caso si parla dello Stato della dittatura del proletariato): "NON È CON LA FORZA E LA VIOLENZA CHE SI IMPONE IL SOCIALISMO AL PROLETARIATO".

Senza rendersi pienamente conto, qui si scivola verso la contrapposizione partito-masse, laddove non si comprende che il processo è unitariamente dato dalla lotta rivoluzionaria del proletariato che si dà un partito – vedi il Marx del Manifesto – e quindi si erge a classe dominante, imponendo la propria dittatura, la propria macchina repressiva, il proprio Stato. "La dittatura del partito – scrive Bilan nel n 26 – non può diventare … imposizione alla classe operaia delle soluzioni adottate dal partito, non può soprattutto significare che il partito possa fondarsi sugli organi repressivi dello Stato per soffocare ogni voce discordante, basandosi sull’assioma che ogni critica, ogni posizione proveniente da altre correnti operaie è per ciò stesso controrivoluzionaria …". A dare forza a questa tesi si sottolinea la critica della repressione della base sul Baltico di Kronstadt (1921) da parte dei bolscevichi, e questo diventa illuminante per quel che riguarda il "balbettio" di questo primo bilancio: meglio perdere Kronstadt piuttosto che diventare i boia del proletariato .

Tutto questo deriverebbe dal fatto che i piani quinquennali dell’URSS vogliono privilegiare sviluppo del settore I° dei beni di produzione di cui parla Marx ne Il Capitale, a scapito del settore II° dei beni di consumo. "Quello che è necessario cambiare è il modo di produzione che non dovrà più obbedire al continuo aumento di superlavoro, ma alle leggi opposte di un miglioramento costante e continuo delle condizioni di vita dei lavoratori" (Bilan, agosto 1935).

Quello che qui Bilan non riesce a comprendere è che lo sviluppo del settore I° dei mezzi di produzione, non è il prodotto di una "volontà politica" che può dettare a piacere verso quali settori privilegiare la produzione, bensì, all’opposto, è la necessità dello sviluppo dei beni di consumo a dettare la necessità della produzione dei mezzi di produzione: industria pesante, ecc.. Di fronte a questo la volontà politica (che non è certo ‘malanimità’ verso il proletariato) non può far altro che adeguarsi per accelerare il processo.

In conclusione del presente capitoletto, citiamo da Partito Internazionale Stato di Ottorino Perrone il seguente brano:

"Abbiamo messo in luce, nel primo capitolo, il fatto che la classe, pur essendo il riflesso del meccanismo produttivo, accede al ruolo di forza storica solo alla condizione di essere chiamata a realizzare una forma particolare di organizzazione sociale. Così abbiamo potuto confutare "il meccanismo economico" e mettere in evidenza il fatto che, oggi, la partita si gioca tra il capitalismo che intende conservare i suoi privilegi attraverso la conservazione della società borghese e il proletariato che combatte per instaurare la società comunista. Dunque la lotta è ingaggiata tra due forme sociali radicalmente opposte e non tra due classi che lottano nel quadro esclusivo dei loro specifici interessi economici. Le due classi antagoniste fondamentali della società attuale non disputano per un organo di dominio, lo Stato, che, una volta conquistato, permetta alla classe vittoriosa d'imporre violentemente la sua sovranità. Ma la battaglia si conduce su di un fronte ben più vasto: la costruzione di una nuova società o la conservazione della vecchia".

Questa citazione è importante per due motivi precisi. Il primo motivo è che al di là di ogni "balbettio" passato, presente e futuro, – per usare le parole stesse della rivista – ci sembra significativa per la sua estrema sintesi nell’indicare quali siano i soggetti strutturali che indicano la prassi per conseguire determinate finalità: soggetti strutturali che a volte possono essere difficili da identificare nei loro lineamenti precisi, ma non per questo meno fondamentali per relegare nel magazzino dei ferrivecchi ogni soggettivismo che blatera sulla sua volontà di "costruire" movimenti, organizzazioni di lotta, partiti e socialismi vari. Il secondo motivo è che ci porta ad immaginare il percorso tortuoso del filo del tempo che passa da una generazione all’altra, a volte da un testo all’altro, a volte si formalizza in una singola espressione presente in un singolo testo. Questa citazione merita di essere posta all’attenzione dei compagni perché, ammesso e non concesso che Bilan abbia prodotto dei semplici balbettii, basta da sola a considerare importantissima la presenza della rivista nel lavoro di passaggio del "testimone" alle generazioni future.

 

III – La guerra e la nascita del Partito Comunista Internazionalista

a – Verso lo scioglimento della frazione all’estero

Cercheremo qui di indicare brevemente le difficoltà dell’esistenza politica della Frazione, anticipando che, dal nostro punto di vista, il fondamentale giudizio storico su di essa non si basa sul fatto di aver considerato se stessa il ‘solo canale’ sulle cui basi programmatiche potesse piantarsi la ripresa del movimento di un domani, quanto nell’aver saputo indicare che gli insegnamenti fondamentali di ogni futuro lavoro programmatico andavano cercati nell’inflessibilità adottata dal Partito bolscevico nel 1917, nel saper riconoscere i nemici anche quando questi si presentavano nelle vesti più amichevoli e, una volta tagliati i ponti con essi, nel non essere colti dal ‘cacadubbismo’.

Nel settembre 1939 scoppia la guerra e la Frazione viene colta impreparata perché non aveva creduto a questa possibilità: con la teoria sulle "guerre localizzate" e la conseguente "economia di guerra" si credeva che il capitalismo avrebbe potuto assorbire le proprie contraddizioni.

Il Belgio e la Francia sono invase ben presto dall’esercito tedesco e i componenti della frazione devono entrare in clandestinità. Perrone dichiara la fine organizzata della Frazione a causa "della inesistenza sociale del proletariato". Un piccolo gruppo si oppone a questa indicazione e riannoda i fili fra Francia e Belgio costituendo nel 1942 la Corrente Comunista Internazionalista (CCI) sulla base della a) condanna del trotskysmo e della sua politica di "difesa dell’URSS"; b) rifiuto della bipolarità fascismo-democrazia; c) rifiuto dell’ormai superato concetto di "partiti centristi".

Nell’ottobre 1942 vi è un grande sciopero generale alla FIAT; a questo segue nel marzo 1943 un’ondata di scioperi in tutta Italia. I vertici dello Stato italiano vengono scossi, il 25 luglio dello stesso anno, dalla sostituzione di Mussolini con Badoglio. Oltre che in Italia pure in Germania si sviluppa un movimento di scioperi.

A partire da ciò, nei pochi gruppi di sinistra comunista rimasti si fa largo l’idea che una ‘nuova era rivoluzionaria’ si stia aprendo negli anelli deboli della catena imperialistica, dati da Germania e Italia. Se a suo tempo si era detto che il ‘solo canale’ poteva passare per il lavoro della Frazione, ora si riconosceva giunto il tempo di lavorare alla formazione di un tale partito. Vercesi ed altri con lui di oppongono con l’affermazione che questo avrebbe significato solamente una caduta in un attivismo e volontarismo velleitario. Tutte queste discussioni – che in ogni caso poggiano sempre più sull’onda dell’emotività più che su salde basi teoriche – vengono sintetizzate lungo la pubblicazione di otto numeri del Bullettin international de discussion, con i seguenti temi fondamentali: a) inesistenza sociale del proletariato, b) natura dello Stato russo, c) causa della sconfitta della rivoluzione russa, d) natura dello Stato della "dittatura del proletariato: istituzione estranea al socialismo" , e) teoria dell’economia di guerra.

La fine della guerra nel 1945, con la vittoria delle potenze antifasciste (e la "conferma che l’Italia alla fine è sempre dalla parte del vincitore" ), vede la crisi generale delle opposizioni di sinistra comunista che, nonostante gli sforzi di affrontare quei nodi teorici e programmatici indispensabili alla ripresa del movimento rivoluzionario, a questo punto si lasciano andare ad una specie di ‘frenesia di organizzazione’ conseguente al giudizio sull’‘era rivoluzionaria’ che si sarebbe aperta con gli scioperi del ’43 e che avrebbe indicato Germania e Italia come gli anelli deboli della catena imperialistica .

Nel frattempo giunge dall’Italia la notizia che si era formato nel Nord un Partito Comunista Internazionalista e la frazione ‘italiana’ della Sinistra comunista, in una Conferenza del maggio ’45, decide il proprio auto-scioglimento e, con il ritorno in Italia, l’adesione individuale al partito appena formato: adesione che avverrà più sull’onda di un contingente entusiasmo che su una chiara consapevolezza programmatica.

Gli ‘anelli deboli’ Germania e Italia si mostrano, e non solo per la presenza delle forze di occupazione ‘democratiche’, tutt’altro che ossa da rosicchiare facilmente. La nuova ‘era rivoluzionaria’ si mostra tale solamente come prodotto di desideri soggettivi.

Le illusioni sulla nuova ‘era’ e la successiva constatazione della mancata ripresa rivoluzionaria, produrranno un effetto centrifugo delle varie forze di sinistra comunista che, al di fuori e contro ogni concezione trotskysta, avevano cercato di riorganizzarsi negli anni sulla base di una ripresa del marxismo che non fosse formale e pappagallesca ripetizione del testo sacro o, al suo contrario, formale rifiuto e sacro orrore per i misfatti della forma-partito .

b – Il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista)

Nel corso del 1943, si costituisce nel Nord Italia il Partito Comunista Internazionalista attorno ad un piccolo nucleo i cui principali animatori sono Onorato Damen, Bruno Maffi, Mario Acquaviva (che verrà ucciso dagli stalinisti nel 1945 ad Asti), ecc.. Nel novembre dello stesso anno esce il primo numero di Prometeo, pubblicato clandestinamente. L’Italia è divisa in due e non vi sono contatti con i gruppi del Sud. A differenza di altre formazioni tipo Bandiera Rossa e Stella rossa che vedono nella vittoria del campo democratico "il trionfo delle forze della civiltà", Prometeo denuncia senza esitazioni la falsa contrapposizione fascismo-democrazia con conseguente condanna di ogni ‘partigianesimo’. Non vi è alcun indifferentismo nelle parole di Prometeo. Esso non dice che non bisogna combattere contro il nazismo e contro il fascismo: esso afferma semplicemente che ‘combattere il nazismo’ è una cosa e ‘combattere il tedesco’ è un’altra . Bisogna uscire dunque da ogni logica nazionalista e comprendere che il proletariato inglese, tedesco e italiano fanno parte di un’unica classe che deve muoversi nell’unica direzione di abbattere la macchina statale inglese, tedesca e italiana. L’indicazione di classe può essere allora una sola: fraternizzazione dei proletari delle varie nazionalità.

In questa sua lotta, gli elementi del PCInt, rifacendosi alla chiara tradizione dei primi anni ’20 nel PCd’I, esprimono posizioni che non ammettono dubbi. Ciò non significa che il loro lavoro sia privo di "balbettii": lo Stato russo viene definito ancora uno Stato proletario’ e gli stalinisti vengono definiti ancora ‘centristi’.

Nel corso del ’44 si costituiscono diverse Federazioni le più importanti delle quali si trovano a Torino, Milano, Cremona. Il PCInt conta ora dai mille ai duemila iscritti. Fra gli operai vengono formati diversi "gruppi di fabbrica" che si contrappongono alle "commissioni interne del PCI.

A partire dal giugno ’44 il lavoro si orienta pure verso le formazioni partigiane. Questo porta ben presto il PCInt a delle contraddizioni, cioè a non affrontare più il problema della guerra in modo unitario: "Gli elementi comunisti credono sinceramente alla necessità della lotta contro il nazi-fascismo e pensano che una volta abbattuto questo ostacolo, potranno marciare verso la conquista del potere, battendo il capitalismo" . Se è corretto porre unitariamente il problema della lotta contro il fascismo e la democrazia, ovvero la contemporanea lotta del proletariato contro tutte le macchine statali della borghesia, non lo è più qualora si scindono i tempi in un "prima" e un "dopo" di tale lotta nei confronti delle macchine statali del nazi-fascismo, scivolando così verso una specie di intermedismo da ‘programma di transizione’ che si era sempre condannato nel trotskysmo e che aveva caratterizzato lo stalinismo fin dagli anni ‘20.

Non avendo ancora una ben definita piattaforma programmatica, con l’aumento della sua influenza, il PCInt deve nel corso del ’44 dotarsi di uno "Schema di programma" che definisca a) le prospettive della rivoluzione nel quadro della vittoria militare del fronte antifascista, b) la natura dello Stato democratico che su queste basi verrà costituito, c) il campo d’intervento delle proprie forze.

Come già accennato, il linguaggio resta sempre indeterminato (la Russia definita "Stato proletario", gli stalinisti e trotskysti definiti "centristi", anche se si sottolinea che questi non sono partiti di sinistra dello schieramento proletario, ma di sinistra di quello borghese. Resta da chiedersi in ogni caso se si tratta solamente di ‘linguaggio inappropriato’, oppure se questo linguaggio sia realmente appropriato ad un balbettio (per usare le parole di Bilan di qualche anno prima) che è tutt’altro che terminologico, quanto programmatico.

In ogni caso, nello Schema si indica che il lavoro di organizzazione a carattere sindacale del proletariato andrà nella direzione della costituzione dei ‘Consigli di fabbrica’, in contrapposizione con la tendenza a creare frazioni all’interno del sindacato, considerato ‘cinghia di trasmissione’ per la propaganda antifascista .

Ma è probabilmente sul problema dello Stato e, in particolare della dittatura del proletariato, che l’impostazione programmatica del PCInt rivela tutta la sua debolezza. Prendendo ad esempio il vecchio episodio di Kronstadt, si afferma che quando avvengono scontri fra lo Stato "operaio" e proletariato, il partito comunista deve schierarsi con il proletariato:

"La dittatura del proletariato non può in alcun caso ridursi alla dittatura del partito […]. Lo Stato ed il partito al potere, in quanto organi di una tale dittatura, portano in germe la tendenza al compromesso con il vecchio mondo, tendenza che si sviluppa e si realizza, come ha dimostrato l’esperienza russa, per l’incapacità momentanea della rivoluzione in un dato paese ad estendersi, collegandosi al movimento insurrezionale degli altri paesi" .

Qui il balbettio comincia a diventare qualcosa d’altro: discorsi da vecchio kaapedismo che non permettono di comprendere il legame organico che si deve porre fra proletariato, rivoluzione, classe-partito-classe dominante.

Lasciamo ora il PCInt del Nord e vediamo cosa succede al Sud.

Nell’Italia liberata dai nuovi occupanti, si formano gruppi che si richiamano alle posizioni di Livorno ’21; La Sinistra proletaria a Napoli, L’Avanguardia a Salerno, Il proletario a Roma. Da sottolineare che queste formazioni preoccupavano non poco la direzione del PCI che, a causa delle leggi eccezionali del fascismo prima e della guerra poi, aveva visto allentarsi il controllo diretto sulla base del partito. Nel Sud, vi erano delle Federazioni e sezioni del partito di Togliatti che si richiamavano, pur se confusamente, "a Bordiga".

Questi gruppi sperano ancora nella possibilità di propaganda all’interno dei "centristi" e lavorano per "1) riportare i partiti di sinistra sul terreno della politica di classe, finché ne esista ancora la possibilità; 2) trasformarsi in partito autonomo quando il recupero dei partiti esistenti si rivelerà del tutto impossibile e quando la situazione imporrà la netta separazione delle forze rivoluzionarie dalle forze reazionarie" . Esempio di questo "entrismo" è dato dal fatto che a capo della Federazione di Cosenza rimane per molto tempo Natino La Camera che farà poi parte, fino alla sua morte del PCInt (Programma Comunista).

La guerra ormai viaggia verso l’epilogo della sconfitta militare del nazi-fascismo. Il 6/7 gennaio 1945 si riunisce a Napoli la conferenza della Frazione (presenti dei rappresentanti di Bandiera Rossa e Stella Rossa) dove viene sottolineata la volontà di lavorare alla "costituzione del vero partito di classe" .

Di fronte alla guerra, il giudizio è netto: rifiuto della contrapposizione fascismo-democrazia, dunque del partigianesimo e del CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) che dovrà elaborare le linee guida del nuovo Stato democratico difeso da ogni velleità di ‘ingerenza straniera" … dalle armate anglo-americane presenti sul territorio italiano, massicciamente aiutate dalle rispettive flotte da guerra.

Il lavoro indipendente della Frazione dura fino al luglio 1945: momento in cui decide la fusione con il PCInt di Damen e Maffi. Tale fusione – attenzione: non scioglimento della frazione e conseguente adesione individuale al PCInt – denota non poca carenza programmatica e debolezza intrinseca dello stesso.

Una breve nota merita la Federazione delle Puglie del PCI. Fin dal 1926 si era schierata con Bordiga e durante il fascismo ha avuto una evoluzione simile a quella della Frazione all’estero. Costituisce nel 1944 il Partito Operaio Comunista che aderisce alla IVa Internazionale . Nel ’47 rompe con il trotskysmo rifiutando il Programma di Transizione ed ogni posizione intermedista. In occasione delle elezioni politiche del 1948 – alle quali partecipa pure il PCInt – denuncia il "carnevale elettorale". Dopo il ’49 il POC si dissolve gradatamente e i suoi militanti confluiscono nel PCInt (Battaglia Comunista).

Torniamo dunque al momento della fusione di tutte le forze che fanno riferimento alla vecchia SCi. Nei mesi successivi alla fine della guerra, il PCInternazionalista sviluppa la propria rete su tutto il territorio nazionale . Il giornale Battaglia Comunista è diventato settimanale e a partire dal 1946 viene pubblicato con scadenza bimensile, la rivista teorica Prometeo. A questo rapido sviluppo si accompagna in ogni caso una notevole confusione politica con grosse tendenze localistiche, particolarmente nel Mezzogiorno: la Federazione di Calabria, ad esempio, sotto la guida di Maruca e Mario Soluri aveva un proprio giornale, L’Internazionale Comunista. Sul piano ‘sindacale’, gli stessi gruppi di fabbrica del PCInt vivevano una certa ‘vita propria’.

Comunque, sull’onda di questo sviluppo quantitativo, dal 28 dicembre 1945 al 1° gennaio 1946 si svolge a Torino la prima Conferenza nazionale del piccolo partito . Il relatore Maffi rivendica la continuità con la Frazione italiana all’estero, il cui lavoro rappresenta il legame fra l’oggi e i primi anni di vita del PCd’I. Continua poi nella difesa del lavoro di propaganda verso i proletari partigiani ("le forze sane della rivoluzione" sottolineatura nostra) che "cercavamo di orientare verso il ritorno a posizioni di classe, [allo stesso tempo che] sottoponevamo ad una critica aperta la politica ideologica del ‘partigianesimo’ come della guerra capitalista …".

Questa condotta del PCInt fu vivacemente criticata da Gigi Danielis :

"… una cosa deve essere chiara per tutti: il partito ha subito l’esperienza grave di un facile allargamento della sua influenza politica, dovuto a un non meno facile attivismo, non in profondità (perché difficile) ma in superficie. Voglio raccontare una esperienza personale che servirà come messa in guardia di fronte al pericolo di una facile influenza del partito su certi strati delle masse conseguenza automatica di una meno facile formazione teorica dei quadri. Mi trovavo come rappresentante del partito a Torino, negli ultimi giorni della guerra. La Federazione era numericamente forte, con elementi molto attivisti, molto giovani, numerose riunioni, volantini, un Bollettino, contatti con le fabbriche, discussioni interne che assumevano sempre un tono estremista nelle divergenze in generale o sulla guerra partigiana in particolare, contatti infine con gli elementi disertori. La posizione di fronte alla guerra era chiara: nessuna partecipazione alla guerra, rifiuto della disciplina militare da parte di elementi che si proclamavano nazionalisti. Si doveva dunque pensare che nessun iscritto al partito avrebbe accettato le direttive del ‘Comitato di Liberazione Nazionale". Ma il 25 aprile mattina tutta la federazione di Torino era in armi per partecipare al coronamento di un massacro di sei anni e alcuni compagni della provincia, inquadrati militarmente e disciplinati, entravano a Torino per partecipare alla caccia all’uomo. Io stesso che avrei dovuto dichiarare sciolta l’organizzazione trovai un compromesso e feci votare un ordine del giorno in cui i compagni si impegnavano a partecipare al movimento individualmente.

Il partito non esisteva più, si era volatilizzato".

Questa denuncia di Danielis non suscita particolari discussioni e problemi, come nessuno parlerà della passata partecipazione di Perrone al Comitato antifascista di Bruxelles. Che non se ne parli è molto grave: passi per il ‘problema-Vercesi’ in quanto si tratta sempre dell’azione di un singolo militante, ma non può passare sotto silenzio l’atteggiamento di una delle principali Federazioni. Qui Danielis è categorico. Non è un gruppo di compagni che non esistono più; è il partito che si è volatilizzato, e l’ordine del giorno che scarica la responsabilità ad ogni singolo compagno, peggiora addirittura la situazione: di fronte a nuove situazioni del genere, o di qualsiasi altro genere, ogni compagno potrà sentirsi autorizzato alle scelte che più gli aggradano.

La Conferenza si svilupperà lungo i seguenti temi: a) la situazione attuale, b) funzione del partito, c) partecipazione alle elezioni (dove il partito raccoglierà circa 20.000 voti). Sostanzialmente, le discussioni mettono in evidenza una divisione del partito fra chi pensa non vi siano le condizioni per una influenza su strati significativi della classe (Perrone) e chi condanna ogni ‘attendismo’ (Damen); fra chi vuole presentare una lista elettorale del partito alle elezioni e chi rifiuta ogni partecipazione; fra chi sul piano sindacale si proclama per la conquista dei sindacati e chi pensa non sia più realistica una tale linea politica, giudicando i sindacati definitivamente assorbiti nella sfera delle istituzioni dello Stato.

Nonostante esistesse una Piattaforma politica del partito, redatta fin dal 1945 dallo stesso Bordiga anche se formalmente non era iscritto al partito, che aveva cercato di chiarire i fondamenti per una possibile ripresa del movimento di classe , tali divisioni sono inevitabilmente destinate a crescere e a cristallizzarsi irrevocabilmente. D’altra parte, come potrebbe essere possibile la realizzazione di una forza unitaria, quando l’adesione ad essa è avvenuta sulla base dell’emozione del momento (per gli Italiani della Frazione all’estero), o per fusione di gruppi organizzati (come è avvenuto a partire dall’Italia meridionale).

Le divergenze diventano sempre più profonde e, a questo punto, molti degli iscritti, fra il ‘47 e ‘48 cominciano ad abbandonare il partito che ormai è formato da autentici "blocchi". Con la scesa in campo di Bordiga che con il ’49 comincia a scrivere i suoi Fili del tempo pubblicati in Battaglia Comunista, le contrapposizioni si acuiranno, soprattutto con il rigetto dell’esperienza di Bilan e con la ripresa del lavoro per i fondamenti su a) natura delle lotte nazionali, b) delle lotte sindacali, c) natura dello Stato di transizione, d) ruolo del partito comunista in tali fasi di transizione.

Il partito ormai non esiste veramente più, e quando nel gennaio 1952 il gruppo-Damen costituisce un ‘Comitato del Congresso’ che organizza un Secondo Congresso del Partito Comunista Internazionalista, vi parteciperà solamente il ‘gruppo-Damen’.

Sarà la sanzione che ormai esistono due Partiti Comunisti Internazionalisti, con due testate contrapposte: Battaglia Comunista e Programma Comunista.

c – Aggressione all’Europa

Pur con poche parole e senza preoccuparci eccessivamente dell’ordine cronologico dell’insieme della presente relazione, dobbiamo soffermarci un po’ sulle caratteristiche della seconda guerra mondiale.

Che la crisi, guerreggiata o meno, non produca automaticamente la rivoluzione è cosa constatabile anche dai ciechi. Che la crisi guerreggiata 1939-’45 non potesse produrre una ripetizione del ciclo 1917-’20 era cosa sicuramente meno prevedibile. Si vedrà successivamente che questa seconda crisi mondiale metterà in ginocchio la potenza coloniale di Inghilterra e Francia accelerando un processo di sviluppo di lotte di liberazione anticoloniale esploso nell’Africa e in tutta l’Asia: ma la comprensione delle dinamiche che si apriranno nel mondo intero sarà materia di studio degli anni successivi.

Ma in definitiva, che cosa caratterizza questa seconda guerra mondiale rispetto alla prima?

La prima guerra mondiale (vedi Lenin e i classici del tempo) non è altro che guerra per la affermazione delle rispettive zone di influenza e spartizione del mercato mondiale da parte delle maggiori potenze imperialistiche. L’Inghilterra era la potenza dominante, la Francia non scherzava di certo e la Germania pretendeva di avere una propria area di sfruttamento coloniale. Gli Stati Uniti, che a ritmo stringente aumentavano la propria potenza industriale, stava lì … pronta a portare il proprio ‘umanitario aiuto’.

La pressione che l’imperialismo – sotto qualsiasi bandiera esso si mostrasse – esercitava sul mercato mondiale e che per tal motivo andava armandosi sempre più ferocemente, non era dovuta ad una particolare "politica" di aggressione che ogni nazione metteva in atto e di cui bisognasse cercare leggi particolari. Lenin ha delineato perfettamente che le leggi dell’imperialismo non sono altro che le stesse leggi del capitalismo delineate da Marx, in quanto quello non è altro che una fase, quella suprema, di questo. La simbiosi fra capitale industriale e capitale bancario, producente il capitale finanziario, è data dalla necessità di contrastare la tendenza continua a quella caduta del saggio di profitto che tanto terrorizza la borghesia.

L’imperialismo dunque non esprime nient’altro che la stessa fame di plusvalore che il capitalismo ha sempre avuto, fin dai suoi albori. Non è dunque aumentata la fame e non è più infame ora che bombarda da diecimila metri rispetto ad allora che scalpava manualmente gli uomini: grazie alle proprie contraddizioni intrinseche, ossia all’aumentata produttività raggiunta da capitalismo, si sono ridotti i mezzi per la valorizzazione del capitale, e si è ridotto e si riduce sempre più il terreno dal quale si può estorcere plusvalore.

La guerra scoppiata nel 1914 era dunque il prodotto di una non più possibile ‘convivenza pacifica’ fra i maggiori imperialismi ed i loro codazzi minori, ed i milioni di morti che produsse fu il prezzo inevitabile al nuovo assetto capitalistico mondiale. Con la ‘pace di Versailles’ la Germania e l’Austria dovettero pagare un oneroso tributo alle potenze vincitrici Inghilterra, Francia e alla emergente America che nel 1917, dopo aver annusato l’aria odorosa di una potenziale cascata di dollari, aveva rotto gli indugi e deciso di portare il proprio contributo e partecipare ‘umanamente’ al grande macello. Ma quella che doveva essere la grande soluzione dei mali del capitale, con la creazione della Società delle Nazioni, si rivela una ‘soluzione’ posticcia, provvisoria che rimanda nel tempo la necessità della realizzazione di un reale salto del processo di centralizzazione del capitale a livello mondiale.

Il problema fondamentale per la realizzazione di una ‘durevole pace’ e convivenza nella ‘grande famiglia delle nazioni’ non è tanto la volontà di potenza della Germania in Europa, o del Giappone in Asia, o dell’Italia nell’area mediterranea. Il grande problema che la prima guerra mondiale non ha risolto e che ha potuto appena porre, è la trasbordante potenza industriale e finanziaria degli Stati Uniti che getta la sua ombra su tutte le parziali soluzioni possibili. La crisi del ‘29 rende indilazionabile la soluzione del rapporto fra economia mondiale e Stati Uniti.

Sistemate le questioni sociali interne e internazionali nel rapporto fra le classi, centralizzando sempre più il controllo economico e politico nelle mani dell’Esecutivo di ogni Stato, assorbendo nella propria sfera di interessi la stessa Russia, il capitalismo mondiale si appresta ‘ad affidare’ agli Stati Uniti il compito di porre ordine nel pollaio dell’economia mondiale.

La seconda guerra mondiale scoppia nel ’39. In Europa la Germania dilaga ben presto ad Est verso la Russia e ad Ovest verso Paesi Bassi e Francia; la stessa Inghilterra è costretta a subire i bombardamenti dell’aviazione tedesca. Anche l’Italia dilaga … in Albania, mentre in Grecia si ritrova subito un calcio nel sedere. L’estremo oriente, già da tempo vive la progressiva occupazione da parte del Giappone.

Le sorti della guerra cominciano ad invertirsi con l’entrata in guerra degli Stati uniti nel 1941 e della disfatta tedesca a Stalingrado ad opera dei russi. La guerra durerà fino al maggio del 1945 e si concluderà con i Patti di Teheran e Yalta, dove i principali vincitori – Stati Uniti, Inghilterra e Russia – decideranno la nuova spartizione delle zone di influenza. La nuova ‘pace’ è costata una cinquantina di milioni di morti (venti milioni li ha pagati la Russia).

Gli Stati Uniti hanno ora la possibilità di risolvere il loro maggiore dilemma: "come massimo paese industriale soffocato dalla stessa sua gigantesca struttura, hanno bisogno di ampliare continuamente il raggio delle proprie esportazioni attraverso un sistema di commerci multilaterali; come massimo paese creditore sono costretti a favorire la ripresa economica dei debitori, cioè a permettere loro di aumentare nella stessa, anzi in una superiore misura le proprie capacità di esportazione" . Nel Manifesto dei Comunisti si afferma che per superare le proprie crisi periodiche, il capitale è costretto a 1) conquistare nuovi mercati, 2) sfruttare più intensamente i vecchi mercati, 3) distruggere quanto ha prodotto. Con le distruzioni della guerra dunque, gli Stati Uniti principali vincitori hanno ora la possibilità di uscire definitivamente dalla propria vecchia crisi del ’29. Ma devono completare l’opera: aiutare la ricostruzione degli apparati produttivi dei vinti per alimentare lo scambio produttivo di merci.

Ecco allora il ‘piano Marshal’: piano indispensabile alla ricostruzione dell’Europa e del Giappone e soprattutto indispensabile all’America per non soffocare nella propria pletora di merci e di capitali. Si mostra sempre più come l’insieme dell’economia mondiale non possa più essere trattata come somma di economie nazionali: già al 1945 tutto si comincia ad intravvedere come il mondo abbia estremo bisogno della potenza dell’economia statunitense allo stesso modo che questa ha bisogno del mondo e delle sue rovine.

Nel 1945, la corsa militare degli Stati Uniti si è fermata a Berlino occupata per prima dai Russi. Le forze americane, più a Sud, erano giunte fino a Praga e Patton avrebbe voluto continuare nella sua marcia verso Est, ma viene prontamente fermato dallo Stato Maggiore americano. La divisione dell’Europa era ormai stata sancita fra Russi e Americani e in ogni caso questi ultimi aveva in serbo un’arma ben più potente del piccolo carro armato e del grande bombardiere: la potenza del dollaro.

In Battaglia Comunista si osserva "avanzare un nuovo personaggio: l’ufficiale giudiziario internazionale. Sappiamo bene come agisce nel campo nazionale. Egli è molto più potente del gendarme, se pure non rechi altre armi che una vecchia borsa di cuoio e sia fisicamente misero e umilmente vestito: infatti i suoi stipendi sono assai più bassi di quelli dei militari, …. Ma la sua potenza legale e civile è tanto tremenda, che molte volte la vittima, quando ha esaurito negli espedienti della tragica guerra cartacea, al vederlo giungere tremolante e inerme sbigottisce al punto che, lungi dal tentare di offenderlo e ributtarlo, si fa da se stessa saltare le cervella. Egli guadagna la battaglia senza sporcarsi le mani, e senza imbrattarsi il certificato penale o compromettere l’assoluzione da parte del confessore.

In tal modo il dollaro con la sua organizzazione mondiale di anticipazione ai poveri, muove alla conquista d’Europa fino ed oltre gli Urali, e ne pianifica il successo senza ricorrere alle traiettorie di siluri atomici e di aerei di invasione per la via polare".

La partecipazione dunque dell’America alla guerra del 1914-’18 e del 1939-’45 non è altro che un unico cammino, "tappe di un’unica invasione, passata da Versailles nel 1917-’18, diretta a Berlino. Solo a Berlino? No, insensati, allora plaudenti, diretta anche a Mosca" .

Nel 1989 crolla il Muro di Berlino e con esso si manifesta la "grande confessione" attesa fin dal tempo del Dialogato coi morti (apparso in Programma Comunista nel 1956). Non è il comunismo che crolla ad Est, ma la grande mistificazione che un qualsiasi comunismo, stalinisticamente considerato a base nazionale, possa convivere in ‘pacifica emulazione" con il capitalismo. Molti si aspettavano il grande scontro USA-URSS a suon di atomiche o per lo meno a suon di classiche cannonate. Nulla di tutto ciò: come la potenza della sterlina inglese aveva a suo tempo disgregato il vecchio impero dei Manciù, così il dollaro ora aveva disgregato alla base il cosiddetto ‘mercato socialista’ di Mosca, con tutti i muri che pretendevano di proteggerlo.

 

IV – Programma Comunista

La sconfitta del movimento comunista in Europa va dunque inserito in questo grande processo di centralizzazione del capitale mondiale.

Ma, ricordando quanto detto a Rimini la scorsa estate, non solo processo di centralizzazione, ma anche di ulteriore sviluppo a livello mondiale dello stesso capitalismo, dato dal definitivo crollo dei vecchi imperi coloniali e le conseguenti grandi rivoluzioni nazionali che coinvolgono oltre all’Africa, soprattutto la Cina e l’India.

A settembre dello scorso anno abbiamo visto con Struttura economica e sociale della Russia d’oggi e Russia e rivoluzione nella teoria marxista, come Bordiga riprenda il concetto del Merhing a proposito del fatto che la rivoluzione marciava da Ovest ad Est e che, per tale motivo, in Europa vi fosse stata una falsa situazione rivoluzionaria e che quindi l’autobus della rivoluzione comunista non vi era passato. Il movimento – l’Internazionale Comunista, con le sue sezioni nazionali – che si era sviluppato in Europa era l’onda d’urto della rivoluzione che era esplosa sì nell’area slava e che aveva portato al potere il partito bolscevico, ma in ogni caso ora marciava prepotentemente verso l’Asia. Era questa la rivoluzione delle forze del capitalismo che, nella sua corsa verso Est, non poteva nascondere le proprie contraddizioni, date dal movimento reale del comunismo sempre presente al suo interno, e che di tanto in tanto mette alla prova gli uomini, insegnando loro come si sarebbero dovute forgiare le armi proprie della futura rivoluzione comunista mondiale.

Abbiamo sottolineato a settembre che la rivoluzione borghese è un momento interno alla storia generale delle rivoluzioni e quindi interno alla storia dell’umanità: e in quanto tale va vista, come tutte le altre, come una nostra rivoluzione che aprirà la strada a quella definitiva, quella comunista. Compreso questo, non dovrebbe essere difficile comprendere che il suono della rivoluzione percepito in Europa negli anni ’20 va paragonato all’‘effetto Doppler’. Come il rumore di una sirena che si allontana da un ascoltatore fisso, la rivoluzione avvisava che si stava allontanando verso Est e che ben altro era, da quelle parti, il suo suono.

Si vuol forse dire che allora va considerato inutile il movimento comunista degli anni ’20? In buona fede non si può porre una domanda del genere: sarebbe come dire che consideriamo inutile il movimento di Spartaco contro Roma, o il movimento dei contadini di Münzer contro Lutero e i suoi principi, o quello della Comune di Parigi contro il mondo intero di allora.

Bene.

Alla fine di questo discorso, va ribadito che il segmento storico relativo alla vita del Partito Comunista Internazionalista 1945-’52 non è l’inizio di un una nuova e futura storia del movimento comunista internazionale, ma la chiusura del periodo storico apertasi con l’esplosione della Rivoluzione in Russia nel 1917 e la seguente formazione della IIIa Internazionale.

Abbiamo ricordato in precedenza le parole di Bordiga a Korsch nel 1926: "Oggi, più che la organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern. Essendo molto indietro su questo punto ogni iniziativa internazionale riesce difficile".

Bisognava dunque aspettare, "essendo molto indietro su questo punto". Evidentemente era molto difficile comprendere al 1926 quanto "indietro" e quanto tempo ancora avrebbe dovuto passare affinché il "lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica" potesse essere portato a termine.

Sicuramente non 26 anni!

Il 1952 vede dunque la nascita del giornale Programma Comunista, organo del Partito Comunista Internazionalista ... che non sarà – perché non potrà esserlo – mai un partito, pur lavorando sempre con quello spirito di partito che ha permesso la produzione di quei lavori che noi dovremo imparare a rivendicare con sempre maggiore forza …

ma questa è un’altra storia.

 

Appendice a – La teoria del plusvalore di Carlo Marx base viva e vitale del comunismo di A. Bordiga

In questo testo A. Bordiga critica le concezioni espresse da Antonio Graziadei (1873-1953), uno dei dirigenti del Partito comunista d’Italia, che lasciò il partito socialista nel 1921 pur essendo favorevole all’unità con i socialisti. Da precisare: non uno qualsiasi dei dirigenti del partito comunista, ma uno dei "teorici" del partito, come sottolinea lo stesso Bordiga.

Questi addebita a Graziadei l’incomprensione assoluta della teoria del valore di Carlo Marx e dunque la teoria del plusvalore. Per quest’ultimo è impossibile difendere una tale teoria, in quanto risulta impossibile quantificare l’esatto rapporto fra il tempo del lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro di ogni singolo operaio (o degli operai di ogni singola azienda) con il pluslavoro che andrebbe gratuitamente nelle tasche di ogni singolo capitalista. Entrano in gioco troppi fattori più o meno casuali, impossibili da collocare contemporaneamente e correttamente, all’interno del tentativo di un simile calcolo. L’impossibilità dunque di definire tale rapporto, porterebbe a concludere che l’unica teoria, possibile per la corretta lettura del movimento dell’economia borghese, si "riduce ad una teoria dei prezzi e tutt’al più dei ‘costi’ come li si può dedurre da altri fatti misurabili sul mercato, cioè da semplici operazioni di addizioni di altri prezzi" . Risulta evidente che di fronte ad una tale teoria dei prezzi, la teoria del valore e del plusvalore di Marx diventa un non-senso.

Quello che Graziadei non capisce è che Marx non parla di lavoro necessario e lavoro superfluo di ogni singolo operaio o gruppi di operai. Marx osserva tale rapporto sull’insieme della società capitalistica: con classico metodo scientifico egli parla di un capitalismo "puro" (astraendo dunque da ogni particolarità contingente) all’interno del quale può parlare del lavoro socialmente necessario, ovvero lavoro necessario in media, e di conseguenza lavoro socialmente superfluo, lavoro superfluo in media. Solo su questo piano si può sviluppare scienza economica che non ha nulla a che vedere col metodo di Graziadei che si basa esclusivamente sulle "operazioni aritmetiche che decorano i libri della Ditta tenitrice dell’azienda" .

Vi è una palese contraddizione in Graziadei: la sua "adesione" al programma della rivoluzione comunista sembra, in questo modo, basarsi su di un atto di fede nella migliore delle ipotesi, mancando la corretta visione sulla quale deve basarsi la rivendicazione scientifica del comunismo. Di fronte ad operazioni del genere, è più coerente il lavoro di un Bernstein che, partendo da premesse negatrici della teoria di Marx, giunge a conclusioni assolutamente coerenti di adesione ad uno sviluppo pacifico del "movimento socialista", ovvero ad un coerente appoggio ad una politica riformatrice del capitalismo stesso. "Bernstein era più logico, perché capiva come da quella spietata critica economica si potesse e dovesse arrivare al concetto di rivoluzione violenta e dittatura operaia, e quindi rinunziando alla premessa cadeva la conseguenza: per Graziadei la conseguenza vive al di fuori delle premesse" .

Si potrebbe pensare che, al di là di queste contraddizioni, l’importante è che "alla fine" Graziadei è per l’"abbattimento violento della macchina statale borghese", per la "dittatura del proletariato" e per il "comunismo". In fondo, potrebbe essere considerato un buon compagno di strada.

Qui Bordiga è categorico.

"E’ deplorevole che vi siano compagni che valutano i pretesi portati della moderna scienza economica universitaria e accademica dimenticando l’elementare avvertimento del nostro Maestro e che si lasciano ingannare dalla ostentata imparzialità e fredda obiettività scientifica nel lavoro pettegolo di registrazione statistica […] Chi cade in un simile tranello non è degno di essere considerato un marxista comunista più del povero nostro Berti che si entusiasma alle pagine del Graziadei, e arriva a parlare di nuovi orizzonti del "criticismo marxista" cresciuto a scuola dei trattatisti borghesi in voga […] e non si accorge che si tratta dei soliti orizzonti, dal raggio notoriamente assai limitato del vecchio e ripugnante … onanismo antimarxista" .

La politica del proletariato, sottolinea Bordiga, è data dal raggiungimento dei mezzi fondamentali per realizzare i propri fini; ma tutto questo è dato a sua volta dalle premesse teoriche che la critica dell’economia politica indica fin dalla metà del XIX° secolo.

Lo scetticismo in veste di "cacadubbismo scientifico" porta a dire che "la posizione di Graziadei è insostenibile. Noi non lo vogliamo offendere, ma solo dire che il suo stato d’animo, ove fosse di natura collettiva, ci apparirebbe come quello dei comunisti che sono tali a rivoluzione avvenuta. Ecco perché vogliamo chiamare il suo revisionismo: il ‘comunismo della sesta giornata’".

 

Appendice b – Economia del periodo di trasformazione di N. Bucharin

Un lavoro specifico sul testo di Bucharin Economia del periodo di transizione del 1920 , permette di cogliere il pericolo di metodo scolastico nell’uso dei concetti presenti nel programma del comunismo: uso che, pur partendo da corretti presupposti, finisce per portare fuori strada, lungo la tangente che negli anni immediatamente successivi condurrà alla esplicita teorizzazione del "socialismo in un paese solo".

L’autore parte dalla giusta concezione che "la nuova società non può emergere improvvisamente […] I suoi elementi crescono nel seno della vecchia società […] e devono essere cercati nei rapporti di produzione della vecchia". Questi elementi della nuova società sono dati principalmente dalla socializzazione del lavoro che si sviluppa in maniera sempre più massiva con l’aumentare della concentrazione e della centralizzazione della produzione. E’ nella forma cooperativa del lavoro che per Bucharin risiede il baricentro della nuova società.

E’ utile riprendere completamente la nota 6 di pagina 63: "Nel Manifesto del Partito Comunista troviamo la seguente descrizione dei rapporti di cooperazione fra gli operai: "Il lavoro salariato si fonda esclusivamente (il corsivo è nostro, N. Bucharin) sulla concorrenza degli operai fra loro. Il progresso dell’industria … sostituisce all’isolamento degli operai, attraverso la concorrenza, la loro unione rivoluzionaria attraverso l’associazione. Con lo sviluppo della grande industria viene meno, dunque, sotto ai piedi della borghesia, il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti. Essa produce innanzitutto i suoi propri becchini". Marx richiama questo passo nella nota 252 alla fine del XXIV capitolo del Libro I del Capitale (Ed. popolare, pag. 691). E’ del tutto chiaro che Marx non valutava soltanto il proletariato come forza che realizza il ‘rovesciamento violento’, ma anche come l’incarnazione sociale dei rapporti di cooperazione che crescono all’interno del capitalismo e danno fondamento al modo di produzione socialista (o comunista)" .

Ma in cosa consistono questi rapporti di cooperazione che – giustamente – secondo Bucharin danno fondamento al modo di produzione comunista? Ecco dunque, come si esprime in modo inequivocabile, nel Capitolo I, Struttura del capitalismo mondiale: "Qui si osserva precisamente il medesimo processo che avviene durante la fusione fra due o più imprenditori di differenti settori in una unità combinata, dove le materie prime vengono trasformate in semilavorati e poi in prodotti finiti; però in modo tale che il corrispondente movimento dei prodotti non viene accompagnato da alcun movimento contrapposto di denaro equivalente [dunque non vi è alcun scambio di merci]; i ‘beni economici’ all’interno del gruppo imprenditoriale combinato sono posti in circolazione non come merci ma del tutto come prodotti e rappresentano merci solamente in quanto vengono gettate sul mercato dall’intero complesso articolato" .

Apriamo una breve parentesi: qui Bucharin "rettifica" anticipatamente il grossolano errore di pagina 63 quando, parlando della "forma cooperativa del lavoro", scrive: "il rapporto di scambio fra gli operai è la parte componente fondamentale dell’apparato di persone in attività". Risulta evidente dall’insieme dello suo scritto, che per Bucharin, all’interno del processo di produzione di ogni singola marce non vi è alcun scambio fra gli operai parziali formanti l’operaio complessivo, bensì passaggio, trasmissione unidirezionale del prodotto semilavorato. E’ proprio per tal motivo che non esiste qui legge del valore e che, quindi, tali rapporti fra gli operai – ripetiamo: all’interno del processo di produzione di ogni singola merce – rappresentano la fondamentale forza produttiva che, al tempo stesso, è la struttura portante della società comunista di domani.

Lo studio dell’economia politica, continua l’autore, mostra come l’anarchia della produzione e della distribuzione sia il fondamento della società borghese: con le sue crisi, le sue guerre. Ma le lotte del proletariato, con la sua critica teorica a tale economia politica, indica il movimento reale di una economia sociale organizzata, dove scompaiono valore, prezzo, profitto, mercato, e qualsiasi altra categoria che permetta la sopravvivenza della presente società. E tale negazione è data dalle stesse necessità di produzione delle merci che non può attuarsi senza un ben preciso piano di produzione: un piano attuato coscientemente, un piano di produzione funzionale ad un ben preciso scopo. E la cooperazione, conclude Bucharin, è lo strumento organizzativo di questo piano.

È in seguito all’analisi sull’organico operaio complessivo, che Bucharin tratteggia le analogie e differenze con l’insieme del capitalismo mondiale da una parte ed il capitalismo di ogni singola nazione dall’altra.

Il capitalismo, scrive, è "un nesso organizzato attraverso lo scambio" e lo stadio attuale (1920) vede l’esistenza di un capitalismo mondiale: l’anarchia della produzione e della distribuzione ormai abbraccia in un’unica rete il mondo intero e "come la società rappresenta una realtà che non produce prodotti ma merci, così essa (questa rete mondiale) è una unità disorganizzata.

Ma … attenzione, a questo punto Bucharin mostra di non saper padroneggiare lo strumento della critica e si appresta ad uscire dal percorso lungo la tangente.

"La struttura del capitalismo moderno è di tal genere che le organizzazioni collettivo-capitalistiche rappresentano i soggetti dell’economia: trust capitalistici di Stato".

E qui entriamo nel cuore del problema e che alla fine porterà l’autore a stravolgere completamente la corretta impostazione sulla differenza fra la divisione sociale del lavoro e la divisione manifatturiera (o aziendale) del lavoro.

"Il capitale finanziario ha eliminato l’anarchia della produzione all’interno dei paesi ad alto sviluppo capitalistico. Le associazioni imprenditoriali monopolistiche, gli imprenditori associati e le penetrazioni del capitale bancario nell’industria hanno creato un nuovo tipo di rapporti di produzione, in quanto essi trasformano il sistema capitalistico mercantile non organizzato in una organizzazione capitalistico finanziaria. Al posto di un nesso disorganizzato di un imprenditore con gli altri attraverso l’acquisto e la vendita è subentrato in crescente misura un nesso organizzato attraverso il controllo dei pacchetti azionari, attraverso la partecipazione e il finanziamento che trovano la loro personale espressione nei dirigenti comuni delle banche e dell’industria, così come dei gruppi e dei trust. Con ciò il rapporto di scambio che la divisione sociale del lavoro e la scissione dell’organizzazione sociale produttiva manifestano in imprenditori capitalisti dipendenti, viene sostituito attraverso una divisione tecnica del lavoro all’interno dell’economia nazionale organizzata" .

Secondo Bucharin dunque a questo punto, "Il mercato diviene effettivamente mercato mondiale e cessa di essere nazionale" .

Attenzione: qui Bucharin non intende che sono superati i limiti del mercato nazionale in quanto questo viene ormai inglobato in un "nesso mondiale". Egli pone una differenza quantitativa fra la divisione del lavoro a livello aziendale e la divisione del lavoro a livello nazionale. Così, come vi è una differenza qualitativa fra il "piano di produzione" all’interno dell’azienda e l’anarchia della produzione e distribuzione nel mercato, allo stesso modo, per Bucharin, si pone un parallelo fra l’economia nazionale e quella mondiale.

E qui l’autore è molto esplicito: "La riorganizzazione dei rapporti di produzione del capitale finanziario procede nella direzione della organizzazione universale del capitalismo di stato, con l’eliminazione del mercato, con la trasformazione del denaro in una unità di calcolo, con la produzione organizzata su scala statale, con la subordinazione dell’intero meccanismo economico-nazionale’ agli scopi della concorrenza mondiale, cioè prima di tutto a quelli della guerra" .

Concludendo.

Seguendo l’impostazione scolastica di Bucharin siamo dunque costretti a considerare: a) data la negazione della legge del valore all’interno del processo di produzione di ogni singola merce; b) data la negazione dell’esistenza delle merci all’interno di tale processo; c) e dato che il piano di produzione è il presupposto – nel senso di movimento reale – della società comunista di domani; d) dato che tutto ciò è ormai sviluppato alla scala nazionale (mostrando una differenza qualitativa con la scala mondiale); e) possiamo allora avere il "piano di produzione reale" (o comunismo) … in un paese solo .

E’ sicuro che il 1920 non è il 1926, ma Stalin da solo non ce l’avrebbe fatta.

 

Appendice c – La legge fondamentale dell’accumulazione socialista di E. Preobrazenskij

Ne La legge fondamentale dell’accumulazione socialista , E. Preobrazenskij si chiede (1924):

"… alla luce di sette anni di dittatura del proletariato in un enorme paese, come si configurano oggi le nostre precedenti idee sul socialismo? […] Per comprendere l'attuale fase di sviluppo dell'economia sovietica è estremamente utile effettuare un raffronto sistematico fra i primi passi del socialismo e i primi passi del modo capitalistico di produzione".

La differenza nella genesi fra i due modi di produzione, egli continua, è che la produzione capitalistica "sorge e si sviluppa nelle viscere della società feudale […] mezza disgregata dall’economia mercantile, molti decenni prima delle rivoluzioni borghesi … [le qua