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Le basi materiali che anticipano il comunismo (Semilavorato generale) In una cornice come questa sono sempre contenuti i commenti che serviranno per strutturare il testo definitivo sulla base del materiale oggi esistente (16 sett. 1998). Lo schema generale del libro è (per adesso): 1) Prefazione (file socprod.doc);2) Il comunismo esiste già all'interno del... (file socprod.doc);3) Il comunismo come divenire permanente (file riumag98.doc); 4) Il materialismo esclude la creazione... (file riugiu98.doc); 5) Mercato, divisione del lavoro e transizione... (file notroger.doc); 6) Divisione e ricomposizione storica del lavoro (file divislav.doc); 7) Schemi dimostrativi dell'assunto di Marx... (file topos.doc ecc.); 8) Bucharin e il periodo di trasformazione (file bucharob.doc); 9) Preobrazenskij e il sopravvento... (file evgeni.doc); 10) Conclusioni (tutto da fare). Esistono materiali sparsi ancora da controllare per vedere se sono inseribili in qualche modo nei vari capitoli, ma questi ultimi non dovrebbero aumentare. 0) Prefazione (da uno schema di riunione) Noi non crediamo affatto che il comunismo sia stato sconfitto - Prove della sua vitalità nei fatti di ogni giorno - Il tema della nostra riunione è contro tutte le suggestioni (sintomo di classica impazienza opportunistica) degli edificatori di sistemi ideali, di teorie e prassi di fiancheggiamento dell'esistente, di partitini - Troviamo forza e ossigeno proprio dalle continue verifiche sul campo - Il capitalista, sostituito da funzionari stipendiati, è diventato superfluo da molto tempo - Il Capitale non ha più bisogno di passare attraverso l'arricchimento della persona - Marx: "Questa proposizione è egualmente la proposizione della non esistenza della produzione capitalistica, e perciò della non esistenza dello stesso capitalista industriale. Infatti il capitalismo è già fondamentalmente soppresso dalla proposizione che il godimento e non l'arricchimento sia il motivo determinante" - E' tenendo presenti questi tipi di proiezioni di Marx che la Sinistra ha potuto dire: lavoriamo in base a dati del futuro - ecc. PRIMA PARTE - MARX 1) Non passa giorno senza che qualcuno celebri i funerali al comunismo. Non si tratta per caso di un esorcismo della borghesia contro un ritorno dell'ostinato spettro di Marx? O, addirittura, non può darsi che, malgrado i funerali reiterati, non si tratti affatto di uno spettro ma di un qualcosa di più materiale che non si aggira soltanto per l'Europa ma per il mondo intero? 2) Noi non crediamo né agli dei né agli spettri: crediamo solo nelle forze materiali che hanno effetti materiali sul mondo della produzione e riproduzione sociale degli uomini. Crediamo quindi in una forza materiale che ha armato eserciti e scatenato guerre, suscitato scontri di classi e acceso rivoluzioni; una forza (il capitalismo) che ha generato il suo antagonista (il comunismo), il quale a sua volta ha necessariamente avuto il suo avversario (l'anticomunismo). Tre categorie di Hegel rovesciate nel materialismo storico da Marx: l'unione degli opposti; la negazione della negazione, la trasformazione della quantità in qualità e viceversa. Se il comunismo e l'anticomunismo non rappresentassero queste tre categorie dialettiche, avrebbero ragione i nostri avversari e il marxismo sarebbe da buttar via. 3) Ma vediamo Marx: "Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate per una santa battuta di caccia contro questo spettro... Quale partito d'opposizione non è stato ingiuriosamente tacciato di comunismo dai suoi avversari? E quale partito d'opposizione a sua volta non ha rigettato l'accusa, rimbalzando l'infamante designazione verso gli elementi più avanzati della stessa opposizione? Da questo fatto scaturiscono due conclusioni: il comunismo è riconosciuto come una potenza da tutte le potenze europee; è ormai tempo che i comunisti espongano in faccia al mondo il loro modo di vedere".4) Dinamica storica: al tempo di Marx si parlava dunque già di partiti d'opposizione per nulla comunisti ma tacciati di comunismo; e questi respingevano sdegnosamente l'accusa accusando a loro volta frange dell'opposizione definite da Marx "elementi più avanzati". Siamo appena usciti da un "oggi" in cui l'accusa di comunismo veniva dalla potenza del capitale contro i partiti e i paesi rappresentanti capitale più giovane. Ognuno ha i "suoi" comunisti: Mc Carty tacciava di comunismo i liberals americani, questi erano anticomunisti verso la Russia, che lo era a sua volta verso la Cina, ecc. Milioni di uomini sono stati coinvolti in questo rito. 5) L'oggi immediato è senza obiettivo per gli anticomunisti, che non sanno più contro chi sparare. Chi sono infatti i "comunisti" odierni? Spariti i comunisti, l'obiettivo dell'anticomunismo diventa: dimostrazione del fallimento "storico" del comunismo. Il processo ricorda molto da vicino quello descritto da Marx nel 18 Brumaio: la storia s'incarica di semplificare i rapporti tra le classi. La rivoluzione avanza tra due sole forze: la controrivoluzione e il comunismo; tutto ciò che era intermedio è stato spazzato via. Possiamo gridare anche noi con Marx "ben scavato vecchia talpa?"6) Certamente. Marx nel Manoscritti dice: "Il comunismo è la struttura necessaria e il principio propulsore del prossimo futuro, ma non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana". Nel corso dell'azione di questo principio propulsore la rivoluzione aveva bisogno di spazzare via i risultati intermedi raggiunti. Non poteva avanzare ulteriormente senza prima consolidare questo risultato. E' quel che cercheremo di dimostrare esclusivamente sulla base dei testi classici e della Sinistra. 7) In primo luogo il Manifesto. Qui si dice che la borghesia nella sua storia lotta sempre: prima contro l'aristocrazia, poi contro le frange borghesi che si oppongono allo sviluppo delle forze produttive, poi contro le borghesie degli altri paesi. In tutte queste lotte ha trascinato con sé il proletariato e questo si è impadronito degli strumenti politici di lotta. Nasce la lotta tra borghesi e proletari. Ma la borghesia si assottiglia numericamente, espropria i suoi stessi elementi gettandoli nel proletariato. Un numero sempre più grande di uomini proletarizzati assume "una massa di elementi di educazione" (frase di Marx). Infine passano direttamente al proletariato quegli elementi che "sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme". Questo è il momento in cui "la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo e il processo di disgregazione all'interno della classe dominante diventa aspro e violento". Non siamo certamente al momento decisivo, ma un primo prodotto del comunismo è la scomparsa potenziale della borghesia. Ogni classe si esprime attraverso la sua rappresentazione politica e la borghesia stenta a darsene una. Per la classe dominata, il proletariato, è normale che vi siano alti e bassi nella espressione formale del partito, ma per la classe dominante è disastroso. Senza il suo partito politico ogni borghesia nazionale è in balìa del Capitale e ciò ha conseguenze enormi. 8) Innanzi tutto si evidenzia il fatto previsto da Marx della dominazione totale del Capitale sulle classi; e siccome questa dominazione è internazionale, ecco che entrano in crisi le rappresentanze politiche nazionali delle borghesie. E' appena il caso di far notare che la borghesia si trova oggi nella situazione in cui si trovava l'aristocrazia alla vigilia della Rivoluzione Francese: assolutamente inutile, parassitaria, neppure in grado di esprimere uomini decenti a capo di dinastie ormai istupidite, soppiatate in tutto e per tutto da funzionari stipendiati. 9) In secondo luogo Le lotte di classe in Francia del 1848. Allora come oggi si parlava di "disfatta della rivoluzione" (o del comunismo). Marx nega: "Chi socccombette non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti fino a diventare violenti contrasti di classe". Da questi fronzoli di immaturità il partito rivoluzionario non è liberato da una vittoria, ma "solamente da una serie di sconfitte". Trasportiamo il tutto all'oggi, con il permesso degli impazienti che fremono da un secolo perché la rivoluzione "è in ritardo": la mancata rivoluzione in Europa negli anni '20 portò al consolidamento della rivoluzione capitalistica in Russia e in Cina. Per dirla con le parole di Marx, "il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate [stakanovismo, culto della persona, kitsch di massa] ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell'insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario". Dobbiamo leggere la controrivoluzione come processo materiale che rende possibile e dà maturità al vero partito dell'insurrezione di domani. 10) Ma che pensare del tempo trascorso senza rivoluzione? E' qui che si deve vedere un fallimento? Da che cosa deriva la sicurezza di Marx? Le rivoluzioni sono fatte dagli uomini, ma non si svolgono secondo tempi e circostanze scelti da essi, dice Marx. Ciò significa che tanto vale aspettare che la rivoluzione esploda secondo processi automatici? Evidentemente no. Se Marx ammette che il passaggio da una forma sociale all'altra non avviene mai finché la vecchia forma non ha espresso ogni sua possibilità, è anche vero che la presente forma le ha espresse almeno da un secolo. Nel Capitale sono già analizzate tutte le caratteristiche qualitative del capitalismo moderno; ciò significa che da allora nei paesi più sviluppati un cambiamento sociale è all'ordine del giorno. Il comunismo non si ferma mai verso il suo traguardo, solo che la rivoluzione accelera enormemente il processo liberando velocemente le forze produttive dall'impiccio del vecchio modo di produzione. Non è quindi morto il comunismo, ma il vecchio apparato di fronzoli che rappresentava una delle fasi passeggere della sua azione permanente. SECONDA PARTE - LA SINISTRA 1) Vi sono innumerevoli esempi possibili, specie in Struttura, ma prenderemo come guida un articolo del 1955 per via della sua sinteticità, chiarezza e anche bellezza (Deretano di piombo, cervello marxista). Stalin era morto da due anni e Molotov incappa in un incidente con le censure staliniane ancora potenti anche senza Baffone. In sostanza dice che in Russia si stanno costruendo le basi del socialismo, in contrasto con le risoluzioni del XVII Congresso del 1932 che consideravano la costruzione della base del socialismo già compiuta. Questa diatriba che sembra fondata sulla parolina è invece di importanza fondamentale. Anche per quanto stiamo dicendo sulla morte del comunismo. 2) Il testo, dopo aver descritto il contesto del fatto, afferma prima di tutto "che la società socialista, anche quando si formi, non viene edificata da nessuno, e per Lenin la costruzione del socialismo era una fesseria". Quindi si parte da un punto ben chiaro: la rivoluzione è un fatto politico che non va assolutamente scambiato con l'inizio della "costruzione" di una nuova società. La rivoluzione esplode con le contraddizioni tra le classi dovute alle contraddizioni più profonde tra lo sviluppo delle forze produttive e il modo di produzione sociale. 3) Chi dunque "costruisce" la nuova società? Risposta: lo sviluppo delle forze produttive liberato dai legami rappresentati dalla vecchia forma sociale. Ma se è proprio questo sviluppo che provoca la rivoluzione? Ebbene sì: il comunismo non è un ideale di società, ma, secondo la ultranota definizione di Marx, è il movimento materiale che demolisce lo stato di cose presente. 4) La rivoluzione politica porta alla conquista dello Stato, che non è certo uno strumento di comunismo, ma lo Stato "serve al proletariato solo per distruggere il capitalismo nei suoi rapporti sociali, e poi svuotare sé stesso: non per pianificare nessuna operazione tecnica, in quanto le basi tecniche e produttive si ereditano già sufficienti: se andiamo avanti così, si tratterà di demolire buona parte della bestiale impalcatura produttiva; altro che edificare".5) Quindi in Occidente e in Giappone le basi per il socialismo ci sono già da un pezzo, mentre in altri paesi si stanno grandiosamente ponendo da qualche tempo. Si tratta di riconoscere quali forze stiano lavorando in una certa società al suo grado di sviluppo e quali compiti si ponga l'eventuale partito in quelle situazioni. Per la sinistra non è criminale della rivoluzione chi non la fa in ogni caso, ma chi tradisce ad ogni passo la necessità di riconoscere che cosa sia una rivoluzione e quali strumenti si darà in base alle situazioni geostoriche (Engels). 6) Siccome l'uomo non fa la storia come vuole ma ha invece la possibilità di decifrarla con metodo scientifico, e siccome la storia è dinamica, movimento, processo, "è metodo metafisico porre la questione dello stare, alternativamente, nel campo eletto o in quello reietto", come se si potesse stabilire in modo esistenziale, mentre "è metodo dialettico porre la questione dell'andare, ossia sapere la direzione del movimento".7) Siccome la società non si muove verso il comunismo come realizzazine o peggio costruzione degli uomini ma il comunismo è il movimento stesso (in quanto movimento reale che demolisce ecc.), ecco che possiamo affermare senza ombra di dubbio che il comunismo è vivissimo alla faccia dei suoi sotterratori giornalieri. Infatti siamo comunisti perché, come dice Marx nel Manifesto, non ci distinguiamo da altri per questa o quella caratteristica particolare, ma perché cerchiamo di decifrare la direzione del movimento in modo da poter lavorare sui benedetti dati del futuro. 8) Un punto nella traiettoria temporale storica degli uomini o nello spazio delle fasi del loro sviluppo, non è né positivo né negativo: la famigerata "situazione" non ha segno particolare che si possa decifrare in assoluto. Il valore del punto è dato dalla sua traiettoria (con quella degli altri punti rappresentanti un insieme o una classe) e dal fine previsto. Insomma, ha valore rispetto alla distanza e alla velocità (tempo) relative agli altri punti. Quindi anche ogni ragionamento sul "comunismo" deve essere fatto relativamente ad un compito che ci poniamo e ai dati della storia passata e futura. La "costruzione" del capitalismo in Russia dopo la rivoluzione non aveva nulla di comunistico per l'osservatore esistenzialista, ma il movimento verso il socialismo, cioè la costruzione delle basi per esso era comunismo puro secondo la definizione di Marx, perché venivano eliminate le caratteristiche della situazione esistente (autocrazia feudale). 9) Anche oggi non ha senso parlare di "ritardo della lotta di classe" o di "inesitenza del proletariato come classe" o "situazione controrivoluzionaria" (certo, lo facciamo qualche volta, discorsivamente, ma è sbagliato) se non lo si fa in modo relativo (la dialettica è scienza delle relazioni) al movimento verso un traguardo che conosciamo, che Marx conosceva e che la Sinistra poneva allo sbocco di una strada che si deve conoscere prima: "La grande barriera tra il Su e il Giù, il Prima e il Dopo, il Bene e il Male, la Legge e il Crimine, il Paradiso e l'Inferno, la possiamo mettere ad arbitrio sul foglio del nostro lavoro. Qui la ricerca comincia soltanto. La tradizione ci ha sempre trasmesso un risultato di ricerche gloriose, ma un risultato sempre transitorio, come se fosse una Barriera metafisica indiscutibilmente tracciata ab aeterno in quella tale posizione. Ogni volta che una barriera sacra cade, la Rivoluzione sorge e cammina. Non sputa però su quella barriera transeunte, segnata nella storia al tempo di altre Rivoluzioni".10) "Tutta la magnifica dimostrazione del trapasso da capitalismo a socialismo che fin dal 1878 Engels contrappone alle baggianate di Dühring, lavorando su citazioni del Capitale, mostra come la borghesia ha già erette le basi del socialismo. Quando abbiamo la divisione tecnica del lavoro, nei tre gradi: cooperazione (lavoro collettivo), manifattura ed industria, abbiamo tutto; nulla dobbiamo più costruire. Nulla aggiungere: dobbiamo solo togliere la schiavitù aziendale, l'anarchia sociale della produzione. Che dunque dobbiamo edificare? La borghesia ha per noi edificato; essa doveva farlo, anzi non poteva non farlo".11) Questa società non è ancora riuscita ad esprimere una forza antagonista che si saldi alla classe in una visione della traiettoria futura dell'umanità. Ma non riesce più a sopportare il tran tran di innumeri organismi umani (parlamenti, partiti, associazioni, gilde corporative ecc.) che si rifanno ancora ad un passato irreversibilmente cancellato. Ecco perché trasforma questi organismi in caricature di sé stessi, in un cretinismo crescente dei rapporti fra le persone. 12) Ma non ci sono santi che tengano: qualunque organismo che abbia un barlume di possibilità di uscire dalla merdosissima palude, dovrà essere proiettato verso il futuro che avrà saputo decifrare, e, questo è il difficile, senza sputare sul transeunte passato, sulla "sacra barriera" che, un tempo rivoluzionaria, è stata superata dalla rivoluzione che sorge e cammina. 13) Il nostro non è un pallino: Engels e il rovesciamento della prassi (Dialettica della Natura, Introduzione). Dinamica dei processi voluti contro dinamica "naturale". Ogni progetto è un'azione del futuro sul presente. Bordiga e la concezione del partito (Partito e classe, 1921). Ma anche una società che ha già in sé i germi di quella futura è determinata da questa. 1) Introduzione L'introduzione va ovviamente riscritta sulla base della definitiva impostazione dell'intero libro e sarà l'ultimo lavoro da fare prima della stampa. In linea di massima sembra che questa parte che si riferisce al capitolo iniziale non debba essere troppo rimaneggiata. In tutto il testo c'è un esagerato uso di evidenze e il grassetto dovrà essere cambiato in corsivo. Il presente lavoro è dato dalla necessità di far proprio il concetto di Marx-Engels sulla produzione socializzata e vuole affermare che la società comunista di domani, che prenderà il posto del capitalismo, non dev'essere "edificata", "istituita", "costruita", in quanto il modo di produzione e di distribuzione comunista esiste già - a livello fetale - all'interno dell'attuale società, nel ciclo di produzione di ogni singola merce. Il compito della rivoluzione proletaria è quello di distruggere le catene della vecchia società che impediscono alla nuova di liberarsi e dispiegarsi in tutta la sua potenza umana. La potenza rivoluzionaria del proletariato sarà la nuova levatrice della storia, permettendo il parto della nuova società di cui la vecchia è gravida. Non crediamo di esagerare quando affermiamo che troppo spesso si parla di socializzazione della produzione in maniera papagallesca, senza riflettere sulla profonda portata rivoluzionaria di tale concetto. Spinte dalla sana e determinata volontà di porsi su di un terreno di lotta contro la borghese classe dominante, le forze rivoluzionarie che, pur se deboli, operano all'interno delle contraddizioni sempre maggiori del modo di produzione capitalistico, ormai avviato verso l'epicentro della propria crisi ("la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi", Clausewitz), troppo spesso sono portate a sottolineare esclusivamente i problemi soggettivi dell'azione rivoluzionaria: partito, sindacato, obbiettivi ed organizzazioni di lotta immediata, ecc.. Da parte nostra non si vuol certo negare che vi sia questa necessità. In ciò vi è un parallelo con l'esigenza espressa dai comunisti che operavano nella Russia zarista, ancor prima del 1905, circa la necessità della "piegatura del bastone (...) al fine di correggere polemicamente l'economismo" e l'immediatismo in genere. Quello che vogliamo sottolineare è che tale necessità è determinata non dalla volontà di singoli individui o gruppi di uomini. Gli uomini fanno sì la loro storia, ma non quando vogliono nè come vogliono. Gli uomini fanno la loro storia in quanto sono costretti a farla ed esprimono le loro organizzazioni di lotta economica e politica, non grazie al loro "libero arbitrio" (tanto preteso, quanto inesistente!), ma in quanto costretti a porsi su di un certo terreno di lotta dalle condizioni della produzione della loro vita materiale. Dalla base economica, quindi si deve partire (e mai darlo per acquisito una volta per tutte, solo perchè ne hanno già parlato, più di cento anni fa, due "tizi" di nome Carlo e Federico per affrontare il problema del programma rivoluzionario e dell'organizzazione necessaria alla sua attuazione. Diversamente è inevitabile cadere nel più piatto soggettivisvo e nell'ideologia pura: ragione, questi, di un continuo scoramento delle forze rivoluzionarie - data la mancanza di risultati "concreti" ed "immediati" - e di ancora più continui ed infami ripensamenti, analisi del vuoto assoluto, testi che non potrebbero essere che testicoli e revisioni che non possono non portare al tradimento. Nella situazione odierna, in cui lo spettro del comunismo si materializza sempre più, antiche e nuove bande di falsari si affannano a "dimostrare" che il marxismo non risponde più ai problemi contingenti della società odierna e, quindi, esso andrebbe "riletto", "rivisitato", "revisionato", ecc.. In questo loro sforza, questi nati-nani dimostrano esattamente il contrario di quanto pretendono di dimostrare: non è il marxismo che non risponde più alle esigenze dell'odierna società; se ciò fosse, non verrebbe mobilitato il fior fiore di vecchi e nuovi filosofi per dimostrare che una cosa è morta, se effettivamente fosse morta. Il realtà, questo sforzo di revisione e di sepoltura del marxismo non dimostra altro che l'impotenza dell'attuale società e dei suoi prezzolati "uomini di cul...tura" a sbarazzarsi di uno spettro che non s'aggira più solo per la vecchia Europa, ma ormai per il mondo intero. Il marxismo non è invecchiato: esso risponde a tutte le esigenze economiche e politiche esistenti all'interno della presente società. Non solo il marxismo non è invecchiato; diciamo pure che esso non può invecchiare: il marxismo nasce in blocco con il generalizzarsi (XIX° secolo) del modo di produzione capitalistico mostrante in pieno tutte le sue contraddizioni e le conseguenti lotte proletarie tendenti al loro superamento. Il marxismo non è l'opera di Marx (e di Engels), bensì il prodotto di lunghe lotte proletarie che, nelle persone di Marx e di Engels, hanno permesso di sistematizzare la necessità inevitabile della rivoluzione proletaria e dei suoi compiti. Il proletariato non ha bisogno, quindi, di nuovi pensatori ed ideologi pagati un tanto a riga. Il capitalismo di ieri è, nelle sue linee dorsali, lo stesso capitalismo di oggi (nonostante il continuo menar di coda degli analisti dello zero e le sue potenze), e l'unica differenza è data dal maggior livello raggiunto delle sue contraddizioni: l'imperialismo - fase suprema del capitalismo - non sposta di una virgola i tratti invarianti delle caratteristiche nodali di questo modo di produzione. Allo stesso modo, il marxismo rimane vitale nella sua invarianza rivoluzionaria. Il problema allora, per il proletariato di oggi, che annaspando cerca di ritrovare il filo conduttore della tradizione rivoluzionaria, è quello di ricollegarsi strettamente alle enunciazioni fondamentali di Marx-Engels, lasciando le nuove enunciazioni e le "nuove scoperte" a chi si appresta a passare sul terreno dell'avversario. Questo nostro lavoro non ha la pretesa di affrontare tutti i complessi problemi della rivoluzione proletaria. Esso vuole affrontare il problema della rivendicazione della società comunista di domani e, più precisamente, vuole sottolineare da dove parte tale rivendicazione. La testa coordina il movimento delle gambe, è vero. Ma ciò che bisogna capire è che tale azione di coordinamento avviene a seguito di un reale movimento delle gambe, pur se scoordinato (un bambino impara a camminare dopo essere caduto parecchie volte). Il movimento esiste: si tratta di riconoscerlo, appropriarsene e lottare affinchè vengano distrutti quegli ostacoli che possono impedire il suo avanzare. Lo stesso discorso vale per la rivendicazione della società comunista. Essa non nasce dalla testa di Marx-Engels. "Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà uniformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente". La rivendicazione, dunque, della società comunista non può essere questione di "pensiero", di "coscienza", in quanto "la coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall'essere cosciente, e l'essere degli uomini è il processo reale della loro vita... Esattamente all'opposto di quanto accade nella filosofia tedesca /oggi, nella filosofia del mondo intero: si parli pure a Paolo, facendo intendere a Pietro/, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, nè da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita". L'operare fondamentale degli uomini da cui derivano poi le loro idee, è dato dal processo di produzione di quei beni, cose, necessari alla loro vita materiale: pane, case, vestiti, stivali, ecc., i quali, una volta consumati, permettono la riproduzione e quindi il perpetuarsi della specie. Ma il pane, la casa, il vestito, gli stivali, non sono delle cose morte: essi hanno una storia da raccontare e precisamente la storia di quei rapporti sociali intercorsi fra quegli uomini addetti alla loro produzione e circolazione. Gli stivali prodotti all'interno delle antiche comunità del comunismo primitivo non sono gli stessi stivali prodotti all'interno delle successive società di classe, nè tanto meno all'interno del modo di produzione capitalistico delle merci. E la diversità di fondo fra ieri e oggi non consiste certamente nel diverso grado di sviluppo della tecnica di produzione, quanto nei diversi rapporti sociali (comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo e, domani, comunismo mondiale) che intercorrono fra gli uomini nelle diverse epoche storiche, all'interno dei quali tali stivali vengono prodotti. "Le cose A e B qui non sono merci prima dello scambio, ma diventano tali solo attraverso di esso". E' con la fine del comunismo primitivo che si cominciano a scambiare i prodotti del lavoro e, quindi, compare la forma di merce di questi prodotti, che assumono delle proprietà nascoste. "L'arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi". "Quindi, quando il Galiani dice: il valore è un rapporto fra persone - "La ricchezza è una ragione fra due persone" - avrebbe dovuto aggiungere: rapporto celato nel guscio di un rapporto fra cose". L'attuale modo capitalistico della produzione delle merci, trasforma la forma merce del prodotto del lavoro in un arcano, in un vero e proprio geroglifico sociale, agli occhi di chi vorrebbe eternizzare tale modo di produzione. Ma agli occhi del proletariato, tale geroglifico, lentamente - grazie a lotte secolari da esso condotte - si scioglie in un problema semplicissimo la cui soluzione diventa estremamente elementare. Abbiamo detto che le merci diventano tali solo attraverso lo scambio, quando si mettono a confronto in un determinato rapporto quantitativo, per essere scambiati fra di loro due o più prodotti del lavoro: quindi, all'interno del guscio di queste merci possiamo leggere non tanto la loro storia, quanto la storia di quegli uomini che hanno prodotto e scambiato le merci stesse. Gli stivali, ad es., se non entrano nello scambio non sono merci: sono cose, beni prodotti per l'uso immediato o mezzi di riserva per uso futuro, ecc., hanno un valore d'uso ma non di scambio ( si badi bene: non è questione di terminologia, bensì di rapporti sociali!). Il fatto che non siano merce non significa, però, che essi non abbiano niente da raccontare. La pelle dei bisonti cacciati in comune dai cacciatori delle comunità pellerossa ed usata per costruire mocassini o per innalzare le loro tende, racconta di rapporti sociali non mercantili, non regolati dallo scambio di merci dal valore equivalente. Il nostro lavoro mira a trovare all'interno del modo capitalistico della produzione delle merci, quei momenti in cui vi sia produzione di prodotti, cose, valori d'uso - che non siano ancora merci e, quindi, che possano parlarci di rapporti sociali, nascosti all'interno del loro guscio, che non siano mercantili, basati cioè sulla legge dello scambio di equivalenti: quindi, di rapporti sociali neganti la legge del valore, cioè di rapporti sociali comunisti. Questo possiamo constatarlo nella manifattura dell'inizio del capitalismo, nell'azienda agraria, come pure nella grande industria moderna, all'interno delle quali "l'operaio parziale non produce nessuna merce. E' solo il prodotto comune degli operai parziali che si trasforma in merce". Un appunto utile per una corretta lettura del susseguirsi dei diversi modi di produzione, che in questa sede possiamo solo brevemente accennare, è il seguente: se noi trattiamo la "società umana come un organismo unico che vive una sola vita (in questa forma entra nella scienza il mito ingenuo e sublime dell'immortalità)", dalla constatazione che "la forma semplice di merce è il germe della forma di denaro", arriveremo alla conclusione che già nelle fasi di trapasso dalle comunità del comunismo primitivo alla società schiavista troviamo il germe del futuro modo di produzione capitalistico che si trasmette e sviluppa attraverso le intermedie società di classe schiavista e feudale. La stessa cosa vale per la società comunista di domani: noi ne troviamo gli elementi all'interno di tutte le società di classe. "Non abbiamo bisogno, ai fini della considerazione di un lavoro comune, cioè immediatamente socializzato, di risalire alla sua forma naturale spontanea, che incontriamo sulla soglia della storia di ogni popolo civile. Un esempio più vicino è costituito dall'industria rusticamente patriarcale d'una famiglia di contadini che produce grano, bestiame, filati, tela, pezzi di vestiario, ecc.. Per quanto riguarda la famiglia, queste cose differenti si presentano come prodotti differenti del suo lavoro familiare; invece, per quanto riguarda le cose stesse, esse non si presentano l'una all'altra come merci. I differenti lavori che generano quei prodotti, aratura, allevamento, filatura, tessitura, sartoria, nella loro forma naturale sono funzioni sociali, poichè sono funzioni della famiglia che ha, proprio come la produzione di merci la sua propria divisione del lavoro, naturale ed originaria. Le differenze di sesso e di età, e le condizioni naturali di lavoro varianti col variare della stagione, regolano la distribuzione di quelle funzioni entro la famiglia ed il tempo di lavoro dei singoli membri. però qui il dispendio delle forze-lavoro individuali misurato con la durata temporale si presenta per la sua natura stessa come determinazione sociale dei lavori stessi, poichè le forze-lavoro individuali operano, per la loro stessa natura, soltanto come organi della forza-lavoro della famiglia. 2) IL COMUNISMO ESISTE GIÀ ALL'INTERNO DEL CICLO DI PRODUZIONE DEL CAPITALE - CITAZIONI DA MARX ED ENGELS In questa parte il contenuto della raccolta di citazioni va trasferito in un testo normale, più leggibile e con poche citazioni ben mirate. Rimarrebbero così le note di riferimento all'originale e alcune delle citazioni più significative. Anche qui ci sono troppe evidenze che saranno comunque tradotte in corsivi. Questo capitolo va confrontato con gli appunti scritti a mano per vedere se vi sono parti da integrare. Cap. I - Natura e scopo della produzione capitalistica. Il modo di produzione capitalistico è un modo di produzione storicamente dato; esso si colloca all'ultimo stadio dei modi di produzione di classe - seguente quindi quello schiavista e feudale -, e ciò che lo caratterizza non è tanto l'esistenza della merce, nè del denaro, nè la presenza del possessore della merce e del denaro. "Finchè il capitale appare ancora soltanto nelle sue forme elementari di merce e di denaro, il capitalista si presenta nella già nota veste di possessore di merci o possessore di denaro. Ma da ciò non risulta che possessori di merce e possessori di denaro siano in sè e per sè capitalisti più di quanto merce e denaro non siano in sè e per sè capitale. Come merci e denaro non si trasformano in capitale che in date condizioni, così solo alle stesse condizioni il possessore di merci ed il possessore di denaro si trasformano in capitalisti. In origine il capitale si presentava come denaro che deve trasformarsi in capitale, o che è ancora capitale soltanto in potenza". "Denaro come denaro e denaro come capitale si distinguono in un primo momento soltanto attraverso la loro differente forma di circolazione. La forma immediata della circolazione delle merci è M-D-M: trasformazione di merce in denaro e ritrasformazione di denaro in merce, vendere per comprare. Ma accanto a questa forma ne troviamo una seconda, specificamente differente, la forma D-M-D: trasformazione di denaro in merce e ritrasformazione di merce in denaro, comprare per vendere. (...) Il risultato nel quale si risolve tutto il processo è: scambio di denaro contro denaro, D-D". Il processo M-D-M, vale a dire il risultato finale D-D di questo processo, è tuttavia incompleto in quanto si rivelerebbe un cerchio vizioso ed inutile. Per quale motivo si dovrebbe continuare a mettere in movimento del denaro, se alla fine ci si ritrova fra le mani la stessa quantità di denaro che si aveva in precedenza? "La forma completa di questo processo è quindi D-M-D', dove D'=D+dD, cioè è uguale alla somma di denaro originariamente anticipato, più un incremento. Chiamiamo plusvalore (surplusvalue) questo incremento, ossia questo incremento sul valore originario. Quindi nella circolazione il valore originariamente anticipato non solo si conserva, ma altera anche la propria grandezza di valore, mette sù un plusvalore, ossia si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale". "Il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione - D=D+dD, la valorizzazione del valore - è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e consapevolezza, solamente in quanto l'unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta. Quindi il valore d'uso non dev'essere mai considerato fine immediato del capitalista. E neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare." Dobbiamo ora vedere come avviene che nel suo movimento il denaro D si trasformi in D'. "Da un punto di vista astratto, cioè senza tener conto di circostanze che non scaturiscano dalle leggi immanenti della circolazione semplice delle merci, oltre la sostituzione di un valore d'uso con un altro, non avviene in essa circolazione altro che una metamorfosi, un semplice cambiamento di forma della merce. In mano allo stesso possessore di merci rima lo stesso valore, cioè la quantità di lavoro sociale oggettivato, nella forma, prima, della sua merce, poi del denaro nel quale si trasforma, infine della merce nella quale questo denaro si ritrasforma. Questo cambiamento di forma della merce non implica nessuna mutazione della grandezza di valore." "La somma dei valori circolanti non può essere aumentata da nessun cambiamento della loro distribuzione, così come un giudeo non aumenta la massa dei metalli in un paese vendendo per una ghinea un farthing della Regina Anna. L'insieme della classe dei capitalisti di un paese non può sfruttare se stessa. Dunque, ci si può rigirare come si vuole, il risultato rimane sempre il medesimo. Se si scambiano equivalenti, non nasce nessun plusvalore, e se si scambiano non-equivalenti, neppure in tal caso nasce plusvalore. La circolazione, ossia lo scambio delle merci, non crea nessun valore." "Dunque, si ha un duplice risultato. La trasformazione del denaro in capitale deve essere spiegata sulla base di leggi immanenti allo scambio delle merci, cosicchè come punto di partenza valga lo scambio di equivalenti. Il nostro possessore di denaro, che ancora esiste soltanto come bruco di capitalista, deve comprare le merci al loro valore, le deve vendere al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire entro la sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione. Queste sono le condizioni del problema. Hic Rhodus, hic salta!" "Il cambiamento di valore del denaro che si deve trasformare in capitale non può avvenire in questo stesso denaro, poichè esso, come mezza di acquisto e come mezzo di pagamento non fa che realizzare il prezzo della merce che compra o paga, mentre, permanendo nella sua propria forma s'irrigidisce in pietrificazione di grandezza di valore immutabile. Il cambiamento non può neppure scaturire dal secondo atto della circolazione, la rivendita della merce, poichè questo atto fa ritornare la merce soltanto dalla forma naturale alla forma di denaro. Dunque, la trasformazione deve avvenire nella merce che viene comprata nel primo atto, D-M, ma non nel valore di essa, poichè vengono scambiati equivalenti, cioè la merce viene pagata al suo valore. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore d'uso della merce come tale, cioè dal suo consumo. Per estrarre valore dal consumo d'una merce, il nostro possessore di denaro dovrebbe essere tanto fortunato da scoprire all'interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualità d'essere fonte di valore: tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. Ed il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro." "La forza-lavoro come merce può apparire sul mercato soltanto in quanto e perchè viene offerta e venduta come merce dal proprio consumatore, dalla persona della quale essa è la forza-lavoro. Affinchè il possessore della forza-lavoro la venda come merce egli deve poterne disporre e quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona." "Dunque, per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul mercato delle merci il lavoratore libero: libero nel duplice nel duplice senso che disponga della propria forza lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona, e che d'altra parte non abbia da vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero da tutte le cose necessarie per la realizzazione della sua forza-lavoro." E' a questo punto che prende avvio il processo di formazione del capitale. "Le sue condizioni storiche d'esistenza non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un'epoca del processo sociale di produzione." In questa maniera il problema è stato posto radicalmente e quindi radicalmente potrà essere risolto. "Il processo di consumo della forza-lavoro è allo stesso tempo processo di produzione di merci e di plusvalore. Il consumo della forza-lavoro, come il consumo di ogni altra merce si compie fuori del mercato ossia della sfera della circolazione. Quindi, assieme al possessore di denaro ed al possessore di forza-lavoro, lasciamo questa sfera rumorosa che sta alla superficie ed è accessibile a tutti gli sguardi, per seguire l'uno e l'altro nel segreto laboratorio della produzione, sulla cui soglia sta scritto: No admittance axcept on businnes. Qui si vedrà non solo come produce il capitale, ma anche come lo si riproduce, il capitale. Finalmente ci si dovrà svelare l'arcano della fattura del plusvalore." "Nel separarci da questa sfera della circolazione semplice, ossia dello scambio delle merci, donde il libero scambista vulgaris prende a prestito concezioni, concetti e norme per il suo giudizio sulla società del capitale e del lavoro salariato, la fisionomia delle nostre dramatis personae sembra già cambiarsi in qualche altra cosa. L'antico possessore del denaro va avanti capitalista, il possessore di forza-lavoro lo segue come suo lavoratore; l'uno sorridente con aria d'importanza e tutto affaccendato, l'altro timido, restio, come qualcuno che abbia portato al mercato la propria pelle e non abbia ormai da aspettarsi altro che la ... conciatura." Riassumendo, possiamo dire dunque che "se il capitale originario è una somma di valore = x, questo x deve diventare e diventa capitale per essere stato trasformato in x + dx, cioè in una somma di denaro o somma di valore eguale alla somma di valore originaria più un eccedente sulla somma originaria di valore; nel valore dato + plusvalore (che comprende la conservazione del valore originariamente anticipato) appare perciò come lo scopo determinante, l'interesse animatore e il risultato finale del processo di produzione capitalistico, ciò grazie al quale il valore originario si trasforma in capitale." Cap. II - Produzione del plusvalore. Il prodotto - che è proprietà del capitalista, in quanto da lui è stato anticipato il denaro necessario per far partire il ciclo della produzione - ha un valore d'uso: ad es., stivali. Ma benchè gli stivali costituiscano in certo senso la base del progresso sociale, ed il nostro capitalista sia un deciso progressista, egli non fabbrica gli stivali per amor degli stivali e neppure per amore dei piedi di chi li dovrà calzare. "Il valore d'uso non è affatto la cosa qu'on aime pour elle-meme, nella produzione delle merci. Qui in genere i valori d'uso vengono prodotti soltanto perchè e in quanto essi sono sostrato materiale, depositari del valore di scambio. Il capitalista, infatti, "non vuole soltanto un valore d'uso, ma una merce, non soltanto valore d'uso, ma valore, e non soltanto valore, ma plusvalore." Se è pura assurdità , dunque, l'affermazione che il movimento della produzione capitalistica viene data dalla necessità di soddisfare i bisogni umani, altrettanto assurdo è parlare di produzione capitalistica come pura e semplice produzione di merci. "La produzione capitalistica, infatti, non è soltanto produzione di merci, ma essenzialmente produzione di plusvalore. L'operaio non produce per sè, ma per il capitale. Quindi non basta più che l'operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. E' produttivo solo quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve per l'autovalorizzazione del capitale." "Il possessore di denaro ha pagato il valore giornaliero della forza-lavoro, quindi a lui appartiene l'uso di essa durante la giornata, il lavoro di tutto il giorno. La circostanza che il mantenimento giornaliero della forza-lavoro costa soltanto una mezza giornata lavorativa, benchè la forza-lavoro possa operare, cioè lavorare per tutta la giornata, e che quindi il valore creato durante una giornata dall'uso di essa superi del doppio il suo proprio valore giornaliero, è una fortuna particolare per il compratore, ma non è affatto una ingiustizia verso il venditore." Come il valore di una qualsiasi merce è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla, allo stesso modo il valore della forza-lavoro è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario utile alla sua produzione. Ed il tempo di lavoro utile a riprodurre la forza-lavoro impiegata è dato dal lavoro necessario alla produzione di tutto ciò che è indispensabile alla vita dell'operaio: cibo, vestiario, abitazione, ecc.. Quando il capitalista compra dall'operaio la sua forza-lavoro, gli da in cambio un salario col quale quest'ultimo può comprare tutto ciò che è necessario alla riproduzione della propria forza-lavoro, dopo che questa è stata consumata nel ciclo produttivo. E' necessario sottolineare che il capitalista compra al mercato la forza-lavoro, solo in quanto gli interessa l'uso di questa, dal quale deriva la valorizzazione del proprio capitale; ed il capitalista conosce bene la differenza fra valore d'uso e valore di scambio della forza-lavoro, in quanto "i costi giornalieri del mantenimento della forza-lavoro ed il dispendio giornaliero di questa, sono due grandezze del tutto distinte. La prima determina il suo valore di scambio, l'altra costituisce il suo valore d'uso. Che sia necessaria una mezza giornata lavorativa per tenerlo in vita per ventiquattro ore, non impedisce affatto all' operaio di lavorare per una giornata intera. Dunque, il valore della forza-lavoro e la sua valorizzazione nel processo lavorativo sono due grandezze differenti. A questa grandezza di valore mirava il capitalista quando comprava la forza-lavoro. L'utile qualità di produrre refe e stivali, propria della forza-lavoro, era per il capitalista soltanto la conditio sine qua non, poichè, per creare valore, il lavoro dev'essere speso in forma utile: ma decisivo era invece il valore d'uso specifico di questa merce, che è quello di essere fonte di valore, e di più valore di quanto ne abbia essa stessa. Questo è il servizio specifico che il capitalista se ne aspetta. Ed in questo egli procede secondo le eterne leggi dello scambio delle merci. Di fatto, il venditore della forza-lavoro realizza il suo valore di scambio ed aliena il suo valore d'uso, come il venditore di qualsiasi altra merce. Non può ottenere l'uno senza cedere l'altro. Il valore d'uso della forza-lavoro, il lavoro stesso, non appartiene affatto al venditore di essa, come al negoziante d'olio non appartiene il valore d'uso dell'olio da lui venduto." Osserviamo, a questo punto, più da vicino il meccanismo della valorizzazione del denaro del nostro capitalista. Prima di far partire il ciclo produttivo, egli dovrà aver comprato sul mercato i mezzi di produzione, le materie prime e la forza-lavoro necessaria alla trasformazione di queste ultime al fine di ottenere una nuova merce. Poniamo, ad es., che il valore dei mezzi di produzione sia di 100, e quello della forza-lavoro uguale a 50. L'ammontare degli elementi anticipati per far partire il ciclo produttivo sarà allora di 100 + 100 + 50 = 250. Supponiamo che le materie prime siano date da 100 pezzi di cuoio i quali verranno trasformati in stivali e che l'operaio riesca in mezza giornata a lavorarne 50. Ora, per quanto esposto in precedenza, sappiamo che il valore della forza-lavoro può essere pagata da metà giornata lavorativa, mentre dell'altra metà se ne appropria il capitalista che può liberamente disporre dell'uso della forza-lavoro dell'intera giornata. Alla fine dunque della prima metà della giornata, il borghese si troverà in mano 50 stivali il cui valore sarà dato da 50 di mezzi di produzione consumati, 50 di materie prime e 50 di salari, pari ad un valore di 150. Nella seconda metà della giornata avrà ancora 50 stivali, per un ulteriore valore di 150. Il valore totale che il capitalista si ritrova in mano alla fine dell'intera giornata lavorativa sarà dato da 150 stivali che valgono: 100 di mezzi di produzione consumati + 100 di materie prime + 50 di salari + 50 di una mezza giornata lavorativa gratuita, per un totale di 300. Il valore del prodotto è cresciuto di un quinto oltre il valore anticipato per la sua produzione. Così un valore di 250 si è trasformato in un valore di 300. "Il colpo è riuscito finalmente. Il denaro è trasformato in capitale" Vi è forse del furto in questo aumento di valore nelle mani del capitalista? No, in quanto tutto si è verificato nel pieno rispetto delle leggi dello scambio di equivalenti. Il borghese non ha rubato nulla al suo operaio; ha usato la forza-lavoro di quest'ultimo dopo avergliela pagata al suo giusto prezzo, che è dato dai mezzi necessari a riprodurla. E come qualsiasi compratore può fare qualsiasi uso della merce che compra, tenendo per sè i benefici che ne ricava, allo stesso modo il capitalista tiene per sè i prodotti della forza lavoro da lui comprata, e non si può accusarlo di disonestà se l'uso di questa gli aumenta il capitale, in quanto il processo di consumo di questa merce particolare è contemporaneamente processo di produzione di altre merci, nonchè processo di valorizzazione del capitale. Marx: "Il processo di consumo della forza-lavoro che insieme è processo di produzione della merce..." Concluso il ciclo produttivo, il nostro capitalista torna sul mercato per realizzare il suo nuovo valore di 300, dopo che, a suo tempo, aveva comprato merci per 250. Egli vende le sue merci al suo giusto prezzo, eppure guadagna 50. Solo nel mercato egli può realizzare l'aumento del suo capitale. Bisogna stare attenti, a questo punto, a non cadere in un equivoco banale: non bisogna credere, per il fatto che il nostro borghese realizza all'interno del mercato l'aumento del suo capitale, che il fenomeno della valorizzazione avvenga all'interno della circolazione. "Tutto questo svolgimento della trasformazione in capitale del denaro del nostro capitalista, avviene e non avviene nella sfera della circolazione, perchè ha la sua condizione nella compera della forza-lavoro sul mercato delle merci; non avviene nella circolazione perchè questa non fa altro che dare inizio al processo di valorizzazione il quale avviene nella sfera della produzione" Dobbiamo osservare ora che "qualunque sia la differenza fondamentale fra lavoro di filatura e lavoro di gioielleria, la porzione di lavoro per mezzo della quale il lavoratore gioielliere non fa che reintegrare il valore della propria forza-lavoro, non si distingue affatto qualitativamente dalla porzione aggiuntiva di lavoro con la quale egli crea plusvalore. In entrambi i casi il plusvalore risulta soltanto attraverso una eccedenza quantitativa di lavoro; in un caso, processo di produzione di refe, nell'altro, processo di produzione di gioielli". Cap. III - Produzione del plusvalore assoluto. E' da tener presente che "un mezzo di lavoro non cede mai al prodotto più valore di quanto ne perda nel processo lavorativo attaverso la distruzione del proprio valore d'uso" "I mezzi di produzione trasferiscono valore nella nuova forma del prodotto solo in quanto durante il processo lavorativo perdono valore nella forma dei loro vecchi valori d'uso ... Dunque i mezzi di produzione non possono mai aggiungere al prodotto più valore di quanto ne posseggano indipendentemente dal processo lavorativo al quale servono." "Altrimenti vanno le cose per il fattore soggettivo del processo del lavoro, cioè per la forza-lavoro. Mentre il lavoro, mediante la sua forma idonea al fine, trasferisce e conserva nel prodotto il valore dei mezzi di produzione, ogni momento del moto del lavoro crea valore aggiuntivo, neovalore ... Dunque con la messa in atto della forza-lavoro non viene riprodotto solo il suo proprio valore ma viene anche prodotto un valore eccedente. Questo plusvalore costituisce la eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati, cioè dei mezzi di produzione e della forza-lavoro" "L'eccedenza del valore complessivo del prodotto sulla somma dei valori dei suoi elementi costitutivi è l'eccedenza del capitale valorizzato sul valore del capitale inizialmente anticipato. I mezzi di produzione da una parte, la forza-lavoro dall'altra, sono solo le differenti forme d'esistenza assunte dal valore iniziale del capitale quando s'è svestito della sua forma di denaro e s'è trasformato nei fattori del processo lavorativo. Dunque la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro, non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione. Quindi la chiamo parte costante del capitale, o, in breve, capitale costante. Invece la parte del capitale convertita in forza-lavoro cambia il proprio valore nel processo di produzione. Riproduce il proprio equivalente e inoltre produce un'eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo. Questa parte del capitale si trasforma continuamente da grandezza costante in grandezza variabile. Quindi la chiamo parte variabile del capitale, o in breve: capitale variabile. Le medesime parti costitutive del capitale che dal punto di vista del processo lavorativo si distinguono come fattori oggettivi e fattori soggettivi, mezzi di produzione e forza-lavoro, dal punto di vista del processo di valorizzazione si distinguono come capitale costante e capitale variabile" Se, dunque, il capitale anticipato D è uguale a 250, vale a dire un capitale costante c di 200 (mezzi di produzione e materie prime) + un capitale variabile v di 50 (forza-lavoro), alla fine del ciclo produttivo avremo D=c+v che si trasforma in c+v+p=D'. La forma completa D-M-D' del processo Denaro-Merce-Denaro, si specificherà, in seguito al processo di produzione, in D-M...plusvalore...M'-D'. L'uso della forza-lavoro ha dato un plusvalore p e valorizzato il capitale, portandolo da un valore D ad un valore D': vale a dire che al valore iniziale di 250, alla fine del processo produttivo, si è aggiunto un plusvalore di 50, dando un nuovo valore complessivo di 300. La cifra 50, cioè p, "esprime qui, la grandezza assoluta del plusvalore prodotto. Ma la sua grandezza proporzionale, cioè il rapporto di valorizzazione del capitale variabile, è evidentemente determinato dal rapporto del plusvalore col capitale variabile, ossia è espresso dalla formula p/v. Dunque nell'esempio fatto sopra sarebbe: 90/90=100%" (50/50=100%, relativamente all'esempio da noi fatto: non cambia nulla) "Chiamo saggio del plusvalore questa valorizzazione relativa del capitale variabile, cioè la grandezza relativa del plusvalore" "Poichè nella parte della giornata lavorativa nella quale produce il valore giornaliero della forza-lavoro, dicansi 50, l'operaio produce soltanto un equivalente del valore della forza-lavoro, già pagato dal capitalista; e dunque col valore di nuova creazione non fa che reintegrare il valore variabile di capitale anticipato, quella produzione di valore si presenta come pura e semplice riproduzione. Chiamo dunque tempo di lavoro necessario quella parte della giornata lavorativa nella quale si svolge questa riproduzione. Chiamo lavoro necessario il lavoro speso durante di essa ... Il secondo periodo del processo lavorativo, nel quale l'operaio sgobba oltre i limiti del lavoro necessario, gli costa certo lavoro, dispendio di forza-lavoro, ma per lui non crea nessun valore. Esso crea plusvalore, che sorride al capitalista con tutto il fascino di una creazione dal nulla. Chiamo tempo di lavoro soverchio quella parte della giornata lavorativa, e pluslavoro (surplus labour) il tempo speso in esso. Per conoscere il plusvalore è altrettanto decisivo intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro soverchio, come plusvalore semplicemente oggettivato, quanto è decisivo per conoscere il valore in generale, intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro, come semplice lavoro oggettivato" E' assolutamente necessario sottolineare con continuità il saggio del plusvalore, perchè è solo attraverso di esso che il salariato può conoscere costantemente l'entità del suo sfruttamento. "Poichè il valore del capitale variabile è uguale al valore della forza-lavoro, poichè il valore di questa forza-lavoro determina la parte necessaria della giornata lavorativa, ed il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il pluslavoro sta al lavoro necessario; cioè il saggio del plusvalore è: p/v = pluslavoro/lavoro necessario "I due rapporti esprimono la stessa relazione in forma differente: l'uno nella forma del lavoro oggettivato, l'altro nella forma del lavoro in movimento. Quindi, il saggio del plusvalore è l'espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale, cioè dell'operaio da parte del capitalista" Bisogna a questo punto parlare della giornata lavorativa, che è quella parte della giornata solare durante la quale viene usata la forza-lavoro. Essa "non è una grandezza costante ma una grandezza variabile ...tuttavia essa può variare soltanto entro certi limiti. Però il suo limite minimo è indeterminabile. Certo, se poniamo il lavoro necessario come uguale a zero, otteniamo un limite minimo, cioè la parte del giorno che un operaio deve lavorare per la propria conservazione. Ma sul piano del modo di produzione capitalistico, il lavoro necessario deve costituire sempre e soltanto una sola parte della giornata lavorativa dell'operaio; quindi la giornata lavorativa non può mai essere ridotta a questo minimo. Invece la giornata lavorativa ha un limite massimo, che non è prolungabile al di là di un certo termine. Questo limite massimo è determinato da due cose. In primo luogo è determinato dal limite fisico della forza-lavoro. durante il giorno naturale di 24 ore, un uomo può spendere soltanto una determinata quantità di forza vitale; così un cavallo può lavorare soltanto otto ore al giorno. Durante una parte del giorno la forza-lavoro deve riposare, dormire, durante un'altra parte l'uomo ha da soddisfare altri bisogni fisici, nutrirsi, pulirsi, vestirsi, ecc.. Oltre questo limite puramente fisico, il prolungamento della giornata lavorativa urta contro limiti morali. L'operaio ha bisogno di tempo per la soddisfazione di bisogni intellettuali e sociali, la cui estensione e il cui numero sono determinati dallo stato generale della civiltà. La variazione della giornata lavorativa si muove dunque entro limiti fisici e sociali. Ma tanto gli uni che gli altri sono di natura assai elastica, e permettono una grandissima latitudine di movimenti. Così troviamo giornate lavorative di otto, dieci, dodici, quattordici, sedici, diciotto ore, quindi di diversissima lunghezza." Qual è dunque il giusto limite della giornata lavorativa? Da che cosa è regolata questa grandezza variabile? "Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall'altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, e l'operaio afferma il suo diritto di venditore, quando vuole limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti uguali decide la forza. Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa - lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l'operaio collettivo, cioè la classe operaia." Una lotta - condotta sul piano della forza, sottolineiamo - e non un "confronto democratico fra le parti". Una lotta che, se si prende l'esempio dell'Inghilterra, ha costretto lo Stato ad intervenire fin dal lontano 1349, durante il regno di Edoardo III, col primo Statute of labourers. Una lotta dunque multisecolare che, con l'introduzione del lavoro notturno pone in discussione "perfino i concetti di giorno e di notte, che nei vecchi statuti erano semplici, alla contadina. Tali concetti si confusero tanto che un giudice inglese del 1860 dovette ricorrere ad un acume veramente talmudistico per spiegare "con valore di sentenza" quel che sia la notte e quel che sia il giorno. Il capitale celebrava le sue orge." "La creazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai, lenta e più o meno velata." Data la lunghezza della giornata lavorativa - in un determinato periodo storico - assistiamo, comunque, alla "tendenza del capitale alla massima riduzione possibile del numero degli operai occupati, ossia della propria componente variabile investita in forza-lavoro; tendenza che è in contrasto con l'altra sua tendenza a produrre la maggior massa possibile di plusvalore." Dato, in una giornata lavorativa, il tempo di lavoro necessario a-c, il plusvalore assoluto si ricava a partire dal punto c fino alla fine d della giornata lavorativa stessa. Il plusvalore assoluto si ricava allora in direzione del punto d; il variare della massa del plusvalore assoluto è dato dal variare del segmento c-d. Cap. IV - Produzione del plusvalore relativo. Nella determinazione del plusvalore assoluto abbiamo fissato il tempo di lavoro necessario a-c, ed abbiamo visto che esso si ricava in direzione del punto d, a partire dal punto c. Bisogna ricordare, a questo punto, che lo sviluppo del modo capitalistico di produzione porta all'aumento delle forza produttive e quindi porta all'abbassamento del lavoro necessario per la produzione di ogni merce. La stessa forza-lavoro abbisogna, dunque, di un tempo di lavoro socialmente necessario inferiore per la sua riproduzione, in quanto è necessario minor tempo per produrre case, vestiti, pane, ecc.. Ritornando allora alla nostra giornata lavorativa, potremo assistere ad una diversa suddivisione: assisteremo cioè all'accorciamento del lavoro necessario ed al conseguente aumento del lavoro soverchio, gratis per il capitalista. "Al prolungamento del pluslavoro corrisponderebbe l' accorciamento del lavoro necessario: cioè, una parte del tempo di lavoro, che fino allora l'operaio ha consumato di fatto per se stesso, si trasforma in tempo di lavoro per il capitalista. Quel che viene cambiato, non sarebbe la durata della giornata lavorativa, ma la sua suddivisione in lavoro necessario e pluslavoro." Una volta stabilito il presupposto che ogni merce - quindi anche la forza-lavoro - venga comprata e venduta al suo reale valore, "Il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro, ossia per la riproduzione del suo valore, non può diminuire per il fatto che il salario dell'operaio cali al di sotto del valore della sua forza-lavoro, ma può diminuire soltanto quando cali questo valore stesso. Data la giornata della giornata lavorativa, il prolungamento del pluslavoro deve derivare dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario, e non viceversa, cioè l'accorciamento del tempo di lavoro necessario non deve derivare dal prolungamento del pluslavoro." Rimanendo invariata la giornata lavorativa a-d, ed abbassando il tempo di lavoro necessario per l'operaio da a-c ad a-b, il pluslavoro - quindi il plusvalore - necessariamente aumenta passando da c-d a b-d. Mentre in precedenza il plusvalore aumentava in direzione del punto d, cioè aumentava con il prolungamento della giornata lavorativa, adesso aumenta in direzione del punto a, cioè con l'accorciamento del tempo di lavoro necessario. "Ma ciò è impossibile senza un aumento della forza produttiva del lavoro." "Il capitale non può fare a meno di mettere sottosopra le condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo, cioè lo stesso modo di produzione, per aumentare la forza produttiva del lavoro, per diminuire il valore della forza-lavoro mediante la forza produttiva del lavoro, e per abbreviare così la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione di tale valore. Chiamiamo plusvalore assoluto il plusvalore mediante prolungamento della giornata lavorativa; chiamiamo plusvalore relativo il plusvalore che deriva dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa." La ricerca costante di una sempre maggiore quantità di plusvalore - scopo fondamentale della produzione su base capitalistica - è, nello stesso tempo, ricerca costante dello sviluppo delle forze produttive che permettono di abbassare il valore della forza-lavoro e quindi di aumentare la quantità di plusvalore. "Il valore delle merci sta in rapporto inverso alla forza produttiva del lavoro; ed altrettanto il valore della forza-lavoro, in quanto determinato da valori di merci. Invece, il plusvalore relativo sta in rapporto diretto alla forza produttiva del lavoro. (...) E' quindi istinto immanente e tendenza costante del capitale aumentare la forza produttiva del lavoro per ridurre più a buon mercato la merce, e con la riduzione a più buon mercato della merce, ridurre più a buon mercato l'operaio stesso." "Dunque, nella produzione capitalistica la economia di lavoro mediante lo sviluppo della forza produttiva del lavoro non ha affatto lo scopo di abbreviare la giornata lavorativa. Ha solo lo scopo di abbreviare il tempo di lavoro necessario per la produzione di una determinata quantità di merci. Che per l'aumento della forza produttiva del suo lavoro, l'operaio produca in un'ora, p. es., il decuplo di merce di prova e consumi quindi per ogni pezzo il decimo di tempo di lavoro, non impedisce affatto di farlo lavorare dodici ore come prima, e che gli si facciano produrre in queste dodici ore milleduecento pezzi invece dei centoventi di prima. Anzi, la sua giornata lavorativa può essere contemporaneamente prolungata, cosicchè egli adesso produca millequattrocento pezzi in quattordici ore, ecc.. (...) Entro i limiti della produzione capitalistica, lo sviluppo della forza produttiva ha lo scopo di abbreviare la parte della giornata lavorativa nella quale l'operaio deve lavorare per se stesso, per prolungare, proprio con quel mezzo, l'altra parte della giornata lavorativa nella quale l'operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista." Cap. V - La cooperazione. Il capitalista, una volta comprati i mezzi di produzione, le materie prime e la forza-lavoro, fa partire il processo di produzione allo scopo di realizzare un plusvalore necessario alla valorizzazione del proprio capitale. Non si tratta però di plusvalore e basta, bensì di una determinata massa di plusvalore, che sarà data dallo sviluppo delle forze produttive in un momento storico dato. Considerando che "il capitale variabile è l'espressione monetaria del valore complessivo di tutte le forze-lavoro che il capitalista impiega simultaneamente; ... [e che] la massa del plusvalore prodotto è quindi uguale al plusvalore fornito nella giornata lavorativa dal singolo operaio, moltiplicato per il numero degli operai impiegati; ... [e] siccome la massa del plusvalore prodotta dal singolo operaio è determinata inoltre, quando sia dato il valore della forza-lavoro, dal saggio del plusvalore, ne consegue questa prima legge: la massa del plusvalore è uguale all'ammontare del capitale variabile anticipato, moltiplicato per il saggio del plusvalore: ossia, è determinata dalla ragion composta del numero delle forze-lavoro simultaneamente sfruttate da uno stesso capitalista e del grado di sfruttamento della forza-lavoro singola. Se chiamiamo quindi P la massa del plusvalore, e se chiamiamo p il plusvalore fornito giornalmente in media dal singolo operaio, se chiamiamo v il capitale variabile anticipato giornalmente nell'acquisto della singola forza-lavoro, V la somma complessiva del capitale variabile, f il valore di una forza-lavoro media, se chiamiamo a'/a (pluslavoro/lavoro necessario) il suo grado di sfruttamento, e chiamiamo n il numero degli operai impiegati, avremo: P = (p : v) x V = f x ( a' : a) x n.". "Per illustrare questa formula, vale quanto segue: mettiamo che il plusvalore p, che il singolo operaio rende in media ogni giorno, sia di due scellini; il capitale variabile v, speso giornalmente per acquistare ogni giorno le singole forze lavorative, cioè il salario lavorativo, sia di tre scellini, allora la somma totale del capitale variabile sarà ogni giorno di 300 scellini per 100 operai; quindi la formula P = p/v x V assumerà questa altra forma: P = 2/3 x 300. La massa del plusvalore sarà di 200 scellini al giorno. Supponiamo d'altra parte che il valore di una forza lavorativa singola f sia uguale a tre scellini, che il plusvalore a' (in un periodo lavorativo di 10 ore) sia di 4 ore e che il tempo di lavoro necessario a sia di 6 ore e che infine n, il numero degli operai impiegati, sia di 100; in questa maniera la formula P = f x a'/a x n si trasformerà così: P = 3 x 4/6 x 100 = 200. Anche qui la massa del plusvalore è di 200 scellini." "La produzione capitalistica comincia realmente solo quando il medesimo capitale individuale impiega allo stesso tempo un numero piuttosto considerevole di operai, e quindi il processo lavorativo si estende e si ingrandisce e fornisce prodotti su scala quantitativa piuttosto considerevole. L'operare di numero piuttosto considerevole di operai, allo stesso tempo, nello stesso luogo, (o, se si vuole, nello stesso campo di lavoro), per la produzione dello stesso genere di merci, sotto il comando dello stesso capitalista, costituisce storicamente e concettualmente il punto di partenza della produzione capitalistica." "Qui, come nelle scienze naturali, si rivela la validità della legge scoperta da Hegel nella sua Logica, che mutamenti puramente quantitativi si risolvono ad un certo punto in distinzioni qualitative." Dunque, "in riferimento al modo di produzione in sè, la manifattura non si distingue ai suoi inizi dall'industria artigiana delle corporazioni quasi per altro che per il maggior numero degli operai occupati contemporaneamente dallo stesso capitale." Inizialmente, la massa di merci prodotte dall'insieme degli operai raccolti in uno stesso luogo sarà uguale alla massa delle merci prodotte dagli stessi operai o artigiani sparsi in diversi luoghi di produzione. "Tuttavia, entro certi limiti, ha luogo una modificazione. Lavoro oggettivato in valore è lavoro di qualità sociale media; dunque esplicazione di una forza-lavoro media. Ma una grandezza media esiste sempre soltanto come media di molte differenti grandezze individuali dello stesso genere. In ogni ramo d'industria l'operaio individuale, Pietro o Paolo, s'allontana più o meno dall'operaio medio. Queste differenze individuali, che in matematica si chiamano "errori", si compensano e scompaiono appena si riunisca un numero piuttosto considerevole di operai." "Dunque, la legge della valorizzazione, in genere, si realizza completamente per il singolo produttore soltanto quando egli produce come capitalista, impiega molti operai allo stesso tempo, e quindi mette in moto fin da principio lavoro sociale medio. Anche se il modo di lavoro rimane identico, l'impiego contemporaneo di un numero piuttosto considerevole di operai effettua una rivoluzione nelle condizioni oggettive del processo lavorativo. Edifici nei quali lavori molta gente, depositi di materie prime, recipienti, apparecchi, strumenti, ecc., che servano a molti nello stesso tempo o a turno, in breve, una parte dei mezzi di produzione viene ora consumata in comune nel processo lavorativo. Da una parte, il valore di scambio delle merci, e quindi anche dei mezzi di produzione non viene affatto accresciuto per via di qualsiasi aumento dello sfruttamento del loro valore d'uso. D'altra parte, cresce la scala dei mezzi di produzione usati in comune. Una camera nella quale lavorino venti tessitori coi loro venti telai, dev'essere per forza più ampia della camera del tessitore indipendente con due garzoni. Ma la produzione di un laboratorio per venti persone costa meno lavoro della produzione di dieci laboratori per due persone ognuno, e così in genere il valore dei mezzi di produzione concentrati in massa e comuni, non cresce in proporzione del loro volume e del loro effetto utile. I mezzi di produzione consumati in comune cedono al singolo prodotto una minor parte costitutiva del loro valore, in parte perchè il valore complessivo che cedono si distribuisce simultaneamente su di una maggior massa di prodotti, in parte perchè essi entrano nel processo della produzione con un valore che in assoluto è maggiore, ma tenendo presente la loro sfera d'azione è relativamente minore di quello dei mezzi di produzione isolati." Data dunque questa concentrazione dei mezzi di produzione con conseguente concentrazione di forza-lavoro, "la forma del lavoro di molte persone che lavorano l'uno accanto all'altra e l'una assieme all'altra secondo un piano, in uno stesso processo di produzione, o in processi di produzione differenti ma connessi, si chiama cooperazione." E' da osservare, inoltre, che dalla concentrazione di molti operai in un solo luogo, anche se il modo di lavoro rimane identico in un primo tempo, non solo aumenta la produttività della forza complessiva della forza-lavoro impiegata, ma la stessa produttività individuale. "Astrazion fatta del nuovo potenziale di forza che deriva dalla fusione di molte forze in una sola forza complessiva, il semplice contatto sociale genera nella maggior parte dei lavori produttivi una emulazione ed una peculiare eccitazione degli spiriti vitali (animal spirits) le quali aumentano la capacità di rendimento individuale dei singoli, cosicchè una dozzina di persone insieme forniscono in una giornata lavorativa un prodotto complessivamente molto maggiore di quello di dodici operai singoli che lavorino ognuno otto ore, o di un operaio che lavori otto giorni di seguito. Questo deriva dal fatto che l'uomo è per natura un animale, se non politico, come pensa Aristotele, certo sociale." Notiamo già qui una prima fondamentale contraddizione del modo di produzione capitalistico: da una parte esso - più di tutti i precedenti modi di produzione di classe - rende l'uomo antisociale, disumano nell'individuo contro l'individuo, al punto che non vi possono essere rapporti fra gli uomini al difuori della mediazione del denaro, degli scambi mercantili, della legge del valore; dall'altra, però, è lo stesso modo di produzione a favorire la naturale tendenza sociale degli uomini, all'interno di quella cooperazione che permette l'aumento della capacità di rendimento individuale dei singoli grazie ad una "emulazione e peculiare eccitazione degli spiriti vitali", al difuori, questa volta, della mediazione del denaro, del commercio, della legge del valore, in quanto, se vi è valore nel rapporto fra l'operaio che vende ed il capitalista che compra la forza-lavoro, non vi è valore nel rapporto di emulazione fra un operaio e l'altro all'interno del ciclo di produzione di ogni singola merce. "La giornata di lavoro combinata produce quantità di valore d'uso maggiore della somma di egual numero di giornate lavorative individuali singole, e quindi diminuisce il tempo di lavoro necessario per produrre un determinato effetto utile." Nella cooperazione si sottolinea, inoltre, il superamento del feticcio individuo, in quanto "la forza produttiva specifica della giornata lavorativa combinata è forza produttiva sociale del lavoro, ossia forza produttiva del lavoro sociale. E deriva dalla cooperazione stessa. Nella cooperazione pianificata con altri l'operaio si spoglia dei suoi limiti individuali e sviluppa le facoltà della sua specie." "Poichè in generale non si può avere cooperazione diretta fra i produttori senza che stiano insieme, e quindi il loro agglomeramento in uno spazio determinato è condizione della loro cooperazione, non si può avere cooperazione fra salariati senza che lo stesso capitale, lo stesso capitalista, li impieghi nello stesso tempo, cioè comperi nello stesso tempo le loro forze-lavoro. Il valore complessivo di queste forze-lavoro, ossia il totale del salario per il giorno, la settimana, ecc., deve essere quindi riunito nella tasca del capitalista, prima che quelle forze-lavoro vengano riunite nel processo produttivo. Il pagamento di trecento operai d'un sol tratto, anche per un solo giorno, esige un esborso di capitale maggiore del pagamento di pochi operai settimana per settimana durante tutto l'anno. Dunque, il numero degli operai impegnati nella cooperazione, ossia la scala della produzione, dipende in primo luogo dalla grandezza del capitale che il capitalista singolo è in grado di esborsare per l'acquisto di forze-lavoro; cioè, dipende dalla misura nella quale ogni singolo capitalista dispone di volta in volta dei mezzi di sussistenza di molti operai. E per il capitale costante le cose stanno come per il capitale variabile. Per es., la spesa per le materie prime del capitalista che impiega trecento operai è trenta volte maggiore di quello che ognuno dei trenta capitalisti che impiegano ciascuno dieci operai. certo, il volume del valore e la messa materiale dei mezzi di lavoro usati in comune non crescono nello stesso grado del numero degli operai impiegati, però crescono in maniera considerevole. Dunque, la concentrazione di masse piuttosto grandi di mezzi di produzione in mano di singoli capitalisti è condizione materiale della cooperazione degli operai salariati, e la misura della cooperazione, ossia la scala della produzione, dipende dalla misura di tale concentrazione. In principio era apparsa necessaria una certa grandezza minima del capitale individuale affinchè il numero degli operai simultaneamente sfruttati e quindi la massa del plusvalore prodotto, fosse sufficiente ad esimere dal lavoro manuale la persona che impiegava gli operai ed a farne del piccolo maestro artigiano un capitalista, istituendo così formalmente il rapporto capitalistico. Adesso, quella grandezza minima si presenta come condizione materiale della trasformazione di molti processi lavorativi individuali dispersi ed indipendenti gli uni dagli altri in un processo lavorativo sociale combinato." Abbiamo qui il processo della produzione capitalistica formalmente avviato, in quanto il comando del capitale sul lavoro si presenta "solo come conseguenza formale del fatto che l'operaio, invece di lavorare per sè, lavora per il capitalista, e quindi sotto il capitalista. Con la cooperazione di molti operai salariati, il comando del capitale si evolve ad esigenza del processo lavorativo stesso, cioè a condizione reale della produzione. ora l'ordine del capitalista sul luogo reale della produzione diventa indispensabile come l'ordine del generale sul campo di battaglia." "Col crescere del volume dei mezzi di produzione che l'operaio salariato si trova davanti come proprietà altrui, cresce la necessità del controllo affinchè essi vengano adoperati convenientemente. Inoltre, la cooperazione degli operai salariati è un semplice effetto del capitale che li impiega simultaneamente; la connessione delle loro funzioni e la loro unità come corpo produttivo complessivo stanno al di fuori degli operai salariati, nel capitale che li unisce e che li tiene insieme. Quindi agli operai salariati la connessione fra i loro lavori si contrappone, idealmente come piano, praticamente come autorità del capitalista, come potenza di una volontà estranea che assoggetta al proprio fine le loro azioni. Dunque, la direzione capitalistica è, quanto al contenuto, di duplice natura a causa della duplice natura del processo produttivo stesso che dev'essere diretto , il quale da una parte è processo lavorativo sociale per la fabbricazione di un prodotto, dall'altra parte processo di valorizzazione del capitale; ma quanto alla forma è dispotica. Questo dispotismo sviluppa poi le sue forme peculiari mano a mano che la cooperazione si sviluppa su scala maggiore. Prima, il capitalista viene esentato dal lavoro manuale appena il suo capitale ha raggiunto quella grandezza minima che sola permette l'inizio della produzione capitalistica; ora torna a cedere a sua volta ad un genere particolare di operai salariati la funzione di sorveglianza diretta e continua dei singoli operai e dei singoli gruppi di operai. Allo stesso modo che un esercito ha bisogno di ufficiali e sottufficiali militari, una massa di operai operanti sotto il comando dello stesso capitale ha bisogno di ufficiali superiori (dirigenti, managers) e di sottufficiali (sorveglianti, overlookers, contremaitres) industriali, i quali durante il processo di lavoro comandano in nome del capitale. Il lavoro di sorveglianza si consolida diventando loro funzione esclusiva." Arrivato a questo grado di sviluppo, vien posta in luce la vera essenza del processo di produzione del capitale che è caratterizzato principalmente dalla cooperazione di molti operai salariati operanti in un medesimo luogo per la produzione di plusvalore, e tutti contemporaneamente assoggettati all'autorità del piano di produzione; non tanto invece alla presenza ed autorità del singolo capitalista, che viene sempre più allontanato da tale processo, in quanto la sua presenza diventa via via superflua. Questo non significa che nell'attuale società non vi siano più capitalisti. Essi continuano ad esistere ed hanno il possesso giuridico delle fabbriche, della terra, di qualsiasi mezzo di produzione; ma li ritroviamo ora fuori dal processo della produzione, ossia, nella sfera della circolazione. La classe dei capitalisti è ora una classe superflua per lo stesso modo di produzione del capitale, ed il "lavoro" dei singoli capitalisti consiste nel derubarsi a vicenda - attraverso la Borsa - delle rispettive proprietà. Ma torniamo ad osservare da vicino il carattere della cooperazione. Possiamo vedere come la forza produttiva che emerge da essa sia forza produttiva propria del capitale. "L'operaio è proprietario della propria forza-lavoro finchè negozia col capitalista come venditore di essa; ed egli può vendere solo quello che possiede: la sua individuale, singola forza-lavoro. Questo rapporto non viene in alcun modo cambiato per il fatto che il capitalista comperi cento forze-lavoro invece di una, ed invece di concludere un contratto con un singolo operaio lo concluda con cento operai indipendenti l'uno dall'altro. Può impiegare i cento operai senza farli cooperare. Il capitalista paga dunque il valore delle cento forze-lavoro autonome, ma non pagala forza-lavoro combinata dei cento operai. Come persone indipendenti gli operai sono dei singoli i quali entrano in rapporto con lo stesso capitale, ma non in rapporto reciproco fra loro. La loro cooperazione comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato di appartenere a se stessi. Entrandovi sono incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membri di un organismo operante, sono essi stessi soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale. Dunque, la forza produttiva sviluppata dall'operaio come operaio sociale è forza produttiva del capitale. La forza produttiva sociale del lavoro si sviluppa gratuitamente appena gli operai vengono posti in certe condizioni. Siccome la forza produttiva sociale del lavoro non costa nulla al capitale, perchè d'altra parte non viene sviluppata dall'operaio prima che il suo stesso lavoro appartenga al capitale, essa si presenta come forza produttiva posseduta dal capitale per natura, come sua forza produttiva immanente." Cap. VI - Duplice natura del processo produttivo. Per poter andare avanti col nostro lavoro, dobbiamo vedere sotto esatta luce l'affermazione appena fatta: ossia che la cooperazione è "soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale". Questa affermazione sta ad indicare che nella presente società, l'unione di molti operai - tale da dar vita all' operaio complessivo sociale - aumenta la forza produttiva del lavoro più che nei precedenti modi di produzione, e che questa forza produttiva nuova non va a vantaggio dei bisogni reali dell'umanità, bensì a vantaggio del capitale. Quando si dice che la cooperazione è soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale, si afferma che, a differenza dei modi di produzione schiavista e feudale - senza il lavoro associato, senza la cooperazione di molte singole forze-lavoro concentrate in un unico luogo di produzione, il capitale non potrebbe esistere; si afferma che, all'interno dell'attuale modo di produzione, la cooperazione è funzione del capitale; che quest'ultimo allarga e sviluppa la cooperazione in quanto essa permette l'aumento delle forze produttive che possono accelerare, a sua volta, la valorizzazione sempre maggiore del capitale stesso. Ecco, dunque, in che senso la cooperazione è "soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale".Anche la nostra macchina per produrre stivali, all'interno del modo di produzione capitalistico, è soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale, in quanto intorno ad essa si coagulano dei rapporti sociali che son dati dalla costante insicurezza economica del proletariato salariato sfruttato dal grasso e sfottente borghese sfruttatore. Detto questo, però, dobbiamo subito aggiungere che la macchina per fare stivali non è soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale, in quanto, una volta distrutti i rapporti economici e sociali della produzione capitalistica delle merci, essa sarà usata nella società futura, e quindi vedrà coagulati attorno ad essa dei rapporti sociali non più mercantili, ma comunisti. Questa contraddizione è data dalla duplice natura del processo produttivo stesso il quale, come abbiamo già detto in precedenza, da una parte è processo lavorativo sociale per la fabbricazione di un prodotto, dall'altra parte processo di valorizzazione del capitale. Il valore stesso di una merce è di duplice natura. In esso non possiamo vedere un unico valore. Il valore di scambio posseduto dalla merce è contemporaneamente accompagnato da un suo valore d'uso. I nostri stivali, prodotti dal ciclo produttivo capitalistico, hanno un valore di scambio quando si presentano nella circolazione e vengono scambiati con equivalente denaro - o una qualsiasi altra merce di equivalente valore - da un qualsiasi acquirente, ma quest'ultimo non li comprerebbe mai se in essi non vedesse un valore di altra natura, che è appunto il valore d'uso, che gli permette di calzarli, cioè di usarli per propria personale utilità. Dunque, come sarebbe errato riferirsi al duplice valore della merce nei termini di o valore di scambio o valore d'uso, lo stesso si deve dire per il processo di produzione il quale nello stesso momento si presenta nel suo duplice aspetto di processo lavorativo sociale per la fabbricazione di un prodotto e processo di valorizzazione di capitale. Già dallo studio dei fenomeni naturali nonchè dallo studio dell'evoluzione della specie umana apprendiamo che non vi possono essere linee rigide e nette "perfino la linea di separazione tra vertebrati e invertebrati non è già più rigida, tanto poco quanto lo è quella fra pesci ed anfibi e quella tra uccelli e rettili scompare ogni giorno di più. Tra compognathus e archaeopteryx mancano ancora solo pochi tipi intermedi, e becchi d'uccello con denti affiorano in entrambi gli emisferi. Il : "o questo, o quello!" diventa sempre più insufficiente. Negli animali il concetto di individuo non si può assolutamente definire in modo netto. Non soltanto non si può dire se un dato animale è un individuo o una colonia, ma neanche dove, nello sviluppo, un individuo termina e l'altro comincia (gravidanza). Ad un tale grado della concezione della natura, in cui tutte le differenze si risolvono l'una nell'altra attraverso gradini intermedi, tutti gli opposti passano l'uno nell'altro attraverso termini intermedi, il vecchio metodo di pensiero metafisico non basta più. La dialettica, che appunto non conosce hard end fast lines (linee rigide e nette), nè incondizionati, definitivi: "o - o!", che fa passare l'una nell'altra le differenziazioni metafisiche rigide, e consocie, quand'è necessario, accanto all'"o - o!" anche il "tanto questo, quanto quello!", è l'unico metodo di pensiero appropriato ad essa nella sua istanza più elevata. Per l'uso quotidiano, per il commercio scientifico al minuto, la categoria metafisica conserva ancora, sì, la sua validità." Detto questo, appare con maggior chiarezza il fatto seguente: se è vero che la forza produttiva data dalla cooperazione si realizza solamente nel processo produttivo e che, in questo, tale forza cessa di appartenere agli operai, diventando strumento del capitale, ciò non significa che la cooperazione termini di possedere una duplice natura contraddittoria che è data, da una parte ("tanto questo...") dalla valorizzazione del capitale e, dall'altra ("...quanto quello!") dalla negazione dello stesso modo di produzione e di distribuzione del capitale. Nella società comunista di domani avremo ancora - allargato alla scala mondiale - "un processo produttivo sociale per la fabbricazione di un prodotto", come avremo ancora stivali e macchine per fare stivali; quello che non avremo più sarà un "processo di valorizzazione del capitale" passante attraverso la produzione di stivali e la produzione di macchine per fare stivali. Comincia già a delinearsi da questo momento come sia il capitalismo stesso a sviluppare il proprio becchino, la propria negazione: quella forza economica che lo distruggerà - passante attraverso l'atto politico rivoluzionario - fino a diventare l'universale forza economica del mondo di domani: il modo di produzione e di distribuzione comunista. Cap. VII - Divisione del lavoro e manifattura. "Quella cooperazione che poggia sulla divisione del lavoro si crea la propria figura classica nella manifattura, e predomina come forma caratteristica del processo di produzione capitalistico durante il vero e proprio periodo della manifattura, il quale, così all'ingrosso, va dalla metà del secolo XVI all'ultimo terzo del XVIII. L'origine della manifattura è duplice." "Da un lato, parte dalla combinazione di mestieri di tipo differente, autonomi, i quali vengono ridotti a dipendenze e unilateralità fino al punto da costituire ormai operazioni parziali reciprocamente integrantesi del processo di produzione di una sola e medesima merce. Dall'altro lato, la manifattura parte dalla cooperazione di artigiani dello stesso tipo, disgrega lo stesso mestiere individuale nelle differenti operazioni particolari, e le isola e le rende indipendenti fino al punto che ciascuna di esse diviene funzione esclusiva di un operaio particolare. Quindi la manifattura, da una parte introduce e sviluppa ulteriormente le divisione del lavoro in un processo di produzione; dall'altra parte combina mestieri prima separati. Ma qualunque ne sia il punto particolare di partenza, la sua figura conclusiva è sempre la stessa: un meccanismo di produzione i cui organi sono uomini." Se è vero che in ogni tempo ed all'interno di ogni modo di produzione, l'elemento soggettivo interno al suo meccanismo è dato da uomini, ora non troviamo più dei produttori che agiscono individualmente come, ad es., nel caso dell'artigiano, il quale conosceva tutto il ciclo della produzione di un determinato prodotto. "Se noi ora entriamo più da vicino nei particolari, è evidente in primo luogo, che un operaio il quale esegua per tutta la vita sempre la stessa ed unica operazione semplice, trasforma tutto il proprio corpo nello strumento di quella operazione, automatico ed unilaterale, e che quindi consuma per essa meno tempo dell'artigiano che esegue, avvicendandole, tutta una serie di operazioni. Ma l'operaio complessivo combinato, che costituisce il meccanismo vivente della manifattura, consiste unicamente di tali operai parziali unilaterali. Quindi in confronto con il mestiere artigianale indipendente si produce di più in meno tempo, ossia viene aumentata la forza produttiva del lavoro." Già da questa situazione possiamo far risalire il concetto di catena di montaggio. Entra in campo a questo punto la divisione del lavoro. A differenza dell'artigiano che conosceva tutto il ciclo della produzione, l'operaio parziale ne conosce solo una parte. La conoscenza del ciclo di produzione viene spezzata, divisa, articolata in tante parti quanti sono gli operai parziali presenti nel luogo di lavoro. La conoscenza di insieme di tale ciclo è data dall'insieme degli operai parziali, ossia dall'operaio complessivo. La divisione del lavoro fra tanti operai parziali, è contemporaneamente unità del processo di lavoro nell'operaio complessivo. L'aumentata produttività di questo operaio complessivo è data dal fatto che sempre più si otturano i pori della perdita di tempo che avviene fra una fase e l'altra dello stesso processo produttivo. "L'artigiano che esegue successivamente i diversi procedimenti parziali nella produzione di un manufatto, è costretto a cambiare ora di posto, ora di strumenti. Il passaggio da un'operazione all'altra interrompe il corso del suo lavoro e forma come dei pori nella sua giornata lavorativa. Questi pori si chiudono appena l'artigiano esegue continuamente per tutta la giornata una sola ed identica operazione, ossia scompaiono man mano che diminuisce la varietà della sua operazione. Qui l'aumentata produttività si deve o al crescere del dispendio di forza-lavoro in un dato periodo di tempo, dunque a crescente intensità del lavoro, oppure ad una diminuzione del consumo improduttivo di forza-lavoro. Infatti l'eccedente nel dispendio di forze richiesto da ogni passaggio dalla quiete al moto trova una compensazione quando la rapidità normale una volta raggiunta presenti una durata più lunga." Se la manifattura presenta un'aumentata produttività del lavoro rispetto all'artigianato precedente, essa presenta pure dei limiti che dovranno essere superati dalla successiva grande industria. "Il principio della divisione del lavoro che è peculiare della manifattura, esige un isolamento delle differenti fasi della produzione, che sono rese indipendenti le une dalle altre come altrettanti lavori parziali di tipo artigiano." Aprendo una piccola parentesi, dobbiamo dire che, in questo caso, per "isolamento delle differenti fasi di produzione", si deve intendere che la produzione è ancora dispersa, ed anche qualora si assista alla concentrazione in un sol luogo questa è affidata al caso che non all'affermarsi ancora del modo di produzione del capitale. E' chiaro l'esempio del Capitale a proposito della produzione di orologi. "Da opera individuale di un artigiano di Norimberga, l'orologio si è trasformato in un prodotto sociale di un numero stragrande di operai parziali, come quelli addetti al meccanismo grezzo, alla molla, al quadrante, alla spirale, alla foratura delle pietre ed alla lavorazione delle leve a rubino, alle lancette, alla cassa, alle viti, alla doratura, con molte suddivisioni,... (...) Poche parti soltanto dell'orologio passano attraverso mani differenti, e tutte queste membra dejecta si ricompongono solo nella mano che infine le collega in un tutto meccanico. Tale rapporto esterno tra il prodotto finito e i suoi diversi elementi lascia il caso, qui come manufatti analoghi, la combinazione degli operai parziali nella stessa officina. I lavori parziali stessi possono essere compiuti a loro volta come lavorazioni artigiane indipendenti l'una dall'altra, come avviene nel Cantone di Vaud a Neuchatel, mentre per es. a Ginevra esistono grandi manifatture di orologi, cioè ha luogo la cooperazione immediata dei lavori parziali sotto il comando d'un solo capitale." Chiusa la parentesi, ritorniamo al discorso precedente a proposito dell'isolamento delle diverse fasi della produzione. Produrre e conservare la connessione tra le funzioni isolate rende necessario un continuo trasporto del manufatto da una mano all'altra e da un processo all'altro. Dal punto di vista della grande industria ciò si presenta come limite caratteristico, costoso ed immanente al principio della manifattura. "Consideriamo una quantità determinata di materie prime, ad es., di stracci nella manifattura della carta o di filo d'acciaio nella manifattura degli aghi: vediamo che la materia prima percorre nelle mani dei differenti operai parziali, una successione temporale graduale di fasi di produzione, fino alla forma definitiva. Consideriamo invece l'officina come un solo meccanismo complessivo: vediamo che la materia prima si trova simultaneamente in tutte le sue fasi di produzione, tutte in una volta. L'operaio complessivo combinato di operai parziali tira il filo con una parte delle sue molte mani armate di strumenti, mentre con le altre mani e strumenti lo stende, con altre lo taglia, lo appuntisce, ecc.. I diversi processi graduali sono trasformati da una successione temporale in una giustapposizione spaziale. Di qui la fornitura di una maggiore quantità di merce finita nello stesso spazio di tempo." Se la grande industria deve soppiantare la manifattura, ciò non significa che sparirà l'operaio complessivo, vale a dire la cooperazione dei diversi operai parziali che la caratterizza. Infatti, con la grande industria, la cooperazione sarà portata ad un livello ancora più alto. Ciò potrebbe sembrare, a prima vista, in contraddizione con l'affermazione che "macchinario specifico del periodo della manifattura rimane l' operaio complessivo stesso, combinato di molti operai parziali." In tale periodo, infatti, l'uso delle macchine avviene in modo sporadico. "Il periodo della manifattura, che presto esprime come principio consapevole la diminuzione del tempo di lavoro necessario alla produzione delle merci, sviluppa sporadicamente anche l'uso delle macchine, particolarmente per certi primi processi semplici da eseguirsi in grosso e con grande dispendio di forza. Così, per esempio, nella manifattura della carta la triturazione degli stracci viene ben presto eseguita con pile a cilindro, nella metallurgia la frantumazione dei metalli con le cosiddette Pochmulen (mulino battitore). L'impero romano aveva tramandato la forza elementare di ogni meccanismo con il mulino ad acqua. Il periodo dei maestri artigiani ci ha lasciato in eredità le grandi invenzioni della bussola, della polvere pirica, della tipografia e dell' orologio automatico. Tuttavia, nel complesso, le macchine vi hanno rappresentato quella parte secondaria che Adam Smith assegnava loro accanto alla divisione del lavoro. Importantissimo divenne nel secolo XVII l'uso sporadico delle macchine perchè esse offrirono ai grandi matematici del tempo punti di appoggio pratici ed incitamento alla creazione della meccanica moderna." Capire correttamente che "macchinario specifico del periodo della manifattura rimane l'operaio complessivo stesso, combinato di molti operai parziali", significa capire,inoltre, che durante il periodo della manifattura, lo strumento di produzione è manipolato dall'operaio, mentre nel periodo successivo - quello della grande industria - è l'insieme degli strumenti semplici della produzione, trasformati ora nella grande macchina ed ancora di più nei grandi impianti industriali odierni, a manipolare l'operaio. A differenza della manifattura, dunque, la grande industria non vede come suo "macchinario specifico" esclusivamente l'operaio complessivo, bensì l'insieme delle grandi macchine al cui interno è legato l'operaio complessivo. L'operaio complessivo, "macchinario specifico" della manifattura, non scompare dunque con questa; al contrario, egli permane e diventa strumento subordinato degli insiemi di grandi macchine. La sua presenza rimane sempre fondamentale, perchè senza di esso non potrebbe esistere pluslavoro, quindi plusvalore, quindi valorizzazione del capitale. Non bisogna mai dimenticare che, sia durante il periodo della manifattura, sia successivamente fino all'attuale periodo della grande industria, è sempre il lavoro vivo che valorizza, che vivifica il lavoro morto. E tale lavoro vivo si presenta sempre nella forma della cooperazione dei diversi operai parziali, formanti l'unico operaio complessivo. Cap. VIII - Divisione del lavoro nella manifattura e divisione del lavoro nella società. "Abbiamo considerato prima l'origine della manifattura; poi i suoi elementi semplici, cioè l'operaio parziale ed il suo strumento; infine il suo meccanismo complessivo. Ora toccheremo in breve il rapporto fra la divisione manifatturiera del lavoro e la divisione sociale del lavoro, la quale costituisce la base generale di ogni produzione di merci." "Il presupposto materiale della divisione del lavoro nella manifattura è l'esistenza di un certo numero di operai adoperati contemporaneamente; quello della divisione del lavoro nella società è la grandezza della popolazione e la sua densità, che qui prende il posto dell' agglomerazione nella stessa officina. Ma questa densità è qualcosa di relativo. Un paese a popolazione relativamente scarsa, con mezzi di comunicazione sviluppati, ha una popolazione più densa di un paese più popolato con mezzi di comunicazione poco sviluppati; a questo modo gli Stati settentrionali dell'unione americana hanno una popolazione più densa dell'India. Poichè la produzione e la circolazione delle merci sono presupposto generale del modo di produzione capitalistico, la divisione del lavoro di tipo manifatturiero richiede una divisione del lavoro all'interno della società che sia già giunta ad un certo grado di maturazione. Viceversa, la divisione del lavoro di tipo manifatturiero sviluppa e moltiplica, per reazione, la divisione sociale del lavoro. Man mano che gli strumenti di lavoro si differenziano fra di loro, si differenziano sempre più anche gli strumenti che producono i mestieri stessi. Appena la conduzione di tipo manifatturiero si impadronisce di un mestiere che fino a quel momento era connesso ad altri mestieri come mestiere principale o secondario e veniva eseguito dallo stesso produttore, si hanno subito separazione e reciproca indipendenza. Appena la manifattura s'impadronisce di uno stadio particolare di produzione d'una merce, i differenti stadi di produzione di questa merce si trasformano in differenti mestieri indipendenti." Vediamo dunque come vi sia una continua azione di causa ed effetto fra i due tipi di divisione del lavoro: quella manifatturiera e quella all'interno della società. Riepilogando: dalla divisione sociale del lavoro (teniamo ben presente che "a fondamento di ogni divisione del lavoro sviluppata e mediata attraverso scambio di merci, è la separazione di città e campagna" ) si sviluppa la manifattura; dalla divisione del lavoro manifatturiera si sviluppano strumenti di produzione che danno vita, a poco a poco, a distinte ed indipendenti nuove branche di produzione manifatturiera, la cui conseguenza è quella di portare ad un livello più elevato la divisione sociale del lavoro. "L'ampliamento del mercato mondiale ed il sistema coloniale, che fan parte della sfera delle condizioni generali della sua esistenza, forniscono al periodo manifatturiero abbondante materiale per la divisione del lavoro entro la società, ponendo dappertutto le basi di quel perfezionamento delle specializzazioni e di un frazionamento dell'uomo che fece prorompere a suo tempo già A. Ferguson, il maestro di A. Smith, nell'esclamazione: "Noi facciamo una nazione di iloti, e non ci sono uomini liberi fra di noi"." La continua interdipendenza fra la divisione manifatturiera del lavoro e la divisione sociale del lavoro, porta a chiedere se non vi sia una qualche differenza fra di esse. Vi è indubbiamente, come vedremo, una fondamentale differenza: non tanto quantitativa, quanto qualitativa. "Nonostante le numerose analogie ed i nessi fra la divisione del lavoro all'interno della società e quella entro un'officina, esse sono non solo differenti per grado, ma anche per natura. L'analogia sembra indiscutibilmente più lampante là dove un vincolo interno fa intrecciare l'una all'altra differenti branche di attività. Per es., l'allevatore di bestiame produce pelli, il conciatore trasforma le pelli in cuoio, il calzolaio trasforma il cuoio in stivali. Qui ciascuno produce un prodotto graduato, e l'ultima forma finita è il prodotto combinato dei loro lavori particolari. Si aggiungono le svariate branche di lavoro che forniscono mezzi di produzione all'allevatore di bestiame, al conciatore, al calzolaio. Ora ci si può immaginare, con Adam Smith, che questa divisione sociale del lavoro si distingua da quella di tipo manifatturiero solo soggettivamente, cioè per l'osservatore, che qua può cogliere con un solo sguardo in un solo luogo i molteplici lavori particolari, mentre là la dispersione di questi su grandi superfici ed il gran numero di persone occupate in ogni ramo particolare oscurano la visione del nesso che li riunisce." "Nelle manifatture vere e proprie, egli dice, la divisione del lavoro appare maggiore perchè "coloro che sono impiegati in ogni differente branca di lavoro possono spesso essere raccolti nello stesso luogo di lavoro, e abbracciati con un solo sguardo dallo spettatore. Invece in quelle grandi manifatture (!) che sono destinate a soddisfare i grandi bisogni della gran massa della popolazione, in ogni singola branca di lavoro sono occupati tanti operai, che è impossibile raccoglierli tutti nello stesso luogo di lavoro ... la divisione del lavoro non è così ovvia neppure approssimativamente." (A. Smith, Wealth of nations, ...)" "Ma che cos'è che produce il nesso fra i lavori indipendenti dell'allevatore di bestiame, del conciatore, del calzolaio? L'esistenza dei loro rispettivi prodotti come merci. Ed invece che cos'è che caratterizza la divisione del lavoro di tipo manifatturiero? Che l'operaio parziale non produce nessuna merce. E' solo il prodotto comune degli operai parziali che si trasforma in merce." Si può anche dire che il rapporto che intercorre fra il borghese proprietario di un'industria di stivali ed il compratore degli stessi è un rapporto mediato dalla legge del valore, dello scambio di equivalenti, vale a dire da stivali contro un suo equivalente in denaro: questo caratterizza gli stivali come merce, ed il rapporto fra i nostri due uomini diventa un rapporto fra compratore e venditore, cioè un rapporto mercantile. Il proprietario di stivali entra in tale rapporto col compratore, non all'interno della produzione, ma all'esterno: nella sfera della circolazione. Ben diversamente si presenta il problema, prima che gli stivali arrivino alla sfera della circolazione, cioè all'interno del processo di produzione. La divisione del lavoro all'interno della fabbrica assegna ad ogni operaio parziale la produzione di una parte soltanto dello stivale. Le diverse parti dello stivale si riuniranno poi, alla fine del ciclo produttivo, nello stivale finito. Solo a questo punto lo stivale potrà essere definito una merce, in quanto è arrivato il momento in cui si appresta ad entrare nel mercato ed a porsi di fronte ad un suo qualsiasi equivalente. Prima di questo momento, le sue singole parti sono dei prodotti e non delle merci, contengono un valore d'uso ma non un valore di scambio, ed i rapporti reciproci fra gli uomini - quegli operai parziali che formano le singole membra dell'operaio complessivo - che queste parti di stivale (tacco, suola, tomaia, ecc.) mettono in movimento, non sono dei rapporti mediati dalla legge del valore, dallo scambio di equivalenti; vale a dire: non sono dei rapporti mercantili e capitalistici, bensì sono rapporti che negano il modo di produzione e di distribuzione capitalistico. Se, all'interno della nostra fabbrica di stivali, ammettessimo, in via puramente ipotetica e per un solo momento, che l'operaio addetto alla produzione dei tacchi pretendesse un equivalente per i "suoi" tacchi, prima di passarli nelle mani dell'altro operaio che ha il compito di incollarli alle suole, vedremmo che la produzione di stivali si bloccherebbe di colpo, a meno che non intervenisse il nostro borghese - o qualche salariato al suo posto - a licenziare in tronco quell'operaio dal comportamento ... troppo borghese. E' vero che il singolo operaio è posto nel processo di produzione dal capitalista e che fra di essi vi è una compra-vendita (forza-lavoro contro denaro): un rapporto, quindi, economico e sociale mercantile e tipicamente capitalistico. Però, è necessario fare una distinzione temporale e spaziale fra la compra-vendita della forza-lavoro e la messa in opera della stessa forza-lavoro.Lacompra-vendita avviene in un primo momento ed in uno spazio determinato che è la sfera della circolazione o, ricordando quanto detto in precedenza, nella sfera della divisione sociale del lavoro; l'uso, invece, della forza-lavoro avviene in un secondo momento ed in un differente spazio che è dato dalla sfera della produzione, ovvero dalla sfera della divisione manifatturiera del lavoro. E' un po' "infantile" (si auspica sempre la buona fede!), dunque, sottolineare una verità presente all'interno della circolazione per negare un'altra lampante - e carica di conseguenze - verità presente all'interno della produzione di ogni singola merce. Cap. IX - Negazione della negazione. "La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale; che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l'articolazione della società in classi o Stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell'eterna giustizia, ma nei mutamenti nel modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell' economia dell'epoca che si considera. Il sorgere della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, che la ragione è diventata un non-senso, il beneficio un malanno, è solo un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono inavvertitamente verificati dei mutamenti per i quali non è più adeguato quell'ordinamento sociale che si attagliava a condizioni economiche precedenti. Con ciò è detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli inconvenienti che sono stati scoperti devono del pari esistere, più o meno sviluppati, negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono, diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti per mezzo del cervello nei fatti materiali esistenti della produzione." Nel capitolo VI, a proposito della duplice natura del processo produttivo, abbiamo ricordato come il mondo delle forze economiche e sociali (il discorso vale per tutti i fenomeni della natura) non possa venir affrontato esclusivamente nei termini di "o questo, o quello!", bensì, visto nel suo incessante movimento, nei termini di "tanto questo, quanto quello!". Nella Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Marx si chiede dove si trovi la possibilità reale della emancipazione tedesca e risponde che essa si trova "nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile la quale non sia una classe della società civile, di un ceto che sia la dissoluzione di tutti i ceti, di una sfera che per i suoi patimenti universali possieda un carattere universale e non rivendichi alcun diritto particolare, poichè contro di essa viene esercitata non una ingiustizia particolare bensì l'ingiustizia senz'altro, la quale non può più appellarsi ad un titolo storico ma al titolo umano, che non si trova in contrasto unilaterale verso le conseguenze, ma in contrasto universale verso tutte le premesse del sistema politico tedesco; di una sfera, infine, che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte le rimanenti sfere della società e con ciò stesso emancipare tutte le rimanenti sfere della società, la quale, in una parola, è la perdita completa dell'uomo, e può dunque guadagnare nuovamente se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell'uomo. Questa dissoluzione della società in quanto ceto particolare è il proletariato." Abbiamo, quindi, una classe che, nello stesso tempo, è una classe dell'attuale società e non è una classe dell'attuale società. E' una classe dell'attuale società quando, attraverso la sua collocazione all'interno del processo produttivo, produce plusvalore e quindi valorizza il capitale; ma nello stesso tempo non è una classe dell'attuale società in quanto, all'interno del ciclo della produzione del capitale, essa vive, entro sè stessa - nel rapporto produttivo fra i diversi operai parziali - un rapporto non mercantile, un rapporto negante il modo di produzione e di distribuzione capitalistico, vale a dire un modo di produzione e di distribuzione comunista. Un nuovo modo di produzione, dunque, che vive all'interno del vecchio modo di produzione: vivente, operante, palpitante, oggi in direzione di un completo sviluppo domani, in seguito alla rivoluzione proletaria mondiale; non solo, dunque, un modo di produzione "potenziale", "in divenire". Nel capitolo del Capitale su La cosiddetta accumulazione originaria, possiamo vedere come sia lo stesso processo di accumulazione e concentrazione del capitale a generare, al suo interno, la propria negazione che è data - ripetiamolo pure - non da una volontà o desiderio di chissà chi, ma da un vero e proprio modo di produzione che nasce e si sviluppa sempre più all'interno del vecchio modo di produzione. "A che cosa si riduce l'accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice cambiamento di forma, l'accumulazione originaria del capitale significa soltanto l' espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale. (...) Questo modo di produzione presuppone uno sminuzzamento del suolo e degli altri mezzi di produzione; ed esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro all'interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali. Esso è compatibile solo con dei limiti ristretti, spontanei e naturali, della produzione e della società. Volerlo perpetuare significherebbe, come dice bene il Pecquer, "decretare la mediocrità generale". Quando è salito ad un certo grado, questo modo di produzione genera i mezzi materiali della propria distruzione. A partire da questo momento, in seno alla società si muovono forze e passioni che si sentono incatenate da quel modo di produzione: esso deve essere distrutto e viene distrutto. La sua distruzione, che è la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e dispersi in mezzi di produzione socialmente concentrati, e quindi la trasformazione della proprietà minuscola di molti nella proprietà colossale di pochi, quindi l'espropriazione della gran massa della popolazione, che viene privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro; questa terribile e difficile espropriazione della massa della popolazione costituisce la preistoria del capitale. (...) Appena questo processo di trasformazione ha decomposto a sufficienza l'antica società in profondità ed estensione, appena i lavoratori sono trasformati in proletari e le loro condizioni di lavoro in capitale, appena il modo di produzione capitalistico si regge su basi proprie, assumono una nuova forma la ulteriore socializzazione del lavoro e l'ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè in mezzi di produzione collettivi, e quindi assume una forma nuova anche l'ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai. Questa espropriazione si compie attraverso il gioco delle leggi immanenti della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne colpisce molti altri per suo conto. Di pari passo con questa centralizzazione ossia con l'espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppa su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro utilizzati solo collettivamente, la economia dei mezzi di produzione mediante loro uso come mezzi di produzione del lavoro combinato, sociale, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa in misura sempre crescente il carattere internazionale del regime capitalistico. (...) La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili con il loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l'ultima ora della proprietà privata e capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati. Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l'ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. E' la negazione della negazione. E questo non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell'era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso. La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell'espropriazione della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta della espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo." Basterebbero solamente queste poche paginette del Capitale per chiarire come la società comunista non debba essere "inventata" alla maniera utopista, o "costruita" (che è mille volte peggio e controrivoluzionario) alla maniera staliniana. Inoltre, bastano queste poche pagine per rispondere a chi vede (non certo con gli occhi del proletariato rivoluzionario) nel Capitale di Marx una "semplice descrizione" del modo di produzione capitalistico, oppure semplicemente un "metodo" per leggere l'attualità. La Luxembourg diceva che Marx ha potuto scrivere il Capitale perchè era comunista. Verissimo: ed in quanto comunista, ha potuto criticare il modo di produzione capitalistico solo perchè vedeva già operante al suo interno, seppure in forma embrionale, il modo di produzione e di distribuzione comunista. Il Capitale, appunto, non è solamente la descrizione del modo capitalistico di produzione delle merci, ma soprattutto esso è la sua orazione funebre, e quindi l'affermazione della sua negazione, ovvero l'affermazione di un modo di produzione nuovo, ad esso superiore: il comunismo. Cap. X - Produzione manifatturiera ed anarchia sociale. Riprendiamo ora il discorso, temporaneamente interrotto, a proposito della divisione del lavoro nella manifattura e nella società. La divisione del lavoro all'interno della società è mediata dalla compra-vendita dei prodotti di differenti branche di lavoro; la connessione fra i lavori parziali della manifattura è mediata dalla vendita di differenti forze-lavoro allo stesso capitalista, il quale le impiega come forza-lavoro combinata. "La divisione del lavoro di tipo manifatturiero presuppone la concentrazione dei mezzi di produzione in mano ad un solo capitalista; la divisione sociale del lavoro presuppone la dispersione dei mezzi di produzione fra molti produttori di merci indipendenti l'uno dall'altro." Il modo di produzione e di distribuzione capitalistico, dunque, possiede un carattere essenzialmente anarchico: da una parte esso concentra delle forze produttive per andare, subito dopo, ad una maggiore dispersione di altrettante forze produttive. "Invece della subordinazione di determinate masse d'operai a determinate funzioni per la bronzea legge del numero relativo, ossia della proporzionalità esistente nella manifattura, il caso e l'arbitrio si scapricciano a distribuire i produttori di merci ed i loro mezzi di produzione fra le differenti branche sociali del lavoro. Certo, le differenti sfere della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio: da una parte, ogni produttore di merci deve produrre un valore d'uso, quindi deve soddisfare un particolare bisogno sociale, ma il volume di questi bisogni è differente quantitativamente, e c'è un legame intimo che concatena in un sistema spontaneo e naturale le differenti masse di bisogni; d'altra parte, la legge del valore delle merci determina quanto la società può spendere, nella produzione di ogni particolare genere di merci, della somma di tempo relativo che ha disponibile. Ma questa tendenza costante delle differenti sfere della produzione ad equilibrarsi si attua soltanto come reazione contro la costante distruzione di questo equilibrio. La regola seguita a priori e secondo un piano nella divisione del lavoro all'interno dell'officina, opera soltanto a posteriori nella divisione del lavoro all'interno della società, come necessità naturale interiore, muta, percepibile negli sbalzi barometrici dei prezzi del mercato, che sopraffà l'arbitrio sregolato dei produttori di merci. La divisione del lavoro di tipo manifatturiero presuppone l'autorità incondizionata del capitalista su uomini che costituiscono solo le membra di un meccanismo complessivo di sua proprietà; la divisione sociale del lavoro contrappone gli uni agli altri produttori indipendenti di merci, i quali non riconoscono altra autorità che quella della concorrenza, cioè la costrizione esercitata su di essi dalla pressione dei loro interessi reciproci; come anche nel regno animale il bellum omnia contra omnes preserva più o meno le condizioni di esistenza di tutte le specie. Quindi, nella stessa coscienza borghese che celebra la divisione del lavoro di tipo manifatturiero, l'annessione a vita dell'operaio ad una operazione di dettaglio e la subordinazione incondizionata dell'operaio parziale al capitale, esaltandole come un'organizzazione del lavoro che ne aumenta la forza produttiva, denuncia con altrettanto clamore ogni consapevole controllo e regolamento sociale del processo sociale di produzione, chiamandolo intromissione negli inviolabili diritti della proprietà, nella libertà e nell'autodeterminantesi "genialità" del capitalista individuale. E' assai caratteristico che gli entusiasti apologeti del sistema delle fabbriche, polemizzando contro ogni organizzazione generale del lavoro sociale, non sappiano dire niente di peggio, fuorchè: tale organizzazione tresformerebbe in una fabbrica tutta la società." All'autorità presente all'interno della manifattura, si contrappone dunque la totale assenza di autorità centralizzatrice all'interno della società. Alla concentrazione e coordinazione dei diversi operai parziali (o produttori parziali) in un unico operaio complessivo all'interno di una singola industria, si contrappone la totale assenza di coordinazione dei diversi produttori di merci sparsi all'interno dell'intera società. Alla concorrenza fra i diversi produttori di merci, indipendenti l'uno dall'altro, all'interno dell'attuale società, si contrappone l'assoluta mancanza di concorrenza fra i diversi operai parziali, durante il processo produttivo di una singola merce, all'interno della manifattura e della successiva grande industria. La concorrenza è la vita della società borghese, ma se si volesse introdurla all'interno della manifattura - cioè, all'interno del piano di produzione funzionale alla produzione di ogni singola merce - la produzione capitalistica sarebbe costretta a cessare all'istante, con la conseguente morte della stessa società borghese. Ma una morte di questo tipo è semplicemente impossibile, in quanto significherebbe far girare all'indietro la ruota della storia: il capitalismo morirà per mezzo del suo superamento - la società comunista - e non grazie ad un arretramento verso una società pre-manifatturiera, artigianale. "L'anarchia della divisione sociale del lavoro ed il dispotismo della divisione del lavoro a tipo manifatturiero sono portato l'una dell'altro nella società del modo capitalistico di produzione; invece forme di società precedenti ad essa, nella quale la separazione dei mestieri prima si è sviluppata spontaneamente, poi si è cristallizzata ed infine è stata consolidata legislativamente, offrono da una parte il quadro di una organizzazione del lavoro sociale secondo un piano, ed autoritario, ma dall'altra parte escludono completamente la divisione del lavoro entro l'officina, oppure la sviluppano solo su scala infima o solo sporadicamente e casualmente." Rimandiamo direttamente alle pagine del Capitale quanti vogliono seguire più da vicino il discorso a proposito delle comunità primitive, dove si vede assenza di divisione del lavoro a tipo manifatturiero e presenza di piano sociale di produzione: pagine che portano alla conclusione che la divisione manifatturiera del lavoro è una creazione del tutto specifica del modo di produzione capitalistico. Ciò che ci interessa, in questo momento, è di sottolineare non solo l'importanza, ma la necessità del piano di produzione. Cap. XI - Operaio parziale e piano di produzione. L'individuale operaio salariato che entra nel processo produttivo del capitale, perde la propria individualità, di trasforma, da operaio parziale accanto a tanti altri operai parziali, in un operaio complessivo. Durante il processo di produzione di una merce, l'operaio si presenta sotto una duplice natura: egli è il soggetto della valorizzazione del capitale nello stesso momento in cui è il soggetto della negazione delle leggi del modo di produzione capitalistico. Non, dunque, "o questo, o quello!", non "negazione in divenire", ma "tanto questo, quanto quello!". I rapporti che l'operaio vive con gli altri uomini, all'interno della società, sono mediati dalla legge del valore: quando viene a contatto col suo padrone di casa, quando deve vestirsi, quando deve mangiare, ecc.; egli viene in contatto con questi uomini soltanto attraverso il denaro, in uno scambio di equivalenti - denaro contro le merci di cui ha bisogno - che regola tutto il mondo mercantile e capitalistico. Anche quando entra in rapporto con il borghese industriale, l'operaio ha un rapporto mediato dalle leggi del valore: egli vende al capitalista - o al rappresentante del capitalista - la propria forza-lavoro in cambio di un salario giornaliero, settimanale o mensile. Da questo momento, come l'operaio può disporre liberamente del proprio salario, e di conseguenza delle merci con questo comperate, così il capitalista può disporre liberamente della forza-lavoro dell'operaio stesso. Quest'ultimo viene posto nel ciclo della produzione di una merce, ed in tale ciclo viene a trovarsi accanto a tanti altri operai posti nelle sue stesse condizioni. Ad ognuno di essi viene affidato un preciso compito, tale da formare una catena o rete produttiva. E' a questo punto che il ciclo della produzione si mette in moto. E' a partire da questo momento che l'operaio ci mostra la propria natura di negazione del modo di produzione e di circolazione del capitale. E' a partire da questo momento che il nostro dirigente, ossequioso alle leggi di mercato, osserva come, nel momento della produzione della singola merce, all'interno del piano di produzione della singola merce, l'operaio sottoposto alla sua autorità incondizionata viva, operi sulla base della costante Mortificazione delle stesse leggi di mercato. Il mettersi in moto dell'operaio parziale, mostra come questi abbia avuto un rapporto mercantile con il capitalista. ma questo stesso mettersi in moto dell'operaio parziale ci mostra un rapporto costante con un altro operaio parziale che non può essere mediato dalla legge del valore. In una fabbrica di automobili si vede come gli operai che producono carrozzeria consegnano il loro prodotto, una volta portato a termine, agli operai che hanno il compito della verniciatura, i quali a loro volta passeranno il loro prodotto a quegli operai che hanno il compito dei controlli, i quali a loro volta passeranno tutto agli addetti ai magazzini e parcheggi, ecc.. Gli uni non scambiano, non vendono agli altri operai quanto si è formato attraverso il loro lavoro; fra di loro non vi è un rapporto produttivo mediato dalla legge del valore, dal denaro e da tutte le categorie fondamentali dell'economia borghese. Se così fosse, come abbiamo già detto in precedenza, il ciclo di produzione dell'automobile si arresterebbe immediatamente. Gli uni non si appropriano del prodotto (attenzione: in questo caso parliamo di prodotto = non merce!) degli altri, ma semplicemente lo usano per arricchirlo incorporandovi del nuovo lavoro. Dunque, "l'operaio parziale - come abbiamo visto in precedenza con Marx - non produce nessuna merce". Non solo questo: dobbiamo aggiungere che all'interno del ciclo di produzione di ogni singola merce, l'operaio parziale, nel rapporto giornaliero con gli altri operai parziali, formanti l'operaio complessivo, ci mostra costantemente - all'interno del generale modo di produzione capitalistico - l'esistenza di un modo di produzione e di distribuzione comunista. Vien da domandarsi, a questo punto: e quando abbiamo la merce, allora? Rispondiamo: il prodotto, o valore d'uso, dell'operaio complessivo si trasformerà in merce quando esso entrerà in rapporto con un suo equivalente, vale a dire quando uscirà dai magazzini della manifattura, dell'officina, della grande industria, ed entrerà nel mercato. Solamente in questo momento abbiamo la merce; solamente in questo momento il capitalista realizza il plusvalore incorporato dagli operai nell'automobile, degli stivali o di qualsiasi altro prodotto. L'insieme degli operai parziali all'interno del processo di produzione forma dunque l'operaio complessivo, il quale è sottoposto all'autorità incondizionata del capitalista. Questa autorità del capitalista non dev'essere giudicata dai rivoluzionari in maniera democratoide e moralista, bensì da un punto di vista economico e produttivo, cioè materialista. L'autorità incondizionata del capitalista dev'essere vista come un polo in antitesi a quello della mancanza totale di autorità e coordinamento che avviene all'interno della sfera della circolazione, che è data cioè dalla concorrenza fra i molti produttori possessori di merci, la quale determina, a sua volta, la più totale anarchia della produzione. L'autorità incondizionata del capitalista all'interno del processo di produzione di una singola merce sta all'autorità incondizionata della classe dei capitalisti all'interno del generale modo di produzione capitalistico, come la divisione del lavoro all'interno di una manifattura o di una grande fabbrica sta alla divisione del lavoro all'interno della società: fra i primi ed i secondi termini non vi è una differenza solamente quantitativa, ma qualitativa. L'insieme di questi termini ci mostra la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico: da una parte vi sta il bellum omnia contra omnes, la concorrenza, i rapporti fra uomini mediati dalla legge del valore, dallo scambio fra equivalenti, dal denaro; dall'altra parte, stanno rapporti sociali che non sono mediati da queste categorie dell'economia borghese. da una parte esiste la totale mancanza di coordinamento produttivo che porta all'anarchia economica, mentre dall'altra, la socializzazione del processo produttivo della singola merce ci mostra quel piano di produzione che permette di combattere la continua dispersione e distruzione di forze produttive. "La società tutta intera ha questo di comune con l'interno di una fabbrica, che anch'essa ha la sua divisione del lavoro. Se si prendesse per modello la divisione del lavoro in una fabbrica moderna per farne l'applicazione all'intera società, la società meglio organizzata per la produzione delle ricchezze sarebbe incontestabilmente quella che avesse un solo imprenditore a dirigerla, il quale distribuisse i compiti ai diversi membri della comunità secondo una regola fissata in precedenza. Ma non è affatto così. Mentre all'interno di una fabbrica moderna la divisione del lavoro è minuziosamente regolata dall'autorità dell'imprenditore, la società moderna non ha altra regola, altra autorità, per distribuire il lavoro, che la libera concorrenza. Si può anche stabilire, come principio generale, che, quanto meno l'autorità presiede alla divisione del lavoro all'interno della società, tanto più la divisione del lavoro si sviluppa all'interno di una fabbrica, e vi è sottoposta all'autorità di uno solo. Così, l'autorità nella fabbrica e quella nella società. in rapporto alla divisione del lavoro, sono in ragione inversa l'una all'altra" La cooperazione, dunque, dell'insieme degli operai parziali, formanti l'operaio complessivo, il produttore socializzato, permette quel piano di produzione che caratterizza le comunità del comunismo primitivo, oltre a caratterizzare, domani, la nuova società comunista che si svilupperà alla scala mondiale. Chi non capisce queste pagine e volesse fare della stupida polemica, utile a stendere chi è già steso, può chiedere con ironia: è dunque la presenza autoritaria del capitalista, all'interno di una fabbrica o di un qualsiasi processo di produzione, a mostrarci la caratteristica fondamentale di domani? Rispondiamo: che c'entra il capitalista? Già a pagina 21 di questo lavoro, abbiamo visto come sia la stessa accumulazione capitalistica ad espellere dal processo di produzione la persona fisica del capitalista, mettendo al suo posto tutta una serie di "ufficiali superiori e di sottufficiali industriali, i quali durante il processo di lavoro comandano in nome del capitalista". Se al posto, dunque, di "autorità incondizionata del capitalista" poniamo "l'autorità incondizionata dei managers d'industria", cambia forse qualcosa?; e se al posto di quest'ultima poniamo l' "autorità di un piano di produzione dato in precedenza", non siamo, sostanzialmente, al punto di prima? E' evidente che, sotto qualsiasi forma si presenti questa autorità, essa è legata al concetto di piano di produzione e quindi in esso va visto non tanto il dominio economico e politico del borghese, quanto l'assenza di contrasti d'interessi particolari (quelli propri dell'economia politica) all'interno del processo di produzione di una singola merce. Cap. XII - Macchine e grande industria Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, la manifattura, ad un certo punto, non riesce più a soddisfare la sempre crescente necessità di plusvalore del capitale e quindi deve essere soppiantata. Comincia a svilupparsi su scala sempre crescente la produzione di macchine per la produzione di altre macchine, la cui funzione non è certamente quella di ridurre lo sforzo umano. "John Stuart Mill dice nei suoi "Principi d'economia politica": E' dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fatte finora abbiano alleviato la fatica quotidiana d'un qualsiasi essere umano. Ma questo non è neppure lo scopo del macchinario quando è applicato capitalisticamente. Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, il macchinario ha il compito di ridurre la merce più a buon mercato ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l'operaio usa per se stesso, per prolungare quell'altra parte della giornata lavorativa che l'operaio da gratuitamente al capitalista: è un mezzo per la produzione di plusvalore. Nella manifattura la rivoluzione del modo di lavoro prende come punto di partenza la forza-lavoro; nella grande industria, il mezzo di lavoro". Con lo sviluppo delle macchine e quindi con il conseguente sviluppo del sistema delle macchine racchiuso nelle grandi fabbriche, cambia anche la posizione che aveva in precedenza l'operaio difronte al proprio strumento di produzione. "Nella manifattura sono operai, isolati o a gruppi, che devono eseguire col loro strumento ogni particolare processo parziale. L'operaio viene appropriato al processo, ma prima il processo è stato adattato all'operaio. Questo principio soggettivo della divisione del lavoro scompare nella produzione meccanica. Qui il processo complessivo viene considerato oggettivamente, in sè e per sè, viene analizzato nelle sue fasi costitutive, ed il problema di eseguire ciascun processo parziale e di collegare i diversi processi parziali viene risolto per mezzo dell'applicazione tecnica della meccanica, della chimica, ecc.; anche qui è ovvio che la concezione teorica dev'essere come sempre completata con l'esperienza pratica accumulata su grande scala. Ogni macchina parziale fornisce la materia prima alla prima macchina che segue nella serie; e poichè operano tutte contemporaneamente, tanto nei diversi gradi del suo processo di formazione, quanto in transizione da una fase all'altra della produzione. Come nella manifattura, la cooperazione immediata degli operai parziali crea determinate proporzioni numeriche fra i particolari gruppi di operai, così, nel sistema organico delle macchine, il fatto che macchine parziali si tengano occupate costantemente e reciprocamente, crea una determinata proporzione fra il loro numero, il loro volume e la loro velocità. La macchina operatrice combinata che ora è un sistema articolato di singole macchine operatrici eterogenee e di gruppi di esse, è tanto più perfetta quanto più e continuativo il suo processo complessivo, cioè quante meno interruzioni si hanno nel passaggio dalla prima all'ultima fase, e dunque quanto più è il meccanismo, invece della mano dell'uomo, ad inoltrarla da una fase all'altra della produzione. Nella manifattura l'isolamento dei processi particolari è un principio che vien dato dalla stessa divisione del lavoro; invece nella fabbrica sviluppata domina la continuità dei processi particolari." "Nella manifattura e nell'artigianato, l'operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l'operaio che serve la macchina. Là dall'operaio parte il movimento dei mezzi di lavoro, il cui movimento qui egli deve seguire. Nella manifattura gli operai costituiscono le articolazioni di un organismo vivente. Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente da essi, e gli operai vi sono incorporati come appendici umane ( ... ) Mediante la trasformazione in macchina automatica, il mezzo di lavoro si contrappone all'operaio durante lo stesso processo lavorativo quale capitale, quale lavoro morto che domina e succhia la forza-lavoro vivente." Dobbiamo a questo punto porci la seguente domanda: se da soggetto che usa il proprio strumento di produzione, l'operaio viene trasformato in oggetto che viene usato dal nuovo strumento di produzione (il sistema delle macchine), significa forse che cambia anche la natura del rapporto dei diversi operai parziali fra di loro, all'interno del ciclo produttivo di ogni singola merce? Se nel periodo della manifattura "l'operaio parziale non produce nessuna merce", quindi vive un rapporto, con l'altro operaio parziale, che non sono mediati dalla legge del valore, dello scambio degli equivalenti, del denaro, tale sua caratteristica viene forse alterata, distrutta nel successivo periodo della grande industria? "Come macchinario, il mezzo di lavoro viene ad avere un modo di esistenza materiale che porta con sè la sostituzione della forza dell'uomo con forze naturali e della routine derivata dall'esperienza con l'applicazione consapevole delle scienze della natura. Nella manifattura l'articolazione del processo lavorativo sociale è puramente soggettiva, è una combinazione di operai parziali; nel sistema delle macchine, la grande industria possiede un organismo di produzione del tutto oggettivo, che l'operaio trova davanti a sè, come condizione materiale di produzione già pronta. Nella cooperazione semplice ed anche in quella specificata mediante la divisione del lavoro, la soppressione dell'operaio isolato da parte dell'operaio socializzato, appare ancora sempre più o meno casuale. Il macchinario, salvo alcune eccezioni, funziona soltanto in mano al lavoro immediatamente socializzato, ossia al lavoro in comune. Ora, il carattere cooperativo del processo lavorativo diviene dunque necessità tecnica imposta dalla natura del mezzo di lavoro stesso." Riprendendo quanto già detto a pag. 20, ricordiamo che "la concentrazione di masse piuttosto grandi di mezzi di produzione in mano di singoli capitalisti è condizione materiale della cooperazione degli operai salariati, e la misura della cooperazione, ossia la scala della produzione, dipende dalla misura di tale concentrazione." Da ciò si vede chiaramente come la concentrazione dei mezzi di produzione, la cooperazione e la scala della produzione siano direttamente proporzionali fra di loro: lo sviluppo di uno qualsiasi di questi termini, determina automaticamente lo sviluppo degli altri. L'esempio dell'odierna industria chimica illustra con maggior precisione tali concetti. L'operaio collocato in un tale ciclo produttivo si trova difronte delle macchine estremamente enormi, delle quali egli diventa una semplice rotella, e la cui complessità è tale che diventa difficile delimitare con obbiettiva precisione due reparti (sistemi di macchine) attigui, definendo, ad es., dove esattamente finisca un reparto per la produzione di DiCloroEtano e dove cominci l'altro per la produzione di CloruroVinile Monomero ed in che punto vi sia netta separazione col successivo nel quale si produce PoliVinileCloruro. La sostituzione, dunque, della manifattura da parte della grande industria non altera, bensì rafforza ed espande quel rapporto comunista che gli operai parziali vivono, nel loro rapporto reciproco all'interno del ciclo di produzione di una determinata merce. Cap. XIII - Crisi e produzione socializzata All'interno del modo di produzione e di distribuzione capitalistico "domina l'anarchia della produzione sociale. Ma la produzione di merci, come ogni altra forma di produzione, ha le sue leggi specifiche, immanenti, inseparabili da essa. E queste leggi si attuano malgrado l'anarchia, in essa e per mezzo di essa. Esse compaiono nell'unica forma di nesso sociale che continua ad esistere, nello scambio, e si fanno valere sui prodotti individuali come leggi coattive della concorrenza. Da principio esse sono quindi sconosciute a questi stessi produttori e devono essere scoperte da loro a poco a poco e solo con una lunga esperienza. Esse dunque si attuano senza i produttori e contro i produttori. Il prodotto domina i produttori. Nella società medioevale, specialmente nei primi secoli, la produzione era essenzialmente indirizzata al consumo personale. Essa appagava in prevalenza soltanto i bisogni del produttore e della sua famiglia." Solo molto più tardi, "allorchè pervenne a produrre un'eccedenza sul proprio fabbisogno e sui versamenti in natura dovuti al signore feudale, solo allora cominciò a produrre anche merci; questa eccedenza immessa nello scambio, offerta in vendita, divenne merce. Gli artigiani cittadini dovettero, certo, già sin dal principio, produrre per lo scambio. Ma essi provvedevano col proprio lavoro anche alla massima parte del loro fabbisogno personale: avevano orti e piccoli campi, mandavano il loro bestiame nel bosco comunale che forniva loro inoltre legname da costruzione e legna da ardere; le donne filavano il lino, la lana, ecc.. La produzione per lo scambio, la produzione di merci era solo sul nascere. Da qui scambio limitato, mercato limitato, modo di produzione stabile; isolamento locale verso l'esterno ed unione locale all'interno; la marca nella campagna, la corporazione nella città. Ma con l'estensione della produzione di merci e specialmente con l'apparire del modo di produzione capitalistico, entrarono più apertamente e più potentemente in azione le leggi della produzione di merci sinora latenti. I vecchi vincoli si allentarono, le vecchie barriere che isolavano furono infrante, i produttori si trasformarono sempre più in produttori di merci indipendenti ed isolati. Apparve l'anarchia della produzione sociale e sempre più fu spinta al suo estremo. Ma il principale strumento con cui il modo di produzione capitalistico accresceva questa anarchia della produzione sociale era precisamente l'opposto dell'anarchia: era la crescente organizzazione della produzione, in quanto produzione sociale, in ogni singola azienda produttiva. Con questa leva, esso mise fine alla vecchia pacifica stabilità. Laddove veniva introdotto in un ramo d'industria, non tollerava accanto a sè nessun modo di produzione più vecchio. Laddove si impadroniva di un mestiere ne distruggeva la vecchia forma artigiana. Il campo del lavoro divenne un campo di battaglia. Le grandi scoperte geografiche e le colonizzazioni che seguirono moltiplicarono i territori di sbocco e accelerarono la trasformazione dell'artigianato in manifattura. La lotta non scoppiò soltanto fra i singoli produttori di una località; le lotte locali sviluppandosi divennero a loro volta lotte nazionali, come le guerre commerciali dei secoli XVII e XVIII. Finalmente la grande industria e la creazione del mercato mondiale resero universale la lotta ed a un tempo le conferirono una violenza inaudita. Fra i singoli capitalisti, così come fra intere industrie ed interi paesi, il problema della loro esistenza viene deciso dalle condizioni più o meno favorevoli della produzione, che possono essere naturali o artificiali. Chi soccombe viene eliminato senza nessun riguardo. E' la lotta darwiniana per l'esistenza dell'individuo trasportata con accresciuto furore dalla natura alla società. Il punto di vista dell'animale nella natura appare come l'apice dell'umano sviluppo. La contraddizione fra produzione sociale ed appropriazione capitalistica si riproduce come antagonismo fra l'organizzazione della produzione nella singola fabbrica e l'anarchia della produzione nel complesso della società. Il modo di produzione capitalistico si muove entro queste due forme nelle quali si manifesta quella contraddizione che gli è immanente per la sua origine e descrive, senza possibilità di uscirne, quel "circolo vizioso" che già Fourier vi aveva scoperto. Ciò che Fourier non poteva invero ancora scorgere ai suoi tempi, si è che questo circolo progressivamente si restringe, che il movimento rappresenta piuttosto una spirale, e che, come quello dei pianeti, raggiungerà la sua fine collidendo col suo centro. E' la forza motrice dell'anarchia sociale della produzione che trasforma sempre più la grande maggioranza degli uomini in proletari e, a loro volta, sono le masse proletarie che mettono termine, infine, all'anarchia della produzione. E' la forza motrice dell'anarchia sociale della produzione che trasforma l'infinita perfettibilità delle macchine della grande industria in un'obbligazione che impone al singolo capitalista industriale di perfezionare sempre più le proprie macchine, pena la rovina." "La perfettibilità delle macchine moderne, spinta al punto più alto, si trasforma, mediante l'anarchia della produzione nella società, in un'imposizione che costringe il singolo capitalista industriale a migliorare incessantemente le proprie macchine, ad elevarne la forza produttiva. La semplice possibilità effettiva di estendere l'ambito della sua produzione, si trasforma per lui in un'imposizione di egual natura. La enorme forza espansiva della grande industria, difronte alla quale quella dei gas è un vero gioco da bambini, si presenta ora ai nostri occhi come un bisogno di espansione sia qualitativa che quantitativa che si fa beffa di ogni pressione contraria. Questa pressione contraria è formata dal consumo, dallo smercio, dai mercati per i prodotti della grande industria. Ma la capacità di espansione dei mercati sia estensiva che intensiva, è dominata anzitutto da leggi affatto diverse, che agiscono in modo molto energico. La espansione dei mercati non può andare di pari passo con quella della produzione. La collusione diviene inevitabile e poichè non può presentare nessuna soluzione sino a che non manda a pezzi lo stesso modo di produzione capitalistico, diventa periodica. La produzione genera un nuovo "circolo vizioso". "In effetti, nel 1825, anno in cui scoppiò la prima crisi generale, tutto il mondo industriale e commerciale, la produzione e lo scambio di tutti i popoli civili e delle loro appendici più o meno barbariche, si sfasciano una volta ogni dieci anni circa. Il commercio langue, i mercati sono ingombri, si accumulano i prodotti tanto numerosi quanto inesitabili, il denaro contante diviene invisibile, il credito scompare, le fabbriche si fermano, le masse operaie, pur avendo prodotto troppi mezzi di sussistenza, mancano di mezzi di sussistenza; fallimenti e vendite all'asta si susseguono. La stagnazione dura per anni. Forze produttive e prodotti vengono dilapidati e distrutti in gran copia, fino a che finalmente le masse di merci defluiscono grazie ad una svalutazione più o meno grande, e produzione e scambio riprendono a poco a poco il loro cammino. Gradualmente la loro andatura si accelera, si mette al trotto, il trotto dell'industria si trasforma in galoppo e questo si accelera fino ad assumere l'andatura sfrenata di una vera corsa ad ostacoli industriale, commerciale, creditizia e speculativa, per ricadere finalmente, dopo salti da rompersi il collo, nel baratro del crac. E così sempre da capo." "Ed il carattere di queste crisi è così nettamente marcato, che Fourier le ha colte tutte quante, allorchè definì la prima come crisi pléthorique, crisi di sovrabbondanza. Nella crisi la contraddizione fra produzione sociale ed appropriazione capitalistica perviene allo scoppio violento. La circolazione delle merci è momentaneamente annientata; il mezzo della circolazione, il denaro, diviene un ostacolo per la circolazione; tutte le leggi della produzione e della circolazione delle merci vengono sovvertite. Il modo di produzione si ribella contro il modo dello scambio, le forze produttive si ribellano contro il modo di produzione che esse hanno già superato. Il fatto che l'organizzazione sociale della produzione nell'interno della fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile con l'anarchia della produzione esistente nella società accanto ad essa ed al disopra di essa, questo fatto viene reso tangibile agli stessi capitalisti dalla potente concentrazione dei capitali che ha luogo durante la crisi, mediante la rovina di un gran numero di grondi capitalisti. Tutto il meccanismo del modo di produzione si arresta sotto la pressione delle forze produttive che esso stesso produce. Esso non riesce più a trasformare in capitale tutta questa massa di mezzi di produzione: essi giacciono inoperosi e, precisamente per questa ragione, anche l'esercito di riserva industriale è costretto a restare inoperoso. Mezzi di produzione, mezzi di sussistenza, operai disponibili, tutti gli elementi della produzione e della ricchezza generale, esistono in sovrabbondanza. Ma la "sovrabbondanza diventa fonte di miseria e di penuria" (Fourier) perchè è esattamente essa che ostacola la trasformazione dei mezzi di produzione e di sussistenza. Da una parte dunque viene conclamata la incapacità del modo di produzione capitalistico di continuare a dirigere queste forze produttive. Dall'altra, queste stesse forze produttive spingono con forza sempre crescente alla soppressione della contraddizione, alla propria emancipazione dal loro carattere di capitale, all'effettivo riconoscimento del loro carattere di forze produttive sociali. E' questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive nel loro rigoglioso sviluppo, è questa progressiva spinta a far riconoscere la propria natura sociale, ciò che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste stesse forze produttive, nella misura in cui è possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici. Tutto il periodo di grande prosperità nell'industria, colla sua illimitata inflazione creditizia, quanto lo stesso crac con la rovina di grandi imprese capitalistiche, spingono a quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo nelle diverse società anonime. Molti di questi mezzi di produzione e di scambio sono sin dal principio così enormi da escludere, come ad es. avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di sfruttamento capitalistico. Ad un certo grado dello sviluppo neanche questa forma è più sufficiente. I grandi produttori nazionali di uno stesso ramo di produzione industriale si riuniscono in un "trust", in un'associazione avente lo scopo di regolare la produzione; essi determinano la quantità totale da produrre, se la ripartiscono fra di loro ed impongono così il prezzo di vendita stabilito in precedenza. Ma poichè tali trust, quando gli affari cominciano ad andare male, per lo più si dissolvono, proprio per questa ragione essi spingono ad una forma ancora più concentrata di socializzazione: tutto il ramo d'industria si trasforma in un'unica società anonima; la concorrenza nazionale cede il posto al monopolio nazionale di quest'unica società." "Nei trust la libera concorrenza si trasforma in monopolio, la produzione, priva di un piano, della società capitalistica, capitola davanti alla produzione, secondo un piano, dell'irrompente società socialista. Certo in primo tempo tutto questo avviene ancora a tutto vantaggio dei capitalisti. Ma qui lo sfruttamento diviene così tangibile da dover necessariamente crollare." "In un modo o nell'altro, con trust o senza trust, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumerne la direzione. La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie. Se le crisi hanno rivelato l'incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime ed in proprietà statale, mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l'intascare rendite, il tagliare cedole ed il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali." "Ma nè la trasformazione in società anonime, nè la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l'organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modi di produzione capitalistico difronte agli attacchi sia degli operai sia dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero dei cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono degli operai salariati. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all'apice si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive, non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sè il mezzo formale, la chiave della soluzione. Questa soluzione può consistere solo nel fatto che si riconosca in effetti la matura sociale delle moderne forze produttive e che quindi il modo di produzione, di appropriazione e di scambio sia messo in armonia con il carattere sociale dei mezzi di produzione. E questo può accadere solo a condizione che, apertamente e senza tergiversazioni, la società si impadronisca delle forze produttive le quali si sottraggono ad ogni altra direzione che non sia quella sua. Così il carattere sociale dei mezzi di produzione e dei prodotti che oggi si volge contro gli stessi produttori, che sconvolge periodicamente il modo di produzione e di scambio, e si impone come forza possente e distruttiva solo come cieca legge naturale, viene fatto valere con piena consapevolezza dai produttori e, da causa di turbamento e sconvolgimento periodico, si trasforma nella più potente leva della produzione stessa. Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo conosciute, che ne abbiamo compreso il modo d'agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo particolare per le odierne potenti forze produttive. Fino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura ed il carattere, ed a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico ed i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi e, come abbiamo diffusamente esposto, queste forze ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. E' questa la differenza fra la forza distruttiva dell'elettricità nel lampo della tempesta e l'elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza fra l'incendio ed il fuoco che agisce al servizio dell'uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all'anarchia sociale della produzione subentrerà una regolamentazione socialmente pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di appropriazione capitalistico, il cui prodotto asservisce anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se lo appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da un'appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall'altra da un'appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento." Cap. XIV - Vittoria dell'aziendismo? Abbiamo parlato, nel corso di questo lavoro, di rapporti comunisti già esistenti all'interno del ciclo di produzione di ogni singola merce, come pure abbiamo parlato dell'autorità incondizionata del capitalista su quegli operai che gli hanno venduto la propria forza-lavoro, quale presupposto del piano di produzione. Si troverà sempre, adesso, chi - lasciando perdere gli stipendiati della malafede - pretenderà di ironizzare sulle posizioni qui presentate (e non solamente nostre!), ripetendo, senza nulla aver capito: "comunismo di fabbrica, comunismo di fabbrica!", ecc., come introduzione ad autentiche fesserie, tipo: "per voi la fabbrica rappresenta il comunismo". Seguendo di pari passo il Capitale, abbiamo visto come esso sia critica appassionata dell'economia politica, cioè critica di tutti quei rapporti sociali che sono mediati dalla legge del valore, dal denaro, ecc., e quindi contemporaneamente ("tanto questo, tanto quello!") affermazione e rivendicazione di una società dove i rapporti fra gli uomini non siano mediati da tale legge del valore, dallo scambio fra equivalenti, dal denaro; dunque, continua rivendicazione della società comunista. Ed il lavoro che abbiamo svolto ha voluto mettere in luce che già esiste all'interno del grembo della materna forma capitalistica di produzione, il feto della società comunista che la rivoluzione proletaria avrà il compito di liberare. Marx non inventa il comunismo, nè tanto meno pensa si possa costruirlo, alla maniera di Stalin. Marx ci mostra semplicemente (semplicemente?) come sia la stessa dialettica dello sviluppo del capitale a formare e sviluppare quelle contraddizioni e quel becchino che lo dovrà portare a morte. In Marx, e nel nostro lavoro, non viene rivendicata la catena di montaggio, la fabbrica, come pure non viene rivendicato la divisione del lavoro quale punto di riferimento della società comunista di domani. La fabbrica, autentica galera per il proletariato, come pure la divisione del lavoro, autentico processo di abbrutimento ed impoverimento fisico e spirituale dell'operaio salariato, saranno distrutti dal processo della rivoluzione comunista. Ciò che non verrà distrutto, ma anzi liberato e sviluppato fino ad abbracciare l'intero pianeta, sarà quella potentissima forza produttiva che lo stesso capitale ha unito e messo in moto, impedendogli ad un certo punto di seguitare nel proprio sviluppo: la forza produttiva del lavoro associato, del lavoro e del consumo in comune, di quel lavoro i cui soggetti hanno rapporti non mercantili. Le pagine di Marx, per essere comprese sotto la loro reale luce, devono essere lette con gli occhi e lo spirito del comunista e non con quelli del borghese o dello "studioso al di sopra delle parti". Ed il comunista in esse vi leggerà non la rivendicazione della fabbrica, del lavoro morto che succhia il lavoro vivo, della divisione del lavoro, dell'autorità incondizionata del capitalista, bensì la rivendicazione del lavoro associato non mercantile, come pure del piano di produzione, in contrapposizione all'anarchia sociale, i quali dovranno svilupparsi dopo che saranno stati distrutti i limiti aziendali. Quello che deve abbracciare tutto il mondo, dunque, non è l'azienda capitalista con tutte le sue nefandezze, ma quanto di superiore vive al suo interno. Chi inorridisce di fronte a questo, cade da opposte sponde nella stessa merda dell'ideologia borghese, quando afferma che "tale organizzazione trasformerebbe in una fabbrica tutta la società". I borghesi dichiarati dicono questo perchè un piano di produzione e di distribuzione mondiale significherebbe la loro morte, in quanto la loro vita è data dall'anarchia sociale della produzione e della distribuzione. In tale trappola possono cadere anche tanti comunisti (magari passati attraverso la famosa "scuola dell'imprenditore edile") qualora non vedano i fondamenti della nuova società già esistenti all'interno della attuale società da distruggere, e si apprestano - dopo aver sparato (?) fior di cannonate contro lo stalinismo e dopo, naturalmente, aver solennemente giurato di non voler "trasformare tutta la società in una fabbrica" - , si apprestano dunque ad elaborare piani più o meno dettagliati di quella società che deve essere il superamento dell'attuale. Su tale piano si colloca l'azione dei riformisti i quali, ormai da lungo tempo, hanno cessato di lottare per la realtà del comunismo. La loro azione, pienamente funzionale alla logica dello sviluppo capitalistico, è tutta intesa alla stesura di piani cartacei settoriali (metallurgia, meccanica, chimica, tessile, edile, ecc.) e nazionali. E da questo punto di vista, la lotta del proletariato deve essere funzionale a questi piani illusori: lotte, quindi, settoriali, aziendali, di reparto, e chi più riesce a dividere, divida. Ma il proletariato non è una macchinetta che si può sempre comandare a bacchetta, dal caldo della stanza dei bottoni. Il proletariato è una classe sociale viva, che nel momento della crisi è costretto a prendere visione delle reali sue condizioni di vita e delle reali possibilità di superamento di queste sue condizioni. Le reali contraddizioni del modo di produzione capitalistico, sfocianti nella crisi, metteranno in moto il corpo sociale proletario ed i suoi singoli organi cominceranno a svilupparsi: gambe, braccia, cuore, cervello proletari cominceranno a delinearsi sempre più chiaramente quali organi di movimento e di direzione politica e sociale. Il partito comunista, organo di direzione politica dell'intero corpo proletario, grazie alla sua memoria storica, saprà legare il proletariato a tutto il corso del cammino umano e, in particolare, saldarsi a tutte le grandi esperienze delle secolari lotte proletarie. La lotta dei Comunardi parigini, come quelle del tempo della Terza Internazionale, rivivranno ad un livello ancora maggiore negli anni futuri. La borghesia potrà armarsi finchè vorrà; l'azione repressiva del suo Stato potrà essere spinta a livelli inverosimili, ma alla fine niente potrà contro il proletariato mondiale unito ed unitariamente guidato dal Partito Comunista della Rivoluzione Mondiale da esso espresso. Simili a barchette in mezzo ad un uragano, i vari Stati nazionali saranno spezzati e distrutti ed al loro posto si ergerà lo Stato della Dittatura Proletaria Mondiale: fase transitoria destinata ad estinguersi per lasciare il posto all'umano modo di produzione e di distribuzione comunista. Per lasciare il posto all' UOMO SOCIALE. |