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Il Cacicco universale La questione che pongo all'attenzione dei compagni è quella emersa nello svolgersi del lavoro concernente il concetto di superimperialismo. La definizione ha dato luogo a perplessità manifestatesi nel corso dell'ultima riunione generale e in quelle successive romane. La tesi che si vuole dimostrare è che il superimperialismo è null'altro che l'espressione linguistica dell'imperialismo attuale. E' appena il caso di sottolineare che l'intero impianto della tesi si trova nei numeri già pubblicati della rivista N+1 e nella lettera sulla globalizzazione. Tuttavia il testo non sarà costituito da un accostamento di passi colà tratti, ma dalla loro messa al lavoro con lo scopo di fissame l'esito in un semilavorato non conchiuso ma ricco di potenzialità. Andiamo da subito al testo sacro, "L'imperialismo". Lenin elenca cinque punti di chiarezza adamantina definitorii dell'imperialismo. Ciò riveste una grande importanza perché permette di stabilire esattamente cosa si debba intendere con i termini che si vanno ad utilizzare. Vediamoli. 1) concentrazione e monopoli- 2) oligarchia finanziaria dovuta alla fusione del capitale finanziario con quello industriale- 3) esportazione di capitale più importante dell'esportazione di merci- 4) nascita di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che ripartiscono il mondo- 5) ripartizione della terra fra potenze imperialistiche-Si staglia a questo punto un passaggio dirimente che è poi quello fondamentale: i punti elencati descrivono benissimo l'imperialismo dell'epoca, ma non ne possiamo adoperare neppure uno per descrivere le trasformazioni intervenute successivamente. Questo, a scanso di equivoci, e non certo per una qualche inconscia "excusatio non petita", non significa rinchiudere Lenin nella soffitta assieme alle care cose divenute di incerto gusto ma esaltarlo attraverso l'utilizzazione della dinamica che lui stesso insegna. Mi esprimo al presente per sottolinearne la pregnanza nell'attualità. Qual è la dinamica?. Lenin dimostra contro Kautsky che l'imperialismo è una fase materiale dello sviluppo del capitalismo e non una politica elaborata dagli Stati. La potenza della concezione leninista fa piazza pulita della concezione pandemica che l'imperialismo sia una politica di certi paesi e dei loro nefandi governi, in "primis et ante omnia" di quello "amerikano". E ciò, detto con decisione, sistema i chiacchieroni di Seattle e dintorni impegnati ad attribuire moralistiche colpe al "nemico", senza riconoscere la realtà materiale. L'imperialismo è dunque una necessità economica materiale. Abbiamo parlato di ultra imperialismo. Il compito è ora di analizzarlo, cioè descrivere cosa è e cosa fa. La dinamica dello sviluppo si individua a partire dalla maturità delle categorie capìtalistiche presenti: Marx si dedicò alla ricerca delle leggi dinamiche del capitalismo e quindi del divenire di una società completan~ente diversa, come risultato della serie storica dei modi di produzione. Allora non le condizioni particolari in cui versa una popolazione individueranno la dinamica dello sviluppo ma il legame di questa, della dinamica intendo, con l'imperialismo mondiale. L'epoca dell'imperialismo rappresenta un'autentica modificazione dei rapporti di produzione. E' il transito dalla sussunzione formale alla sussunzione reale del lavoro al Capitale. Il Capitale comincia a negarsi come specifico modo di produzione. Quando i prodotti sono ripartiti secondo un piano allora si rende chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice intreccio. Così Lenin, da cui ho sviluppato la parafrasi, per altro quasi letteralmente fedele al testo originario. Ma mentre al tempo di Lenin il sistema capitalistico era costituito dalla grande azienda con interessi mondiali, oggi il sistema è costituito da tutte le aziende mondiali, la cui grandezza nel contesto non rappresenta motivo di rilievo. Il processo di globalizzazione va dunque di conserva con il processo di concentrazione e soprattutto centralizzazione del capitale. Dalla singola fabbrica a proprietà e ciclo produttivo ben individuati, si perviene al sistema di fabbriche a proprietà diffusa e a ciclo produttivo diversificato. Si è insomma, già all'interno di questa società, alla progressiva eliminazione della proprietà capitalistica, sostituita da un controllo da parte di funzionari stipendiati. Dirò di più. Se si stabilisce la non esistenza, potenziale, del capìtalista sostituito da una schiera di funzionari, è anche stabilita la generalizzazione della condizione proletaria, che si connette con l'insieme sociale. Da ciò ovviamente non discende alcuna teorizzazione sull'avvento di una qualche universalità al di sopra delle vecchie classi. Infatti, mentre le rivoluzioni precedenti hanno dovuto impiantare nuovi e potenti strumenti di dominazione di classe, la prossima rivoluzione avrà a disposizione strumenti già efficienti ed efficaci per la negazione delle categorie capitalistiche. La volontà rivoluzionaria sarà dispiegata per liberare tutte le energie già presenti e sviluppate. Il riscontro testuale della dinamica leninista impiegata lo traggo dall' "Imperialismo": "I rapporti di economia e proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l'eliminazione. Lo stato di putrefazione potrà magari durare un tempo relativamente lungo ma infine sarà fatalmente eliminato". Questo passo mi sembra straordinario e la sua funzione di verifica del testo corrente sarà sottesa sempre ad ogni proposizione che seguirà, quasi sempre senza il richiamo esplicito che nulla chiarirebbe e per converso appesantirebbe l'ordine del discorso. Il capitalismo recente dimostra che nella ripartizione sociale del plusvalore, questioni di forza economica e politica creano situazioni di monopolio, per cui può esserci differenziale di profitto non solo a causa di innovazione e di capacità generale nella lotta per la concorrenza, ma a causa di posizioni di rendita. La rendita trae la sua origine da una ripartizione sociale di una parte del plusvalore estorto appropriata dai proprietari del suolo e in tale accezione ogni ripartizione forzosa determinata dal monopolio si può rapportare alla rendita e trattare secondo lo stesso paradigma teorico. In altri termini: "La teoria quantitativa della questione agraria e della rendita è quindi la completa ed esauriente teoria di ogni monopolio e di ogni sovrapprofitto da monopolio, per ogni fenomeno che stabilisca i prezzi correnti al di sopra del valore sociale".-Vulcano della produzione o palude del mercato?, Ed. Quaderni Internazionalisti, cap.35, "Sovrapprofitto e rendite". Fin dai suoi esordi il capitalismo, malgrado la diminuzione tendenziale del saggio di profitto ha dovuto reperire un sovrapprofitto da devolvere al monopolio del suolo, degli edifici delle materie prime. Nonostante la diminuzione della quantità di lavoro medio per produrre materie prime e alimentari cresce la quantità di lavoro medio necessario per acquistarle. Da ciò, date le caratteristiche della proprietà di classe, la generazione del monopolio e la sua riproduzione su tutta la vita sociale. E non solo. La costante liberazione di tempo di lavoro determinata dal modo di produzione capitalistico ne risulta paralizzata e con essa ogni ulteriore sviluppo delle forze produttive. E' stato perciò inevitabile che le determinazioni materiali descritte da Lenin nell' "Imperialismo" avessero il loro sbocco inevitabile in forme sovrastrutturali di monopolio, che descriverò più avanti in cenni non delineati ma contestuali. Ma ciononostante l'intero complesso del lavoro mondiale socializzato, ha attinto un punto ben più alto di quanto Lenin potesse scorgere. Esso è un punto altissimo da cui la specie può trapassare ad un sistema organico globale che metta in armonia uomini e natura, che superi la società divisa in classi. La enorme circolazione di capitali finanziari dimostra che il capitalismo, maturato come produzione sociale, si sta autosopprimendo per l'enorme divario fra la potenza virtualmente infinita di questa e l'impotenza del Capitale di usarla per la sua valorizzazione. Come barriera verso la società futura si erge allora la potenza politica della borghesia, cui dovrà contrapporsi la potenza politica del partito comunista. Prima di descrivere la sussunzione dell'industria alla finanza vorrei citare un passo tratto dal III libro del Capitale per fissare bene il concetto di finanziarizzazione. Quando il profitto "assume la forma di interesse, tali imprese (le grandi società per azioni) sono possibili anche se fruttano solo l'interesse, ed è questa una delle cause che ritardano la caduta del saggio generale di profitto, perché queste imprese, il cui capitale costante sta in proporzioni così enormi rispetto al capitale variabile, non entrano necessariamente nel livellamento del saggio generale di profitto. E' questa la soppressione del modo di produzione capitalistico entro i confini del modo di produzione capitalistico". Ancora:"Si prepara così, con nostra grande soddisfazione, la futura espropriazione da parte della società intera". Mi permetto di ricordare il Lenin sottolineato. Il processo di finanziarizzazione è funzionale alla raccolta di piccoli capitali privati per concentrarli nelle mani di pochi capitalisti o di fondi d'investimento. Questa fonte di finanziarizzazione è indispensabile per consentire al piccolo possessore di capitali di consegnare ad altri la decisione dell'allocazione remunerativa delle proprie somme capacità che trascende le sue conoscenze dei mercati. Resta il fatto che il piccolo capitalista sarà remunerato con criteri interni mentre il grande capitalista agirà nel teatro mondiale costituendo una vera oligarchia finanziaria. Il capitalismo instauratosi così alla scala sociale reca con sé una sostanziale novità: esso scatena una erratica circolazione di denaro, infondendo l'illusione di un più facile e veloce rendimento finanziario rispetto ai cicli produttivi, seguita da una sarabanda di emissioni di ogni sorta di titoli. La sussunzione dell'industria alla finanza globale è completa. Il capitalismo attuale, si centralizza, internazionalizza la sua dinamica, produce i trust spingendo la concorrenza fuori dei confini statali, fino a coinvolgere l'intero globo nella ripartizione del plusvalore. Così facendo porta l'accumulo di forze e di contraddizioni ad un livello sempre più alto che si segnalano come una formidabile e dirompente forza della futura società. Ancora il Lenin proposto come referente costante dell'analisi! La concorrenza ha finito per esaurire sé stessa nella accentuazione inesausta della concentrazione. La concorrenza che uccide sé stessa però non fa altro che far subentrare il dominio dei monopoli. Non va però dimenticato che il capitalismo è di per sé monopolio di classe, della classe dominante. La globalizzazione impone una risposta alle sollecitazioni della concorrenza globale e allora nessuno può permettersi di non fare ciò che gli altri fanno. La lotta spietata provoca la distruzione degli inadatti, i più forti si organizzano al meglio. Il monopolio privato o pubblico è inevitabile. L'esito è l'affermazione del monopolio del paese più forte, gli Stati Uniti. Lenin vedeva ancora un pugno di paesi che in condominio con l'Inghilterra si spartivano il mondo. Oggi tutto è più semplice: la vittoria americana ha spazzato via gli altri imperialismi -basti il rimando alla definitiva sconfitta delle borghesie concorrenti che vagheggiavano gli Stati Uniti d'Europa in grado di far concorrenza all'America-riducendoli al ruolo di imperialismi passivi. Tutti i paesi hanno bisogno ora del mercato americano più di quanto gli americani abbiano bisogno dei loro mercati. La sequenza storica è chiusa, nessuna coalizione di paesi concorrenti può rappresentare una forza in grado di succedere al trono americano. Morto e sepolto il laissez-faire anche nella sua forma ideologica, la solo potenza sociale in grado di servire effettivamente il Capitale era ed è lo Stato. La ripercussione a livello mondiale non poteva non formalizzarsi nella costituzione di potenti organismi in grado di regolare il fatto economico. Il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione Mondiale per il Commercio, la Banca Mondiale, la NATO etc. costituiscono le strutture mondiali rappresentanti il nuovo esecutivo che non è al servizio delle nazioni ma del Capitale. Questi organismi come tali non possono non dipendere dalle leggi del capitalismo e quindi dal capitalismo più maturo e forte: quello americano. Gli Stati Uniti disertando la produzione materiale assumono la missione globale di rentier in analogia con quella del borghese tagliatore di cedole. Inoltre. L'esuberanza che traggono da questa missione la riversano nell'adempimento di compiti di polizia. E' importante rilevare che l'imperialismo USA si è dotato di una macchina da guerra altrettanto sistemica e globale del sistema capitalistico integrato, che ha definitivamente sconfitto i vecchi imperialismi degli eserciti e delle marine, condannando così preventivamente all'impotenza ogni qualsivoglia possibile coalizione di Stati. Gli Stati Uniti assumendosi il compito del controllo economico del mondo tramite gli organismi internazionali hanno l'indemandabile urgenza di assumersi anche il suo controllo politico. Il monopolio politico americano origina dalla negazione del territorio come spazio vitale degli altri nella misura in cui l'America non ha più bisogno di spazio vitale sotto le specie del territorio: lo spazio vitale degli Stati Uniti fa il giro del mondo e davvero non c'è truppa che possa muovere alla sua conquista. Neanche nell'immaginazione. I centro americano di potere e di controllo è un prodotto necessario della maturità capitalistica. Le funzioni assegnate dal Capitale agli Stati delle borghesie nazionali non possono da questi essere assolte per i motivi strutturali- processi capitalistici che si svolgono nella forma dei monopoli- .Tutto deve essere assegnato ad uno Stato che abbia il monopolio della forza, sia nel senso del controllo dell'economia politica che in quello della potenza militare. E' bene ricordare che il capitalismo non è una cosa ma un movimento e pertanto èassolutamente arbitrario affrontarlo come se fosse statico. Il vecchio capitalismo si espandeva in terre spopolate e vergini, ambienti geograficamente non capitalistici, ove le popolazioni autoctone non avevano capacità e nemmeno titoli per sfruttare le risorse del territorio, inducendo conseguenti conflitti per la ripartizione del territorio fisico. Il nuovo imperialismo ha lo stessi obiettivo di accumulare e di valorizzare il capitale in madre patria ma agisce attraverso il monopolio globale della massa finanziaria e della forza tecnologicamente senza pari per ottenere lo stesso scopo. Fondamentale è il differenziale tra capitale investito e plusvalore di ritorno. Ecco allora che seppur subalterni rispetto agli Stati Uniti, tutti i paesi imperialisti lottano per la ripartizione il più possibile vantaggiosa del plusvalore prodotto nel mondo. Il Capitale mondiale inteso a valorizzarsi ha però bisogno del suo strumento più potente per non permettere ai paesi cosiddetti emergenti di esserlo effettivamente, vale a dire il monopolio fmanziario e militare del nuovo imperialismo, l'imperialismo americano. Tutti gli imperialismi minori che non hanno la potenza necessaria per salvaguardare i loro saggio di profitto sono necessariamente legati agli Stati Uniti. Si spiega così la potenza economica e militare degli Stati Uniti che nonostante il decadimento costante della produzione industriale, indice della scaduta del saggio di profitto sembrano inarrestabili nel loro accumulo do potenza. Ma la loro forza, peraltro apparente, è il loro sintomo di debolezza: l'America dipende dal mondo nella misura in cui il capitale finanziario non sia garantito dalla sicurezza dell'estorsione presente e futura di plusvalore, altrimenti è mero capitale fittizio. Nessun organismo alla massima potenza globale può assicurare tale condizione. In realtà il Capitale stesso è diventato un' entità globale, condizione ben presente nelle sue premesse storiche, e nessuna forza al mondo può controllarne l'anima distruttiva nei confronti della propria base. Il compito storico del capitalismo è quello di sviluppare le forze produttive ponendo altresì in conseguenza dei rapporti sociali che gli corrispondono le condizioni del suo superamento. La produzione altamente socializzata e la possente forza produttiva conseguita è la base, l'unica, per la società futura, per il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà. E' il passaggio ad una superiore arcata che condurrà l'umanità fuori dalla preistoria ed è iscritto nelle connotazioni del paese più evoluto del mondo. Esso è il supremo controllore ma perde continuamente terreno su tutti i fronti. Gli Stati Uniti vivono di rendita e lottano per conservare tale privilegio ma non è una questione politica, come già all'inizio di questa esposizione si è rimarcato. L'immensa quantità di capitale che gli Stati Uniti rappresentano è destinata a diventare effettivamente fittizia in conseguenza della sempre minore estorsione di plusvalore nel mondo: il ciclo attuale non può essere infinito e sta finendo. Quando Wall Street sale del 36% annuo e il valore reale prQdotto ex novo non supera il 3%, e ciononostante si rastrella no capitali per alimentarsi significa che sono in atto meccanismi drogati destinati ad esplodere. E' sin troppo facile immaginare gli effetti devastanti che avrebbe una perdita di controllo del sistema, assumendo come basilare la condizione della maggioranza degli Stati del mondo che non hanno la minima possibilità di un intervento autonomo a difesa dei propri interessi nazionali. Questo a riaffermare ulteriormente la condizione minoritaria degli imperialismi passivi che, al di là della forma identitaria di alleati, sono legati per la loro stessa sopravvivenza al monopolio economico e politico degli USA o del superimperialismo. Guardando un po' cosa accade negli USA è di grande importanza rilevare il fenomeno importante e decisivo espresso dal rapporto tra l'immenso capitale movimentato e la mole delle merci prodotte che inesorabilmente si riduce. Tuttavia l'esuberanza di capitali è in effetti, e altrimenti non potrebbe essere, esuberanza di merci che abbiamo visto sono in costante diminuzione. Come risolvere l'arcano sotteso dalla contraddizione? Attraverso il calcolo delle reimportazioni, frutto dell'allocazione di capitali americani, ma non solo, nel mondo. Il capitale migra e riporta poi i frutti del suo impiego, la sua remunerazione, al luogo di partenza, fa vivere di rendita gli Stati Uniti. Azzardando un'abbreviazione teorica si può affermare che il capitalismo avanzato sia la massima espressione del dominio del lavoro morto sul lavoro vivo. Resta ancora da dire che l'imperialismo americano reca sugli altri imperialismi il vantaggio di essere ineliminabile da qualsiasi omologo avversario nel presente ma anche nel futuro. Il fuoco della traiettoria del superimperialismo è individuato dalle sue condizioni storiche e fisiche, che hanno come elemento di catastrofe le contraddizioni interne dello sviluppo americano: l'enorme capitale accumulato che non può tollerare oscillazioni di mercato, essendo astretto in fondi d'investimento; la necessità dell'impiego all'estero di capitali e la necessità incessante di reinvestirli ulteriormente; lo sbilancio abissale delle importazioni sulle esportazioni; il circolo vizioso del dollaro etc. In altri termini gli Stati Uniti sono l'unico snodo di un flusso mondiale e incrociato di merci e capitali da e per ogni direzione. Proprio questa condizione, ora di privilegio e di "rentier", li costringe però a rimettere continuamente a repentaglio la ricchezza accumulata per poterla aumentare e conservare. Gli USA sono dunque il vertice del sistema integrato del capitalismo mondiale e quindi il risultato più alto della serie storica dei modi di produzione. Riprendo la premessa teorica accennata a pagina 2. Contro non si dà altra arma che la loro stessa potenza gravida delle contraddizioni enucleate e descritte. Ed è in questa condizione che la rivoluzione, che non potrebbe mai affrontare di petto le armi intatte dell'avversario, ha già la vittoria in pugno. |