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Riprendendo lo studio sull’evoluzione storica cinese

Preludio alla Cina contemporanea ed alle sue prospettive

 

 

Indice

I. Premessa: importanza attuale del tema.

II. Peculiarità dell’evoluzione storica cinese.

a) Continuità dello Stato.

b) Precocità del feudalesimo.

c) Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo

di Stato.

d) Alba dell’Europa moderna.

e) La meravigliosa rinascita dell’Asia.

f) Ripiegamento del capitalismo asiatico.

III. Occidente e fine dell’isolazionismo cinese.

a) La situazione in Cina nella prima metà del XVIII secolo.

b) Le guerre dell’oppio

c) Il movimento dei Taiping.

d) Restaurazione dell’ordine imperiale.

e) Iniziale sviluppo del capitalismo in Cina.

f) Il movimento dei boxers.

g) Marx-Engels e la penetrazione occidentale in Cina.

IV. Verso il movimento rivoluzionario 1925-‘27.

a) Caduta della ‘dinastia celeste’ e repubblica del 1911.

b) Una Gioventù nuova e un modo di pensare nuovo.

c) Capitalismo mondiale e imperialismo.

d) L’Internazionale comunista e la questione nazionale coloniale.

e) Il Pcc ed i compiti della rivoluzione in Cina.

f) Verso l’alleanza fra Kuomintang (Kmt) e Pcc.

V. L’esplosione del 1925-‘27.

a) Il movimento del 30 maggio.

b) L’Internazionale ed il Kuomintang.

c) Rivoluzione democratica e riforma agraria.

d) Sviluppo del movimento dei contadini.

e) Shanghai e la fine del movimento insurrezionale

f) L’Opposizione comunista e la rivoluzione in Cina.

 

VI. Conclusione.

 

 

Appendice: Bibliografia

 

 

 

I. – Premessa: importanza attuale del tema.

 

Scatenata dall’Inghilterra la rivoluzione cinese, il problema è come questa rivoluzione reagirà col tempo sulla stessa Inghilterra e, attraverso questa, sul continente europeo.

[Marx, New York Daily Tribune, 14.06.1853]

 

Nel numero 18 della rivista abbiamo scritto che il ‘caso cinese’, latente da qualche anno, è scoppiato in tutta la sua virulenza. Merci d’Oriente che fino ad un paio d’anni fa non impensierivano i capitalisti nostrani, ora li terrorizzano. Ci si accorge che non avanza soltanto la concorrenza orientale, fenomeno già sperimentato prima con i prodotti giapponesi, coreani, taiwanesi, ecc., bensì un processo di saturazione capitalistica del pianeta. Il ‘caso cinese’ allora deve essere considerato come uno degli ultimi capitoli della storia del corso del capitalismo mondiale. Comprendere la natura e la forza della Cina attuale, interna a questo processo, significa così comprendere il grado di decomposizione dell’intero mondo capitalistico, delle forze che si ostinano a volerlo mantenere ad ogni costo in vita e, dunque, comprendere il grado di maturità del processo della rivoluzione che, con la sua eruzione esplosiva, dal capitalismo condurrà al comunismo.

Non sarà in ogni caso questo lavoro a rispondere alla domanda "che cos’è la Cina oggi e quali le sue prospettive prossime". Abbiamo già detto più volte in altre occasioni che stiamo compiendo dei passi per giungere ad un lavoro di sintesi che possa rispondere a tale domanda: per ora continuiamo ad avanzare per approssimazioni successive e questo resoconto – accanto ad altri già svolti, che a prima vista può sembrare non abbiano alcuna attinenza immediata – si spera possa essere d’aiuto come premessa.

Per ora dunque ci limiteremo a mostrare le origini della odierna Cina, tratteggiando brevemente il suo più che millenario percorso storico e approfondendone maggiormente la parte moderna: dalla prima guerra dell’oppio (1839-‘42), che la vede progressivamente cadere ad un livello di semicolonia del capitalismo occidentale, fino alla formazione del Partito comunista cinese, del suo rapporto con l’Internazionale comunista e del tragico epilogo dell’esplosione rivoluzionaria del 1925-’27. Nelle intenzioni originarie, questo lavoro avrebbe dovuto portarci alla proclamazione della Repubblica Popolare del 1949 dall’ormai compiutamente stalinizzato Partito comunista cinese di Mao, ma la necessità di approfondire tutti i complessi problemi che la compiuta rivoluzione nazionale ha posto sul tappeto dagli anni ’30 e ‘40, ci hanno indotto a raccogliere in un prossimo unico lavoro la storia della Cina ‘attuale’.

Quanto ci apprestiamo a svolgere non vuole essere una ennesima storia che ripeta con parole diverse quanto si può leggere in tanti libri. In questa breve escursione storica ci atterremo, per indicare precisamente la nostra chiave di lettura, a due vecchi lavori di cinquant’anni fa, apparsi su Il programma comunista del 1958, dal titolo Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista e Peculiarità dell’evoluzione storica cinese, ora in La dottrina dei modi di produzione, Editing 1995.

"L’uomo fa la storia – scrive Chi Ch’ao ting in Le zone economiche chiave nella storia della Cina – non solo operando nell’ambito delle condizioni ereditate dal passato, ma anche riscrivendo la storia passata". I nostri testi dunque vanno considerati come una ‘riscrittura’ della storia: non nel senso di aggiungere pagine ad altre pagine, bensì in quello di dare una corretta base assiomatica a quanti volessero approfondire quegli avvenimenti storici. In Peculiarità della evoluzione storica cinese possiamo leggere che "per ricostruire la storia della Cina con criteri marxisti, cioè scrivere la storia reale della Cina, bisogna, come del resto per gran parte della storia universale, svolgere un poderoso lavoro di archeologia economica, [lavoro indispensabile per arrivare alla piena comprensione del fatto che] la rivolta sociale è un catalizzatore del processo storico. [Si tratta dunque di] ricostruire anzitutto, con metodo archeologico, i trapassi delle antiche forme economiche e delle organizzazioni sociali che si sono succeduti nel vasto paese".

Faremo nostro dunque questo metodo di archeologia economica anche se, in questa sede, ci limiteremo sostanzialmente a ripetere, soprattutto per quanto riguarda la storia ante-1850, quanto scritto nei passati lavori della nostra corrente: in particolare, il capitolo II – II. Peculiarità dell’evoluzione storica cinese – che tratteggia i primi duemila anni della sua storia, non è altro che la copia di un riassunto svolto tempo fa sul testo del 1958.

Un problema che si presenta nel corso dello studio degli avvenimenti cinesi è la corretta scrittura dei nomi dei diversi attori che via via si succedono: grafia diversa data da testimoni diversi (giornalisti, storici, uomini politici, ecc.) in tempi diversi. Lo storico Chesneaux, nel suo lavoro sulla Cina, dice di adottare il ‘metodo pinyin’ (imposto ufficialmente nel 1958 dal governo cinese) , però quando parla (lui oppure il traduttore David Mamo?) del capoluogo del Guandong (sulla carta geografica leggiamo Guandongsheng), scrive Canton, mentre sulla carta sta scritto Guanzhu (e per trovare Pechino dobbiamo cercare Beijin). Altro esempio: il comandante delle forze nazionaliste Chiang Kai-sek, col metodo pinyin si deve scrivere Jang Jeshi (si veda La Cina popolare, vent’anni di storia di Jean-Pierre Brulé).

In questo lavoro viene usato un po’ di ‘buon senso’ e ci atteniamo alla grafia più comune. Unica eccezione, per i nomi delle province seguiamo Chesneaux, per cui la provincia di Canton ritorna ad essere Guandong. Questo per facilitarci nell’individuare le varie province cinesi, tenendo presente quanto segue. Con le lettere latine, il numero 2 (nella sequenza dei numeri naturali 1-2-3-4 ecc.) si scrive er, ma se parlo di oggetti reali (es. due popoli, due province, ecc.) si scrive liang. Ora, a Sud trovo il lianguan, ovvero le due province contigue del Guan-dong e del Guan-xi (i trattini sono posti solo per la comprensione del discorso). Cosa importante adesso è sottolineare che se c’è un Guan-dong si può ipotizzare (per chi non conosce la geografia della Cina e senza assolutizzare, in ogni caso) che esista un Guan-xi: e non in un posto qualsiasi, ma nell’area occidentale del lianguan. Risulterà insomma più facile districarsi per le province cinesi conoscendo i nomi dei quattro punti cardinali: ovest = xi, est = dong, nord = bei e sud = nan. Altro esempio, la provincia di origine di Mao Tze-tung è lo Hunan, ma allora probabilmente c’è un altro Hu-, ed esattamente a bei: controllando la carta troviamo lo Hubei con Wuhan come capoluogo.

Per la grafia dei personaggi storici, in ogni caso, il problema può essere facilmente superabile da parte nostra dato che non cerchiamo mai la chiave di lettura dei processi storici nella ‘genialità’ del cosiddetto ‘grande uomo’. La prudenza quindi che saremo costretti ad usare di fronte alla grafia di questo o quel personaggio, potrà tornare ad un certo punto un vantaggio in quanto ci faciliterà nel privilegiare la sottolineatura, di fronte ai vari avvenimenti, delle storiche linee di forza lungo le quali questi sono costretti a muoversi.

È chiaro – lo si è detto – che queste pagine non risponderanno alle domande che riguardano il futuro non solo della Cina, ma dell’umanità intera, quindi per qualche verso lascerà insoddisfatta l’esigenza di far luce sulla cosiddetta ‘attualità’. Il nostro, dunque, ha tutti i limiti di un lavoro post-vedente che non può aspirare alle ambizioni pre-vedenti che noi tutti vorremmo poter immediatamente soddisfare. Consideriamo però altrettanto chiaro che non può esservi pre-visione se non esiste la capacità di poggiare sulla storia, che è post-visione di tutto un passato: in questo caso il nostro passato, senza il quale non avremmo radici, quindi presente, quindi futuro.

In conclusione a questa premessa – e dopo aver posto fine a questa nostra carellata sulla storia della Cina fino al 1927 – una precisazione si impone.

All’inizio del lavoro si puntava a dare tutta una serie di risposte sullo sviluppo storico di questo paese, quale premessa alla sua storia contemporanea e dunque all’attuale sua collocazione nel quadro dell’odierna situazione del capitalismo mondiale. Il corso del lavoro avrebbe dovuto portare i compagni che hanno seguito passo passo questo tema a poter dare esaurienti risposte sui fondamentali problemi che qui e là si sono presentati, e dunque ad andare speditamente ‘oltre’: dare cioè per ‘definitivamente’ acquisita la lettura che di tutta l’impostazione storica, particolarmente del periodo 1920-’27, dette il lavoro della SCi prima e de Il programma comunista poi.

La fine di questo lavoro ci porta a dire che, se qualche risposta a vari interrogativi viene data, il risultato più importante per noi è stato quello non tanto di darci delle risposte (magari pretese ‘definitive’), quanto di sviluppare quelle domande che ci costringevano a sottolineare che nemmeno le acquisizioni apparentemente più semplici possono essere date per scontate.

In ogni caso abbiamo la consapevolezza che, come per ogni semi-lavorato, la cosa fondamentale è catalizzare domande che costringano ad una precisione sempre maggiore e comprendere che le risposte cosiddette ‘definitive’ potranno essere date solamente quando il movimento reale distruggerà le domande stesse.

 

 

II. – Peculiarità storica della Cina.

a) Continuità dello Stato.

In Europa, lo Stato non ha conservato, nel mutare delle sue forme, che un medesimo ceppo originario della propria popolazione, anche se a questo non si è accompagnata la continuità nazionale. Infatti, nelle stesse sedi si sono avvicendate nazioni diverse: nomadi che scacciano, o assorbono, popolazioni autoctone, ecc.. Le nazioni sorgono e periscono, mentre il ceppo originario delle popolazioni generalmente rimane.

La storia delle Americhe presenta caratteri ancora più drastici: con la conquista di spagnoli al Centro-Sud, e francesi ed inglesi al Nord, non solo scompaiono le varie nazioni locali, ma scompare nello stesso tempo la popolazione originaria.

L’Africa e l’Asia rappresentano un caso intermedio. A differenza dell’America, nella maggioranza dei casi, le nazioni di questi due continenti stanno ora ricostituendosi sulla base delle vecchie popolazioni.

La Cina è l’unico caso storico in cui sede geografica, ceppo, nazione e Stato abbiano, dalla sua storia originaria ad oggi, coinciso attraverso parecchi millenni. Le stesse dinastie mongole e mancesi riuscirono solo temporaneamente ad impossessarsi del potere dello Stato, per essere ben presto ingoiate dall’immenso oceano fisiologico della nazione.

Due i fattori essenziali della plurimillenaria sedentarietà della nazione cinese: 1) la estrema fertilità della sua pianura bagnata da grandi fiumi, i maggiori dei quali sono lo Hoang-ho (Fiume Giallo) e lo Yangtze Kiang (o Yangze: Fiume Azzurro) e 2) i suoi confini naturali difesi da ostacoli invalicabili: l’inospitale Siberia a Nord, le alte catene montuose ad Ovest, gli Oceani Indiano e Pacifico.

b) Precocità del feudalesimo.

Con la dinastia Ts’in (III secolo a.C.) avviene il trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato, con la soppressione dello spezzettamento del potere politico e la formazione di uno Stato fortemente centralizzato: quando l’ultima dinastia Qing crollò nel 1911, lo Stato unitario era vecchio di secoli e non esisteva ombra di aristocrazia terriera.

Benché una serie di dinastie cinesi si sviluppi dal XXII al XI secolo a.C., la civiltà cinese sorge più tardi di quelle mediterranee, ma perviene prima di esse alla fase storica del feudalesimo, saltando quella dello schiavismo. È dal III secolo d.C. che si permette la compra-vendita dei bambini delle famiglie povere che diventano addetti ai servizi domestici delle famiglie ricche: questo, comunque, non è caratteristico del modo di produzione sociale che si basa sulla ‘accomandata’ servile nella organizzazione dei campi ‘a pozzo’: gli appezzamenti di terra lavorata dai proprietari con al centro la terra del signorotto locale che raccoglie (come un pozzo) lavoro gratuito dai contadini poveri circostanti.

In ogni caso, lo schiavismo che caratterizzava le società dell’Europa antica era frutto della guerra: i vinti diventavano schiavi del vincitore e le loro terre sua proprietà. La società cinese può saltare questa fase, perché non ha il bisogno di assoggettare nuove terre e quindi rendere in schiavitù le sue popolazioni. La società cinese può vivere in un relativo isolamento grazie ai due fondamentali fattori geografici già ricordati.

Ancora prima che in Europa, in Cina il feudalesimo favorisce il progresso tecnico e scientifico: massima vetta raggiunta, ad esempio, durante lo splendido periodo Ming (1368-1643) che vede l’apogeo del feudalesimo di Stato con la soppressione di ogni particolarismo aristocratico.

Il centralismo statale, la cancellazione delle frontiere interne, lo sviluppo di una grande navigazione fluviale, porta alla formazione di un fiorente mercato interno e dunque ad un fecondo intreccio di relazioni sociali.

c) Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato.

Verso il XV secolo a.C., l’aumento della popolazione stanziata nella grande ansa del Fiume Giallo (circa negli attuali territori del Ningxia e Saanxi), porta all’occupazione dell’odierno Shanxi e, verso il mare, del Shandong.

Probabilmente è in tale periodo che si forma un’aristocrazia militare, in seguito trasformatasi in aristocrazia terriera. Nell’XI secolo a.C. dominò la dinastia Ciù che esercitava il potere in forma indiretta, in quanto lo Stato era organizzato nelle forme del feudalesimo aristocratico. La piramide sociale è data da tre strati: in basso, alla base, i servi della gleba, piccoli coltivatori e ceti urbani poveri; al vertice, la corte imperiale (con alla testa il ‘Figlio del Cielo’) con la sua piccola burocrazia che dipende dai vassalli per ciò che riguarda l’alimentazione della finanza statale e per le truppe militari; nel mezzo, la casta dei nobili che si è ora trasformata in aristocrazia terriera. In pratica: è quest’ultima che detiene effettivamente il potere politico.

In questo periodo, l’imperatore è il più forte solo nominalmente; egli è il ‘re dei re’ che si spartiscono in maniera assolutistica il dominio reale del paese; il controllo imperiale avviene non per forza propria, ma grazie alle divisioni e lotte fra i vari vassalli. Siamo qui ancora nel ‘feudalesimo inferiore’ o ‘feudalesimo aristocratico’.

La crisi della dinastia Ciù comincia con il fallimento della spedizione militare finalizzata ad assoggettare nuove terre nel Sud della Cina. In seguito a ciò la dinastia viene quasi del tutto esautorata, i vassalli ne occupano le terre e addirittura nominano loro sottoposti, equivalenti agli europei valvassori. Ciò causa l’aumento delle corti principesche in continua reciproca lotta e, di conseguenza, un inasprimento fiscale sempre maggiore sui contadini e sulle classi urbane.

All’inizio del V secolo a.C. emergono una decina di grandi principati. Il feudalesimo aristocratico raggiunge il punto più alto fra il 335 e 320 a.C., quando la maggior parte dei principi assume il titolo di wang (re). Subentra così un’epoca di sanguinose tirannie: epoca dei Cian Kuo (Regni Combattenti) che va dal 453 al 221 a.C., e che alla fine vedrà emergere il principato dei Ts’in. Questi avevano occupato quasi tutte le terre della dinastia Ciù e, conducendo una guerra per buona parte del III secolo contro tutti i principati coalizzati, riunificano nuovamente la Cina che subirà una profonda rivoluzionaria trasformazione.

Viene abolita l’aristocrazia fondiaria e i principi ridotti a funzionari statali; i feudi vengono trasformati in province e distretti sottoposti alla giurisdizione di funzionari imperiali; la burocrazia divisa in due rami: civile e militare. Su tutto vigila un corpo di ispettori che riferiscono direttamente all’imperatore. In altre parole, compare una monarchia assoluta, una forma statale che accentra in modo totale il potere, pur rimanendo la sovrastruttura di una base economica feudale (da qui la definizione di ‘feudalesimo di Stato’).

In questa epoca storica, ponendo a confronto la Cina con il resto del mondo, possiamo dire che la storia corre più veloce nell’Estremo Oriente che non nelle altre sedi di civiltà dell’occidente, essendo il feudalesimo cinese notevolmente precoce rispetto allo schiavismo altrove ancora dominante.

La dinastia Ts’in cadrà ben presto, ma la struttura statale da essa fondata durerà per oltre duemila anni. Cesserà di esistere col 1911, anche se le tradizioni accentratrici del ciclopico edificio si stanno perpetuando nei regimi post-rivoluzionari giunti al potere in Cina.

Se il corso storico in questo paese si è sviluppato nel passato più velocemente rispetto all’Europa, dobbiamo dire che esso si è fermato ed è stato sopravanzato da quest’ultima al tempo delle rivoluzioni borghesi.

Altro raffronto. Le monarchie feudali assolute europee possono considerarsi una fase intermedia fra il feudalesimo aristocratico ed il feudalesimo di Stato cinese. Ad es., l’assolutismo francese al tempo di Luigi XIV mostra sì l’accentramento del potere statale ma non la cancellazione dell’aristocrazia fondiaria; nello stesso tempo, frenando il potere della nobiltà feudale, esso facilita di fatto lo sviluppo della borghesia, condizionando da lontano la rivoluzione democratica.

Per quali cause storiche non si verificò in Cina un eguale fenomeno?

Per una corretta lettura della millenaria storia cinese è necessario, come abbiamo già detto, un grande lavoro collettivo di archeologia economica, e per fare ciò occorre percorrere all’indietro il cammino storico, ‘partendo’ dall’attuale risultato finale per retrocedere alle cause economiche, scoprendo e collocando correttamente uno accanto all’altro i ‘reperti’ sepolti sotto il cumulo interessato delle chiacchiere ideologiche.

Per gli storici confuciani – e borghesi – tutto si risolve in una lotta di dinastie, nonché alla guerra dei cinesi di nazionalità Han contro i ‘barbari’ del Sud e del Nord. Infatti, non è nemmeno la presenza dello Stato centrale a caratterizzare la storia cinese. Nello stesso periodo, sulle rive del Mediterraneo assistiamo al potente centralismo di Roma, ma ciò che divide Roma dalla Cina è la struttura economica feudale in questa, schiavista in quella, ed è per questo che si parla di precocità del feudalesimo cinese.

La rivolta sociale è un catalizzatore del processo storico: per tal motivo la Cina, la cui storia è ricca di rivolte e guerre civili, ha sempre marciato più in fretta degli altri paesi. Nel 1368, una gigantesca rivolta contadina pone fine alla dominazione mongola, favorendo l’avvento della dinastia Ming, crollata pure questa in seguito ad una nuova rivolta contadina guidata da Li Tze-ceng. Ai Ming successe la dinastia straniera dei Manciù.

Ciò che è caratteristico di queste rivolte – ben 18 grandi rivolte negli ultimi duemila anni – è che, in ogni caso, la struttura sociale del paese non viene intaccata. Il dato fondamentale dunque che si osserva in tutta la storia cinese è che il progresso sociale può aver luogo solo a seguito delle guerre civili, delle lotte di classe.

È un dato incontrovertibile che, ad un certo punto dello sviluppo storico, Europa ed Asia siano allo stesso livello dal punto di vista economico. Poi l’equilibrio si rompe: l’Europa comincia a marciare mentre l’Asia si ferma, anzi comincia a retrocedere.

Quali furono le ragioni di questo fenomeno?

Abbiamo ricordato in precedenza che, al pari dello Stato cinese, anche l’Europa conobbe le monarchie assolute feudali. Ma la monarchia assoluta a fondamento feudale è una forma statale che sottintende una fase di transizione nel processo economico e l’Europa compie questo trapasso: da feudale diventa borghese, assoggettando ben presto al nuovo modo di produzione non solo l’Europa, ma il mondo intero.

Perché avviene questo? Perché, ad esempio, Spagna, Francia ed Inghilterra, da povere diventano ricche e potenti, mentre la Cina decade dalla sua posizione dominante?

d) Alba dell’Europa moderna.

Insomma, ciò che vogliamo sapere è perché il capitalismo è esploso in alcune nazioni europee mentre ha ritardato in Asia e quindi in Cina.

L’Europa moderna è sorta da poco. Fino al XV secolo, gli unici grandi centri di attività economica e intellettuale erano Venezia, Genova e Firenze: il resto del continente era ancora in pieno feudalesimo, mentre i turchi demolivano quanto rimaneva dell’impero bizantino. Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra, che ben presto avrebbero dominato il mondo, non erano ancora diventate nazioni.

La Spagna, solo nel 1492, con la conquista di Granada, mette fine al regno musulmano in Europa ergendosi così a nazione. È di questi anni l’istituzione della Inquisizione che, nella forma di tribunale religioso, sarà un potente strumento per la formazione dello Stato assolutista che, da un punto di vista storico, è fattore rivoluzionario rispetto alla disorganizzazione e impotenza feudali.

Nello stesso periodo si forma la monarchia francese: non prima di essersi liberata dalla presenza inglese sul suo territorio, dopo la Guerra dei cent’anni, durata dal 1337 al 1453, che si concluse con l’unificazione nazionale (eccetto Calais, che resta ancora in mano agli inglesi) con a capo la monarchia assoluta dei Valois, i quali si apprestano ora a saldare il conto con l’altro grande nemico: la nobiltà feudale. Bisogna tenere presente comunque che, se la monarchia assoluta parte da Carlo VII, incoronato nel 1429 a Reims, è con Luigi XI che si ha l’unificazione politica della Francia, nonché la formazione delle basi dell’alleanza fra monarchia e grande borghesia finanziaria in funzione antifeudale. È alla fine di questo secolo XV che il feudalesimo aristocratico è definitivamente battuto a favore del potere centrale della monarchia. La grande macchina statale è ormai montata: tra poco la scoperta di nuovi mondi aperti alla intraprendenza e alla pirateria dei mercanti europei, aprirà davanti ad essa insospettati campi di applicazione.

Alla fine del XV secolo si forma pure in Inghilterra una monarchia assoluta dopo una feroce guerra civile che durerà trent’anni (Guerra delle due Rose, detta anche ‘guerra dei trent’anni’ 1455-1485) e vedrà l’ascesa al trono dei Tudor. La nascita della monarchia assoluta in Inghilterra coincide con la formazione della borghesia che, aiutata dalle leggi sanguinarie dello Stato – situazione ben descritta nel Capitale da Marx – permette di dire che il capitalismo britannico nasce sotto la monarchia assoluta, quasi insieme ad essa.

Si può affermare dunque che alla fine del XV secolo l’Europa vive una fase fluida: una grande rivoluzione economica e sociale è in atto. Il feudalesimo è ormai in crisi e la rivoluzione antifeudale non può essere circoscritta al movimento di Cromwell in Inghilterra o a quello giacobino in Francia: queste esplosioni di lotta di classe furono se mai il culmine di un processo rivoluzionario che si perpetuava da tempo nel sottosuolo sociale.

Questo gigantesco rivolgimento non interessa soltanto una parte del mondo: l’Asia, come l’Europa, partecipa al grande movimento innovatore. Infatti, mentre l’Europa (inizialmente Spagna e Portogallo) va alla conquista dell’America, accanto all’impero dei Ming sorge, in Persia, la grande monarchia dei Sawafidi e, in India, l’impero indo-mussulmano del Gran Mogol.

e) La meravigliosa rinascita dell’Asia.

In Persia, nel 1511, sale al trono la dinastia dei Sawafidi che, dopo la secolare e successiva occupazione da parte di arabi, turchi e mongoli, riunifica il paese e lo rende indipendente. Non si tratta di un mero cambiamento formale: la monarchia sawafide, togliendo il potere locale alla aristocrazia terriera, trasforma la monarchia feudale in monarchia assoluta. I signori feudali devono sottostare ad una burocrazia di funzionari regi; il vecchio esercito fornito dall’aristocrazia viene sostituito da un esercito regio permanente.

La produzione artigiana e manifatturiera prende slancio e lo Scià stesso con tutto il potere dello Stato promuove lo sviluppo di tale produzione, nonché del commercio e delle infrastrutture ad essi necessari. Vengono costituite delle manifatture regie nei più diversi campi. Lo sviluppo sociale ed intellettuale fa dire a molti viaggiatori del tempo che la Persia non solo ha raggiunto il livello dell’Europa, ma se l’è lasciata notevolmente indietro.

Parlando dell’India non si può dimenticare che nel XIV secolo essa era spezzettata in ben 1350 Stati. A porre fine a questo caos feudale ed instaurare l’unità politica giunge l’impero del Gran Mogol, fondato da Baber (un discendente di Tamerlano) dopo la vittoria di Panipat (20 agosto 1526). Tale regno raggiunge il suo apogeo sotto Akbar, che vi resta a capo dal 1556 al 1605. Come in Persia, anche qui vi è un superamento dei vecchi rapporti sociali. Come lo Scià di Persia e le monarchie assolute d’Europa, anche Akbar sovrappone ai poteri locali feudali una burocrazia centrale che deve rispondere soltanto al potere regio.

Akbar persegue una grande riforma agraria e perciò ricerca l’appoggio dei contadini: cancellando vecchi diritti feudali aristocratici egli persegue tale riforma che reintegri lo Stato nelle sue proprietà ed il villaggio nei propri diritti. Il disegno di Akbar non giungerà in porto, perché la nobiltà terriera saprà soffiare abilmente sui contrasti etnici fra le popolazioni indù e mussulmane contrastando in tal modo la unificatrice politica dello Stato centrale.

Nonostante ciò, al momento dell’arrivo dei Portoghesi nei porti indiani, l’India è tutt’altro che quel paese povero ed affamato in cui sarà ridotto successivamente dal capitalismo occidentale. La micidiale monocoltura, tipica delle dominazioni coloniali, vi è sconosciuta: agricoltura, artigianato, manifattura, commercio, si equilibrano e si compensano reciprocamente, e le sue esportazioni non si riferiscono solo ai prodotti della terra ma pure a quelli dell’industria, principalmente tessile e del cuoio.

Tutti questi avvenimenti parlano chiaro: la rivoluzione antifeudale non è un fatto esclusivamente europeo, perché essa travalica gli oceani e mette in moto i continenti.

Anche l’Asia è dunque in grande fermento, fino al momento in cui cadrà in una mortifera paralisi a seguito dell’invasione e della conquista brutale dei popoli europei che arriveranno armati di tutto punto, trasportati da potenti navi oceaniche. Vano sarà trovare sicurezza nell’isolazionismo come cercheranno Cina e Giappone.

Il Giappone è un paese arretrato (solo nel secolo XVI vi penetra il ferro e l’acciaio). Il potere centrale è rappresentato dagli shogun che, dopo lotte durissime, riescono a piegare i signorotti feudali (i daimio). Le riforme centralizzatrici vengono attuate lungo il XVI secolo dai shogunati di Nobunaga, Hideyoschi. Soprattutto con Yeyasu (1542-1616) si ha la trasformazione del potere imperiale in monarchia assoluta, riducendo i daimio al rango di cortigiani.

Dalla religione cattolica importata dai missionari cristiani arriva un aiuto ai riformatori antifeudali per combattere il clero buddista che appoggia il vecchio regime. Gli shogun favoriscono addirittura le conversioni al cattolicesimo, fino al momento in cui diventa chiaro che i portoghesi si nascondono dietro la bandiera cristiana all’unico scopo di conquistare il paese. Per tal motivo, i successori di Yeyasu chiudono, nel 1638, il Giappone agli stranieri e bandiscono il cattolicesimo. Passeranno due secoli prima che le cannoniere dell’americano Perry pongano fine all’isolazionismo giapponese.

Ormai, ai pirateschi sistemi del capitalismo europeo dovranno cedere non solo gli Stati di recente formazione, ma anche l’antico impero cinese.

 

f) Ripiegamento del capitalismo asiatico.

Non deve sembrare strano che in uno studio che riguarda l’evoluzione storica cinese si dia grande spazio ad avvenimenti che si sviluppano in altre parti del mondo. Questo per il semplice motivo che ogni accadimento storico è sempre condizionato dal più generale sviluppo della situazione mondiale.

Non si potrebbero comprendere le cause del ritardo della rivoluzione borghese in Cina se non si tenessero presenti i complessi rapporti dell’evoluzione cinese con quella del capitalismo mondiale, perlomeno a partire dal tempo dei Ming, che è la dinastia regnante al momento dell’arrivo degli occidentali.

Si vedrà ora di completare il quadro, pur con veloci pennellate.

Testimone della grandezza della Cina fu Marco Polo che visse in quel paese dal 1275 al 1291, cioè mentre regnava la dinastia mongola degli Yuan. Egli trovò un paese sviluppato con la presenza di un buon numero di manifatture che impiegavano operai salariati: segno di una iniziale forma capitalistica. Accanto a questo vi è sviluppata una importante classe di commercianti con grandi flotte fluviali e marittime, strumenti di un importante commercio interno ed estero. I banchieri cinesi usano largamente carta moneta, del tutto sconosciuta in occidente. Vanno ricordate le parole di scherno, che Marx scrisse nel Capitale, contro la pretesa superiore ‘civiltà’ occidentale nei confronti della Cina: "Ci si ricorderà che la Cina ed i tavoli si misero a ballare, quando il resto del mondo sembrava ancora fermo, pour encorager les autres".

All’alba del XVI secolo, dunque, i principali Stati d’Europa ed Asia si trovano pressoché sullo stesso piano di sviluppo e, a parte le accidentalità di vario tipo, una tendenza è comune a tutti: quella si sotterrare il feudalesimo. La dialettica storica favorirà chi saprà dare maggiore accelerazione all’accumulazione primitiva del capitale, e questa grande partita si deciderà sul mare, sulle grandi rotte oceaniche che apriranno la strada al mercato mondiale moderno.

I popoli asiatici che si affacciavano sul mare avevano sì tradizioni marinare, ma la loro esperienza era quella di collegare punti diversi all’interno dell’Oceano Indiano, ma si dimostrarono incapaci di costruire rotte che collegassero oceani diversi, quindi rotte oceaniche: vere e proprie arterie del futuro commercio mondiale. Fino a quel momento le grandi vie commerciali Europa-Asia sono soprattutto terrestri, in quanto le vie marittime, del Mediterraneo da una parte e dell’Oceano indiano dall’altra, sono tagliate dalle vie terrestri controllate dai Turchi che impongono al commercio imposte molto gravose.

Occorre trovare una comunicazione diretta fra i continenti e, in questa impresa, l’Asia è assente. In questa conquista si lanciarono con tutte le forze i più grandi Stati europei.

Se le vecchie signorie che stanno uscendo dal feudalesimo sono ancora disposte a sopportare il monopolio commerciale delle repubbliche marinare, i grandi stati nazionali non lo sono più, dato che dispongono di grandi mezzi finanziari per approntare le spedizioni oceaniche. La circumnavigazione dell’Africa (Vasco de Gama, 1497-1498) segna la fine dell’importanza del controllo del Mediterraneo e con questa la fine non solo di Venezia, ma la decadenza irrimediabile di tutta l’Italia. Oltre a ciò segna l’esplosione della dominazione coloniale del Portogallo e la sconfitta dell’Asia. E quando Magellano riesce a trovare il passaggio di Sud-Ovest che collega l’Atlantico con il Pacifico, raggiungendo le Filippine, l’accerchiamento navale dell’Asia è completo.

Ormai, con il periodo 1519-1522, le rotte coloniali occidentali sono segnate.

Grandi colossi statali si fronteggiano, prima che sul terreno militare, su quello economico ed è inevitabile che risulti vincitore chi per primo ha saputo approntare potenti flotte da carico e da combattimento. Che ai portoghesi e spagnoli subentrino successivamente soprattutto gli inglesi, nulla cambia al fatto fondamentale della decadenza delle flotte degli Stati asiatici, e quindi decadenza del loro commercio e, più in generale, del loro sviluppo economico.

Nulla accade a caso nel dominio della storia come in quello della natura. La ragione fondamentale è che la tecnica delle costruzioni navali e l’arte nautica dovevano avere maggiore sviluppo in Occidente per la ragione che la civiltà occidentale sorse sulle rive del Mediterraneo, cioè di un mare interno di facile navigazione. Fin dai tempi più antichi, ogni nazione che si affacciava sul Mediterraneo doveva diventare potenza navale se voleva primeggiare sugli avversari.

A differenza dell’Occidente, gli Stati dell’Asia non hanno mai avuto questo problema. La loro forza doveva essere soprattutto terrestre, per difendersi dalla possibili invasioni. L’Oceano era stato per millenni il loro baluardo. Ma quando l’Oceano fu violato dall’Occidente, essi si trovarono senza difesa.

Il mare ormai domina la terra ed anche i grandi imperi territoriali (la vecchia Cina, come la giovane Persia ed India) dovranno soccombere e da questo momento l’imperialismo bianco riesce a dominare l’Asia dominando gli oceani.

 

III. – Occidente e fine dell’isolazionismo cinese.

a) La situazione in Cina nella prima metà del XVIII secolo.

La storia della Cina è storia di numerose e talvolta grandi rivolte contadine che segnano molto spesso la fine di vecchie e l’ascesa di nuove dinastie imperiali. Per l’ideologia confuciana l’imperatore è il ‘mandato del cielo’, ossia colui che deve vegliare affinché l’ordine armonioso che unisce il cielo e la terra (principalmente il ‘paese del Centro’, Zhongguo, o ‘civiltà del Centro’, Zhonghua, posati sulla testa del drago addormentato) non si spezzi passando attraverso gli uomini. L’ideogramma wang (re) ben rappresenta questo comandamento confuciano.

I segni della decadenza di una dinastia sono dati dalla sua incapacità di provvedere ai bisogni della nazione che sono principalmente quelli della manutenzione degli argini dei grandi fiumi, della costruzione di canali per unire i loro corsi e per irrigare terre colpite dalla siccità e della bonifica di quelle allagate, della costruzione di dighe: insomma, della organizzazione sociale di quei grandi lavori che solo la forza centralizzata dello Stato può mettere in cantiere e portare a termine. Quando questa organizzazione viene a mancare è segno della debolezza e della corruzione della casa imperiale e, dunque, è segno del ‘ritiro del mandato’ che è giunto alla fine e, in questi casi, l’ideologia confuciana non solo comprende la rivolta, ma la esige.

Essa così scoppia e generalmente la sua caratteristica consiste nel ripristinare l’ordine preesistente che non può più essere assicurato dalla vecchia dinastia, ma da una nuova. La forma organizzativa è inizialmente quella della setta segreta molto fiorenti nel XVIII secolo: le principali di queste vogliono combattere i Manciù e la casa imperiale Qing al fine di tornare alla vecchia armonia dei Ming; sono dunque sette reazionarie.

Va sottolineato come l’economia della Cina sia pressoché autosufficiente ed anche quando essa si apre al commercio mondiale, la sua bilancia dei pagamenti rimane in attivo grazie all’esportazione del tè, della seta, delle sue ceramiche e di tanti altri prodotti della terra.

L’attivismo dei paesi occidentali – prima fra tutti l’Inghilterra – viene frenato dal divieto imperiale alla libertà di commercio degli stranieri all’interno del territorio cinese: l’unica ‘porta aperta’ è quella del porto di Canton e le trattative commerciali possono avvenire solamente attraverso il Cohong (‘ditte ufficialmente abilitate’). Vani rimangono i tentativi inglesi per mitigare queste restrizioni. D’altra parte, la Cina non è stata spettatrice indifferente di fronte alla penetrazione inglese in India dove, in difesa della libertà di commercio, la Compagnia delle Indie è stata la punta di lancia della colonizzazione di tutta la penisola indiana. In ogni caso, con la fondazione di Singapore (Sud della Malesia) nel 1819, "l’occidente bussa alla porta" (come scrive Chesnaeaux).

Nel frattempo, in attesa che questa porta si apra definitivamente, sono le merci cinesi che vanno verso l’Inghilterra (il tè ne è diventato bevanda nazionale) mentre quelle inglesi stentano ad entrare nell’immenso mercato, e le poche volte che vi riescono devono pagare una tassa doganale pari al 60/70% del loro valore. I flussi di valore dunque vanno in direzione del cuore della Cina e, per invertirne la tendenza, gli occidentali sfilano le armi della corruzione e sopratutto del commercio illegale dell’oppio che fino a quel momento è permesso esclusivamente per usi medici.

Il commercio dell’oppio dilaga ben presto (verso il 1835 non sono pochi i generali dell’esercito e i funzionari della burocrazia i quali ammettono tranquillamente che il 90% circa dei loro sottoposti fa uso abituale di questa droga); il flusso di valore si inverte così, causando una forte carenza dell’argento, alterando dunque il tasso di cambio fra il tael (punto di riferimento per ogni transazione commerciale interna e uguale a circa 38 grammi di argento), il sapeco (moneta di rame il cui rapporto col tael era 1000/1) o il valore equivalente in riso o granaglie varie: e se il tael si valorizza è evidente che i contadini, la stragrande maggioranza della popolazione che può commerciare solo con sapechi o in natura, cade nella miseria più nera. Ad esempio, nel 1853 il rapporto tael/sapeco sale a 1/2000.

Di fronte al dilagare del traffico dell’oppio e della inevitabile caduta delle capacità produttive dei suoi consumatori, nel 1839 l’imperatore cinese promulga un decreto dove si parla di pene molto severe (in alcuni casi anche la morte) non solo per chi traffica ma anche per chi consuma l’oppio.

b) Le guerre dell’oppio

Se in un primo momento gli inglesi sono costretti a sopportare a denti stretti questa limitazione al loro libero commercio, l’ulteriore decisione di chiudere il porto di Canton al commercio estero causa l’inizio di tutta una serie di spedizioni militari da parte inglese dapprima al Sud e poi alle foci dello Yangze. Il casus belli è dato dal sequestro da parte cinese di un grande carico di oppio e immediatamente e pubblicamente distrutto: per l’Inghilterra, la motivazione di veder calpestato il ‘sacro principio della proprietà’, è ragione più che sufficiente per dichiarare guerra alla Cina (1839-1842: prima guerra dell’oppio) che vedrà sconfitte le proprie forze imperiali e costretta a sottoscrivere il Trattato di Nanchino che, oltre alla perdita di Canton, concede delle basi lungo la costa: Amoy, le isole Zhoushan, la baia di Hangzhou, Shanghai, Zhenjiang.

Il prestigio dei Manciù precipitò ulteriormente con la decisione dei mercanti cinesi di ‘ricomprare’ Canton agli inglesi: visto che con questi ultimi si apprestavano a concludere buoni affari, meglio pagare 6 milioni di dollari che difendere la città con le armi.

Nel 1843 e 1844 vennero stipulati nuovi trattati con Francia e Stati Uniti (pure un ‘trattato supplementare’ a quello dell’anno precedente con l’Inghilterra). Viene sancita la politica della ‘porta aperta’: i porti di Canton, Shanghai, Ningbo, Amoy, Fuhzu, permetteranno il libero accesso alle navi straniere. La Cina dovrà pagare all’Inghilterra complessivamente 21 milioni di dollari ed abbassare i diritti doganali dal 60/70% al 5%. Posto fine al sistema del cohong, gli stranieri possono commerciare liberamente, comprare terreni e beneficiare della extraterritorialità: in pratica, nessun delitto commesso da uno straniero in questi porti aperti può essere giudicato da autorità cinesi. Ben presto, dal diritto di comprare liberamente dei terreni e costruirvi le proprie residenze, si passò di fatto alla concessione: vale a dire, un territorio con potere autonomo da quello cinese, con una propria amministrazione ed un proprio corpo di difesa armata.

L’imposizione della ‘porta aperta’, se da una parte aumenta il commercio di tè e seta con l’entroterra di Shanghai, porta ad una grave caduta delle esportazioni dal Guandong; molte filande e setifici sono costrette a chiudere e verso il 1850 già si vedono gli indizi di una prossima grave disoccupazione: si stanno così preparando i soldati delle future rivolte.

L’oppio dell’India ed il cannone inglese avevano dunque aperto i porti cinesi, ma ciò non era sufficiente per soddisfare la fame del Capitale delle metropoli. Il libero ingresso nei porti, l’extraterritorialità, le concessioni erano ben poca cosa di fronte alla possibilità di entrare liberamente nelle città, alla possibilità di risalire i grandi fiumi e canali che portavano al cuore della Cina. Bisognava rivedere i vecchi trattati del 1842-’44, trovare una causa che permettesse di imporre alla Cina condizioni di maggior favore al commercio della borghesia occidentale.

Ancora una volta si presentò ben presto e l’‘incidente dell’Arrow’ permise alla Inghilterra di scatenare la seconda guerra dell’oppio (1858-‘60). Accusando la polizia cinese di essere salita sulla nave battente bandiera inglese per arrestare dei marinai cinesi, e pur ricevendo dettagliata risposta dal governatore di Canton sul fatto che l’imbarcazione era cinese, che sul suo pennone non vi era alcuna bandiera inglese (in quanto il contratto d’uso della bandiera era scaduto da giorni e quindi non poteva godere della extraterritorialità), gli inglesi non vollero sentire ragioni: dopo il rifiuto del governatore Ye di ricevere una delegazione straniera nel suo palazzo di rappresentanza – nel centro della città, dunque entrando ufficialmente, addirittura su invito, in territorio cinese –, le navi di sua maestà si apprestarono a lavare immediatamente l’‘offesa’ a suon di cannonate.

Canton subì un pesante bombardamento e la città cadde nel ’58. Al Nord, truppe congiunte franco-inglesi occupano e saccheggiano Pechino, costringendo la Cina a firmare i nuovi Trattati di Tientsin (1858) e Pechino (1860) – ben peggiorativi di quelli del ’42 – che permettono agli occidentali di aprire undici nuovi porti, di navigare su acque interne, di circolare all’interno dei territori cinesi con le proprie merci, di acquistare quanta terra volessero. Oltre a ciò, la Cina dovette pagare delle indennità di guerra a Francia ed Inghilterra pari a 8 milioni di tael ciascuna, per un totale di 608 tonnellate d’argento.

A completare il quadro, approfittando della crisi, la Russia occupò vasti territori a Nord e con il Trattato di Pechino (novembre 1860) diventano propri i territori a Nord dell’Amur e ad Est dell’Ussuri.

In questo modo, il gigante cinese subisce un pesante colpo sia economico che politico.

La crisi economica e sociale – dunque quella politica – diventa irreversibile, ridando vitalità a quello che ha sempre caratterizzato la storia della Cina: le sue rivolte agrarie.

c) Il movimento dei Taiping.

La rivolta dei Taiping (la Grande Pace), nasce nel Guanxi (1847) contro le sempre più miserabili condizioni di vita causate dalle continue tasse imposte dalla casa imperiale Manciù. In origine si trattava di una piccola setta di neo-cristiani – gli ‘adoratori di Dio’ – che si trasformò ad un certo punto in un vero e proprio movimento rivoluzionario di vaste proporzioni. Guidato inizialmente da Hong Xiu-quan e, dopo una fase di crisi interna, con più vigore da Li Xiu-cheng, esso dilagò in gran parte della Cina meridionale, dando vita al Taiping Tianguo (il Regno Celeste della Grande Pace) con capitale Nanchino e facendo di Hong, copiando le vecchie tradizioni del passato, il nuovo imperatore.

Il testo del 1958 a cui facciamo riferimento, accenna al comunismo agrario dei Taiping. Vale la pena leggere queste poche righe da un loro proclama del 1853: "Tutte le terre che si estendono sotto il Cielo saranno coltivate insieme dagli uomini che vivono sotto il Cielo. Se in un luogo la produzione risulta insufficiente, andate in un’altra località, dove sarà più abbondante. Tutta la terra sotto il cielo deve essere liberamente accessibile sia in tempi di abbondanza sia in tempi di carestia. Se vi è carestia in una zona, portate colà il sovrappiù di una zona dove regna l’abbondanza, in modo da nutrire gli affamati. In questo modo gli uomini sotto il Cielo godranno tutti della grande felicità elargita dal Padre Celeste, Signore supremo e Dio Augusto. La terra sarà affittata da tutti, il riso sarà mangiato da tutti, gli abiti saranno portati da tutti, il denaro sarà speso da tutti. Non vi sarà disuguaglianza e nessuno resterà senza cibo o senza mezzi per ripararsi dal freddo". Ora si osservi che, sostituendo "affittata da tutti" con "libero accesso a quanti potranno lavorarla" e considerando che l’affermazione "il denaro sarà speso da tutti" deve leggersi con "ognuno avrà del denaro, ovvero la possibilità di accedere a quanto gli abbisogna" (al pari dei ‘buoni di consumo’), con i Taiping si può parlare del programma del comunismo nella sua fase ‘inferiore’, formulato sì con linguaggio ingenuo ed immaginifico, ma pur sempre anticipatore di scientifiche formulazioni future.

Chu Teh, uno dei fondatori dell’Armata Rossa cinese, racconta (ne La lunga marcia) che conquistate Tungtze e Kweichow, uno dei più famosi generali del movimento, Shih Da-kai, annunciò immediatamente che la terra sarebbe stata divisa tra coloro che la lavoravano e che non sarebbe più appartenuta ai ‘padroni cuor-di-tigre’. Questo è indubbiamente il principio di una radicale riforma agraria, possibile unicamente grazie ad un grande movimento rivoluzionario, ed è sicuramente da intellettuali pedanti voler spulciare i discorsi dei Taiping. La cosa fondamentale in ogni caso è che questo moto rivoluzionario può essere paragonato alla guerra dei contadini in Germania che già nel 1525, con Münzer alla guida, mostra il movimento del comunismo nel sottosuolo di una rivoluzione borghese che lentamente sta avvolgendo tutta l’Europa.

Oltre all’avvio della riforma agraria (che in ogni caso vide sì l’esproprio di tanti proprietari fondiari, ma non arrivò all’effettivo generalizzarsi della distribuzione ai contadini che la lavoravano, a causa dell’immaturità del movimento stesso), i Taiping proibirono l’uso dell’oppio, del vino e del tabacco; abolirono l’usanza di fasciare i piedi alle bambine; vietando i matrimoni imposti, permisero alle donne di sposarsi liberamente ed alle vedove di risposarsi; diedero alle donne parità assoluta agli esami di Stato e nell’esercito, dove, pur inquadrate in battaglioni femminili, avevano gli stessi doveri e diritti di qualsiasi soldato.

Nulla da meravigliarsi se le potenze imperialistiche presenti in Cina – dopo un primo momento di ‘equidistanza’ tanto dal movimento quanto dalla casa imperiale – provassero orrore, al pari dei dominanti Manciù, per le ‘blasfemità’ dei Taiping e dunque collaborassero per distruggere questa pericolosa ondata di sovversione nei confronti dei ‘valori civili e cristiani’. Il colmo dell’ironia si raggiunge quando si osserva che molti fra i Taiping, soprattutto fra i suoi dirigenti, erano cristiani, un tempo conquistati dalla propaganda dei cattolici contro i ‘pagani’; questi nuovi cristiani, più che dalle istituzioni europee del cristianesimo, erano stati conquistati dalle affermazioni sulla ‘uguaglianza e fratellanza in Cristo’ e quindi disposti ad abbandonare ogni idea confuciana sull’accettazione dello status quo imperiale. Il loro Taiping Tianguo poteva allora somigliare ad una specie di regno del ‘cristianesimo delle origini’, e quel che è peggio, poggiante su un comunismo pur ingenuo ma sempre minante le solide basi del ‘celeste impero’ che, ridotto sempre più a pezza da piedi del capitalismo mondiale, si presentava come l’unico garante degli interessi delle potenze occidentali e, per estensione, di santa madre chiesa (protestante o cattolica che fosse) che non esitava a benedire le truppe dei ‘pagani’ imperiali affinché sterminassero questi sovversivi che volevano ingenuamente far propri certi originari principi del cristianesimo.

Nel 1864, l’ultimo esercito dei Taiping viene sconfitto e solo pochi fra i suoi componenti riusciranno a sopravvivere al massacro. Hong Xiu-quan, Li Xiu-cheng, Shih Da-kai, al pari di personaggi leggendari, si fisseranno in ogni caso nella memoria di vasti strati delle masse popolari cinesi.

Nel 1866, l’unico inglese – A.L. Lindley – a far parte del movimento e mandato in Inghilterra dallo stesso Li Xiu-cheng prima della fine, pubblicò due volumi a Londra in difesa del movimento dei Taiping, accusando i paesi occidentali del "più nero tradimento verso la loro fede" augurandosi "che l’Inghilterra non dovesse mai essere chiamata a rispondere del delitto di aver soffocato il primo movimento cristiano dell’Asia moderna". Bisogna dire che, nonostante le buone intenzioni e l’indubbia utilità della denuncia di Lindley, ancora una volta viene scambiato quanto un movimento dice di se stesso con la sua reale natura.

Indubbiamente molto più preciso il giudizio storico e politico di Chu Teh quando afferma che quel movimento non fu una ribellione ma un autentico moto rivoluzionario che "aveva costituito la punta più avanzata della prima rivoluzione borghese della Cina": mostrando – aggiungiamo – che, a differenza del futuro movimento dei boxers, questo indicò pure degli elementi del futuro programma del comunismo.

In quel periodo storico, accanto al movimento dei Taiping, si svilupparono altre rivolte minori, la più importante delle quali fu quella dei Nian (1853-‘68), guidati da Zhang Lou-xing. Diversamente dai Taiping, il loro movimento aveva carattere esclusivamente nazionalistico di lotta contro i Manciù per ripristinare il dominio dell’originario ceppo etnico cinese: quello degli han. Presenti nella zona centro-orientale del paese, a Nord dello Yangze, la loro forza militare era data soprattutto da una imponente cavalleria, forte di circa 20.000 unità, che dava loro il vantaggio di una grande mobilità sulle forze militari imperiali. Per un periodo collaborarono militarmente con quanto restava del movimento dei Taiping, fino a che anche per essi non arrivò la disfatta totale.

d) Restaurazione dell’ordine imperiale.

L’approssimarsi della disfatta dell’insurrezione dei Taiping – la cui repressione costò al governo 250/300 milioni di tael (9.500/10.400 tonnellate d’argento) – vede il cambio della linea politica da parte delle potenze occidentali: se inizialmente avevano assunto una equidistante posizione attendista, dopo il Trattato di Pechino (ottobre 1860) essi trovano vantaggioso appoggiare la casa imperiale manciù, il cui compito è quello di portare l’ordine all’interno ed il rafforzamento del prestigio cinese all’esterno.

Con la fine dei Taiping e con l’appoggio degli stranieri, si aprirà l’era, a detta degli stessi letterati del tempo, della ‘restaurazione’ (zhongxing): periodo che solo provvisoriamente arresta il declino totale della dinastia, o la ‘fine del suo mandato’. Se la sconfitta del ‘partito nazionalista’, interno al governo, e la vittoria dei ‘moderati’ concede alla casa imperiale la possibilità di difendere il proprio potere annientando tutte le rivolte popolari e contadine al momento presenti, nello stesso tempo non solo cresce la penetrazione dei ‘barbari’ all’interno del suolo cinese, ma la stessa costituzione delle nuove armate – per le quali deve aumentare la già pesante tassazione – vede i soldati legati più al comandante locale che al governo centrale: Pechino risulta troppo lontana per comprendere la realtà dei territori nei quali scoppiano le rivolte contadine ed il soldato espulso dalla terra, vive se vive l’armata, non il governo centrale. L’iniziale elemento di forza in questo processo di restaurazione contiene in sé l’elemento della propria disgregazione.

Con la restaurazione si assiste all’aumento della concentrazione della proprietà fondiaria. I Taiping avevano distrutto gran parte della documentazione che attestava la proprietà: una volta sconfitti i rivoltosi, i vecchi proprietari, morti o impossibilitati a dimostrare il loro possesso reale ed avendo perduto ogni bene mobile, non potevano impedire che le loro terre fossero facilmente acquistate da nuovi notabili o da militaristi che avevano fatto fortuna con la guerra.

La restaurazione non impediva certo il dilagare della corruzione: i funzionari pensavano prima di tutto al loro personale tornaconto e, fra le altre cose, una delle funzioni primarie del potere centrale e locale (la cura degli argini dei fiumi e dei canali, nonché la corretta irrigazione delle campagne) viene così a cadere. Ad esempio: dal 1876 al 1879 quattro grandi inondazioni provocarono una carestia che causò circa 15 milioni di morti.

In questa situazione di lenta agonia non è possibile al potere centrale avviare una azione politica che permetta una decisa accumulazione originaria del capitale autoctono e favorisce altresì la penetrazione dell’imperialismo che mina ulteriormente le ormai residue forze dell’economia tradizionale cinese.

Con la Convenzione di Chifu (1876) fra Cina e Gran Bretagna, i ‘porti aperti’ sono ormai 20; sette di questi diventano ‘concessioni’ britanniche, le maggiori delle quali sono a Canton ed a Tientsin: tali concessioni diventano di fatto territori sottoposti al dominio ed alla legislazione (con propri corpi di polizia) della corona inglese. Le dogane marittime sono ormai controllate quasi completamente dall’imperialismo: le sue merci arrivano a pagare meno del 5%. Alle merci cinesi è riservato un trattamento singolare: o si pagherà per il trasporto sulle navi straniere o si pagheranno diritti doganali ben salati per attraversare i porti ‘aperti’ per gli stranieri, ma ‘ben chiusi’ per i cinesi.

Per placare i venti di ribellione che serpeggiano fra la popolazione, viene instaurata la ‘politica delle cannoniere’: di tanto in tanto, Francia ed Inghilterra svolgono lungo i grandi fiumi delle manovre navali il cui scopo è impressionare sempre più le popolazioni locali e dissuaderle da ogni tentativo di ribellione.

Ulteriore malcontento della popolazione cinese verso la casa imperiale è data dalla perdita della propria influenza sulla Corea, sul Vietnam e sulle isole Ryukiu: ‘Stati cuscinetto’, tributari verso la Cina. Nel 1875 il Giappone (che ha avviato il processo della sua modernizzazione definitiva col 1868) annette queste isole. La Corea deve cedere tre porti ‘aperti’ sempre al Giappone nel 1876. A sud delle regioni dello Yunnan e del Guanxi, il Vietnam cade sotto le mire della Francia che vuole il controllo del Golfo del Tonchino.

Sollecitata dalle pressioni interne, la Cina, nonostante da tempo abbia avviato una politica di ‘buona convivenza’ con le potenze straniere, non può evitare la guerra (agosto 1884-‘85) con la Francia e ne esce sconfitta. La vittoria di quest’ultima produce risultati limitati: col Trattato di Tientsin (primavera 1885), la Cina perde la sua influenza sul Vietnam che diventa protettorato francese, non deve pagare alcuna indennità di guerra e, per tal motivo, pur se deve firmare una clausola dove si sottoscrive l’impegno a rivolgersi all’industria francese in caso di necessità di costruzioni ferroviarie, esso viene propagandato dal governo cinese come una vittoria. Ma al di là del fumo sugli occhi, questa sconfitta è vissuta dalle nuove forze sociali come un’umiliazione e scuote definitivamente la credibilità sul ‘mandato’ della casa imperiale e monta sempre più l’odio verso gli occidentali.

Molto significativo a questo punto diventa l’episodio (primi mesi 1885) della nave da guerra francese La Galissoniére: subita un’avaria, essa ha bisogno di attraccare nel porto di Hong Kong (la città è, già da tempo, pienamente una colonia inglese) per i necessari lavori di manutenzione. I portuali e gli operai cinesi si rifiutano di portare soccorso alla nave francese e bloccano l’attività portuale con uno sciopero di tale compattezza che le stesse autorità inglesi si vedono costrette ad obbligare la nave a lasciare il porto e navigare fino al Giappone per le necessarie riparazioni. Abbiamo qui, dunque, la prima significativa comparsa del proletariato.

La fiducia nel mandato imperiale crolla progressivamente di fronte alle continue trasformazioni dell’economia cinese.

Nella seconda metà del XIX secolo, l’agricoltura subisce una profonda trasformazione: da agricoltura di sussistenza (per gli immediati bisogni della famiglia o della comunità) essa si trasforma in agricoltura per il commercio.

Lo stesso artigianato perde le proprie caratteristiche per diventare produzione commerciale e quindi deve specializzarsi su determinati settori (es.: ceramica ). La produzione tessile artigianale deve confrontarsi con i concorrenziali prezzi delle merci occidentali e, commercializzandosi, vede la sparizione della produzione tessile familiare, quindi della separazione fra produzione agricola e produzione di filati e stoffe che servono al fabbisogno familiare e locale. L’apertura del Canale di Suez, nel 1869, darà gradualmente il colpo di grazia a questo vecchio modo di produrre.

Il sempre maggiore processo di penetrazione del capitale occidentale porta alla formazione di uno strato sociale di cinesi che si arricchiscono favorendo tale penetrazione: i ‘compradores’. Questi sono per lo più grandi proprietari fondiari, o mandarini della burocrazia che, accumulate grandi quantità di denaro, le investono nelle industrie, nelle banche, nelle compagnie di assicurazioni, messe in piedi dagli occidentali lungo le coste. È evidente che questi compradores perderebbero tutto da una lotta vittoriosa contro i paesi industrializzati e quindi essi devono per forza porsi contro una rivoluzione che metta in pericolo lo status quo presente.

e) Iniziale sviluppo del capitalismo in Cina.

Quanto detto fino a questo punto, a proposito della ‘restaurazione" – ovvero della decadenza finale della dinastia Qing – non deve portare a concludere che non vi sia in atto un ‘processo di modernizzazione’ dovuto a forze interne: del resto, impossibile da contenere al di sotto di un certo livello (nonostante certe forze sociali che si basano su reazionarie letture dell’ideologia confuciana a proposito della necessità di non disturbare il drago su cui poggia la terra). La Cina ormai non è più – e non può più esserlo – un paese che vive sulla base delle sue sole forze interne: non lo è mai stato completamente e, arrivati alle soglie del XX secolo, quando il Capitale sta definitivamente completando la griglia del mercato mondiale, lo può essere ancora meno.

È così che si assiste ad un iniziale sviluppo della siderurgia, della meccanica, che originariamente hanno lo scopo di rallentare, e fermare successivamente, la penetrazione della influenza degli stranieri sulla Cina: la preminenza va data quindi allo sviluppo dell’industria degli armamenti, di una marina mercantile, industria mineraria, tessile, delle comunicazioni. In ciò si mostra particolarmente attiva la burocrazia statale che, in ogni caso, entra in contraddizione con quella regionale: si pensi all’industria degli armamenti che vede interessato il potere centrale – che quindi aiuta finanziariamente quello locale – il quale a sua volta, spinto dai militaristi del posto, è portato a considerare propria la struttura produttiva nata da questi finanziamenti. In tale processo di sviluppo economico si fa sempre più sentire la partecipazione di un nascente capitale privato cinese.

Tutto questo movimento porta, a partire dai primi anni ’80, all’apertura di scuole superiori di carattere linguistico e tecnico, perché lo sviluppo delle forze produttive di tipo nuovo hanno bisogno di una forza-lavoro che vi si adegui. A spese dello Stato vengono inviati in America ed Europa dei giovani in grado di studiare ed apprendere le conoscenze occidentali che dovranno poi riversarsi sulle necessità industriali e militari cinesi.

Giunti a questo punto, è utile riprendere una domanda che il lavoro di Chesnaux e della Bastid pongono: dato il processo di modernizzazione che sta avvenendo in Cina nell’ultimo quarto del XIX secolo, è giusto parlare di apparizione di un capitalismo nazionale, una forma cioè di sviluppo economico moderno, che ponga il problema di una propria indipendenza dagli interessi stranieri ed in opposizione a questi?

Alla domanda si deve rispondere positivamente dato che questo processo di ammodernamento implica la progressiva formazione di un proletariato moderno e, con questo, comincia a formarsi la nuova classe borghese i cui componenti inizialmente sono difficilmente distinguibili dagli appartenenti all’apparato burocratico statale, centrale o locale che sia.

Lo sforzo di produrre un ammodernamento dell’intera società cinese, con lo sviluppo di una industria di tipo occidentale, non impedisce in ogni caso, che le potenze imperialiste stringano sempre più velocemente la Cina in una morsa territoriale. La sconfitta cinese nella guerra con la Francia, pur con i suoi effetti limitati, acuisce l’appetito dell’Occidente: A Nord, passo passo la Russia ha occupato tutta la Siberia e, verso la fine del secolo, l’Inghilterra annette la Birmania, la Francia il Laos.

La presenza dell’imperialismo non è comunque pesante solo nelle zone costiere della Cina: essa si mostra distruttiva pure all’interno grazie alla potenza delle sue merci che ne rendono costantemente passiva la bilancia commerciale. Al seguito delle merci, si assiste pure ad una penetrazione ‘culturale’ (con le missioni protestanti e cattoliche) che viene vissuta da grandissima parte della popolazione locale come un arrogante tentativo di mostrare la propria superiorità morale e culturale. Ciò non può che dar avvio ad un sempre più diffuso odio verso gli stranieri.

Se lo sviluppo della storia cinese degli ultimi sessanta anni mostra l’irreversibile declino del Celeste impero, il colpo di grazia arriva con la guerra contro il Giappone (agosto 1894-marzo 1895). Con il Trattato di Shimonoseki (30 marzo), la Cina cede al Giappone il controllo sulla Corea, sulla vicina penisola Liaodong e su Taiwan. Oltre a questo essa dovrà pagare nell’arco di 8 anni una indennità di guerra di 200 milioni di tael. È utile qui aprire una breve parentesi per capire di cosa si sta parlando: 200 milioni di tael, ovvero 7.600 tonnellate di argento in 8 anni, danno 950 tonn./anno; se si considera che la produzione mondiale d’argento, negli anni ’90 del XX secolo (un secolo dopo!), si aggira intorno alle 13.800 tonn./anno, abbiamo chiaramente la misura della spoliazione della Cina.

A peggiorare la situazione, nel luglio dello stesso anno arriva un primo ‘aiuto’ al governo cinese, da parte di un consorzio franco-russo di banche, nella forma di un prestito di 100 milioni di tael al tasso di acquisto del 5,875 (Chesneaux, I, p. 68; qui probabilmente c’è una inversione di termini quando si parla di tasso di acquisto del 94,125: chiedo 100 ed ottendo 94,125 perché pago immediatamente il prezzo di acquisto di 5,875) ed al tasso di interesse del 4% annuo. Un secondo ‘aiuto’ arriva nel febbraio 1897 da un consorzio di banche anglo-tedesco, con un secondo prestito di 100 milioni tael: il tasso di prestito viene fissato al 6% (Chesneaux, I, p. 70; come sopra) e l’interesse portato al 5% annuo. E, a dimostrazione del fatto che spesso la generosità uccide più della spada, il debito non potrà essere estinto prima di 36 anni, per un valore complessivo dato da C*(1+5/100)36=579,18 milioni di tael. Se a questi si aggiungono i 6 milioni del prezzo di prestito, il rapporto complessivo prestito/saldo diventa 1/5,58.

A nulla servirà il movimento riformatore che fa capo a Kang You-wei che si rivolge ad una borghesia prodotta dal nuovo movimento economico, ma che non si è ancora liberata dalla commistione con il vecchio apparato burocratico dei mandarini.

Criticando una lettura ‘immobilista’ del pensiero confuciano, egli scrive che il vero confucianesimo parla delle ‘tre età’ della storia umana: 1) del ‘disordine’, 2) della ‘pace ascendente’ caratterizzata dalla ‘tranquillità imperfetta’, 3) della ‘pace estrema’ (taiping) durante la quale si realizza la ‘grande unità’ (datong). In quest’ultima età, scompaiono le disuguaglianze, non vi è più bisogno dello Stato e gli uomini vivono in comunità totalmente armoniose.

La discussione sulle riforme da apportare allo Stato coinvolge tutta la burocrazia centrale e la stessa casa imperiale. Nel giugno 1898, con il consenso dell’imperatore, parte il tentativo riformista – detto dei ‘Cento Giorni’ – di Kang. Tale tentativo fallirà per le resistenze conservatrici interne alla casa imperiale e all’esercito. In ogni caso esso non poteva che fallire, perché si appoggiava esclusivamente su una concezione ‘costituzionalista’ dell’impero e su una borghesia debole e paurosa di fronte ai suoi stessi compiti storici: per tal motivo non chiamava – e non poteva farlo – a supporto le masse contadine.

Quando si comprenderà che nessun movimento riformatore sarà possibile senza por mano alla soluzione del problema agrario – vale a dire della fame di terra dei contadini – allora si comprenderà pure che non sarà possibile alcuna soluzione riformistica perché, giunti ormai a tale situazione di degrado sociale e politico, il drago comincia a svegliarsi ed a scuotere la testa ed il superamento dei problemi delle masse cinesi potrà essere posto solo a partire da una enorme esplosione rivoluzionaria.

 

f) La rivolta dei boxers.

Dalla fine del movimento dei Taiping, passano 35 anni prima che una nuova grande rivolta possa scuotere le fondamenta del colosso cinese.

La sconfitta cinese nella guerra contro il Giappone, conclusasi col Trattato di Shimonoseki – che imponeva alla Cina di accettare la costruzione di impianti industriali di proprietà straniera su tutto il proprio territorio – fu la scossa per un’ondata di odio contro tutti gli stranieri presenti su tutto il paese. Paradossalmente, Sun Yat-sen, il futuro ‘primo presidente’ della Repubblica nata dalla ‘rivoluzione’ del 1911, fu portato a leggere positivamente la vittoria del Giappone, sottolineando il fatto che una nazione asiatica si era levata al livello di potenza che poteva tener testa ai paesi occidentali e mettendo così in secondo piano il fatto che questa potenza ‘asiatica’ stava calpestando, al pari degli altri, la sua.

In una situazione in cui la Cina si vede spogliata di una grande parte del suo argento (a causa delle indennità di guerra e dei prestiti) diventa facilmente comprensibile che l’argento ‘rimasto’ si valorizzi, quindi si valorizzi il tael, che è il riferimento per il valore del sapeco (la moneta usualmente circolante): ciò significa che, se negli anni ’40 il rapporto tael/sapeco era di 1/1000 e negli anni ’50 esso è passato a circa 1/2000, ora la grande massa povera della popolazione può sperare solo di ‘morire velocemente’. Non è un caso che, in una tale situazione, le società segrete ed i movimenti di rivolta si sviluppino sempre più.

È in tale contesto economico e sociale che comincia a circolare il nome di una vecchia società segreta: I Ho Chuan (Pugni di giustizia e concordia), che gli stranieri chiamavano Boxers. La loro organizzazione è basata su gruppi di una decina di uomini (compagnie), raggruppate in brigate (dieci compagnie ciascuna); l’ordine è ferreo ed il reclutamento avviene attraverso la disciplina della boxe (nel senso lato di ‘combattimento a mani nude’); l’ubbidienza è assoluta nei confronti del capo (tan).

Il movimento comincia a svilupparsi nelle province centro-orientali dello Shandong, Jiangsu, Anhui, Henan, a partire dal 1898. Se la massa delle adesioni è data principalmente da contadini senza terra, ad esso aderiscono pure elementi dei più diversi strati sociali: artigiani in rovina, piccoli bottegai, soldati, monaci, maestri con i loro scolari. Bisogna dire che se la disciplina fra i boxers è ferrea, ciò non deve portare automaticamente a credere su una unitarietà programmatica che non esiste. Se infatti una parte del movimento evidenzia il proprio carattere sì xenofobo ma allo stesso tempo anti-manciù, vagheggiando un impossibile ritorno all’epoca Ming, un’altra parte si caratterizza esclusivamente per l’odio verso tutto ciò che non è cinese e si compendia nella paola d’ordine "fu Qing mie yang" ("appoggio ai Qing, morte agli stranieri"). È questa contraddizione – che in certi momenti ha portato a scontri violenti fra diversi gruppi – a permettere che possano aderire al movimento pure dei notabili con tutta la loro famiglia e, quando esso sembra diventare imponente, ricevere l’appoggio anche di parte della Corte imperiale.

Nella primavera del 1900, la rivolta si sposta a Nord, riuscendo a tener testa alle truppe imperiali, e Pechino diventa il centro della lotta. Il movimento dei boxers si estende fino alla Mongolia interna e verso il Nord-Est; per ‘simpatia’ entrano in azione tutte le società segrete della Valle dello Yangze e nel sud ripartono nelle campagne gli scontri con i proprietari fondiari. "Tutto il paese è in ebollizione" (Chesneaux).

Nella loro provocata furia xenofoba, i boxers uccidono dei cristiani e bruciano le loro chiese: pretesto subito raccolto dagli inglesi per marciare verso Pechino con la scusa di dover difendere le rappresentanze straniere non sufficientemente protette dal governo. Nonostante tutte le rassicurazioni da parte di quest’ultimo, gli inglesi continuano ad avanzare distruggendo, al loro passaggio, dei forti cinesi ed incentivando in tal modo l’odio popolare. La casa imperiale è costretta a questo punto, con un editto (21 giugno 1901) della principessa reggente Ci-xi, a dichiarare guerra alle potenze occidentali: dichiarazione che rimane pressoché sulla carta in quanto gli interessi di molti governatori locali erano strettamente legati a quelli degli stranieri: comunque essa si conclude ben presto, quando il contingente internazionale composto da 16.000 soldati entra a Pechino meno di due mesi dopo, il 14 agosto.

La fine del movimento dei boxers avviene attraverso veri e propri massacri. A Pechino migliaia di uomini vengono passati per le armi; nelle campagne, interi villaggi vengono bruciati ed uccisi i loro abitanti. In Manciuria, dove i Russi collaborano a questa ‘pacificazione’, migliaia di cinesi, non importa di quale età e sesso, vengono uccisi e gettati nel fiume Heilongjiang.

Il movimento dei boxers viene distrutto, ma di esso si può dire che, se non ha un programma di carattere sociale che possa essere accostato a quello dei taiping e se si dichiara contro la modernizzazione, richiamandosi alle tradizioni antiche, non va disconosciuto che i boxers a) sostanzialmente essi sono contrari solo a ‘quella modernizzazione’ che pone la Cina ai piedi delle potenze straniere (infatti non manifestano mai avversione verso le attività economiche saldamente in mano ai cinesi) e b) sono espressione del primo grande movimento contro il colonialismo del XX secolo. Giustamente, scrive il Chesneaux: "Manifestano la esistenza e la forza del nazionalismo popolare cinese, dinanzi al quale le potenze occidentali rinunciano ormai al progetto di una spartizione territoriale della Cina".

Il 7 settembre 1901 la casa imperiale sottoscrive un protocollo dove cede interamente il controllo delle dogane alle forze straniere; accetta che il quartiere delle legazioni sia ampliato e vietato a qualsiasi cinese di abitarvi. Oltre a ciò si impegna a versare agli stranieri, nell’arco di trentanove anni, una somma che alla fine sarà pari a 980 milioni di tael (37.240 tonn. d’argento: un cubo di 15,5 metri di lato!).

Nonostante tutti i tentativi di riformare il proprio regno e di ricrearne la credibilità, il ‘mandato del cielo’ risulta ormai scaduto: non solo per le masse popolari, ma anche per i rappresentanti delle istituzioni locali. La Cina è ormai diventata, per le potenze capitalistiche del mondo intero, una miniera a cielo aperto e per la dinastia Qing le ore sono ormai contate!

Non solo. Non si tratta ora, all’inizio del XX secolo, di procedere ad un cambio di dinastia imperiale: il problema adesso è quello di una profonda rivoluzione – la rivoluzione borghese democratica – che permetta a questo immenso paese di liberarsi dall’ormai decrepito guscio che lo imprigiona in un morente feudalesimo di Stato, per inserirsi a pieno titolo nella rete della produzione e della distribuzione mondiale di plusvalore.

 

g) Marx-Engels e la penetrazione occidentale in Cina.

Ricordiamo ancora Marx quando scrive che "la Cina ed i tavoli si misero a ballare, quando il resto del mondo sembrava ancora fermo"; "per incoraggiare gli altri", aggiunge. E, all’alba del XVI secolo, gli europei il coraggio lo trovano.

Scrive Marx nel Capitale (I, 24.3): "La scoperta delle terre aurifere ed argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista ed il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terraqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra, e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina, ecc.".

Queste hanno lo scopo di imporre ai cinesi il consumo della droga prodotta in India, sotto la colonizzazione inglese e raggiungere così un doppio obbiettivo: a) rendere schiavi della droga le forze produttive cinesi e b) invertire il flusso dell’argento che, durante il primo terzo del XIX secolo, gli scambi commerciali vedevano favorita la Cina. Dopo la prima guerra dell’oppio, il flusso si invertirà e il Celeste Impero comincerà a vivere la sua lenta agonia. "Si direbbe – osserva Marx – che la storia dovesse ubriacare tutto un popolo prima di poterlo riscuotere da un abbrutimento millenario".

Come abbiamo detto in precedenza, con il cannone prima e l’oppio poi, entrarono via via nel territorio cinese le merci prodotte a basso prezzo dall’industria europea, principalmente britannica, e con la impotenza produttiva dei filatori e tessitori cinesi e, successivamente, con la ‘monetarizzazione’ dei prodotti della terra e della terra stessa, l’intera comunità cinese viene sconvolta.

Quanto Marx scrive per l’India (N.Y.D.T., 8 agosto 1853) vale perfettamente per la Cina: "Il periodo storico borghese ha creato le basi materiali del mondo nuovo: da un lato lo scambio di tutti con tutti, basato sulla mutua dipendenza degli uomini, ed i mezzi per questo scambio; dall’altro lo sviluppo delle forze produttive umane e la trasformazione della produzione materiale in un dominio scientifico sui fattori naturali. L’industria ed il commercio borghesi creano queste condizioni materiali di un mondo nuovo alla stessa guisa che le rivoluzioni geologiche hanno creato la superficie della terra. […] Quando una grande rivoluzione sociale si sarà impadronita delle conquiste dell’epoca borghese – il mercato del mondo e le forze di produzione moderne – e le avrà assoggettate al controllo comune dei popoli più civili, solo allora il progresso umano cesserà di assomigliare a quell’orribile idolo pagano, che non voleva bere il nettare se non dai teschi degli uccisi".

L’isolamento della Cina viene spezzato ed essa è progressivamente costretta ad aprire le proprie porte al commercio mondiale. E, continua Marx (N.Y.D.T., maggio 1853), "ora che questo isolamento, per mezzo della Gran Bretagna è cessato di morte violenta, la dissoluzione interna sopravverrà con la stessa certezza che per ogni mummia conservata in una bara ermeticamente chiusa, quando la si metta a contatto con l’aria aperta. Ma, scatenata dall’Inghilterra la rivoluzione cinese, il problema è come questa rivoluzione reagirà col tempo sulla stessa Inghilterra e, attraverso questa, sul continente europeo. Risolvere un simile problema non è tuttavia difficile".

Con la sua penetrazione in Cina (e in tutta l’Asia) la grande borghesia europea non fa altro che gettare le basi per la distruzione del vecchio mondo in queste aree e, con ciò, per affrettare la propria futura fine. Va sottolineato qui il paradosso, dalla nostra corrente costantemente difeso, della dialettica unità fra il riconoscere, da una parte, rivoluzionario il movimento storico del capitale che spazza ogni ostacolo a difesa di vecchi modi di produzione e, dall’altra, altrettanto rivoluzionario ogni movimento che – armi alla mano –, pur limitando il proprio orizzonte al raggiungimento degli obbiettivi nazional-democratici, lotti contro le forze del capitalismo internazionale. Qui sta la denuncia di ogni ‘indifferentismo’ che considera non appartenente al campo del comunismo chi – in precise aree ed in un preciso tempo (o aree geo-storiche) – lotta contro il colonialismo. In Dottrina del modi di produzione, alla fine del capitolo Pagine classiche, il ‘dilemma indifferentista’ è risolto di netto: di fronte agli orrori della civiltà borghese, "il braccio levato contro le sue gesta, sia pure a brandire la zagaglia del Mau-mau, è di un fratello del proletariato comunista".

Con Marx è dunque perfettamente allineata la conclusione di Le lotte di classi e di Stati… del 1958 e ripresa dalla Premessa (novembre 1995) a La dottrina dei modi di produzione: "Non dovrà essere dubbio allora, se si sarà saputa vincere la battaglia della teoria, che descrivere il capitalismo nella sua profonda essenza come separazione del lavoratore dalle condizioni del lavoro non significa inserire in una scienza passiva una fredda definizione, ma significa, per il comunismo dialettico, lanciare la consegna incendiaria per la lotta distruttiva del sistema capitalista".

 

IV. – Verso il movimento rivoluzionario 1925-‘27.

 

a) Caduta della ‘dinastia celeste’ e repubblica del 1911.

Ancora dal nostro opuscolo appena ricordato, i boxers vengono inseriti in quel generale "movimento rivoluzionario cinese [che] assume pienamente il duplice compito del sovvertimento sociale interno e della lotta nazionale contro la soggezione straniera".

Passeranno undici anni e l’ultimo imperatore della dinastia Qing sarà costretto ad abdicare a favore della repubblica nata dalla ‘rivoluzione’ del 1911: con Sun Yat-sen presidente, si sarebbero dovuti così applicare i "tre principi del popolo: sovranità, indipendenza e benessere" elaborati nel 1905 dal T’ung Meng-hui (organizzazione nata a Tokio dalla fusione di vari gruppi rivoluzionari cinesi in esilio).

Qui dobbiamo chiederci: fu veramente una rivoluzione quella del 1911? Rappresentava veramente qualcosa l’Assemblea Nazionale di Shanghai? Detto diversamente: fu veramente una rottura rivoluzionaria prodotta, perché ad essa indispensabile, dal movimento reale della rivoluzione che indubbiamente marciava nel sottosuolo economico e sociale della Cina, indipendentemente dalla consapevolezza che gli uomini avevano di essa? Il nostro testo sopra citato parla di rivoluzione ‘incompiuta’. Ma forse non esagera la Collotti-Pischel, nella sua Storia della rivoluzione cinese, quando definisce i componenti del T’ung meng-hui – per l’anno seguente, il 1912 – "ex-combattenti di una lotta mai iniziata".

Infatti, se con il movimento del 1911 si assiste pure al crollo formale della dinastia Qing, non bisogna trarre la conclusione che sia stato quello a provocare questo. La realtà non effimera mostra ben altri problemi: è il millenario Impero Celeste che già da decenni si sta sgretolando sotto i colpi del Capitale mondiale che ne rivoluziona la base economica e sociale, quindi quella politica. Si tratta allora di una realtà che pur faticosamente pone il problema non tanto di un nuovo apparato di governo da riformare – possibilità fallita in ogni caso nel 1898 col tentativo di Kang You-wei dei ‘cento giorni’ di dare vita ad una dinastia più o meno costituzionale, con un nuovo equilibrio dei vecchi rapporti di classe – quanto di una realtà che pone nuove prospettive in termini assolutamente radicali che in un tempo breve (in rapporto agli oltre duemila anni della sua storia) porterà la Cina a vivere una delle seguenti possibilità:

a) prepararsi a diventare una colonia dell’imperialismo mondiale;

b) vivere fino in fondo la rivoluzione democratica, grazie alle nuove forze sociali che stanno emergendo in questo paese (borghesia e proletariato);

c) prendendo slancio da questa lotta, far trascrescere la rivoluzione democratica in Cina verso la rivoluzione in permanenza sul piano internazionale, sotto la guida del proletariato.

Nel processo vertiginoso di disgregazione del tessuto cinese si fa largo la rivendicazione della più completa autonomia da parte di istituzioni locali e provinciali: processo che, di fatto, già da tempo si sta sviluppando, a seguito della perdita di credibilità ed autorevolezza del governo centrale. Ciò è favorito dalle varie forze dell’imperialismo che hanno così modo di penetrare più profondamente nel tessuto sociale della Cina, legando al proprio carro vasti strati della vecchia classe dominante, con la sua rete già collaudata di drenaggio delle ricchezze del territorio; allo stesso modo che quest’ultima vede favorevolmente la presenza delle potenze occidentali e giapponese, in quanto le vengono assicurati buona parte dei vecchi privilegi.

È in questo contesto, che vede continui tentativi locali di insurrezione armata, che a Wuchan (nell’Hubei) porta i rivoltosi a conquistare la città. Dalla nuova situazione è preso alla sprovvista lo stesso partito di Sun Yat-sen, tanto è vero che a capo del potere provvisorio viene posto un generale ‘costituzionalista’ (al pari dei cadetti russi), Li Yuan-hung, che si mette alla testa degli insorti solo per salvare la pelle. Molti fra i generali del Centro e del Sud ‘aderiscono’ al movimento, dichiarando la rottura dal governo centrale di Pechino, all’unico scopo di crearsi una propria personale area dove intrallazzare e difendere i propri interessi personali. L’esercito imperiale è ormai in completo disfacimento ed i generali si trasformano in veri e propri ‘signori della guerra’, con i soldati in gran parte a loro fedeli per il semplice fatto che, essendo completamente nullatenenti, essi vivono, come abbiamo già detto, finché vive l’esercito. Questa è la forza di ogni singolo ‘signore’ e nello stesso tempo la sua debolezza, in quanto ogni soldato sarà pronto a buttare il fucile di fronte alla prima possibilità anche di poco più favorevole.

In un ultimo sussulto di vita, il ‘governo centrale’ di Pechino riveste dei pieni poteri l’uomo forte del momento, Yuan Shih-kai: questi ha un completo controllo di quel che resta dell’esercito imperiale e della burocrazia, da svuotare completamente di contenuto la corte imperiale.

A questo punto non restava altro che la guerra civile fra le vecchie forze imperiali e la giovane repubblica che l’Assemblea nazionale – costituita a Shanghai e formata dai vecchi notabili locali e da una esigua forza dei rivoluzionari del T’ung Meng-Hui – il 29 dicembre elegge Presidente Sun Yat-sen, che inizia solennemente il suo mandato il 1° gennaio 1912.

Lo scontro viene evitato sulla base di un accordo che sancisce l’abdicazione della dinastia mancese e l’ascesa alla presidenza della nuova Cina di … Yuan Shih-k’ai. "Quando – scrive la Collotti – l’11 marzo fu proclamata la Costituzione repubblicana sulla base dei princìpi tanto accuratamente elaborati da Sun Yat-sen, questi era già un ex presidente, di un’ex repubblica, o piuttosto di una repubblica che non c’era mai stata". Con il termine ‘la rivoluzione del 1911’, con a capo Sun Yat-sen, va dunque ricordato più la fine della dinastia imperiale che l’inizio reale della repubblica in Cina; da questo punto di vista essa non fu una rivoluzione ‘incompiuta’ che sfiorò la tragedia: fu semplicemente una commedia. Non a caso, ne La Cina e la storia (De Giorgi e Samarani) viene caratterizzata la prima fase della repubblica con il governo di Yuan Shih-kai a Pechino.

Alla fine dello stesso anno, il T’ung Meng-hui , sotto la direzione formale di Sun Yat-sen si trasforma nel Kuomintang, che a differenza del primo assume una precisa connotazione nazionalista. La direzione reale del nuovo partito è di Sun Chiao-jen, che vorrà imporre una strategia legalitaria di conquista del potere; egli verrà ucciso dai sicari di Yuan Shih-kai il 20 marzo del 1913. Diventa sempre più chiaro che non la conta dei voti deciderà le sorti della Cina, ma – come dirà Chu Teh –, il ‘computo delle armi da fuoco’.

Migliore sorte non avrà il nuovo uomo forte della Cina che dovrà rispondere al memorandun (le ‘21 domande’) che il Giappone presenta al suo governo. Approfittando dell’impegno nella prima guerra mondiale delle potenze occidentali, nei piani del Giappone vi è l’intenzione di trasformare la Cina in un proprio protettorato economico e politico che, al momento, si ferma al controllo sulla Corea e sulla sempre maggiore penetrazione nella Manciuria (Nord-Est).

Il governo di Yuan Shih-kai sarà costretto a cedere al Giappone che, in ogni caso, dovrà fare i conti con le nazioni occidentali le quali, finita la guerra, sono tornate in forze – e fra queste gli Stati Uniti, nuova potenza mondiale accanto all’Inghilterra – per ripristinare i loro antichi ‘diritti’ imperialistici. In funzione di ciò sorgeranno nuovi ‘uomini forti’, nuovi ‘signori della guerra’ che appoggeranno i diversi interessi dei diversi imperialismi e sui quali si appoggeranno.

È in questa situazione che non può non salire alle stelle la rabbia dei contadini: oltre alla solita pioggia di tasse di tutti i tipi, essi si vedono periodicamente distrutti i raccolti a causa delle continue guerre locali. La stessa borghesia, prodotta dalla nascita degli elementi iniziali del nuovo modo di produzione, ne vede impossibilitato l’ulteriore sviluppo col permanere della instabilità prodotta dai ‘signori della guerra’, nonché dalle pressioni imperialistiche.

Soltanto una radicale rivoluzione può portare a compimento un tale processo: una rivoluzione che non si basi tanto su eroiche azioni di piccoli gruppi insurrezionali, quanto sulle nuove forze sociali che stanno entrando prepotentemente in scena: la borghesia ed il proletariato.

b) Una Gioventù nuova e un modo di pensare nuovo.

La Cina ha ormai bisogno di rompere con il vecchio mondo: essa ha bisogno di giovani, e soprattutto di uomini nuovi che non siano solamente giovani, quanto che vogliano osare di essere giovani. Nell’estate del 1915 appare il giornale Gioventù Nuova, fondato da Ch’en Tu-hsiu: la nuova propaganda si sviluppa prevalentemente fra gli studenti e all’esterno del partito di Sun Yat-sen, in quanto non ne venivano accettati i tratti esasperatamente nazionalistici.

In termini sempre più radicali si diffonde la consapevolezza che non è più tempo del ‘consenso’, ovvero di nuove relazioni fra il vecchio ed il nuovo: è ormai il tempo della generale ‘rivolta’ e questa deve cominciare a manifestarsi da subito nei più diversi campi della società. Ecco allora a) la lotta per sostituire con la lingua parlata (pai hua) la vecchia morta lingua letteraria (wen yen); b) la lotta contro la vecchia forma familiare confuciana che considerava la famiglia una ‘azienda di produzione’, negando dunque che essa potesse formarsi a seguito della libera volontà dei suoi costituenti: "l’amore è un sentimento rivoluzionario" diventa così una indicazione di lotta politica per questa ‘gioventù nuova’.

Lo sviluppo della critica alle vecchie e cadenti istituzioni cinesi si allarga sempre più fino a toccare le radici economiche sia di tali istituzioni quanto soprattutto della miseria sempre maggiore di milioni di contadini nonché di un giovane proletariato il cui sfruttamento non ha nulla da invidiare all’Inghilterra del periodo della sua accumulazione originaria. E’ in tale contesto e all’interno di Gioventù nuova che pian piano si fa strada, inizialmente con Li Ta-chao (bibliotecario-capo dell’università di Pechino), la consapevolezza che, non solo delle scienze e della tecnologia europea ha bisogno il tempo nuovo, ma anche dello stesso nuovo metodo di indagine scientifica – il marxismo, sviluppatosi in Europa a seguito delle lotte del proletariato – che permetta di comprendere le leggi del corso storico.

Ecco dunque che, all’interno di questa fase di transizione caratterizzata soprattutto dalla non esistenza delle vecchie istituzioni imperiali e non tanto da forme politiche nuove, prende vita un ribollire di iniziative che vogliono uscire dal distruttivo immobilismo, ma che ancora non riescono a dare corpo e sangue e programmi precisi orientati alla realizzazione della rivoluzione con la formazione di una reale Repubblica Democratica in Cina. Un nuovo modo di pensare si fa strada sempre più imperiosamente; un nuovo modo di affrontare i problemi e dunque di vedere le forze interne alla Cina, che non sia più dettato dalla vecchia mentalità confuciana e ‘mandarinale’; un vento nuovo si fa strada da Nord-Ovest, attraversando le gole del Karakorun e gli altipiani dell’Altai: il vento della rivoluzione che da tempo ormai marcia da Ovest verso Est; il vento dell’Ottobre 1917 che darà notevole accelerazione alla consapevolezza e formulazione sempre più precisa dei campi e linee di forza che si stanno formando nel mondo intero e, nel caso specifico, all’interno della Cina. Ma se un nuovo modo di pensare porta ad una nuova consapevolezza è adesso che comincia ad imporsi il problema di una consapevolezza che ha bisogno di forza, di forza organizzata.

La data del 4 maggio 1919 segnerà un punto di svolta: per Chesneaux (e sembra tanti altri storici) è questa la data che segna il passaggio dalla Cina moderna alla Cina contemporanea che si preparerà a far sentire il suo immenso peso su quelle che si delineeranno le prospettive future del mondo intero.

Nel 1919, il telegrafo ormai è una realtà pure nell’immobile Cina e la notizia del contenuto dei Trattati di Versailles, seguiti con la fine della guerra mondiale, corre velocemente: viene dato al Giappone il controllo delle zone d’influenza (concentrate nello Shandong) che appartenevano alla sconfitta Germania. In protesta verso Versailles gli studenti di Pechino organizzano una grande manifestazione il 4 maggio che attraversa tutta la città. Questo movimento ( passato alla storia come ‘movimento del 4 maggio’) riceve l’appoggio dalla Camera di Commercio e dai circoli della borghesia moderata. Seguendo l’esempio di Pechino, le manifestazioni si sviluppano in molte città del paese, arrivando a malmenare diversi filo-giapponesi ed incendiarne le case.

Il Giappone pretende dal governo cinese una immediata repressione del movimento e ciò porta all’arresto di oltre un migliaio di manifestanti. Ma questo, più che mostrare la fine di un incendio ne causa l’estensione con la volontà di renderne più precisi gli obbiettivi. A Shanghai, i commercianti, in solidarietà con gli studenti, fermano le loro attività, mentre lo sciopero compatto di 60.000 operai costringe il governo a liberare gli arrestati e a destituire i ministri responsabili della repressione.

Se l’esplosione si era sviluppata unitariamente a partire dalla indicazione di boicottare le merci giapponesi, ora la strategia politica doveva guardare ben oltre tale indicazione, superando la stessa impostazione di Gioventù nuova che vedeva l’emancipazione della Cina nella capacità di copiare la ‘scienza’ e la ‘democrazia’ dell’Occidente. Per giungere a questo, ben altre forze sociali e politiche devono scendere in campo: la borghesia, il proletariato, e i milioni di contadini che sono la stragrande maggioranza della popolazione cinese.

È così che, passando attraverso quella che Chesneaux definisce una ‘bulimia intellettuale’, il guardare il proprio paese con occhi nuovi, ascoltando il vento dell’Ovest, porta alla salutare divisione del movimento ed alla contrapposizione fra chi, da una parte, pensa di liberare la Cina attraverso l’educazione di un modo nuovo di guardare ai problemi ed il ‘computo delle acquisizioni scientifiche’ e chi, dall’altra, crede che tale nuovo modo di pensare passerà necessariamente attraverso il ‘computo dei fucili’. Con Li Ta-chao il marxismo aveva cominciato a circolare all’interno della Cina, particolarmente fra gli studenti cinesi; negli anni immediatamente seguenti diversi di questi (fra gli altri Chu En-lai, Chu Teh) ritorneranno dall’Europa, dove sono stati a contatto con le organizzazioni europee che si richiamavano al marxismo.

c) Capitalismo mondiale e imperialismo.

Prima di sviluppare questo aspetto del problema, è indispensabile spendere qualche parola sul concetto di ‘imperialismo’, ed a questo scopo rimane ancora insuperata la sintesi tratta da L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin che sottolinea come l’imperialismo non sia una ‘politica’ della potente e cattiva nazione che tende a ridurre a colonia la povera ed inerme popolazione aggredita. L’imperialismo è una fase del capitalismo, la sua fase finale: detto in altri termini esso è ‘capitalismo morente’, ‘capitalismo di transizione’ verso la futura società comunista.

L’analisi dello sviluppo storico del capitalismo ci mostra come, a seguito della sua accumulazione originaria, si sviluppi la manifattura prima e la grande industria poi, con la sua concentrazione e centralizzazione in sempre minori mani. A fianco di questa si sviluppa il sistema bancario: vera e propria sacca di raccolta e controllo della ricchezza monetaria a livello nazionale. La necessità di frenare la caduta del saggio di profitto, costringe l’apparato industriale a ristrutturarsi continuamente e per far questo esso è costretto a rivolgersi alla banca, la quale progressivamente pretende il controllo sullo stesso assetto produttivo.

In tal modo prende sempre più corpo un rapporto simbiotico di mutuo vantaggio fra la banca e la produzione di plusvalore ed è questo rapporto a dar vita al capitale finanziario che, ad un certo punto, si autonomizza dal processo di produzione vero e proprio. Il ciclo della produzione, come ben sappiamo, è molto più veloce della capacità di assorbimento dei mercati interni: si assiste alla contraddizione insanabile fra il vulcano della produzione e la palude del mercato, interni alle nazioni capitalistiche di vecchia formazione. Da ciò deriva una sovrapproduzione di merci e di capitali e dunque la necessità di esportare capitali verso terre vergini al fine – siamo dunque al tempo del colonialismo classico – di assoggettarle per i propri specifici interessi. Questo e nient’altro è l’imperialismo, così magistralmente descritto da Lenin, e le leggi del suo sviluppo non vanno cercate chissà dove, essendo esse le leggi stesse del generale processo di produzione capitalistico.

Dicendo questo, non si vuole certo affermare che non vi è alcuna differenza fra la struttura economica e sociale – quindi politica – presente alla fine del XVIII secolo con quella esistente alla fine del XIX secolo (o quella della fine del XX): si vuole soltanto sottolineare l’invarianza degli elementi e delle leggi fondamentali che la caratterizzano.

Il termine ‘fase’ può in certi casi ingenerare confusione, richiamando alla mente un insieme (acqua salata, con molto più sale della sua capacità di assorbimento, ed olio, ad esempio) inizialmente indifferenziato che, con il tempo si stratifica in ‘fasi’ sulla base delle diverse componenti chimiche del sistema. Qui avremo dunque tre fasi e tre componenti chimiche fondamentali (sale-acqua-olio) ognuna delle quali obbedisce a tre leggi chimico-fisiche diverse. Se prendiamo un sistema diverso, composto da acqua ‘pura’ e lo portiamo alla temperatura di circa 3 °C, ci troveremo in un ‘punto catastrofico’ che vede l’inizio della separazione ugualmente in tre fasi ma sempre di un unico componente: acqua o H2O, caratterizzata dallo stesso rapporto idrogeno-ossigeno, sia nella parte solida, liquida e gassosa.

Quando si usa il termine ‘imperialismo’, dunque, non si dimentichi che stiamo parlando sempre di una identica cosa: il capitalismo giunto ad un certo punto della sua parabola vitale, che ha iscritto la propria fine nelle leggi del proprio programma biologico. Non a caso, Il programma comunista degli anni ’50 titolava la panoramica sulla produzione mondiale che dalla fine ‘700 arrivava al dopoguerra: Corso del capitalismo mondiale.

Non era solo un ‘titolo’ di un importante lavoro di analisi economica; deve essere considerato soprattutto uno strumento utile a negare una supposta ‘creatività programmatica e politica’ di fronte alle grandi esplosioni rivoluzionarie che caratterizzeranno il secolo XX e particolarmente la sua prima parte, con le esperienze di lotta fra le classi soprattutto in Russia e nella contigua Cina.

 

d) L’Internazionale comunista e la questione nazionale e coloniale.

Nell’estate 1920 si svolge a Mosca il II Congresso dell’Internazionale Comunista.

È già stata delineata in altri momenti la situazione che stava affrontando la Russia in quel periodo. L’Ottobre 1917 segna l’accendersi della speranza della rivoluzione proletaria per lo meno in tutti i principali paesi industrializzati. Tentando di ripetere l’esperienza della Comune di Parigi, la borghesia mondiale si coalizza per dare forza alla controrivoluzione che sul piano militare si svilupperà sul suolo russo per circa un paio d’anni. Una situazione produttiva ante 1915, distruzioni, carestia e fame, non potranno essere allentate dal cosiddetto ‘comunismo di guerra’. La pressione dei contadini sul potere dei soviets diventa giorno dopo giorno sempre più opprimente: di fronte alla fame di terra, la prospettiva della rivoluzione mondiale diventa per essi sempre più una idea di secondaria importanza.

Nel 1920 si pone fine alla guerra civile in Russia con il consolidamento del potere dei bolscevichi, e le speranze della vittoria della rivoluzione aumentano al punto da considerarla relativamente prossima in tutti i principali paesi. La costituzione dunque della Internazionale Comunista – per la Sinistra comunista italiana: il Partito comunista mondiale della rivoluzione –, che formalmente ha luogo a Mosca nel marzo 1919, diventa il mezzo indispensabile per favorire la generalizzazione della esplosione rivoluzionaria: unico modo per non fermare il ribollire russo al solo compito borghese (sempre rivoluzionario, ma non per questo meno borghese): situazione che comporterebbe la distruzione della stessa dittatura del proletariato in Russia e con essa la fine di ogni speranza di liberazione del comunismo per un lungo periodo storico.

Il Secondo Congresso dell’I.C. (sicuramente il momento più alto dell’esperienza programmatica ed organizzativa del proletariato mondiale e del suo partito) si svolge durante l’estate del 1920 ed alla fine di luglio vengono presentate e discusse le ‘Tesi sulla questione nazionale e coloniale’. Presentate da Lenin assieme a quelle ‘integrative’ dell’indiano Roy, esse sono volte a chiarire il rapporto fra le rivoluzioni democratiche borghesi nei paesi coloniali o semi-coloniali (come la Cina) con la rivoluzione prettamente proletaria e comunista nei paesi sviluppati. Si tratta in sostanza di riproporre nelle prossime esplosioni rivoluzionarie il tema della doppia rivoluzione o, detto con parole diverse, della rivoluzione in permanenza.

Dalla denuncia di ogni illusione piccolo-borghese sulla ‘uguaglianza formale delle nazioni’, le tesi sottolineano come i problemi delle nazionalità debbano essere affrontati in rapporto agli ambienti storicamente dati e dunque al livello raggiunto dalle forze produttive. Di fronte alle lotte rivoluzionarie nei paesi oppressi e ridotti allo stato coloniale o semi-coloniale dalle nazioni capitalisticamente avanzate, l’indicazione politica dell’Internazionale si volge alla formazione di partiti comunisti che a) sappiano denunciare e combattere gli interessi delle classi feudali o semifeudali, nonché di quelle formazioni politiche della borghesia che a parole parlano di ‘lotta contro l’imperialismo’ mentre nei fatti sono disponibili ai più infami intrallazzi con le forze dell’imperialismo mondiale, e b) che spendano tutte le proprie energie per la difesa degli interessi del proletariato e della massa dei contadini poveri e per la loro organizzazione. Pur nella assoluta indipendenza programmatica, politica ed organizzativa da parte delle sue sezioni nazionali, laddove possibile, "l’Internazionale Comunista deve favorire un incontro temporaneo, o addirittura un’alleanza con il movimento rivoluzionario delle colonie e dei paesi arretrati, ma non può fondersi con esso". I comunisti dei paesi arretrati devono infondere nella lotta anti-imperialista la consapevole "necessità del più stretto legame tra tutti i movimenti nazionali e coloniali per la libertà e la Russia sovietica".

‘Il più stretto legame’, ‘incontro temporaneo’, ‘alleanza’, con il movimento rivoluzionario delle colonie sono indicazioni che lancia l’Unione sovietica al fine di "radunare attorno a sé tanto i movimenti sovietici delle avanguardie operaie di ogni paese quanto tutti i movimenti nazionali di liberazione di tutte le colonie e delle nazionalità oppresse". Il terreno sul quale ci si muove è inevitabilmente scivoloso e merita di essere studiato con maggiore profondità rispetto a quanto si può accennare in questo capitolo.

In mancanza di una salda padronanza programmatica, ‘il più stretto legame’ non si sviluppa più con l’Internazionale comunista (così va correttamente letto quell’"intorno a sé") che detta compiti precisi ad ogni sua sezione nazionale (Russia compresa, che in quel preciso momento può dare un aiuto grandioso, con la forza della macchia statale controllata dal partito comunista). In mancanza di fermi principi, ‘il più stretto legame’ non si sviluppa più con l’I.C. ma con l’Unione sovietica ed i compiti da svolgere vengono dettati alla stessa Internazionale comunista dalla sua sezione russa!

Qualora sia inteso correttamente (ci sia il tempo di intenderlo correttamente e di digerirlo, potremmo dire ora), in relazione allo sviluppo della rivoluzione, tale legame può prendere le forme più diverse, una delle quali può assumere l’aspetto di una federazione, ossia di una "forma di trapasso alla completa fusione di tutti i lavoratori di tutte le nazioni", perché la prospettiva dell’Internazionale è quella di "creare un’economia mondiale unitaria secondo il piano comune che sarà fissato dal proletariato di tutte le nazioni": tendenza che già emerge sotto il capitalismo e che attende di essere sviluppata dalla rivoluzione comunista.

Come bene sintetizza Isaacs ne La tragedia della rivoluzione cinese, la Ia guerra mondiale ha ulteriormente sottolineato come il mondo intero, "rappresentava, agli effetti dei necessari mutamenti, la più piccola unità possibile". Rientrava dunque nel DNA del partito comunista dell’Urss – e non poteva essere diversamente per IL partito comunista – il tentativo di legarsi ai movimenti rivoluzionari che si sviluppavano negli altri paesi; il programma del partito era internazionalista fin dalle sue origini e sembrava che mai avrebbe potuto concepire la possibilità di appoggiare dei movimenti rivoluzionari in funzione diversa dalla rivoluzione comunista mondiale. Gli sforzi iniziali di subordinare gli interessi nazionali russi alla prospettiva internazionalista erano sostenuti dalla possibilità del crollo del sistema capitalistico del mondo intero. Per il partito bolscevico e l’Internazionale, l’Ottobre non era visto solamente come la fine dello zarismo in Russia, quanto come l’inizio del disfacimento dell’intero vecchio mondo che si considerava ormai maturo per il comunismo.: ed è questo il contesto in cui si colloca il ‘doppio compito’, la ‘doppia rivoluzione’ o, detto con parole diverse, la ‘rivoluzione in permanenza’ di Marx.

Non passerà molto tempo e già si cominceranno a vedere i segni di una inversione di tendenza: l’internazionalismo lascerà presto il posto alla esigenza nazionale ‘grande-russa’ (illuminante l’atteggiamento di Stalin, diventato segretario del partito, in quello che, fin dalla fine del 1922, è stato chiamato ‘l’imbroglio georgiano’), all’ombra della bandiera ideologica del ‘socialismo in un paese solo’ e della conseguente necessità di difendere ‘la patria del socialismo’. Aveva ragione la Krupskaja a dire, nel 1926, che se Lenin fosse stato ancora vivo sicuramente si sarebbe trovato in un carcere di Stalin.

e) Il Pcc ed i compiti della rivoluzione in Cina.

 

I legami con il movimento rivoluzionario in Cina saranno quindi destinati ad approfondirsi immediatamente anche perché, già nel 1919 e 1920, – a differenza di tutte le potenze imperialistiche che offrivano ‘democrazia’ in cambio del mantenimento dei vecchi trattati di sfruttamento – l’URSS offriva il meno roboante ma ben più vitale annullamento di tutti i trattati ineguali ed un rapporto di collaborazione basato sulla reciprocità politica.

In precedenza, abbiamo definito i fatti del 1911 come una ‘rivoluzione che non c’è mai stata’, una ‘commedia’. Come la caduta dello zarismo, nel febbraio del 1917 in Russia, non ci porta a parlare di vittoria della rivoluzione (una "falsa rivoluzione" per Bordiga, una "rivoluzione putrida" per Lenin), allo stesso modo la definitiva fine della dinastia manciù apre una lunga fase di transizione alla rivoluzione democratica-rivoluzionaria che dovrà realizzarsi sul suolo cinese, cominciando a mettere ordine in un paese ormai dilaniato dai localismi dei ‘signori della guerra’ sempre pronti a combattersi l’un l’altro, il più delle volte al soldo del paese imperialista che in quel momento particolare è disposto a pagare meglio.

È in questa situazione interna – che vede pure lo sviluppo di una classe operaia sempre più numerosa (Isaacs racconta che addirittura 200.000 lavoratori cinesi erano stati mandati in Europa durante la guerra) e combattiva – e sotto la spinta data dalla formazione dell’Internazionale Comunista e, particolarmente con le indicazioni del suo II° congresso, che la possibilità di una chiara strategia di classe internazionalista per il proletariato si fa sempre più precisa. È dunque sull’onda della formazione di sezioni dell’Internazionale (i Partiti Comunisti dei singoli paesi) che si riuniscono a Shanghai, il I° luglio 1921, alcuni fra i giovani dirigenti del movimento del 4 maggio e sanciscono la nascita del Partito Comunista cinese, la cui figura preminente rimane inizialmente Ch’en Tu-hsiu.

Fin dall’inizio il Pcc si dedicò soprattutto all’organizzazione degli operai sul terreno sindacale, ma esso rimaneva sempre una organizzazione debolissima in rapporto alle forze sociali in campo: si pensi che era composto da pochissimi elementi – 432 iscritti (addirittura qualcuno parla di 57 iscritti iniziali) – ed al congresso di fondazione ne erano presenti una dozzina. Benché dotati da una grande volontà e spirito organizzativo, già il loro II congresso dell’estate 1922 comincia a porre il problema delle alleanze con la piccola borghesia e le masse contadine.

Fin dall’inizio di febbraio 1923, 300.000 ferrovieri della linea Pechino-Hankow (capolinea della Hankow-Canton) erano scesi in sciopero. La richiesta di aumenti salariali e soprattutto il blocco dell’importante via ferroviaria ledevano oltre misura gli interessi del capitale straniero e per tal motivo i ‘signori della guerra’ al soldo degli stranieri, furono ora spinti a reprimere il movimento di sciopero che costò 35 morti, oltre a molti feriti, e il responsabile del sindacato, Li Hsiang-ch’ien, decapitato davanti ai suoi compagni.

Questa repressione (il ‘massacro del 7 febbraio’), mette a nudo la complessità dei problemi, accanto alla debolezza delle forze rivoluzionarie. Sarà con il III congresso del giugno 1923 – svoltosi a Canton e con la partecipazione di 30 delegati in rappresentanza ancora di 432 iscritti (stesso numero del congresso precedente, informa Collotti-Pischel) –, e sotto la decisa spinta della Internazionale, che si pone la necessità di chiarire la natura del processo rivoluzionario in corso.

Qual è la natura della rivoluzione in Cina e quale forza sociale può esserne il fattore dirigente: queste sono domande ineludibili e, checché se ne dica, sono le classiche domande invarianti di ogni area geostorica che si appresta ad uscire da una situazione semi-feudale o feudale, coloniale o anche solo semi-coloniale; sono le classiche domande che hanno investito il movimento rivoluzionario in Russia fin dai primi anni del XX secolo, e che sono state mirabilmente sciolte – come abbiamo visto in un altro momento – dalle Due tattiche di Lenin. Domande che devono sollevare non solo il problema di sapere contro chi si lotta, ma soprattutto per quali finalità si lotta: a) contro le potenze imperialistiche, certamente; b) per la rivoluzione comunista mondiale, sicuro; c) per sviluppare capitalismo, se non è possibile andare oltre, sotto la dittatura democratica del proletariato e dei contadini, sperando di incendiare il mondo intero.

Benché alla fondazione del piccolo Pcc, Ch’en Tu-shiu ponesse immediatamente il problema di una reale rivoluzione proletaria nell’immenso territorio cinese, ben presto si arrivò alla corretta comprensione che la rivoluzione in Cina doveva farsi carico dei compiti democratici-rivoluzionari (e cosa non da poco, la riforma agraria!).

Chi doveva dirigere tale esplosione rivoluzionaria? Dall’esperienza russa: la borghesia, dicevano i menscevichi; il proletariato, diceva Trotsky; possibilmente il proletariato, precisava Lenin nelle Due tattiche … e, come abbiamo visto a suo tempo, non si trattava di bizantinismi.

Nella Cina dunque non ci sono particolari prospettive diverse rispetto all’esperienza della rivoluzione in Russia: il proletariato ed il suo partito, all’interno del processo della rivoluzione democratica, rifiutano il concetto dei ‘due stadi’ della rivoluzione (‘prima’ lo stadio della rivoluzione borghese diretto dalla borghesia e ‘in seguito’ quello della rivoluzione proletaria diretto dal proletariato). La rivoluzione è una: come in Russia, così in Cina e nel mondo intero, e detta la soluzione dei compiti che nella data area e nel dato tempo possono essere assolti in rapporto alla maturità delle forze produttive e della chiarezza programmatica che ciò comporta. Dal punto di vista del programma comunista, la rivoluzione è dunque una ed i suoi compiti sono contemporaneamente di doppia natura: democratico-rivoluzionario all’interno della Cina e proletario comunista in rapporto all’intera rete mondiale.

f) Verso l’alleanza fra il Kuomintang (Kmt) ed il Pcc.

Di quanto resta della effimera repubblica del 1911, nella primavera del 1921 a Canton, viene rieletto presidente Sun Yat-sen, ma il suo potere è contrastato al Nord dai ‘signori della guerra’ coi quali aveva tentato un accordo. La forza politica di Sun Yat-sen è talmente inconsistente che l’anno successivo, il 1922, egli è destituito dalla carica di presidente ed al suo posto il partito di Wu p’ei-fu (comprando letteralmente la gran parte del Parlamento di Canton) insedia Li Yuan-hung, riconoscendo ai militaristi del Nord il compito di rappresentare l’unità nazionale cinese.

Per salvare la vita, Sun è costretto a fuggire. Questa sua sconfitta, in ogni caso, non lo fa deflettere dalla volontà di lottare. Egli rimane sempre un convinto nazionalista che ha abbandonato ogni illusione sulla possibilità di ottenere degli aiuti dalle maggiori potenze al fine di trasformare la Cina in un grande paese moderno. È del 1919 la trasformazione del Kmt in un vero partito centralizzato, con chiaro programma nazionalista che si basa sui ‘tre principi del popolo’: nazionalismo, democrazia e benessere del popolo.

Per questo suo fine ora guarda alla nuova Russia uscita dall’Ottobre 1917, nella convinzione di una possibile alleanza per fini reciprocamente nazionalistici. Per Sun Yat-sen, in Cina non esistono poveri e ricchi, ma solamente poveri e meno poveri; non gli interessa quindi il programma del comunismo e rifiuta ogni contrapposizione ‘interna al popolo’ e, a maggior ragione, ogni programma che parli di lotta di classe e di ‘dittatura del proletariato’: problemi questi non concepibili all’interno dei tre principi del suo programma. Ma in questo momento egli ha bisogno della Russia come quella ha bisogno di rompere il tentativo di strangolamento del potere dei soviets e vede nella Cina la prospettiva di un futuro potente alleato.

Il 23 gennaio 1923 Sun Yat-sen ed Adolf Joffe per l’URSS firmano un manifesto che sancisce la reciproca collaborazione, sottolineata dalla rinuncia sovietica "a tutti i trattati, diritti e privilegi" strappati dal vecchio regime zarista.

Nel febbraio del 1923, Sun rientra a Canton e, con il sostegno di un gruppo di militaristi locali, il Kmt comincia a porre le basi di un duraturo potere al Sud del paese. Ma il partito di Sun da solo, appoggiato da una parte della borghesia e con l’aiuto esterno della sola URSS, non può sostenere tutto il peso delle immense trasformazioni che la Cina abbisogna e, soprattutto, combattere la strapotenza del capitalismo mondiale.

Al contemporaneo invio di una delegazione militare cinese (guidata dal giovane Chiang Kai-sek) per studiare l’organizzazione delle forze armate sovietiche, si accompagna il problema del legame con il giovane Pcc. Quest’ultimo cominciava a studiare la stessa possibilità sotto l’influenza di una delegazione sovietica guidata da Borodin e già alcuni comunisti (fra questi Li Ta-chao) erano entrati nel Kmt, ‘a titolo individuale’.

Canton sta ormai diventando sempre più il centro della nuova Cina ed il 20 gennaio 1924 vi si organizza il I° Congresso del Kmt dove vengono codificate – a sostegno dei "tre principi del popolo" – quelli che dovrebbero essere gli strumenti operativi per la loro realizzazione: le "tre scelte politiche", ovvero a) alleanza con l’URSS, b) unità d’azione con il Partito comunista e c) "azione di massa in aiuto ai contadini e agli operai". Presentato così (si veda la Collotti), quest’ultimo punto mostra notevoli ambiguità (cosa può significare ‘aiuto’?), però è indubitabile che esso esprime per lo meno un notevole aumento dell’influenza del Pcc su strati poveri dei contadini e fra gli operai e, di conseguenza, pur rimanendo pressoché ininfluente sulla presente linea politica del Kuomintang, una ‘concessione’ all’aumento del suo peso sociale e politico.

A dare rilevanza ‘istituzionale’ al potere del Kuomintang, viene fondata la Accademia Militare di Wampoa, diretta da Chiang Kai-sek. La fondazione dell’Accademia va a sottolineare come il ‘guardare in modo nuovo’ debba essere accompagnato, per la definitiva vittoria, da un ‘agire in modo nuovo’: in definitiva, il programma della rivoluzione può essere realizzato solo se supportato da una forza militare della rivoluzione.

Il 12 marzo del 1925 Sun Yat-sen muore e poco dopo alla guida del partito gli succederà Chiang Kai-sek.

 

V. – L’esplosione del 1925-‘27.

a) Il movimento del 30 maggio.

Nel gennaio 1925, si svolge a Shanghai il IV Congresso del Pcc che appronta un programma di intervento ed organizzazione nella situazione di malcontento che coinvolge tutte le masse lavoratrici. Tale lavoro dovrà essere svolto soprattutto fra i lavoratori delle imprese straniere per accattivarsi le possibili simpatie della borghesia indigena (e già questo significa partire con il piede sbagliato) che in queste regioni sempre meno riesce a combattere la concorrenza delle industrie tessili giapponesi.

Verso la metà di maggio, cominciano a svilupparsi nelle fabbriche tessili giapponesi del distretto di Shanghai degli scioperi a carattere economico. La repressione è immediata: dei lavoratori vengono uccisi ed i responsabili rimangono impuniti perché, trattandosi delle ‘concessioni’ stabilite dai Trattati degli anni passati, la legislazione lì vigente è quella stabilita dalle stesse forze imperialistiche; ma la repressione, invece di soffocare la protesta, la alimenta allargando l’ondata di scioperi pure ad altre città. Dopo altri morti e l’aggravarsi della crisi, le potenze straniere si preoccupano fino al punto di muovere le loro navi da guerra lungo lo Yangtze, con un piccolo ‘distinguo’ per gli Stati Uniti, favorevoli ad una ‘parità di diritti’ per i borghesi cinesi e stranieri, al fine di … alleggerire la potenza soprattutto dell’Inghilterra.

L’ondata di scioperi si allarga fino a portare alla lotta circa 200.000 lavoratori che cominciano ad alzare i loro obbiettivi dal livello economico a quello politico nazionalistico. La parola d’ordine diventa il boicottaggio delle merci straniere ed è indubbio che questo incontri l’appoggio, pur se timido, della borghesia cinese. La lotta di Sganghai, si propaga anche a Canton e soprattutto incendia la colonia inglese di Hong-Kong che viene semiparalizzata dal più grande sciopero che la storia del movimento operaio mondiale abbia vissuto e che durerà ben 16 mesi.

Ma l’aspetto per noi più importante è che il Pcc aumentò in poco tempo di dieci volte il numero dei propri iscritti e questo spostò i rapporti di forza interni al Kmt, i cui notabili nemmeno potevano concepire che ci si potesse rapportare alle masse analfabete. Il II° Congresso del Kmt (gennaio 1926), dominato dalla sinistra di Wang Chin-wei, confermò l’alleanza con il Pcc che, nonostante la sua influenza diventasse di giorno in giorno sempre più importante, era considerato in ogni caso dall’Internazionale troppo debole per poter aspirare alla direzione del movimento democratico-rivoluzionario cinese.

b) L’Internazionale ed il Kuomintang.

Illuminante il telegramma inviato dal Pcr poco prima di tale congresso: "Al nostro partito è stato riservato il compito storico e l’onore di guidare la prima rivoluzione proletaria vittoriosa nel mondo. […] Noi siamo convinti che il Kuomintang potrà recitare la stessa parte in Oriente e così distruggere alle fondamenta la dominazione imperialistica […] se rafforzerà l’alleanza fra operai e contadini nella lotta in corso, e si lascerà guidare dagli interessi di queste due fondamentali forze della rivoluzione".

L’appoggio di Mosca al Kuomintang è quindi totale. Anzi, non si tratta solo di ‘appoggio’ (o della ‘alleanza’ espressa dalle Tesi del II Congresso dell’I.C. nel 1920): qui si tratta di controrivoluzionaria identificazione col PCbR dell’Ottobre 1917, e ciò implica per il Pcc la necessità di concessioni sul piano dell’azione politica di classe, in nome dell’unità.

Se la sinistra del Kmt vive dunque il suo momento di gloria, con il Pcc che fa di tutto per non disturbarne l’azione, la destra se ne sta ‘mandarinescamente’ tranquilla fino al ‘primo colpo’ di Chiang Kai-sek. Il 20 marzo 1926, rispondendo ad un presunto pericolo di colpo di Stato da parte dei comunisti, Chiang – che in qualità di comandante dell’Accademia di Wampoa era membro della Direzione del Kmt e responsabile generale delle sue forze armate – proclama la legge marziale, facendo arrestare parecchi dirigenti comunisti e consiglieri sovietici.

Lo stesso Chiang libera subito dopo i prigionieri, revocando la legge marziale. Si parlò di un ‘incidente’ provocato da ‘malintesi’: la cosa fondamentale fu che il generale ebbe così modo di saggiare praticamente le proprie forze, e non a caso l’ago della bilancia si spostò prontamente verso destra, costringendo Wang Ching-wei a ritirarsi. In maggio, la riunione del comitato centrale del Kmt, organizzata per trattare la "riorganizzazione degli affari interni del partito", sancisce la continuità del rapporto con il Pcc alle seguenti condizioni: a) i comunisti non potranno occupare più di un terzo delle cariche dirigenti, b) nessun comunista potrà essere nominato nei posti direttivi del governo e dell’esercito, c) obbligo di consegnare alla direzione l’elenco degli iscritti al Pcc, d) le direttive dell’Internazionale dovranno essere inviate ad una ‘commissione mista’ dei due partiti. Inoltre, durante questa riunione viene decisa la rinuncia alla rivendicazione delle ‘otto ore’, nonché la cessazione del grandioso sciopero di Hong-Kong. L’Internazionale, e di conseguenza il Pcc, accetta tali direttive pur di non rompere l’alleanza con il Kmt ed aver così la possibilità di ‘lavorare al suo interno’ per spostarlo su posizioni ‘più avanzate’.

‘Eccessiva fiducia’, ‘errore’, ‘sottovalutazione’ dei reali problemi e dei reali rapporti di forza fra comunisti e Kmt? La realtà indica che, a questa data, l’Internazionale ormai ‘stalinizzata’ si impegna a fondo in azioni che non solo non facciano precipitare un possibile attacco contro l’URSS da parte delle potenze occidentali, ma diano pieno appoggio ai propri interessi di puro stampo nazionalistico. In questo essa con commette alcun errore programmatico, e l’eccessiva fiducia alla ‘sinistra’ del Kmt è prima di tutto volontà di rapporto prioritario con la politica nazionalistica di questo partito più che un rapporto con un partito comunista che, a questo punto, non può più essere oggettivamente tale dal momento che vive delle direttive dello stalinismo.

Il programma del comunismo è chiaro in tal senso: MAI un Partito comunista può accettare – e questo deve essere uno dei suoi cardini! – di subordinare la propria – in quanto Partito! – azione ai dettami di un qualsiasi altro partito; un singolo comunista, un gruppo di comunisti, su indicazione del Partito stesso, lo può fare: mai il Partito. E tale divieto è programmaticamente valido non solo per il suo insieme mondiale; esso è ugualmente valido per le sue sezioni nazionali.

Non è dunque per un caso, per una sottovalutazione, che l’Internazionale accoda sempre più l’azione del Pcc al Kmt: basti pensare a Ch’en Tu-shiu, nei momenti in cui si vede costretto a pregare Mosca di dare al Pcc una parte delle armi che giungono in Cina per andare ad armare le forze del Kmt. Vi è una causa ben precisa nell’azione della Internazionale ed è data dall’abbandono della impostazione non solo delle Due tattiche di vecchia memoria, ma anche delle indicazioni del suo II° Congresso del 1920, riprese, anche se in maniera sempre più imprecisa, dal IV° Congresso del 1922. Non si tratta dunque di ‘errori’, di ‘sottovalutazioni’, ma della inevitabilità dettata dal far proprio il programma dei menscevichi che fin dal 1905 consideravano fondamentale ancorare il programma ed il movimento del proletariato dei paesi arretrati al carro del partito della borghesia che avrebbe avuto il compito storico di condurre a termine la propria rivoluzione. In ogni caso (e qui, ricordando Engels, concediamoci una breve parentesi): a) se vi è aperto tradimento, si fanno tragici danni al movimento rivoluzionario; b) se invece si tratta di stupidità o quantomeno di insipienza politica, si fanno ugualmente gli stessi danni. In ambedue le situazioni il movimento futuro dovrà imparare a denunciare con correttezza i termini di quell’operato, per non ripeterne le infamie.

Il 9 luglio 1926, le truppe di Chiang Kai-sek danno inizio alla marcia contro il Nord, con il fine di una riunificazione centralizzata di tutto il paese.

Nel frattempo, al Nord, i principali ‘signori della guerra’ erano arrivati in rotta di collisione e uno di questi, Feng Yu-shiang, in cambio di aiuti dall’URSS aveva promesso un proprio avvicinamento al Kuomintang. Altri militaristi minori, respirando il vento nuovo, vennero a compromessi con l’armata di Canton, in cambio della possibilità di conservare i propri interessi locali.

Le truppe di Chiang avanzano rapidamente travolgendo uno dopo l’altro i diversi ostacoli fino a che, dopo essere caduta in mani nazionaliste, la triplice città di Wuhan (capitale dell’Hubei e formata, sulle rive dello Jangtze, dalle città di Hankow, Hanyang e Wuchang) diviene la nuova capitale del regime nazionalista. A Wuhan esiste una grossa concentrazione operaia che, guidata dai sindacati, il 3 gennaio 1927 si scontra con gli inglesi della locale ‘concessione’, costringendoli ad andarsene: è la prima volta che una parte del territorio cinese, controllato da potenze straniere, ritorna in mani cinesi. Il fatto ha grande valore simbolico e due giorni dopo il governo nazionalista sancisce ufficialmente l’episodio e lo fa proprio.

Il governo sembra spostarsi su posizioni più radicali, con la nomina di tre ministri comunisti e di due sindacalisti di origine operaia. Nello stesso tempo, però, le rapide vittorie ottenute da Chiang Kai-sek rafforzano le proprie posizioni di forza sia all’interno del Kuomitang.

È in questa situazione di precario equilibrio, che le enormi masse di contadini si apprestano ad entrare prepotentemente in scena.

 

c) Rivoluzione democratica e riforma agraria.

In questo lavoro non verranno studiati gli elementi fondamentali che caratterizzeranno nei decenni successivi il problema della riforma agraria nella rivoluzione in Cina: essi verranno affrontati in un lavoro successivo. Qui ci limitiamo a riportare alcuni dati statistici ed alcune considerazioni introduttive di massima.

Isaacs (p. 62) riprende la definizione di contadini ricchi, medi e poveri da un lavoro di Chen Han-seng: "Quando una famiglia agricola è appena in grado di mantenersi lavorando la terra, e nel suo lavoro non è sfruttata da altri né sfrutta altri, possiamo dire che appartiene alla classe dei contadini medi"; da questa definizione di partenza, l’autore continua dicendo che se può sfruttare nelle più diverse misure lavoro altrui, allora possiamo parlare di contadini ricchi; diversamente, se oltre a lavorare la propria terra, devono lavorare anche per altri, al fine di sopravvivere, allora parliamo di contadini poveri. Rientrano nello strato sociale dei contadini poveri coloro che non possedendo terra, lavorano sulla terra altrui. Allo stesso tempo, in ogni caso, questi ultimi sono assimilabili agli operai d’industria in quanto salariati.

In questo periodo, la proprietà fondiaria media in Cina è di circa 8.000 m2 e, con una produzione di circa 4/5 quintali di cereali, su di essa deve vivere una famiglia di circa 5 persone. Al di là delle annate buone o cattive, attribuibili a ‘cause naturali’, sulla famiglia grava sempre il peso della rendita fondiaria che può variare dal 50 all’80%. Se non bastasse, si impone il pagamento delle tasse, nonché vari tipi di corvées richieste continuamente dai più diversi ‘signori della guerra’ (trasporto di armi, acquartieramenti, ecc.). Di fronte a tali situazioni, la maggioranza dei contadini deve ricorrere continuamente a prestiti e quindi cadere sempre più profondamente nella rete degli usurai. Questo porta progressivamente alla alienazione della terra da una parte ed alla concentrazione in un numero sempre minore di mani, dall’altra: ad esempio, nel 1918 si parla del 50% di contadini proprietari della terra lavorata con le proprie mani, dopo il 1925 questi si riducono al 25%. Questa è la condizione ‘naturale’ del contadino ‘medio’ cinese.

Ma la stragrande maggioranza è composta da contadini poveri. Poche righe tratte dal libro di Isaacs possono ben illustrare la situazione di questo numeroso strato sociale: "La superficie media posseduta da una famiglia di contadini poveri risultava di 0,87 mu [1 mu = 1/15 di ettaro = circa 666 metri quadrati]; la superficie media coltivata (compresa la terra in affitto), di 5,7 mu. Il numero di mu necessario alla mera sussistenza per una famiglia contadina oscillava, a seconda dei distretti, fra i sei ed i dieci; ma era il doppio per gli affittuari".

Se poniamo dunque questi dati nella fase storica di passaggio da una agricoltura finalizzata ai bisogni della famiglia o della comunità locale ad un’agricoltura commerciale (come accennato nel capitolo III.d: Restaurazione dell’ordine imperiale), si comprende bene come il problema della ‘rivoluzione agraria’ diventi un fattore esplosivo.

Qui si pone una questione di natura teorica o, per lo meno, di necessaria precisazione dei termini per poter parlare correttamente, nel nostro caso specifico, del processo rivoluzionario in Cina, in rapporto alla rivoluzione mondiale, che allora si credeva ancora possibile. Dunque, se è vero che il termine ‘riforma agraria’ può essere insoddisfacente in quanto può lasciare spazio a teorie su possibili modificazioni gradualiste e riformiste tipo ‘abbassamento dei tassi di interesse sui prestiti’, ‘riduzione degli affitti’, generico ‘miglioramento nelle condizioni di vita’, è altrettanto vero che il termine ‘rivoluzione agraria’ presta il fianco a teorizzazioni ben più pericolose: fra le altre, quella di considerare le sopradette modifiche – imposte da organizzazioni contadine con a capo il comunista Peng P’ai – come (una "sistematica modifica dei rapporti sociali"), e dunque vedere nel movimento dei contadini in Cina non solo, e non tanto, un ‘fattore di rilievo’ nella rivoluzione (questo è stato presente in tutte le rivoluzioni antifeudali ed era ben consapevolmente presente pure nella rivoluzione in Russia), quanto una forza particolare, di natura non prevista dai ‘classici’, che permetta di ‘arricchire’ il marxismo ed il programma della rivoluzione al punto di poter parlare di ‘rivoluzione agraria’.

La nostra tesi deve essere ferma: non esiste – e non può esistere – alcuna ‘rivoluzione agraria’! Come non può esistere alcuna rivoluzione ‘cittadina’. Può esistere – ed esiste – la rivoluzione con compiti specifici nella data area geo-storica, ed in Cina questi sono di natura democratico-rivoluzionaria, con possibilità di trascrescere al livello comunista a seguito della rivoluzione mondiale .

È preferibile dunque rimanere al vecchio classico termine ‘riforma agraria’ per due sostanziali motivi: a) i compiti democratici della rivoluzione non intaccano il concetto di ‘proprietà’ che rimane ora come prima; b) nonostante ciò, riformando violentemente i rapporti di proprietà all’interno delle campagne, espropriando chi non lavora la terra con le proprie mani e ridistribuendola ai contadini poveri e ai salariati senza terra, il Partito comunista attira dalla propria parte la gran massa dei contadini, accelerando così il processo della rivoluzione stessa.

Abbiamo ricordato più volte – e lo ripetiamo – il testo apparso in Bilan (1934-‘36) Partito Internazionale Stato, là dove si sottolinea che i processi rivoluzionari mostrano come "la lotta è ingaggiata tra due forme sociali radicalmente opposte e non tra due classi che lottano nel quadro esclusivo dei loro specifici interessi economici. […] La battaglia si conduce su di un fronte ben più vasto: la costruzione di una nuova società o la conservazione della vecchia". Forse non è così immediato da capire, ma non meno fondamentale, che è il nuovo modo di produzione (borghese in rapporto a quello feudale, oppure comunista in rapporto al capitalismo) ad essere il soggetto che impone il movimento alle classi sociali e dei suoi partiti: questi sono i suoi strumenti per la propria realizzazione (o all’opposto, per la propria conservazione). Se si comprende questo – evitando di trasformare il problema del "rapporto dialettico tra processo impersonale e ruolo degli agenti umani" nel classico problema dello zero assoluto e le sue potenze –, va da sé che è facile comprendere che non può esistere una ‘rivoluzione agraria’ o ‘rivoluzione dei contadini’, come non può esistere una ‘rivoluzione cittadina’ o ‘degli operai’. Possono esistere nelle date aree geo-storiche le rivoluzioni borghesi-democratiche che si servono della spinta delle masse popolari guidate o dal partito del nuovo modo di produzione borghese, oppure dal partito del successivo modo di produzione comunista, con la finalità della rivoluzione in permanenza a livello mondiale; come non esistono modi di produzione intermedi, allo stesso modo non possono esistere ‘partiti intermedi’: tantomeno cosiddette ‘rivoluzioni agrarie’. Ed in Cina la rivoluzione pone all’ordine del giorno i compiti democratici-borghesi, sia nelle campagne come nelle città.

Come il problema della rivoluzione in Russia, dunque, veniva affrontato in termini unitari – e non poteva essere diversamente – e la rivoluzione democratica investiva anche la città di Pietroburgo, con la sua periferia industriale fra le più concentrate d’Europa, allo stesso modo il vento della rivoluzione in Cina non batte solamente le sperdute campagne dell’Hunan e di altre provincie centrali: esso batte unitariamente le campagne come le ormai capitalisticamente mature Shanghai, Canton, Hong-Kong, ecc..

Ci si può porre la seguente domanda: sarebbe potuto succedere che la rivoluzione democratica-borghese potesse essere spinta fino in fondo da un partito comunista (inserendo la sua azione nel quadro della rivoluzione comunista mondiale), in alleanza con un partito ‘contadino’, ‘piccolo-borghese’, ‘socialista’, insomma in alleanza con un partito non-comunista? Nelle Due tattiche Lenin non esclude la possibilità di partecipare ad un governo provvisorio, anche in posizione di minoranza. Ma cosa ancora più illuminante è l’esperienza del processo reale dell’Ottobre 1917: preso il potere e, cosa fondamentale, occupando i posti chiave della macchina statale, i bolscevichi non hanno alcun problema di allearsi con i socialisti rivoluzionari (gli ‘esserre’) e, dopo pochi mesi, saldare il conto con essi, mostrando chiaramente cosa deve intendersi per dittatura del partito comunista il quale, forte dei suoi principi, si pone di fronte ai problemi reali della rivoluzione democratica e della fame di terra dei contadini: niente ideologia, pace immediata con la Germania e messa fuorilegge di ogni organizzazione che voglia continuare la guerra. L’esperienza storica quindi mostra che può esservi alleanza solo contingente fra il partito comunista con un partito di diversa natura, non certo per tutta la durata del processo. Questo per due essenziali motivi: il Partito comunista che dirige la rivoluzione democratica di una data area geografica o a) tende con tutte le sue forze a legarsi alla rivoluzione comunista mondiale, combattendo ogni ostacolo (partiti borghesi, esserre o non-esserre), oppure b) il Partito comunista è costretto a fermarsi sul piano della rivoluzione democratica e in questo caso sarà distrutto dal partito borghese di turno: l’esperienza storica ha mostrato in Russia che, al 1920, il partito comunista ha dato quanto poteva dare e comincia qui il processo che lo vedrà fagocitato dal capitalismo mondiale e dal suo partito, rappresentato, nell’ esperienza della Russia, dallo stalinismo.

Insomma, vi può essere una alleanza ‘provvisoria’ in un ‘governo provvisorio’: chiarita la situazione del momento, si saldano i conti: o dittatura del Partito comunista o dittatura del partito non-comunista (dunque borghese).

d) Sviluppo del movimento dei contadini.

Fin dal 1921, da parte dei comunisti cinesi si compie lo sforzo di organizzare le lotte dei contadini cinesi che, sotto l’abile direzione di P’eng-P’ai, in molti villaggi del Guandong, nel giro di un paio d’anni ed in maniera tutt’altro che pacifica, riescono a rovesciare i vecchi consigli di villaggio dei notabili e proprietari terrieri, ad espropriarne i terreni e ad organizzarne una nuova distribuzione. Per la prima volta, dunque, grandi masse di contadini sono portati ad abbandonare la fatalistica accettazione confuciana dello status quo. Nel Hunan, anche Mao Tze-tung organizza delle forti leghe di contadini. All’interno dell’alleanza Pcc-Kmt, il peso del primo evidentemente in tal modo si rafforza per l’apporto consistente (come portatori, informatori, guide, fornitori di vettovaglie) che i contadini danno all’esercito nazionalista di Chiang, durante la sua marcia verso il Nord.

I generali dell’esercito nazionalista vivono una contraddizione che non tarderà a mostrare tutti i propri effetti controrivoluzionari. Generalmente, essi sono tutti dei proprietari terrieri ed in quanto tali non possono accettare l’espropriazione delle terre che i comunisti vogliono organizzare e che i contadini cominciano ad attuare in diverse parti. La contraddizione, causata dagli ‘eccessi estremistici’ dei contadini, assumerà l’aspetto della commedia da parte della Internazionale comunista, quando essa darà l’indicazione che l’espropriazione deve essere accettata solo nei confronti dei generali ‘reazionari’. È , questa, niente più che una formula ridicola che tenta di non inimicarsi il movimento contadino e nello stesso tempo i generali del Kmt i quali, in ogni caso, prima di essere comandanti nell’armata nazionalista, sono proprietari che hanno nel proprio DNA ben marcato il senso della solidarietà di classe.

L’anno 1926 vede dunque la veloce avanzata delle truppe nazionaliste verso il Nord, ma l’attenzione di Chiang Kai-sek è rivolta pure a Sud, a Canton, e si prepara a dare il colpo definitivo ad ogni illusione del Pcc e dell’Internazionale. Il 29 luglio, il quartier generale nazionalista di Canton decreta la legge marziale e negli scontri che si accendono immediatamente, una cinquantina di lavoratori rimangono uccisi. Il 9 agosto il governo cittadino del Kmt impone: a) il divieto di sciopero per tutta la durata della guerra contro il Nord; b) divieto di portare armi di qualsiasi tipo; c) divieto di manifestazione e di assemblea. Nelle campagne del Guandong, l’‘incidente’ del 20 marzo diede il via alla controffensiva dei proprietari terrieri contro il movimento dei contadini.

Al grandioso sciopero del proletariato di Hong Kong, che durava da 16 mesi, il 10 ottobre 1926 viene messa la parola fine da parte del governo con la passiva accettazione del comitato di sciopero: non è più necessario continuare la lotta, grazie ad cosidetta ’situazione nuova’, cioè al "cambiamento avvenuto nella situazione nazionale in seguito all’estensione del potere e dell’influenza nazionalista fino allo Yangtze".

Fu una sconfitta? No! Per Borodin e per l’Internazionale fu una vittoria. Parlare di sconfitta sarebbe stato ‘disfattismo’: in un momento in cui la Russia ha bisogno di sostegno, la fine dello sciopero di Hong Kong deve essere considerato come un momento indispensabile per favorire il generale movimento vittorioso delle truppe nazionaliste nella rivoluzione anti-imperialistica. Sintetizza bene Isaacs: "Non si poteva ‘ammettere’ la sconfitta; quindi bisognava razionalizzarla in ‘vittoria’ ".

Una tale ‘vittoria’ costerà cara al proletariato di Canton ed alle masse contadine della provincia. Quando alla fine dell’anno la capitale divenne Wuhan, il compito di ristabilire ‘ordine e legge’ fu lasciato ad un militarista del Guanxi, Li Chi-shen. Furono ribaditi i divieti promulgati con la legge marziale di agosto, ed i comunisti, per timore di rompere il fronte con la borghesia, accettarono tutto supinamente.

e) Shanghai e la fine del movimento insurrezionale.

Mentre a Canton il Kmt ristabiliva l’‘ordine’, l’armata di Chiang si trovava ora di fronte a Shanghai, la città con la maggiore concentrazione operaia di tutta la Cina.

Qui è fondamentale sottolineare il diverso modo di concepire, da parte dei nazionalisti e da parte dei comunisti, l’importanza della guerra contro i militaristi del Nord. Per i primi l’obbiettivo delle operazioni militari doveva consistere nell’annessione dei territori del Nord al regime nazionalista e non potevano esistere forze militari che non fossero pienamente controllate da esso; per i comunisti la guerra doveva essere vista come una ‘confluenza tattica’ fra le forze popolari e le forze armate regolari di Chiang.

Per il Pcc era normale quindi facilitare la conquista della città da parte dei nazionalisti e, a tal fine, dettero vita a due tentativi insurrezionali che fallirono (la prima, nella seconda metà del ’26, e la seconda nel febbraio del ‘27).

Riuscì invece un terzo tentativo il mese successivo: la sera del 22 marzo Shanghai era in mano alle organizzazioni della classe operaia alla cui guida stavano i comunisti lì diretti da Chou En-lai. La vittoriosa insurrezione di Shanghai provocò un notevole entusiasmo non solo in Cina, ma pure in Europa e sottolineò ulteriormente la volontà di marciare sulla via della rivoluzione: non solo – e non tanto dunque – sulla via delle annessioni territoriali.

Ironia della storia: l’unica forza che credeva fermamente nel fronte unito antimperialista era il Pcc; i ‘mandarini’ di Chiang … attendevano.

Mentre non attendono le forze navali delle potenze imperialistiche che dopo la occupazione di Nanchino da parte dell’armata di Chiang, a ‘titolo dimostrativo’ cannoneggiano la città causando 2.000 morti. Ma, fin dal tempo in cui si è compreso che la Cina non poteva essere ridotta al livello di una colonia, diventa sempre più chiaro che non può essere la forza del cannone ‘esterno’ a salvaguardare, almeno parzialmente, gli interessi delle potenze occidentali: occorre dunque stabilire un chiaro e durevole rapporto di collaborazione fra borghesia cinese e borghesia mondiale, contro il comune nemico: le masse del proletariato e dei contadini cinesi e la rivoluzione che potrebbe incendiare il mondo intero.

Qui si colloca dunque l’azione della ‘borghesia compradora’, da sempre legata ai capitali stranieri in Cina e presente ora all’interno del Kmt il cui equilibrio interno si allontana sempre più dalla sinistra di Wang Chin-wei per spostarsi a destra rendendo sempre più solida la posizione di Chiang Kai-sek. Il pericolo di una vittoria del moto rivoluzionario deve essere dunque stroncato e dopo vari segnali ammonitori (ad esempio, l’assalto all’ambasciata sovietica il 6 aprile, a Pechino), la repressione cominciò a scatenarsi il 12 aprile a Shanghai. Le immediate manifestazioni operaie furono subito disperse causando molte vittime; venne applicata la legge marziale, con il disarmo delle milizie operaie, lo scioglimento dei sindacati. In pochi giorni ci furono circa 5.000 morti.

Esplosa a Canton e Shanghai in tutta la sua virulenza, la repressione dilagò anche nelle campagne nei confronti delle organizzazioni dei contadini. Non solo comandanti ‘reazionari’, ma anche ‘non reazionari’ si misero d’impegno in questa repressione.

Il governo ‘di sinistra’ di Wuhan non mosse un dito in aiuto dei contadini con la scusa della necessaria ‘unità’ di tutte le forze per continuare la guerra contro i militaristi del Nord: senza la necessaria forza militare per rendersi credibile, rinnovando l’alleanza con il Pcc, si limitò a ‘sconfessare’ la linea politica di Chiang Kai-sek che, nel frattempo, non riconoscendo più il governo di Wuhan, indicò in Nanchino la nuova capitale.

L’Internazionale comunista minimizzava le cause di fondo di quanto successo, indicando la gravità della situazione non sui rapporti di classe che l’insieme del Kmt rappresentava, ma sul fatto personalistico della ‘corruzione’ di Chiang che sarebbe stato ‘comprato’ dall’imperialismo. Il V° congresso del Pcc (27 aprile), con la presenza di Roy per l’I.C., si appiattiva perfettamente ai metodi di Stalin e Bucharin e dunque vi era bisogno del ‘responsabile’ che fu immediatamente additato nella direzione di Ch’en Tu-hsiu.

La sua sostituzione con Ch’u Ch’iu-pai non cambiò minimamente la situazione del movimento rivoluzionario in Cina e la politica suicida dell’Internazionale (e dunque del Pcc) consistente in aborti di tentativi ‘insurrezionisti’ (accusando di ‘liquidazionismo’ l’opposizione comunista internazionale, fra cui Prometeo, che si opponeva a questa linea politica suicida e disfattista). Dei 60.000 membri che contava il Pcc nell’aprile del 1927, prima della fine dell’anno ne furono uccisi circa la metà. Le organizzazioni legali (sindacati, associazioni di studenti, circoli vari) furono spazzate senza difficoltà e l’influenza del partito sembrò letteralmente volatilizzata.

Ha indubbiamente ragione Enrica Collotti quando scrive che, a seguito di questa sanguinosa esperienza, i rivoluzionari cinesi trarranno delle grandissime lezioni e, prima fra tutte, che "la rivoluzione cinese doveva tuttavia vincere in Cina". Rimane in ogni caso aperta la domanda alla quale lei non può rispondere: quale la natura dei precisi compiti che la rivoluzione, scuotendo tutto il mondo, si appresta a dettare in questo immenso paese?

f) L’Opposizione comunista e la rivoluzione in Cina.

Nel citato lavoro del 1958, Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi, si sottolinea la tesi di Trotsky sul fatto che la rivoluzione cinese, come la russa, "sarà socialista o non sarà". Abbiamo in altra occasione commentato come a volte, nei lavori della nostra corrente, la difesa di tutte le tesi del Leone dell’Ottobre fosse, più che una difesa ad oltranza, un monito ad essere cauti nella critica di chi seppe guidare magistralmente, sul terremo militare, la difesa ed il consolidamento dello Stato della dittatura del partito comunista e, successivamente, di chi si sforzò, ad oltranza, di difendere la prospettiva del programma internazionale della rivoluzione, contro la controrivoluzionaria teoria del ‘socialismo in un solo paese’. Si impari a caricare la sveglia, avrebbe detto Bordiga, poi si osi guardare oltre.

Vissuta dunque la necessaria cautela, non tanto bisogna ‘guardare oltre’ la tesi di Trotsky, quanto dire chiaramente che affermazioni del tipo "la rivoluzione cinese ‘sarà socialista o non sarà’ " è solo confuso rumore: lo è, non tanto dal semplice punto di vista di una osservazione empirica che impedisce, a posteriori, di negare che in Cina, lungo il XX secolo, si sia realizzata una profonda rivoluzione (borghese certamente, ma rivoluzione!); tale tesi è negabile, a priori, in quanto poggiante su di un impianto teorico falso e combattuto da Lenin fin dal 1905 con le Due Tattiche.

Nel suo Primo discorso sulla questione cinese (in I problemi della rivoluzione cinese), pronunciato all’VIII Comitato Esecutivo dell’I.C. (maggio 1927), contro la impostazione menscevica abbracciata da Mosca, Trotsky, battendosi come un ‘Leone’ affinché le organizzazioni del proletariato non vengano poste sotto il controllo e la direzione del partito della borghesia (nel caso cinese, il Kuomintang), fa sue le parole di Lenin (Opere Complete, vol. XXIII, Prima lettera da lontano) che nel marzo 1917 scrive: "In tutte le rivoluzioni i politicanti della borghesia hanno ‘nutrito’ il popolo ed ingannato gli operai con le sole promesse. La nostra è una rivoluzione borghese, e quindi devono sostenere la borghesia: dicono i Potresov, i Gvozdev, i Čcheidze, come ieri diceva Plecanov. La nostra è una rivoluzione borghese, diciamo noi marxisti, e quindi gli operai devono aprire gli occhi al popolo dinnanzi alla mistificazione dei politicanti borghesi, insegnargli a non credere alle parole, a contare soltanto sulle proprie forze, sulla propria organizzazione, sulla propria unità, sul proprio armamento".

Il perfetto sillogismo di Lenin si contrappone all’altrettanto perfetto sillogismo menscevico, ma evidentemente appartengono a due diverse catene di sillogismi: vi è una rivoluzione in corso, i suoi compiti sono di natura democratico borghese, la borghesia diventa codarda di fronte alla spinta del proletariato e quindi … i comunisti faranno il possibile per prendere il potere e, contemporaneamente al portare avanti i compiti democratici (i famosi ‘tre pilastri’, per la Russia) all’interno del territorio da essi controllato, grazie alla nuova macchina statale (lo Stato della dittatura democratica degli operai e dei contadini), aiuteranno il proletariato del mondo intero e dunque anche se stessi, a fondersi nell’unico corpo della rivoluzione internazionale difesa dalla dittatura mondiale del proletariato: questo, il ‘doppio compito’ dell’unica rivoluzione che i comunisti, operanti nell’ex territorio zarista, fanno proprio.

Solo la ‘dialettica’ di penna-Trotsky riesce ad operare una cosiddetta "dissociazione dialettica della dittatura democratica" (Bilancio e prospettive della rivoluzione cinese, in La terza internazionale dopo Lenin) e con due colpi della sua penna-spada far letteralmente sparire dalla formula della ‘dittatura democratica del proletariato e dei contadini’ sia l’espressione ‘democratica’, sia ‘e dei contadini’. Il Pcc – dice – deve assolutamente affermare la propria indipendenza (giusto!), con una stampa autonoma (sacrosanto!) ed una critica severa anche contro il Kuomintang di sinistra. Ovviamente, questo non deve dare appiglio a qualsiasi discorso ‘infantilmente dottrinario ed estremista’: "L’alleanza fra il Partito comunista ed il vero Kuomintang rivoluzionario deve essere non solo mantenuta, ma estesa ed approfondita sulla base dei soviets di massa". Il "vero Kuomintang rivoluzionario"?: ha già mostrato in aprile il suo contenuto ‘rivoluzionario’!

Nel suo Secondo discorso, sempre durante la stessa sessione del Comitato Esecutivo, allargato, egli precisa i termini del problema: "la rivoluzione borghese-democratica cinese progredirà e vincerà sotto forma sovietica o non vincerà in nessun modo". Deve essere chiaro che per ‘forma sovietica’ egli non intende solamente ‘sulla base di soviets (organismi indipendenti) di massa’, bensì che questi organismi dovranno essere la base della futura dittatura del proletariato: in caso contrario, la rivoluzione cinese "non sarà".

La borghesia nazionale, nell’epoca dell’imperialismo – o nella ‘fase dell’imperialismo’ –, è impotente a portare avanti la sua stessa rivoluzione, perché troppo implicata in compromessi con la stessa borghesia straniera. Il compito di portare a termine la rivoluzione nazionale ed anticoloniale spetta dunque al proletariato che, con l’aiuto delle masse contadine, potrà giungere alla fase della ‘dittatura del proletariato’ che, per propria natura non potrà autolimitarsi ai soli compiti della rivoluzione democratica. Non diversamente dovrà muoversi il Partito comunista in Cina.

"Il Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista insegnava che la rivoluzione deve assicurare alla Cina la possibilità di svilupparsi sulla via del socialismo". Su questo Trotsky non è in disaccordo; la domanda diventa ‘come fare?’, e continua: "Questo fine può essere raggiunto solo se la rivoluzione non si limita semplicemente alla realizzazione dei compiti democratico-borghesi, ma sviluppandosi, passando da una fase all’altra, cioè progredendo senza interruzzione (o in modo permanente) conduce la Cina verso il socialismo. È proprio quello che Marx intendeva per rivoluzione permanente".

Qui ci fermiamo. Abbiamo già sviluppato nell’incontro di settembre l’impostazione corretta su come Marx (e Lenin) intendessero per ‘rivoluzione permanente’ e non è sicuramente il caso di riprenderlo ora. Avvertiamo solamente che non abbiamo estrapolato ‘qui e là’ delle frasi di Trotsky per criticarle più facilmente: un lavoro del genere può farlo chiunque, su chiunque.

Se dedichiamo poco più di una paginetta a Trotsky è non tanto per criticare il suo giudizio contingente sulla rivoluzione cinese (giudizio che si basa su una impostazione errata fin dai primi anni del ‘900), quanto per mostrare che la debolezza teorica, e dunque politica, ‘di Trotsky’ (il più famoso esponente dell’Opposizione internazionale allo stalinismo) è in realtà debolezza programmatica di tutto il movimento comunista a livello internazionale, che dovrà veder passare non pochi decenni prima di potersi risollevare.

Nel settembre del 1930 appare, sul n. 37 di Prometeo, un manifesto Sulle prospettive ed i compiti della rivoluzione cinese firmato dalla Opposizione comunista presente in diversi paesi. La lettura di tale manifesto è utile unicamente per dimostrare la confusione programmatica esistente nelle file di ciò che resta del movimento. Riprendendo la classica impostazione di Trotsky (firmatario per ‘la Opposizione di Sinistra Russa – bolscevichi-leninisti’) sottolinea che, "il partito comunista cinese non può condurre il proletariato nella lotta per il potere senza partire dalle parole d’ordine democratiche. [La massa dei contadini, il cui appoggio è indispensabile] non può essere condotta che attraverso l’esperienza della lotta che dimostrerà e proverà loro che i suoi [della rivoluzione] compiti democratici non potranno essere risolti che dalla dittatura proletaria".

Posizione analoga viene espressa ne La tattica del Comintern 1926-1940, apparso a puntate nel 1947 sulla nuova serie di Prometeo, rivista del Partito Comunista Internazionalista, costituito nel 1943, dove si nega alla Cina la possibilità di una politica autonoma ed indipendente dalle altre nazioni di vecchio e ipermaturo capitalismo (attenzione: si parla di indipendenza dalle altre nazioni capitalistiche, non di impossibile – per la Cina, come per qualsiasi altro Stato nazionale – indipendenza dal capitalismo). La Cina, si legge nel testo citato, "dopo la sconfitta del movimento rivoluzionario del 1926-27, sia ridotta a diventare un immenso territorio dove l’urto si manifesta fra i grandi capitalismi esteri, ma non su un fronte che veda la borghesia ergersi contro l’insieme di questi capitalismi". Si commette dunque l’errore di schiacciare la borghesia cinese sull’immagine della ormai decennale marionetta Chang Kai-shek, non accorgendosi che il partito della rivoluzione nazionale cinese, già da molto tempo, non è più il Kuomintang, ma lo stalinizzato Partito comunista cinese.

Sono ormai passati molti anni e, a meno di cadere nel trotskysmo più degenere – con le chiacchiere sugli ‘Stati’ degenerati’ e ‘Stati deformati’ –, è facile osservare che la ‘dittatura proletaria’ in Cina non vi ha mai messo piede, e che nel frattempo ha perso completamente valore la proposizione ‘[la Cina] sarà socialista o non sarà’.

"Oggi [1964, vedi Programma Comunista, n. 23, Tesi sulla questione cinese], questa fase si è egualmente conclusa per tutta l'area afro-asiatica. Dovunque si sono costituiti, alla fine della II guerra mondiale, degli Stati nazionali più o meno "indipendenti", più o meno "popolari", che promuovono in modo più o meno "radicale" l'accumulazione del capitale. Per questo solo fatto, l'"estremismo" cinese non può più presentarsi come la teoria di un movimento nazionale rivoluzionario, ma come un'ideologia ufficiale di Stato borghese costituito, come un programma di collaborazione di classe con tutto ciò che questo comporta in frasi "socialiste"".

 

V. – Conclusione.

Nell’incontro del settembre scorso abbiamo ricordato che nel 1848 Marx ed Engels sottolineavano – nella loro critica alla borghesia tedesca, considerata "provincialmente prussiana" – come fosse indispensabile, per combattere la controrivoluzione assolutistico-feudale, una rivoluzione sociale-repubblicana spinta radicalmente "fino in fondo", ossia fino alla totale eliminazione di ogni presupposto all’esistenza delle classi sociali: cosa possibile solo con la partecipazione attiva del proletariato nonché la sua direzione. Alla prova dei fatti, l’esperienza dei moti rivoluzionari del 1848 mostra come i borghesi siano pronti ai più grandi compromessi con le vecchie classi dominanti: giusta quindi la critica alla ideologia piccolo borghese che, per paura della radicalizzazione del movimento del proletariato, vigliaccamente individua le soluzioni nelle ‘monarchie costituzionali’, spingendosi al massimo verso una ‘onesta repubblica’.

Non molto più in là si spinge l’utopismo, il ‘socialismo dottrinario’, che indica piani ideali basati sul sentimentalismo al fine di eliminare le contraddizioni esistenti, al posto di legarsi al movimento reale della società. Contro questo ‘socialismo utopistico’, Marx osserva che "il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, [… che …] è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale".

Saltando all’Ottobre 1917, si ripete lo stesso problema: si osserva che la borghesia, per paura che il proletariato possa andare oltre la richiesta di una repubblica costituzionale da essa guidata, arretra rispetto alle sue stesse esigenze politiche e si mostra pronta ai più meschini compromessi con lo zarismo e il capitalismo internazionale. Giusto quindi l’atteggiamento dei bolscevichi (Lenin, sopratutto) che, definendo ‘putrido’ il risultato del Febbraio ed il governo Kerensky, proclamano la necessità della dittatura del proletariato e dei contadini pure al solo fine del raggiungimento degli obbiettivi della rivoluzione democratico-borghese.

La Cina degli anni ’20 non fa altro che ripresentare il quadro suesposto: la sconfitta – con i massacri di Canton e Shanghai – degli anni 1925-’27, mostra come non solo la borghesia ‘compradora e reazionaria’, ma anche il Kmt ‘di sinistra’ rappresenti una classe borghese che prima di essere non-reazionaria, è proprietaria e della terra e di capitali, quindi anch’essa disposta a sviluppare dei compromessi con l’imperialismo, di fronte agli ‘eccessi ed estremismi’ delle masse proletarie e dei contadini. Anche qui dunque, l’indicazione rimane quella classica: per portare a termine la rivoluzione anche solo sul piano democratico-borghese, vi è bisogno non solo della partecipazione attiva del proletariato, quanto della sua direzione, quindi della sua dittatura.

Riepilogando: Europa 1848, Russia 1917, Cina 1927, sembrano mostrare che, giunta ad un certo grado di maturità della rete mondiale del capitalismo ormai sviluppatosi in pochi paesi che dominano il mondo intero, la borghesia non riesce ad essere propulsiva per portare avanti la propria rivoluzione nelle aree più arretrate. Giunti a questo punto, la lettura del movimento reale sembra indicare che solo il proletariato può portare a termine tale compito in un processo di rivoluzione permanente fino alla realizzazione del comunismo.

Eppure …

… il movimento comunista in Europa, in Russia, in Cina (e in tutto il mondo) viene pesantemente sconfitto, mentre la rete della produzione e della circolazione capitalistica si allarga con le definitive vittorie delle rivoluzioni borghesi in Europa, in Russia, in Cina (e nel mondo intero).

Come può succedere questo? Come può succedere che il modo di produzione capitalistico, che nasce all’interno della società feudale, a) esprima inizialmente una borghesia rivoluzionaria (Inghilterra e Francia, nel XVII e XVIII secolo ne sono i casi più eclatanti), b) diventi poi timida ed addirittura controrivoluzionaria (vedi la prima metà del XIX secolo in Europa e prima parte del XX secolo in Russia e Cina), c) per riprendere successivamente la sua corsa in modo radicale verso la metà del XX secolo (particolarmente in Asia, Africa)?

Abbiamo risposto allora – e non c’è alcun motivo per non ribadirlo – che in (a) la borghesia non aveva alcun timore della spinta del proletariato e poteva benissimo usarlo come ‘carburante’; in (b) vede lo spettro del comunismo che si aggira non più per la sola Europa, ma per il mondo intero; in (c) dopo una prova generale, il prometeico gigante si è assopito – nella ‘attesa di Ercole’ … "alla terza dopo la decima generazione" (Eschilo) – e questo permette alla borghesia di ‘cavalcare’ tale spettro, riportando il ruolo del proletariato a semplice combustibile della propria rivoluzione democratico-borghese.

Trotsky ha perfettamente ragione (con Lenin) quando afferma che il proletariato – in quelle precise aree ed in quei precisi tempi – deve farsi carico dei compiti democratico-borghesi, di fronte all’impotenza della borghesia, alla sua vigliaccheria ed alla sua propensione al compromesso più sporco; ha torto marcio (senza Lenin, questa volta) quando pretende di assolutizzare la possibilità o meno che la borghesia possa svolgere un ruolo rivoluzionario. "Nell’epoca dell’imperialismo" è la sua formuletta – dettata dal suo concetto di fase – che lo porta inevitabilmente a dire che la rivoluzione o "conduce la Cina verso il socialismo" o non vincerà in alcun modo.

Si può girare in tondo finché si vuole, si possono operare tutte le ‘dissociazioni dialettiche’ possibili, ma già da un bel pezzo, pur se marciamente borghese, … la Cina è!

E per chiudere questo lavoro, alla possibile domanda "che cosa avrebbero dovuto fare i comunisti presenti in Cina dopo i massacri di Shanghai e Canton?", è utile riprendere la risposta di Bordiga a Korsch di fronte all’invito di questi alla formazione di una Opposizione internazionale per facilitare la ‘ripresa’ del movimento rivoluzionario:

"In genere io penso che in primo piano oggi, più che l’organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti attraversate dal Cominter. Essendo molto indietro su questo, ogni iniziativa internazionale riesce difficile. […] bisogna lasciar compiere l’esperienza della disciplina artificiosa e meccanica col seguirla nei suoi assurdi di procedura fino a che sarà possibile, senza mai rinunciare alle posizioni di critica ideologica e politica e senza mai solidarizzare con l’indirizzo prevalente".

Questo il grande insegnamento di Bordiga: quando si è sconfitti si riconosce la sconfitta, se ne studiano le cause, si aspetta in silenzio e non ci si agita credendo che il rumore porti a qualche soluzione. I ‘grandi dialettici’ del tempo non potevano comprendere, nel loro vuoto teorico, che il ‘tacere’ ed il ‘non-fare’ era l’unica materiale e corretta azione per non cadere nella spirale del frontismo, del democratismo e della difesa delle varie ‘patrie del socialismo’ che nel giro di pochi decenni avrebbero infestato il mondo.

 

Letture

-- Quaderni Internazionalisti, La dottrina dei modi di produzione, novembre 1995.

-- Il Programma Comunista, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, 1976.

-- Lettera di Bordiga a Korsch, 1926

-- K. Marx – F.Engels, India Cina Russia, Il Saggiatore, agosto 1970.

-- Fung Yu-lan – Storia della filosofia cinese, Mondadori 1990.

-- M. Sabattini – P. Santangelo, Storia della Cina, Laterza, ottobre 2005.

-- Chi Ch’ao-ting, Le zone economiche chiave nella storia della Cina, Einaudi, 1972.

-- J. Chesneaux, M. Bastid, La Cina 1840-1885, Einaudi, 1974.

-- J. Chesneaux, M. Bastid, M.C. Bergère, La Cina 1885-1921, Einaudi, 1974.

-- E. Collotti-Pischel, Storia della rivoluzione cinese, Editori Riuniti, ottobre 2005.

-- Laura De Giorgi, Guido Samarani, La Cina e la storia, Carocci 2005.

-- Harold R. Isaacs, La tragedia della rivoluzione cinese 1925-27. Il Saggiatore, aprile 1967.

-- Lev Trotskij, raccolta di scritti in I problemi della rivoluzione cinese, Einaudi, 1970.

-- Lev Trotskij, Bilancio e prospettive della rivoluzione cinese, (in La terza internazionale dopo Lenin), Samonà e Savelli, 1969.

-- Trotskij, Vujovič, Zinoviev, scritti e discorsi in Cina 1927, Iskra Edizioni, maggio 1977.

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