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Lo Stato nell'epoca della globalizazione Ipertrofia del controllo e collasso dei rapporti nella società civile
Alla fine del secondo conflitto mondiale il capitalismo ha un nuovo paese guida. Gli USA sono lo strumento su cui poggia il nuovo livello raggiunto dallo sviluppo capitalistico e il loro dominio deve, forzatamente, essere planetario. L’aspetto determinante è quello della più ampia possibilità di circolazione e collocazione dei capitali anche se è importante la necessità di trovare ovunque sbocco alle merci USA. Diventa fondamentale costituire degli strumenti per garantire la regolazione dei flussi finanziari e del credito (FMI e BM) e formulare degli accordi per facilitare la "libera circolazione delle merci" (GATT). Il capitale ha la necessità di avere delle forme istituzionali che favoriscano la "pianificazione"legata alle esigenze della valorizzazione. Gli organismi sopra citati rappresentano un passaggio verso il governo unico mondiale che, però, non può darsi nel modo di produzione vigente. L’operatività degli organismi sovranazionali rappresenta l’inizio di un lungo periodo dove questi convivono con l’apparato ben più solido e più sperimentato dello stato nazionale. In prima istanza, le caratteristiche essenziali di questo passaggio sono: a) lo sviluppo delle forze produttive non può più essere contenuto nello spazio angusto degli stati a base nazionale; b) il territorio degli Stati Uniti è il luogo dove questo sviluppo è più evidente. Gli USA rappresentano e difendono non solo l’interesse americano ma il modo di produzione capitalistico che lotta per non soccombere. c) Gli organismi sovranazionali divengono lo strumento che in maniera crescente deve orientare e indirizzare la direzione di marcia degli stati nazionali; d) ne deriva che lo stato nazionale non esaurisce le sue funzioni ma comincia a modificarsi e alcune sue strutture portanti diventano il volano attraverso cui il nuovo che avanza si manifesta nella singola realtà nazionale; e) l’Europa cerca di adeguarsi a questa nuova situazione federandosi; il risultato è un’ulteriore ibrido tra lo stato nazionale e il suo superamento. In questo dopoguerra si conclude anche il corso dello schema colonialista classico. Il crescente dominio del capitale finanziario permette di controllare intere regioni del globo senza per questo dover annettere politicamente questi territori. Gli USA sono relativamente favorevoli a determinati movimenti anticoloniali o comunque non li contrastano contribuendo, in qualche caso anche apertamente, alla fine degli imperi coloniali delle vecchie potenze europee. Contemporaneamente maturano anche tre altri elementi che saranno portatori di profonde modificazioni negli anni a seguire: a) le prime forme di eccedenza di capitali vengono esportate verso una fascia di paesi "terzi"(Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Turchia, Iran, Messico, Brasile) innescando processi di industrializzazione che rappresentano l’inizio dei processi di deindustrializzazione nei paesi del centro, disegnando una nuova divisione internazionale del lavoro. b) la centralizzazione del capitale procede a ritmi sempre più intensi. La produzione aziendale, seppur fa capo a una sola direzione finanziaria, è estremamente differenziata (produce dai gelati alla componentistica avanzata). La produzione materiale delle merci avviene nei paesi dove il costo del lavoro è più basso e, per il momento, questa combinazione tra plusvalore assoluto (aumento delle ore lavorative e salari più bassi) e plusvalore relativo (aumento della produttività) permette enormi profitti, estendendo, al contempo, il carattere sociale della produzione. La condizione primaria perché tutto ciò si possa realizzare è poter spaziare ovunque senza vincoli geografici e/o normativi. I caratteri finanziari predominano nettamente rispetto a quelli produttivi e i fenomeni speculativi diventano dominanti (già dalla metà degli anni ’80 la corrispondenza tra movimenti di capitali e merci non supera il 5%), aumentano le acquisizioni di unità produttive con l’intento di scorporarle per avere maggiori vantaggi dalla vendita parcellizzata. Viene ridisegnata la stessa struttura dei monopoli in cui il centro direzionale è garantito dalle holding finanziarie detentrici dei pacchetti azionari strategici. Per rastrellare capitale da investire si rompe il monopolio delle banche, i nuovi prodotti finanziari, forme più manifeste della "nuova concorrenza" si strutturano in assicurazioni, società di leasing, di factoring, fondi di investimento, fondi pensioni, società off-shores. Le trasformazioni sono molteplici: la "nuova finanza" spinge alle estreme conseguenze la dipendenza della piccola e media impresa dalle holding sancendo la fine della proprietà privata dei mezzi di produzione. Le dimensioni delle multinazionali sbilanciano i rapporti con i singoli stati nazionali. Nei paesi di antica industrializzazione, il capitale finanziario internazionale riesce, con qualche problema, a imporre la propria logica che lo stato nazionale assume, progressivamente, come propria. Negli stati più deboli dal punto di vista strutturale si determinano rapporti di dipendenza e subordinazione. E’ importante sottolineare a questo proposito che non esiste quasi mai un rapporto di totale subordinazione all’interesse di una multinazionale, in questo senso giocano un ruolo fondamentale proprio istituzioni come il FMI o la BM; c) in questo quadro il singolo stato non è più in grado di determinare "autonomamente" le proprie scelte. Il grado di interrelazione dei mercati sempre più spinta impedisce qualsiasi velleità "fuori dal coro", gli organismi sovranazionali danno le direttive che i singoli esecutivi nazionali devono accettare senza possibilità di opposizione. E’ molto indicativo a questo proposito il caso della Francia di Mitterand, partita, all’inizio degli anni ’80, con furie autonomistiche e costretta a riadeguarsi al clima imperante dell’epoca nel breve spazio di un paio d’anni.
Ripercussioni all’interno degli stati nazionali In seguito a queste dinamiche, le banche centrali dei vari stati sono investite in pieno dalle trasformazioni del mercato mondiale. Dopo essere state per decenni (in qualche caso anche per secoli) i "guardiani" e gli "alfieri" dell’indipendenza nazionale sono obbligate a capovolgere il senso stesso della loro esistenza. Le banche centrali sono uno degli esempi più calzanti di quanto appena affermato. Da custodi della indipendenza monetaria, centro fondamentale della gestione economica dello stato si sono tramutate in crocevia essenziali e decisivi dell’integrazione sovrannazionale, adeguandosi agli input imposti dal mercato mondiale. Di conseguenza, strutture fondanti dei governi come i ministeri preposti alla regolazione dei flussi monetari, Tesoro, Bilancio e Finanza sono dei terminali degli indirizzi di politica monetaria. In Europa si verifica la stessa cosa anche per le strutture del commercio estero. Pur non subendo nessuna modificazione formale, queste strutture operano in senso opposto rispetto al passato. Agendo al fine di una integrazione sempre più spinta negano se stesse. Permane, comunque, un’importante differenza tra gli stati che sono motore di questo movimento e quelli che lo subiscono. La progressiva divaricazione tra ciclo di valorizzazione e stato nazionale investe l’insieme dell’architettura istituzionale causando ulteriori trasformazioni. Le sedi canoniche dello stato sono inserite in una duplice dinamica. Da un lato, l’esecutivo si centralizza in poche sedi decisionali in stretto rapporto con le istanze soprannazionali, dall’altro si scatenano aspri scontri tra bande, lobbies, consorterie che mirano esclusivamente a racimolare tutto quello che è possibile nel più breve tempo possibile. Accentramento del potere, svuotamento delle istanze politiche "tradizionali" e guerre per bande fanno parte di un unico quadro che manifesta l’impossibilità di gestire e distribuire la ricchezza come in passato. Inoltre nella condizione di progressivo "irrigidimento" dei rapporti tra le classi le funzioni repressive di carattere "preventivo" assurgono a politica corrente e a prassi quotidiana. Nel suo corso storico, il capitale porta alle estreme conseguenze il processo di spersonalizzazione e la totale scissione tra proprietà giuridica dei mezzi di produzione e la gestione/amministrazione di questi. Il processo d’accumulazione è sempre stato impossibile senza l’intervento dello stato. Il ciclo di valorizzazione travalica di gran lunga il solo aspetto produttivo e l’apparato dello stato ne permette la ripetizione e allo stesso tempo ne determina in una certa misura il modo e la forma. Regolazione dei meccanismi della concorrenza, delle relazioni commerciali, dei rapporti tra le differenti monete nazionali sono tutti esempi di quanto appena affermato. Si forma così un vero e proprio "esercito" di funzionari-guardiani dei meccanismi della riproduzione del capitale che si connota per la sua natura in stretta sintonia con i settori capitalistici internazionalizzati.
Conseguenze di queste trasformazioni nel rapporto tra stato e le "altre" componenti della borghesia I meccanismi sopra esposti colpiscono duramente le posizioni di potere di vasti strati di borghesia nazionale. La sequenza è, più o meno, questa: 1) I settori meno legati ai circuiti internazionali ricorrono a ogni sorta di strumento per difendere la loro condizione; 2) Si formano alleanze eterogenee corporative che sono di ostacolo ai grandi movimenti dei settori "sovrannazionali"; 3) Questo genere di alleanze corporative ha spesso stretta relazione con comparti della politica e di settori dell’amministrazione statale. La distanza crescente tra territori dello stesso stato, il frazionamento politico istituzionale fra diverse componenti dello stato, delle correnti politiche, dei diversi gruppi di interesse settoriale-localistico, delle lobbies, la crescita esponenziale dei poteri criminali, il loro peso sugli equilibri politici e il loro livello di internazionalizzazione, sono il risultato dei meccanismi sopra esposti. In questo quadro, le forme tradizionali della mediazione sociale tramite i partiti e le istituzioni parlamentari si rivelano sempre più inadeguate e incapaci di assicurare il necessario equilibrio tra tutte queste componenti. Gli interessi divaricanti producono l’aumento della conflittualità politico-istituzionale sfociando in scontri sempre più laceranti che in qualche misura trovano anche un’espressione violenta. Ne deriva una crescita significativa del "peso" degli apparati giudiziari e dell’insieme delle strutture repressive che si trovano a giocare un ruolo di primaria importanza nel tentativo di mantenere regole che possano sintetizzare un interesse "collettivo". L’azione giudiziaria è altamente destabilizzante e diventa un fattore di moltiplicazione dei conflitti, indipendentemente dalla sua vittoria o meno nel breve periodo. I gradi di intensità possono differire da stato a stato, le manifestazioni esteriori possono essere più o meno appariscenti ma nella sostanza la situazione tende a uniformarsi senza eccezioni.
Manifestazioni del collasso statale nei paesi di antica industrializzazione Il carattere estremamente internazionalizzato della produzione si riflette su ogni territorio in maniera differente. Settori dello stato nazionale (regioni, comprensori, distretti) si muovono con velocità diverse, attirando capitali e investimenti mentre a soli poche centinaia di chilometri la situazione può presentarsi in modo completamente differente. Perlomeno da due o tre decenni lo sviluppo in questi paesi non è omogeneo ma si configura per aree che tendono: 1) a distaccarsi dal contesto nazionale; 2) ad aggregarsi con aree che non fanno parte dello stesso stato. Questo tipo di aree ipersviluppate rispetto ai territori circostanti sono regioni dove esiste e si è sviluppato un tessuto connettivo di piccola e media impresa specializzato in comparti particolari, specifici passaggi produttivi, che trovano nicchie di mercato, fornitori o sub-fornitori di imprese e mercati maggiori. Si tratta, insomma, di un tessuto economico fortemente integrato nel mercato mondiale, specificità territoriali che dall’alto livello qualitativo delle loro produzioni, agricole, manifatturiere o dei servizi traggono la loro possibilità di esistenza e sono in grado di fronteggiare i livelli di concorrenza. Le differenti velocità di crescita e il legame più o meno proficuo col mercato mondiale comportano una crescente frantumazione del tessuto connettivo unitario che lo stato garantiva. Questa iniziale differenziazione cresce in un effetto-valanga. Più aumenta la distanza tra le regioni più differiscono i livelli di reddito, e di conseguenza le politiche fiscali, la spesa pubblica. Gli interessi localistici trovano un enorme spazio di sviluppo essendo prima effetto e, successivamente, ulteriore fattore della frantumazione nazionale. Le risposte politico-istituzionali che, in diverse condizioni, l’insieme dei paesi occidentali hanno fornito si sono rivelate soluzioni quasi peggiori della malattia: federalismo, politica del decentramento verso le istituzioni locali (comuni e regioni in particolare), politiche di differenziazione della leva fiscale. Nel primo caso, il federalismo, questo genere di scelta si rivela come l’anticamera della secessione e la rottura dell’unità nazionale. Stati di antica storia rivivere o vivono tensioni autonomistiche interne sempre più acute, in cui minoranze linguistiche spingono verso soluzioni radicali. E’ indicativo considerare che questo genere di problemi riguardano non solo "casi storici" come la Spagna ma anche stati di grande e storica stabilità come il Canada, Inghilterra, Belgio e in misura minore la Francia. Nel secondo caso, sotto un apparente afflato progressista, il decentramento amministrativo è un passo decisivo attraverso cui lo stato centrale cerca di rovesciare sulle sue propaggini periferiche le spese di carattere sociale come assistenza e prevenzione per le popolazioni più anziane, spesa sanitaria, servizi sociali di vario genere concernenti la gestioni del territorio. Si riduce la spesa delle istituzioni locali, il risultato è che laddove ci sono redditi elevati le condizioni sono relativamente stabili, dove, invece, le condizioni di partenza sono più modeste, si innesca un fenomeno di involuzione del rapporto reddito/spesa sociale. Si verifica un arretramento dello stato nel governare la spesa sociale e, di conseguenza, di regolare il processo di riproduzione di una parte della società. Come si è già notato, la politica fiscale costituisce un importante elemento per una maggiore o minore coesione sociale. Cercare di conquistare consenso contenendo la pressione fiscale o addirittura riducendone il peso, ha prodotto l’aumento della scomposizione territoriale. Se i movimenti contro il prelievo fiscale sono, a cicli alterni, una costante del disagio crescente della piccola e media borghesia dei paesi occidentali, basti pensare al poujadismo francese, al movimento antitasse che portò Reagan da governatore della California alla presidenza degli Stati Uniti. Artifici "politici" come il federalismo fiscale ottengono l’effetto della benzina sul fuoco incrementando ulteriormente i fattori di instabilità sociale. Dove questa differenziazione territoriale non porta ad aperti movimenti di "separatismo politico" si verificano fenomeni per certi versi ancora più disgreganti. L’esempio di certe regioni dell’Italia settentrionale è molto significativo. Agli inizi del 2000, la Lombardia ha immesso nei mercati finanziari delle obbligazioni. La risposta degli operatori finanziari è stata entusiasta in quanto La Lombardia e il Nord-Est godono di ottima considerazione nei circuiti internazionali. Le obbligazioni hanno portato alla regione una quantità di fondi superiori alle attese. E’ evidente che ciò comporta una maggiore possibilità di spesa, ossia erogare più servizi rafforzando legami con imprese di varia natura e consolidando clientele e sottosistemi di potere. E’ altrettanto chiaro che su un piano più generale, grazie a questa condizione "privilegiata" nei mercati finanziari la Lombardia si differenzia acuendo il processo di ineguaglianza rispetto alle regioni meno "redditizie". Un dato interessante è il nuovo rapporto in cui viene a trovarsi la regione Lombardia nei confronti del governo centrale, si sgancia,almeno potenzialmente, dal controllo di Roma. Ancora più singolare è quanto è stato riportato da alcuni giornali italiani rispetto al già citato Nord-Est. Una nutrita schiera di medio-piccoli imprenditori "esacerbati dalla eccessiva ed esosa pressione fiscale" aveva trovato modo di creare strutture parallele dove far confluire i propri profitti sottraendoli alle indagini delle autorità competenti e istituendo una sorta di circuito di credito alternativo che li avrebbe potuti rendere meno dipendenti dal legame con banche e vari erogatori di credito. Il fatto, avvenuto alla fine del decennio scorso, fu scoperto e tutto venne velocemente riportato alla normalità agendo in sordina. Ma se queste situazioni si verificano dimostra che l’alto grado di conflittualità latente con lo stato in merito alla politica fiscale; il bisogno, quasi disperato, di sottrarsi alle forche caudine imposte dalle banche cercando, senza nessuna speranza realistica, di dar vita a circuiti di "altro credito"; il parallelo con le pratiche del grande capitale più internazionalizzato che cerca di sottrarsi a ogni forma di controllo; una sorprendente somiglianza con le attività delle organizzazioni criminali che tendono a sviluppare il controllo dei flussi di credito al di fuori del sistema ufficiale. E’ noto che l’istituzione di un sistema fiscale forte è uno dei requisiti di uno stato forte, e lo stesso discorso è valido per quanto riguarda un altro pilastro dello stato, la banca centrale. Questi diversi tentativi di svariata origine evidenziano come queste istituzioni siano al centro di processi complessi e contraddittori che li portano a profonde trasformazioni. Vi è poi un’ultima considerazione da fare rispetto al rapporto tra stato centrale e istituzioni locali. Una tendenza in rapida diffusione è quella di scaricare oneri fiscali e spese sociali sugli enti locali di modo da alleggerire almeno formalmente il bilancio dello stato centrale. Si tratta evidentemente di una dinamica schizoide con effetti sul medio periodo potenzialmente dirompenti. Ogni epoca storica è segnata da considerevoli spostamenti di popolazioni: emigrazioni, invasioni, colonizzazioni. Il capitalismo ha insita la necessità di rompere steccati, barriere, confini e di provocare grandi rimescolamenti di popolazioni trasformandone la vita, la cultura, il futuro. Non è questa la sede idonea per ripercorrere i passaggi salienti e più o meno drammatici di questa storia. Basterà ricordare come tappe iniziali: l’esodo dei contadini verso la città e gli spostamenti conseguenti alle colonizzazioni. In seguito, dopo che si è formato negli stati a capitalismo più avanzato uno strato autoctono di classe operaia cominciano a delinearsi fenomeni di migrazioni di popolazioni "povere" verso paesi "ricchi". Tutto ciò modifica la composizione sociologica e culturale del proletariato e della classe operaia in questi stati. Queste dinamiche non sono né pacifiche né equilibrate e soprattutto trasformano profondamente le forme sociali, politiche e sindacali di ogni stato. Resta però il fatto che nel periodo di fase ascendente del ciclo capitalistico, sebbene attraverso enormi tragedie umane singole e collettive, le migrazioni comportavano complessivamente il miglioramento del tenore di vita di queste popolazioni e secondariamente l’amalgamarsi nella loro nuova realtà recependo e "digerendo" i valori socio-culturali del paese ospitante. Nella fase attuale, senile, del ciclo gli enormi spostamenti di popolazioni producono solamente la formazione di una massa potenziale di forza lavoro nella sua forma stagnante. Insomma, questa gran massa non troverà nessuno sbocco occupazionale continuo e duraturo che possa determinare una reale trasformazione della sua condizione socio-economica. E’ però altrettanto evidente che i differenziali di crescita economica continuano a spingere masse cospicue a cercare di migliorare la propria situazione cercando altrove dai loro luoghi di nascita le occasioni. Questo fenomeno è universale; i flussi migratori non sono solo da "Sud verso Nord". E’ comunque certo che una parte notevole si riversa nei paesi di più antica industrializzazione o paesi "ricchi". Ne derivano tutta una serie di reazioni a catena che mettono in particolare evidenza la debolezza dello stato nazionale. Nelle metropoli occidentali si concentrano generazioni di "esclusi" parzialmente o completamente dal ciclo produttivo. Non vengono assorbiti dal mercato del lavoro e gli strumenti di ammortizzazione dello stato riescono sempre meno a contenere e limitare il disagio sociale. Vasti strati di popolazione emigrata sono sempre più "estranei" all’insieme della società e solo parzialmente qualche settore si inserisce nei meccanismi dell’economia "criminale". Questa emarginazione materiale ha ovviamente il suo riflesso "ideologico-culturale". Pregresse identità nazionali e/o religiose divengono punto di riferimento e di aggregazione. Si forma così una massa che è "rifiutata" e "rifiuta" l’integrazione. Col passare del tempo, diversi territori metropolitani tendono a sfuggire al controllo dello stato e dei suoi apparati repressivi (p.e. le metropoli americane). Per mantenere un clima di contenuta e parziale normalità lo stato deve adeguare taluni dei suoi strumenti giocando sulla divisione, la corruzione e il "terrore". Rapidamente questi nuovi mezzi si rivelano solo dei paliativi incapaci non solo di risolvere il problema ma anche solo di contenerlo. In questa situazione di "vuoto istituzionale", si inseriscono strutture politico-religiose che sostituiscono talune funzioni dello stato, in ambito educativo e assistenziale nei confronti della popolazione emigrata. Nel quadro del degrado della spesa sociale, questo genere di penetrazione nella società dal "basso" garantisce un certo radicamento che cresce parimenti all’ostilità crescente verso lo stato. Nei casi in cui lo scontro diventa endemico, lo stato ricorre talvolta a queste strutture per tentare di contenere la pressione. Laddove la situazione non è così radicalizzata, l’autorità statale è comunque obbligata a cedere e/o contrattare parte del suo potere con le stesse strutture. Complessivamente lo stato perde parte della sua autorità rispetto a talune fasce di popolazione ed è costretto a trattare con entità esterne e/o straniere.
Fuori dal centro Fuori dai paesi di più antica industrializzazione le trasformazioni suddette si fondono con quelle prodottesi nella divisione internazionale del lavoro degli ultimi trenta anni. Così alcune borghesie "emergenti" dei paesi di nuova industrializzazione operano dei tentativi per superare la dimensione nazionale. Cercano d’ispirarsi all’esempio europeo, cercando cioè di unificare determinati territori confinanti, almeno dal punto di vista commerciale. Facciamo degli esempi: a) il Mercosur, associazione di alcuni paesi dell’America Latina, in particolare del cono Sud. Si tratta di un’entità centrata sull’ipotesi di costruire un mercato comune in quell’area; l’accordo è limitato allo scambio di merci e di capitali; b) il SADC che comprende i paesi dell’Africa Australe. In quest’area l’Africa del Sud rappresenta il paese leader verso ogni movimento di integrazione e cooperazione sovrannazionale. L’importanza di questa aggregazione sta nel tentativo del Sudafrica di porsi come direzione di un’area ricchissima di materie prime fondamentali per le produzioni ad alto contenuto tecnologico e di estendere, per conseguenza, la propria influenza a buona parte del continente africano; c) di particolare interesse è il CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) struttura che unisce l’Arabia Saudita agli altri paesi del Golfo della penisola arabica. L’integrazione di questi paesi è della massima importanza sia perché concentra una rilevante parte delle riserve petrolifere del pianeta sia perché gli enormi progetti di investimento in atto li rendono una delle aree più interessanti a livello mondiale. Inoltre, stanno valutando l’adozione dell’euro come moneta di scambio internazionale in sostituzione del dollaro. Date le dimensioni degli scambi di valuta è facile intuire l’importanza di una simile decisione; d) infine l’Asia del Sud-Est, area dove questo tipo di aggregazione soprannazionale è più gravida di conseguenze. A questo proposito, è molto indicativa la trasformazione dell’ASEAN. Durante la guerra fredda, questa organizzazione aveva una connotazione fortemente politico-militare, ulteriormente accentuata dopo la guerra in Vietnam. Oggi invece riunisce differenti stati e va assumendo caratteristiche economico-commerciali. I suoi progetti di riforma verso forme unitarie "avanzate" sono uno degli oggetti di trattativa "vivace" tra India, Cina, Stati Uniti e le potenze asiatiche "minori". Per gli USA è di vitale importanza impedire che questo organismo diventi strumento di integrazione degli stati asiatici dando vita a nuove entità politico-statale autonome. A giudizio di talune componenti dell’amministrazione Bush un simile scenario rappresenta il maggior pericolo sul medio e lungo periodo per gli interessi USA perché l’ipotesi della riunificazione asiatica, con probabile dominanza cinese, costituirebbe un osso troppo duro anche per gli americani. Riassumendo: esiste un movimento oggettivo verso il superamento delle singole dimensioni nazionali. I tre giganti asiatici, Cina, India, Giappone cercano di egemonizzare questa tendenza e dirigerla a propri fini e gli USA cercano di impedire in ogni modo questa ricomposizione, cercando accordi bilaterali con singoli stati, tramite accordi specifici, miranti a fare in modo che il processo unitario non incominci neppure. Se consideriamo che nella zona che va dal Golfo Persico alle province occidentali della Cina si trovano una parte delle riserve energetiche del pianeta si capisce che il futuro dell’ASEAN abbia un valore strategico per il futuro. Le borghesie di alcuni paesi cercano di superare i limiti nazionali. Il primo esempio di ricomposizione "anomala" è quello messo in atto da India, Brasile e Sud Africa sintetizzato nel neologismo IBSA. Gli aspetti fuori dal comune balzano agli occhi. Si tratta di stati nazionali situati in tre continenti diversi, molto distanti tra loro, con storia e passato differenti, senza nessun vincolo religioso comune. Eppure questi tre stati hanno forti punti di contatto soprattutto nel campo della difesa e quindi della spesa militare (da notare che tutti dispongono di eserciti imponenti e che l’India è anche una potenza nucleare). Questo primo aspetto ha una valenza considerevole dal punto di vista economico e anche delle evidenti ricadute politiche in quanto tutti tre aspirano a diventare o già lo sono potenze regionali di primo piano. Bisogna inoltro considerare che un certo tipo di cooperazione militare sottende una cooperazione politica, almeno su questioni internazionali di ordine generale. Vi è poi una cooperazione commerciale che crea uno spazio economico di 800 prodotti gestiti dalle tre nazioni. Per questo motivo, vi sono riunioni periodiche in cui il ministro degli esteri e del commercio estero dello stato ospitante assume il ruolo di presidente della conferenza. Una simile aggregazione non si fonda in base a una radice storica di qualsivoglia genere ma su una condizione comune nel presente: borghesie che sono sicuramente in grado di competere sul mercato mondiale conquistandosi posizioni di rilievo a cui l’ambito di agibilità che hanno è diventato insufficiente. Il livello di internazionalizzazione dei mercati impone obbligatoriamente il superamento non solo dell’ambito nazionale ma anche di quello continentale unificando le energie su scala mondiale. In questi ultimissimi anni si è venuta determinando un’altra e originale forma di aggregazione tra stati non confinanti. Si tratta delle conferenze organizzate tra gli otto paesi islamici più popolosi. Quest’insieme raggruppa paesi geograficamente molto distanti tra loro (es. Nigeria e Indonesia) di razze ed etnie differenti, aventi in comune il fattore religioso. Considerando il numero dei musulmani nel mondo si può desumere che la frazione del commercio mondiale sotto il controllo islamico potrebbe crescere considerevolmente e quindi si devono elaborare e strategie e politiche ad hoc rispetto al "mercato musulmano". Il "risparmio islamico" è una fetta del mercato finanziario apprezzabile su scala planetaria ed ha caratteristiche specifiche. Come è noto, l’islam proibisce qualsiasi forma di usura; in riferimento al mercato odierno dovrebbe proibire anche qualsiasi forma di operazione finanziaria di genere creditizio-speculativo. Nell’ambito dei paesi musulmani sono parecchi anni che la questione viene affrontata e ci sono state varie proposte per aggirare il problema. Esiste, comunque, una notevole massa di risparmio "islamico" non impiegato "con profitto". Questi paesi si pongono (o dicono di volerlo fare) come punto terminale ed aggregativo di questa massa finanziaria. Diventare il bacino di raccolta del risparmio islamico su scala mondiale significa mirare alla rendita petrolifera (gran parte delle riserva petrolifere e di gas mondiali si trovano nel Golfo, in Asia Centrale, in Nigeria e Indonesia). Grandezze economiche considerevoli che permetterebbero di disporre di " ingenti mezzi finanziari". Nella composizione di questo gruppo è assente l’Arabia Saudita; si potrebbe ipotizzare che porre come criterio la quantità numerica delle popolazioni interessate abbia come scopo l’esclusione dei sauditi. Se il progetto prendesse corpo è chiaro che si dovrebbero determinare delle istituzioni (non forzatamente di natura statale) di carattere transnazionale per raccogliere e convogliare questa massa creditizia. Apparentemente, si tratterebbe di un’iniziativa di marcato stampo anti-occidentale ma la variegata partecipazione (Nigeria, Pakistan, Indonesia, Egitto, Turchia) e il ruolo di traino all’iniziativa svolto dalla Malesia, tutti paesi di "provata fede occidentale americana" fa sorgere qualche dubbio sulle finalità dell’operazione. Ma al di la degli aspetti congiunturali bisogna riflettere sui nessi tra religione e realtà economico-sociale. Il mercato mondiale ha permeato l’intero globo. Le parti di borghesia marginali a questo processo devono ricorrere a nuovi strumenti per difendere il loro spazio economico. La religione, attraverso i suoi precetti, prescrive comportamenti che definiscono la condotta di enormi masse umane. La religione islamica può contribuire ad aiutare la borghesia a cui abbiamo fatto riferimento sopra a definire in maniera adeguata il "suo" spazio economico. Due esempi di quanto appena detto riguardano il risparmio e il consumo e quindi in ultima istanza il commercio. La prescrizione coranica sulla proibizione del profitto derivante dal prestito è oggetto di discussione nel mondo islamico da molto tempo. La definizione di una forma di raccolta e di utilizzo del credito differente dalla prassi occidentale apre uno spazio che certe valutazioni stimano compreso tra il 10 e il 15% del risparmio mondiale. La religione, in questo caso l’islam, diventa lo strumento per difendere e proteggere un mercato senza frontiere, dogane, dazi. Lo stesso vale per il consumo: definire merci e servizi corretti dal punto di vista islamico è un altro esempio di possibilità di protezione dei mercati senza strutture statali. In questo caso, la religione diviene il mezzo che adegua le forme della concorrenza superando gli strumenti che storicamente sono stati assicurati dallo stato, anzi ne costituivano una prerogativa fondante. Nell’ambito delle relazioni concorrenziali del mercato mondiale la religione assume ruoli che rimpiazzano certe funzioni dello stato. Questo incrocio produce qualcosa di "nuovo" attraverso strumenti "vecchi" (la religione). Tutto ciò determina un miscuglio caotico di superamento della forma dello stato nazionale, elementi del passato come le gerarchie religiose e spinte verso il futuro come le unioni di diverse borghesie verso forme organizzative "nuove". Non è certo che questo processo avrà uno sbocco, anzi, con buone probabilità, resterà un ibrido, qualcosa di indefinito tra passato e futuro. In questa sequenza di avvenimenti e tentativi di vario tipo verso il superamento dei limiti nazionali, vi è un caso molto particolare di cui è necessario parlare. Si tratta della Turchia. Per anni è stato un pilastro della politica americana nell’ambito della guerra fredda. Il peso considerevole che l’esercito occupa nelle dinamiche di sviluppo e stabilità del paese ne ha fatto un alleato sicuro e affidabile. Poi con il crollo dell’URSS lo scenario si è trasformato e per la Turchia si sono aperti scenari fino a pochi anni fa neanche ipotizzabili. Le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale sono ora, formalmente, stati indipendenti e in quest’area si concentrano enormi risorse energetiche, gas e petrolio. In molti cercano di mettere le mani su questa fortuna determinando una situazione di ulteriore confusione e instabilità. Ma si dà il caso che gran parte di queste popolazioni sia di etnia turca e le lingue più parlate sono il turco e l’orgul (?controllare se la parola è scritta correttamente). In Turchia si considera l’area come uno spazio "turco", e il sogno della grande Turchia appare più concreto. Sicuramente l’influenza turca nella zona si è notevolmente accresciuta ma questo non significa che i progetti espansionistici vadano in porto perché molti sono i concorrenti, cominciando dagli USA, passando per la Russia e arrivando a Cina, India, Pakistan, Iran e Arabia Saudita. Questa situazione ha, rispetto a quelle già prese in esame, caratteri molto originali perché si tratta dell’estensione e del rafforzamento di uno stato nazionale esistente e in piena attività, dell’aumento del suo dominio su territori molto distanti che metterebbero a soqquadro tutta l’attuale configurazione della zona. Per certi versi si tratterebbe di uno dei pochi casi di rafforzamento e di allargamento del suddetto stato nazionale sulla base delle affinità etniche, culturali e religiose. L’altro fattore fondamentale è il carattere "futuribile" di questa ipotesi in quanto non è certo ipotizzabile come soluzione a breve termine. Infine, questo caso si connota come una terza via del mondo islamico tra l’assoluto integrismo "antistatale" wahabita che caratterizza tutto il percorso saudita e la tortuosa e spesso contraddittoria esperienza iraniana dove entità nazionale e religiosa vengono fusi in un cocktail a se stante. La Turchia gioca le sue carte per diventare potenza regionale in un’area della terra strategica, basandosi su una struttura di stato nazionale forte. E’ ovvio che una simile dinamica contribuirà ad accrescere il grado di conflittualità in tutta l’area e causerà un ulteriore fonte di divisione all’interno del mondo islamico, ma va comunque considerata come un altro esempio della necessità del superamento degli stati nazionali, strutture non più in grado di restare al passo dei tempi, come tale o si trasformano o scompaiono.
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