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Struttura frattale delle rivoluzioni (Chiave di lettura per una storia della formazione del Partito Comunista Internazionalista - 1945 e 1952)
Non possiamo evitare di disturbare l'universo. (Thomas S. Elliot) (1) Nello scorrere turbolento dell’atmosfera si aggira forse un orribile oggetto frattale che ancora non riusciamo a rendere visibile (2). Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione e vede e confonde se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale (3). Degli uomini combattono e perdono la loro battaglia, e la cosa per cui si erano battuti nasce malgrado la loro sconfitta, e quando nasce risulta diversa da ciò che essi sognavano, ed altri devono combattere per ciò che essi sognavano sotto altro nome. (William Morris) (4).
Indice dei capitoli Premessa I. – Non possiamo evitare di disturbare l’universo II. – Il PCInternazionalista III. – Il partito comunista: "oggetto" di storia IV. – Il partito comunista: "soggetto" di storia V. – Dal comunismo "inferiore" alla "gemeinwesen" futura VI. – Struttura frattale delle rivoluzioni VII. – Elementi (più che basilari) della geometria frattale VIII. – Sul nostro orribile oggetto frattale IX. – Autosimilarità X. – Il partito della Comune XI. – Da occidente ad oriente XII. – Da occidente ad oriente: rivoluzione e controrivoluzione XIII. – … e il proletariato in Europa? XIV. – Globalizzazione e guerra infinita XV. – La rivoluzione ed il ventre della balena XVI. – La rivoluzione, il suo partito e … Prometeo
Premessa. Generalmente i nostri incontri si svolgono sulla base di una presentazione orale dei temi del momento, a cui segue una traduzione in forma scritta. Oggi i veneziani rovesceranno la prassi: presenteranno brevemente, in maniera orale, quanto si sono sforzati di sintetizzare, e di farvi avere per tempo, in maniera scritta. La nostra relazione, dunque, non avrà bisogno di dilungarsi oltre "il dovuto". Quanto si cercherà di esporre vuole essere la sintesi di considerazioni su problemi nati 1) dagli incontri settimanali dei veneziani che da circa un anno si aggirano intorno ai vari temi proposti dalle tesi della SCi e del PCInt (5), nel corso di 50 anni del secolo passato, nonché 2) da letture, incontri, scambi di vario tipo che, con regolarità diversa e con i compagni delle diverse località, sono avvenuti su problemi analoghi e a volte sugli stessi temi. Come a suo tempo abbiamo avuto modo di anticiparvi, ci rendiamo conto che Struttura frattale delle rivoluzioni è un titolo decisamente roboante e non poco pretenzioso, in rapporto alla capacità di lavoro espressa nei capitoli che avete avuto occasione di leggere. Tale titolo era stato sostituito da uno più terra-terra ( … più "umile") ... per ritornare ben presto a quello iniziale perché, se è vero che suona un po' "rataplan", è altrettanto vero che meglio di qualsiasi altro indica il tentativo svolto e che, se troppo rozzamente sviluppato, più di altri suona come provocazione ed invito a tutti al fine di raccoglierne la sfida per portarlo al livello di un semilavorato degno del piano sul quale vorremmo (n+1) attestarci. Avrete modo di leggere nel testo che questo lavoro ha la pretesa non solo di essere pertinente con una impostazione successiva (magari per dicembre se avremo fiato) di una storia sulla formazione del PCInternazionale (Battaglia Comunista 1945 e Programma Comunista 1952), bensì ha la pretesa di tentare (sul "riuscire" si vedrà) di porre una "chiave di lettura" per questa stessa storia: chiave di lettura, a prescindere dalla quale questa storia (come ogni storia, del resto) risulterebbe solamente un susseguirsi discreto di "fatti" ed una cronaca di un potenziale lavoro politico ridotto a puro accumulo di "beghe" prodotto da marescialli senza il bastone di comando. Ancora più importante: chiave di lettura che deve essere presente indipendentemente dalla (quindi presente già prima della) esistenza stessa del PCInternazionalista. Di fronte al problema, sentito da molti compagni e che ha ispirato questa nostra sintesi, sulla "natura del partito comunista internazionalista 1945-1965", il nostro lavoro rischia di cadere in un sorta di "fuori tema". Di una cosa ci dobbiamo convincere: il pericolo di cadere in un possibile "fuori tema" non è dato tanto da limiti soggettivi dei "veneziani", quanto dalla necessità di collocare – secondo l’insegnamento che possiamo trarre da tutta la storia della nostra corrente, e non solo – la storia del PCInt. all’interno di tutto il complesso mosaico della storia del Partito, della storia della Rivoluzione e della storia della nostra Specie. Nello sviluppo di questo lavoro, ci rendiamo conto di camminare in una delle più minate "terre di confine", ma, più di tante altre volte, facciamo nostro il motto del fisico austriaco Erwin Schrödinger, che nel 1944 scrisse (6): "Noi percepiamo chiaramente che soltanto ora cominciamo a raccogliere materiale attendibile per saldare insieme, in un unico complesso, la somma di tutte le nostre conoscenze; ma, d’altro lato, è diventato quasi impossibile per una sola mente il dominare più di un piccolo settore specializzato di tutto ciò. Io non so vedere altra via d’uscita da questo dilemma (a meno di non rinunciare per sempre al nostro scopo) all’infuori di quella che qualcuno di noi si avventuri a tentare una sintesi di fatti e teorie, pur con una conoscenza di seconda mano e incompleta di alcune di esse, e a correre il rischio di farci ridere dietro". Leggiamo spesso sulla nostra stampa riferimenti alle moderne teorie sui sistemi dinamici, teorie del caos, complessità, frattali, ecc. ecc.. Nel corso di questa nostra relazione cercheremo di usare il metodo dettato dalle moderne geometrie (frattali nel nostro specifico caso) senza la presunzione dei grandi voli d’aquila, che molto spesso si rivelano come i voli del paperotto (i voli d’aquila verranno a tempo debito!). Ci soffermeremo brevemente a ripetere soprattutto alcuni elementi di base della cosiddetta "geometria frattale": non dovrà essere considerata come una elementari "lezioncina" su cose elementari che magari molti compagni conoscono bene, quanto piuttosto una piccola provocazione – da qualcuno già raccolta, a quanto sembra – ed invito a considerare che ci sono strumenti conoscitivi ulteriori e diversi, utili al lavoro che ci proponiamo, rispetto a quelli possibili una cinquantina d’anni fa. Non è più sufficiente – sulla scia della pedata di Bordiga ai "pelandroni" – imparare a maneggiare un po’ di "numeretti". Le giovani generazioni di comunisti dovranno far proprio il "linguaggio con cui è scritto il libro della natura" (Galilei) a livello ben diverso di quanto non sia stato fatto fino ad ora; e dovranno farlo senza adagiarsi troppo sul fatto che la futura ionizzazione sociale … porterà al proletariato e al suo partito i tanto attesi (dalla poltronite) capoccioni transfughi della società borghese. Dobbiamo imparare ad utilizzare quanti più strumenti possibili. Senza stupide presunzioni, certamente. Voliamo pure basso, dunque, sforziamoci di rimanere per bene con i piedi per terra … però, sapendo e volendo in ogni caso muoverci con la determinazione di chi, pur seduto tranquillamente in riva al mare, riconosce l’orizzonte non come l’obbiettivo da sempre sognato, ma come una semplice porta che si apre sull’infinito (7).
I. – Non possiamo evitare di disturbare l’universo. Lo sforzo di legarsi a "tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale … al membro della comunità futura" deve accompagnarsi alla capacità di non elevare a mito le parole, i nomi, il linguaggio del passato, anche se l'"abbandono" della calda e rassicurante terminologia del passato non sempre porta automaticamente alla capacità di trovare forme "nuove" e più precise per parlare delle cose di sempre: il linguaggio non si inventa a capocchia. Non diciamo forse che cerchiamo sempre gli invarianti nel complesso sistema delle continue trasformazioni operanti nell’insieme della natura, quindi anche nelle forme di comunicazione dell'uomo? Nel fare questo abbiamo ben chiaro che non possiamo evitare di disturbare l'universo ... non solo quello comprendente Sirio, Andromeda, ecc., ma anche il "nostro piccolo universo", quello relativo all’esperienza della nostra Sinistra Comunista e del lavoro del nostro Programma Comunista anni ’50-’65: universo che il più delle volte viene idealizzato, portato a livello di icona che impedisce di vedervi una qualsiasi "imperfezione", che fa perdere un sacco di tempo per "spiegare" in termini "giustificativi" qualsiasi cosa detta o scritta; e, cosa più importante, un universo di idealizzazioni che ci fanno dimenticare che il corpo della dottrina non sta nella somma delle affermazioni, proposizioni, tesi, articoli, ecc., ma nell'insieme di tutto questo lavoro: insieme che a volte non solo permette, ma impone di tagliare questa o quella affermazione, proposizione, tesi, ecc. ecc.. Facile a dirsi! Chi si prende la responsabilità di tagliare questo o quell'angolo aguzzo; chi si prende la responsabilità di porsi di fronte al continuo ed "eterno" semilavorato e tagliare quello che ormai, a distanza di anni, si rivela solo rumore producente pura confusione. La risposta tutto sommato è abbastanza facile: potrà farlo quel lavoro che avrà saputo "rivestirsi" con pelle di rinoceronte. Dall’aldilà arriva una terrificante sghignazzata: impotenti persino a caricare la sveglia, prima salitemi sulle spalle e spazzolatemi un po’ i capelli, poi, se avrete imparato a vincere la paura del vuoto, potrete guardare un po’ più lontano. Ma, con quest’aria mefitica, con tutta quest’acqua sporca, com’è possibile che si formi qualche giovane Abramo che abbia il coraggio di sfidare la potenza di Dio? Come non cadere nel pessimismo, come non farsi avvolgere dalla sfiducia e dal canto di qualche suadente sirena del dubbio? Nel tentativo di toccare la testa del "grande vecchio" molti sono caduti e molti cadranno, ma la nostra certezza sul comunismo, ci mostra come sorgeranno inevitabilmente dei nuovi Abramo con sana pelle di rinoceronte, prodotti da quel movimento reale che aiuterà a vedere chiaramente come il Dio sghignazzante e terribile altro non è che il movimento passato della nostra rivoluzione, che aspetta di essere criticato – il Dio sghignazzante non deride la critica rivoluzionaria, ma le pulci che, giunte alla sua caviglia, teorizzano che l’unico movimento reale è quello … possibile attorno alle caviglie –, unico modo per poter arrivare al suo superamento, vale a dire alla comprensione della necessità di distruggere ogni catena che aiuti a conservare l’esistente. Insomma, "disturbare l’universo" può significare, in questo caso, guardare le cose di sempre con occhi diversi.
II. – Il "partito" ed il PCInternazionalista. Di fronte alla necessità di collocare – all’interno della vita del Partito storicamente inteso – la funzione che ebbe il Partito Comunista Internazionalista-Battaglia Comunista e il Partito Comunista Internazionalista-Programma Comunista nel ventennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale, è di importanza fondamentale non dimenticare che questo "partito" si era formato e operava all’interno di un ambiente sociale e politico dominato ferreamente dalla borghesia non soltanto – e non tanto – con la forza delle armi, quanto dominato da una ideologia popolar-democratica che vedeva stroncata sul nascere ogni possibilità di ionizzazione storica, ogni possibilità di polarizzazione della società in classi nettamente antagoniste. Lo "stalinismo" aveva distrutto quanto di positivo aveva programmaticamente dato la Terza Internazionale all’inizio degli anni ’20, e l’appena costituito PCInt-Battaglia Comunista si trovava dunque ad operare, alla fine della seconda guerra mondiale, in un ambiente completamente appiattito attorno all’unica bandiera che dall’ovest all’est, dall’America di Truman alla Russia di Stalin, veniva sventolata: la bandiera della democrazia. Dunque, di fronte alla possibilità di svolgere un tale lavoro, è utile partire dall’auto-definizione "partito", e quindi una domanda possibile diventa: Battaglia Comunista prima e, dal ’52, Programma Comunista erano "il partito"? Domanda mal posta. Potevano essere "il partito" rivoluzionario? Meglio ancora: poteva esistere un partito comunista negli anni ’50 e ’60? NO! Non poteva esistere in quegli anni, come non poteva esistere nel ’45. Insomma, che cosa permette di vedere l’esistenza di un partito comunista? Che cosa caratterizza un partito? Forse il numero dei suoi elementi: noi siamo "in 20" e Programma aveva "2000" aderenti? Leggiamo da La passione e l’algebra (pp. 47-48): "Nella dinamica storica il proletariato è un classe per sé se esprime una guida teorica e pratica, il suo partito: ‘La classe presuppone il partito, perché per essere e muoversi nella storia la classe deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa’ ". Attenzione al gioco di prestigio. "La classe presuppone il partito", per cui se non presuppongo il partito non posso parlare di classe; quindi posso parlare dell’esistenza della classe alla condizione che ci sia – che di fatto esista – un partito che la rappresenta: un partito caratterizzato dall’"avere una dottrina critica e una finalità da raggiungere in essa [la storia]"; ne consegue che quando vedo operante una "dottrina critica verso una finalità " (cioè, un lavoro per scolpire una dottrina critica verso una finalità) mi trovo in presenza del partito di classe: ergo, è giusta l’auto-affermazione di "partito" fatta da Battaglia e poi da Programma Comunista (il cui lavoro – in Programma – per restaurare il corpo della dottrina, in ogni caso, è da rivendicare pienamente). Il materialismo storico-dialettico non ha nulla a che vedere con i giochi di prestigio e neppure con il formalismo linguistico della antica sofistica greca (8). Il gioco di prestigio comunque viene tagliato nettamente con l’altra classica affermazione: "Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni …". Ma, se dunque la classe presuppone il partito ed il partito non può costruirsi sulla base della volontà di individui e di gruppi, si correrebbe il rischio di cadere in una sorta di impotenza esistenziale, dove non si potrebbe prevedere il futuro e quindi volerlo sarebbe pura utopia. Come uscirne? "La uscita dialettica da questa doppia tesi (che il proletariato può e non può, è la prima classe che tende alla società aclassista, ma non ha la luce che alla specie umana risplenderà dopo la morte delle classi) sta nel doppio passo contenuto nel Manifesto dei Comunisti. Primo tempo: partito; secondo tempo: dittatura. Il proletariato massa amorfa si organizza in partito politico e assurge a classe. Solo facendo leva su questa prima conquista si organizza in classe dominante. Egli va alla abolizione di classe con una dittatura di classe. Dialettica! La capacità di descrivere in anticipo e di affrettare il futuro comunista, dialetticamente non cercata né nel singolo né nell’universale, è trovata in questa formula che ne sintetizza il potenziale storico: il partito politico attore e soggetto della dittatura" (9). Osserviamo che la precedente citazione, tratta da Partito e classe, è preceduta da "Nella dinamica storica il proletariato è una classe per sé se esprime una guida teorica e pratica, il suo partito". Nessuno può essere in disaccordo con un’affermazione del genere – a meno che non condanni per principio il concetto stesso di "partito" (10) –; deve essere chiaro comunque il contenuto di quel verbo "esprime". Non si deve intendere che, una volta che i lavoratori della Slesia nella prima metà del secolo XIX° hanno dato il segnale che una nuova classe batte alle porte, da quel momento sorge la consapevolezza della necessità del partito – necessità che il proletariato "esprime una volta per tutte" – e dunque … ogni momento è buono per "costruire" il partito e … chi non costruisce con me, peste lo colga! Il partito non è parte indifferenziata della classe, bensì l’organo di direzione politica e organizzativa della classe. Per la SCi, la distinzione "organo" e "parte" aveva il significato di sottolineare la necessità fondamentale della forma "partito comunista" nettamente distinto e preminente rispetto a qualsiasi altra organizzazione del proletariato (consigli di fabbrica, sindacati, soviet territoriali, ecc.). Ma diventerebbe una buffonata ritenere che per la SCi la distinzione diventa contrapposizione: compresa la necessità, per la rottura rivoluzionaria, dell’organo partito, non si deve dimenticare che in ogni caso esso deve essere considerato sempre anche parte del proletariato. L’analogia con il corpo umano può essere utile: la testa non è il cuore e non è il fegato; è un organo specifico con funzioni specifiche che, in ogni caso, fa sempre parte dell’insieme corpo umano; staccandolo da questo insieme diventa un qualsiasi "ammasso" fuorché una testa. Ricordando che, col lavoro fatto e con quello da fare, ci sforziamo di essere sempre più precisi nelle formulazioni ed avendo ben chiaro che le parole, di fronte al giudizio su una particolare esperienza politica, non sempre sono solamente "parole", è utile a questo punto ripetere la domanda: che cosa permette di vedere l’esistenza di un partito? Che cosa caratterizza un partito? Proviamo a dire: ciò che caratterizza l’esistenza del partito quale organizzazione formale del proletariato per il suo "assalto al cielo" è dato da
Questo esclude che si possano costruire partiti quando e come si vuole; esclude che si possa parlare dell’"idea di partito" al posto di un partito comunista reale nelle condizioni geostoriche specifiche (allo stesso modo si deve escludere di parlare dell’"idea del comunismo" quando non si riesce a cogliere il suo movimento reale); come esclude che si possa presupporre l’esistenza di situazioni oggettive favorevoli contemporaneamente all’esistenza di situazioni soggettive sfavorevoli (12). Nei lavori di Programma Comunista, noi troviamo la distinzione fra partito storico e partito formale, ossia fra il programma invariante che esiste indipendentemente dalla quantità di comunisti che lo difendono e la forma-organo-partito che periodicamente ("episodio nella storia del partito": Marx a Freyligrat) si presenta sulla scena della storia e che si rivela tale per quello che realmente fa e non per quello che esso dice e crede di essere. Ed allora, è possibile definire "partito" Programma Comunista? Dopo quanto detto è evidente che no! Fu un potente "lavoro" portato avanti da "negri" che sapevano tirare la carretta tale da lasciarci un mare di semilavorati sui quali noi ed altri dovremo lavorare molto per riuscire a masticarli e digerirli a dovere … ma non fu il partito, perché le condizioni storiche non potevano permetterne l’esistenza (13). Concludendo: le citazioni lette in La passione e l’algebra, insegnano un’altra cosa: presa a sé qualsiasi citazione potrebbe servire a combattere quella successiva. Possiamo trovare degli avversari (si pensi ai tanti "partiti bordighisti" presenti nel "mondo bordighista") che magari usano le nostre stesse citazioni per negare l’uso da noi fatto di quelle citazioni medesime. Ci sono tanti marxologi che potrebbero sommergerci di citazioni contenute nella loro capiente memoria, ma sicuramente sappiamo tranquillamente resistere a tali "pressioni". Come si potrebbe risolvere una faccenda di tal genere? La "guerra delle citazioni" si risolverà quando saranno presenti le tre condizioni sopra accennate per poter individuare la presenza del partito comunista sulla scena della società; in quel momento la soluzione sarà data da un bel botto e la rivoluzione eliminerà le "beghe" inutili.
III. – Il partito comunista: "oggetto" di storia. Nell’incontro di giugno abbiamo ricevuto l’invito a non gonfiare i nostri discorsi con troppi orpelli: "… molte categorie soffrono di troppi aggettivi …". Forse si potrebbe aggiungere: … e sostantivi, e frasi fatte … Non faremo mai abbastanza attenzione alle "frasi fatte": affabulazioni che soddisfano chi le pronuncia e non poche volte chi le ascolta ("suonano bene"!), ma che non possono chiarire nulla; puro rumore avente la funzione di riempire il vuoto, con il deleterio risultato di impedire di vedere chiaramente che questo "vuoto" è debolezza di corposi concetti (14). Vediamo un primo esempio di possibili enunciazioni tratte dalle nostre tesi, che possono diventare dopo un qualche tempo delle "frasi fatte": "Il partito è al tempo stesso un fattore e un prodotto dello svolgimento storico delle situazioni" (15). Ripetere è bene, ma comunque va dato sempre contenuto materiale alle affermazioni. Questa tesi, assieme ad altre, voleva a suo tempo combattere la politica attivistica producente delle "piccole beghe e piccole umane incertezze" (16). Siamo già a metà degli anni ’60. La confusione interna a Programma ormai è insanabile e non può permettere soluzioni positive: l’esplosione futura sarà inevitabile. Infatti non passano troppi anni che si osserva il "corretto" capovolgimento e la "corretta rilettura" della stessa affermazione. Il proletariato "si muove"; il "movimento" si sviluppa in Francia nel ’68, in Italia nel ’69; c’è fibrillazione dappertutto; gli americani lasciano un po’ di corteccia in Vietnam e … i compiti del "partito" devono discendere dalla corretta comprensione della propria natura e della collocazione che esso ha nella storia: il partito è sì prodotto della storia, ma contemporaneamente suo fattore. Alè, il gioco è fatto. Noi non siamo dualisti (certamente, su questo siamo tutti "fratelli" e, a ben studiare, la Terza Internazionale ha dato molto fino al IV Congresso compreso: basta leggere correttamente e, soprattutto, "dialetticamente") e se il partito esiste significa che è prodotto da condizioni materiali che impongono la sua esistenza, perché solo la sua azione può essere fattore di liberazione del cammino verso lo sviluppo ulteriore di queste stesse condizioni materiali. Definiremo la voce "condizioni materiali" nei più diversi modi: comunismo, movimento reale, sviluppo delle forze produttive, quel-che-ti-pare. La cosa fondamentale in ogni caso è comprendere che Programma Comunista non è un cenacolo che separa la teoria dall’azione, ma un reale partito che combatte tale separazione al suo interno [al 1965, questo è il livello della reale "organicità" di quello che sempre più verrà considerato il nucleo del partito di domani]. Dovranno faticare non poco, negli anni ’70, quanti cercheranno di non farsi inglobare dalla ragnatela del trotskysmo: quello consapevole degli "entristi" e quello non consapevole dei non-entristi. Ma torniamo all’affermazione di partenza – "Il partito è al tempo stesso un fattore e un prodotto dello svolgimento storico delle situazioni" (proposizione che più che spesso è stata sintetizzata in "il partito è fattore e fattore di storia") –, sottolineando che dobbiamo far completamente nostro (digerire) quello che affermiamo, allo stesso modo che dobbiamo capire il modo con cui i nostri avversari usano le stesse affermazioni. A distanza di quarant’anni, la frase non sempre è di così immediata comprensione come potrebbe sembrare a prima vista. Sappiamo bene che i fagioli si possono paragonare ai fagioli, se dobbiamo rimanere nell’ambito dei fagioli; o ai piselli e fave, se parliamo di legumi. Dato questo, potremmo sentirci in piena regola quando ripetiamo la proposizione di cui sopra: in fondo, potremmo dire che stiamo confrontando la storia con la storia. Si potrebbe avanzare una obiezione di fronte a questa estensione dell’esempio. Confrontare la storia con la storia è confrontare l’universo con l’universo. Allora: quale storia, la storia di chi, la storia di che cosa. "Il partito è prodotto della storia …" ha lo stesso valore de "il partito è prodotto della natura …", oppure "il partito è prodotto di quel-che-ti-pare …" (a volte, è molto utile usare questa affermazione che Walter ha scoperto in Feynmann, perché in quell’insieme "quel-che-ti-pare" è condensata tutta l’ironia di fronte a discorsi che non dicono nulla). Si potrebbe rispondere infastiditi: ma è evidente che parliamo della "storia dell’uomo"; al che, scherzando, si potrebbe ribattere: già detto, grazie, quando si è parlato de "il partito è prodotto della natura …". Ma è giusto: non si può sempre scherzare ed allora rimaniamo alla concretezza dell’uomo che, a questo punto, dobbiamo rendere specifico (altrimenti sì che avrebbe senso rimane sul terreno più ampio della "natura") e nel nostro caso parliamo dell’uomo della società borghese divisa in classi, con le proprie contraddizioni e, soprattutto, con la propria vivente negazione che lavora senza mai fermarsi come una talpa a minarne la solidità: il movimento reale, il comunismo (questa volta il "quel-che-ti-pare" non è pertinente). Ed allora va riproposta la prima parte del quesito: "il partito è il prodotto della storia dell’uomo che vive nella società borghese …". Mica tanto vero: il borghese non è il proletario. Allora, con una ulteriore precisazione, "… dell’uomo proletario i cui diritti vengono calpestati dal borghese che lo deruba …". Anche qui non è vero: i due si affrontano sulla base della legge del valore e nessuno calpesta i "diritti" di nessuno. Tagliamo corto: il partito comunista è prodotto del movimento reale del comunismo che all’interno della presente società borghese forgia i propri strumenti per distruggere le catene che lo imbrigliano.
IV. – Il partito comunista: "soggetto" di storia. Tutto sommato, fino a questo punto dovremmo andare abbastanza sul sicuro, ma adesso vediamo di mettere assieme l’altra metà del discorso. "… il partito è fattore di storia". Senza ripetere l’esempio mangereccio, limitiamoci a sottolineare che se si parla di "comunismo", il paragone deve rimanere con "comunismo". È innegabile che il partito sia "fattore di storia", come è innegabile che quando scriviamo, disturbiamo sempre l’universo, perché ad ogni battuta sulla tastiera parte il processo di modificazione di tutte le linee di forza che esso comprende. Se noi negassimo che il partito è fattore di storia, non solo rinnegheremmo la nostra posizione a proposito del "rovesciamento della prassi", ma rinnegheremmo la stessa possibilità di pensare ad una qualsiasi forma-partito, all’esistenza stessa della forma-partito (17). Allora, se i fagioli vanno con i fagioli e il comunismo va con il comunismo, si dovrebbe concludere (lasciando perdere la generica "storia") che il partito è prodotto del movimento reale del comunismo interno alla società borghese e fattore del movimento reale del comunismo … ad un livello superiore. Non è che a questo "disgraziato" partito comunista affidiamo dei pesi un po’ esagerati? Il partito comunista prodotto dal comunismo "farebbe" il comunismo? Sicuramente, nel rapporto prodotto-fattore che appare leggendo di corsa la frase in questione, il ragionamento potrebbe filare. Però, non montiamoci la testa: il partito non è fattore di nessun comunismo. Il movimento reale del comunismo presente produce a) il partito comunista e b) il proprio movimento futuro. Attenzione: il soggetto è e rimane sempre, in qualunque momento, il comunismo. Domanda: e il rovesciamento della prassi, e la rivendicazione della necessità del partito comunista quale forza sine qua non della possibilità di spezzare la macchina statale borghese, della dittatura del proletariato, fattori indispensabili del salto verso il comunismo futuro? È sicuro che il partito rimane la condizione sine qua non per la necessaria rottura rivoluzionaria, ma va tenuto costantemente presente che la rivoluzione non prende ordini da nessuno (nemmeno da una qualsiasi forma di partito comunista): la rivoluzione i compiti li dà, non li riceve (18); per questo essa impone sulla scena storica la forma-partito-comunista e quando si è servita di questo partito (come della dittatura del proletariato) lo lascia nelle anticaglie della storia. Il partito è e rimane sempre l’oggetto, lo strumento della prima. Compito del partito comunista non è quello di "fare la rivoluzione" o "volere la rivoluzione"; non potrà nemmeno "fare la settimana di Lenin". Leggiamo da Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (19): "La storia non si fa, una volta ancora, ed è già saltuaria fortuna decifrarla: lasciamo che ogni giorno aumentino di una unità i fessi che ciò non intendono, e scussi scussi si mettano a farla loro, a colpi di solitario pollice … Anzi non se ne decifra nemmeno la via sicura, il che potrebbe concludere al fatalismo, che inorridisce l’impotente nato …: ne stabiliscono solo alcuni legami tra date condizioni e corrispondenti sviluppi". Compito del partito è di capire in quale "settimana" si sta vivendo, coglierne le contraddizioni, inserire il cuneo giusto e, come Vulcano, dare la ben assestata clavata al fine di permettere la guarigione dalla terribile emicrania che questa nostra specie soffre da qualche migliaio d’anni. Lasciamo pure stare gli dei dell’Olimpo, ma non dimentichiamo che funzione primaria del partito è quella della "unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali". Dopo i Dialogati (con Stalin e coi morti), la possibilità di essere fattori o "costruttori di socialismo" l’abbiamo abbandonata definitivamente e si può porre solo nelle frasi fatte se non nelle barzellette. Dire che il partito comunista è "fattore di storia" è talmente generico (20) che equivale a dire che la sua azione modifica la storia futura della natura e dell’intero universo: cioè, nella migliore delle intenzioni, significa non dire nulla. Questo non significa che il partito sia "fattore di nulla". L’abbiamo detto nel secondo capitolo a proposito dell’uscita dialettica dalla impotenza che coglie molti di fronte ad affermazioni che negano la conoscenza sia nel singolo quanto nell’universale di questa società divisa in classi: il partito comunista, con il suo rovesciamento della prassi, è fattore non di una generica "storia" bensì di un fondamentale momento di questa storia: la dittatura del proletariato (21). Attenzione: non si tratta tanto di stabilire delle sequenze temporali di fronte alla tesi qui discussa: il partito è prima "prodotto" e poi "fattore" di un qualche cosa, e sulla base di queste sequenze puntare la lancia contro una loro inversione. Si tratta di comprendere che a) i diversi episodi della storia del partito comunista sono il prodotto del programma del comunismo che è andato a precisarsi lungo tutto l’arco plurimillenario della vita della specie (il famoso movimento reale) che in certi momenti specifici (crisi economiche, guerre, ecc.) mette alla prova i propri strumenti umani, e che mostra come b) ogni singolo episodio di questa storia ha la precisa funzione di critica di tutte le esperienze precedenti (a partire dagli albori di questa nostra storia di specie) con lo specifico scopo di spazzare (dittatura del proletariato) gli ostacoli al salto definitivo verso una vita organica di specie.
V. – Dal comunismo "inferiore" alla gemeinwesen futura. "Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni …". Compito dei comunisti è prepararsi a "unificare le utili esperienze", a dirigere i partiti che tenderanno a formarsi. "Dirigere le rivoluzioni", probabilmente è altra cosa: compito del partito è di rimanere sulla sua traiettoria, lavorando e lottando per eliminare quanti ostacoli gli è possibile per facilitare il suo (della rivoluzione) corso che esiste anche e indipendentemente (22) dalla presenza o meno di questo o quell’episodio della forma-partito. Indubbiamente, il discorso si fa sempre più difficile. Ma quando mai i problemi vengono facilitati uscendo dal comodo terreno di quello che abbiamo imparato a chiamare "luogo-comunismo"? Anzi, a ben vedere, rimanendo su quel terreno non esistono nemmeno problemi. Ma non sono i problemi che fanno paura; non devono essere le domande, momentaneamente senza risposta, a creare preoccupazione. Sono le risposte facili che ci tagliano le gambe, che ci fanno adagiare sulla "frase fatta", sulla famosa "parolina". Sono le facili risposte che impediscono di capire che la realtà è molto più complessa di quanto può sembrare a prima vista, ma che, una volta individuata e coraggiosamente guardata in faccia, ci permette di "ridurla a puro schema", di parlarne algoritmicamente, di vedere gli invarianti che in essa si nascondono e dunque di parlarne con semplicità … "semplicità" è forse eccessivo, ma "sicura padronanza dei suoi termini" certamente non lo è. Se si dice che in queste ultime righe non si dice niente di particolare, si risponda che è vero. In fondo è l’atteggiamento che ha sempre avuto Bordiga quando accusava i compagni (dunque, quando ci accusa) di essere dei "pelandroni" perché avevano/abbiamo paura pure dei "numeretti". In fondo è l’atteggiamento che possiamo ricavare dopo la lettura de La passione e l’algebra. La Passione e l’algebra … È sicuramente un lavoro non da poco e non sempre si riescono a sottolineare tutte le possibili implicazioni. La passione che coinvolge, dopo essere stati catturati dal demone del comunismo, unito allo studio algebrico e lavoro sistematico che porta a considerare la storia dell’uomo come uno dei tanti rami della scienza della natura, permette di affrontare i problemi della rivoluzione non più come un insieme di atti dettati da una qualsiasi volontà soggettiva (o di gruppi), ma come un processo naturale che segue un determinato corso, quindi formulabile in termini matematici (e non poche volte pure in termini di "numeretti"). Che cos’è allora questa rivoluzione che riesce sempre a scaldare i cuori, ma non sempre i cervelli? Marx (Ideologia tedesca, 1844): "Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà uniformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". Ma cos’è questo "movimento reale" se non quel movimento che contempla, e ne è al tempo pervaso, lo sviluppo del "primo presupposto di ogni esistenza reale"? Sentiamo ancora Marx: "Con gente priva di presupposti come i tedeschi dobbiamo cominciare col constatare il primo presupposto di ogni esistenza reale e dunque di ogni storia, il presupposto cioè che per poter "fare storia" gli uomini devono essere in grado di vivere. Ma il vivere implica prima di tutto il mangiare e bere, l’abitazione, il vestire ed altro ancora. La prima azione storica è quindi la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni, la produzione della vita materiale stessa, e questa è precisamente un’azione storica, una condizione fondamentale di qualsiasi storia, che ancora oggi, come millenni addietro deve essere compiuta ogni giorno e ogni ora semplicemente per mantenere in vita gli uomini. […] Ma i tedeschi notoriamente non l’hanno mai fatto e perciò non hanno mai avuto una base terrena per la storia e, per conseguenza, non hanno mai avuto uno storico. I francesi e gli inglesi, pur avendo compreso tutt’al più in misura solo parziale il legame fra questo fatto e la cosiddetta storia, specialmente allorché si trovavano imprigionati nell’ideologia politica, hanno fatto però i primi tentativi per dare alla storiografia una base materialistica, scrivendo per primi storie della società civile, del commercio, dell’industria" (23). Riproponiamo la domanda appena posta: che cos’è allora questa rivoluzione? La rivoluzione, dunque, non è altro che il movimento reale che porta al permanente rivolgimento e superamento di forme particolari (quindi rivolgimento antiformista) dei presupposti della vita della specie: il suo modo di produrre i mezzi della sua vita stessa. La rivoluzione è il movimento reale che spinge in modo permanente la specie umana dall’iniziale vita di tante comunità separate l’una dalle altre verso il comunismo futuro. Certo, non è facile andare avanti col discorso: c’è sempre il timore di fare qualche passo falso; ma la paura a volte può essere un buon compagno di viaggio, se aiuta a riflettere prima di percorrerne i tratti successivi; grave non è la paura, ma la possibilità che questa si trasformi in terrore paralizzante. Magari, se le difficoltà diventano eccessive, ci si può aiutare con un robusto bastone, … rincorrendo e pinzando le pagine svolazzanti de La Passione e l’algebra. Abbiamo detto che la storia dell’uomo è dato dal rivoluzionamento continuo del suo modo di produrre i mezzi per soddisfare i propri bisogni materiali; cioè è dato dai propri modi di produzione che abbiamo imparato a schematizzare in gruppi caratterizzati da certe specificità, da certi invarianti: e qui abbiamo le grandi generalizzazioni che chiamiamo comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo col suo lavoro salariato, comunismo futuro. È evidente che schematizzazioni del genere non dispensano da ulteriori specificazioni: ad esempio, per necessità di studio – quindi di lotta – all’interno del modo di produzione capitalistico, divideremo il tempo della manifattura dal tempo della grande industria, dal tempo del dominio imperialistico del mondo, ecc. ecc. E in tutte queste specificazioni, come in altre, possiamo vedere delle rivoluzioni, che sono al tempo stesso episodi di una rivoluzione maggiore, quindi inglobati in quella. Inseriamo dunque un ulteriore elemento nella nostra definizione: il concetto di rivoluzione è legato all’arco di tempo che la vede in atto. La rivoluzione che la specie umana percorre per passare dal comunismo primitivo alla realizzazione di una reale comunità è una, interna ad un unico arco storico. All’interno di questo trovo ulteriori diverse rivoluzioni – ulteriori diversi episodi della rivoluzione – e, fra tutte queste, ne prendo ad esempio una – la "nostra rivoluzione", una e unica interna a tutto l’arco storico del capitalismo, che scava il terreno su cui poggia il capitalismo stesso, per portare alla "nostra forma, che è la prossima". Vediamo allora di schematizzare in forma migliore, con l’aiuto del nostro "bastone" (p. 88 de La passione e l’algebra) quanto esposto: "La serie dei modi di produzione non è progressiva all’infinito, 1-2-3-4 ecc. che sarebbe come dire n+1, n+2, n+3, n+4 ecc. Tale serie è tripartita in grandissime epoche dell’umanità che sono: comunismo primitivo; epoca delle società proprietarie; comunismo sviluppato". Il testo continua mostrando la sovrapponibilità, a coppie, dei tre insiemi (24) e mostrando come "l’avvento del comunismo rappresenta la fine della preistoria umana". Ma non è su quest’ultima affermazione che qui ci soffermeremo; si vuol qui mettere a fuoco il rapporto temporale esistente fra le tre grandissime epoche di questa tripartizione: a) comunismo primitivo, b) società di classe e c) comunismo futuro. Presto detto: a = qualche milione di anni, b = 4/5 mila anni, c = sicuramente non meno di qualche milione di anni. Graficamente potremmo schematizzare con
Grafico I: serie tripartita in grandissime epoche dell’umanità. Ora, risulta evidente dal disegno che il tempo di b è assolutamente un "niente" rispetto al tempo di a e al tempo di c. Ma la cosa non deve meravigliare, perché il tempo delle società di classe, o "proprietarie", non è altro che l’"infinitesimo", pur se doloroso, tempo catastrofico di transizione nel rivoluzionario e permanente movimento reale dal comunismo primitivo alla realizzazione della comunità, gemeinwesen globale. Il grafico, che ovviamente può essere solo di tipo qualitativo, serve a mostrare il salto unico in un unico tempo ("tempo caratteristico" di b) da a a c, ossia nello sviluppo della forza produttiva sociale.
VI. – Struttura frattale delle rivoluzioni. Ecco allora che, dal punto di vista della storia "immortale" della nostra specie, abbiamo un’unica grande rivoluzione: quella che porta a maturazione la sua unità organica. E la sua inevitabile fase di transizione fra la preistoria e la successiva storia di questa umanità deve essere vista come un’unica fase di transizione sviluppantesi nel tempo brevissimo di alcune miglia di anni – un "niente" – dato dalle "epoche delle società proprietarie". Dunque, la rivoluzione è il movimento continuo che si snoda lungo il suo tempo caratteristico (25) – in questo senso, trattato come processo unico – per la storica realizzazione dell’organica comunità umana (gemeinwesen) (26). Cerchiamo ora, come potrebbe fare un fisico (o un biologo) dopo aver osservato nel suo insieme tutto il processo, di mettere a fuoco una sua singola parte, ed esattamente la fase di transizione di cui abbiamo prima parlato ed ecco allora che questo salto, il cui corso fin qui poteva sembrare "lineare", mostrarsi nel suo caotico turbinio di specificità a prima vista incomprensibili. Ma compito della scienza economica e sociale è quello di ricercare, nel caos delle situazioni, un ordine soggiacente: ma non un ordine qualsiasi, giacché noi non siamo ricercatori accademici, "indipendenti" da reali determinazioni di classe; dovremmo essere autentici prodotti materiali – "sonda" a suo tempo si definiva Bordiga – imposti dal sottosuolo della società che cattura e detta quanto si deve cercare e trovare. In quanto comunisti, in quanto "catturati" dalle necessità del comunismo, siamo incapaci di una "asettica" ricerca che si concluderebbe con una "indipendente" e "libera" apologia dell’esistente (o al massimo in una beata speranza e, dunque, beato invito alla buona "volontà" e "coscienza") (27). Dunque, abbiamo detto poco sopra che questo "infinitesimo" tempo catastrofico di transizione – transizione che permette il salto di quell’unica rivoluzione che dal comunismo primitivo porta alla gemeinwesen futura – vede al proprio interno ulteriori diverse rivoluzioni – nel senso di ulteriori episodi diversi della rivoluzione (28) – che i comunisti devono studiare, per evitare di trovarsi nella famosa stanza nera, in una notte nera, dove tutti i gatti sono neri. Dobbiamo trattare dunque l’unica rivoluzione di specie come una gigantesca struttura a dimensione frattale, al cui interno si ripetono, in un processo di autosomiglianza, tutta una serie di rivoluzioni parziali la cui caratteristica è di essere un’immagine ridotta dell’intera struttura; rivoluzioni parziali che sono date dalla necessità del superamento di vecchi e parziali equilibri a favore di nuovi equilibri a loro volta parziali, quindi transitori. È utile spendere a questo punto due parole per cercare di capire, nei suoi elementi basilari, che cos’è una geometria frattale.
VII. – Elementi (più che elementari) della geometria frattale. Siamo a cavallo fra il XVI e XVII secolo e Galilei indica che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico e che i suoi caratteri sono triangoli, quadrati ed altre figure geometriche. A poco a poco, quanti studiano questo libro imparano che la parte della natura che risulta decifrabile con gli strumenti della geometria classica ereditata dall’antica Grecia, è ben poca cosa rispetto a quella grandissima parte che, con quegli strumenti, rimane inesplorabile. Lo studio della natura rimane per gran tempo entro i limiti dettati da domande le cui risposte dovevano obbedire alle strutture armoniche e formalisticamente precise di un linguaggio matematico che, arrivati ad un certo punto, comincia a non rispondere più alle esigenze di una società, ormai pienamente capitalistica, che durante tutto il XIX e XX secolo pone problemi in modo assolutamente pragmatico – rispondenti alla necessità di immediata valorizzazione del capitale investito – e non più risolvibili con vecchi modi di pensare. Succede allora che tutti i tentativi di studiare aspetti del mondo della nostra esperienza, non riducibili ai caratteri del vecchio linguaggio matematico e geometrico, hanno portato non solo allo sviluppo di questo stesso linguaggio, ma anche alla costruzione di, così definiti, veri e propri "mostri matematici" che lungo quasi tutto il secolo ventesimo sono stati considerati, in non pochi casi, poco più che vuoti passatempi (29). Guardare in modo diverso non significa andare alla ricerca di oggetti lontani o, anche se vicini, particolarmente nascosti. Il più delle volte significa guardare le cose di sempre con ottica nuova: vedere relazioni diverse – esistite sempre anche se mai osservate, fra le cose sempre viste anche se mai guardate. È da un tale atteggiamento che nasce la geometria frattale (e qui siamo già nella seconda metà del secolo scorso) che, dice Mandelbrot (30), deriva "dal vocabolo latino ‘fractus’: … spaccato, frantumato e irregolare. I frattali sono forme geometriche che, contrariamente a quelle euclidee, sono tutt’altro che regolari … [Nonostante ciò possiamo dire che] un oggetto frattale non cambia aspetto se viene osservato da vicino piuttosto che da lontano. È autosimilare; non appena ci avviciniamo scopriamo che le porzioni dell’insieme, che a distanza sembrano macchie informi, diventano oggetti ben definiti la cui forma è approssimativamente simile a quella dell’oggetto esaminato in partenza". Ecco allora che dai "mostri matematici" di Sierpinski e di Koch (triangoli su triangoli con autosimilarità assolutamente regolare), alla curva di Peano (che non può più essere una curva di dimensione 1 se all’infinito tende a riempire il piano di dimensione 2), alla "polvere" di Cantor (che vede un segmento di dimensione 1 tendere all’infinito alla dimensione 0) (31) … ecco allora che la geometria frattale esce dal limbo del "gioco" e si mette a studiare l'autosimilarità all'interno del vivente, fosse pure un ottimo cavolfiore chiamato Romanesco. Ma quale potrebbe essere la differenza fra l’autosimilarità, ad esempio, in un triangolo di Sierpinsky e in un cavolo Romanesco? Nel primo caso si prenda un triangolo rettangolo, lo si divida in quattro altri triangoli rettangoli uguali e si tolga quello centrale; si ripeta la stessa operazione con i rimanenti tre triangoli e così via. In questo caso ogni parte sarà esattamente simile all’intero e l’oggetto viene definito "linearmente autosimilare": vale a dire che dato il variare logaritmico della distanza del punto di osservazione (ad es. 10-1, 10-2, 10-3, 10-4, ecc.), il triangolo esaminato risulta sempre uguale al triangolo di partenza. Nel caso del Romanesco, se ne stacchi una singola parte e si osserverà che questa presenta la stessa struttura conica e le stesse circonvoluzioni a spirale dell’insieme. A differenza del triangolo, l’osservazione di ogni parte al variare logaritmico della distanza mi dà una figura che è approssimativamente simile al cavolo di partenza (32); oltre a ciò, in quest’ultimo caso – e in una grandissima casistica di oggetti naturali, dice la geometria frattale –, "ingrandendo a più riprese una parte del tutto, si ottiene una struttura che è approssimativamente una copia dell’originale da cui siamo partiti". Potrebbe sembrare che questo "approssimativamente" ci possa portare fuori dal nostro determinismo e quindi apra la finestra, in sostanza a qualche tipo di "teoria del dubbio" … non è forse vero che la tangente è sempre presente in qualsiasi punto appartenente a qualsiasi percorso? In realtà, guardare gli oggetti della natura con occhi diversi significa pure cogliere che anche a forme di oggetti "approssimativamente" uguali posso applicare il linguaggio della matematica e della geometria tanto cari a Galileo. La geometria frattale dunque fa ricorso agli aspetti qualitativi degli oggetti e dei fenomeni della natura e, partendo da questo, permette di sviluppare una maggiore conoscenza anche quantitativa degli stessi. Il fisico Rutherford (fine ‘800, primi ‘900) amava sostenere che "solo la fisica è scienza, il resto è una raccolta di francobolli"; è un’affermazione che potremmo condividere, alla sola condizione che si intenda che anche i francobolli fanno parte del mondo fisico. È in ogni caso inaccettabile la sua affermazione che "qualitativo è nient’altro che quantitativo malfatto" (33). Non è mai esistito e mai esisterà una conoscenza – e soprattutto il suo sviluppo – che si appoggi unicamente sui suoi risultati quantitativi, perché il guardare diversamente non ha nulla a che vedere con il "contare diversamente"; il saper guardare diversamente è legato all’intuizione scientifica che è un fulmineo sguardo d’insieme su un intero campo di indagine e dunque su tutte le relazioni possibili fra gli oggetti interni ad esso: cosa che in genere riesce ai giovani dal cervello libero da luoghi comuni e delimitazioni di varia natura, agli artisti e ai pazzi (34). Si può concludere questa "scorreria" sulle divulgazioni di tale tema con una citazione da Gli oggetti frattali (35): "Tuttavia questo aspetto estetico [dei frattali] non è il più importante. Il punto è se questi oggetti permettono di descrivere (se non di spiegare) certi aspetti del reale o no. Sta di fatto che abbastanza spesso l’ipotesi che esiste un determinato oggetto frattale permette di collegare osservazioni fra loro slegate. Così, nello scorrere turbolento dell’atmosfera "si aggira forse un orribile oggetto frattale che ancora non riusciamo a rendere visibile"; così il comportamento caotico di certi oggetti dinamici pare essere dovuto all’esistenza di "attrattori strani": oggetti frattali che "attraggono" il punto rappresentativo dello stato del sistema; così, in prossimità del punto critico di una transizione liquido-gas, nel gas sono presenti ad ogni istante goccioline di liquido, che al loro interno contengono cavità che contengono a loro volta goccioline di liquido, e così via, secondo una geometria frattale …" (36).
VIII. – Sul nostro "orribile oggetto frattale". Non abbiamo certo noi la pretesa di rendere visibili certi "orribili oggetti frattali" trattati da questi moderni geometri. Però, circa 150 anni fa, il lavoro di Marx ed Engels (e sicuramente di qualche "negro" del loro tempo) ha potuto rendere visibile le caratteristiche di uno "spettro" che si aggirava per l’Europa – lo spettro del comunismo – definendo chiaramente le sue leggi di movimento. Da questo momento, per la nostra corrente, la storia umana può essere trattata come una scienza ed il succedersi delle varie forme di produzione possono essere sottoposte ad analisi (37), delimitate in base alle proprie caratteristiche specifiche, e rappresentate graficamente per rendere più immediata la rappresentazione del loro succedersi a seguito delle relative rotture rivoluzionarie. Ecco allora che dal lavoro del 1951 possiamo ricavare il classico schema "a denti di sega" (38):
Grafico II: similitudine del nostro schema del 1951. Come per il grafico I (39), anche in questo caso la cosa interessante è sottolineare la serie dei salti catastrofici che permette lo sviluppo delle forze produttive con il passaggio da un modo di produzione di classe al successivo: serie di salti interni ed autosimilari al generale salto catastrofico (quell’infinitesimo "niente" di cui si parlava al grafico I), caratterizzato dall’esistenza caotica dell’insieme di tutte le società di classe, dal comunismo primitivo al comunismo futuro
IX. – Autosimilarità. Allora, senza entrare qui (40) in merito alle specifiche caratteristiche delle diverse forme di produzione e volendo rimanere all’interno del tentativo di rendere graficamente il nostro "orribile oggetto frattale", potremmo inglobare lo schiavismo = b1, il feudalesimo = b2, e il capitalismo = b3, nll’unico grande salto b (di a-b-c) e ridisegnare il grafico I nella seguente forma:
Grafico III: schematizzazione frattale delle diverse forme di produzione. dove si evidenzia come a) la nostra specifica rivoluzione, interna a b3, che distruggerà il capitalismo, non è una delle tante, ma la decisiva che porrà fine alle società di classe e, nello stesso tempo, come b) essa appartiene a quel grande oggetto frattale che è la generale rivoluzione di specie, mostrando allo stesso tempo, come c) le rivoluzioni interne a b1 e b2 sono pure esse nostre rivoluzioni perché nostro, in quanto riconosciuta e rivendicata, è l’unica rottura rivoluzionaria b che conduce da a a c, attraverso i sottoinsiemi autosimilari, attraverso le frattali ("fratte" ma unitariamente legate) rotture b1, b2 e b3. Prendiamo ora, a titolo d’esempio, la forma capitalistica b3 e poniamola sotto una buona lente d’ingrandimento; segniamo b3 = capitalismo, r = rottura rivoluzionaria e c = comunismo, e avremo
Grafico IV: riduzione frattale e autosimilarità rispetto all’intero a-c, indicante qui il salto rivoluzionario dal capitalismo al comunismo. Ma allora, a questo punto, siamo costretti a ripetere quanto detto guardando il grafico I: questo grafico IV, che sembra mostrare un salto lineare da b3 a c, nasconde in realtà un caotico turbinio a prima vista illeggibile o, per la limitata perché interessata "intelligenza" borghese, al massimo ascrivibile agli "irrazionali egoismi" di ogni individuo. Riparto a questo punto dal grafico IV, analizzo la storia tutt’altro che lineare delle contraddizioni interne al capitalismo che dovranno portare alla catastrofe r e osservo che, a sua volta, esso assomiglia al grafico III. Il movimento reale che porterà alla dissoluzione di questa odierna forma di produzione, mette in luce (è approssimativamente uguale a) tutta una serie di movimenti parziali (oggettivamente frattali). Ecco allora che il IV diventa
Grafico V: diversi episodi catastrofici interni all’unica grande catastrofe che dall’iniziale affermazione di b3 (rivoluzione borghese) porta a c. dove r1, r2, r3, ecc., non sono altro che i diversi episodi della nostra presente e unica catastrofe rivoluzionaria che sotterrerà il capitale, e che potremmo porre in prima approssimazione nel modo seguente: r1 = Münzer ed i suoi contadini nella Germania del 1525, r2 = Comune di Parigi, r3 = Ottobre 1917, ecc. (ecc. = r4). Prendo a questo punto, a titolo d’esempio, r2 = Comune di Parigi (41). Perché è importante per noi la Comune? che cosa rappresenta nella storia del generale movimento comunista interno ad r? In poche parole, diciamo con Marx che la Comune, intellettualmente parlando, fu figlia dell’Internazionale (42), oltre ad essere il primo glorioso tentativo di tradurre in pratica quei principi teorici che nella loro essenza fondamentale (demolizione della macchina statale borghese ed erezione sulle sue rovine della dittatura proletaria) fu previsto integralmente da Marx nel 1850 quando scrisse il 18 brumaio. La Comune fu dunque un "primo tentativo" di demolire la macchina statale borghese e se parliamo di suoi limiti, non significa sminuire il fatto che questo tentativo fu glorioso, e che, in quanto tale, non potrà mai essere cancellato dalla nostra storia. Diciamo che fondamentalmente, la Comune ebbe il grandissimo limite di non portare a fondo la sua forza militare contro Versailles: nonostante ciò essa è "figlia dell’Internazionale" perché rimane sempre un grandissimo episodio della nostra rivoluzione (r2 di r). Da questo episodio si trarranno basilari insegnamenti: (Marx) " … Se tu rileggi l’ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano ad un’altra la macchina militare e burocratica com’è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare nel continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni parigini". Ecco il limite assieme alla grandezza della Comune: tentò di spezzare la macchina dello Stato ma non vi riuscì; ma questo suo tentativo mostrò ad ogni reale rivoluzione futura l’obbiettivo fondamentale. È questo che fa grande la Comune: essa è nostra non per quello che i suoi dirigenti, capi, hanno potuto credere di se stessi e della sua natura; essa è nostra non per quello che avrebbe potuto essere e non fu. La Comune rimarrà sempre nostra per quello che oggettivamente fu e seppe mostrare (43) … anche nella sua tragica fine.
X. – Il partito della Comune. Ma a questo punto siamo costretti ad imbatterci ancora in quella discussa Tesi 5 delle "Considerazioni …" del 1965, in quanto si potrebbe essere portati a considerare che la Comune rappresenti un esempio di presenza delle famose "condizioni oggettive" in concomitanza dell’assenza delle "condizioni soggettive": insomma il corpo episodico della rivoluzione sarebbe stato ben vivo e robusto, mentre sarebbe mancata … solo la testa. Allora: vi fu un partito del proletariato parigino alla testa della Comune? Verrebbe da chiedersi: ci fu un partito rivoluzionario forte, ben organizzato e ferreamente disciplinato e centralizzato, armato della più salda coscienza critica della rivoluzione e di una ben precisa finalità, capace dunque di preparare e dirigere il proletariato parigino e francese nel suo assalto contro il potere statale della borghesia? È probabile che l’istintiva risposta possa essere che un tale partito non ci fu. Un’affermazione del genere conterrebbe non pochi elementi di debolezza. Che cosa può essere infatti – nel nostro linguaggio e di fronte alla rottura rivoluzionaria che noi aspettiamo – un partito forte, organizzato, disciplinato, capace di preparare e dirigere, ecc., se non un partito comunista; ma allora sarebbe come dire che qualsiasi "cosa" dirigesse la Comune non era sicuramente un partito – almeno come lo intendiamo noi – per il motivo che il proletariato può essere diretto solo da un partito puramente comunista. Il partito comunista – nel linguaggio della SCi – non può essere una federazione di partiti nazionali; deve andare oltre, come deve andare oltre all’"aspirazione" (44) di diventare il partito mondiale della rivoluzione: volere questo è già un passo importante, una indicazione per il futuro. Il partito della rivoluzione comunista – che è mondiale o è niente – deve essere un partito mondiale, organicamente centralizzato attorno al programma della rivoluzione, e non tanto a questo o quel centro topograficamente puntato sulla carta geografica, o riconducibile ad un pugno di "grandi nomi". Fu il partito della Comune un partito di tal natura? Giustamente no. Ma lo fu forse la III Internazionale, un partito di tal natura, un partito puramente comunista? No. Probabilmente è corretto dire che un partito come quello descritto poche righe sopra si vedrà una volta sola nella storia della rivoluzione e del suo partito: nel momento della mazzata finale alla società capitalistica e con essa a tutte le società di classe; mazzata finale che permetterà lo sfociare della specie nel grande mare del comunismo futuro. Ma allora come potremmo definire il partito della Comune? La risposta che sorge spontanea date le premesse, e che indubbiamente merita di essere approfondita, diventa: un episodio nella storia del partito comunista: una materiale approssimazione storicamente data, la cui comprensione permetterà approssimazioni sempre più precise nei confronti del partito della pedata. E, parafrasando Marx (Lotte di classe in Francia), affinché il partito comunista di domani possa avere il sopravvento, dovranno essere successivamente spazzati via i partiti n (i successivi episodi nella storia del partito) delle vecchie categorie sociali (centralismo democratico, questioni nazionale, sindacale, ecc.). I partiti del passato, che noi tuttavia rivendichiamo come Marx rivendicò il ’48 europeo, dovettero essere spazzati via affinché i successivi n+1 potessero affermarsi. Attenzione però: "spazzare" non significa negare l’importanza di quell’episodio in quel momento dato. In questa lettura, "spazzare" significa superare quell’esperienza; e quella esperienza si supera solamente se, in relazione al periodo storico che la produce ovviamente, la si fa propria: unica condizione di "salirle sulle spalle" per guardare oltre i suoi limiti, vale a dire oltre quel più alto livello raggiunto in quel momento storico.
XI. – Da occidente ad oriente. "La Neue Reinische Zeitung sapeva che la rivoluzione non va da oriente verso occidente, ma da occidente ad oriente". Bordiga riprende le considerazioni del Mehring il quale ricordava come per Marx fosse importante la caduta dello zarismo in Russia, per avere un nuovo moto rivoluzionario in Europa. Bene. Ma, chiediamoci, cos’è fondamentalmente questa rivoluzione – e, in seconda battuta, come si manifesta, in quali forme specifiche si manifesta questa rivoluzione – che marcia verso il sole del levante? Se ha un senso quanto detto nelle pagine precedenti; se ha pertinenza l’invito ad imparare a "giocare" con il linguaggio frattale della geometria (cioè con dei caratteri particolari con cui è scritto il libro della natura, dunque anche dell’uomo), allora dovrebbe essere comprensibile l’importanza di considerare il movimento reale da occidente verso oriente – a cavallo fra il XIX ed il XX secolo – come uno degli episodi (= frattale) di quella grande rottura rivoluzionaria, caratterizzata dall’insieme delle società proprietarie, che permette il passaggio dal comunismo inferiore a quello superiore. Ma non possiamo certamente accontentarci di questo. È necessario dare contenuto materiale a questo preciso movimento reale che, partito dal cuore della vecchia Europa, si prepara a sconvolgere l’area russa e, negli anni successivi, quella continentale asiatica (Cina, tanto per "limitarci" ad un esempio). Ed ecco allora che compare la necessità di specificare non solo, e non tanto in questo caso, il contenuto del grande insieme b (della rivoluzione di specie a-b-c: grafico I) nei suoi sottoinsiemi b1, b2 e b3 (grafico III), ma, volendo porre attenzione particolarmente al processo rivoluzionario r3 = Ottobre 1917 (interno alla rivoluzione b3-r- c: grafico IV), ecco che dobbiamo cercare di non liquidare in modo sbrigativo gli elementi particolari di quell’evento. La SCi non si è limitata ad etichettare il movimento dell’Ottobre in termini di contrapposte etichette ideologiche (rivoluzione "borghese" contro rivoluzione "comunista"); essa ha saputo indicare la compenetrazione di un grande movimento che non si poteva considerare esclusivamente "borghese" e nello stesso tempo non poteva essere esclusivamente "comunista", indicandolo con il termine di doppia rivoluzione. È una rivoluzione doppia, perché l’arretratezza dello sviluppo economico e sociale della Russia impedisce di poter parlare della possibilità di "costruire socialismo" (a parte le successive polemiche sulle "costruzioni" e tanto più sulle "‘costruzioni’ in un paese solo"); sarebbe già molto poter arrivare almeno al livello della Germania, "il capitalismo di Stato sarebbe un passo avanti, … [perché] la Russia è così grande e così multiforme che sul suo territorio s’intrecciano tutti questi vari tipi dell’ordinamento economico e sociale [regime patriarcale, piccola produzione, capitalismo nell’economia privata, capitalismo di Stato, socialismo (?!?)]" scrive Lenin a proposito della N.E.P. D’altra parte, il partito al potere in Russia è il partito bolscevico, e lo Stato è lo Stato della dittatura del proletariato e, continua Lenin, sempre a proposito della N.E.P., "Non vi sarà probabilmente un solo uomo che, esaminando la vita economica attuale della Russia, voglia negarne il carattere transitorio. E probabilmente anche nessun comunista avrà mai negato che la denominazione di ‘repubblica sociale dei Soviety’ denotasse bensì la decisione del potere soviettista di attuare il passaggio al socialismo, ma non contenesse affatto l’affermazione che l’ordinamento economico attuale sia già socialista". Facciamoci aiutare da Russia e rivoluzione nella teoria marxista, cap. 16 Europa e Asia: "La forza russa è dunque per Marx pericolo e minaccia: ed il movimento grande slavista ha per lui un significato stesso di controrivoluzione. [s’intende qui la forza russa rivolta verso l’Europa…] Ma nello stesso tempo fu con Alessandro II che la Russia si volse verso l’oriente in modo deciso, occupando i ricchi kanati dall’Asia centrale fino alle frontiere della Persia e dello Afganistan ove nuove ragioni di contrasto con gli interessi imperialisti inglesi si vengono a delineare (e sempre più quando si andrà verso la moderna economia del petrolio). Marx si guarda dall’applicare a queste diverse direttrici della pressione espansiva russa una stessa formuletta bella e fatta. Il passo che citiamo è grandemente espressivo, se lo confrontiamo con la situazione di oggi [anni ‘50]. Chiamando il governo attuale di Mosca governo capitalista, non gli assestiamo nessun ceffone; né gli contestiamo compiti rivoluzionari quando, con la sua enorme attività in Asia, economica, commerciale, di costruzione di comunicazioni e di trasferimento su nuovi piani di organizzazione umana delle dormienti sterminate steppe, fa camminare, come diceva Merhing, la rivoluzione da occidente ad oriente. Le proclamazioni ideologiche sono sballate, e controrivoluzionarie verso occidente in modo feroce, ma ciò come per la tendenza ad espandersi della "gonfia potenza" dell’ottocento, dipende dalle circostanze e non dalla sua propria volontà". Costruire strade, ponti, ferrovie che spazzino le antiche comunità di villaggio, considerati dai contadini che vi abitano il proprio mir (mondo) e novi mir (universo); costruire centrali elettriche che potenzino a scala gigantesca la produttività del lavoro (possibilmente evitando le propagandistiche e troppo facili equazioni: socialismo = elettricità + dittatura del proletariato); meccanizzare il lavoro dei campi, … il dilagare di un simile processo verso il cuore dell’Asia, questa è una grandissima rivoluzione che rimarrà tale non perché la "volontà" di chicchessia lo vuole, bensì perché le circostanze di un processo inarrestabile lo impongono.
XII. – Da occidente ad oriente: rivoluzione e controrivoluzione. Attenzione, è necessario fissare bene i termini: le "circostanze" di cui si parla sono quelle che lo stesso Alessandro II ha messo in moto; sono quelle cioè di una rivoluzione che marcia da occidente verso oriente, messa in moto dal capitale per le sue necessità di valorizzazione. Le "circostanze" dunque non sono la "doppia rivoluzione" che è data, invece, dall’accumulo di tali contraddizioni di classe che vanno ad innestarsi nel processo inarrestabile di tali circostanze che stanno a monte, in quel frangente storico, nell’area russo-siberiana; contraddizioni di classe – che vedono la presenza non solo della aristocrazia e della borghesia, ma pure di un giovane proletariato che reclama i propri diritti all’interno di queste nuove circostanze – che, a sua volta, non sono l’esclusivo prodotto interno alla società russa, bensì prodotto di tutte le contraddizioni accumulatesi a livello europeo e mondiale. Il partito bolscevico al potere che, nelle condizioni date, rappresenta dunque la volontà di muoversi verso la rivoluzione comunista mondiale, diventa un nuovo episodio della storia del partito – e della rivoluzione comunista – che si innesta nelle particolari circostanze del moto del capitale verso est. In questo consiste la doppia rivoluzione. La doppia rivoluzione risulta dunque l’intrecciarsi di una "doppia circostanza" sull’area geostorica russo-siberiana, ovvero l’intreccio della rivoluzione operata dal capitale con il sommovimento della propria negazione – il movimento reale del comunismo – che in quella situazione fa sentire la propria eruttiva esistenza, e "mette alla prova" uomini con le relative organizzazioni per la propria futura definitiva esplosione. Per dirlo in altri termini: se questa "seconda circostanza" non fosse presente, se non ci fosse l’innesto del partito comunista al potere, del suo tentativo di "rovesciare la prassi" in direzione della rivoluzione comunista, dello sforzo di marciare verso il partito mondiale della rivoluzione … se non ci fosse nemmeno l’ombra di tutto questo, rimane sempre vero che una grandiosa rivoluzione è in marcia ugualmente da Ovest verso Est, indipendentemente dalla consapevolezza che gli uomini ed i loro partiti possano avere di tutto ciò. Parliamo dunque di una doppia rivoluzione e la collochiamo in una precisa area geografica (e geostorica). Ma non è una rivoluzione "russa": è un episodio della rivoluzione mondiale del capitale, nell’area russo-asiatica come – nello stesso tempo – si mostra episodio della rivoluzione mondiale operata dal movimento reale del comunismo interno allo sviluppo stesso del capitale. Il percorso, tutto quello realizzato e quello non realizzato, non sono stati ben compresi da quanti rivendicano la propria adesione al "filo del tempo" della rivoluzione. Solo la SCi prima e soprattutto il successivo lavoro di Programma Comunista ha saputo indicare la grandiosità ed i limiti di quell’esperienza. Le lezioni delle controrivoluzioni, che il lavoro organizzato attorno a Programma Comunista ha saputo via via mettere in luce, non sono soltanto l’analisi dei limiti che la storia del partito bolscevico e della III I.C. hanno mostrato, partendo dai quali – limiti = punto massimo dell’esperienza della vita del partito storicamente inteso – il prossimo movimento dovrà ripartire; il lavoro che ha ricavato tali lezioni delle controrivoluzioni mostra come, da quella che comunemente viene definita "controrivoluzione staliniana", non si debba ricavare una sorta di sconforto. Indubbiamente, la controrivoluzione "di Stalin" – con il suo "socialismo in un paese solo", con i suoi "fronti popolari e partigiani", ecc. – ha provocato enormi disastri (45): più che i processi di Mosca, le relative fucilazioni ed i campi di lavoro forzato in Siberia che hanno portato a morte miglia di comunisti, è stata l’ideologia piattamente borghese del preteso "mercato socialista", della "convivenza pacifica fra socialismo e capitalismo" a confinare nel grande dimenticatoio gli elementi essenziali del programma di classe. Ma la "controrivoluzione di Stalin" nulla poteva di fronte alle oggettive circostanze di quella che potremmo chiamare la "rivoluzione di Stalin": un cannone può fermare un partito comunista, ma nulla può contro la produzione e la circolazione delle merci (cannoni compresi). La prima poteva, assieme alla morte di migliaia di comunisti, far dimenticare per un lungo periodo storico il programma del comunismo, ma la seconda – con i suoi treni, i suoi ponti, le sue centrali elettriche, la sua industrializzazione pesante, la sua corsa sfrenata verso il cuore dell’Asia … con lo sviluppo del suo lavoro associato – poteva sì sviluppare gli elementi materiali dell’autovalizzazione del capitale, ma, nello stesso tempo, la negazione di questa stessa autovalorizzazione. La "controrivoluzione di Stalin", dunque, è "niente" al confronto della "rivoluzione di Stalin", come un qualsiasi episodio della controrivoluzione è "niente" di fronte al relativo episodio della rivoluzione che si pretenderebbe distrutto dal primo. La controrivoluzione non può in alcun caso far girare all’indietro la ruota della storia – ossia le circostanze storiche che impongono la costruzione di strade, ferrovie, industrie, ecc. – e non può nemmeno fermare tale ruota; essa può, questo sì, fermare la consapevolezza generale di tale movimento, ornandola di ammeniccoli ideologici che non le sono propri. La "controrivoluzione di Stalin" (quella successiva "di Mao" ne è solo una variante) ha potuto dunque mettere in ombra la consapevolezza limitata a quel periodo storico del programma della rivoluzione comunista; facendo questo e nonostante questo, in ogni caso, ha spinto al massimo la rivoluzione borghese, fatta propria ormai in maniera esclusiva, che avrebbe accelerato, pur dopo non pochi decenni, la comprensione di tale programma ad un livello più alto. Bordiga ha insegnato che per combattere Stalin bisogna per lo meno arrivare al suo livello e che ogni "critico democratico" dello stalinismo in realtà non mostra che miseria programmatica: Stalin una rivoluzione "l’ha fatta"; i suoi critici – stalinisti "senza Stalin – hanno saputo esclusivamente confessare la propria impotenza genuflettendosi ignominiosamente al luccichio dei dollari.
XIII – … e il proletariato in Europa? Nel nostro viaggio da occidente ad oriente, al seguito della rivoluzione che, prendendo slancio nella Russia zarista di Alessandro II, si riversa verso il centro dell’Asia, abbiamo momentaneamente tralasciato di parlare della "rivoluzione" nel cuore del vecchio mondo capitalistico ormai giunto alla sua fase imperialistica: la vecchia Europa. Uscita dalla prima guerra mondiale con milioni di morti e con la vecchia ideologia socialdemocratica e pacifista ormai bisognosa di una buona riverniciata, la borghesia europea deve fare i conti con un proletariato stanco di vuote promesse e galvanizzato dall’esempio della rivoluzione dell’Ottobre 1917. Le parti radicali dei partiti socialisti e socialdemocratici si pongono il problema della formazione di partiti comunisti e dunque della separazione netta dai riformisti: vera palla al piede di ogni possibilità di rivoluzione sociale. Se l’Ottobre ’17 è un potente catalizzatore per portare il proletariato verso il terreno della rivoluzione, non potrà in ogni caso impedire la pesante presenza dell’azione di una "nuova" forza politica – il massimalismo centrista – che, nel "nome sacro dell’unità" del proletariato, lavorerà (consapevolmente o meno, poco importa) affinché non venga completamente reciso il cordone ombelicale con la vecchia casa madre del riformismo. Sullo slancio dell’Ottobre, verrà costituita a Mosca nel 1919 la Terza Internazionale e, di seguito, nel periodo ’19-’21, si formeranno diversi partiti "comunisti" nei vari paesi europei. L’adesione alla Terza Internazionale sarà entusiastica ed inizialmente vi aderiranno cani e porci, al punto da riuscire a mettere la sordina ad autentiche voci comuniste (si veda, a titolo d’esempio, il caso dell’adesione del PSI con la sua direzione massimalista, ed il lavoro della SCi al suo interno per la costituzione del partito comunista che sorgerà nel gennaio 1921). "Fare come in Russia" può considerarsi uno slogan che sintetizza un generalizzato "sentire" anche se non ancora una generalizzata "comprensione" dei compiti reali che chiede una rivoluzione. In Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (46). Bordiga si pone il problema se vi fu una autentica situazione rivoluzionaria in Europa e parte con l’osservazione che se vi furono indubbiamente degli episodi positivi di internazionalismo proletario – di fronte ai tentativi di invasione militare in Russia da parte di diversi paesi imperialistici, comunque debitamente respinti – al grido di "Giù le mani dalla Russia!", non ci fu la forza di spingersi fino al radicale "Giù la borghesia dal potere, fuori di Russia!". Per la vittoria definitiva della rivoluzione sarebbe stata necessaria la decisa discesa in campo del proletariato internazionale. Ciò non avvenne e "tutto quello che il proletariato russo ed il partito russo potevano fare da soli, alla data della vittoria civile del 1920-’21, era fatto. E tutto quanto dare si poteva era stato dato". Ecco allora la domanda: perché la rivoluzione in Europa non vince? Fra le varie risposte date in vari momenti successivi (e tutte fuorvianti) possiamo leggere: errori dei dirigenti dei partiti, pessima applicazione di corrette indicazioni, e risposte simili che in ogni caso vanno sempre ad elevare le marionette-individuo, o gruppi di marionette, al rango di facitori (o dis-facitori) di storia. La risposta che può permettere di porre sulle giuste basi le lezioni delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni è una sola: la "rivoluzione in Europa" non vince perché non vi è mai stata! "In Russia la fase rivoluzionaria era matura per urgere in breve ciclo di forze nuove e disgregarsi di morte forme; fuori in Europa la situazione era falsamente rivoluzionaria e lo schieramento non fu decisivo, l’incertezza e mutevolezza di atteggiamento fu effetto e non causa della deflessione della storica curva del potenziale di classe. … se di errore di uomini e di politici è sensato discorrere, esso non consistette nell’aver perduto autobus storici che si potevano agguantare, bensì … nel non aver avuto, da parte del movimento, la forza di dire che l’autobus del potere proletario in occidente non era passato". Bordiga si serve di un bellissimo esempio per mostrare la differenza di tensione sociale esistente fra le due aree geostoriche Russia ed Europa: "Nella Russia della guerra civile non si sbagliò la direzione di puntamento delle artiglierie perché nei periodi vitali per la Rivoluzione l’atmosfera storica è ionizzata. Ogni umana molecola si orienta necessariamente, automaticamente, non deve faticare a scegliere posizioni" (47). È a questo punto che egli inserisce nel discorso l’utile esempio sulla ionizzazione del cloruro di sodio, che si forma a seguito di un "amplesso elettrochimico" fra lo ione positivo sodio (Na+) e lo ione negativo cloro (Cl-). Si forma così il comune sale da cucina le cui molecole rimarranno indifferenti in una posizione qualunque nell’ambiente in cui si trovano, indipendentemente dalla forza del campo elettrico. "Ma ionizzate il sale!" Provate ad immettere una differenza di potenziale all’interno del capo elettrico! Ebbene, le molecole si spaccheranno: "I due ioni si staccano, la loro carica polare torna in evidenza, essi non si possono più porre in un’attitudine arbitraria, secondo un asse qualunque, ma si distinguono in due soli tipi: quelli positivi e quelli negativi. Corrono in soli due opposti sensi sulla stessa linea: i primi verso l’afflusso di forza elettrica negativa, gli altri inversamente. Applichiamo, di grazia, per un momento il nostro modellino, … al corso storico dell’agglomerato umano. In certi momenti, come nel 1956 (48) e in questa sorda fase della civiltà borghese occidentale, l’ambiente storico non è ionizzato (49), le innumerevoli molecole umane, gli individui, non sono orientati in due schieramenti antagonisti. In questi periodi morti e schifosi ... l’inerte e fredda molecola … si ricopre di una specie di incrostazione che si chiama coscienza, e si mette a blaterare che andrà quando vuole, dove vuole, eleva la incommensurabile sua nullità e fessaggine a motore, a soggetto causale di storia. Lasciate però che, come nella Russia della grande guerra civile, le grandi forze del campo storico si destino suscitate dagli urti delle nuove forze produttive … è allora che nella nostra immagine l’atmosfera storica, il magma sociale umano, si presentano ionizzati …Le linee di forza del campo si inchiodano sulle loro traiettorie … ogni elemento del complesso sceglie (50) il suo polo e si precipita allo scontro con quello opposto, finisce il mortifero dubbio, va a ignobilmente farsi fottere ogni doppio gioco, l’individuo-molecola-uomo corre nella sua schiera e vola lungo la sua linea di forza, dimentico finalmente di quella patologica idiozia che secoli di smarrimento gli decantarono quale libero arbitrio! " (51).
XIV. – Globalizzazione e guerra infinita? Nell’opuscolo sulla Globalizzazione (ottobre 1999) si pone l’accento sulla necessità di comprendere il grado di maturità del capitalismo attuale, sottolineando che non si tratta semplicemente di comprendere il grado dell’intreccio fra gli interessi delle più diverse aree a livello mondiale: in fondo, già col secolo XIX, l’intero globo terrestre si trova avvolto da un simile intreccio formante la struttura del mercato mondiale. "Occorre – si legge a p. 4 – indagare se, allo stato attuale delle cose, questi fenomeni, assumono una valenza quantitativa tale da comportare effetti qualitativi interessanti dal punto di vista della società futura e della rivoluzione che la prepara". A tal proposito viene ricordato l’Imperialismo di Lenin il quale, già durante la prima guerra mondiale, analizzando il grado di maturità raggiunto dal capitalismo, scrive come non si possa parlare più di semplice intreccio di interessi, di fronte alla sempre maggiore concentrazione e centralizzazione delle attività produttive: "Quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati manufatti; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di milioni di consumatori avviene secondo un preciso piano, allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice ‘intreccio’ … [Giunti a questo punto] i rapporti di economia e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l’eliminazione. Lo stato di putrefazione potrà durare per un tempo relativamente lungo ma infine sarà fatalmente eliminato". Da ciò la successiva annotazione di Bordiga: "Resta dimostrata la necessità della morte del capitalismo, e quindi la sua scientifica ‘non esistenza’ potenziale dichiarata da Marx, il che può fare solo una scienza ‘non più dottrinaria ma divenuta rivoluzionaria’ " (52): scienza rivoluzionaria dimostrante non solo e non tanto una generica affermazione sul "comunismo [che] è il movimento generale dell’intera società umana in tutta la sua storia verso un risultato già inscritto nel movimento stesso, quindi è insopprimibile", ma soprattutto che "qualunque cosa facciano i borghesi per salvare la loro fetida società, essi non possono fare a meno di lavorare per noi" (53). Osserviamo dunque che i borghesi oggettivamente lavorano per noi, fino al momento in cui dalle loro file usciranno coloro che cominceranno a farlo soggettivamente: "Il capitale totale, che specializza il ruolo dello Stato come strumento del dominio di classe, come razionalizzatore dell’anarchia sociale, mantiene le borghesie nazionali, ormai inutili e impotenti in quanto classe, come mantiene i poliziotti: per far rispettare le regole che addotta in quanto anonima potenza. Quando tra gli stessi borghesi incominceranno ad apparire elementi non più in grado di sopportare questa loro insulsa condizione, appariranno anche i primi transfughi di classe. Come dice Marx nel Manifesto, essi daranno, insieme con la ricomparsa dello scontro di classe frontale, il segnale sicuro che la rivoluzione sociale si è messa nuovamente, e forse definitivamente, in moto" (54). Bene. Abbiamo ricordato il Marx di 150 anni fa, e Lenin di 100 anni fa, e Bordiga (o il lavoro di Programma Comunista, che è lo stesso) di circa 50 anni fa che parlavano della morte ‘potenziale’ del capitalismo e oggi vediamo che questo movimento potenziale sta sempre più lasciando il posto a quello cinetico, anche se allo stato attuale constatiamo che questo cadavere ancora costantemente cammina. Cammina ancora e sicuramente, prima di sputare l’anima – che in ogni caso da un punto di vista storico inevitabilmente sputerà –, ci farà vedere i sorci verdi. Ma … Il numero 11 della rivista (marzo-giugno 2003) ha svolto il tema della "guerra infinita" degli Stati Uniti, affermando che "il mondo capitalistico è posto di fronte ad una concreta possibilità di collasso, dovuta ad una mancata produzione di plusvalore". Di fronte a tale possibilità, agli Stati Uniti dunque, nella loro posizione di paese imperialistico dominante, si impone "l’esigenza di controllare i flussi del plusvalore prodotto localmente, per salvare non solo se stessi ma l’intero mondo capitalistico, [esigenza che] si doveva trasformare in un immane e disperato tentativo di rovesciare la prassi selvaggia del mercato mondiale, di imporre la "libera" circolazione dei capitali e di imporre, contro ogni avversario attuale o potenziale, un progetto contro l’anarchia capitalistica internazionale" (55). O questo o la morte non solo degli Stati Uniti, ma dell’intero sistema. Le invasioni all’Afganistan e all’Iraq non sono altro – continua il testo – che battaglie interne ad una guerra infinita; si prospettano ben altre: "quelle di Siria, d’Iran, d’Arabia Saudita o di Corea, sulla strada che porta necessariamente all’Asia centrale, poi alla Cina. Quale potrà essere di volta in volta dipende da molti fattori, ma è certo che la battaglia ci sarà. Per la semplice ragione che in un mondo globalizzato, non esistono più guerre locali … [che possano decidere della produzione e della circolazione del plusvalore a livello globale] … E non è vero che la fase USA-IV non sia una guerra ‘dichiarata’; lo è, eccome, con tanto di documenti ufficiali" (56). Di fronte a tali situazione, la rivista indica chiaramente (57) delle prospettive generali. Contro le più diverse sparate immediatiste, "occorre ribadire … [che] per capire quello che è successo a New York e Washington, in Afganistan, in Iraq e in tutte le fasi successive, bisogna capire l’intera dinamica dell’imperialismo. [E] la dinamica è un ‘andare verso …’, e la società umana va con sicurezza verso il comunismo, anche se la percezione di questo movimento non è immediata ed è resa possibile solo dalla teoria dei processi rivoluzionari, quella comunista. Non dunque verso il comunismo-caricatura prodotto dalla controrivoluzione, ma una società che è la negazione di tutto ciò che caratterizza la presente. Tutto, niente si salva". Nemmeno gli Stati Uniti possono sottrarsi a tale prospettiva, perché "L’America non può null’altro che ‘andare verso …’ il comunismo". In questa affermazione non vi è alcuna gratuita provocazione, o ‘forzatura del bastone’. "L’America è quindi di fronte ad un dilemma, di cui forse la sua borghesia più avveduta ha già sentore: o va verso un isolazionismo totale e riduce il mondo a puro retroterra fatto di paesi-satellite e di lande popolate di schiavi per alimentare la sua sete di plusvalore …. , oppure prende la situazione di petto e conduce una guerra senza quartiere per trasformare il mondo secondo un piano razionale. Siamo al dunque: se l’America dovrà, vorrà, e soprattutto potrà trasformare il mondo, avrà bisogno di essere conseguente col grandioso compito, dovrà spazzare via quella fabbrica di chiacchiere che è l’ONU …, dovrà darsi un ministero mondiale dell’economia …, dovrà spazzare via la sovranità nazionale di tutti gli Stati …, dovrà impostare un piani globale di investimenti e di divisione del lavoro …, dovrà darsi un esercito ed una polizia globali …, dovrà … ecc. ecc. Altro che globalizzazione. […] Un governo mondiale, basato su di un progetto centrale, capace di pianificare l’economia ed il flusso di valore, perciò di armonizzare quella che è la contraddizione massima, cioè la produzione sociale e l’appropriazione privata, sembra decisamente troppo, anche per la nazione più potente della storia. Non sarebbe troppo, invece, per una rivoluzione, anche iniziata, suo malgrado, da questa mostruosa potenza".
XV. – La rivoluzione e il ventre della balena. È certo che affermazioni come quella appena citata faranno scandalizzare i più. Per noi non vi è nulla di forzato in questa sottolineatura, se solo si pensa che, a proposito della rivoluzione nell’area russo-asiatica, culminata nell’Ottobre 1917, Marx afferma che la sua messa in moto avviene con la convocazione, a Mosca nel 1858 da parte dello zar Alessandro II, dei rappresentanti della nobiltà russa. La rivoluzione dunque – o se si preferisce, l’attuale nuovo episodio della rivoluzione – che viene messa in moto dagli stessi Stati Uniti, non avrà il suo epicentro nel cuore di un qualsiasi Medio Oriente, con le sue vantate "stalingrado", con le rivendicate rimesse sul tappeto di "rivoluzioni nazionali" che – nell’epoca di questo capitalismo globale – non hanno più alcuna funzione storica. La rivoluzione, e la controrivoluzione, non scuoteranno più solamente quelle aree lontane dai centri delle metropoli imperialistiche che tanto fanno battere i cuori, nello stesso tempo che assicurano (data la loro lontananza) il mantenimento del tepore sotto le "proprie" coperte. "La direzione del moto storico, l’andare verso … che abbiamo già preso in considerazione, è irreversibile. Se il determinismo ha un senso, gli Stati Uniti sono ciò che la storia del globo li ha portati ad essere … [e questa storia indica che] l’imperialismo unipolare americano va osservato anche dal punto di vista degli effetti che esso produce sugli stessi Stati Uniti e non solo sul mondo degli altri. […] La politica coloniale, che ha coinvolto e corrotto la popolazione americana, adesso le si ritorce contro, non continua solo verso l’esterno, ma si afferma anche all’interno. La conseguenza è tremenda: gli Stati Uniti sono una colonia di se stessi e questo fenomeno è registrato con più forza proprio dalle frange borghesi americane spaventate dagli scenari futuri. Milioni e milioni di americani si sentono prigionieri di uno Stato che non percepiscono come un loro organismo. […]. Per milioni di americani il loro stesso Stato è un alieno, un qualcosa che non fa parte del paese. Non importa se le forme del rifiuto prendono tinte che vanno dal nazismo all’anarchia, con ibridazioni curiose e forme di milizia armata assolutamente particolari: il fatto è che buona parte dell’America si sente colonizzata dall’America". Da qui, per le centrali del capitale negli Stati Uniti, la necessità di una riforma delle forze militari "interne" – Guardia Nazionale e Riserva delle forze armate – che non devono più essere considerate delle forze con "compiti di polizia", ma portate al livello operativo di una qualsiasi forza militare "esterna". "Non forze di polizia quindi, ma vere forze armate. È curioso che si parli di constabulary duties, doveri propri di polizia, per quanto riguarda la missione internazionale delle Forze Armate Federali e si rifiuti tale appellativo per le forze interne, che finora è stato appropriato al ruolo effettivo. Curioso e strano, a meno di non pensare in grande; come i neocons, che, consapevoli del "rischio zero" nelle guerre contro gli "Stati canaglia", istintivamente concepiscono il pericolo più grande proprio in casa" (58).
XVI. – La rivoluzione, il suo partito e … Prometeo. Prometeo è il titolo della rivista che in tre fasi diverse del secolo scorso ha testimoniato del lavoro del PCd’I nei suoi primi anni, della SCi all’estero negli anni trenta, e del lavoro dei primi anni di vita del Partito Comunista Internazionalista. Sicuramente un titolo del genere non è stato preso a caso. Il mito di Prometeo è stato mirabilmente tracciato da Eschilo nella tragedia Il Prometeo incatenato e per dei rivoluzionari comunisti esso assume importanza maggiore rispetto al mito dello stesso Gesù Cristo che indica il problema della liberazione dalle sofferenze, patite in questa Terra, in un generico cielo e in un indefinito tempo. Prometeo – che significa "il preveggente", colui che "vede prima", colui che può anticipare il futuro – regala agli uomini il fuoco della conoscenza e per tale motivo viene incatenato e sottoposto alle torture dell’aquila che gli deve divorare giornalmente il fegato. Egli potrebbe essere liberato se solo riconoscesse la potestà di Zeus, ma non vuole cedere alle lusinghe ed ai compromessi ed annuncia l’impotenza degli stessi dei a tenerlo incatenato per sempre. Ad Io, che si dispera per i suoi patimenti, egli risponde che non si può sfuggire al proprio destino perché "invitta è la forza della Necessità […] e l’arte è di gran lunga più debole della necessità"; ma lei deve tranquillizzarsi perché, come aveva saputo antivedere il suo male attuale ("Tutto prevedo, chiaramente, l’avvenire; inatteso non mi giungerà alcun male"), così può prevedere il tempo della propria liberazione: questa avverrà "alla terza generazione, dopo le prime dieci" e sarà un discendente della stessa Io: Ercole. Ricordare il mito di Prometeo e la serie delle riviste con lo stesso nome, è un modo di sottolineare che la forza del determinismo marxista non sta tanto nella constatazione della innegabile sfruttamento del lavoro salariato ad opera del capitale, nella constatazione delle immense miserie che questo modo di produzione produce continuamente, ecc.; la sua forza consiste nel precisare sempre più le leggi del movimento di questo modo di produzione e da ciò stabilire anticipatamente la sua morte futura. La sua forza, come di ogni materiale lavoro che si ponga sulla linea del partito storico, consiste nel mettere in chiara luce l’impotenza della borghesia di fronte all’ineluttabilità della rivoluzione: impotenza data dal fatto che anche l’odierna arte di dominio sul proletariato è di gran lunga più debole della necessità del moto storico. Alla luce di quanto detto sulla generale situazione attuale – che vede la "guerra infinita degli Stati Uniti" trasformarsi in un generale disastro e per gli Stati Uniti e per l’intero mondo capitalistico mondiale –, nonché sulla volontà di imparare a "giocare" con le strutture frattali (e con qualcosa d’altro) non tanto della "astratta" geometria, quanto delle forme più disparate della natura e dunque soprattutto delle nostre specifiche forme, potrebbero trovar posto e sviluppo le seguenti domande:
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NOTE (1) Da Complessità di Morris Waldrop (2) Prefazione all’edizione italiana de Gli oggetti frattali, di Benoit Mandelbrot, Einaudi, p. XIV. (3) Da Considerazioni sull’organica attività del partito …, Tesi 11, del 1965. (4) Da La tragedia della rivoluzione cinese di Harold Isaac, Saggiatore 1967. (5) Tesi 1920-’45, raccolte in In difesa della continuità del programma comunista, ed. programma comunista, 1970. (6) Che cosè la vita, Erwin Schrödinger Adiz. Adelphi, 1995. (7) Ricordando i cinque anni di lavoro della rivista, abbiamo letto che i comunisti non devono porsi allo stesso livello dell' "esasperata divisione sociale del lavoro, tipica del capitalismo maturo, … Come se questi stessi si ponessero un’assurda limitazione di interessi e di attività. Come se i comunisti, al pari degli idraulici o degli elettricisti, fossero lavoratori specializzati in una disciplina particolare invece di tendere ad occuparsi dell'universo intero. Una vera, assurda mancanza di qualità, sconosciuta alla classe nemica fin dalle sue origini". (8) Es. il filosofo greco Protagora, il quale insegnava che si sarebbe potuto dimostrare facilmente che un qualsiasi avversario non poteva sottrarsi alla sua reale natura: quella di essere figlio di un cane. (9) Riconoscere il comunismo, Quaderni Internazionalisti, cap. Perché materialismo dialettico, pag. 26-28. (10) "Concetto" di partito dettato dall’esperienza storica del rapporto fra borghesia e proletariato fin dai loro albori, e non da una aprioristica "idea" di partito. (11) Quella situazione magistralmente descritta in Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, cap. 119, sulla "Ionizzazione" della storia. (12) O, classica inversione formale di termini, presenza di situazioni soggettive favorevoli, accanto a situazioni oggettive sfavorevoli. Cosa che "spiegherebbe" una possibile affermazione di Marx ad Engels, in un certo momento della storia della Lega dei Comunisti: il partito siamo io e te. Probabilmente non è il caso di star qui a commentare singole affermazioni (e se proprio non si può evitare, diciamo pure con un po’ di sana ironia: lui poteva). Anche Roger Dangeville un giorno l’ha detto: il partito siamo io ed Eva. Da queste affermazioni, sembra che qualcuno abbia imparato, in tempi successivi, a "marescialare" alquanto. (13) Piccola provocazione: se proprio c’è la passione per la parolina "partito" è paradossalmente vero che questa potrebbe appiccicarsi a n+1 piuttosto che a Il programma comunista, anche se non abbiamo i suoi "negri", le sue ramificazioni internazionali, i suoi giornali in più lingue, ecc. (14 "È, appunto dove mancano i concetti, che si insinua al momento giusto una parola". [GOETHE, Faust, 1] citato da Marx nel I Libro de Il Capitale. (15) Dalla Tesi 13 delle Tesi sul compito storico …, o Tesi "di Napoli" del 1965. (16) Cit. (17) Se non è fattore di "qualcosa", se non servisse a niente, perché dannarci tanto l’anima.La cosa assai seccante è che rinnegheremmo pure il "buon senso" e … qui attenzione!, perché si sa che quando il "buon senso" si offre come compagno di viaggio, la tangente è lì a portata di mano. (18) "I compiti una rivoluzione li pone, non li riceve"da Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia. (19) Cap. 118, In Russia ed in Europa. (20) È scritto nelle Tesi del 1965? Ed allora? (21) Proviamo a civettare con le antinomie russelliane. Se r1 = individuo, r2 = insieme dei proletari, r3 = le più svariate organizzazioni immediate di classe,ecc., appartengono al movimento interno allo stadio n capitalistico, allora il fattore di geostoria locale – fattore per la soluzione positiva della specifica polarizzazione sociale presente nel momento dato – che mette in moto il processo per il futuro superamento di n, può essere solo il partito comunista – ecco dunque l’antinomia: il proletariato può e non può, la conoscenza si trova e non si trova nell’insieme dei proletari – che governa la fase di transizione, la dittatura del proletariato. Solo a questo punto la Tesi 13 diventa digeribile: il partito può essere "fattore" dello svolgimento storico "delle situazioni": tipo "la settimana di Lenin" non di una indefinita storia. Superata questa fase, fine delle classi, fine del partito di classe, fine della sua dittatura, pieno dispiegamento di … n+1. (22) Di recente, qualcuno ci ha ricordato per l’ennesima volta che, se il comunismo è deterministicamente inevitabile, diventa inutile preoccuparsi più di tanto. Possiamo rispondere che il corso della rivoluzione può essere paragonato ad un ribollente fiume che scorre in un gran canyon, con rocce, cascate, e conseguente possibilità di morte sotto le più diverse forme. Non abbiamo dubbi che tutti arriveremo al mare: però, ci vorremmo arrivare vivi! È per tal motivo che riteniamo indispensabile studiare il corso di tale fiume, comprendere quale sarà lo strumento fondamentale per superare i grandi salti del suo corso, per non fracassarci completamente le ossa, o … "per alleviare le doglie del parto", se si preferisce. (23) Ideologia tedesca, Editori Riuniti, 1972, vol. V, pp. 27-28 e 34. Va ricordato che non siamo comunisti perché citiamo Marx; diversamente leggiamo e citiamo un comunista, perché siamo comunisti. In questo caso, poi, vi è uno splendido esempio di come vanno trattati i "presupposti", la cui comprensione non può essere data a priori, ma osservati attentamente per poter intraprendere un qualsiasi studio scientifico. (24) Vedi la schematizzazione in Appendice 1. (25) Da Formicai, imperi, cervelli di Alberto Gandolfi: "Nel comportamento di un sistema complesso, e soprattutto nella sua imprevedibilità, il tempo assume un ruolo determinante, perché il tempo gioca su orizzonti temporali molto diversi. Nei sistemi complessi sono all’opera – parallelamente – meccanismi a corto, medio e lungo termine". Avremo modo di osservare, in una possibile trattazione frattale del tempo, come il tempo caratteristico di un evento possa essere benissimo uno degli orizzonti temporali interni ad un orizzonte più vasto caratteristico (a sua volta tempo caratteristico) di un evento maggiore inglobante il precedente. (26) Qui non si tratta di alcun finalismo aristotelico. Trattiamo il problema dal punto di vista dell’induzione matematica in base al quale, dato un numero qualsiasi non si pretende di parlare di un qualsiasi numero futuro, bensì del "successore" di quel preciso numero. Per tal motivo, dato il comunismo primitivo e data la sua dissoluzione completa realizzata dalla breve epoca delle società proprietarie di classe, si giungerà inevitabilmente, deterministicamente, al suo successore, la gemeinwesen umana … indipendemente da ogni ulteriore fase successiva, o nuovo successore. (27) È questo il senso degli appunti sul "Colletti" svolto in laguna. (28) Non vi è contraddizione nel vedere e parlare di una rivoluzione all’interno di una rivoluzione. Così non è assurdo parlare del processo della "rivoluzione" che si mette in moto quando si continua a versare della sabbia su un mucchio di sabbia: arrivati ad un certo punto, l’"ultimo" granello (transizione catastrofica)provoca una valanda alla quale segue un nuovo assestamento. Attenzione, non è la parola che conta quanto la comprensione dei processi, per cui, nell’esempio della sabbia, (cioè il movimento reale che porta a nuovo equilibrio) è legato ad un arco di tempo ben preciso: arco di tempo interno a tantissimi altri archi di tempo (dunque non differentemente da un qualsiasi altro esempio), un evento interno a tanti altri movimenti reali ricercanti i rispettivi nuovi equilibri. (29) Queste brevi note sono tratte dalla Prefazione all’edizione italiana de Gli oggetti frattali di B. Mandelbrot (Einaudi) e Caos, una raccolta di autori vari a cura di Nina Hall (Muzzio). (30) V. Caos, cit. pag. 120. (31) Mandelbrot cita tutti questi autori nella Prefazione alla seconda edizione francese (p. 5 dell’edizione italiana de Gli oggetti frattali) e va a suo merito quando afferma che "se ho concepito, messo a punto e utilizzato una nuova geometria … ho recuperato innumerevoli ‘pezzi separati’ preesistenti ma concepiti per degli usi del tutto diversi. Senza questi pezzi di ‘recupero’ un uomo solo non avrebbe potuto far fronte ad un tale impegno". Decisamente, un’ottima affermazione contro la teoria del battilocchio. (32) Altra differenza, e qui entra in gioco il concetto di "mostro matematico": l’autosimilarità nel triangolo di Sierpinsky si distrugge solo tendendo all’infinito, passando dalla dimensione 2 alla dimensione 0 del punto, mentre il Romanesco perde dopo pochissime variazioni di scala - quindi dopo pochissimi salti autosimilari – la propria natura, la propria struttura di cavolo. (33) D’altra parte, il suo modello "planetario" dell’atomo era quantitativamente inutilizzabile e qualitativamente non poco approssimato; eppure, dal suo modello è partito Bohr per fare un passo avanti per lo sviluppo della teoria atomica. (34) Non diciamo forse che l’intuizione è rivoluzionaria e che la successiva sistematizzazione dei risultati, operata deduttivamente, è indubbiamente indispensabile ma non per questo meno conservatrice? (35) Prefazione all’edizione italiana de Gli oggetti frattali, p. XIV. (36) La citazione continua nel modo segue |