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Numero 105, 26 febbraio 2007
TELECOM E' IL CAPITALISMO
Il tragicomico caso dei dossier
"illegali" Telecom ci presenta un ulteriore interessante spaccato del
capitalismo autonomizzato, nella sua specifica branca italiana. Sembra infatti
che Telecom non si limiti solamente alla produzione-vendita di servizi
telefonici, bensì coltivi al suo interno attività quali lo spionaggio diretto,
la collaborazione continuativa con agenti dei servizi segreti e strani rapporti
con oscure agenzie di investigazioni. Il tutto gestito da curiosi personaggi a
metà strada tra lo Stato, l'attività imprenditoriale e la criminalità
(ammesso e non concesso che vi sia differenza di natura fra i settori). In
un'epoca in cui l'accesso alle informazioni è tutto, non c'è da stupirsi che il
lavoro di intelligence svolto all'interno dell'azienda servisse -
come dicono i magistrati - ad "anticipare mosse finanziarie e politiche
non gradite a qualcuno e predisporre le necessarie contromisure, giovandosi del
ricorso a metodi radicalmente illeciti." Un bell'esempio dell'ultimo
stadio raggiunto dal capitalismo: la produzione vera e propria diventa un optional
e si sviluppano sempre più strutture e attività indefinibili, atte al
puro e semplice drenaggio di valore altrui.
LA DIMENSIONE TERRITORIALE DELLA LOTTA
DI CLASSE
L'attuale organizzazione del lavoro ha il pregio
di contribuire al superamento del vecchio dibattito sull'associazionismo
economico che ha sempre ammorbato il movimento operaio. La strutturazione del
mercato del lavoro può annichilire temporaneamente la capacità di
contrattazione tradizionale, ma nello stesso tempo, e proprio per questo,
obbliga i proletari ad agire non secondo gli schemi sindacali della lotta per
categoria, bensì a ritrovare la forza nell'organizzazione immediata
territoriale, com'era prima che prendesse il sopravvento l'ideologia operaista
tardo-gramsciana. Solo uscendo dalla galera aziendale e connettendosi a
rete con altre realtà, non necessariamente della stessa categoria,
si potrebbero ottenere dei risultati. E' comunque fondamentale
sottolineare che, soprattutto oggi nella fase senescente del capitalismo, non
vi possono essere conquiste stabili e durature all'interno di questa società.
L'organizzazione economica di tipo territoriale è allora importante non tanto
e non solo per le singole lotte, ma soprattutto perché può gettare le basi
del nuovo ambiente…
CONTINUA LA FUGA DAL DOLLARO
Le difficoltà dell'economia americana sembra
vadano di pari passo con le difficoltà in politica estera. Ciò ha continui
riflessi sulla tenuta del Dollaro come moneta di riserva dei vari paesi. Ad
esempio il Venezuela, vista l'ulteriore discesa del Dollaro nei confronti
dell'Euro, continua a convertire una parte crescente della propria
rendita petrolifera nella valuta europea. Il Banco Central de
Venezuela ha ridotto le sue riserve in dollari dal 95% all'80%, una
decisione significativa se si considera che il Venezuela è ancora uno dei
maggiori fornitori di petrolio degli Stati Uniti. Il Dollaro, svalutato
nel 2006 del 9,5% rispetto all'Euro, rischia perciò di svalutarsi ancora di
più nel 2007 dato che, oltre al Venezuela, altri produttori di petrolio,
dagli Emirati Arabi Uniti all'Indonesia, hanno annunciato di voler investire
più capitali in Euro. La quota di depositi in valuta estera detenuta in
dollari da parte dei membri dell'Organizzazione dei paesi produttori ed
esportatori di petrolio (OPEC) e da parte della Russia, è scesa al 65%.
RESA DEI CONTI TRA FAZIONI DELLA BORGHESIA AMERICANA
Il disastro iracheno incomincia a produrre in
USA effetti sempre più visibili aggravando lo scontro tra le principali
fazioni della borghesia americana per la gestione della
"politiguerra". Dopo l'esautorazione di Rumsfeld, la ribellione dei
generali del Pentagono e il ribaltamento a livello parlamentare, va ad esempio
in tribunale una pedina minore ma significativa della montatura imbastita per
giustificare la guerra irachena. Il repubblicano "Scooter"
Libby, ex capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza di Dick Cheney, è
chiamato a rispondere del "lavoro sporco" svolto nel 2003 da alcuni
suoi collaboratori: per rappresaglia avevano svelato
al New York Times l'identità segreta dell'agente della CIA
Valerie Plame, moglie dell'ex ambasciatore Wilson, colpevole di aver
dimostrato false alcune delle motivazioni accampate per l'invasione dell'Iraq
(non era vero infatti che l'Iraq avesse acquistato uranio grezzo dal Niger per
costruire l'atomica). L'aspetto più ridicolo della faccenda è che
fenomeni di portata storica mondiale, avulsi dalla volontà degli stessi
governi, vengono fatti passare come "colpa" o "responsabilità"
del battilocchio di turno: sia questo un presidente, un temibile terrorista o
il primo tirapiedi a disposizione.
VICOLO SENZA USCITA
Il presidente degli Stati Uniti ha avanzato
due proposte: 1) la creazione di un consiglio consultivo speciale per la
"guerra al terrorismo" che comprenda membri dei due partiti; 2) la
riduzione della dipendenza degli USA dal petrolio mediorientale. La proposta
operativa sul fronte irakeno non poteva che essere di carattere tecnico: il
solito lavoro di intelligence, aumento della presenza militare,
mobilitazione dell'apparato diplomatico per tener buoni gli alleati,
operazioni di polizia. Il gendarme mondiale si rende conto della crisi
sistemica cui va incontro e del pericolo che corre l'intero capitalismo,
perciò tenta di correre ai ripari, ma gli strumenti a disposizione sono
estremamente limitati. L'unico cambiamento che gli è consentito è di
tipo quantitativo: più truppe e un invito alla fazione avversaria per creare
un fronte unico di classe. Per quanto riguarda la riduzione del consumo di
petrolio, questa è semplicemente impossibile. Un sistema la cui sopravvivenza
è legata alla crescita esponenziale della massa di merci non può trovare un
sostituto agli idrocarburi o al nucleare. L'unica soluzione sensata al
problema energetico è non consumare più energia di quanta ne arrivi dal
Sole, ma per questo ci vuole un'altra società.
LA BORGHESIA NAZIONALE PIU' STUPIDA DEL
MONDO
Quando la borghesia ha affrontato nei vari paesi
la propria rivoluzione e in seguito l'ha consolidata in tutti i continenti, ha
avuto momenti di grandezza, come riconosce Marx nel Manifesto.
Raggiunta la fase di pura conservazione reazionaria, oggi naviga a vista e la
sua politica non contiene più, né può più contenere, elementi
propulsivi che la facciano pensare al futuro. La borghesia israeliana - o
ebraica, come preferisce definirsi con una punta di auto-razzismo - era
cittadina del mondo, ma s'è voluta blindare in uno staterello insignificante,
in guerra perenne contro chi storicamente viveva e vive su quel territorio,
contro i paesi limitrofi e contro un miliardo e mezzo di islamici motivati da
un odio profondo che ha determinazioni oggettive profonde. Gli Stati Uniti
sono il paese in cui vive la metà degli ebrei esistenti, ma sono anche
il paese più razzista che ci sia. Finché avranno interesse ad usare Israele,
la sopravvivenza di quest'ultimo non è in pericolo, e il consueto
massacro di palestinesi potrà continuare, anche se di fronte ad esso sta
salendo la nausea degli stessi
ebrei. Ma una elementare proiezione dei diagrammi socio-economici
attuali dimostra che Israele sarà sommersa dagli arabi e dall'Islam,
anche solo dal punto di vista demografico. Di fronte a dati di fatto come
questi, la politica del massacro perenne non è semplicemente omicida ma
addirittura suicida alla scala storica. I palestinesi non
rischiano di essere spazati via, gli israeliani sì. La svolta
"libanese", se voleva essere un deterrente nei confronti di Siria e
Iran ("se un guerrigliero che ospiti mi colpisce, io ti distruggo
l'intero paese") , è stata in realtà un tremendo inizio
dell'inevitabile sconfitta. Hezbollah e Hamas, organismi impensabili
trent'anni fa, muovono gran parte della popolazione del Libano e della
Palestina, sono in grado di pianificare la ricostruzione, di indire
uno sciopero generale, di attivare reti di protezione sociale, sono
insomma avversari suscitati proprio dai contraccolpi dovuti alla politica
nazionale più miope e becera del mondo.
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