Che cosa fu veramente il Partito Comunista d'Italia

Nei suoi primi tre anni di vita il Partito Comunista d'Italia svolse la sua attività basandosi su di una struttura e su relazioni interne che si avvicinavano molto a quello che da allora incominciò a chiamarsi "centralismo organico". Erano assenti inutili formalismi organizzativi e gerarchici, mentre dalle pubblicazioni e dai ricordi dei compagni traspare un ritmo frenetico carico di entusiasmo. L'efficienza del lavoro era sostanziale e non appariscente. Gli aderenti al Partito erano più di quarantamila, per la maggior parte militanti convinti e non semplici elettori con tessera, bistrattata carne da congressi. Lo stesso partito non incoraggiava l'adesione indiscriminata. Non essendo ancora possibile una selezione per via organica, dato che il successo della rivoluzione incoraggiava il parassitismo politico, il partito buttava fuori dai suoi ranghi, senza tanti complimenti, chi non dimostrava di aver dimenticato il modo di pensare e di comportarsi della classe avversaria e il modo di funzionare di tutti gli altri partiti.

La crisi economica e il fascismo contribuirono in seguito a falcidiare il numero degli iscritti, ma si perdeva il militante passivo, mentre il nucleo autentico resisteva caparbiamente. Nel secondo semestre del 1924, dopo cioè che la direzione fu consegnata dall'Internazionale ai centristi, il partito fu spinto ad una riorganizzazione periferica che ne triplicò gli iscritti attraverso una molto bolscevizzante "campagna di massa" e si dette un apparato burocratico pletorico ed efficientistico, se non efficiente. Questo "successo" fu sbandierato come una vittoria rispetto ai metodi della Sinistra, ma fu una vittoria amara per il futuro del partito, ottenuta al prezzo di far vivere l'organizzazione in funzione di sé stessa per il presente e non per migliorarne le capacità rivoluzionarie a venire. Una vittoria fasulla che si rivelò un ostacolo al tanto sbandierato collegamento con le masse, la cui adesione era tanto platonica quanto ottenuta lusingando i rimasugli del vecchio socialismo, proprio mentre si intimidivano con metodi polizieschi i militanti che si opponevano alla demolizione del lavoro organico tanto tenacemente perseguito ancor prima di Livorno.

Nel luglio del 1925 una compagna scrisse una lettera aperta all' Unità chiedendo di intervenire nella discussione che stava distruggendo il partito così come i suoi militanti l'avevano conosciuto. La lettera si apriva con il titolo: "Lettera aperta ai compagni dell'Esecutivo della sezione italiana del Partito Comunista". La formulazione, rigorosamente esatta, era già uno schiaffo politico ai centristi. Per i militanti del partito diretto dalla Sinistra era infatti normale considerare l'organizzazione in Italia come sezione locale dell'unico partito comunista mondiale, mentre i centristi la consideravano come un tradizionale partito operaio affiliato all'Internazionale, finendo infine a considerarla come appendice politica del partito russo.

La compagna in questione era Rita Majerotti, rappresentante del partito nella sua delegazione femminile ai congressi internazionali. La lettera, politicamente rigorosa e calorosamente passionale, ci permette di aprire un piccolo spiraglio su di un partito del quale tutti hanno parlato solo e sempre come organizzazione tradizionale, con la sua struttura, le sue gerarchie, le sue lotte intestine ecc.; un'organizzazione trattata alla stregua delle altre di quel tempo, che operava in base alle sue relazioni con l'Internazionale, che faceva parte della storia di quegli anni come tutti i PC e lottava come altri lottarono contro la svolta che avrebbe portato allo stalinismo. Nessuno parla mai di che cosa fosse effettivamente quel partito nei tre anni tra il 1921 e il 1923 e che cosa fu effettivamente distrutto da ciò che poi verrà chiamato stalinismo.

Prima di entrare nel PCd'I, Rita Majerotti era stata militante nella federazione giovanile del PSI in Puglia. Nel 1916 aveva partecipato all'organizzazione di un moto insurrezionale stroncato prima di potersi manifestare. Già all'epoca, con la quasi totalità delle forze giovanili, guardava alla Sinistra come all'unica soluzione contro la degenerazione del PSI. La gioventù socialista era in fermento e lo stesso Bordiga dovette a volte, dalle pagine del Soviet, fare appello alla calma per evitare entusiasmi poco rigorosi. L'esuberanza giovanile si riversò nel nuovo partito e, contrariamente a quanto succede di solito, invece di rappresentare un focolaio di opportunismo anarchico e sindacalista (cioè di attivismo parolaio senza attività vera), si trasformò in una macchina da lavoro formidabile. La partecipazione alla vita di partito fu spontanea, mai forzata; chi non si sentiva all'altezza non era pregato di restare per fare numero.

La compagna ricorda tutto ciò nella sua lettera iniziando con il constatare la mancanza di serenità nella discussione. Serenità sembra un termine moralistico. Dipende. Non era la discussione che faceva la differenza, essa c'era anche prima: la perduta serenità nel condurla aveva radici profonde che avevano a che fare con la perduta organicità, con l'inquinamento teorico, in fondo con la mutata concezione del partito. Era ovvio che i rapporti si erano rovinati tra coloro che filtravano tutto il materiale della discussione e coloro che non erano "abituati a prendere l'imbeccata prima di formarsi un'opinione" . Il lavoro organico non prevede l'imbeccata ai militanti, ma un'attività comune e un ambiente che distruggono l'individuo egoista e permettono di esaltare l'individualità come parte al servizio del tutto. Il ritorno alla sentenza delle alte sfere gerarchiche su quelle basse non può che provocare disastri. Nell'attività organica non c'è un alto e un basso, la piramide è stata distrutta una volta per tutte, rimane il centralismo, il quale non è un principio immanente ma una necessità per la prassi. Per svolgere il lavoro, non per stabilire una graduatoria di caporali.

Quando nella lettera si passa a ricordare il vecchio Esecutivo esautorato dai centristi, si dice che esso ebbe il merito di "fondare e cementare" il partito. Non basta avere il partito, esso dev'essere cementato da un lavoro comune e sereno. Le qualità della direzione sono attribuite direttamente a Bordiga, ma si capisce che il rapporto fra capo e gregari è di reciprocità e di scambio. L'elenco degli attributi del "capo" infatti snocciola: 1) polso fermo; 2) attività fenomenale; 3) fede assoluta nel trionfo dell'idea; 4) intuito eccezionale nel prevedere le mosse dell'avversario; 5) preparazione teorica; ma soprattutto, 6) influenza sulla massa del partito "che sarebbe stata pronta a tutto nell'assoluta fiducia di essere ben diretta". Se i gregari fossero pronti a tutto solo perché lo dice il grande capo, saremmo alla "teoria del battilocchio", cioè alla concezione secondo cui sono i grandi uomini con il loro genio a fare la storia. Ma nella lettera è scritto che la massa sarebbe stata pronta a tutto nell'assoluta fiducia di essere ben diretta e ciò, letto con la teoria dell'anti-battilocchio, significa che 1) il capo in questo caso è espresso organicamente dalla massa, e che 2) si stabilisce la "doppia direzione", in quanto il capo sviluppa qualità utili alla massa e la massa le adopera. Insomma, funziona un rapporto di reciprocità, di doppia direzione, appunto.

Infatti nella lettera si afferma subito dopo che il grande capo non era da solo, che era "sempre degnamente coadiuvato da compagni davvero superiori nella loro modestia e nella loro instancabile e febbrile attività", e si fanno i nomi di altri "capi" (il termine è messo tra virgolette nell'originale) come Repossi e Fortichiari. Se anche dopo l'attribuzione di tante qualità ai capi, fossero sorti dubbi sull'organicità del lavoro, sul legame tra la direzione e la massa del partito, la lettera li dissolve con un'altra raffica di qualità attribuite all'organizzazione, che non poteva meritarsele solo per il riflesso di quelle possedute dai capi: "Il partito allora era uno, inscindibile, compatto, audace, eroico; non aveva pesi morti nelle sue fila: l'entusiasmo animava tutti, moltiplicava le energie, colmava i vuoti, faceva stringere i denti e procedere sempre innanzi, nonostante tutto". Il contrasto con il passato viene ottenuto semplicemente descrivendo il fatto che "il partito [oggi] conta un numero molto maggiore di aderenti; ma non forse, proporzionalmente, di militanti attivi, ardenti, e soprattutto capaci di lavorare con alto senso di responsabilità". La mancanza di serenità nella discussione è attribuita ad una mancanza di fiducia nei nuovi organi direttivi imposti dall'Internazionale: "Sono molte le critiche che si fanno, sia fra i gregari, che fra gli esponenti più rappresentativi, alla Centrale del partito, la cui opera è sembrata troppo slegata, contraddittoria, incerta, il che non avveniva prima, quando si sentiva di essere diretti con maggiore vigoria di fronte agli avversari [...] Ricordate di essere anche voi dei gregari, e che anzi a voi, come dirigenti, incombe un maggior senso di rispetto e di riserbo nei riguardi delle varie tesi in discussione". Qui è rispecchiata una tesi che Bordiga per tutta la sua vita non si è stancato di sostenere: la suddivisione dei compiti nel partito non segue criteri di valore; capi e gregari sono solo elementi di un tutto e ad essi vengono demandate funzioni pratiche. Lo sforzo costante che deve permeare il partito è quello di liberarsi una volta per sempre dalla spregevole abitudine di fabbricare "capi" i quali sfruttino, o dei quali si sfruttino, categorie di valore personale o gerarchico, collaudato metodo per distruggere ogni organicità: "Al partito non devono mancare in nessuno dei suoi meandri" dirà Bordiga nel 1966, dopo innumerevoli riprove della validità del metodo, "la decisione ed il coraggio di combattere per un simile risultato, vera anticipazione della storia e della società di domani".

Leggendo la lettera della compagna sarebbe sbagliato pensare di trovarci semplicemente di fronte ad una nobile manifestazione di sensibilità femminile, generosa, ma scarsa di significato politico, insomma, uno sfogo passionale o qualcosa del genere. Sarebbe ancora più sbagliato pensare che stiamo cercando appoggi teorici dove meno potrebbero esservi, perché è dal vivo della discussione che si traggono più indizi che dalle pacate argomentazioni. A volte viene espresso di più attraverso un insignificante biglietto che non attraverso un intero congresso. Esagerazioni? Provare per credere: leggere per esempio le risoluzioni mummificate dell'Internazionale dal '26 in poi.

Il fatto è che stiamo maneggiando materia viva e il lettore che si addentrerà nei documenti che seguono saprà ascoltare le voci di una lotta accanita, i rumori di una tempesta le cui forze, rivoluzione e controrivoluzione, si scateneranno di nuovo. A questo proposito è bene ricordare che non stiamo giudicando i fatti con bilanci recenti costruiti ad hoc, né con reinterpretazioni storicistiche dell'ultima ora: gli strumenti che adoperiamo erano già pronti non solo nel '21, quando la Sinistra dovette intervenire per salvaguardare l'organizzazione da pericoli che già si intravedevano, ma anche molti anni prima, quando si scatenò la battaglia politica all'interno del vecchio PSI. Per esempio, in un articolo del 1912, Un programma: l'ambiente, è già sbozzato il nocciolo centrale dell'organizzazione di partito come negazione dell'ambiente borghese, tema che ritornerà in scritti specifici sia nel primo che nel secondo dopoguerra: "Tutto l'ambiente borghese conduce dunque all'individualismo. La nostra lotta socialista, anti-borghese, la nostra preparazione rivoluzionaria deve essere diretta nel senso di gettare le basi del nuovo ambiente". In ciò si vede tutto il programma del movimento giovanile in fermento. La difficoltà maggiore risiede nel sottrarre i militanti all'esclusiva influenza del mondo borghese e proiettarli verso un futuro che ne plasmi oggi il carattere e l'atteggiamento. Vivere collettivamente l'esperienza politica significa respirare aria pura in contrasto con quella messa a disposizione dal sistema corrente; significa tagliare i ponti che uniscono i militanti, tramite il compromesso, con gli ambienti borghesi o socialisti opportunisti, che è lo stesso. Occorre riuscire a "recidere i legami per cui ci si infiltra nel sangue il veleno dell'egoismo, della concorrenza, sabotare, in una parola, questa società infame, creando oasi rivoluzionarie destinate un giorno ad invaderla tutta, scavando mine destinate a sconvolgerla nelle sue basi".

Qui il linguaggio è ancora acerbo e il concetto non è espresso nel modo più rigoroso, dato che sembra lasciar margine ad una interpretazione utopistica e gradualistica. Ma ciò si avverte solo estraendo la citazione dal contesto. Tutta l'importante battaglia anticulturalista esclude proprio ogni utopismo e gradualismo.

A battaglia avvenuta, ricordandola e mettendola in relazione con i disastri della Seconda Internazionale, Bordiga dirà nel 1921: "Tutta la degenerazione dei partiti socialdemocratici [...] derivava dal fatto che essi ogni giorno di più perdevano la precisa sagoma di partito, appunto perché facevano dell'operaismo, del 'laburismo', ossia funzionavano non più come avanguardie precorritrici della classe, ma come sua espressione meccanica in un sistema elettorale e corporativo". Come si può dare lo stesso peso e la stessa influenza, all'interno stesso della classe, alle sue avanguardie e agli strati amorfi, dominati dagli egoismi derivanti dal vivacchiare nelle pieghe dell'ordine costituito? Come non vedere che la reazione a questo andazzo può consistere solo nella difesa di una disciplina di partito che impedisca l'ingresso al suo interno di tutti quegli elementi ancora distanti dal terreno rivoluzionario? Come non vedere che occorre non solo combattere le "autonomie" del gruppo parlamentare, del gruppo sindacale, degli eletti negli enti locali ecc., ma rendere la vita impossibile agli infiltrati della borghesia, "epurare le file del partito da elementi spurii". Ciò non si ottiene con processi od operazioni di pulizia condotte a suon di espulsioni formalistiche, ma con una vita di partito che escluda di per sé ogni connivenza con l'ambiente borghese. D'altra parte è meglio prevenire che curare, quindi che sia chiaro, sempre, quali sono le condizioni di ammissione, tema che fu oggetto di battaglia a proposito della nuova Internazionale. "Questo metodo è quello che si è rivelato come il vero antidoto del riformismo [...] Il fallimento dei partiti socialdemocratici non fu il fallimento dei partiti proletari in generale, ma fu, mi si consenta l'espressione, il fallimento di organismi che avevano dimenticato di essere dei partiti, perché avevano cessato di essere tali".

Un partito comunista rivoluzionario cessa di essere tale, quindi, se abdica ai suoi fini a cominciare dai mezzi che utilizza, cosa che gli impedisce di dar vita a quel tipo di "ambiente" ferocemente antiborghese già preteso nel 1912.

Nel 1965, dopo ulteriori e dolorose esperienze, il tema ricorre come elemento irrinunciabile, quasi ossessivo, come dire che tutto è già stato vagliato alla prova storica: "La Sinistra comunista ha sempre considerato che la sua lunga battaglia contro le tristi vicende contingenti dei partiti formali del proletariato si sia svolta affermando posizioni che in modo continuo ed armonico si concatenano sulla scia luminosa del partito storico, che va senza spezzarsi lungo gli anni e i secoli, dalle prime affermazioni della nascente dottrina proletaria alla società futura, che noi ben conosciamo, in quanto abbiamo bene individuato i tessuti e i gangli della esosa società presente che la rivoluzione dovrà travolgere [...] La prima verità che l'uomo potrà conquistare è la nozione della futura società comunista. Questo edifizio non richiede nessun materiale alla infame società presente. [...Questi] non sono espedienti per risolvere piccole beghe e piccole umane incertezze, che dureranno purtroppo quanto durerà nelle nostre file la presenza di individui circondati e dominati dall'ambiente barbaro della civiltà capitalistica [...] Che nel partito si possa tendere a dare vita ad un ambiente ferocemente antiborghese, che anticipi largamente i caratteri della società comunista, è una antica enunciazione [anche se] questa degna aspirazione non potrà essere ridotta a considerare il partito ideale come un falansterio circondato da invalicabili mura".

Il tema della prefigurazione della società comunista nel partito è stato più volte frainteso. Il partito rivoluzionario non è un falansterio in cui si realizzi una qualche utopia sociale e produttiva, né un insieme di individui dediti a pratiche comunistiche in senso morale. Non è neppure un esercito di tipo particolare dedito alla lotta contro il capitalismo, perché negli eserciti è sufficiente che vi siano soldati abili e ubbidienti agli ordini. In Partito e azione di classe, del 1921, Bordiga spiega dettagliatamente che cosa significa per il partito prefigurare la società futura. Non vi sono teorie particolari di partito, perché l'organizzazione non è un "principio" immanente, ma una necessità. Essa non è il partito ma un suo strumento. Per definire la natura del partito comunista, i suoi compiti e la sua struttura, nel testo citato si parte da una indispensabile operazione: prima di considerare che cos'è lo strumento, occorre sapere che cosa dovrà fare. Non solo nel periodo della rivoluzione, ma soprattutto dopo. È quindi assolutamente sbagliato analizzare la forma partito, l'organo della classe rivoluzionaria, in base ai suoi compiti di adesso (1912 o 1996 che sia): "Per dare un'idea precisa, e diremo quasi tangibile, della necessità 'tecnica' del partito [conviene] considerare prima il lavoro che deve compiere il proletariato dopo essere giunto al potere".

Dopo che la rivoluzione avrà vinto, il proletariato dovrà assumersi un compito tremendo. Non si tratterà solo di sostituire la borghesia nella conduzione della macchina statale, ma di liberare dalla vecchia forma le potenzialità di una nuova macchina produttiva e sociale completamente diversa. Nella fase di transizione al comunismo, la stessa macchina (Stato) e lo stesso proletariato si estingueranno per giungere a una società non più classista ma semplicemente umana. Occorrerà quindi una organizzazione di individui e forze che risponda a quel movimento verso il futuro che ha spinto il proletariato a spezzare la vecchia macchina affinché fosse liberata la società nuova: in un certo senso in ogni momento il partito è forgiato dai suoi compiti futuri.

Infatti si commette un errore imperdonabile se si crede che i compiti della rivoluzione vittoriosa possano essere svolti da una somma di funzioni prese a prestito dal vecchio regime, sia pure incarnate da preparati rivoluzionari protetti dal proletariato in armi e cose del genere. La degenerazione della rivoluzione russa non c'era ancora stata e il testo è veramente proiettato anche in questo nel futuro: non basta, in Russia e altrove, avere una macchina organizzativa perfetta, un'adesione altrettanto perfetta alla grande teoria, una disciplina ferrea e la perfetta padronanza del potere. Tutto ciò non supplisce al meccanismo anarchico della produzione e distribuzione capitalistica, nel senso che non rappresenta ancora la sintesi necessaria per condurre una società che rovescia il vecchio rapporto naturale, che passa dal "regno della necessità" a quello "della libertà".

Non basta impadronirsi delle entità produttive in quanto aziende, bisogna distruggere la natura aziendale delle entità produttive. Non basta impadronirsi dello Stato, bisogna distruggere lo Stato borghese e far funzionare uno Stato che ha il compito di sparire invece che di eternarsi. Non basta prendere il potere politico: bisogna avere il potere anche sulle forze dell'economia per non farsene travolgere. Ma occorre che questo futuro riesca a plasmare un partito che gli corrisponda, perché "potere" e "governo" sono concetti vaghi senza una precisazione della forza che li incarna: "Un partito è un insieme di persone che hanno le stesse vedute generali dello sviluppo della storia, che hanno una concezione precisa delle finalità della classe che rappresentano, e che hanno pronto un sistema di soluzioni dei vari problemi che il proletariato si troverà di fronte quando diverrà classe di governo. Perciò il governo di classe non potrà che essere governo di partito".

Traendo tutte le conseguenze dall'azione futura del partito, è possibile giungere ad una definizione scientifica della natura e funzione del partito prima della rivoluzione: "Anche l'azione rivoluzionaria di classe contro il potere borghese non può essere che azione di partito". Perché è ovvio che nessun partito potrebbe mai affrontare il compito tremendo della dittatura proletaria verso il comunismo se "non avesse cominciato molto prima a costituire il corpo delle sue dottrine e delle sue esperienze". Ecco anche perché il partito partecipa a qualsiasi lotta immediata, la dirige e ne indirizza gli eventuali risultati, senza cadere nella trappola di vedere in essa una medicina per i mali del capitalismo e non vedere più le finalità rivoluzionarie. Il capitalismo non ha bisogno di terapie ricostituenti, ha bisogno solo di morire. Dunque la funzione del partito si esplica in un duplice compito: da una parte rappresentando la coscienza storica della classe, dall'altra rappresentandone la volontà. Le due componenti sono inseparabili e la concezione teorica del processo rivoluzionario come del suo futuro si lega agli strumenti organizzativi adatti per giungervi in una armonica saldatura.

Per quanto riguarda il Partito Comunista d'Italia, l'attenzione si sofferma sulla data di "fondazione" e poi sulla battaglia politica che portò al cambio di direzione, ma in effetti la storia del partito non ha date di apertura e di chiusura. Esso scaturisce da una reazione ai fenomeni degenerativi della precedente Internazionale di cui il PSI era il catalogo vivente, e vive nella tensione di una strenua difesa dei risultati raggiunti già nei suoi primi mesi di vita "ufficiale". Il testo che stiamo considerando è di pochi mesi successivo alla data di nascita del partito e già mette in guardia contro il risorgere dei vecchi e sempre presenti pericoli: "Ancora una volta il processo non può ridursi ad immediata semplicità di regola, esso presenta difficili problemi di tattica, non è alieno da insuccessi parziali anche gravi, suscita questioni che appassionano grandemente i militanti della organizzazione".

Nella primavera del 1921 già si possono intravedere le direttrici su cui si svilupperà la battaglia decisiva per la difesa dei caratteri peculiari del partito "italiano", perché esso aveva già nella sua struttura molecolare la saldezza necessaria per rispondere ad un futuro che nessuno prevedeva. Erano passati poco più di tre anni dalla vittoriosa Rivoluzione d'Ottobre e tutti i partiti avevano avuto un vertiginoso aumento degli effettivi partendo quasi da zero. Gli unici due partiti che avevano una lunga storia alle spalle e che potevano vantare una tradizione di lotta coerente contro l'opportunismo erano il partito italiano e quello russo. A differenza di quello russo, però, il partito italiano aveva già visto che l'Occidente non era ambiente salutare per la crescita dei partiti rivoluzionari, specie ora che avevano dimostrato di non saper essere "ferocemente antiborghesi" se non a parole; nei fatti no di certo. In fondo i nuovi partiti comunisti non erano troppo differenti, nella loro prassi quotidiana, dai vecchi partiti socialisti. Ai loro militanti non offrivano nulla di diverso. Qui Mosca cadde. Il partito russo assecondò e addirittura promosse la tendenza a scambiare la forza con il numero degli iscritti, l'appoggio delle masse con la quantità dei voti ottenuti.

Il PCd'I fu l'unico a non cedere su questo punto, fino a che la Sinistra ne ebbe la direzione. Fu l'unico che non adattò le posizioni teoriche e organizzative "allo scopo di modificare l'estensione della sua zona di contatto con la massa", a non cedere alla tentazione di ciò che veniva chiamato "portare il partito verso la massa", scontrandosi con lo stesso Lenin, che pure aveva scritto qualcosa di fondamentale sul fatto che vero compito del partito è quello di elevare la massa verso di sé e non precipitare verso di essa. Già nel 1921 il PCd'I metteva in guardia contro quella tendenza che snatura il partito rivoluzionario, togliendogli proprio le risorse fondamentali interne legate al futuro, le uniche in grado di interagire con la massa nel momento critico, quando dovesse essere in bilico fra la difesa del passato e lo slancio in avanti.

Ancora prima della scissione di Livorno, la Sinistra fondò la sua azione sul presupposto della continuità con Marx e della formazione di un "ambiente" totalmente slegato da quello capitalistico. Tale ambiente fu effettivamente realizzato fino a che le forze della controrivoluzione non lo inquinarono e distrussero. L'attenzione del piccolo comitato esecutivo che coordinava il lavoro non fu mai rivolta ad ingrandire gli effettivi né d'altra parte a teorizzare il partito piccolo. Diciamo che questo tipo di preoccupazioni era secondario rispetto alla natura stessa del partito. La reazione ai tentativi di snaturare il nuovo partito con l'inversione della sua impostazione politica fu certamente accalorata, ma vi era qualcosa di ben radicato da difendere; il pretesto della trasformazione in "partito di massa" non poteva che cozzare contro l'ambiente reale già operante anche sull'ultimo gregario, il quale non poteva non essere intollerante verso i bizantinismi di Mosca e dei centristi.

Il paradosso apparente di un partito che viveva nella rigorosa chiusura verso ogni elemento che potesse nuocergli dal punto di vista delle infiltrazioni dell'opportunismo e che nello stesso tempo praticava una "libertà" illimitata di discussione, provocava nei critici la curiosa doppia, ambigua accusa di "dogmatismo dottrinario" e di "opportunismo socialdemocratico". Accusa carica di doppiezza contraddittoria, ma che scaturiva dall'assoluta incomprensione di ciò che era realmente il nuovo organismo, quello stesso che aveva così entusiasticamente, per primo, spinto verso il partito unico mondiale. Il rigore teorico e l'ambiente ferocemente anticapitalista erano certo gli antidoti contro le degenerazioni conosciute in precedenza, ma non era questo il fine cui tendeva l'organismo nel suo insieme. Nessuno faceva derivare quell'impostazione, che sarà in seguito definita "talmudica" dagli avversari, da un idealistico e sterile desiderio di ottenere il partito della purezza, della perfezione e dell'ortodossia. Non c'era niente di puro e di perfetto nel PCd'I prima della bolscevizzazione, convivevano Bordiga e Gramsci, Graziadei e Tasca, cioè un arco di sfumature individuali a tutto campo, mentre i fuorusciti in ritardo dal PSI erano stati integrati senza problemi e molti di essi si erano schierati subito con la Sinistra contro il centrismo. L'aderenza alla dottrina e l'attenzione alle ricadute che da questa aderenza venivano alla vita di partito non erano aspirazioni astratte ma esigenze reali che travolgevano le singole persone per uno scopo pratico, concreto, parole, queste, molto amate dai critici del presunto dogmatismo: il partito "non sarà mai tanto sicuramente circondato dalle masse e queste non troveranno mai un così sicuro presidio della loro coscienza classista e della loro potenza, che quando i precedenti del partito avranno segnato una continuità di movimento verso le finalità rivoluzionarie, anche senza e contro le masse stesse nelle ore sfavorevoli. Le masse non saranno mai guadagnate efficacemente che contro i loro capi opportunisti, il che vuol dire che bisogna guadagnarle sgretolando le trame delle organizzazioni di partito non comuniste che hanno ancora sèguito tra esse, e assorbendo gli elementi proletari nei quadri della solida e definita organizzazione del partito comunista. Questo metodo è l'unico di utile rendimento, di certo successo pratico".

Non si poteva ipotecare il successo avvenire per l'effimera rincorsa al numero. La compagine nata a Livorno non era messa in crisi dalla sua eterogeneità perché i suoi aderenti sapevano bene quali ne fossero le finalità. I suoi militanti singoli, pur essendo a volte addirittura incompatibili come formazione e come atteggiamento verso la dottrina, non potevano non agire in pratica per il vantaggio del tutto, perché il tutto assorbiva il loro lavoro integrandolo verso uno scopo preciso che era quello della vittoria futura. Nessuno negava che fosse necessario affrettare il raggiungimento di certi risultati: per esempio ci si era resi perfettamente conto che la borghesia stava marciando più in fretta del proletariato verso la crisi rivoluzionaria, e la scissione di Livorno aveva avuto una preparazione necessariamente lunga; così il problema dell'inquadramento militare andava affrontato forzando i tempi, cosa che fu fatta affidando l'incarico a Fortichiari per la formazione delle squadre d'azione e per l'armamento. Di nuovo il paradosso è evidente: mentre i centristi pensavano a soluzioni aventiniane e democratiche, la Sinistra si apprestava alla risposta armata. Questo proprio nel momento in cui veniva accusata di "astensionismo" politico per la presunta sottovalutazione del fenomeno fascista. In realtà la Sinistra non fu mai indifferentista di fronte al fascismo, ma lo trattò come reazione di una borghesia che avrebbe comunque attaccato la classe proletaria vestendo qualsiasi apparenza.

È vero che fino al 1922 si poterono raccogliere solo poche migliaia di armi corte e pochissimi fucili, ma l'inquadramento militare era un dato di fatto. Esso era precisato nei particolari, le squadre erano operative, la loro attività disciplinata da un unico centro coordinatore. Anche le comunicazioni erano ristabilite e funzionava un efficiente collegamento di appositi corrieri (fenicotteri) tramite i quali nessuna parte del partito fu mai isolata. Nonostante lo stretto controllo, Bordiga dal carcere non interruppe mai la corrispondenza con i compagni e scrisse documenti importanti sulla situazione politica. Il sistema cifrato, anche se manuale, non era più primitivo di quelli in uso attualmente e vi è un'aneddotica anche sulla chimica elementare degli inchiostri simpatici di fortuna usati dai carcerati.

L'inquadramento militare non coinvolgeva le attività pubbliche del partito, e quindi la disciplina, pur riconosciuta ferrea anche da coloro che poi avrebbero accusato la Sinistra di non averla mai avuta, non aveva nulla di formalistico, era semplicemente ritenuta ovvia dai membri dell'organizzazione. Questo perché la disciplina non si manifestava a posteriori con sanzioni verso eventuali indisciplinati: semplicemente veniva evitata l'eventualità che questi entrassero nel partito: "La disciplina verso gli aderenti, avendo riguardo non solo alla sua esecuzione attuale, ma anche alla precedente azione di essi, con massima diffidenza verso le conversioni,[seguiva] il criterio di considerare individui e gruppi non come posti in ciascun momento dinanzi al diritto di prendere o lasciare una 'ferma' nell'esercito comunista, ma nelle loro responsabilità passate. Tutto ciò, anche quando momentaneamente sembri rinchiudere il partito in una cerchia troppo stretta, è non lusso teorico, ma metodo tattico di sicurissimo rendimento avvenire".

In fondo il compito che si prefiggeva la Sinistra era difendere una concezione marxista non solo della rivoluzione, ma anche dello strumento atto a guidarla. Essa tendeva ad evitare che una bella macchina organizzativa, con centinaia di migliaia di iscritti ed elettori, si sfasciasse di fronte alla rivoluzione, momento in cui vittoria o sconfitta dipendono non tanto dai lustrini meritati nel campo dei numeri bensì dalla reale capacità di direzione delle masse. Queste passeranno dal movimento molecolare disordinato ad una polarizzazione di classe verso il loro obiettivo storico, ma tutto sarà vano se mancheranno di direzione. Questo era già stato dimostrato anche empiricamente dai fatti successi in altri paesi.

Da questo punto di vista rigorosamente materialistico e concreto, la Sinistra trattò come una sciocchezza infantile le "teorie dell'offensiva" avanzate nei ranghi del partito tedesco e serpeggianti nell'Internazionale. L'enorme confusione che si faceva allora tra attendismo e volontarismo derivava da un'oscillazione dell'intera Internazionale fra queste due tendenze: prima bisognava imporre il fronte unico alle masse che non ne volevano sapere e agivano inquadrate sotto l'egida dei partiti cui davano il voto e la fiducia; poi occorreva lanciare la parola d'ordine del governo operaio perché quella della dittatura del proletariato non coinvolgeva i socialisti; poi ancora si dovevano operare fusioni con quei socialisti che fossero d'accordo di entrare nell'Internazionale. Siccome però tutta questa tattica andò a catafascio e il volontarismo aggregativo dimostrò di essere una fola, si passò a bollare i socialdemocratici come socialfascisti. Da potenziali membri dell'Internazionale a nemici dichiarati. Nel frattempo i partiti avrebbero dovuto mantenersi atti all'offensiva contro la borghesia.

Da qualunque parte la si prenda, disse la Sinistra, ogni teoria dell'offensiva proletaria ha radici volontaristiche e velleitarie. L'offensiva proletaria è possibile o non è possibile per ragioni che esulano dalla preparazione del partito. Questa attiene all'esito dell'offensiva, non all'offensiva stessa. Nessun comunista degno di questo nome affermerà mai che non bisogna essere pronti all'azione politica generalizzata, anche allo scontro armato. Così come non affermerà mai che non occorrano anche un inquadramento, una disciplina e un'attitudine conseguenti. D'altra parte sarebbe pure "bambinesca quella concezione secondo la quale l'uso della violenza e le azioni armate sono riservate alla 'grande giornata' in cui sarà sferrata la lotta suprema per la conquista del potere". L'esito rivoluzionario ha una preparazione, e il partito vi partecipa nella misura in cui avvantaggia e non danneggia sia sé stesso che gli scopi futuri del movimento. L'accusa di riservare il grande sforzo allo scontro finale era una fesseria e proprio la Sinistra, con la realtà del partito "italiano", lo dimostrava. Per ogni tipo di azione sono necessari inquadramento ed esperienza, certamente anche del partito, ma soprattutto delle masse che gli danno fiducia e che in esso riconoscono la propria guida. Allenamento, quindi, istruzione, capacità di inquadramento rivoluzionario e non solo militare, relazione stretta che deve nascere tra la massa e il partito in una reciproca formazione preliminare.

Questo e non altro faceva il PCd'I, mentre la concezione corrente sulla natura e funzione del Partito era quella di una specie di esercito rappresentato dalla classe e di uno stato maggiore dalla cui volontà dipendeva lo spostamento delle truppe, il loro impiego, gli obiettivi da assaltare. La prospettiva del tutto immaginaria era quella di un organismo che si prepara un armamentario crescente fino a che, ritenendolo sufficientemente sviluppato, non possa sferrare l'offensiva contro le truppe nemiche, credendo per questo solo fatto di demolirne le difese e vincere. Tutto ciò è scritto ed ha una replica puntuale nella Sinistra, in quel partito che, seguendo la teoria marxista, sfornava meno teorie di tutti ma era il più preparato per resistere alla controrivoluzione. Se questa non si fosse manifestata virulenta all'interno stesso dell'Internazionale prima che con le armi borghesi.

Non si possono capire gli episodi e i documenti presentati qui di seguito se non si tiene conto dell'immensità della posta in gioco, se non si tiene conto della differenza sostanziale che esisteva tra la Sinistra con il bolscevismo delle origini da una parte e tutto il resto dall'altra.

Ancora oggi vi sono elementi che si rifanno alla Sinistra e nello stesso tempo l'accusano di qualche sorta di attendismo o passivismo per non aver fatto tutto quel che si poteva contro la Centrale italiana e dell'Internazionale al fine di non perdere il controllo sulla schiacciante maggioranza posseduta nel partito. Questo è un atteggiamento assolutamente incompatibile proprio con ciò che dalla Sinistra si sarebbe dovuto imparare. L'azione diretta, la cosiddetta offensiva, sia nei confronti dell'avversario borghese in campo aperto che contro l'avversario opportunista in occasioni di scontro politico "interno", non è concepibile fuori dalle determinanti reali che pongono gli uomini in movimento. L'offensiva (che nel caso specifico sarebbe il non-passivismo, il non-attendismo) è possibile solo quando la direzione del movimento delle famose masse e della borghesia è univoca e si intravede con minimo margine di errore il punto di arrivo, che dev'essere il medesimo cui il partito è già pervenuto perché rappresenta il futuro del movimento (Marx, Manifesto, sul concetto di avanguardia). Per quanto riguarda l'interno del partito è lo stesso, perché l'opportunismo si manifesta come influenza della borghesia, la quale si insinua nelle file rivoluzionarie a causa di fattori altrettanto materiali, in concomitanza di ciò che le masse esprimono.

L'azione offensiva perciò è possibile solo quando la concatenazione degli eventi pone gli uomini in movimento verso la soluzione di problemi che interessano il loro futuro molto direttamente, e lo interessano in modo tanto esteso da richiedere una forza unificatrice politica rivoluzionaria, "ma credere che col gioco di queste forze, sia pure egregiamente e largamente organizzate, si possano spostare le situazioni e determinare, da uno stato di ristagno, la messa in moto della lotta generale rivoluzionaria, questa è ancora una concezione volontarista che non può e non deve trovar posto nei metodi della Internazionale marxista. Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali".

Il PCd'I, nei suoi primi anni di vita, giunto ad una struttura e ad una vita interna dettata da lunga esperienza nella lotta contro la degenerazione opportunista del movimento, fu un organismo perfettamente attrezzato per avere le idee chiare sullo svolgersi della rivoluzione in Europa e non cedette un'unghia di terreno ad un avversario che affrontava la rivoluzione stessa con strumenti derivanti dalla sua speranza e volontà di cambiare le situazioni, interne ed esterne, con mezzi formalistici e teorie formulate ad hoc e quindi cangianti a seconda del vento che tirava. Insomma, fu un partito che lavorò su dati reali e concreti, dandosi strumenti compatibili coi fini, senza per questo pretendere di "conseguire il saldo di un pagamento, esposto a cedere alla disperazione e alla sfiducia se passa un giorno dalla scadenza della cambiale".

Il PCd'I fu una macchina da lavoro politico rivoluzionario. In confronto ai partiti "tradizionali" aveva una struttura organizzativa minima ed efficiente, diretta da pochissime persone che si avvalevano del lavoro di pochi operai e impiegati esecutivi. La massa del lavoro era svolta dai militanti in contatto continuo tra di loro. Col metro di oggi, tempo di scientific management quanto mai, ogni specialista della cosiddetta qualità totale invidierebbe la "organizzazione snella" del partito di allora. Tutta la rete controllata dai comunisti, formata da 74 federazioni, 1.400 sezioni urbane e rurali, 72 cooperative, cui si aggiungevano 99 amministrazioni locali e il gruppo parlamentare di 17 deputati, funzionava benissimo con un centinaio di salariati, per tre quarti assorbiti dal lavoro per i giornali e dalle tipografie. Nel bilancio del 1922 per l'anno precedente, risulta che il partito aveva versato emolumenti fissi od occasionali a 146 persone in tutto, compresi i membri del Comitato Esecutivo, del Comitato Centrale e i funzionari fissi.

Non esisteva la figura del segretario di partito e i cinque membri del Comitato esecutivo erano sufficienti a coordinare tutta l'attività tramite la rete. Mediamente il solo CE sbrigava un traffico mensile di 700 corrispondenze (riguardanti tutto ciò che non poteva essere pubblicato sui giornali) tra il centro e la periferia e viceversa; i contatti diretti erano tenuti da tre fiduciari in continuo spostamento anche nelle sezioni di italiani all'estero. Oltre ai quattro organi centrali di partito (i due quotidiani L'Ordine Nuovo e Il Lavoratore, il settimanale Il Comunista, e il quindicinale Rassegna Comunista), erano controllati direttamente dall'organizzazione centrale anche 26 giornali locali. Il partito aveva anche una casa editrice, la Libreria Editrice del PCd'I, che curava cinque collane dedicate a campi specifici dell'attività rivoluzionaria internazionale. Il coordinamento di tutti gli uffici redazionali e amministrativi della stampa di partito era affidato a un solo rappresentante del CE, che aveva anche competenza su tutti gli addetti salariati.

L'attività del partito si svolgeva anche in tre settori specifici diretti da altrettanti responsabili: il movimento giovanile, quello femminile, quello sindacale, mentre il lavoro illegale era diretto dall'Ufficio Primo. Il partito aveva inoltre un ufficio specifico per l'assistenza legale ai colpiti dalla repressione e per l'aiuto ai "profughi", termine che designava insieme gli esuli, le famiglie delle vittime, i carcerati e le loro famiglie.

Il lavoro culturale, se si escludono gli interventi in vari centri come l'Università proletaria e nelle società operaie, non si estese molto anche perché non andò a buon fine il collegamento con il Proletkult internazionale di Mosca. Ebbero invece una buona diffusione i centri sportivi, anche perché le "squadre ginniche" divennero in molti casi un'attività di copertura dell'Ufficio Primo.

Il gruppo parlamentare era coordinato direttamente dal CE e non dette mai problemi di disciplina come invece era la regola nel vecchio partito. Gli eletti alle amministrazioni locali, che dipendevano dalle Federazioni, furono però più difficilmente disciplinabili. Di fronte alla minima infrazione, l'allontanamento dal partito diveniva automatica.

Questo fu il partito per la prima volta operante sul piano organico, esperienza mai più ripetuta a quella scala, il partito che non fu possibile salvare dall'ondata controrivoluzionaria, e non certo per passivismo, attendismo o qualche altro "ismo" inventato dai suoi avversari per giustificarne anche la cancellazione dalla memoria.

Note

[1] Una dettagliata scheda degli iscritti al partito nel 1921 è contenuta nell'opuscolo del PCd'I: Secondo Congresso Nazionale, Relazione del Comitato Centrale, dove compaiono 1.407 sezioni, 40.022 effettivi e 3.189 candidati. Secondo il testo gli effettivi erano molti di più perché il conteggio era fatto sulla base delle tessere pagate e ritirate, mentre la grave crisi economica obbligava alla mora molti militanti (i disoccupati avevano la tessera gratuita). Il Comitato Centrale era composto da 14 membri più il segretario della Federazione Giovanile. Il Comitato Esecutivo era composto da cinque membri più un rappresentante presso l'IC. I sei membri dell'Esecutivo erano tutti del Comitato Centrale, quindi l'apparato direttivo del partito era composto in tutto da 21 elementi. Bisogna tener conto, però, che l'effettivo organo di direzione del partito era il Comitato Esecutivo, sia dal punto di vista formale (Statuto), sia dal punto di vista sostanziale. Esso era formato da Bordiga, Fortichiari, Grieco, Repossi e Terracini, con Gennari come rappresentante al CE dell'Internazionale.

[2] Dopo la "Prima revisione degli inscritti al Partito" nel 1922 risultarono espulsi 749 elementi di cui 263 solo a Torino, roccaforte degli ordinovisti (Secondo Congresso Nazionale, Roma 20-24 marzo 1922, Relazione del Comitato Centrale, Soc. Anonima Poligrafica Italiana, 1922 pag. 37).

[3] Gli iscritti erano passati da 42.700 nel 1921 a 24.500 nel 1922, 8.700 nel 1923, 17.300 nel 1924 e 24.800 nel 1925. Ovviamente la "colpa" del collasso nelle iscrizioni venne attribuita alla Sinistra e non al calo degli iscritti alle organizzazioni operaie, dovuto alle difficoltà economiche in generale, ma soprattutto al caos politico e alle intimidazioni fasciste. Tant'è vero che le sezioni del Piemonte, roccaforte dell'ordinovismo, passano dai 10.600 iscritti del 1921 ai 524 del 1923, mentre in Campania, roccaforte della Sinistra, passano nello stesso periodo da 740 a 334 (ne "Il CE risponde a Bordiga sulla riorganizzazione della sezione napoletana" la Centrale parla di 400 iscritti che vuole dimezzare). A titolo di confronto il PSI era passato dai 222.000 iscritti del 1920 ai 73.000 del 1922. Gramsci rivendica il dato positivo per la Centrale in una relazione al CE ( Cfr. "Relazione di Gramsci sulla situazione interna del Partito" in questa pubblicazione). Lo stesso dato è ripreso negativamente da Ottorino Perrone nel suo intervento al Congresso di Lione (Cfr. "Intervento di Perrone sulla tattica aventiniana e sul Comitato d'Intesa" in questa pubblicazione).

[4] "Lettera di una 'vecchia compagna' al CE del Partito", qui pubblicata nella parte documentaria.

[5] Tesi supplementari sul compito storico, l'azione e la struttura del partito comunista mondiale, aprile 1966, dette anche Tesi di Milano. Pubblicate nel volume In difesa della continuità del programma comunista, disponibile presso Quaderni di n+1.

[6] In L'Avanguardia n. 289, 1 giugno 1913.

[7] In Partito e classe, in Rassegna Comunista n. 2 del 15 aprile 1921. Ora nella pubblicazione dallo stesso titolo disponibile presso i Quaderni di n+1.

[8] Tesi sul compito storico, l'azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della Sinistra comunista, dette anche Tesi di Napoli, luglio 1965, ora nel volume In difesa della continuità del programma comunista cit.

[9] Partito e azione di classe, in Rassegna comunista n. 4 del 1921. Ora inPartito e classe, disponibile presso i Quaderni di n+1.

[10] Ibid.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] L'Idea Comunista di Alessandria, La Riscossa di Fossano,Il Bolscevico di Novara, La Voce Comunista e La Verità di Milano, L'Eco dei Comunisti di Cremona, L'Adda di Morbegno, La Comune di Como, La Lotta Comunista di Vicenza, Delo (in slavo) di Trieste, Bandiera Rossa di Savona, Il Momento di Bologna, La Lotta di Classe di Forlì, Bandiera Rossa di Fano, L'Azione Comunista di Firenze, Il Soviet e Prometeo di Napoli,Il Lavoratore Comunista di Salerno,L'Organizzazione di Roccella Jonica, Il Proletario di Marsala, L'Abruzzo Rosso dell'Aquila, L'Internazionale di Foggia, La Calabria Comunista e L'Operaio di Cosenza. Erano in preparazione all'inizio del 1922: un settimanale a Messina, uno a Cagliari, uno per le province toscane sul mare.

[18] Nelle amministrazioni locali "si presentano continuamente problemi gravissimi, come quello ad esempio delle esposizioni della bandiera tricolore, per il quale si stabilì che in nessuna occasione i sindaci comunisti la disponessero". Questa nota e i dati riferiti sono tratti dalla Relazione del Comitato Centrale al II Congresso del PCd'I cit.

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La Sinistra Comunista e il Comitato d'Intesa

Quaderni di n+1 dall'archivio storico.

Un volume utile per meditare sui ricorrenti collassi politici di fronte alle situazioni sfavorevoli nella storia.

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