Prefazione

Perché un libro sul Comitato d'Intesa?

Dichiariamo subito il nostro scopo: utilizzare la storia di un anno cruciale e un episodio significativo per mettere in evidenza l'invarianza di comportamenti, posizioni e metodi che si presentano con regolarità nelle battaglie all'interno del movimento rivoluzionario. Invarianza nella continuità con il marxismo e invarianza nella continuità con tutto ciò che se ne discosta. Percorrendo le pagine che seguono e quelle della documentazione allegata, si troverà la chiave per individuare quale sia il percorso che lega la Sinistra A Marx e Lenin, e sarà chiaro quanto il preteso marxismo-leninismo degli apparenti vincitori (e anche di alcuni confusi continuatori) si discosti dal "filo rosso". Il lettore potrà fare una verifica leggendo i documenti messi a confronto alla fine della seconda parte di questo libro.

Molti hanno affermato che si trattò di un incidente politico più dannoso che utile. Può darsi. Ma è troppo facile giudicare con il senno di poi. Alcuni compagni della Sinistra furono senz'altro impulsivi di fronte alla catastrofe degenerativa che coinvolse l'Internazionale, ma predicare la pazienza rivoluzionaria a distanza di decenni dagli eventi sarebbe un esercizio di cattiva analisi.

La vicenda fu presto ricondotta nell'ambito di una battaglia coerente per la difesa della saldezza rivoluzionaria marxista, soprattutto ad opera di Amadeo Bordiga. È ormai chiarito, infatti, che egli si adoperò affinché il Comitato fosse disciolto. Come episodio preso in sé, la costituzione del Comitato d'Intesa non ha quindi particolare importanza per la conoscenza dell'impostazione teorica generale della Sinistra, e risulta piuttosto secondario rispetto a tante altre battaglie politiche della corrente.

Per esempio è molto più significativa la preparazione, all'interno del PSI, di un nucleo basato sulle genuine tesi marxiste e che portò alla nascita vera e propria della corrente con la costituzione del Circolo Carlo Marx nel napoletano intorno al 1912. Certamente si trattava anche allora, nella battaglia contro l'opportunismo del PSI, di riaffermare le posizioni marxiste in una rigorosa e coerente impostazione dell'attività rivoluzionaria; si trattava anche allora di rompere con pratiche disastrose sul filo di una disciplina formale; anche allora si trattava di rientrare negli schemi formali della vita di partito solo in funzione di un lavoro per la futura salvaguardia delle forze rivoluzionarie. Disciplina, autorità, frazionismo, sono tutti termini che la Sinistra ha rifiutato di collocare in un discorso morale o formalistico ed ha invece utilizzato per spiegare materialisticamente il percorso della rivoluzione e del suo organismo partito.

Dalla formulazione delle Tesi di Roma nel '22 fino alla relazione svolta al VI Esecutivo allargato nel '26, Bordiga mantenne su questi temi una coerenza totale che derivava da una valutazione scientifica degli avvenimenti, vale a dire esente dagli impulsi emozionali che furono scatenati dal nascere di un grande partito comunista in Italia proprio mentre era in vista il declino della rivoluzione in Europa e in Russia, declino che si tradusse poi in sconfitta che si abbatté anche sul partito italiano con effetti disastrosi.

Più importante di fenomeni come quello del Comitato d'Intesa fu, per esempio, il processo di selezione avvenuto nel secondo dopoguerra, di nuovo improntato alla difesa delle classiche basi programmatiche cui era necessariamente legata una determinata prassi rivoluzionaria e quella sola. Nella rottura del '51-52 con i residui del vecchio centralismo democratico e soprattutto con l'anacronistica concezione del partito derivante dalla prassi della Seconda e Terza Internazionale, ritroviamo la stessa caparbia coerenza manifestata nei decenni precedenti. Ed estendiamo la coerenza anche al periodo quasi ventennale del "silenzio", da qualcuno interpretato come un ritiro quasi mistico, in realtà fecondo di lavori che videro la luce in seguito sulla stampa di partito. Tutto ciò si ritrova espresso in quel poderoso bilancio storico rappresentato dalle tesi degli anni '60, mai digerite completamente persino all'interno dello stesso "partito di Bordiga" e addirittura ripudiate qualche anno dopo la morte dell'idolatrato ma inascoltato "maestro".

Questo è il tragico: il lavoro che portò al corpo di tesi sulla natura, funzione e struttura del partito rivoluzionario e il grandioso bilancio sui fallimenti delle Internazionali non fu compreso dagli stessi militanti che, Bordiga vivente, ereditarono l'immensa responsabilità di continuarne l'opera. Non fu compreso, nonostante le genuflessioni di fronte ad esso, per la semplice ragione che quel bilancio fu accettato solo come idea-guida e non come materia da lavoro pratico. Fu ritenuto magari potente concezione teorica però da una parte superato e dall'altra di un'astrattezza degna di studio ma di impossibile verifica sperimentale. Il risultato fu che la contraddizione fra la prassi quotidiana del partito e il suo programma teorico si trasformò in una tensione esplosiva che portò l'organismo, un tempo vitale, al completo sfacelo.

Dunque, l'episodio del Comitato d'Intesa non è più importante di altri, copre solo poche settimane di storia del partito e viene chiuso dagli stessi militanti che l'avevano suscitato, ma si presta a raccogliere materiale utile ad un ulteriore bilancio per la dimostrazione del ricorrere di alcune costanti nella storia del movimento comunista. Non per nulla in quelle settimane si scatena, sia nei futuri stalinisti che nei militanti della Sinistra, una serie di reazioni utilissime ai fini della odierna "didattica" rivoluzionaria, specie per le giovani generazioni. Quelle reazioni non vanno prese come il prodotto del cervello di ognuna delle comparse sulla scena, ma come prodotto di una praticissima battaglia per non fare quelle "fesserie", come avrebbe detto Bordiga, che possono mettere in forse la vittoria rivoluzionaria.

Qui si parla molto di Bordiga: per forza. "Bordiga a tutto spiano", dice lui stesso in una critica alla Centrale del partito criticando l'andazzo. E Gramsci gli risponde che non se ne può fare a meno, perché in quel periodo non succede nulla senza che ci sia in mezzo questa figura di enorme rompiscatole. In una riunione sulla storia della Sinistra lo stesso Bordiga avvertì gli intervenuti che avrebbe dovuto contraddire la sua classica posizione sulla spersonalizzazione degli eventi in quanto avrebbe dovuto parlare del periodo 1921-22 e lì non ci sarebbero stati santi, sarebbe stato impossibile, per questo particolare omenone, non parlare di sé stesso.

Sia gli idealizzatori della sua figura, sia i suoi detrattori, compiono ancora oggi l'errore che proprio lui cercò di estirpare dalla testa dei militanti: quello di attribuire al "capo" facoltà taumaturgiche o distruttive al di fuori delle determinazioni materiali della storia. Costoro oscillano tra il miracolistico avvento di una specie di Lenin napoletano artefice del "glorioso" (mai una volta che lo definiscano come organismo pragmaticamente efficiente ai fini della rivoluzione) Partito Comunista d'Italia e l'opposto miracolo che la stessa "persona", lasciando l'iniziativa politica in mano al centrismo, avrebbe operato con l'affossamento dello stesso glorioso partito.

Da parte nostra accettiamo l'insegnamento di Bordiga e incominceremo col non farne un essere mitologico da nominare troppo o da non nominare affatto come Yahveh. Egli, nel bene o nel male, non fece la storia, anche se qui non mancheremo di sottolineare la grande differenza tra le sue previsioni e l'atteggiamento di tutti gli altri. Bordiga fu sempre proiettato nel futuro rispetto all'epoca in cui dovette agire e non fu quasi mai capito. Come egli stesso disse a proposito di certi personaggi cruciali, fu plasmato dagli eventi e diventò una sonda molto sensibile al loro divenire. In tutta la sua esistenza fu un detector (è un termine suo) che meglio di altri rivelava le tendenze dell'ambiente politico rivoluzionario. Ciò non ci farà mai dire che Bordiga fu solo nella battaglia contro l'opportunismo. L'opera di ingegneria che fu la preparazione di Livorno e la strutturazione del PCd'I non potrebbero essere state se l'uomo Bordiga non avesse interagito con una corrente reale fatta di decine di migliaia di militanti, capi e gregari, spinta dagli avvenimenti a fondersi con la grande rivoluzione d'Ottobre. Quindi qui si parlerà molto del personaggio appunto perché è inevitabile: partecipava ai principali convegni nazionali e mondiali, era nominato in ogni documento, ossessionava la polizia con i suoi spostamenti difficili da controllare, non lasciava tregua ai nemici politici, partecipava alla redazione di più periodici, faceva impazzire segretarie e dattilografe con la sua attività vulcanica, era stimato dagli avversari non meno di quanto fosse amato dagli iscritti al partito. Ma non era una meteora geniale e solitaria nel partito. Proprio lo sviluppo della corrente che portò al partito e la natura organica di quest'ultimo dimostra il contrario. Bordiga era il prodotto più ancora che il fattore di quel partito.

Se dunque era l'espressione di un movimento fatto di decine di migliaia di uomini, allora non possiamo far altro che prendere l'insieme e su questo basare il nostro studio, trarre le nostre valutazioni. La storia apparente ci mostra un "capo" che nel volgere di poche settimane resta solo; ci mostra un individuo che da rivoluzionario rispettato per la sua onestà e coerenza anche dai nemici diventa il più insultato e odiato "traditore"; ci mostra un partito che lotta strenuamente per salvaguardare le sue basi contro l'inquinamento opportunistico e improvvisamente cede ad un diktat burocratico e a un congresso falsificato. La storia reale rivela un processo inesorabile intorno al quale gli individui non possono nulla, possono soltanto o cedere o prendere atto che la difesa della continuità è l'unica via percorribile, a costo dell'isolamento.

I documenti che pubblichiamo sono di per sé chiari e non hanno bisogno di commenti particolari. Vogliamo solo sottolineare, nell'ambito del discorso che stiamo facendo sugli individui, sulla massa degli iscritti, sulle responsabilità degli accadimenti, due interventi che potrebbero passare inosservati ed essere considerati insignificanti a confronto di altri più ponderosi che li sovrastano in questo libro. Si tratta di due lettere di un vecchio militante e di un articolo pubblicato dall'organo di un partito che si dichiara della Sinistra ma non bordighista. Nelle lettere si afferma senza mezzi termini: il Comitato d'Intesa fu una trappola, un incidente in cui siamo caduti facendo il gioco dei centristi. Con l'articolo risponde un altro vecchio militante che, ricordando le vicende, specie dell'emigrazione, accusa senza mezzi termini l'estensore delle lettere di stravolgere i fatti per mettere "in atto il basso servizio di gettare manate di discredito e di sospetto nella storia della Sinistra". I due interlocutori sono divisi dall'appartenenza a organizzazioni diverse, ma che si rifanno entrambe alla Sinistra; tutti e due hanno vissuto gli avvenimenti, ma li interpretano in maniera opposta pur appellandosi a Bordiga. Come è possibile? L'uno rifiuta di ammettere che il partito possa essere "caduto nell'errore" del Comitato d'Intesa dimenticando che Bordiga vi entrò e vi combatté; l'altro rifiuta di ammettere che di "errore" si trattasse e cita Bordiga dimenticando che proprio questi sciolse il Comitato. La spiegazione è che entrambi risentono del coinvolgimento di allora traslocato ai nostri tempi in differenti organizzazioni che si rifanno alla stessa matrice. Da una parte si dà la colpa ai centristi e agli ingenui compagni che cascarono nel tranello; dall'altra a coloro che non vollero condurre la battaglia fino in fondo, fino alla frazione e alla scissione, se necessario. Ma la storia non si svolge secondo le "colpe" di qualcuno, capo o gregario che sia. Rispetto ai fatti reali e soprattutto alle implicazioni teoriche e politiche, le lettere non dimostrano nulla; l'articolo neppure. O meglio, dimostrano che l'incidente aveva una sua radice determinata e che ciò basta ed avanza per "giustificare" i militanti che lo causarono e lo adoperarono; basta e avanza per "giustificare" anche la sua liquidazione alla luce del fatto molto empirico e banale che era dannoso e che tutto sarebbe successo comunque, anche senza di esso. Di passata aggiungiamo che basta e avanza anche per spiegare le diatribe di quarant'anni dopo.

Che la costituzione di una frazione fosse utile o dannosa non si misura con il metro della sua affermazione e nemmeno con la volontà dei compagni che le diedero vita, come non si misura con la volontà dei compagni che invece la troncarono come fatto organizzativo. Tantomeno si misura con la volontà di coloro che l'usarono per distruggere la Sinistra nel partito. Essi erano già vittoriosi ben prima di sapere che sarebbero diventati "centristi", quando erano ancora perfettamente allineati e non capivano un accidenti del significato attribuito dai russi al fronte unico e altre novità tattiche, come l'adesione dei socialisti all'Internazionale.

È ovvio che leggere tutto e operare tutte le relazioni necessarie tra i vari episodi di un corso rivoluzionario databile almeno dalla nascita della borghesia e del proletariato, è impossibile. Anche seguire il filo principale degli avvenimenti significativi in trecento anni di storia risulta cosa palesemente ardua persino per quei militanti che si sentano di far parte attiva dello stesso corso rivoluzionario e si dedichino specificamente alla minuziosa storia di esso. D'altra parte leggere la storia a episodi senza saper operare le relazioni tra di essi è lavoro da stipendiati borghesi. Sono proprio questi "studiosi" quelli che più si accaniscono a scovare significati a tappe che sono le guerre e le paci, la nascita e la morte di grandi uomini, i concilii e i congressi, gli scismi e le scissioni, come se la storia fosse divisa a riquadri in successione, una lunga strip di fumetto, e non una grande unica tavola continua, dove le figure si concatenano senza soluzione e dove si dipingono in tutti i sensi nuove figure. Siccome non siamo "studiosi" ma militi di un movimento rivoluzionario chiamato comunismo, il nostro scopo è quello di individuare una concatenazione non solo di eventi ma di pensieri, teorie, errori scaturiti da questi eventi, in modo da poter discernere nella confusione un filo continuo, una coerenza di dati che ci dia la possibilità di proseguire l'indagine sia indietro nel tempo che in avanti.

Fortunatamente il difficile compito è alquanto facilitato dalla storia stessa che si incarica, in certi suoi frangenti, di spingere le azioni degli uomini a riassumere in modo concentrato lunghi periodi. In questo modo, anche se non avessimo le dichiarazioni esplicite di Bordiga e dei vecchi compagni, riusciremmo a stabilire lo stesso che il Comitato d'Intesa fu un episodio anomalo rispetto alla coerenza teorica della Sinistra nel tempo; anomalo, inutile e addirittura dannoso ai fini pratici, anche se scaturito da esigenze reali, posto sulla scena da una successione di avvenimenti la cui valutazione era troppo ardua per molti militanti, un corpo estraneo nella continuità teorica e d'azione, quindi da liquidare, come in effetti fu. Ma l'inutilità o dannosità pratica immediata si traduce in una utilità futura, un tassello che si aggiunge al patrimonio teorico e pratico di militanti a venire. L'apparente prodigio della storia sta nel fatto che, come nella natura fisica, essa scrive sé stessa, come la natura fisica imprime la sua memoria negli strati geologici. Gli avvenimenti, come gli strati della geosfera, sono quindi leggibili, a patto di svelarne con metodo la dinamica invece di fotografarli per estetiche istantanee paesaggistiche o distruggerli col bulldozer e la dinamite. C'è modo e modo di indagare la storia. Anche l'archeologo ha la possibilità di indagare con metodo la dinamica del deposito degli strati e del loro contenuto. Solo che l'archeologo ha imparato a registrare ciò che con lo scavo viene distrutto, il deposito, l'accumulo fisico del materiale. Così facendo distrugge uno strato della memoria a livello fisico per costituirne un altro più completo a livello umano attraverso la conoscenza acquisita in relazione ad altri scavi, ad altri depositi. Lo storico non marxista dei fatti sociali, invece, sembra di più ai vecchi cercatori di tesori agli inizi dell'archeologia, agli Schliemann, i quali, benché fosse già a punto la concezione scientifica dello scavo, distruggevano memoria senza fissarla in un superiore livello, accecati com'erano dall'oggetto della loro ricerca, dal desiderio di trovare quel che speravano trovare.

Nostro compito quindi non è quello di emulare i vecchi archeologi o gli attuali estensori di libri di storia, ma di dimostrare che non è un episodio che fa la storia e nemmeno molti episodi, i quali si possono spiegare solo nella dinamica dello scontro fra le classi in un processo che per noi è il comunismo, cioè il cambiamento in corso verso una nuova forma sociale, operato dagli uomini, ma, come dice Marx, non certo secondo la loro volontà.

Compilare una raccolta tematica, anche se particolarmente significativa, non risolve di per sé il problema. Ciò è in special modo vero per quanto riguarda il lavoro della Sinistra "italiana". Questa corrente ha condotto una battaglia che è durata ininterrottamente dal 1911 al 1970 e che ha toccato praticamente tutto l'arco dei problemi sorti nel movimento rivoluzionario di questo secolo. Il fatto è che in tutto questo lungo arco di tempo gli argomenti della Sinistra hanno mantenuto un'invarianza che li rende concatenati in una rete di relazioni, per cui si trova la stessa struttura teorica sia, poniamo, in un discorso sulla "cultura socialista" nel 1912, che in un articolo sui tentativi di mandare un uomo nello spazio nei primi anni '60. Il materiale prodotto nelle poche settimane di esistenza del Comitato d'Intesa si riallaccia agli argomenti sul problema del partito, della sua tattica e del suo funzionamento organico. Insomma, sintetizza un risultato che si può ritrovare in tutti i sessant'anni ricordati. È questa sintesi che noi vogliamo presentare al militante e al lettore.

Con ciò vogliamo ribadire che chi vede la storia a pezzi (e non come un processo continuo in cui si inseriscono balzi che non sono in contraddizione con la continuità) è seguace dei libri di scuola borghesi e non del marxismo. Le vicende storiche del movimento comunista hanno offerto fin dalla sua nascita insegnamenti fondamentali alle successive generazioni di rivoluzionari. C'è sempre un passaggio di testimone nella staffetta tra generazioni e fasi della storia. In certi svolti storici il bilancio teorico e politico diviene una premessa irrinunciabile per un balzo successivo, ad esempio per la rinascita del partito di classe chiamato a condurre il proletariato nella lotta per l'affermazione della futura forma sociale contro quella presente.

In questo senso l'analisi della Rivoluzione russa, della parabola della III Internazionale e gli insegnamenti che se ne possono trarre, sono determinanti ai fini non solo della difesa della teoria marxista, che è uscita rafforzata dalle lezioni delle controrivoluzioni, ma anche della futura ripresa del movimento proletario.

In questo volume, sia nella storia degli avvenimenti che nei testi di supporto, si tratta del periodo che vide la "svolta" imposta al Partito Comunista d'Italia e detta della bolscevizzazione. Ci troviamo di fronte a un processo analogo a quello che coinvolse altre sezioni dell'Internazionale e che avrebbe dovuto, attraverso l'introduzione di uno schema formalistico nell'organizzazione interna, assicurare il controllo del partito alla Centrale gramsciana e alla Direzione dell'Internazionale. Il periodo qui trattato è compreso tra la fine del 1924 e tutto il 1925. L'ampia documentazione che pubblichiamo e che per forza di cose abbiamo dovuto limitare ai documenti più significativi, mostra quanto fosse avanzato il processo di degenerazione rispetto al funzionamento organico non solo teorizzato ma verificato sperimentalmente (cioè in senso scientifico) dalla Sinistra nelle sue possibilità gravide di potenziali sviluppi. In pochissimo tempo fu distrutta ogni possibilità di giungere ad un vero e proprio partito comunista mondiale: due parole che non erano solo aggettivi ma che avrebbero caratterizzato la differenza tra una Terza Internazionale che seguiva la Seconda, la quale era stata una federazione di partiti nazionali.

Soprattutto la documentazione mette in evidenza come la posta in gioco in quella battaglia non fosse, né per la Sinistra, né per il centrismo (che era poi il nascente metodo che prenderà il nome da Stalin), il semplice controllo del partito o anche dell'Internazionale. Era in gioco la continuità storica con il lavoro scientifico di Marx e con la battaglia di Lenin, quindi la possibilità stessa della futura rivoluzione in Occidente. Mentre il centrismo negava nei fatti questa continuità pur genuflettendosi al marxismo-leninismo, la Sinistra riteneva indispensabile renderla viva nella prassi, cioè proprio sulla base delle condizioni materiali della rivoluzione nell'Occidente sviluppato, là dove si sarebbe invece dovuto importare, secondo Gramsci, la parte "orientale", quindi meno internazionalmente significativa dell'esempio russo. La leggenda opportunistica secondo cui Bordiga avrebbe incarnato una rappresentazione pseudo-scientifica del processo rivoluzionario nel senso di astrattezza visionaria estranea al movimento reale delle "masse" ed estranea quindi alla giusta prassi per ottenere risultati concreti, è una bufala, un crasso errore proprio di chi non ha capito che cos'è un "movimento reale".

La scientificità delle tesi bordighiane, accettate in pieno da una Sinistra che a dire il vero si dimostrò piuttosto incerta intorno al suo "capo", come vedremo, non derivava affatto da particolari "posizioni" teoriche. Le accuse di astrazione rivolte a Bordiga erano a lui ben accette ed egli ne rideva di gusto in quanto derivate dalla totale incomprensione dimostrata dai poveri praticoni italiani indottrinati da Mosca. Non si trattava, è ovvio, come pensavano sinceramente costoro, di analisi astratte nel senso di lontane dalla realtà. Era invece proprio l'utilizzo integrale del processo scientifico di astrazione che permetteva a Bordiga di indagare la realtà senza farsi deviare dai mille impulsi contraddittori che da questa provenivano, senza quindi farsi influenzare dagli idolatrati "fatti concreti" col risultato di cadere in oscillazioni tattiche paurose. L'esatto contrario di quanto stava succedendo ai centristi nostrani e ai russi, che risultarono elettoralmente vittoriosi ai congressi, ma storicamente sconfitti per quanto riguarda la rivoluzione.

Per la Sinistra era risibile in quanto antimarxista il far dipendere la tattica rivoluzionaria dalla "analisi delle situazioni concrete". Era inconcepibile far dipendere l'azione del partito mondiale, nel cuore dell'Europa, da presunte "fasi" nel tempo quando il tempo era quello della rivoluzione in tutto l'Occidente. Peggio ancora farla dipendere da presunte "situazioni specifiche" quando di specifico c'era solo il continuo sbandamento dei capi dei partiti di fronte a situazioni che veramente e "concretamente" si producevano come da manuale. Regolarmente tali situazioni trovavano i capi impreparati ed in errore, sempre sconfitti dalla manìa di scendere a compromessi con l'avversario socialdemocratico o borghese. Si voleva imporre la tattica del fronte unico alla Sinistra e non ci si accorgeva che proprio tale tattica era la ragione principale di tutte le sconfitte rivoluzionarie, dall'Ungheria di Bela Kun alla Germania di Brandler. Anche Trotzky, che superava di varie grandezze il livello dei suoi critici, non aveva capito niente di cosa significasse il fronte unico in un ambiente politico come quello occidentale e morirà con questa fissazione, contribuendo alla poltiglia teorica del movimento che da lui prenderà il nome.

Di fronte ai fatti e alle cosiddette teorizzazioni astratte della Sinistra, il lettore avrà modo di toccare con mano quali siano state le conseguenze della sua sconfitta. A meno che non sia anch'egli già accecato dai soliti luoghi comuni confezionati allora e reiterati sfacciatamente. Se resisterà alla tentazione di seguire comodamente l'andazzo ufficiale, si renderà conto agevolmente di come la corrente interpretazione della realtà storica vada rovesciata: l'analisi scientifica della Sinistra rappresentava il vero modo pratico per affrontare la difficile situazione rivoluzionaria nell'Europa degli anni '20, mentre i tentativi centristi di forzarla tramite espedienti politici rappresentava il modo idealisticamente astratto e metafisico.

Note

[1] Il Comitato d'Intesa fu un tentativo per coordinare la risposta della Sinistra comunista alla ristrutturazione del Partito Comunista d'Italia da parte dell'Internazionale. Le date, gli uomini, gli stessi tempi con cui furono gettate le basi del Comitato sono mal documentati e poco si può ricostruire. Esso iniziò la propria attività con una prima circolare inviata verso la fine dell'aprile 1925 e durò circa tre mesi. La documentazione disponibile permette di stabilire che il Comitato fu costituito da Onorato Damen, Bruno Fortichiari, Fausto Gullo, Ottorino Perrone, Luigi Repossi e Carlo Venegoni. Ugo Girone, incaricato dei collegamenti, fu uno dei principali animatori dal punto di vista pratico. Viene a volte citata una riunione del Comitato d'Intesa all'inizio di maggio a Napoli, ma essa ci sembra altamente improbabile perché Bordiga, dopo aver parlato con Damen, aveva opposto un netto rifiuto alla partecipazione, consigliando anzi di sciogliere il gruppo. D'altronde, come si vedrà, non è importante sapere nei particolari la nascita del Cd'I ma la necessità che lo fece sorgere, i suoi sviluppi e le sue conseguenze. Certamente l'attività del Comitato fra aprile e maggio dovette essere piuttosto ridotta. Infatti una seconda circolare reca solo la data del 6 giugno 1925 ed annuncia la pubblicazione, ancora da avvenire, dei Punti della Sinistra. Sull'assenza di Bordiga nella preparazione del Comitato vedere sia Fortichiari, Comunismo e revisioniamo in Italia, Torino, Tenerello, 1978 pag. 115, sia Giovanni Somai, Il tentativo frazionista nel PCd'I: il Comitato d'Intesa e il ruolo di Amadeo Bordiga , in Movimento operaio e socialista n. 4 del 1979. I ricordi personali rendono al lettore il lato soggettivo delle questioni, ma la "storiografia" non è da meno, dato che presenta lavori e ricerche dovuti o alla disposizione individuale verso l'argomento o a specifiche esigenze politiche "ufficiali". In ogni caso è praticamente impossibile trovare, al di fuori della ricerca militante, una spiegazione marxista di ciò che stava effettivamente succedendo in quegli anni nell'Internazionale e nel mondo per quanto riguarda il rapporto tra rivoluzione e controrivoluzione. E anche la risposta militante a tanti problemi non è per nulla soddisfacente. Eppure anche la comprensione degli avvenimenti di ieri serve oggi per affrontare i problemi della futura rivoluzione. Naturalmente è per questo che chi non è interessato alla prospettiva rivoluzionaria vede i problemi di allora e di oggi in maniera "storica", cioè meramente come successione di episodi senza preoccuparsi degli insegnamenti teorici e pratici da adottare.

[2] Cfr. Parte terza.

[3] Cfr. "Una intervista ad Amadeo Bordiga" a cura di Edek Osser, rilasciata nel giugno del 1970, pubblicata in Storia contemporanea, n. 3 del 1973.

[4] Sul Bordiga-Cincinnato che si ritira a disegnar casette a Formia si sono intessute leggende poco serie. Cincinnato non c'entra perché Bordiga non poteva "salvare Roma dagli Equi" per la semplice ragione che nessun battilocchio avrebbe potuto cambiare una virgola al corso della controrivoluzione. Quanto al disegnar casette, la famiglia dell'ingegner Bordiga attraversava certi "periodi di miseria nerissima" dato che la maggior parte del lavoro consisteva, più che in progetti, nel risolvere "mille rogne tecnico-legali" che facevano perdere tempo e guadagnare poco.

[5] Termine usato da Bordiga per definire in altro modo il Battilocchio. Gli omenoni sono la versione maschile delle cariatidi: sembrano sopportare carichi enormi, ma il più delle volte sono semplici abbellimenti architettonici. La riunione sulla storia della Sinistra si trova su di una bobina magnetica conservata nel nostro archivio.

[6] Del resto la polizia non lesinava mezzi per controllarlo (Cfr. Parte seconda, "Segnalazione della polizia sui movimenti di Bordiga" e "Comunicazione della polizia sulla sorveglianza di Bordiga" in questa stessa pubblicazione).

[7] Cfr. "Testimonianza di un vecchio compagno a proposito del Comitato d'Intesa", "Replica di 'Battaglia Comunista'" e "Lettera di un vecchio compagno" in questa pubblicazione.

[8] Ovviamente è sempre arduo stabilire delle date quando si parla di una storia che non si adatta a condensati per libri di scuola. Bordiga, il militante della Sinistra che ha percorso la strada della Sinistra per intero, è morto nel 1970, ma la corrente può essere data per morta prima, come fanno alcuni, o ritenuta ancora viva, come fanno altri. A noi non interessa né la necrologia né la metempsicosi, lavoriamo su un patrimonio immenso e ciò ci basta. Le date segnate si riferiscono al primo intervento critico di Bordiga al I Congresso giovanile socialista e al già citato memoriale sotto forma di intervista scritta rilasciata poco prima di morire a Edek Osser. Una sintesi della storia e delle posizioni della corrente si trova nell'opuscolo Che cos'è la Sinistra "italiana" ed. Quaderni di n+1.

[9] Titolo di un'importante raccolta di testi della Sinistra ora disponibile presso i Quaderni di n+1.

Prima di copertina
La Sinistra Comunista e il Comitato d'Intesa

Quaderni di n+1 dall'archivio storico.

Un volume utile per meditare sui ricorrenti collassi politici di fronte alle situazioni sfavorevoli nella storia.

Indice del volume

La Sinistra Comunista e il Comitato d'Intesa