4. La palla e l'astronave

"Il Comitato si radunò. Siccome era importante che lo stomaco non venisse a turbare con le sue grida una così seria discussione, i quattro membri del Gun Club presero posto ad una tavola coperta di sandwiches e di cuccume di the considerevoli. Barbicane prese la parola: 'Miei cari colleghi, noi dobbiamo risolvere uno dei più importanti problemi della balistica, la scienza per eccellenza dei proiettili.' 'Oh, la balistica, la balistica!' esclamò Maston con la voce commossa. La parola gli fu accordata. 'Questa palla che noi stiamo per lanciare nella Luna è il nostro messaggero, il nostro ambasciatore e vi chiedo licenza di considerarlo da un punto di vista puramente morale. Miei cari colleghi, sarò breve. Lascerò da parte la palla fisica, la palla che uccide, per non considerare che la palla matematica, la palla morale. La palla è per me la più brillante manifestazione dell'umana potenza; è in essa che le nostre facoltà si riassumono tutte quante, fu nel crearla che l'uomo si avvicinò meglio al Creatore. Infatti, se Dio ha fatto le stelle e i pianeti, l'uomo ha fatto la palla, questo criterio di velocità terrestre, questa simulazione degli astri erranti per lo spazio' ". (48)

Il lettore tenga presente questa meravigliosa descrizione del criterio terrestre nella simulazione degli astri per quando leggerà gli articoli raccolti nel secondo volume. Grande Verne. Come si vede aveva già capito tutto della società capitalistica matura: immaginò che la propaganda della meraviglia fosse il motore che avrebbe permesso di pompare soldi per andare sulla Luna. Fece radunare il suo Comitato a discutere di ogni particolare e ogni volta fece quadrare i conti della matematica astrale con lo spirito della frontiera americana. Ogni volta i membri del Gun Club "trangugiarono ciascuno una dozzina di sandwiches seguiti da una tazza di the" riprendendo discussioni sulla mistica dell'impresa con grandissimo senso pratico. Nell'ironia micidiale di Verne la scienza è un optional e i suoi personaggi risolvono enormi problemi nell'empiria più totale.

Ma se nel romanzo le difficoltà sono disseminate ad arte lungo la strada dei protagonisti per aumentare la tensione narrativa, nella realtà pongono problemi gravi. Siamo nell'ambito del semplice pezzo d'artiglieria e già Verne immagina un mucchio di complicazioni di non poco conto. Se per un momento ammettessimo per assurdo la possibilità di sparare un colpo à la Verne, dovremmo subito aggiungere che sarebbe impossibile raggiungere la precisione indispensabile per mettere il proiettile intorno alla Luna. Il motivo è che, mentre saremmo in grado di calcolare perfettamente la traiettoria teorica a partire dal momento dello sparo, non saremmo in grado di calcolare l'effetto delle variabili. Anche i personaggi di Verne, alle prese con alcune variabili, sballano i calcoli, ognuno in modo così enorme da fornire dati contrastanti anche di otto volte.

E comunque, in un cannone siffatto, di variabili ve ne sarebbero molte di più di quelle immaginate da Verne. Un missile, poi, riesce ad essere molto più fantasioso in fatto di variabili rispetto ad un colpo d'artiglieria. Si tratta di un manufatto piuttosto grezzo (la sua alta sofisticazione dipende soprattutto dai controlli necessari al suo funzionamento), che invece di ricevere un'unica spinta iniziale per poi proseguire in traiettoria passiva, è spinto in modo continuo da motori che bruciano un'enormità di carburante. Quindi, a parte i difetti di uniformità della combustione, si alleggerisce mentre sale, subendo un'accelerazione maggiore di quella che riceverebbe se la forza costante applicata al suo baricentro fosse anche applicata ad una massa costante. Se poi pensiamo che di questi missili se ne assemblano in genere tre o quattro in vari stadi, che questi stadi si staccano tra loro mediante bulloni o fasce esplosive, che ogni evento nella traiettoria si basa su eventi precedenti per cui si sommano gli scostamenti dalle condizioni iniziali o previste, ecco che allora ci assicuriamo l'impossibilità totale di sapere dove andrà a finire il carico pagante, a meno che non introduciamo una piccola correzione continua degli scostamenti (come quando si guida un'automobile) oppure una grande correzione ogni tanto, in tempi predeterminati e sulla base di traiettorie ben conosciute (come si fa oggi). Ma ciò allora non avveniva.

Questo è il punto di partenza da cui prende le mosse Bordiga per la sua critica: il primo Sputnik non era un satellite ma una specie di palla a percorso balistico. Per di più era una palla con eccessive complicazioni alle spalle:

"Affermiamo che né russi né americani sanno i dati dell'orbita prima dei lanci, ed aspettano a calcolarli dal tempo di rivoluzione, e forse dalla altezza minima - che è il ponte dell'asino - e non dalla dubbia massima, con passaggi di poca osservabilità". (49)

L'orbita era molto ellittica con un perigeo molto basso e mostrava perciò di essere assolutamente casuale, non nel senso indeterministico del termine ma nel senso di imprevista. La dimostrazione, ottenuta "con lapis e carta a quadretti", stava nel fatto che un'orbita del genere è il risultato della sola potenza raggiunta dai vettori, e non dalla precisione del "programma di tiro". Per farla breve, raggiunta una certa velocità e una certa inclinazione entro una gamma molto vasta di possibilità, qualunque corpo lanciato sarebbe entrato in un'orbita del genere o in moltissime altre orbite simili dipendenti dai due soli fattori ricordati. Insiste Bordiga:

"Ciò conferma due nostre illazioni: l'orbita è del tutto incerta ed incalcolabile al momento del lancio del razzo multiplo, dagli effetti estremamente indeterminati ed 'improgettabili' (altro che lanciare prima una stazione spaziale e poi 'abbordarla' come nella fantascienza di moda!). Dopo il lancio è anche indeterminata e dubbia la lettura dei dati dell'orbita e del suo modificarsi, che non si riuscirebbe a fare che per un satellite decine di volte più lontano e più lento". (50)

Di qui al lancio dei successivi satelliti, a quello delle capsule abitate e infine al viaggio sulla Luna, vi è da parte di Bordiga l'insistente richiesta di certe condizioni, le quali avrebbero dimostrato il grado di capacità d'intervento preventivo rispetto ai risultati raggiunti. La precisione, in questo intervento preventivo sulle variabili di un volo missilistico, non è ancora stata raggiunta e non si raggiungerà mai, per la semplice ragione che non serve. E' più facile correggere una rotta che si prevede sicuramente sbagliata che infilare il vettore in una rotta "giusta". Infatti le cose andarono proprio nel verso previsto da Bordiga: il 13 settembre 1959, quando il Lunik II cadde sulla Luna, fu superato finalmente il periodo dei voli "balistici". La sonda russa aveva dimostrato che si stava incominciando ad influire sulla direzione del volo (ovviamente Bordiga chiede verifiche anche in quell'occasione perché le prove erano scarse). Nello stesso periodo si incomincia perciò anche a modificare la forma delle orbite, ottenendo perigei più alti e apogei meno lontani, vale a dire ellissi meno pronunciate.

Il problema vero, quindi, fu la guida in traiettoria per correggere gli effetti non esorcizzabili di tutte le variabili già ricordate. Tutto ciò, se in campo aeronautico era stato realizzato da tempo con piloti umani grazie alla possibilità di utilizzare punti di riferimento precisi e di interagire con un'atmosfera, era molto difficile in campo spaziale, dove l'atmosfera non c'è e, se i riferimenti non mancano, essi sono perlomeno difficilissimi da considerare. Noi siamo abituati a pensare a veicoli che si muovono nell'ambito di un sistema di riferimento terrestre, ai movimenti in esso possibili, alle energie necessarie per tali movimenti e alle reazioni dei corpi soggetti ad attriti (ruote che sterzano e frenano, timoni che permettono di virare, alettoni che impennano il mezzo o lo pongono in picchiata). Questi movimenti sono di tipo attivo, cioè abbiamo un pilota o un servomeccanismo che guida il veicolo. Ma nello spazio queste possibilità di manovra non esistono e le energie per vincere la gravitazione di un pianeta non sono comparabili con quelle necessarie per il moto sul pianeta stesso. In assenza di attriti nel mezzo, una piccola forza agente sul manufatto (anche solo per un attimo) gli imprime per sempre un moto che, se non voluto, deve essere contrastato con una forza uguale e contraria a quella che l'ha provocato. Per questi motivi nello spazio non si può guidare un veicolo come lo si guiderebbe sulla Terra. Ogni manovra alla fin fine diviene passiva, per il ricordato bilancio energetico: si è in breve costretti a correggere gli errori e a farsi agganciare dai campi gravitazionali in modo che essi risolvano il problema del movimento.

A prescindere da forze agenti sul mezzo con l'imprecisione degli apparati meccanici, anche le pur lievi influenze dei corpi celesti lontani si fanno sentire, specialmente se ci si allontana dalla Terra e ci si muove in zone dello spazio in cui la sua gravitazione non sovrasta del tutto quella di altri corpi. Infatti la Terra si muove intorno al Sole, la Luna intorno alla Terra e un satellite o una sonda artificiali si muovono sotto l'influenza congiunta di tutti e tre i corpi. Tutto ciò è calcolabile sul piano prettamente newtoniano, anche se per farlo è necessario astrarre dalle troppe complicazioni, assumendo (grosso modo) che un'influenza sia nulla o neutralizzata da un'altra per non cadere nel già citato rompicapo di Poincaré. Ciò nonostante vi sono ancora troppi fattori fisici in grado di provocare un effetto moltiplicatore a partire da errori incontrollabili, dovuti per esempio alla velocità dei getti e ai loro tempi di accensione e spegnimento, alla direzione del moto, addirittura alla pressione del "vento solare" ecc. In quegli anni il problema era enormemente complicato dal fatto che non si era ancora riusciti a controllare i movimenti tridimensionali non voluti dei corpi artificiali (rollìo, beccheggio e imbardata), per cui anche quando furono presenti i primi astronauti, essi erano del tutto impotenti di fronte al problema dell'assetto. Si aggiunga il fatto che per anni i lanci spaziali furono afflitti da un misterioso fenomeno, battezzato pogo, per cui in accelerazione i vettori e le navicelle vibravano sull'asse verticale secondo un'onda la cui risonanza era in grado di distruggere le apparecchiature e a volte l'intero missile con tutto ciò che trasportava. Oggi il fenomeno è meglio conosciuto e controllato, ma non è ancora evitato.

Se la telemetria permetteva di rilevare in modo ancora molto grossolano una posizione del manufatto nello spazio, non era d'altra parte assolutamente in grado di darne la posizione rispetto al suo baricentro. Tutti i tentativi a inerzia attiva (giroscopi multipli e servocontrolli), a radiofaro (come negli aeroporti) o a traguardazione ottica (sestanti puntati su stelle) avevano dato risultati deludenti. E non c'erano altri sistemi.

Il Lunik II fu, secondo le cronache dell'epoca, il primo vettore in grado di correggere la propria traiettoria. Lanciato con un enorme missile da 400 tonnellate a quattro stadi, ricavato da un assemblaggio di missili militari su di un primo stadio costruito appositamente, si schiantò sulla Luna. Però era riuscito a centrarla. Come dimostrano i dati dell'epoca riportati negli articoli di Bordiga, anche l'apparato per questa missione era ancora molto impreciso. Finita la spinta, una volta che la sonda fu su di una traiettoria newtoniana, cioè balistica e anche alquanto diversa da quella calcolata, la rotta fu rilevata telemetricamente dalla rete radar per il più lungo tempo possibile. All'ultimo momento la traiettoria fu corretta mediante getti controllati in modo da portare la sonda su di una rotta teorica di impatto. O meglio, in una posizione da cui poteva diramarsi un corridoio abbastanza sicuro da cui entrare nel campo di gravitazione lunare. Gli americani dichiararono che la correzione in traiettoria non poteva essere stata effettuata per via della strumentazione poco sofisticata di cui disponevano i russi in confronto alla loro. I russi utilizzarono l'avvenimento per una campagna di propaganda, ma non fornirono prove tecniche. Comunque fosse, siccome non si trattava di infilarsi in un'orbita prestabilita ma di sfruttare l'attrazione lunare per centrare un punto qualsiasi della Luna con un'angolazione sufficiente allo scopo, la correzione non doveva necessariamente essere molto precisa, in quanto il "bersaglio" finiva per avere in realtà un'estensione pari a diversi diametri lunari.

Riassumendo, da Galileo fino - diciamo - al Lunik II, abbiamo tre fasi nel tentativo di collocare oggetti su traiettorie verso obiettivi definiti: 1) quella del proiettile puro, che riceve una spinta iniziale e prosegue secondo una traiettoria meramente balistica, la quale, se si svolge nell'aria, può essere perturbata soltanto dalle condizioni atmosferiche; 2) quella del missile, il quale riceve una spinta continua e quindi ha un moto accelerato che disegna un nuovo tipo di traiettoria ma sempre di tipo balistico: essa può essere perturbata dalle condizioni atmosferiche, dalle variazioni della combustione rispetto ai parametri teorici e dalle minime variazioni nel funzionamento meccanico dei componenti, specie quando si tratti di più stadi; 3) quella del missile che, alle condizioni che abbiamo appena considerato, aggiunge la capacità di correggere la sua propria traiettoria portandosi in condizioni balistiche nuove, non calcolabili in precedenza ma, attraverso un calcolo continuo, in grado di soddisfare lo stesso le esigenze della missione. (51)

Quest'ultimo punto è importantissimo: la tanto vantata "missione" dell'uomo nello spazio, il vantato tripudio della "volontà", non è stato altro che il tentativo di consegnare corpi artificiali, imperfetti e indisciplinati, al moto naturale, kepleriano, alquanto affidabile e preciso. Come abbiamo già sottolineato, negli articoli non si vuole affatto sminuire il significato tecnologico delle imprese (oltre tutto si entrerebbe in contraddizione con l'apologia dello sviluppo delle forze produttive, di per sé rivoluzionario, fatta da Marx), ma si vuole dimostrare che lo scambiare il persistente assoggettamento al regno della necessità per il regno della libertà dai vincoli primitivi della natura, non solo è un triviale rigurgito di illuminismo fuori epoca, ma è anche deleterio per quanto riguarda la comprensione dei rapporti fra le classi.

L'uso borghese di questo sguaiato pseudoscientismo che sfocia nella mistica non solo è del tutto coerente con la propaganda al fine di rastrellare quattrini per l'apparato industrial-militare, ma produce anche un imbonimento a fini di classe, un narcotico già previsto più o meno coscientemente da Verne. Il capitalismo, dice Bordiga, non vi darà quel "cielo" oggi diventato simbolo di un radioso divenire umano nel quale sarebbe superato l'ambito terrestre con le sue sofferenze. Di fronte ad un "pubblico" accecato, bisognava dimostrare che l'umanità non aveva fatto per nulla "balzi" nell'evoluzione della specie. Questa era ancora vincolata alla "palla" terrestre e alla "palla" concettuale, al proiettile del passato, non era giunta affatto all'astronave dell'avvenire. Ecco perché tutti coloro che difendevano il passato criticavano Bordiga, che sfotteva la "palla" e chiedeva prove concrete per l'astronave.

"La legge della scienza borghese è la stessa del successo: bugiardo assoluto, non vince la Verità, ma quello che si riesce a far credere a tutti. La fisica del 1965 non è ancora uscita dalla stregoneria feticistica di tutte le forme storiche di classe. Non si può mai capire che differenza vi sia tra le notizie diffuse dopo il successo e lo schema preparato prima nel progetto di programma. Programmazione: ricetta ideale per fregare il prossimo, nella testa e nella borsa". (52)

Insomma, si ha vera scienza quando, partendo dalle determinazioni materiali del conoscere, si giunge al punto in cui la conoscenza acquisita assume forza sufficiente e necessaria per intervenire sul reale come volontà. Il ricordato rovesciamento della prassi è appunto il processo per cui è possibile applicare la volontà secondo coscienza di ciò che si sta facendo e di ciò che si vuole ottenere, operazione che in campo sociale può essere svolta solo dall'organo della classe rivoluzionaria, il suo partito politico. Ai borghesi piacerebbe molto controllare il proprio mondo; il risultato è però sotto gli occhi di tutti. Non per niente la programmazione era il cavallo di battaglia dei partiti opportunisti, ma la grande trovata finiva per non essere altro che un intervento keynesiano dello Stato nell'economia. Il keynesismo funziona in economia esattamente come l'imbonimento spaziale: dopo il "successo" delle politiche fascista, nazista, roosveltiana e stalinista nel controllo dell'anarchia produttiva e distributiva del capitalismo, Keynes aveva dato sistemazione teorica a ciò che già da tempo era diventato prassi economica borghese (53). In economia, quindi, la borghesia non può giungere al rovesciamento della prassi e deve accontentarsi di impedire all'anarchia produttiva e distributiva di ritorcersi contro l'esistenza stessa del sistema capitalistico. Il capitalismo è come la palla: una massa sospinta da una carica e soggetta alla forza d'inerzia; essa percorrerà la sua traiettoria fino alla sua catastrofe. In questo sta la differenza fra conservazione e rivoluzione. Lo sviluppo delle forze produttive è rivoluzionario perché produce effetti moltiplicatori delle energie umane, cioè contiene in sé un elemento di retroazione positiva dalle potenzialità esplosive. Invece il modo di produzione capitalistico ha, sulla forza produttiva sociale, effetti di retroazione negativa, produce omeostasi, stallo o negazione delle potenzialità. Su questo modo di produzione, una volta esaurita la spinta iniziale, l'avranno sempre vinta le forze passive, gli attriti che porteranno la traiettoria a piegarsi fino all'impatto finale con la rivoluzione. La contraddizione massima del capitalismo (e delle altre forme economico-sociali) individuata da Marx nella prefazione a Per la critica dell'economia politica può essere anche immaginata così.

A dimostrazione del fatto che c’è una differenza sostanziale fra il mezzo guidato (e progettato per esserlo) e il proiettile spinto e lasciato a sé stesso, Bordiga cita un’impresa marinara cui dà importanza maggiore che non a quelle spaziali. Così facendo dimostra anche la mancanza di preconcetti nei confronti dei missili e riconosce alla borghesia il merito di aver portato alle estreme conseguenze il risultato tecnologico e la potenza produttiva sociale. Con ciò conferma la necessità di un rigore teorico nell’individuare la sostanziale differenza fra l'applicazione consapevole di ritrovati tecnologici e la ricerca di risultati attraverso la mera valutazione a posteriori dell'esperienza empirica:

"L'inguaribile mania pubblicitaria ha indotto gli Stati Uniti a tentare un'altra stamburata proprio mentre avrebbero potuto vantare il successo della traversata del Mare Polare Artico al disotto della banchisa di ghiaccio, impresa questa veramente seria sotto il punto di vista della calcolazione scientifica e del risultato tecnico del tutto conforme al piano, che ha significato un controllo completo della teoria e dell'organizzazione in un campo veramente complesso, e una riuscita al disopra di ogni critica". (54)

Il sottomarino atomico aveva seguito un percorso sperimentale di 3.200 miglia marine. Esso si era svolto tutto in immersione, quindi senza avere possibilità di telemetrare la posizione, di usare sestanti, di utilizzare la radio, di ricevere informazioni (registrare questo fatto per ciò che verrà dopo), di utilizzare la bussola (era al Polo Nord) e quindi con i soli sistemi inerziali che sono basati sullo stesso principio della modesta trottola. E' dunque possibile un piano di azione, quando si domina l'elemento in cui ci si muove e la scienza precedente si sposa con la tecnologia e con l'organizzazione (55). Allora non si tratta di fisime retrograde contro la scienza e la tecnologia, perché in altro campo si riconosce una riuscita "al di sopra di ogni critica".

E' un vero peccato che Bordiga non abbia potuto scrivere il suo consueto articoletto sulla spedizione lunare americana quando finalmente si realizzò. Avrebbe avuto conferma che, a differenza delle prestazioni del sommergibile atomico, ottenute con relativamente pochi mezzi e quindi con grande rendimento, lo sbarco sulla Luna era diventato realtà solo attraverso un gigantesco paradosso che mise in moto altrettanto giganteschi numeri e forze.

I successivi gradini, che dalle navicelle Mercury e Gemini portarono al sistema Apollo montato sul Saturno V, avevano dimostrato che le difficoltà crescevano in modo esponenziale man mano che ci si allontanava dalle ripetizioni dei primi rudimentali progetti manned, con uomini a bordo. L'ostacolo maggiore consisteva nel fatto che non si riusciva a fare il salto di qualità dal proiettile alla nave effettivamente guidata, cosa che rendeva impossibile il primo vero distacco dalla Terra, cioè il raggiungimento del corpo più vicino, la Luna. Questa impossibilità pratica obbligò i tecnici a ricercare nuove strade, ed esse permisero poco a poco di risolvere il problema. Siccome i sistemi complessi di macchine, strumenti e uomini dimostravano una crescente sensibilità all'entropia (cioè caduta nel disordine), fu giocoforza intraprendere la strada di una massiccia dose di informazione da iniettare nei sistemi. Oggi è acquisito che informazione è sinonimo di neg-entropia (cioè fattore di ordine), ma all'epoca non era così evidente a chi seguiva le vicende spaziali. Non ha importanza qui che il lettore abbia o meno perfetta dimestichezza con questi temi (56). E' sufficiente annotare che già nel secolo scorso Maxwell e Boltzmann permisero uno dei più grandi risultati della fisica teorica dell'epoca, fondamento della fisica successiva: essi demolirono la barriera tra il mondo macroscopico percepibile e il mondo microscopico alieno ai nostri sensi, interpretando le grandezze macroscopiche in termini di comportamenti medi statistici delle particelle microscopiche. Leggi della probabilità e scienza della statistica entrarono così a far parte stabilmente della fisica per ovviare all'evidente impossibilità di conoscere posizione e velocità iniziali di ogni molecola costituente, per esempio, un gas.

La chiave interpretativa che si deve tener presente è questa: ad ogni stato macroscopico di un sistema possono corrispondere molteplici stati microscopici, tutti possibili entro una gamma di probabilità che dipende dall'energia del sistema stesso.

Il paradosso che permise ciò che era apparentemente impossibile fu l'applicazione di informazione in dosi mai viste ad un sistema di per sé tendente al fallimento entropico o, se si vuole usare un termine à la page, al caos. Dunque Armstrong e Aldrin atterrarono effettivamente sulla Luna con l'Apollo 11 mentre Collins orbitava; e tornarono vivi dopo otto giorni grazie al paradosso di una complicatissima quanto inerte palla viaggiante nello spazio con intelligenza a terra. La storia della scienza è disseminata di paradossi: Newton ci insegna che anche il movimento della Luna è un paradosso fatto di due opposti: essa cade sulla Terra, ma è il suo modo di cadere, che la tiene sospesa nello spazio, perché la forza centrifuga è più un modo di dire che un concetto esatto (57).

Il viaggio sulla Luna era dunque impossibile nella misura in cui persistevano le condizioni analizzate da Bordiga e divenne possibile non appena furono realizzate le condizioni da lui stesso insistentemente richieste. Infatti, le condizioni di un sistema che deve rispondere a requisiti futuri (voglio che il missile raggiunga la Luna con uomini a bordo e li riporti indietro vivi con probabilità di fallimento minime) sono date dalla conoscenza delle condizioni iniziali che, per lo scienziato che sta analizzando il problema, sono i classici osservabili. Se il sistema evolve trasformando gli osservabili iniziali in incognite che non si possono derivare, il sistema è inconoscibile. Troviamo una bella definizione sintetica che ci spiega la situazione in cui si trova l'osservatore di fronte ad un sistema dinamico in procinto di viaggiare nello spazio con compiti complessi:

"Lo stato di un sistema fisico è determinato da un insieme di caratteristiche obiettive, cioè i valori di un insieme completo di grandezze a un dato istante; ma cosa si debba intendere quando si parla di un 'insieme completo' di osservabili lo decide la teoria" (sottolineato nell'originale). (58)

Cioè lo decide un modello astratto che esprime in qualche modo la complessa realtà. La teoria fino a quel momento non poteva che decidere sulla non conoscenza dell'insieme completo di osservabili nei dati istanti successivi. La soluzione consistette nell'aumentare le possibilità di riuscita dell'insieme secondo le leggi della probabilità. Questo lo si vede meglio col senno di poi, ed è in questo contesto che dobbiamo affrontare gli articoli "spaziali" di Bordiga. In fondo egli dice semplicemente che prima di andare nello spazio a casaccio, vi era già il potenziale scientifico per andarvi con raziocinio. Quando infatti l'evoluzione darwiniana del missile imboccò un vicolo cieco, furono adeguati i mezzi a conoscenze che già c'erano. Ovvero: prima di "superare" il meccanicista Newton, la borghesia avrebbe avuto gli strumenti per tenere in miglior conto, in prima approssimazione, i suoi risultati. Fu lui che diede la prima definizione di orbita non-periodica: "ci sono tante orbite di un pianeta quante sono le sue rivoluzioni", e da allora sappiamo che un piccolo manufatto umano in orbita doppia Terra-Luna deve superare per forza lo stadio balistico se vuole non solo andare ma tornare indietro. Ma come faceva, questo manufatto, a superare tale stadio negli anni '50, quando non poteva essere niente di diverso che una sofisticata palla? I parametri d'ingresso in orbita erano vastissimi, dunque anche il numero di orbite possibili a partire da quei parametri, senza contare l'influenza del trio Sole-Terra-Luna. Ci vollero anni di errori meccanicisti condotti dai nuovi presunti antimeccanicisti per giungere alla conclusione che era meglio smettere di copiare il padreterno perché per gli uomini è impossibile raggiungere la sua divina precisione (59). La palla rimase una palla e si espanse enormemente il cervello sociale a terra. Infatti ci si accorse infine che era meglio imparare da Newton e portare il satellite da orbite sicuramente sballate a orbite rispondenti agli scopi voluti, come richiedeva Bordiga, pur pensando che fosse quasi impossibile con i mezzi di allora. Invece di far volare con la fantasia i cervelli, questi, da terra, potevano far volare con relativa facilità palle modeste per risultati più grandi di quelli che potevano ottenere scafandrati omuncoli (60). Questo, secondo noi, è il vero criterio non idealistico per analizzare la corsa spaziale: l'intelligenza e la forza rimangono a terra, solo la palla va nello spazio. Armstrong, Aldrin e Collins non erano Cristoforo Colombo e la Luna non è diventata l'America. Quindi, per quello che c'interessa, lo spazio non è conquistato.

Note

(48) Jules Verne, Dalla Terra alla Luna cit. pag. 54. Sottolineatura nell'originale.

(49) Gare di satelliti e reticenze emulative.

(50) Ibid.

(51) Purché tali esigenze non siano più, come all'inizio, esagerate rispetto alle oggettive possibilità dei sistemi fisici. La precisione oggi è notevolmente aumentata, ma il margine di errore rimane alto. I satelliti commerciali mantengono la loro posizione, in genere geostazionaria, grazie all'utilizzo continuo dei motori di bordo. Siccome la vita del satellite dipende dalla possibilità di correzione, cioè dalla riserva di propellente, vi sono margini di attività che possono essere anche diverse del 50 o 100% rispetto al previsto. La vita "contrattuale" del satellite commerciale è calcolata (al minimo) con parametri probabilistici del tipo di quelli usati dalle assicurazioni per la cosiddetta speranza di vita o simili. I satelliti geostazionari per le comunicazioni sono ormai massicciamente utilizzati, specie negli Stati Uniti, nelle attività più disparate come fu ben dimostrato quando, nel maggio del 1998, vi fu un errore di riposizionamento del Galaxy 4 della PanAm, a causa del quale circa 30 milioni di americani furono completamente "scollegati" dalle loro attività per quattro ore.

(52) Nella gara cosmica, avanzata clamorosa da Occidente.

(53) La Teoria generale dell'impiego, dell'interesse, della moneta, opera in cui si completa il sistema keynesiano, è stata pubblicata solo nel 1936.

(54) Fallimento di lanci astrali.

(55) L'impresa del sommergibile atomico Nautilus della marina americana fu il coronamento di un vero "progetto" anche se, ovviamente, non coinvolgeva tecnologie e sistemi prima sconosciuti e non rappresentava nulla di rivoluzionario nella conoscenza di allora. Il lettore che volesse avere un'idea delle tecniche sottomarine divertendosi anziché sorbirsi dei saggi specialistici, può leggere il romanzo del ben informato Tom Clancy La grande fuga dell'Ottobre Rosso, Rizzoli.

(56) Un approfondimento si trova nella seconda parte del volume al capitolo Entropia e neg-entropia.

(57) Il termine "forza centrifuga" deriva in realtà da un'immagine indotta dall'osservazione empirica e dovrebbe essere sostituito da uno più appropriato. Uno schema elementare delle componenti in gioco dimostra come ogni corpo soggetto ad una spinta, ma vincolato ad un centro, sia sottoposto in realtà ad una forza centripeta (la catena di una giostra, la gravità agente su di un satellite, il braccio dell'uomo nell'esempio dell'acqua che non cade dal secchio). La fionda dimostra che, se viene meno la forza centripeta, il corpo si muove di moto rettilineo uniforme. Per comodità continueremo comunque ad usare il termine.

(58) L. Accardi, nell'articolo Stato fisico, Enciclopedia Einaudi, vol. 13 pag. 527.

(59) Tanto per fare un esempio: il primo successo nel programma russo di sonde verso Venere fu ottenuto al diciottesimo tentativo. Anche i successi russi e americani verso Marte vennero dopo un'ecatombe di esperimenti. Per quanto riguarda le stazioni orbitanti abitate, gli americani non ne hanno mai lanciate di permanenti, mentre il programma Saliut russo, varato nel 1969, ha avuto un'incubazione di ben sette anni per le prove. L'attuale stazione Mir, derivata dal programma Saliut, è l'unica stazione orbitante "permanente" esistita finora.

(60) Dal 1964 l'équipe italiana di Luigi Broglio, con pochi soldi, con la manomissione di missili obsoleti concessi dagli americani e con una scassata ex piattaforma petrolifera come base di lancio, metteva in orbita satelliti a raffica con il 100% di successo basandosi quasi esclusivamente su tre soli parametri: indifferenza nei confronti della precisione dell'orbita; calcolo preciso della posizione comunque ottenuta (il tracking era italo-americano); correzione dell'orbita - sulla base dei risultati telemetrici - mediante un affidabile motore d'apogeo ben fornito di carburante. I disegni dei satelliti italiani hanno un aspetto curioso, all'apparenza rozzo: strumentazione scientifica compatta e "sproporzionato" apparato motore (cfr. L. Ragno e B. Amatucci, L'Italia nello spazio prima e dopo Sirio, ed. Palombi). Sulla base della semplicità e dei costi bassi (per cause di forza maggiore) l'Italietta riuscirà in seguito a progettare notevoli esperimenti automatici sistemandosi all'avanguardia con tecnologie ingegnose anche se povere (cfr. G. Caprara, L'Italia nello spazio, storia, realizzazioni e programmi della ricerca spaziale italiana, V. Levi Editore).

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