22. Era ora: con il Muro di Berlino crollano miseramente gli avanzi della lunga mistificazione staliniana (1)

Il testo che segue è la registrazione di una conferenza pubblica tenuta l'11 dicembre del 1989 a Torino. Prima del testo presentiamo il volantino che annunciava la conferenza, in quanto ricordato dal relatore in apertura.

Conferenza pubblica

- Il capitalismo dell'Est e dell'Ovest finalmente riunificato in un unico mercato spazza via ogni residua pretesa barriera ideologica, riunificando nello stesso tempo il proletariato tedesco ed europeo.

- Il Marxismo non è morto e la "grande confessione" che aspettavamo da tempo lo conferma clamorosamente: il comunismo non è un'etichetta multiuso ma il movimento reale che abolisce e supera lo stato di cose presente.

- La libertà di movimento per capitale, merce e lavoro in questo mondo sempre più capitalisticamente integrato sulle macerie dell'arretrato e asfittico capitalismo orientale è un oggettivo passo avanti più di qualsiasi proclamata aderenza al socialismo come mito.

- La protesta sociale ha fatto il giro del mondo, dall'Argentina alla Corea, dal Venezuela alla Cina, dall'Algeria alla Siberia e ora è giunta nel centro dell'Europa, la Germania, leva potente di tutti gli equilibri mondiali.

Per ogni comunista vero questa prospettiva e' magnifica

(Registrazione)

Dato che il foglietto che abbiamo distribuito come invito a questa riunione ha creato qualche problema di comprensione, bisognerà per forza iniziare commentando quello che c'è scritto.

Per ogni comunista vero la prospettiva che si apre all'Est è magnifica. Ma come, ci si dice, folle assetate di democrazia borghese e di merci, gruppi dirigenti che fondano fronti reazionari, prospettive di sbocco per il capitalismo occidentale in difficoltà, disgusto per il termine stesso di comunismo: non sembra che le cose si muovano nel verso giusto. I fatti sono quelli: eppure non dobbiamo fermarci alla superficie, si è messo in moto un fermento sociale con potenzialità enormi e questo, rispetto alla palude cui eravamo abituati, è già un grande passo avanti. La prospettiva è magnifica per noi perché il crollo di quei regimi distrugge una mistificazione, perché si riunifica un mercato artificiosamente separato, perché si dimostra come il comunismo non sia un'etichetta da appiccicare a qualche regime, ma un movimento reale verso stadi sociali superiori (cioè il famoso "superamento dello stato di cose presente"), perché, infine, la protesta che ha fatto il giro del mondo ha toccato finalmente l'Europa centrale, la Germania, da sempre il perno di tutti gli equilibri internazionali.

Ecco, questo c'è scritto sul volantino che abbiamo distribuito. Be', ci hanno detto che sono cose abbastanza incomprensibili, che sembrano in contraddizione tra loro, piuttosto difficili ecc.

Il problema è reale e non ci nascondiamo affatto che le cose che oggi si possono dire a proposito del comunismo sono effettivamente complesse. Non che sia difficile capirle, ma sono passati alcuni decenni di assoluta mistificazione sull'argomento.

Lezioni della controrivoluzione

L'influenza di questa mistificazione, di questa falsificazione, come l'abbiamo chiamata altre volte, è così grave e così profonda che in tutto questo dopoguerra (ma possiamo far risalire il fenomeno addirittura agli anni '20) quando si parla di comunismo in genere si suscita nella mente di chi ascolta una serie di etichette precostituite che con il comunismo non hanno nulla a che fare.

La ragione materiale di questo fenomeno va ricercata prima di tutto nel fatto che la rivoluzione in Russia è stata sconfitta, che non c'è stata in Occidente una rivoluzione di uguale portata che consentisse al partito russo di sopravvivere alle forze potentissime della società arretrata di quel paese e della maggior parte dei paesi limitrofi, entrati poi nell'area d'influenza orientale in seguito ai patti di Yalta.

La nostra corrente ... occorrerà che abbiate pazienza per le precisazioni che dovrò fare, vedo che c'è stata ben più partecipazione del solito, e non solo tra addetti ai lavori.... la nostra corrente, dicevo, già dai primi anni dell'Internazionale avvertiva un pericolo di degenerazione, pericolo che aveva la sua causa prima proprio nell'arretratezza della società russa e nel ritardo e nell'indeterminatezza con cui si presentava la rivoluzione in Occidente.

Per prima, tra tutte le forze che facevano parte dell'Internazionale e che si proclamavano aderenti al comunismo, la nostra corrente individuò a un certo punto nella politica dell'Internazionale una deviazione profonda da quello che avrebbe dovuto essere un programma comunista, quel programma che il partito bolscevico aveva applicato integralmente alle specifiche condizioni della Russia. Vale a dire, dalla sua nascita nel 1898, attraverso la prima rivoluzione del 1905, la rivoluzione democratica di febbraio del '17, l'insurrezione e la presa del potere nell'ottobre. Un percorso magnifico, non rotto dagli sbandamenti dovuti alle difficoltà della doppia rivoluzione, democratica e proletaria, al peso dell'enorme massa contadina appena uscita dal feudalesimo.

Lenin durante e dopo la rivoluzione ricorda spesso che la situazione in Russia era molto particolare, "speciale" la chiama, e che non è possibile sopravvivere politicamente al potere con un programma coerente se non si tiene conto del fatto che il mondo intero agisce controcorrente e che la battaglia è impari. Il problema è quello del potere e del programma, non quello della costruzione del socialismo dove ancora non si è visto neppure il capitalismo. La rivoluzione doveva ricevere un nuovo impulso dall'Occidente, dalla Germania.

Il bolscevismo era nato come fenomeno internazionale, non era una specificità russa. Il bolscevismo è il prodotto di forze mature in tutta Europa, rappresenta la possibilità di applicare il programma comunista in una rivoluzione che, se incomincia in Russia, ha come aspirazione inderogabile quella di allargarsi ai paesi più avanzati. Quando Lenin sale sulla famosa autoblindo alla stazione di Finlandia schivando i rappresentanti del governo provvisorio dice agli operai: voi siete l'avanguardia della rivoluzione internazionale. Non dice: adesso rimbocchiamoci le maniche e costruiamo il nostro socialismo nazionale.

Senza contare il fatto importante che il partito bolscevico non si forma in Russia, ma si forma tra l'emigrazione russa nei paesi occidentali, a contatto con la teoria che attraverso la clandestinità l'Oriente importa dall'Occidente. La stessa teoria viene precisata nell'enorme crogiuolo rappresentato dalla rivoluzione, dalla guerra civile, dalla lotta contro l'arretratezza, dal confronto con il ritardo della rivoluzione in Occidente. La rivoluzione bolscevica utilizza anche il tema dell'arretratezza per dimostrare ai partiti occidentali quale sia la strada da seguire, unica, senza peculiarità nazionali di dottrina, nonostante le peculiarità materiali dovute al diverso grado di sviluppo.

Uno dei primi insegnamenti che il partito comunista bolscevico trae dalla specifica condizione russa e dalla a-nazionalità del comunismo, è che il socialismo non può essere impiantato in un paese solo, nostra prima grande battaglia contro le forze che in seguito incominciarono a minare l'Internazionale.

Attendendosi la rivoluzione in Occidente e appoggiandola tramite i partiti dell'Internazionale, il partito bolscevico denuncia chiaramente ai suoi iscritti e al movimento di massa (allora lo era veramente) che i compiti economici da portare a termine in Russia sono del tutto capitalistici, un mercato e un'industria moderna sarebbero già un grande passo. Questo fatto è importantissimo perché obbliga a fare una distinzione netta fra i problemi concernenti la presa del potere, la conquista dello Stato, l'esercizio del potere stesso e la possibilità di cambiare la situazione economica.

Più l'economia è matura, più è semplice farle fare i passi successivi, ma il problema è: quale potere decide i passi da fare, quelli che tendono alla conservazione del capitalismo o quelli che tendono al suo superamento? In Germania già all'epoca della Prima Guerra Mondiale era possibile intravedere una forma di capitalismo di stato. Lenin dice chiaramente, senza sottintesi, senza mascherature, che sarebbe già un grande risultato fare in Russia quel che fanno i capitalisti in Germania.

Sessant'anni di allontanamento dai principii comunisti

Non posiamo qui ripercorrere tutta la storia di una rivoluzione occidentale abortita e di una rivoluzione in Russia lasciata alle forze potenti di un gigantesco paese dall'economia elementare e primitiva, salvo alcune isole urbane. Sta di fatto che intorno alla metà degli anni '20 si scontrano nel partito russo e nell'Internazionale due forze che non sono affatto il risultato di prese di posizione personali.

Da una parte l'enorme arretratezza che preme sulla società, sul partito e sullo Stato, dall'altra il programma comunista che pur ricevendo colpi tremendi tenta di salvaguardare il proprio avvenire tramite la delineazione di una corrente nel partito e nell'Internazionale. Una corrente che non si tira indietro, ma che anzi, cerca in tutti i modi di dare un indirizzo alle forze gigantesche in gioco.

Sappiamo tutti com'è andata a finire: le condizioni sociali hanno avuto il sopravvento e il partito bolscevico poco per volta ha subito una degenerazione, prima nei fatti, poi nella lettera. Siccome il partito era forza trainante in una situazione restia a farsi trainare, poco per volta, fatto importantissimo, si verifica una compenetrazione fra partito, Stato russo e l'Internazionale. Gli stessi uomini sono contemporaneamente militanti, statisti, economisti, militari, internazionalisti. Invece di prefigurare una sana abolizione della divisione del lavoro, questo fatto è indice di insormontabili difficoltà, che i bolscevichi cercano di affrontare con sforzo enorme, dedicandosi totalmente ai compiti che hanno di fronte.

Le istanze russe, i problemi dello Stato russo vengono trasposti quasi automaticamente nell'Internazionale. Diciamo per comodità "lo stalinismo". Non era la persona di Stalin... Stalin finché il partito era saldamente arroccato su posizioni programmatiche sicure, finché si era in fase rivoluzionaria, è stato un buon rivoluzionario. Forse aveva difficoltà ad afferrare certe sottigliezze teoriche, era un po' bufalo, ma era perfettamente in sintonia con il partito. Ma a un certo punto il personaggio Stalin ha incominciato a rappresentare le forze di cui parlavo prima. La stessa segreteria del partito, fino a quel momento specificamente addetta appunto a lavori di segreteria, diventa un qualcosa di diverso, qualcosa che il partito di Lenin non aveva conosciuto, come la nostra corrente, il nostro partito non conosceranno in tutta la loro esistenza.

In quegli anni incomincia l'isolamento della vecchia guardia bolscevica, l'eliminazione dell'opposizione, l'adattamento della tattica, fino all'adozione di posizioni come quella della "Patria Socialista", della creazione del socialismo in un paese solo via via fino all'aberrazione del "mercato socialista", l'adozione del progressismo democratico, la liquidazione dell'Internazionale (nel 1943), la competizione pacifica e la coesistenza altrettanto pacifica teorizzata dagli stalinisti rimasti tali anche contro Stalin.

Ora, si capisce benissimo che in sessanta o settant'anni di progressivo allontanamento dai principii, di feroce eliminazione di ogni avversario, di falsificazione persino di fatti secondari che dessero fastidio alle nuove teorizzazioni, di indirizzo e guida verso gli altri partiti democratico-elettorali cosiddetti comunisti, si capisce benissimo che non era assolutamente possibile evitare una certa confusione sul comunismo.

Già il concetto di comunismo deve lottare contro l'avversario naturale, cioè la conservazione capitalistica. Se poi questa trova un alleato in grado di utilizzare l'armamentario della rivoluzione contro la stessa rivoluzione, diventano perfettamente comprensibili certe difficoltà odierne di comprensione. Per noi non è una cosa nuova. Il novanta per cento dei nostri testi è dedicato alla rimessa in ordine della teoria marxista, sia per quanto riguarda i principii, sia per quanto riguarda la comprensione dei fatti storici ed economici.

Muore lo stalinismo, ma non l'ideologia che l'ha generato

Nel dopoguerra la nostra corrente, che non aveva interrotto il lavoro di ricerca e di denuncia all'estero, si riorganizza in partito riprendendo la traccia che era stata abbandonata dall'Internazionale e dai partiti staliniani di diversa sfumatura. Il tentativo è quello di organizzare un movimento che rappresenti la continuità con quello che era il comunismo di Marx, Engels, Lenin, attraverso le tre Internazionali, proprio riprendendo la questione fondamentale che il bolscevismo non era un fenomeno specifico russo, mentre era invece un fenomeno specificamente russo lo svolgimento della rivoluzione in Russia dopo la sconfitta della rivoluzione europea. Era possibile capire le cose di Russia solo riprendendo integralmente l'analisi marxista. Solo in quel modo saltava completamente la falsa antitesi tra capitalismo occidentale e socialismo orientale, solo in quel modo si poteva con tutta tranquillità spiegare perché la Russia era capitalista. Il problema, per il nuovo organismo che stava nascendo, era di comprendere il corso storico per affrontare la prospettiva rivoluzionaria futura, per questo aspettavamo da tempo quella che abbiamo chiamato "la grande confessione", cioè il crollo necessario del falso socialismo di Mosca e dei suoi satelliti.

Il falso socialismo ha compiuto la sua parabola: rimane in campo la forza materiale che ne sta alla base, il modo di produzione capitalista, quindi, rimane in campo, conseguentemente, l'ideologia che l'ha generato. Rimane in campo l'ideologia democratica e mercantile che ora si scaglia contro la gemella povera dell'Est.

La borghesia è la classe dominante, la sua ideologia è l'ideologia dominante, il discorsetto educativo al popolo le viene facile per forza.

E' stato fin troppo facile, in mancanza di una tensione verso un salto di qualità sociale, agitare lo spauracchio del socialismo reale come esempio del preteso fallimento del marxismo. E' ancora fin troppo facile oggi cantare vittoria sul "comunismo" crollato come una pera marcia e agitare il dito davanti ai proletari perplessi ripetendo come vecchie beghine di fronte al peccatore: te l'avevo detto!

Non era facile per noi dire che quello non era comunismo, che il marxismo era un'altra cosa, che quelli erano usurpatori borghesi di una rivoluzione gloriosa ma temporaneamente sconfitta. E non è facile oggi, ce ne rendiamo conto benissimo, dire che quello che crolla non è comunismo, ma un certo stadio di sviluppo del capitalismo che ha fatto il suo tempo.

Crollo di una sovrastruttura

Il piccolo nucleo che aveva dato vita nel dopoguerra al Partito Comunista Internazionalista (il nome è anche importante: internazionalista quando l'internazionalismo era una tendenza; internazionale quando nel 1964 ormai potevamo contare su di una vera rete di sezioni in diversi paesi: i comunisti non raccontano frottole)... questo piccolo nucleo, dicevo, incontrava una difficoltà reale nel contrastare questo enorme apparato mondiale della propaganda congiunta della borghesia e dei rinnegati.

Non era una propaganda (e non lo è ora) verbale, una campagna pubblicitaria per un prodotto migliore. Era ed è un apparato possente, che sprofonda le sue radici nelle basi stesse della società capitalistica, un apparato fatto di fabbriche e di merci con il loro bravo valore d'uso, di banche, di capitali, di idee che circolano come la cosa più naturale del mondo, di religione e di democrazia venduta a piene mani come imperfetta, ma insostituibile.

E dall'altra parte un apparato altrettanto mostruoso fatto di milioni di iscritti, di mozioni degli affetti, di martiri resistenziali, di guerra contro il nazifascismo negatore della democrazia, di sol dell'avvenire e di speranze elettorali sulle quali la classe operaia di interi paesi è stata scannata sul fronte del lavoro, sul fronte militare e sulle democratiche piazze. Fatti reali come la ricostruzione e lo sfruttamento che ne è seguito, organizzato dai patriottici partiti "comunisti" come merce di scambio da usare con la borghesia per ottenere patenti di accettabilità parlamentare.

Fatti reali che poggiavano e poggiano per esempio su episodi che hanno contribuito a stabilizzare il mondo sulla frequenza della controrivoluzione: la sconfitta della rivoluzione proletaria cinese nel 1927 e la tarda vittoria del nazionalismo socialista di Mao nel 1949, affermazione in un'altra larga parte del mondo del comunismo corrotto di marca staliniana.

Chi ha provato a fare attività sindacale dove era forte il controllo dei sindacalisti del PCI sa che cosa vuol dire cercare di incrinare questa corazza di falsità, che porta anche in campo sindacale alla collaborazione di classe, alla convivenza pacifica con il padrone, alla soluzione dei problemi "in una sola fabbrica", isolando di fatto i proletari e dividendone le forze. Era un compito duro.

Tornando al nostro foglietto di presentazione, non era facile né spiegare né capire, e non lo è ora che finalmente l'apparato mostruoso sta crollando, almeno non lo può essere di colpo, solo perché ci sono alcuni avvenimenti nuovi. Ci sono da demolire stratificazioni di 70 anni di controrivoluzione. Ma è certo che tutto questo faciliterà la comprensione del comunismo più di mille conferenze e di mille articoli.

Anche quello che sta succedendo non è semplice da spiegare. Com'è possibile che nel giro di tre mesi ciò che sembrava immutabile per ancora decenni venga travolto da poche incruente manifestazioni di piazza? E notare che non sono manifestazioni determinate a fare un salto qualitativo, non c'è il clima di contrapposizione che c'è nella lotta di classe, quando non ci si può più tirare indietro e gli avversari sono costretti ad andare fino in fondo.

Non crolla solo il muro di Berlino, crolla una sovrastruttura che non corrisponde più allo sviluppo dei rapporti di produzione reali, solo così si può spiegare lo scomparire di interi apparati polizieschi, macchine statali del terrore organizzato. Parentesi: ve l'immaginate in Occidente, in situazione per niente rivoluzionaria, gli apparati poliziesco-militari sciogliersi a quel modo di fronte a qualche manifestazione, sia pure ostinata e numerosa?

Non c'è cambiamento sostanziale per ora. Grandi titoli sui giornali, grande rigurgito di anticomunismo di maniera, grande elogio della democrazia e della non-violenza, ma l'assetto definitivo si vedrà quando il capitale troverà il modo di installarsi con profitto da quelle parti. Allora vedremo i governi democratici all'opera di ricostruzione degli apparati di repressione ora sopprimendi.

Cambia il nome, non la sostanza

Questi partiti "comunisti" cambiano nome, assumono un'altra identità dichiarata, anche se non erano affatto quello che dicevano di essere. La questione va affrontata dialetticamente: il cambiamento reale è ancora piccolo, sebbene noi gli attribuiamo grandissima importanza. Per ora si tratta di una manifestazione a livello di quelle che erano le organizzazioni visibili, appunto la sovrastruttura. I partiti, la stampa, le opposizioni, gli intellettuali, gli studenti. Non si è ancora visto qualcosa che intacchi la struttura della società, anche non in senso rivoluzionario stretto, anche solo dal punto di vista di più consoni rapporti con il capitale moderno d'Occidente. Ci sono per adesso dei propositi di liberalizzazione del mercato e della produzione, qualcosa in campo monetario. E' probabile che in un primo tempo vi sia una stabilizzazione spontanea che anticipa le decisioni di governi che non ci sono ancora. Specie nell'area tedesca, dove probabilmente vi sarà il banco di prova per la prima massiccia penetrazione di capitali verso l'ex Comecon. Non è forse tutta la storia della Perestroika un prendere politicamente atto di situazioni già largamente verificate nei fatti?

Da un punto di vista materialistico noi sappiamo che la sovrastruttura, cioè gli apparati statali, politici, militari, polizieschi, intellettuali, giuridici eccetera, sono il riflesso di una condizione reale. Come dicevamo prima, come in Russia, in mancanza della rivoluzione occidentale veniva imposto il ritmo della costruzione capitalistica senza la guida del partito rivoluzionario, così in questi anni il grande fatto che là non si costruisce affatto socialismo ma si costruiscono le basi per un capitalismo più moderno, genera una sovrastruttura che è parente di quella russa, ma è funzionale all'accumulare capitalistico nazionale. Una delle caratteristiche peculiari del capitalismo è la concorrenza, e uno dei capisaldi del marxismo è che non vi sarà mai un grande unico capitalismo mondiale, ma diversi capitalismi nazionali in concorrenza tra di loro, più o meno integrati in schieramenti di pura convenienza. Una delle prime manifestazioni dei fatti di questi mesi è un'accentuata insofferenza verso il tallone russo. Più che una manifestazione di gretto nazionalismo, dovremmo interpretare il fenomeno come funzionale alla nascente sete di indipendenza economica delle borghesie nazionali. Del resto il nazionalismo ha questa radice, sempre.

Per noi è classico: a un certo punto del suo sviluppo, il capitale che ha generato una certa sovrastruttura, funzionale a quel momento, se ne deve dare un'altra, funzionale al passo successivo, più moderna, come dev'essere più moderno il nuovo processo di accumulazione.

Non è importante quel che questo rivolgimento dice di sé stesso, è importante che questo rivolgimento succeda e trascini le folle in piazza, a suggellare con il moto popolare l'esigenza di cambiamento.

E incominciamo con l'anticipare questa nostra osservazione: nessun cambiamento nella società moderna fa girare indietro la ruota della storia, quindi ogni cambiamento di questa portata, ogni movimento atto a travolgere vecchie strutture per altre più moderne, è obiettivamente rivoluzionario. Il modello è il capitalismo occidentale, questo è più moderno: crollino i vecchi apparati sclerotici e con essi la grande mistificazione. Non abbiamo che da fregarcene le mani di soddisfazione. Non ce ne importa niente che ci sia questo rigurgito di anticomunismo da scuoletta americana per marines, che la gente voglia andare in Occidente, che manifesti per la democrazia, voglia i blue-jeans, non voglia più sentir parlare di politica, sia contro il comunismo "in sé". Niente di tutto ciò che sta succedendo è peggio di ciò che accadeva prima.

Neghiamo che in questo momento sia in qualche maniera importante ciò che pensa ogni singolo individuo o la massa di centomila persone quando scende in piazza. Non è importante ciò che stanno dicendo nelle assemblee di fabbrica di Lipsia o Dresda, o nelle redazioni dei giornali che cambiano bandiera, o nei congressi straordinari dei partiti sedicenti comunisti. E' importante che salti un meccanismo di freno allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo, che salti questo apparato che sembrava eterno nel suo grigiore, fatto di blocchi militari contrapposti, di minacce addirittura di coinvolgere il sistema solare in guerre stellari, eccetera eccetera. E' importante che tutte queste balle che ci trasciniamo da troppo tempo si sgonfino, che crolli tutto come un castello di carte.

Vediamo ora punto per punto come possa succedere un rivolgimento così importante e così repentino e quale sia invece la nostra aspettativa nei confronti della situazione.

Capitalismo dovunque

Una prima caratterizzazione dei due blocchi contrapposti, URSS e Patto di Varsavia da una parte, USA e NATO dall'altra, deriva dal differente grado di sviluppo delle rispettive economie. In testi nostri abbiamo fatto un grande sforzo per spiegare come fossero false e illusorie certe affermazioni di Stalin, cioè del partito russo, per spiegare come in Oriente si stesse costruendo socialismo. A partire per esempio dal semplice fatto che quando circolano merci... là c'è capitalismo e non socialismo.

Oppure dal fatto che alti tassi di sviluppo dell'economia non dimostrano una superiorità del socialismo sul capitalismo, ma semplicemente un dato storico: capitalismi giovani hanno tassi di accumulazione più veloci di quelli vecchi.

A partire da queste confutazioni abbiamo dimostrato nell'arco di alcuni decenni come la contrapposizione USA-URSS avesse una natura prevalentemente, se non esclusivamente, militare e non assolutamente di tipo sociale. Erano i vincitori della guerra che si ripartivano il mondo e arrivavano ad accordi per mantenere questa spartizione. Tanto più che era esclusa quasi del tutto una concorrenza di tipo economico: le merci dei due imperialismi non si scontravano sul mercato, al massimo era sottratta un'area semi autarchica ai capitalismi maggiori. Le parole utilizzate comunemente per spiegare Yalta, cioè spartizione, condominio, eccetera, sono abbastanza appropriate e possiamo utilizzarle tranquillamente senza uscire dal seminato. Ciò che caratterizza invece la nostra peculiare critica - peculiare perché siamo stati i soli a farla - è la denuncia del fatto che ci fosse capitalismo in Oriente come in Occidente. Non uno "Stato operaio degenerato" o una qualche forma statale di capitalismo con delle caratteristiche sociali che la rendessero diversa o che altra alchimia verbale. Puramente e semplicemente capitalismo, con tanto di accumulazione secondo gli schemi classici come era avvenuto prima in Occidente, quando qui il ritmo di accumulazione era più rapido, o comunque quando il livello di partenza era più basso. La dominazione statale esistente non era di tipo socialista, se pur degenerato, ma capitalista, tutte le categorie classiche del capitalismo erano presenti.

Si poneva la famosa questione: ma allora dove sono le classi sociali, dov'è la borghesia, dove sono i rapporti di proprietà? Abbiamo risposto semplicemente ripetendo ciò che già Marx aveva detto: che il capitale ha la possibilità di dominare alla scala sociale anche impersonalmente, non ha bisogno di una classe fisica di dominatori, lo ricorda per esempio Engels nell'Antidühring quando dice che la classe capitalistica è una classe assolutamente superflua, potrebbe essere sostituita dall'oggi al domani con dei funzionari stipendiati. E lo diceva alla fine dell'800, non certo in periodo di decrepitezza senile del capitale internazionale.

In Russia abbiamo quindi a suo tempo individuato un regime sociale in linea con il tipo di economia del quale era espressione, nel quale dominava un capitale impersonale gestito da funzionari del capitale stesso. Funzionari che ovviamente avevano tutte le prerogative dei privilegiati di classe, imboscavano soldi, facevano incetta d'oro, costituivano fondi all'estero in valuta pregiata, vivevano nel lusso, davano vita a mafie internazionali, tutte cose capitalisticamente normalissime. Non cambiava una virgola alla nostra impostazione il fatto che non fosse possibile individuare fisicamente la classe degli Agnelli, dei De Benedetti, de Rockefeller in Russia. Il problema non era evidentemente questo.

Il vero problema era di prevedere che quel ciclo di accumulazione doveva finire, doveva finire come in Occidente il ciclo che chiamammo del quantitativismo produttivo, ci sarebbe stata quella che allora chiamammo "la grande confessione". Doveva esserc, o tutti i nostri schemi sull'accumulazione e sulle rispettive sovrastrutture sarebbero andati a catafascio.

Adeguamento dei tassi di sviluppo

La curva dello sviluppo capitalistico ha la forma di ogni curva che spieghi un fenomeno naturale di crescita, da una colonia di batteri alla popolazione umana sulla crosta terrestre: c'è un avvio lento, un rapido accrescimento esponenziale, una tendenza finale alla stabilizzazione. Un diagramma a forma di "S" stiracchiata che rivela difficoltà di accumulazione nella fase suprema, fase in cui vengono disperatamente cercate formule che impediscano l'appiattimento. In termini marxisti è la famosa legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e le sue conseguenze logiche: un capitalismo chiuso è un capitalismo morto.

Marx dimostra (questo aspetto è richiamato dal nostro Dialogato con Stalin) che un paese capitalisticamente sviluppato senza commercio estero "deve saltare". Risulta chiaro che quando i rapporti fra due economie chiuse debbano sorgere, questi rapporti "sono elemento non di pacificazione ma di sommovimento". Figuriamoci quando i rapporti sorgono fra un'economia apertissima e una chiusa. Salta quella chiusa.

Marx agisce su un modello puro di paese capitalistico, con sole due classi e un'economia pienamente sviluppata in tutti i suoi aspetti. Fortunatamente per il capitalismo e sfortunatamente per noi, di simili modelli in realtà non ne esistono. In nessun paese, per quanto sviluppato, il capitalismo è rappresentato dalle sue categorie pure, senza contaminazione alcuna. E così anche le classi non sono presenti in modo puro, capitalisti e proletari. Ci sono anche altre classi, mezze classi, residui di classi del passato, strati sociali difficilmente definibili. Il tema è stato affrontato più volte dal movimento rivoluzionario e dalla nostra corrente, vi sono articoli e testi a volte rimasti allo stadio di semilavorato.

Il testo che ho citato è del 1952. Vi si dice chiaramente che la tendenza generale del capitalismo russo sarebbe stata quella del resto del capitalismo mondiale, cioè ci sarebbe stato un adeguamento del nostro diagramma, bassi tassi di sviluppo, allineamento a quelli del resto del mondo. Aggiungiamo: capitalismo sviluppato, sovrastruttura conseguente, caduta della maschera pseudocomunista, possibilità di ripresa della lotta di classe. Ripresa che potrebbe avvenire in assenza della cappa di piombo rappresentata dall'ipoteca opportunista staliniana, dei partiti falsamente comunisti. Tolti dai piedi gli ultimi residui del falso comunismo, la classe operaia unificata d'Europa potrà ritrovare la strada delle rivendicazioni sue specifiche, non più popolari, ma obiettivamente rivoluzionarie.

Apro una parentesi sulle ragioni materiali che hanno portato la classe operaia dell'Europa occidentale ad assorbire l'ideologia opportunista di marca staliniana.

La guerra mondiale ha provocato la distruzione di immense risorse, in parte buttate nel ciclo bellico, in parte annientate con bombardamenti e operazioni dirette. Anche come vite umane la perdita è stata alta: qualcosa come due volte un paese come la Francia è scomparso dalla faccia della Terra. Una così massiccia distruzione di manufatti e di vite ha permesso un periodo postbellico di ricostruzione in cui la strapotenza dei vincitori ha trovato sfogo per i suoi capitali esuberanti. Una delle ragioni che portano a una fattiva controtendenza alla citata legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, è proprio la cancellazione di una parte del capitale fisso (costante) e della forza-lavoro, entrambi esuberanti. La guerra è stata risolutiva per quanto riguarda la grande crisi che l'ha preceduta, ma la fine della guerra avrebbe riproposto le stesse difficoltà, se una volta smantellate le produzioni belliche si fosse dovuto riprendere il solito ritmo. La differenza era rappresentata dalla ricostruzione che rendeva possibile un impiego mai visto di capitali in ascesa libera e dalla eliminazione della forza-lavoro esuberante che annullava le gravi ripercussioni sociali della crisi.

La "Grande Confessione"

La prospettiva del dopoguerra non era quindi per nulla rivoluzionaria e il proletariato era coinvolto nella ricostruzione con il miraggio del benessere propagandato dall'invadente vincitore. D'altra parte la ricostruzione non avveniva in modo indolore: se la distruzione di forza-lavoro nella guerra aveva fatto da valvola di sfogo sociale eliminando fisicamente gran parte della popolazione, ora lo sfruttamento diveniva intollerabile. La prospettiva del benessere e un miglioramento reale delle condizioni di vita contribuivano alla creazione di un'aristocrazia operaia mondiale e, per contro, uno sfruttamento intensivo provocava delle risposte di classe subito ingabbiate nella rete dell'opportunismo. Questi era talmente coinvolto con le rispettive borghesie nella ricostruzione, da sottoscrivere veri e propri patti del lavoro, garanzie verso la propria economia nazionale. La prospettiva dello sviluppo era la base materiale del coinvolgimento operaio, lo stalinismo l'ideologia perfettamente conseguente; ricordiamo l'ideologia della Resistenza come nuovo Risorgimento, la politica garibaldina del PCI, vero partito borghese tricolore per sua propria ammissione, cane da guardia della Costituzione borghese.

Ora la "grande confessione" è avvenuta, tardi ma è avvenuta. Anzi, proprio perché è avvenuta tardi ha avuto un epilogo così incredibilmente rapido. Le merci non sopportano le frontiere, i capitali non hanno colore e non riconoscono frontiere, la differenza tra due capitali è solo la quantità e il padrone che li maneggia. Quando si muovono devono confrontarsi per forza e, se è il caso, scontrarsi. Questa, delle frontiere, non è una questione che inventiamo adesso. E' in Marx ed egli la utilizza a proposito del vecchio colonialismo. Le merci sono le vere cannoniere del capitalismo, non c'è muraglia cinese che resista alle loro bordate. La caratteristica principale di ciò che stiamo vivendo oggi è proprio il confrontarsi delle merci e dei capitali, dove merci e capitali occidentali vincono meglio di tutte le guerre stellari contro merci e capitali orientali. E il popolo chiede a gran voce che il bombardamento continui. Nuovo Piano Marshall, invoca Walesa, ex operaio polacco chiamato a responsabilità governative da una lungimirante borghesia tutt'altro che sconfitta (e consigliata da una organizzazione ancora più esperta e lungimirante, la Chiesa Cattolica).

Il capitalismo orientale, dall'Elba a Vladivostok dovrà darsi una rispolverata, e anzi, ancora più in là, perché gravi sussulti si sono già sentiti in tutta la Cina.

La "grande confessione" è così sincera e profonda come mai avremmo potuto sperare avvenisse. Chiunque, anche chi non si è mai interessato di politica vede che stanno succedendo delle cose strane. Partiti che tutti ritenevano comunisti, e invece erano coacervi di forze popolari, si mettono a discutere anche il proprio nome, si rinnega anche l'aggettivo socialista, si cancellano denominazioni che ricordano vagamente le motivazioni della loro nascita artificiale. In un mese è crollato non solo il muro di Berlino, ma tutta l'impalcatura fradicia che sosteneva l'assetto di un mondo, liberando forze che non si sono ancora fatte sentire. Che cosa succederà adesso?

Non vi sono ritorni ciclici

Ci sarà un abbandono completo dell'idea stessa di socialismo, di società in qualche modo diversa o presunta ancora tale dal capitalismo? Avrà il sopravvento l'Occidente? Vi sarà una disgregazione dell'impero russo? Tutto sommato ci interessa abbastanza poco andare a fare dei tentativi di previsione a caso, esercizi di futurologia per sapere esattamente quale aspetto prenderanno le organizzazioni statali di quei paesi, le loro tendenze nazionalistiche, il colore dei governi.

Possiamo invece delineare con una certa sicurezza, a meno che il marxismo come metodo di analisi scientifica vada tutto all'aria, il percorso economico dell'area intera dopo che le nuove necessità si sono fatte strada in modo così clamoroso. Nuove necessità. In effetti di nuovo c'è abbastanza poco dal punto di vista economico.

Il capitale deve rinnovarsi sempre, questa non è una novità. Il capitale che non si rinnova muore, deve crescere sempre, l'accumulazione non può arrestarsi mai. Anche la crisi deve poter essere utilizzata per rinnovare il ciclo dell'accumulazione. E qui c'è la contraddizione estrema perché per superare il circolo vizioso non ci sono ricette.

Il nostro primo Quaderno risale ormai ad alcuni anni fa. L'avevamo intitolato alla crisi perché ci risultava ulteriormente verificato lo schema di Marx. Non si trattava di convinzione nostra e dei nostri predecessori, ma di una verifica scientifica basata sul confronto tra i dati empirici e un modello matematico.

Se noi volessimo polemizzare in modo accademico con noi stessi, potremmo dire che, se il modello chiuso di capitalismo perfetto salta, un modello aperto non salta affatto. Antica preoccupazione che ha fatto scervellare più di un marxista. In effetti esistono vie d'uscita che dipendono più dalla risposta sociale che dalla capacità di sopravvivenza intrinseca del capitalismo. Una grande guerra, per esempio. O la conquista di nuove aree alla frenesia consumistica e produttiva dei colossi economici. O la conquista della Luna. In effetti alcuni possono essere preoccupati per gli avvenimenti straordinari di questi giorni: se si apre al capitale pletorico un'area del mondo di quell'importanza, sia come estensione, sia come grado di sviluppo sociale, il capitalismo ha trovato la pacchia ancora per un secolo.

Non esistono meccanismi che il capitale possa mettere in moto per eliminare le proprie contraddizioni. Esistono degli sfoghi che possono permettere al capitale di spostare le sue contraddizioni a un livello superiore e più esplosivo. Questo ci dice lo studio di Marx. Ed è un errore considerare il capitalismo come un unico blocco che circonda il mondo. Il capitalismo è fatto di capitalismi concorrenti e perciò non esiste uno sviluppo univoco, nemmeno all'interno di un singolo paese.

Marx dice che una società non muore finché non ha dato tutto ciò che poteva dare, e allora subentra una nuova società. Nelle società antiche avveniva questa specie di passaggio. La stessa borghesia ha fatto la sua rivoluzione quando ormai aveva conquistato il suo posto di classe all'interno della vecchia società. Ma il capitalismo è l'unico modo di produzione che ha il suo antagonista mortale come elemento essenziale della sua propria esistenza. Il feudalesimo poteva benissimo esistere senza la borghesia, il capitalismo non può esistere senza la forza-lavoro. Il capitalismo potrà avere il suo decorso fino al crollo finale, ma nessun marxista si è mai sognato di affermare che basti allora aspettare questo evento, anche se Marx ha ammesso che potrebbe esserci, in assenza di una rivoluzione, una totale degenerazione sociale.

Il problema della sopravvivenza del capitalismo allora non sta tanto nel meccanico succedersi delle crisi fino al crollo finale, ma dipende da fattori sociali, dalla capacità e possibilità del suo antagonista di toglierselo dai piedi. Per noi questa possibilità esiste dal 1871, quando la Comune di Parigi chiuse per sempre l'epoca delle rivoluzioni borghesi in Occidente e aprì quella della rivoluzione proletaria.

Le ragioni materiali e sociali che hanno permesso al capitalismo di sopravvivere a sé stesso sono ovviamente molte ed è impossibile assolutizzarne alcune per trasformarle in teoria. Nessuna di queste ragioni può essere elevata a questione di principio. Allo stesso modo non si può elevare a teoria l'aspettativa di qualche specifico episodio per delineare la fine prossima del capitalismo.

Nel quaderno di cui parlavo avevamo affermato che non vi sono cicli capitalistici. Il capitalismo, come ogni società, non ha un andamento ciclico nel senso che ha degli alti e bassi in modo ripetitivo. Crisi, rilancio e poi nuovamente crisi, non sono episodi che preparano le premesse per nuovi cicli come i precedenti. Le crisi hanno avuto, da che esiste capitalismo, caratteristiche del tutto diverse, anche se, nel caso di brevi periodi, come quelli decennali del secolo scorso, potevano darsi crisi consecutive con un'origine molto simile. Quello che volevamo dire nel Quaderno è che il percorso del capitalismo non è mai uguale a sé stesso, che le crisi hanno origini e motivazioni diverse perché nel frattempo il capitalismo matura e fa esperienza delle crisi precedenti. Non è possibile paragonare la crisi americana tra il 1890 e il 1893 con quella, per esempio, del 1929, così come non è possibile paragonare la crisi che nel primo dopoguerra scoppia con epicentro nel Giappone, con quella del 1974-75. Se i meccanismi delle crisi sono sempre gli stessi (in fondo il capitalismo matura ma funziona sempre allo stesso modo) i risvolti economici e sociali delle crisi cambiano con l'allargarsi dell'accumulazione. L'accumulazione è avvenuta e avviene su quel che si è accumulato precedentemente, il mondo si copre di manufatti a un ritmo superiore di quelli che scompaiono e lo stesso vale per la popolazione e per il capitale in genere. L'accumulazione primitiva è stata fatta e non ci sarà più, neppure in paesi che dovessero affacciarsi adesso al capitalismo passando dallo stato selvaggio.

Un crollo avvenuto troppo tardi

I paesi che vengono conquistati al capitalismo nel dopoguerra con i movimenti di liberazione coloniale assumono subito delle caratteristiche di paese capitalista sviluppato, anche se non riescono a diffondere il cosiddetto benessere presso le loro popolazioni. Hanno banche, fabbriche, piantagioni e infrastrutture che funzionano sul modello di quelle dei paesi più sviluppati, non devono più ripercorrere la strada di questi. Neppure nella Russia zarista conquistata dalla rivoluzione si partiva da zero, ma da modelli industriali moderni acquisiti dall'Occidente. Accelerare l'accumulazione in Russia significava partire da dove altri erano arrivati, se le condizioni erano primitive nella maggior parte del paese, l'accumulazione primitiva era già fatta in altri paesi, non si poteva più ripetere.

Oggi in Russia e negli altri paesi dell'Est ci troviamo di fronte a una accumulazione già avvenuta, dove l'unico passaggio possibile nell'ambito del capitalismo è l'ulteriore ammodernamento e adeguamento alla natura finanziaria del capitale moderno. Un paese come la Russia che ha moneta inconvertibile è un assurdo storico, frutto soltanto di risultati militari. Un passaggio fuori dall'ambito del capitalismo è possibile soltanto con un grande rivolgimento sociale che sia in grado di appropriarsi della dottrina rivoluzionaria, una rilettura dei testi, oggi trasformati in "icone inoffensive", una saldatura fra le masse orientali e quelle occidentali.

Se le tensioni economico-sociali accumulate premevano per un cambiamento, questo non poteva che avvenire nell'ambito capitalistico maturo, in un confronto con il capitale finanziario internazionale, quindi non potevano resistere barriere politiche o reali, cortine di ferro o muri di Berlino. Hanno ragione i giornalisti borghesi a dire che sono stati demoliti dei simboli con i quali è stato demolito ben altro.

Le merci che devono circolare dopo aver abbattuto le barriere devono essere scambiabili con valore, cioè con moneta. Non serve a niente che un milione di berlinesi dell'Est vadano a vedere le vetrine di Berlino Ovest se nelle tasche hanno cartaccia inconvertibile. Si comprende bene l'angoscia dei capitalisti dell'Ovest accorsi in massa a godersi lo spettacolo. Le merci, dice Marx nelle primissime pagine del Capitale, devono avere due caratteristiche: la prima è il valore d'uso. Non importa se dovuto a fame o a pura fantasia consumistica. Deve avere un valore d'uso altrimenti non si scambia. Solo se c'è valore d'uso la merce ha possibilità di essere scambiata e verrà scambiata secondo un altro valore, che è quello di scambio, valore stabilito socialmente dal grado di sviluppo delle forze produttive e non dalla qualità della merce. Un'automobile ha un valore d'uso che è noto e più o meno uguale in tutto il mondo. Nel centro di Torino alla vigilia di Natale ha un valore d'uso bassissimo, ma questa è una deviazione dalla regola. La stessa automobile ha un valore di scambio relativo alla capacità produttiva dei normali giganti automobilistici europei, americani e giapponesi. Ma un'automobile russa ha un valore di scambio enormemente superiore e così un paio di pattini a rotelle, un macinacaffè, un paio di jeans. Conoscendo il capitalismo si capisce perché diciamo che questo crollo sia avvenuto fin troppo tardi.

Mi ricollego a ciò che dicevo prima: il capitalismo ha fatto il suo corso, nostra vecchia e nota posizione che continuiamo a ripetere da moltissimo tempo. Non può più avere una nuova giovinezza. Non possiamo essere tristissimi per ciò che accade temendo che si aprano nuove possibilità al capitalismo. Diciamo che la situazione è magnifica (vedere il nostro foglietto) perché non è vero che al capitalismo si aprono nuove possibilità. Per alcuni capitalismi si aprono prospettive di mercato e affari d'oro, se tutto va bene, ma l'esuberanza di capitale occidentale non farà che creare a breve un'esuberanza di capitale orientale. Se tutto va bene per lor signori. Ma non è detto che vada così. Il capitale crea sconquassi dove arriva, non è detto che sia tutta rose e fiori l'introduzione di un saggio di sfruttamento da capitalismo ultramoderno.

Negli anni '50 rispondemmo a una bestialissima teoria di Stalin sui supposti mercati paralleli, quello capitalista e quello socialista. La riprendiamo perché la questione è attinente ai problemi di oggi.

Stalin aveva lanciato questa posizione strana basandosi sul fatto che ogni capitalismo per svilupparsi ha bisogno di espandersi fuori dai propri confini, e fin qui ha ragione. Dice Stalin: il capitalismo è già in crisi per conto suo nelle aree più sviluppate, ci sono state delle grandissime crisi, come quella del '29, c'è stato bisogno di una guerra. Noi siamo intervenuti in questa guerra, abbiamo stabilito un controllo (ovviamente socialista) su una certa area del mondo. In quest'area, sotto la guida della Russia, stiamo costruendo un mercato parallelo (non secondo la legge del valore classica, ma secondo uno scambio che è stabilito da criteri socialisti) quindi noi abbiamo sottratto allo sviluppo del capitalismo un'area enorme, l'abbiamo sottratta perché la facciamo funzionare con una circolazione delle nostre merci socialiste.

Naturalmente il nostro testo fa dell'ironia su questa storia delle merci socialiste che circolano in un mercato parallelo. Dimostra facilmente che si tratta di una balla, però si sofferma su questa trovata di Stalin perché in fondo risponde a una certa logica: se effettivamente venisse sottratta al capitalismo un'area vitale per lo sfogo delle proprie merci e per i propri capitali, questo entrerebbe in crisi. La faccenda viene liquidata ponendo la domanda: ma che razza di mercato sarebbe questo mercato parallelo? Merci e mercato, è capitalismo. Quindi accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra come sempre. Non un mercato parallelo, ma un mercato come gli altri, posto che il mercato mondiale non è un blocco unico e indivisibile.

In fondo anche Gorbaciov vuole creare un mercato come gli altri con le sue riforme, cioè un mercato unico per la "casa comune" europea, libero, democratico e, per parte sua, ancora socialista. Niente mette in discussione il fondamento capitalistico dell'assetto che vorrebbe per l'Europa.

Possiamo prevedere per l'area dell'Est europeo un travagliato passaggio al capitalismo ultramaturo di stampo occidentale, ma con la persistenza di uno sviluppo ineguale, di un governo totalitario nei fatti anche se probabilmente di facciata democratica, e di una larga insoddisfazione della popolazione sottoposta a un crescente sfruttamento.

Citavo la data del 1871 per sottolineare la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra che avrebbe portato il capitalismo alla sua fase suprema. A quella data la borghesia internazionale coalizzata interviene a Parigi per schiacciare la Comune. Due mondi ormai separati e antagonisti per sempre si scontrano, ma da quella data, ogniqualvolta la rivoluzione minacci di affermarsi, la coalizione borghese si concretizza, rappresentando per noi il vero metro di misura per valutare gli scontri in atto. La canea anticomunista d'obbligo in questi giorni non è niente in confronto a ciò che la propaganda borghese può preparare il giorno ve ne fosse veramente bisogno. E quel giorno l'atteggiamento verso le masse in piazza sarà ben diverso.

Il capitalismo potrà raggiungere nuovi vertici produttivi inimmaginabili al tempo di Marx, ma tutto ciò che è scritto nel Capitale rimane, analizzato una volta per tutte: accumulazione primitiva (già trattata nel primo libro come definitivamente avvenuta), commercio estero, capitale finanziario, sistema bancario, creazione di capitale fittizio, circolazione monetaria, crisi, concorrenza, necessità della guerra, analisi delle classi, tutto già indagato nei minimi particolari. La stessa successione dei grandi imperialismi, Repubbliche Marinare, Venezia, Portogallo, Spagna, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, presente nel Capitale, rappresenta la pietra miliare attorno a cui la Storia con la esse maiuscola dovrà fare il giro di boa, perché alla fatidica data del 1871 il capitale ha espresso tutta la sua vitalità e di lì in poi avrà soltanto più una funzione conservatrice di sé stesso e infine nessuna funzione, vero e proprio intralcio all'ulteriore sviluppo dell'umanità.

Lettere ai compagni