Newsletter numero 200, 21 luglio 2013

Egitto

Nel Manifesto Marx ed Engels affermano che "la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali". Così facendo, prepara la classe rivoluzionaria sua antagonista. In Le lotte di classe in Francia Marx precisa che ogni rivoluzione si riconosce per la capacità di criticare sé stessa: anche quando sembra sconfitta, in realtà essa si libera soltanto della zavorra democratica interclassista, diventando sempre più radicale. Tutto ciò vale sempre, non solo nel periodo di ascesa borghese contro il feudalesimo (Lezioni delle controrivoluzioni). L'Egitto sembra al momento riprendere questo schema classico: in un paese perfettamente integrato nei rapporti capitalistici da decenni, milioni di persone in piazza hanno sconfitto uno dei governi più ferocemente stabili del mondo, protetto dalla più grande potenza imperialista. Ricondotte al gioco democratico, queste masse hanno impiegato pochi mesi a far cadere un altro governo incapace di dare risposte alle attese. Ma questa volta con alcune differenze sostanziali rispetto ai caratteri della cosiddetta Primavera araba: 1) la contrapposizione fra la massa islamica radicale e la massa laica o anche islamica ma fortemente occidentalizzata è giunta a produrre scontri armati fra civili; 2) l'emergenza organizzata di un indomito proletariato, estremamente combattivo da decenni ma ora anche coordinato in organismi indipendenti; 3) la chiusura dell'orizzonte politico tradizionale che non presenta più democratiche strategie di fuga per la borghesia, costretta al golpe militare.

Dunque la rivoluzione lavora. Prima facendo maturare al massimo i rapporti capitalistici e di conseguenza lo scontro di classe; poi sconfiggendo la soluzione parlamentare che aveva portato al governo la maggioranza islamica. Lavoro per la vecchia talpa. C'è qualche analogia con la situazione turca, sia per quanto riguarda la presenza di un numeroso e combattivo proletariato, sia per quanto riguarda la contrapposizione sociale in piazza, sia per quanto riguarda la mancanza di vie d'uscita (mancanza che in Turchia ha già significato più volte colpo di stato militare). Moderni rapporti di produzione avevano già messo in crisi sopravvivenze antiche scatenandone la reazione in molti paesi mediterranei. In Egitto essa fu repressa da Nasser e da Sadat (che per questo fu assassinato), mentre Mubarak si sarebbe trovato con il lavoro sporco già fatto e poté passare alla stabilizzazione. Ben diverso il caso dell'Algeria negli anni '90 del secolo scorso, quando la reazione islamica agli effetti del capitalismo ebbe risvolti sanguinosissimi provocando una repressione feroce. Più recentemente in Libia il venir meno del controllo centrale con la caduta di Gheddafi, ha provocato un rigurgito passatista, di carattere più tribale che religioso, ma il Capitale ha marciato per la sua strada imbevuta di petrolio senza farsi troppo distrarre. In Siria, di fronte al massacro quotidiano, i maggiori paesi imperialisti hanno assunto l'atteggiamento classico del divide et impera, sostanzialmente lasciando fare al governo ma fornendo armi leggere ai ribelli per indebolirlo. Non è dunque l'Islam a fare paura: esso è stato usato, tenuto sotto controllo malgrado le schegge "terroristiche" che si sono rese autonome magari dopo essere state formate proprio dai loro attuali avversari imperialisti.

Di fronte al montare della marea sociale, la reazione religiosa e l'intraprendenza militare (anche nel senso di imprenditoria finanziaria) non possono che smettere di farsi guerra. La fisionomia assunta dal movimento di massa in Egitto, proprio con la presenza proletaria, impone alle componenti sociali che rappresentano gli interessi del Capitale un oggettivo fronte conservatore. Questo è un segnale sicuro delle potenzialità di classe che la borghesia deve stroncare. È quindi esclusa una soluzione di tipo algerino o siriano, cioè una repressione senza quartiere contro gli islamici. Del resto gli Stati Uniti hanno già preso posizione a favore di una prospettiva frontista del genere, evitando di schierarsi e anzi spingendo al compromesso. In effetti il colpo di Stato è congeniale a Washington, un'azione preventiva per impedire che ad abbattere il governo fosse la piazza, già polarizzata intorno al movimento Tamarod, a sua volta "contaminato" da frange operaie e supportato, fra gli altri, dal movimento 6 Aprile, nato in occasione di lotte operaie.

1951: Lezioni delle controrivoluzioni
1951: La controrivoluzione maestra

Terzo sciopero nazionale della logistica

È riuscito il terzo sciopero generale della logistica proclamato per il 12 luglio. Sono state bloccate le spedizioni nei principali hub di Torino, Roma, Ancona, Milano, Peschiera Borromeo, Brescia, Piacenza, Parma e forse altre città di cui non sono pervenuti i dati. Di per sé questa non è una gran notizia: di scioperi ce ne sono stati e ce ne saranno, specie con il peggiorare della situazione economica e sociale. La notizia vera è che i lavoratori di questo comparto sono fra i peggio trattati e pagati, sono poco sindacalizzati e perciò hanno rabbia sufficiente e nulla da perdere, tanto da dichiarare scioperi senza preavviso e a oltranza. Nel mondo della produzione just in time e senza magazzino, la logistica ne è il sistema nervoso e sanguigno. I facchini delle cooperative, organizzati, sarebbero in grado di fermare questo sistema, questo flusso continuo che va dall'industria al consumatore, da industria a industria (B2B).

2010: L'outsourcing globale
2001: I sedici giorni più belli (lo sciopero significativo della UPS)

Lotta di classe in Grecia

Borghesi coalizzati in tutto il mondo contro proletari locali, in Grecia s'indurisce la lotta di classe, per adesso a senso unico. Di fronte a masse ormai senza numero di disoccupati dell'industria e dei servizi, non era pensabile che rimanesse indenne il settore pubblico che (adesso) viene considerato pletorico e nepotista, inefficiente e mafioso. I licenziati saranno 25.000, prima lasciati a salario ridotto, poi non si sa. Insomma, un'altra fabbrica di senza-riserve proletarizzati. L'ordine arriva direttamente da FMI, BCE e Unione Europea, e la Germania invia il suo ministro Schauble a felicitarsi e controllare. Questa sì che è globalizzazione.

1949: Marxismo e miseria
1949: Lotta di classe e "offensive padronali"

Euforia da capitale fittizio

Vola Wall Street, con gli indici azionari al massimo livello di tutti i tempi, giunti a capitalizzare 15.000 miliardollari, quanto l'intero PIL americano. Che cosa è successo? È scattata la ripresa economica? Macché, trainano gli indici le solite banche. Festeggiano, perché le attività di trading (scambio di azioni, titoli di stato, derivati, ecc.) hanno consentito profitti fino al 32%. E poi è quasi certo che continuerà il flusso di denaro gratis: il presidente della Federal Reserve ha appena rimangiato la parola data sulla cessazione dell'acquisto pubblico di titoli tossici dalle banche private (terzo quantitative easing). Un argomentare davvero scientifico: "Il percorso non è predeterminato, seguirà gli sviluppi dell'economia e l'acquisto di titoli [spazzatura] potrebbe anche aumentare se necessario". Una cosa o il suo contrario, navigare a vista come su una piroga del paleolitico. Non male.

1988: La legge del valore e la sua vendetta
1991: La crisi del sistema bancario americano
2008: Capitalismo che nega sé stesso

Trentacinque giorni a Sofia

Mentre scriviamo sta scorrendo il 36° giorno ininterrotto di manifestazioni a Sofia. Dopo il successo di febbraio, quando un milione di manifestanti in diverse città bulgare fecero cadere l'esecutivo dopo l'aumento delle tariffe elettriche, adesso è la volta della "corruzione". In entrambi i casi, il grido è uno solo: "Via i mafiosi dal governo"! Nel frattempo quattro disoccupati si sono uccisi dandosi fuoco. C'è una strana invarianza nelle richieste dei rivoltosi in ormai decine di paesi, in centinaia di città: da una parte la casualità del detonatore, dall'altra la causalità delle esplosioni sociali, tutte legate alla sofferenza di vivere in una società sempre più infame. A Sofia c'è un esecutivo tecnico che governa su una società di disoccupati ed emigranti tramite uno stato di polizia. Il Capitale autonomizzato rende superflui capitalisti e politici i quali rubano e si autoassolvono, ridicolizzando l'etica borghese dello stato per il popolo. E questo non ne può più, come dappertutto.

2005: Una vita senza senso

Si allarga la "piccola guerra" del Mali

La Francia aveva inviato 4.000 soldati in Mali per recuperare i territori caduti in mano islamico-jihadista e riunificare un paese tradizionalmente in area d'influenza francese (con tutte le sue risorse minerarie). Riordinati i ranghi dell'esercito locale, fatti confluire 12.000 soldati, soprattutto africani (ma vi sono anche 500 cinesi) sotto il comando dell'ONU, firmato un accordo con i tuareg ribelli e "bonificato" il terreno dai fondamentalisti, il presidente Hollande ha, incautamente, cantato vittoria. Ma, oltre alle truppe dell'ONU, rimarranno 3.000 soldati francesi fino alle elezioni e 1.000 specialisti di antiguerriglia in seguito. Ovviamente, in una situazione come quella del Sahara e del Sahel, occupare il Mali è stato come dare un calcio a un vespaio. Guerriglieri nomadi si sono diffusi su di un vastissimo territorio comprendente più stati, impossibile da controllare. Sono sorte così alleanze micidiali fra movimenti radicati localmente, specie in Niger, e si è ingrossato l'afflusso di jihadisti provenienti dal mondo arabo e dall'Iran, fino a coinvolgere l'Africa equatoriale. E intanto si viene a formare un'area immensa senza controllo per i capitali che vi circolano. Il presidente del Ghana lancia l'allarme e si appella ai vari paesi africani invocandone la coalizione per una lotta di portata continentale. Proprio mentre i vecchi paesi imperialisti europei si scontrano con Stati Uniti e Cina sul suolo africano ignorando completamente i governi locali o semplicemente comprandoli.

2013: Mali, una piccolissima guerra?

Addio Detroit

Sarà ovvio, ma una città che perde 1,2 milioni di abitanti su 1,9 in cinquant'anni deve avere qualche problema. Quando è incominciato l'esodo? Negli anni '60 era già in corso, la città-automobile era già in crisi, il reddito medio in calo e gli abitanti cercavano nuove occupazioni altrove. Molti osservano che il visibile punto di svolta ha una data: 23 luglio 1967. Era stato chiuso dalla polizia un bar clandestino e gli abitanti del quartiere erano scesi in piazza, la rivolta si era estesa provocando morti, feriti, incendi, arresti. Una piccola guerra civile durata una settimana. L'esodo era divenuto di massa, specie fra i bianchi. Le fabbriche d'automobili avevano incominciato a "de-localizzare", le case erano riamaste vuote. Ma non è saggio confondere gli effetti con le cause: perché ci fu la rivolta che accelerò l'esodo? Perché si incominciò a parlare di Rust belt, Cintura della ruggine, per tutta l'immensa area de-industrializzata che andava dall'Atlantico al Middle West? Chiamiamola produttività, crescita del plusvalore relativo (macchine) a scapito di quello assoluto (uomini). Servizi, finanza, monetarismo. Oggi la città è piena di rovine. Nessuna amministrazione è sopravvissuta alla gestione del degrado. Da due anni la municipalità è commissariata da un inviato federale. Ha 18 miliardi di debiti in obbligazioni che non saranno ripagate. Migliaia di dipendenti pubblici perderanno il posto di lavoro. Welfare e pensioni saranno decimati, crescerà la rabbia. Sta già succedendo. Nel mondo.

1997: Il feticcio dei mercati. Ovvero il mercato dei feticci

Newsletter