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Patologie dell'investimento

"Disinvestimento dei capitali, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo" (Punto "a" del Programma rivoluzionario immediato nell'Occidente capitalistico, Riunione di Forlì del Partito Comunista Internazionale, 28 dicembre 1952). 

OGGI

La cultura progredisce. Il popolo proprietario parcheggia sui marciapiedi davanti ai video delle banche ingaggiando animate discussioni sui fondamentali e sui mergers. Non è vero che alla radio e in televisione trasmettono soltanto canzonette, spettacoli cretini e pubblicità interrotta da qualche scena di film. L'economia ha il suo spazio e persino attente casalinghe seguono programmi tenuti da seriosi professori. Prolificano le riviste che ti vogliono milionario, capitalista, economicamente impegnato. L'investimento è una cosa seria. Internet invita a cliccare sul pulsante "finanza". I Bot non rendono, ma lasciate i futures agli specialisti. Concedetevi dunque agli esperti, investite in Fondi comuni. E se proprio volete il brivido, provate su Internet con il day trading a prezzi di commissione stracciati. Non c'è banca ormai che non pubblicizzi il suo servizio on line. Un ragazzo americano è riuscito a perdere un'intera eredità, 500 milioni di lire, in un giorno; un distinto impiegato ha fatto fuori la famiglia e si è messo ad ammazzare gente negli uffici perché aveva perso il feeling dell'investimento. Ma sono casi isolati di gente un po' fuori di testa. Dunque non si dice più "risparmiate", si dice "investite". Nell'epoca in cui l'investimento industriale langue, esplode quello virtuale. Il Capitale non ce la fa a rimanere immobile.

Terminata l'euforia investitrice della ricostruzione postbellica e superate le traversie della crisi inflazionistica mondiale degli anni '70-'80, l'economia capitalistica sembra stabile intorno a bassi indici di crescita della produzione e dei prezzi. La Grande Corporazione, cioè il Governo, l'Industria e il Sindacato, non parla più di investimenti produttivi, come faceva ai bei tempi del boom. La congiuntura piatta influenza le teorie economiche più seguite da Stati, banche, operatori di fondi ecc. Gli economisti sono perciò passati, dall'ottimismo sfrenato rispetto alla crescita senza limiti del dopoguerra, alla odierna preoccupazione rispetto ai limiti fisiologici della crescita capitalistica. I più però si placano buttandosi sul curioso fenomeno di una borsa che continua a soffriggere, alla faccia di tutti i "fondamentali" che consiglierebbero più freddezza. Qualcuno mette addirittura in guardia contro gli eccessi del capitalismo lasciato senza briglia. Tre premi Nobel, il ministro del Tesoro americano e il suo collega alla Federal Reserve si sono arrabattati a spiegare che prima o poi la bolla esploderà e hanno tentato di sgonfiarla in tempo con la minaccia di alti tassi. Tutti sembrano tranquilli ma la paura c'è ed è meglio non diffonderla; nessuno indulge più al catastrofismo come negli anni intorno alla crisi petrolifera; nessuno azzarda previsioni; adesso "si naviga a vista", sperando. Come dire che l'economia politica, più che essere una scienza esatta come pretendono i suoi cultori, segue il vento che tira. Si sa che in campo finanziario si consultano molto gli astrologi, forse qualcuno porta ceri alla Madonna.

Non si tratta di una novità. Tuttavia è evidente che anche tra gli economisti più refrattari, quelli che non riconosceranno mai limiti intrinseci al capitalismo, la situazione attuale è ormai vista come irreversibile. Nessuno crede più che una crescita così contenuta del valore prodotto ex novo ogni anno sia un fatto provvisorio e che in Occidente si possa tornare alle prestazioni del capitalismo postbellico, con crescita a due cifre. E anche i paesi più dinamici d'Oriente saranno costretti a prenderne atto.

Ecco perché l'investimento si deve spostare verso le borse, dove a volte le due cifre ricompaiono. Le fluttuazioni da sincope e l'andamento generale verso l'alto sembrano scaturire da una curiosa autonomia del settore finanziario rispetto ai dati economici che contano, cioè il vecchio e collaudato profitto, la sua stabilità nel tempo, il progetto industriale. E invece sono ben spiegabili proprio con la mancanza di vere e proprie alternative industriali rispetto alla speculazione più o meno dichiarata.

Il fatto è che per esempio i Fondi comuni, da soli, hanno investito 25.000 miliardi di dollari. E questa montagna di denaro rappresenta sì una quantità di sparsi possessori di capitali, ma in quanto entità compatta, in grado di agire in modo coordinato sul mercato. In questo senso la struttura generale dell'investimento mondiale è cambiata rispetto al passato, non perché i fondi non esistessero anche molti anni fa, ma perché la quantità è diventata qualità. Mai nella storia, neppure facendo le debite proporzioni, si è presentata sul mercato una quantità simile di capitali che pretendono, tutti insieme, la certezza di un "utile". I fondi pensione non possono non pagare le pensioni a milioni di sottoscrittori. I fondi assicurativi a loro volta non possono non pagare per malattie, incidenti, spese impreviste ecc. E i fondi d'investimento aperti devono immettere nei loro portafogli titoli che diano un risultato molto appetibile altrimenti i sottoscrittori se ne vanno. Così i gestori comprano titoli a prezzi già alti facendoli salire ancora.

Il sistema è diventato decisamente autoreferenziale, e tutti sanno che in natura ciò è fonte di guai. Nessuno è in grado di prevedere che cosa potrebbe succedere se questo precario equilibrio dovesse saltare. Così gli stessi governi, quando si danno da fare affinché esso non salti, non fanno che contribuire ad accrescere il potenziale esplosivo. In questa situazione diventa impossibile non assecondare tutte le smanie di investimento del Capitale, divenuto perfettamente anonimo attraverso l'ingigantirsi delle gestioni collettive. E crolla ogni illusione di equilibrio, di controllo ecologico dell'industria, di recupero dei disastri ambientali, di prevenzione rispetto alle evidenti malattie del pianeta. L'investimento, invece di divenire un fenomeno controllato nell'ambito di un capitalismo dalle pretese umane come vorrebbero i suoi apologeti, diventa un fatto selvaggio di fronte a cui il peggior delitto di massa è un semplice incidente di percorso e la degenerazione dell'ambiente un fatto necessario.

All'inizio degli anni '70 fu presentato, su commissione del Club di Roma, un famoso lavoro di previsione intitolato I limiti dello sviluppo. Attraverso tecniche basate su modelli dinamici dell'economia immessi nel computer, si dimostrava che era ormai vicino il limite oltre il quale si sarebbe innescato un processo irreversibile di degenerazione dei rapporti economici mondiali, fino alla catastrofe (il punto di non-ritorno si collocava intorno al 1975). Gli autori mettevano naturalmente in guardia contro un'interpretazione meccanica del modello, ma facevano notare che, pur apportando modificazioni realistiche ai parametri, sarebbe, sì, cambiato il lasso temporale, ma non il risultato catastrofico. Vent'anni dopo lo stesso modello fu riattivato, potenziato e aggiornato. I dati previsionali di vent'anni prima furono sostituiti con quelli reali che nel frattempo avevano caratterizzato l'economia mondiale, e le proiezioni vennero spinte al ventennio successivo. La simulazione non modificò in sostanza i risultati precedenti, confermando che i limiti erano già stati superati. Secondo il modello, l'umanità avrebbe potuto ancora salvarsi ma a costo di un gigantesco sforzo, concentrato e coordinato fra tutti gli Stati della Terra, per determinare la qualità degli investimenti e abbassare la soglia di rischio. Nessuno però era in grado di dire come ciò si potesse realizzare.

Nello stesso periodo molti economisti, o comunque studiosi che si dedicavano ai problemi economici a partire dalla dinamica dei sistemi, cercavano di dimostrare in innumerevoli pubblicazioni che l'umanità è molto vicina ad una biforcazione, oltre la quale vi è o la correzione di rotta dell'economia mondiale, o la catastrofe. Alcuni, prendendo a modello le leggi della fisica, dimostrarono l'entropia del sistema capitalistico (cioè la sua perdita d'energia, l'avvio verso situazioni caotiche), per cui si sarebbe potuta raggiungere una stabilità solo attraverso un blocco ragionato dei parametri economici (quali investimento, crescita, demografia) e la loro armonizzazione con l'ambiente. Altri, su richiesta delle Nazioni Unite, dimostrarono con modelli diversi e più sofisticati che l'umanità si sarebbe avviata verso una insostenibile ulteriore differenziazione fra coloro che avrebbero avuto sempre di più e coloro che avrebbero avuto sempre di meno. Altri ancora, rasentando il misticismo, sostennero che occorreva addirittura destrutturare il capitalismo e far ritorno a tecniche produttive più naturali, con meno impiego di energia e meno ricorso a materie prime altamente inquinanti, con la rinuncia delle tecnologie esasperate e del consumismo.

Questo ritorno, alla Rousseau, verso uno "stato di natura" imprecisato ma sempre capitalistico, è una specialità americana, e molti tentano persino di metterlo in pratica. I nostalgici esasperati di una natura che non esiste più non tengono conto di un fatto elementare: la situazione attuale dell'uomo fa parte della sua evoluzione "naturale", perciò il problema non è quello di tornare ad uno stadio precedente, ma quello di interrompere, con un piano di specie, la serie delle forme sociali che procedono senza coscienza e adoperare il potenziale raggiunto per armonizzare coscientemente uomo e natura.

Nonostante il proliferare delle scuole più o meno allarmiste o catastrofiste, scientifiche o semplicemente mistiche, in ultima analisi tutte riformiste, la prospettiva realistica dell'economia degli Stati rimane la crescita e l'investimento con l'occhio ai mercati finanziari, cui sono collegati il consumo e l'esportazione, il tutto controllato da una tradizionale politica monetaria. Infatti negli ultimi anni tutte le economie importanti si sono orientate verso l'esportazione e questa è salita più del Prodotto Interno Lordo mondiale. La divinità suprema nel quadro di questa politica, non certo originale, rimane comunque il PIL.

Parametro, questo, divinizzato per la semplice ragione che è l'unico ad avere qualche fondamento in tutta la costruzione economica borghese. Si tratta infatti del nuovo valore prodotto ogni anno da una determinata società o, se vogliamo dirla in altro modo, della somma di salari e plusvalore.

Essendo un indice quantitativo, il PIL non è affatto un indice di "benessere" come vogliono far credere le statistiche ufficiali: infatti può aumentare - e realisticamente aumenta - anche in caso di grave malfunzionamento dell'intera società dovuto all'aumento del disordine e della dissipazione. E' per esempio chiaro che, in caso di irrazionale tendenza a trasportare più merci su strada che su ferrovia o acqua, con conseguente intasamento e logorio di strade, consumo di carburanti e gomme, usura di mezzi e inquinamento generalizzato che provoca malattie, abbiamo come risultato un maggior profitto dei venditori di autocarri, carburanti e pneumatici, di addetti alla costruzione e manutenzione di strade, di società farmaceutiche ecc. Del resto vi sarebbe anche un aumento degli occupati, quindi del reddito nazionale, dovuto alla proliferazione inutile di camionisti, di addetti alla cura di patologie da inquinamento e da stress, di amministratori di rami collegati ecc., tutte cose che sarebbero rese indispensabili dall'aumento della confusione.

Di solito, quando ci si appresta alla critica delle contraddizioni del sistema capitalistico (anche da parte di chi sia mosso unicamente da interessi particolari del momento, come ad esempio un accademico che sapesse di poter vendere bene un suo libro catastrofico), gli economisti fanno scudo e rispondono che dal 1900 ad oggi la durata media della vita è cresciuta del doppio, che i consumi sono aumentati di sei volte, che ognuno di noi usufruisce di servizi per il triplo, che ci alimentiamo con una volta e mezza il cibo di prima e che, vuoi mettere, il benessere di adesso non è confrontabile con quello di cent'anni fa.

Tutto ciò - che è poi la solita media del pollo - è vero, ma è anche vero che, se si è potuto consumare mediamente sei volte di più, si può mangiare solo quasi come un secolo fa, a parte il contenuto dei cibi industriali. Vale a dire che non è affatto dimostrata l'effettiva soddisfazione dei bisogni umani, i quali non corrispondono certamente a quelli del Capitale.

Quest'ultimo non fa considerazioni sulla qualità della vita degli uomini. O meglio, la qualità corrisponde alla quantità, qualunque sia il bisogno indotto dal tipo di merce consumata, purché sia consumata in modo da permettere il ciclo vorticoso della produzione e del plusvalore.

Ne consegue che gli economisti alla fin fine si limitano a consigli di buona volontà, sterili come i loro calcoli. Possono proliferare le istanze riformiste anche con mirabili o curiose dimostrazioni su modelli più o meno scientifici; possono gridare al pericolo coloro che intravedono più o meno ravvicinata la catastrofe del sistema; possono gli stessi governi commissionare studi dettagliati, che inevitabilmente concludono nell'ovvio evidenziando la contraddizione fra la crescita esponenziale infinita e un mondo a dimensioni finite; possono insomma dimostrare, tutti quanti, che così non si può continuare, ma tutti quanti non sanno cosa dire quando bisogna tirare le somme e descrivere cosa fare in pratica per evitare i guai. Tutti si appellano alla buona volontà dei governi, come se questi fossero in grado di controllare il Capitale e non fosse invece quest'ultimo a controllare l'azione dei governi. L'unico meccanismo conosciuto dal Capitale è la produzione di plusvalore attraverso lo sfruttamento della forza-lavoro, la realizzazione di questo plusvalore attraverso il mercato, il suo reinvestimento in attività che producano altro plusvalore e così via, indipendentemente da come ci si arriva.

E quando il capitalista o l'azionista pretendono un certo saggio di profitto, ciò significa che ad ogni ciclo il capitale anticipato deve diventare di più. Perciò la crescita è una condanna alla quale nel capitalismo non ci si può sottrarre. Perciò i riformisti, catastrofisti o moderati che siano, sono costretti a parlare a vanvera, perché l'equilibrio non esiste e il disinvestimento è una stupidaggine, dato che sarebbe anche la morte del capitalismo, cosa che il riformista non vuole affatto.

A tutti costoro rispondono gli economisti da Nobel, quelli che insegnano nelle università e sono consultati dai governi, consci che le loro parcelle dipendono assai dal consigliare ai politici cose semplici e fattibili nell'ambito di ciò che un parlamento può esprimere, cioè, appunto, chiacchiere sulla buona volontà, cioè niente. La crescita, sostengono, è compatibile con le risorse e la limitatezza della Terra, basta lasciar lavorare i mercati e apportare qualche correttivo con l'autorità della legge. Si sa, anche il più liberista fra i liberisti pretende che lo Stato garantisca con la sua autorità il libero mercato contro la tendenza di questo al monopolio. La disputa fra dirigisti e liberisti in fondo non esiste, dato che entrambi vogliono l'intervento dello Stato: la differenza consiste nel grado di ingerenza suggerito e comunque sono tutti zittiti dal quotidiano tran tran dell'economia, dato che la variazione di un punto sui saggi d'interesse da parte della Federal Reserve americana può influire sulle sorti dell'economia mondiale ed è questa che comanda, non certo l'uomo che sembra ad un certo punto prendere la decisione.

E' in un contesto così complesso e insensibile alle sollecitazioni umane che si parla ancora dell'investimento, industriale o finanziario che sia, come se la direzione che prende il Capitale dipendesse dalle decisioni del capitalista, come una volta, quando egli disponeva assai più liberamente del suo profitto e programmava in prima persona le sorti della sua fabbrica. Ma non è più così. I modelli al computer più sofisticati mostrano, come del resto la realtà, che ogni economia basata sul valore perde equilibrio con la crescita quantitativa, ma soprattutto perde sensibilità nei confronti degli interventi regolatori (è entropica, dicono), perciò l'ideologia liberista prende il sopravvento per motivi materiali: non sanno fare altro. L'economia politica attuale, su cui ogni modello non può che essere programmato, privilegia due elementi, capitale e consumo, senza preoccuparsi di ciò che sta prima (uomini, risorse disponibili), ciò che sta in mezzo (produzione) e ciò che sta dopo (ancora uomini, ambiente modificato). Fin dagli albori della società divisa in classi gli uomini non sono stati certo trattati con delicatezza da parte di altri uomini, si è continuato a schiavizzarli e massacrarli in mille modi: ma mai come oggi l'uomo è reso appendice impotente di fronte a una forza che lo sovrasta; ogni attenzione sociale verso la tanto vantata "persona" è vista dall'economia politica come un intoppo macchinoso di fronte alle sublimi altezze cui si libra il Capitale.

Sbaglia chi pensa, leggendo un articolo economico, che i "fondamentali" di cui si parla significhino investimento, produzione, organizzazione, lavoro, energia, intelligenza, benessere (altro idolo ruzzolato), ecc. No, i fondamentali sono l'utile, la produttività (nel senso di tanto utile per pochi operai), la salda capitalizzazione in Borsa, la solvibilità finanziaria (il rating). Così un'azienda che non vale niente rispetto ai vecchi canoni, che non produce un'acca e che risulta perennemente in perdita, come certe società "tecnologiche" odierne, può riscuotere un successo immenso e attirare capitali da tutto il mondo. Questo è l'investimento moderno.

Naturalmente non potrebbe sopravvivere il capitalismo stesso se non vi fosse da qualche parte una produzione organizzata scientificamente in grado di far vendere merci e quindi far realizzare plusvalore con cui placare l'isteria finanziaria. Paradossalmente questo mondo su cui poggia tutto il grande casinò della finanza non è neppure preso in considerazione dai grandi e piccoli possessori di capitali. Essi investono in modo sempre più indiretto e pagano altrettanto indirettamente direttori e tecnici che mandano avanti la baracca, stressati dalla crescente contraddizione fra la richiesta di redditività a brevissimo termine e il ciclo produttivo che aborre per sua natura l'improvvisazione e necessita di piani a medio e lungo termine.

Politici ed economisti sono schiacciati da questo dato di fatto, perciò rinunciano ideologicamente al governo di un sistema economico giunto alla sua massima complessità e giungono periodicamente alla conclusione che è meglio lasciar fare al mercato e alla sua mano nascosta, derivandone teorie. Date le premesse è logico poi che il modello sociale omologato intenda per "benessere" un qualcosa di misurabile con l'unico parametro possibile: il dato quantitativo del capitale accumulato. E se questo è l'unico dato che si può prendere in considerazione, è altrettanto logico che la crescita del capitale debba essere intesa come illimitata, cosa che ovviamente, nel tempo, richiederebbe almeno la possibilità di replicare i pianeti come nella fantascienza più ardita.

In effetti, la conclusione cui giunge l'economia politica è a suo modo logica. Dicono gli economisti: siccome non ne azzecchiamo una e il mercato è il migliore elemento di equilibrio spontaneo, allora lasciamo che sia il mercato stesso, tramite il meccanismo dei prezzi, ad avere il controllo delle risorse esauribili. Se per esempio scarseggiasse la bauxite nel mondo, il suo prezzo salirebbe e gli investimenti nelle miniere di quel minerale e in manufatti di alluminio scenderebbero. La legge del mercato si incaricherebbe così di spostare l'investimento su altre materie prime: le padelle sarebbero costruite sempre più in acciaio, gli aerei in leghe di titanio e le mobil home degli americani in plastica. Quando non si potesse affidare una risorsa alle leggi del mercato, come nel caso dell'aria che respiriamo e che, non avendo costo, viene inquinata liberamente dalle industrie e dai privati, allora interverrebbe lo Stato a stabilirne il "prezzo politico": nel caso dell'aria, per esempio, con un'imposta sull'inquinamento il cui ricavato sarebbe utilizzato in investimenti pubblici o in agevolazioni all'industria per investimenti privati nel campo del disinquinamento. Questo criterio è affrontato dagli economisti mettendo un accento più o meno marcato sulla funzione regolatrice dello Stato, ma statalismo e liberismo non influiscono sul modello generale che è uguale per tutti. Il loro intento, dichiarato in modo esplicito dal capostipite Keynes, è semplicemente quello di evitare antipatici risvolti sociali, come scioperi generalizzati o, non sia mai, rivoluzioni.

Dietro modelli complicati e alte sofisticazioni matematiche vi è quasi sempre pura banalità. Se il problema consistesse tutto nel lasciar fare ai prezzi, ci sarebbe da chiedersi chi "tasserà" lo Stato per evitare sia il buco nella fascia di ozono che i problemi sociali, fenomeni notoriamente non dovuti a "qualcuno" ma all'esistenza dell'umanità così com'è, con le sue capitalistiche abitudini produttive e riproduttive. A dire il vero ogni tanto spunta qualche economista, giovane e non ancora entrato del tutto nell'ordine di idee della conservazione dello stipendio, che, guardando bene quel che il computer gli mostra sullo schermo, si accorge di quanto sia stupida la non-scienza economica: ma presto tutti scompaiono dalla scena, inghiottiti dalla necessità di guadagnarsi la pagnotta.

DOMANI

Le misure rivoluzionarie di transizione elencate da Marx nel Manifesto ci danno un'idea precisa di quanto sia importante il concetto di dinamica: comunismo come realtà che agisce in continuazione, facendo del Capitale il maggior nemico di sé stesso, e della società capitalistica il trampolino di lancio per quella futura.

Al tempo di Marx sarebbe stato considerato rivoluzionario un programma politico che prevedesse un'economia come quella dei paesi più moderni di oggi. Ciò non giustifica affatto l'affermazione secondo cui il marxismo sarebbe "superato", per la semplice ragione che lo stesso Marx analizza le società e lo stato dei rapporti sociali che vi corrispondono in rapporto ai vari gradi di sviluppo storico. Se non bastasse, già in occasione dei moti del 1848 Marx sottolinea la dinamica delle rivoluzioni che tendono sempre a superare sé stesse: la rivoluzione in generale è un moto "in permanenza". Lenin aggiunge che l'economia dell'epoca imperialistica è già economia di transizione.

Seguendo uno a uno i dieci punti elencati da Marx nel Manifesto vediamo, al di là dell'interpretazione letterale, che otto sarebbero oggi da riscrivere. Vediamo, per esempio, che la proprietà fondiaria non ha più il controllo dell'agricoltura, la quale è fuori persino dal normale rapporto produzione-mercato a causa delle politiche agrarie del tutto pilotate dagli Stati moderni; vediamo che in tutti i paesi è in vigore la "forte imposta progressiva"; che il credito è completamente controllato dalla banca di stato che programma la politica monetaria e creditizia; che i trasporti, le comunicazioni e l'energia, privati o pubblici che siano, rientrano nel generale controllo dell'economia, sul quale i privati non influiscono più da un pezzo; che si è moltiplicata la produzione nelle "fabbriche nazionali" (che poi siano direttamente in mano allo Stato o ne ricevano le commesse non ha importanza); che la simbiosi fra l'industria e l'agricoltura è spinta al massimo; che la scuola pubblica gratuita è una realtà cui nessuno più fa caso; che la legge stabilisce il divieto del lavoro minorile, e persino "l'unificazione dell'istruzione con la produzione materiale" è realizzata, sebbene in forme ovviamente del tutto favorevoli al capitalista (corsi specializzati, contratti di formazione, apprendistato, tutoraggio ecc.).

Dei dieci punti del Manifesto, non potevano essere superati dallo stesso capitalismo, per ovvie ragioni, i due che riguardano la proprietà, ovvero l'abolizione del diritto di successione e la confisca delle proprietà degli emigranti e dei ribelli. Si tratta di due misure tipiche, applicabili politicamente nel periodo di transizione, quando ancora sopravvivono forme di proprietà, di denaro e di rivincita delle classi sconfitte destinate ad estinguersi con tutte le classi.

Il programma rivoluzionario immediato possibile per i paesi a capitalismo maturo va ben oltre il programma di Marx. Vere e proprie anticipazioni di comunismo sviluppato potranno essere ottenute semplicemente liberando potenzialità già esistenti nell'ambito del capitalismo stesso, perché l'intero sistema della produzione capitalistica sarebbe già utilizzabile così com'è, con la sua estesa socializzazione, la sua razionalità e la mancanza, al suo interno, delle categorie di valore (il prodotto diventa merce solo quando lascia il ciclo produttivo ed entra nel mercato). I capitalisti sono ormai ovunque una classe inutile, rimpiazzati definitivamente da manager stipendiati, e relegati alla funzione di rentier parassiti. L'economia mondiale, nonostante l'apparente rigurgito liberistico, dai fascismi in poi è ingabbiata irreversibilimente in una rete di controlli statali e interstatali. La forza produttiva sociale raggiunta permetterebbe già oggi di assicurare all'umanità, attraverso l'eliminazione dell'anarchia attuale, una vita veramente umana. E' possibile, in poche parole, un pratico rovesciamento immediato che indirizzi l'energia sociale dalla produzione per la produzione alla produzione per l'uomo.

La prospettiva di una società nuova è un dato di fatto, non c'è bisogno di ipotesi utopistiche su di un futuro lontano e irraggiungibile come una fantasia. La fantascienza dimostra che i parti della mente sono irrimediabilmente al di sotto di una realtà possibile. La nostra mente, prigioniera di categorie di valore legate al modo di essere di una società che sul valore è fondata, non ci permette descrizioni di quella futura se non attraverso la negazione delle categorie presenti. Ciò è già moltissimo e anche la fase di transizione sarà più radicale di quanto si possa immaginare. Essa non è ancora comunismo, ma la possibilità di applicare un programma immediato come quello descritto ne fa un passaggio durante il quale il partito rivoluzionario potrà raccogliere le forze della società intera e indirizzarle verso la demolizione definitiva delle vecchie forme.

La rivoluzione dunque non è un fatto di costruzione ma un fatto di liberazione. Non ci sarà nulla da costruire, e da edificare, come divenne normale dire durante la controrivoluzione staliniana, ma ci sarà da demolire, da togliere, da liberare, in modo da lasciare che le potenzialità finora nascoste della nuova forma possano esprimere tutta la loro vitalità. Saranno l'espansione ulteriore del lavoro sociale e l'eliminazione delle catene poste dal modo di produzione a "costruire" la struttura sociale di domani, e il provvisorio legislatore del provvisorio Stato non dovrà far altro che studiare la dinamica della nuova forma, conoscerne le leggi di sviluppo e assecondarne le finalità.

Le leggi del determinismo distruggono l'antico finalismo mistico, ma sono basate su di una formula inesorabile, la quale ci dimostra che il futuro è inscritto nel percorso necessario per giungervi, allo stesso modo in cui il percorso è stabilito dal futuro possibile. Il fine, quindi, a nostro modo c'è. Di certo ogni sistema complesso - e la società umana è altamente complessa - è molto sensibile alle condizioni iniziali, ma sappiamo che, quando sia stabilito un indirizzo e siano ben conosciute le leggi di sviluppo, proprio la società umana sarà capace di auto-organizzazione in presenza di regole elementari comuni a tutti i suoi elementi. Molto più di quanto lo sia adesso. E' in questo ambito che sarà finalmente operante un vero rovesciamento della prassi, per cui l'uomo non userà più la sua potenza produttiva in modo cieco e, come dice Engels in Dialettica della Natura, le cose previste e progettate aumenteranno sempre più rispetto a quelle che ci capitano anarchicamente tra capo e collo.

La fabbrica moderna non è per nulla un insieme anarchico, è un insieme vivente in cui si integrano organi complessi e interagenti, in cui opera un'intelligenza collettiva negata ai singoli individui. A maggior ragione l'umanità produttiva nel suo insieme è un sistema vivente e, se la vecchia teleologia è morta, le moderne teorie dell'evoluzione, dovute alla biologia molecolare e ad altre discipline, ci dimostrano che il vivente cambia secondo l'unità dialettica di equilibrio e mutazione; per cui in qualche modo il cambiamento repentino è inscritto nel programma che garantisce la stabilità genetica in un certo ambiente. Questo tipo di finalismo materialistico e dialettico (teleonomia) è stato recepito assai grossolanamente dalla scienza attuale, che concede ancora molto all'indeterminismo, ma, nonostante tutto, crescono gli episodi che ci permettono di osservare quanto sia corretta la previsione secondo la quale sono inevitabili continue capitolazioni ideologiche della borghesia di fronte al marxismo. Recenti scoperte ci dimostrano come nei sistemi complessi, compresi quelli viventi, emergano strutture che contengono già gli elementi dello sviluppo futuro (programma) e, soprattutto, come la generalizzazione di questo comportamento permetta di intravedere l'esistenza di leggi soggiacenti. Marx, a differenza degli utopisti, non inventò nulla, rilevò "soltanto" le leggi soggiacenti del più complesso modo di produzione finora esistito.

Quando nel 1952 la Sinistra Comunista disse, come citiamo in apertura, che nel programma rivoluzionario immediato occorre prevedere la diminuzione dell'investimento in beni strumentali rispetto ai beni di consumo, in Europa si era in piena ricostruzione postbellica, quindi ancora sulla strada del "quantitativismo produttivo" che l'America stava già abbandonando e che la Russia doveva ancora percorrere fino in fondo. Oggi la stessa Sinistra riscriverebbe quel programma in termini molto più precisi e tenendo conto che nel frattempo la situazione americana si è estesa a molti altri paesi.

In sostanza il programma immediato della prossima rivoluzione contemplerà compiti facilitati rispetto al passato, per il semplice fatto che la forza produttiva sociale rende superato ovunque il quantitativismo produttivo. Persino gli economisti più beceri ammettono che la miseria spaventosa di certi paesi non dipende dalla mancanza di mezzi tecnici ma dalla mancanza di capitali. Cinquant'anni fa l'abisso fra l'investimento produttivo e la produzione di beni di consumo, tranne che in America, era ancora enorme. Oggi non più: in tutto il mondo l'industria è addirittura sotto-utilizzata e, con altre premesse sociali, sarebbe agevole evitare la produzione concentrata in poche aree e diffonderla razionalmente sul pianeta. Il Capitale, il lavoro salariato, il denaro, la contabilità in valore ecc. non possono scomparire dall'oggi al domani per semplice decreto rivoluzionario, ma gli organismi della rivoluzione potranno facilmente intervenire d'autorità, impedendo per esempio ai capitali di indirizzarsi dove ci sono già altri capitali fortemente concentrati sul territorio. Come si vede, non si tratta di "inventare" misure rivoluzionarie da Guardie Rosse, aberrante fenomeno idealistico, ma di dirigere la forza del capitale alla definitiva autodemolizione. Come hanno dimostrato le rivoluzioni russa e cinese, i decreti sono pezzi di carta se dietro di essi non c'è forza produttiva, sociale e politica a dargli significato pratico.

Forbice fra investimenti e valore totale prodotto. Siccome nello stesso periodo è anche diminuita la forza-lavoro dell'industria, il diagramma dimostra l'aumento della forza produttiva sociale in un paese come l'Italia (migliaia di miliardi di lire correnti, dati Ministero del Tesoro).

L'investimento in impianti e materie prime è già diminuito e sarà sufficiente governare il fenomeno, che è irreversibile. Paesi come l'India e la Cina spaventano gli esperti di trend, di andamenti economici, dato che, qualora raggiungessero con la loro massa di uomini produzioni di tipo occidentale o giapponese, produrrebbero un impatto ambientale distruttivo. Ma questi paesi hanno saltato il lungo percorso dell'accumulazione pesante conosciuto dall'Europa ottocentesca e non si possono fare proiezioni pedestri. La produzione mondiale tende già a diminuire dal punto di vista quantitativo perché nel campo dell'industria pesante la produzione dei paesi in via di sviluppo non sostituirà quella che man mano si estingue in altre parti del globo: l'industria moderna infatti alleggerisce e in certi casi smaterializza gli elementi del settore primario dei mezzi di produzione (maggiore organizzazione, automi, computer, software, comunicazioni, ecc.).

L'ultima crisi di un settore specifico è interessante da questo punto di vista. Nel 1998 la pasta per carta raddoppiò di prezzo, si dice a causa di speculazioni sul previsto aumento dei lettori di giornali in India e Cina, paesi dalla crescita economica e sociale più rapida che altrove in passato. Ma la speculazione si sgonfiò subito. L'enorme consumo occidentale di carta non è tanto dovuto all'aumento dei lettori di giornali quanto all'aumento della produzione di scartoffie negli uffici, tra fax, fotocopiatrici, tabulati per stampanti, ecc.). Mentre in Occidente questo consumo di carta sta diminuendo per via della digitalizzazione dei dati, in Oriente il passaggio verrà saltato. L'informazione via computer e Internet, che in Cina sono mezzi utilizzati collettivamente, è cresciuta più velocemente di quanto sia cresciuta la necessità di archivi cartacei e la diffusione della stampa periodica. In India, paese che sta diventando la patria del software applicativo, il fenomeno è ancora più evidente, mentre nei paesi più poveri Internet è diventato il mezzo di comunicazione più diffuso, scavalcando la stampa e la posta prima ancora che questi mezzi di comunicazione si sviluppassero al livello dei paesi più potenti.

La smaterializzazione già in atto nel campo dei mezzi di produzione e delle merci che essi contribuiscono a fabbricare è il prodotto assai poco consapevole della produttività crescente e della concorrenza. Ma può diventare, nel programma rivoluzionario immediato, una precisa e consapevole strategia di abbassamento degli investimenti, per sollevare l'umanità dalla prassi capitalistica della produzione per la produzione. Quindi un fattore di liberazione dell'umanità dalla necessità del lavoro coatto. Le potenzialità della cibernetica, della robotica, della telematica, delle nuove tecnologie dei materiali, ecc. sono appena esplorate in questa società che bada solo al profitto. In una società che abbia superato questo scoglio storico, l'automazione diventa liberazione dall'assillo del lavoro come pena, in quanto mercificato; l'eliminazione del tempo di lavoro non sarà più dannazione di disoccupato o di supersfruttato ma godimento del tempo di vita finalmente conquistato.

La diminuzione della materia e dell'energia nel ciclo produttivo non va solo riferita al prodotto e ai mezzi che servono per produrlo, ma a tutto il sistema della produzione. All'epoca della rivoluzione industriale, all'apice del macchinismo classico, gli apparati per la produzione di energia e per la sua trasmissione (caldaie, pistoni, alberi, pulegge, cinghie, giunti ecc.) costituivano una massa materiale maggiore di quella delle macchine operatrici; con l'introduzione dell'energia elettrica distribuita a rete ai motori incorporati nella macchina, si eliminarono tutti questi apparati e la produzione ebbe un incremento esplosivo. I computer pionieristici degli anni '50 pesavano diverse tonnellate, ingombravano interi saloni che richiedevano il condizionamento dell'ambiente e consumavano una grande quantità di energia; oggi una capacità infinitamente superiore di elaborazione viene effettuata in un chip di pochi millimetri quadrati che dissipa meno energia di una lampada votiva.

Il processo di smaterializzazione che coinvolge le parti fisiche del sistema produttivo è enormemente accentuato dal parallelo processo di smateralizzazione dell'intero sistema in quanto tale: è un dato di fatto che l'introduzione di informazione nel sistema lo rende "intelligente". Perciò l'organizzazione scientifica della fabbrica, i cosiddetti parametri di qualità totale, la razionalizzazione dei rapporti fra gli elementi produttivi del sistema di fabbriche correlate, sono tutti elementi immateriali con un costo irrisorio rispetto agli impianti di un tempo e contribuiscono a eliminare magazzini, amministrazione, scorte, trasporti, scarti e diseconomie varie.

Tutto ciò è oggi applicato in modo molto superficiale, nonostante il lavoro socializzato abbia conquistato l'intera comunità umana. Di conseguenza, vediamo soltanto delle potenzialità che faticano a realizzarsi e che nella maggior parte dei casi non si realizzano affatto. Prendiamo ad esempio proprio la carta stampata di cui abbiamo parlato. Nei laboratori di ricerca è già stata prodotta una carta sintetica in grado di eliminare completamente il ciclo della carta tradizionale. Si tratta di un polimero simile alla carta tradizionale su cui una speciale stampante imprime un inchiostro le cui particelle sono in grado di reagire alla presenza di elettricità, condotta tramite un circuito anch'esso stampato nel foglio, e si polarizzano sul bianco o sul nero. In questo modo un testo qualsiasi, caricato tramite un piccolo connettore e memorizzato in microchip inseriti per esempio nel dorso o nella copertina, può essere letto in un "libro" dall'apparenza non troppo dissimile rispetto a quelli tradizionali. Con la differenza che nello stesso libro possono essere caricati e scaricati tutti i libri scritti nella storia dell'uomo.

Non ci vuole molta fantasia per capire immediatamente la potenzialità di una simile sistema. Una volta riprodotti tutti i libri del mondo in formato digitale, chiunque potrebbe connettersi ad una fonte qualsiasi e procurarsi un incunabolo del Trecento o l'Ulisse di Joyce, un singolo volantino degli IWW o l'intera Encyclopédie di Diderot e D'Alembert comprese le meravigliose incisioni, un libro di Liala o le opere complete di Einstein e, naturalmente, le opere complete di Marx ed Engels, di Lenin e della Sinistra. In questo modo si eliminerebbero: gli alberi da carta, le cartiere, le tipografie, le case editrici tradizionali, i distributori, le librerie, le biblioteche, i libri personali, gli scaffali su cui sono custoditi, la raccolta e il riciclaggio, i trasporti della materia prima tra un ciclo e l'altro, i mezzi di produzione necessari all'intero ciclo (inchiostri, macchine da stampa ecc.).

L'elenco offre soltanto uno scarno esempio di ciò che le tecnologie sostitutive sono in grado di fare, perché ad ogni passaggio è possibile individuare ulteriori rami collegati, apparentemente non coinvolti, dove quote di produzione verrebbero eliminate. Qualcuno potrebbe sostenere che vi sarebbero nuove produzioni al posto delle vecchie, come quella del libro universale e del software necessario a farlo funzionare, ma l'osservazione è sbagliata: il processo descritto ha implicazioni più profonde rispetto al semplice avvento dell'automazione o a scoperte come la digitalizzazione in supporti come il Cd, con i mille e passa libri che esso può già contenere. Cambia qualcosa di fondamentale quando si passa dall'elencare quantità di oggetti all'analizzare qualità di sistemi.

Gli esempi potrebbero essere molti sia riguardo a specifiche merci (automobili, elettrodomestici e apparati vari di uso "personale") che a interi sistemi (l'immenso apparato informatico usato per gestire la contabilità in valore), e il discorso va senz'altro allargato alla produzione di energia e a tutti i temi cari all'ecologismo piagnone, riformista o d'assalto che sia. Un piano sistematico di disinvestimento consapevole avrebbe come risultato anche una drastica diminuzione della necessità di energia; solo così diventerebbe realistico anche un piano di produzione dell'elettricità in grado di far abbandonare poco per volta le cosiddette fonti non rinnovabili. E' del tutto evidente che un giorno finiranno petrolio, metano, carbone, scisti bituminosi e uranio, e che, molto prima di esaurirsi, la legge della rendita capitalistica ne farà salire i prezzi enormemente; ma captare l'energia del Sole o sfruttare altre forme naturali è semplicemente impossibile finché vige un sistema basato sulla crescita del Capitale. Questo sistema è dissipativo, non nel senso banale delle mani bucate, ma nel senso fisico del termine: esso ha rendimento basso, per muoversi ha bisogno di una quantità d'energia enorme rispetto a quella che restituisce in altra forma.

TESTI CONSIGLIATI

- PC Int., Per l'organica sistemazione dei principii comunisti, Quaderni Internazionalisti.

- PC Int., Vulcano della produzione o palude del mercato?, Quaderni Int.

- PC Int., Scienza economica marxista come programma rivoluzionario, Quaderni Int.

- Bebel A., La donna e il socialismo, Samonà e Savelli.

- Georgescu-Roegen N., Analisi economica e processo economico, Sansoni.

- Georgescu-Roegen N., Energia e miti economici, Bollati Boringhieri.

- Rifkin J., Entropia, Mondadori.

- Club di Roma, I limiti dello sviluppo, Mondadori.

- Meadows H. e L., Randers J., Oltre i limiti dello sviluppo, Mondadori.

- Toffler A., L'eco-spasmo, Sperling & Kupfer.

- Vacca R., Medioevo prossimo venturo, Mondadori.