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Informazione e potere

Relazione al 58° incontro con i lettori, 21.2.2015

(Prima di questo articolo è bene leggere l'Editoriale-Raccordo)

 

"Ci avviciniamo a uno stadio di sviluppo della produzione nel quale la esistenza [delle classi] non solo ha cessato di essere una necessità ma diventa un ostacolo effettivo alla produzione. Perciò esse cadranno così ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadrà ineluttabilmente lo Stato. La società, che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, relega l'intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all'ascia di bronzo" (Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, 1884).

"La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini organizzate e delle opinioni delle masse è un elemento importante in una società democratica. Coloro che manipolano questo meccanismo nascosto della società costituiscono un governo invisibile che ha il vero potere di governare nel nostro paese. Veniamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti influenzati, le nostre idee suggerite per la maggior parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare". Edward Bernays, Propaganda, 1923.

 

IERI

Dalle società di produzione e distribuzione a quelle di classe

Prima che si formassero società umane strutturate a un livello appena superiore a quello della famiglia allargata, l'informazione era limitata alla trasmissione individuale (uno a uno) o al massimo entro il gruppo chiuso (uno a pochi). Depositari della memoria e delle capacità collettive erano gli anziani, come dimostrano le sopravvivenze di società antiche. Nonostante il successivo aumento della forza produttiva, e di conseguenza della complessità sociale, questa struttura non subisce modifiche importanti. La conoscenza continua ad essere trasmessa secondo lo schema precedente, con la differenza che alla trasmissione verbale ora si accompagna un sistema di segni grafici. Pensiamo alle grotte dipinte del paleolitico: accanto alla memoria degli anziani, ora c'è un qualcosa di impersonale che tramanda nel tempo significati invarianti fruibili da non importa quale numero di individui e in tempi lunghissimi, non direttamente legati alla durata individuale della vita. Si tratta di una grande rivoluzione, perché con un numero limitato di segni è ora possibile "insegnare" qualcosa alle generazioni presenti e future. Ciò è dimostrato dal fatto che, pur essendo andato perso il significato, è possibile individuare una struttura che si ripete, fenomeno che è spiegabile soltanto con un canone condiviso, consolidato e rispettato nel tempo.

Questo antichissimo schema si è conservato invariante attraverso i millenni fino ad oggi: dal punto di vista dell'informazione le pitture delle caverne non sono diverse dal sistema televisivo moderno. In entrambi i casi c'è una fonte che trasmette un messaggio e una quantità indeterminata di individui che lo ricevono (uno a molti). La superiorità della trasmissione paleolitica in confronto a quella di epoche più recenti e specie la nostra, monopolizzata dalla televisione, è testimoniata dai reperti e da ulteriori segni, questa volta spontanei, che oggi sappiamo leggere con sufficiente precisione: la presenza delle pitture comportava una qualche attività umana collegata, cioè gli uomini che lì si recavano per svolgerla interagivano con esse. Nell'epoca della televisione, invece, il rapporto con l'immagine è a senso unico, l'interazione è pari a zero.

La successiva "rivoluzione neolitica", come giustamente viene chiamata, fu più dirompente ancora, e per trovare un'analogia dobbiamo rivolgerci al futuro invece che al passato, dobbiamo cioè proiettare le sprecate potenzialità odierne in una società che le liberi e, utilizzandole, sappia conoscere sé stessa al punto di progettare la propria esistenza in armonia con la biosfera. Tale rivoluzione non ha solamente comportato un'esplosione quantitativa e qualitativa della produzione agricola, con la materiale possibilità di portare alle massime conseguenze il comunismo originario fino a farlo trasformare nelle forme proto-statali. Il tardo neolitico è stato il periodo di massima realizzazione di quello che sarà il "Conosci te stesso" scolpito sul tempio di Delfi e riferito all'intera società. All'apice della forma sociale comunistica originaria, l'uomo aveva imparato a entrare in armonia con la natura, non come parte integrante ma inconsapevole, bensì come parte integrante consapevole, in grado di restituirle tutto ciò che veniva prelevato. Quella umanità pur non facendo, ovviamente, un calcolo "ecologico" lo rispecchiava con il proprio funzionamento interno, perché aveva bisogno di sapere esattamente, cioè quantificare, ciò che produceva trasformando la natura e ciò che distribuiva ai propri membri come ritorno alla natura stessa. Aveva bisogno di maneggiare in modo formale l'informazione di cui disponeva, anzi, di inventare un modo formale per ricavare la massima informazione su sé stessa in modo da adoperarla per sé stessa. Aveva bisogno di informazione come autoconoscenza formalizzata.

Un simile livello di consapevolezza e di controllo del rapporto uomo-natura non era mai stato raggiunto, e non sarà mai più raggiunto da alcuna società successiva, fino al capitalismo compreso. Il meccanismo "informatico" che permise un così grande risultato è di una semplicità disarmante. Alla base vi sono tre passaggi: 1) la produzione; 2) l'ammasso; 3) la distribuzione. Tutti e tre i passaggi sono controllati da rappresentanti della comunità attraverso la raccolta e l'utilizzo di dati. Ma è quello centrale, l'ammasso in grandi magazzini comuni, che ci offre il materiale per una verifica inequivocabile del grado di consapevolezza raggiunto dalla società al massimo livello del comunismo originario. Di questo schema sociale c'è traccia archeologica dall'VIII al II millennio a.C., e la sua uniformità nonostante i luoghi e i tempi diversissimi ci dimostra che funzionava benissimo; tra l'altro permettendo alla grafica "contabile" di trasformarsi lentamente in scrittura, e perciò permettendo a noi di capire meglio il meccanismo sociale. Va da sé che c'è un problema di interpretazione dei dati. Ad esempio, siccome sono state trovate abitazioni con annesso magazzino famigliare, alcuni archeologi sostengono che venisse portato all'ammasso esclusivamente il surplus di ogni unità produttiva. Altri sostengono, sulla base delle dimensioni dei magazzini comuni, che tutto il prodotto venisse portato all'ammasso centrale e che successivamente fosse distribuito ai magazzini periferici. Tesi, quest'ultima, a nostro avviso, suffragata, oltre che da prove archeologiche, dal fatto che lo stesso modello è sopravvissuto fino alla fine del II millennio, quando ve n'è testimonianza nei documenti scritti. Del resto solo una mentalità borghese può escogitare quella specie di modello egoistico para-colcosiano che vede la famiglia sovrastare la comunità nove o dieci millenni fa. A Mohenjo-Daro, nella Valle dell'Indo, fra le altre testimonianze di una struttura urbana di tipo comunistico (III millennio a.C.), vi è un enorme granaio che non può essere spiegato solo con l'ammasso di un surplus rispetto al consumo privato, e non esistono granai domestici. Un modulo analogo si ripresenta in Egitto, nella Creta minoica e in Anatolia nel periodo ittita.

Società massimamente informate

Dunque il magazzino centrale come cuore della comunità, tanto che è quasi sempre abbinato al tempio e al "palazzo", altre due rappresentazioni dell'essere sociale. Il magazzino registrava le derrate in entrata, le suddivideva secondo criteri dati, contrassegnava i lotti così ottenuti e infine distribuiva i beni secondo liste convenute. Tutti i movimenti materiali di quantità perfettamente conosciute erano contabilizzati secondo un sistema di cretule (impasti di argilla fresca su cui veniva impresso un segno di riconoscimento). In entrata la cretula veniva apposta, timbrata e lasciata indurire; in uscita veniva spezzata, tolta e conservata in archivio come memoria del movimento. Su liste di epoca tarda, quando esisteva già la scrittura, sono annotati movimenti dei beni più diversi, dalle materie prime ai manufatti, dalle derrate alimentari al bestiame, dalle armi alle imbarcazioni. Questa forma sociale subirà una duplice sorte: da una parte verrà spazzata via dalla forma successiva, che perfezionerà il modello centrale e si farà stato al servizio della classe dominante in formazione; dall'altra si stabilizzerà nella cosiddetta forma asiatica, una forma di transizione congelata a volte per millenni, non più comunistica e non ancora proprietaria e classista.

Ma soffermiamoci un momento sulla forma comunistica originaria giunta al suo massimo livello. Essa ci dice per prima cosa che è possibile una società comunistica ben strutturata secondo un "canone" consolidato nei millenni (dunque per niente "primitiva") e che ha tale caratteristica in virtù della massima informazione che riesce a ricavare per conoscere perfettamente sé stessa. Ciò le permette non solo di armonizzare il triplice nucleo produzione-ammasso-distribuzione, ma di prevedere un accantonamento da utilizzare in caso di perturbazione del sistema (carestie, pestilenze, guerre, ecc.). Abbiamo le prove di questo modo di funzionare fino a molto tardi rispetto alla forma comunistica originaria, limitata a piccole popolazioni e a territori che potevano sostenere poche centinaia di individui. Rispetto alla forma appena descritta, le grandi forme sociali omeostatiche ad amministrazione centrale, che ne sono lo sviluppo naturale, ereditano tutte le potenzialità del sistema comunistico antico, le sviluppano adattandole a dimensioni incomparabilmente più vaste, e trasformano i flussi di informazione in entrata e uscita da fenomeno spontaneo a fenomeno regolato da protocolli. Anche a un livello così avanzato non interviene ancora la proprietà privata, quindi non possono esistere classi collegate ad essa. Le stratificazioni dovute alla divisione tecnica del lavoro si configurano già come elementi di un proto-stato, ma l'antica forma resiste alla dissoluzione di cui questi elementi sono portatori. Le dimensioni sono importanti, perché il flusso delle informazioni adesso non può più funzionare in modo organico spontaneamente, occorrono dei solidi canali atti a veicolare informazione dai nodi della rete produttivo-distributiva ad un centro amministrativo. Il quale a sua volta dev'essere in grado di gestire e utilizzare l'informazione ricevuta e trasmettere disposizioni a tutta la rete. A questo stadio di sviluppo, la forma sociale corrisponde per la prima volta a un organismo "cibernetico", non più biologico ma completamente artificiale, regolato da "sensori" che polarizzano (informano) il sistema in modo che rimanga stabile (l'esempio più banale è quello del termostato). Funzionarono secondo questo modello le antiche civiltà che precedettero, nella scala delle forme, quelle dell'antichità classica, sintetizzate nel mondo greco-romano.

Nella forma di transizione tra il comunismo originario e la società classica sono inquadrabili, ad esempio, l'antico Egitto, la Mesopotamia, la Valle dell'Indo, l'antica Cina, il mondo incaico. Come si può intuire, le dimensioni di queste forme sociali erano tali da richiedere ingenti mezzi materiali per mantenere in funzione un conseguente apparato amministrativo e anche un esercito, ormai necessariamente orientato non solo contro un nemico esterno ma contro eventuali forze interne in grado di minacciare l'unità territoriale e politica raggiunta. Di qui in poi è storia delle società di classe.

Società minimamente dissipative

Teniamo sempre presente che non stiamo dedicandoci a questi argomenti solo per amore di conoscenza e della storia ma perché lavoriamo in accordo con un principio semplice quanto fondamentale, contenuto nei Grundrisse e nei testi della Sinistra Comunista: non si può capire la transizione dal capitalismo alla futura società comunista se non si studia e capisce la transizione dalla società comunista antica alle società di classe. E quanto andiamo studiando ci insegna che le società organizzate, precedenti a quelle classiste, precedenti quindi alla comparsa della schiavitù e di ogni sfruttamento di uomini su uomini, accumulavano una straordinaria quantità di energia e l'applicavano alla modifica dell'ambiente (edifici monumentali, infrastrutture, produzione materiale) senza spezzarne l'equilibrio. Per noi sarebbe impossibile renderci conto della grandezza di certe realizzazioni ottenute con tecnologie primordiali se non sapessimo che esse furono il frutto di una grande organizzazione, vale a dire di una grande quantità di informazione.

Dunque, per gettare le basi di un discorso su "informazione e potere", da adesso alla prima fase della società futura, è necessario individuare il punto di svolta, cioè la rivoluzione in senso lato (non quindi semplicemente la rivolta, l'insurrezione o simili) nelle rispettive epoche. E siccome è un lavoro che abbiamo già fatto, ci limitiamo a ricordarlo: la prima grande transizione è l'organizzazione cosciente, da parte della nostra specie, della propria esistenza e riproduzione attraverso una struttura sociale "sistemica", cioè fatta di parti che entrano in relazione tra loro in base a una autoconoscenza. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, che si compie quando per la prima volta – in modo generalizzato e non episodico – i dati del passato servono al presente per progettare il futuro (rovesciamento della prassi). Questa struttura sopravvive vive fino alla soglia della transizione alle società di classe. La sua fase più alta è quella che, come abbiamo indicato, adopera i caratteri potenziati al massimo dal comunismo originario come trampolino di lancio per la forma successiva. È la fase in cui troviamo la massima efficienza nel rapporto uomo-natura: siccome l'informazione non è né materia né energia, tale efficienza si spiega col fatto che un sistema informato sfugge almeno in parte al secondo principio della termodinamica, cioè diminuisce la dissipazione invece di aumentarla (entropia trasformata in neg-entropia). In questo stadio si verifica un'armonia fra gli elementi del sistema e l'ambiente che lo informa e alimenta. Non solo il sistema assume, adopera e diffonde informazione, ma va a cercarla presso un ambiente allargato se essa non si rende disponibile spontaneamente. Un facile esempio è la rete dei "nilometri", strutture che misuravano i parametri della piena del Nilo dalle quali l'amministrazione delle "province" dell'Egitto deduceva con precisione l'entità del raccolto successivo. La triade produzione, ammasso, distribuzione, si arricchisce di un quarto elemento: un sensore d'ambiente che permette di conoscere la produzione futura. In Egitto la situazione particolare del Nilo, la regolarità delle sue piene, la possibilità di avere dati perfettamente comparabili, rendeva quasi automatica la rilevazione; ma altrove, ad esempio in Cina, l'automatismo veniva sostituito dall'equivalente rilevazione tramite incaricati esperti, con lo stesso risultato finale.

Le modalità per ottenere dati utili a un'amministrazione centralizzata rimasero per molto tempo confinate nell'ambito della rilevazione di tipo "economico"; ma non appena si sviluppò un embrione di stato, accanto alla rilevazione di dati quantitativi sulla produzione ecc. iniziò l'opera di raccolta di informazioni sul comportamento della popolazione o delle forze di altre nazioni. Il "conosci te stesso" fu esteso anche agli "altri", diventò insomma un fatto politico. Questa specie di intelligence ante litteram si sviluppò molto in fretta e se ne trova traccia nei testi pervenutici attraverso la prospezione archeologica. Giunti alle soglie dello stato, Egizi, Ittiti, Assiro-babilonesi, Micenei si tenevano d'occhio a vicenda e controllavano la propria popolazione. Il passaggio dall'ordine comunistico a quello classista fu contrassegnato da un grande sviluppo della raccolta, utilizzo e diffusione di informazione. Lo stato si fece le ossa dopo che la società ebbe inventato la proto-polizia e il proto-spionaggio, non come istituti oppressivi ma come strumenti necessari allo sviluppo dell'informazione in scenari di complessità crescente. L'informazione su larga scala divenne imprescindibile, come recita oggi la presentazione del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica sulla home page del proprio sito:

"L’intelligence è lo strumento di cui lo Stato si serve per raccogliere, custodire e diffondere ai soggetti interessati, siano essi pubblici o privati, le informazioni rilevanti per la tutela della sicurezza delle Istituzioni, dei cittadini e delle imprese. L’intelligence svolge, pertanto, un ruolo fondamentale e imprescindibile per il quale si serve di professionalità provenienti da ambienti diversi che agiscono secondo peculiari procedure volte a salvaguardare la riservatezza degli operatori e delle loro attività".

Intelligence ancor prima dell'ordine statale

Gli antichi ordinamenti sociali, giunti al grado di sviluppo che comportò la nascita delle città, ebbero fame di informazione. Prima che qualcuno si autonominasse ufficialmente "Occhi e orecchie del Re", cioè spione, la società aveva già espresso sistemi di raccolta ed elaborazione dati semplicemente per esistere. La fondazione di una città, il tracciato di una strada, la scoperta di una miniera, la costruzione di un acquedotto o l'individuazione di una falda, richiedevano gruppi organizzati di uomini che, in una divisione tecnica del lavoro non più elementare, si dedicassero a ricerche, sopralluoghi, rilievi, rapporti, progetti e coordinamento. L'intelligence propriamente detta, lo spionaggio, non serviva quando la guerra avveniva in campo limitato fra tribù che contavano poche decine di elementi. A quello stadio c'era ben poco da sapere gli uni sugli altri per aver bisogno di strutture atte alla raccolta delle informazioni. Quando invece la società si sviluppa e ha già prodotto al suo interno tali strutture, ecco che esse possono diventare, con un minimo di adattamento, funzionali ad altri compiti.

E lo diventano a velocità sorprendente, visto che tutta l'antichità ne è pervasa in poco tempo. Il processo che porta le strutture "civili" a diventare un tutt'uno con quelle militari è per noi piuttosto interessante. Se la trasformazione del sistema di raccolta ed elaborazione delle informazioni è assai veloce, l'antica società oppone una strenua resistenza alla modifica in senso istituzionale, cioè statale. Lo stesso stato fatica ad affermarsi contro una società ben organizzata che non ha alcun bisogno di darsi uno strumento di dominazione di classe. E in molti casi scoppiano rivolte in difesa dell'antica armonia. Bisogna arrivare alla prima metà del I millennio a.C. per vedere nascere presso gli Assiri la prima struttura statale dedicata esclusivamente all'informazione intesa come intelligence, con relativa introduzione dei testi cifrati, dei sistemi di trasmissione ottica, del terrore di stato come propaganda. I Persiani erediteranno questo sistema, poi esteso all'immenso territorio che Alessandro accorpò esasperando la necessità di controllo.

Roma repubblicana non ebbe, per alcuni secoli, apparati informativi di particolare rilievo. Naturalmente aveva perfezionato al massimo il sistema pubblico di rilevazione, costruzione e manutenzione; tuttavia ancora al tempo di Giulio Cesare non aveva molta simpatia per lo spionaggio. Con Augusto le cose cambiarono, ma nel senso particolare che vedremo a parte. Un vasto e potente sistema di intelligence fu invece sviluppato sotto Diocleziano, nell'epoca in cui l'Impero incominciava ad essere seriamente minacciato dalla pressione di popolazioni barbare al di là di troppo vasti confini e l'informazione diventava addirittura vitale.

La Repubblica di Venezia e l'Impero Ottomano, suo avversario speculare, perfezionarono il sistema informativo rapportando i compiti antichi del "conosci te stesso" alla nuova realtà mercantile. Soprattutto Venezia escogitò un sistema capillare inedito nelle società altamente organizzate: invece di demandare unicamente a corpi speciali dello stato la raccolta delle informazioni trasformò ogni singolo cittadino veneziano in agente speciale sul campo. Ogni abitante della Repubblica, nessuno escluso per classe o altro, aveva l'obbligo di comunicare alle autorità veneziane tutto ciò di cui veniva a conoscenza, in patria e soprattutto all'estero, che potesse riguardare gli interessi della comunità, cioè della oligarchia mercantile. Fu l'ultimo residuo di condizioni antiche al servizio dell'allora modernissimo capitale. Dopo di che il testimone passò all'Inghilterra di Elisabetta la Grande, sotto il regno della quale nacque il primo vero, moderno, completo sistema di informazione, controinformazione e disinformazione specializzato gestito dallo stato.

Il linguaggio, l'informazione e il mezzo

Se confrontiamo i mezzi, gli scopi e i risultati di ieri e di oggi con quelli che possiamo prevedere per domani, ci accorgiamo subito di un'enorme differenza, un salto che solo una rivoluzione può compiere. Internet non è una semplice evoluzione del telefono e della televisione, è qualcosa di più. E, come abbiamo visto, i mezzi escogitati dagli uomini influiscono poi sugli uomini stessi obbligandoli ad adeguarsi agli sviluppi, previsti o meno. Era già successo con le macchine in generale, e con la loro trasformazione in sistema di macchine, fino alla fabbrica automatizzata. Ma con le reti siamo entrati in un'altra dimensione.

L'attuale trattamento delle informazioni con strumenti elettronici è del tutto inedito sia per la potenza di elaborazione che per la possibilità di mettere in relazione le informazioni stesse tramite reti. Non siamo più "semplicemente" di fronte al sistema di macchine in quanto "automa generale" preso in esame da Marx (cervello sociale). Il sistema meccanico era ed è fattore di comunismo attraverso lo storico aumento della composizione organica del capitale e quindi la caduta tendenziale del saggio di profitto. Vale a dire che era ed è parte del movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Il sistema elettronico invece è già intrinsecamente comunista. Mentre ad esempio nel sistema meccanico la sfera comunista era all'interno della fabbrica in quanto l'operaio parziale non produceva merci, nel sistema elettronico sono ormai milioni le persone che erogano decine di milioni di ore-lavoro producendo non-merci fuori dalla fabbrica. Il sistema elettronico non è più come quello meccanico che rappresentava la base necessaria per il comunismo: è già un "saggio di comunismo" in questa società. Non è più in ballo solo una "causa finale" come quella che, voluta e progettata, informa il nostro comportamento nella sua realizzazione: direttamente, indipendentemente dalla volontà degli uomini, il modo di fare informazione, cercarla e distribuirla ci precipita già nel mondo del non-valore.

Abbiamo visto che in tutte le società, per poco che siano sviluppate, c'è bisogno vitale di informazione. E di conseguenza, non appena si stabilizza questo bisogno, ecco emergere più bisogno ancora. Non appena l'ominazione lo consente, si sviluppa il linguaggio. È inevitabile: l'uomo è un essere neotenico, troppo debole per sopravvivere in ambiente ostile e quindi obbligato a compensare con il corpo sociale ciò che manca a quello individuale. Per organizzare collettivamente una difesa o una caccia l'informazione è fondamentale, occorrono richiami, segni, comportamenti codificati. Sono state fatte molte ricerche sul comportamento dell'uomo in quanto essere sociale che, per sopperire alla sua mancanza di zanne, artigli, corna, forza o velocità deve usare l'intelligenza e l'azione collettiva. L'anarchico Kropotkin ha parlato di mutualità, lo scrittore London di collaborazione, l'entomologo Wilson ha evidenziato, all'interno della teoria darwiniana dell'evoluzione, la "selezione multilivello", non solo data dal fattore biologico:

"Oggi è fondamentale sapere che la competizione dell'individuo per accaparrarsi risorse e per accoppiarsi è importante quanto l'interesse verso il proprio gruppo. All'interno di un gruppo spesso gli individui egoisti hanno la meglio. Ma in una competizione tra gruppi, le organizzazioni basate sulla cooperazione prevalgono sulle collettività composte da individui egoisti. E questo vale sia per gli insetti che per gli umani".

In tutti questi casi, e se ne potrebbero citare decine, l'informazione è un elemento vitale. L'uomo incomincia molto presto a progettare la propria esistenza evidenziando di fatto, come disse Marx, la differenza che c'è tra l'ape e l'architetto. Questa differenza è data dalla qualità dell'informazione che gli individui sociali si trasmettono realizzando i canali specifici di trasmissione (uno a molti) e di ricezione (molti a uno) di cui abbiamo già parlato. Nel corso dell'ominazione l'attività produttiva e il linguaggio co-evolvono, e la quantità di informazione scambiata aumenta in modo esponenziale. Ci siamo già occupati più volte dell'importante lavoro di Engels sulla trasformazione dell'ominide in essere umano. Sulla base di quella traccia, abbiamo esteso la ricerca verso recenti studi sulla strumentazione preistorica, con speciale attenzione alla funzione di "strumenti" litici che non presentano segni di uso. Alcuni paleontologi ne deducono che nella relazione mano-cervello-linguaggio essi servissero a sviluppare le aree del cervello dedicate, appunto, al linguaggio (deduzione poi provata tramite la ricostruzione al computer dei crani con le impronte di queste aree). Se sono corrette sia l'interpretazione di Engels che la verifica recente, è chiaro che, parlando di evoluzione, dobbiamo presupporre che essa valga anche per le modalità di trasmissione e ricezione delle informazioni. Infatti la metamorfosi dei segni, verbali, gestuali o grafici, è particolarmente evidente in quella che chiamiamo "arte" del paleolitico, dove raffigurazioni naturalistiche e segni grafici astratti si sovrappongono. Questi segni, insieme con quelli rinvenuti invece su piccoli manufatti, in genere di osso o di corno, dimostrano che servivano a trasmettere informazioni diverse da quelle comunicate a voce. Già le figure naturalistiche di animali erano certamente leggibili solo con interpretazione, ma a maggior ragione i segni astratti dovevano essere "letti" secondo un codice che rappresentava una compressione di ciò che era trasmissibile col parlato.

"È certo che, per esprimersi nella cultura materiale e tramandarsi di generazione in generazione, simili sistemi richiedono l'acquisizione preliminare di un linguaggio orale articolato. Il linguaggio infatti è il solo sistema di comunicazione che possieda intrinsecamente un metalinguaggio in grado di permettere la creazione e la trasmissione di codici grafici simbolici. Ma una volta creati, questi sistemi, anche nel caso mantengano una relazione molto stretta con la lingua, rispondono a regole proprie che è fondamentale comprendere".

Una società senza memoria è morta

Comprendere tali regole è fondamentale per noi che cerchiamo di decifrare quei "sistemi di notazione", ma anche per chi quei sistemi adoperava, "scrivendo" e "leggendo", dato che per scrivere una notazione compressa si utilizza un codice che dev'essere conosciuto anche da chi legge. Da questo punto di vista ogni sistema di notazione condiviso è scrittura. E ogni scrittura è memoria artificiale che può essere letta da chiunque abbia la chiave interpretativa. Ma ciò che più ci interessa è il fatto che la scrittura/lettura incomincia a vivere con regole proprie che si staccano da quelle del linguaggio parlato pur rappresentandolo. Questo processo di autonomizzazione è in fondo quello che permette di elevare l'uomo al di sopra della trasmissione orale, che è uno a uno, e giungere al linguaggio grafico, che è uno a qualsiasi numero. Il passaggio è caratterizzato da un'evoluzione importante: in un primo tempo i segni incisi, in particolare le tacche intervallate a gruppi sistematici come una specie di codice a barre, sono leggibili sia al tatto che alla vista; in seguito i segni si fanno più sottili e numerosi, perciò leggibili solo attraverso la vista. A quel punto la memoria depositata su materia ha compiuto il suo percorso evolutivo. Ora basta poco per passare alla scrittura propriamente detta.

Mentre nel caso delle raffigurazioni "pubbliche" sulle pareti di roccia dei ripari o delle caverne troviamo una certa analogia con la segnaletica, stradale o di altro genere, cioè il segnale uno a molti che indica una prescrizione (permesso, proibito, obbligatorio), con i sistemi di notazione "portatili" e completamente astratti, come una matematica ancestrale, abbiamo con ragionevole certezza un sistema informativo gestito da pochi individui in un embrione di specializzazione. Anche se si tratta ancora di divisione tecnica e non sociale del lavoro, nella società paleolitica si sviluppa un settore dedicato specificamente all'informazione, e questa diventa alimento vitale sempre più complesso finalizzato alla conoscenza. Volutamente evitiamo il più possibile di definire "primitivi" questi elementi dell'antichissima attività sociale. I segni variamente intervallati e orientati possono contenere molta più informazione di quanto possiamo immaginare dall'alto delle nostre attuali forme di comunicazione. La società tardo-comunistica degli Incas, ad esempio, non conosceva la scrittura ma era mirabilmente organizzata sulla base di informazioni memorizzate dai quipu, fasce da portare alla cintola cui erano appese cordicelle variamente colorate e annodate. Il colore, la posizione e il tipo di nodo formavano una specie di matrice binaria da cui ricavare informazione per confronto con una realtà data. Per i conteggi c'erano nodi che rappresentavano i numeri da 1 a 9, più lo zero che era assenza di nodo (per i calcoli si utilizzavano più spesso pallottolieri su tavolette a formelle). Vi sono diverse teorie sul funzionamento della notazione incaica, in alcuni casi assai divergenti fra loro, ma è certo che questa memoria/scrittura aveva la stessa funzione delle tavolette mesopotamiche. Ogni quipu infatti era monouso: veniva bagnato, seccato al sole, colorato e impregnato di sostanze collanti. Svolta la sua funzione, veniva distrutto o più spesso archiviato.

Il mondo incaico si estendeva dall'attuale Quito in Ecuador a Santiago in Cile (oggi 5.200 km di autostrada), era fittamente connesso da 30.000 km di strade che permettevano una veloce comunicazione tramite staffette di corrieri allenati alla corsa (chasqui). Gli Incas non conoscevano il cavallo e non usavano la ruota pur conoscendola, ma i corrieri riuscivano a tenere informata la rete degli amministratori e il centro spostandosi a una velocità media di 150 km al giorno, 24 ore su 24. Ogni corriere percorreva di corsa mediamente 20 km lasciando poi a quello successivo la sacca con i quipu. Gli invasori spagnoli capirono immediatamente l'importanza del sistema di informazione e comunicazione incaico per la sopravvivenza di quella società e lo proibirono distruggendo tutti gli archivi. Venti milioni di esseri umani si ritrovarono immediatamente senza memoria storica, fatto che probabilmente ebbe effetto più delle terribili armi e malattie.

In una società a uno stadio ancora organico (e a maggior ragione in una società comunistica sviluppata), l'entità sociale che raccoglie, memorizza e distribuisce informazione ha un ruolo analogo a quello del genoma, depositario dell'informazione per tutta la specie. In una società divisa in classi, specie nella più potente e micidiale di tutte, il capitalismo, l'entità unica o plurima che maneggia l'informazione lo fa per una sola classe all'interno della specie, e ciò in natura non si era mai verificato. Occorre ritornare, con i mezzi e le conoscenze nel frattempo accumulate, al sistema organico originario, eliminando la mostruosità di un corpo sociale che consegna il proprio codice genetico in proprietà a una sola classe; la quale tra l'altro rappresenta solo una piccola parte rispetto al tutto.

Con il raggiungimento dello stadio supremo del capitalismo, la formulazione "l'ideologia dominante è quella della classe dominante" diventa "l'ideologia dominante è quella che permette al Capitale di sopravvivere a sé stesso". La specie umana in queste condizioni è un accessorio, così come divenne accessoria una popolazione di venti milioni di esseri umani privati della loro ragione di esistere.

Società, conosci te stessa

Il salto nella società nuova comporterà la comparsa di una nuova entità depositaria del codice genetico (o memoria, informazione, ecc.). Essa non potrà essere semplicemente l'evoluzione di una entità esistente ma ne sarà la totale metamorfosi. Non sarà lo stato, che andrà verso l'auto-estinzione; non sarà il partito politico della rivoluzione, che non avrà più ragione di essere in mancanza del partito borghese da combattere (partito = parte di un tutto che si contrappone all'altra parte); non sarà un qualche organo intermedio tipo consiglio o sindacato, dato che verranno meno gli estremi di cui essere l'elemento intermedio. Sarà, invece di tutto questo, una entità nuova che prenderà il posto del partito politico per manifestarsi, con l'insieme di tutta la società, come altro, cioè come pieno rappresentante della specie. E ovviamente lo potrà fare perché già nella società morente sarà stato altro. Questo percorso non è affatto scontato in ambito "marxista". Il linguaggio che oggi adoperiamo è ancora contaminato da termini il cui significato è logoro a causa di una controrivoluzione che dura da decenni. Inutile stare a ripetere che cosa si deve veramente intendere per comunismo, partito, organico, rivoluzione, ecc., facciamo uno sforzo per rifiutare definizioni luogocomunistiche. Si capisce facilmente che c'è differenza fra la società comunista e qualunque altra forma sociale, ma normalmente si capisce assai meno che la differenza maggiore non consiste nella socializzazione dei mezzi di produzione e simili, ma nel riprendere il cammino, là dove era stato interrotto dalle società di classe, per accumulare l'energia necessaria al salto nel comunismo sviluppato. Abbiamo visto che la società comunista originaria giunta al suo massimo di efficienza era in equilibrio ottimale in rapporto al grado di sviluppo e al ricambio metabolico con l'ambiente; e che, per quanto riguarda l'informazione e la comunicazione, aveva già prodotto tutti gli elementi che verranno ereditati e potenziati dalle società successive. Ora dobbiamo vedere come queste società hanno elaborato informazione e comunicazione innalzandole (inconsapevolmente) al livello della società comunista sviluppata.

Con la scrittura, l'organizzazione e l'utilizzo della memoria e dell'informazione diventano così potenti da influire sulla società intera, plasmandola. La notazione quantitativa inerente alla produzione e distribuzione comporta immediatamente la necessità del calcolo, e la scrittura diventa altro, diventa matematica, la quale, a sua volta induce sempre più alti livelli di astrazione, come dimostrano le tavolette mesopotamiche e gli ostraca egiziani che riportano calcoli complessi. Un altro aspetto della capacità di astrazione è il linguaggio filosofico, originariamente non disgiunto dal resto della conoscenza e comprendente il mito, fino alla nascita della religione. Quando si giunge a questo punto, il linguaggio, con tutto ciò che esso veicola, si è già profondamente reso autonomo, vive di vita propria. E siccome a questo punto esistono le classi, il linguaggio, la conoscenza, l'informazione e la comunicazione diventano la gabbia entro cui l'ideologia dominante rinchiude la società. La quale ora non potrà che credere fermamente di vivere in un mondo che non muterà mai, che al massimo potrà essere migliorato. Fino ovviamente alla successiva rottura rivoluzionaria e all'avvento di un'altra società di classe.

Mentre la società comunistica originaria utilizzava la propria auto-conoscenza per mettersi in equilibrio con la natura, o meglio, nella natura, le società di classe utilizzano una conoscenza estraniata per evitare l'equilibrio e crescere quantitativamente a spese della natura. Perciò il loro bilancio termodinamico è tanto negativo da portarle al collasso dopo aver raggiunto un apice di sviluppo. Come utilizzano tutta l'energia per crescere, così utilizzano tutta l'informazione per difendersi tecnologicamente e politicamente dalla minaccia di collasso. Ovviamente individuano il nemico nelle classi sfruttate, dato che esse si ribellano alle condizioni in cui si trovano. Ed è quindi naturale che tutta l'informazione sia indirizzata a consolidare l'ideologia dell'eternità delle classi e dello sfruttamento.

La società comunistica originaria non aveva bisogno di mistificazioni e non poteva neppure immaginare di darsi un sistema informativo apposito per consolidare sé stessa. Essa era stabile ed equilibrata e per questo era senza difese contro la nascente società classista. Essa non si estinse affatto, fu spazzata via da un'ondata espropriatrice di violenza inaudita, e dove ciò non successe si trasformò nella forma omeostatica senza proprietà privata ma con divisione sociale del lavoro e proto-stato (forma cosiddetta asiatica e sue varianti).

Tutto ciò non fu "voluto" da nessuno, anche se ovviamente ad un certo punto incominciarono a presentarsi sulla scena gli interessi economici e politici delle classi ora possidenti. In tale processo evolutivo Marx individua due elementi che rappresentano la bomba a orologeria che ha fatto saltare tutte le società esistite finora e farà saltare a maggior ragione quella capitalistica: lo sviluppo della forza produttiva sociale e la crescita quantitativa. La prima non ha limiti teorici; la seconda è per sua natura esponenziale e quindi necessariamente limitata nel tempo. Quando la crescita quantitativa si inceppa, frena lo sviluppo della forza produttiva sociale e tutta la sovrastruttura politica partecipa al freno. A quel punto d'incrocio fra le due curve la rivoluzione esplode facendo saltare tutta la società. Mentre il processo materiale può essere seguito con i criteri della scienza, il processo politico deve essere affrontato tenendo conto che non si può fare scienza sulla base di ciò che una società dice di sé stessa. Questo dice il passo, tanto famoso quanto poco digerito nella sua straordinaria semplicità e potenza euristica, che leggiamo nella Prefazione a Per la critica dell'economia politica.

Alcune osservazioni: 1) il processo evolutivo materiale, qualitativo, della forza produttiva sociale è comune a tutte le società, da quella comunistica originaria a quella comunistica futura; 2) il processo evolutivo politico e ideologico, che non dobbiamo lasciar interferire con l'analisi scientifica, ha molto a che fare con l'informazione e la comunicazione; 3) se l'ideologia dominante è il risultato del processo materiale di produzione e riproduzione capitalistico, il risultato del modo di produzione comunistico comporterà un rivoluzionamento del campo della conoscenza e dell'informazione.

La società comunistica antica conosceva sé stessa ma non aveva difese contro l'emergere del suo nemico mortale; quella moderna ha a disposizione millenni di esperienza terrificante. In rapporto alla potenza produttiva, il capitalismo è la forma sociale meno capace di autoregolarsi e di progettare il proprio futuro ma, paradossalmente, è quella che ha accumulato più risorse potenziali per poterlo fare. In effetti è solo con il maturare del capitalismo che si sono preparati i mezzi definitivi per passare dal regno darwiniano della necessità a quello superiore della libertà. Che vuol dire passare dalle catene causali incontrollate della natura agli schemi previsti e attuati.

Dall'informazione alla legge: il retroterra dello stato

L'informazione emessa da un gruppo umano ha influenza su altri gruppi; il contatto fra gruppi con codici linguistici diversi può produrre un accorpamento o, al contrario, una più profonda divisione. È naturale che piccoli gruppi non abbiano alcun bisogno di darsi uno stato. Sia secondo il mito che secondo la storia suffragata da prove archeologiche, quest'ultimo è il frutto di aggregazioni intorno a un polo di attrazione, che ad un certo punto si sviluppa in senso urbano. Tuttavia lo sviluppo urbano è condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo dello stato. Non sono mai esistiti stati senza città, mentre invece sono esistite fiorentissime società urbane senza stato.

Il ruolo del linguaggio e dell'informazione è ovviamente determinante per lo sviluppo di entità "nazionali": una nazione dev'essere perlomeno caratterizzata da una stessa lingua e da regole di vita non troppo dissimili, in modo da poter fare riferimento a un "codice" condiviso. Nel corso della formazione nazionale, gruppi umani eterogenei, spinti da interessi elementari, vengono in contatto secondo modalità diverse che producono esiti diversi:

1) in presenza di codici incompatibili, cioè non compresi dai membri dei gruppi, si scatenano fattori distruttivi, e una aggregazione può avvenire solo tramite una guerra con relativa eliminazione o assimilazione degli sconfitti;

2) in presenza di codici simili, quindi compatibili, cioè compresi dai membri dei gruppi, si manifestano fenomeni di accrescimento graduale fino a un limite regolato da processi omeostatici;

3) in presenza di codici diversi, compatibili, cioè compresi, diventa possibile un accrescimento sincretico, per cui le differenze vanno a colmare dei vuoti (osmosi sociale) e le conoscenze si sommano producendo un aumento di potenza economica e militare.

Per quanto sia difficile tracciare schemi rigorosi riguardo ai fatti sociali, annotiamo che, grosso modo, i tre punti possono essere assimilati ad altrettanti esempi storici: 1) l'Orda mongola; 2) l'antico Egitto; 3) l'Impero romano. Scegliamo di proposito tre esempi assolutamente inconfondibili per rendere l'idea di quanto l'informazione emessa da una forma sociale sia intimamente connessa con la sua struttura; anche senza saper nulla delle tre civiltà, chiunque ha sicuramente registrato il messaggio che emanano senza alcuna possibilità di confusione: steppe, cavalli, galoppate; finissima civiltà fluviale; possente impero totale. Con quali leggi fossero retti i rispettivi sistemi è quasi deducibile dall'estetica che emanano: forte carattere tribale il primo, stabilità millenaria il secondo, stato di diritto il terzo. Naturalmente i tre processi di formazione nazionale non furono affatto così lineari ma assai più tribolati, ognuno con notevole sovrapposizione di caratteri, ma è facile capire che i fattori evolutivi più promettenti fin dall'inizio furono quelli che diedero luogo al terzo. Il sincretismo romano, la capacità di assorbire tutto dai popoli vicini, assimilati o sottomessi, in cambio della romanità fece la potenza dell'Impero. È nota la parabola sulla potenza gratuita dell'informazione:

"Se due uomini si scambiano euro con dollari, la somma totale non cambia. Se invece si scambiano un'informazione la somma totale raddoppia".

Da dove scaturisce il raddoppio? Dal fatto che nello scambio l'informazione di ognuno non viene alienata. La conoscenza accresce la conoscenza, e ciò ha risvolti materiali nelle tecnologie, nei metodi, nell'organizzazione. Fra tanti codici diversi, riuniti sotto un unico principio unificatore, occorre un codice di traduzione. Il linguaggio si complica, l'informazione incomincia ad avere bisogno dei suoi specialisti. Nelle società antiche, compresa quella greca ed esclusa Roma, non esisteva un corpo di leggi , un Codice di riferimento, quindi gli enti coordinatori non possedevano una "magistratura", e il giudizio su eventuali misfatti era variabile caso per caso. Anche il diritto medioevale era basato su raccolte di consuetudini. In una società complessa e vasta come quella di Roma il codice traduttore unificante diventò invece la legge scritta, e questo tipo di informazione, ereditata, memorizzata, trasmessa e utilizzata in modo esemplare e pragmatico, diventò essenziale per la vita dello stato.

Con Roma si compiva un lungo percorso. Gli organismi centrali di ogni forma sociale ebbero sempre l'esigenza di far conoscere le regole per il buon funzionamento dell'insieme più o meno complesso. Su questo sistema nervoso delle società si fondò poco per volta il potere delle classi diventate tali e poi dominanti. L'evoluzione dello stato a partire dai suoi embrioni avvenne di pari passo con quella della scrittura, dell'informazione e della comunicazione. Il primo eclatante documento di questo percorso è il Codice di Hammurabi. La sua importanza non consiste nel fatto che elenca minuziosamente 282 leggi – elenchi del genere esistevano anche precedentemente – bensì nell'aver raccolto in un unico codice, non solo prescrizioni generiche, scritte come promemoria per chi doveva comminare premi e castighi, ma vere e proprie leggi "dettate dagli dei" per mantenere l'ordine in terra, valide in quanto tali e invarianti su tutto il territorio controllato dallo stato. E, cosa più importante di tutte, pubblicate su stele di durissimo basalto, prodotte in serie e sistemate nelle piazze di tutte le città dell'impero. Siamo intorno al 1800 a.C., e il fatto che in data così antica un centro debba informare tutta la periferia sulle regole di convivenza di una società è un vero e proprio paradigma rispetto al tema che stiamo sviluppando. Il re-sacerdote non si limita a elencare prescrizioni da tenere nel cassetto ad uso e consumo di chi è preposto a dirimere questioni, ma rivolgendosi a tutta la popolazione in rappresentanza di un "centro", incarna un potere pubblico fondato sull'informazione. Certo, le armi dell'esercito aiutano, il principio di autorità statale si impone prima ancora che esista lo stato vero e proprio. La popolazione non sa leggere, ma non importa, il principio è stabilito, il rappresentante del re in loco leggerà per tutti e uniformerà il proprio comportamento al codice. Tutta la catena di governo acquisirà poco per volta consapevolezza di essere classe dominante e la popolazione per converso sarà ancor più consapevole di essere classe subordinata.

Abbiamo già scritto altrove che le grandi rivolte nel mondo antico, prima della comparsa dello stato, scoppiarono per impedire appunto allo stato di affermarsi. Ovviamente le popolazioni non potevano insorgere contro una istituzione che non esisteva ancora, ma ovunque vi fossero i sintomi di rottura rispetto al passato comunistico, cenni di cambiamento rispetto alle antiche armonie, vi furono episodi di guerra sociale. Intorno al XIII secolo a.C. un'ondata distruttrice si abbatté sulle rive del Mediterraneo e nel Medio Oriente. La vecchia teoria secondo cui l'invasione dei Dori avrebbe avuto effetti domino sulle civiltà dell'area è caduta definitivamente. La ricerca archeologica ha mostrato che i centri del potere di allora risultano quasi tutti distrutti violentemente, quasi sempre per incendio. Fra tutte le ipotesi avanzate dagli archeologi e dagli storici per spiegare la crisi che fece collassare e in certi casi scomparire le fiorenti civiltà dell'Egeo (Pilo, Micene, Knosso), dell'Anatolia (Hattusa), di Siria (Ugarit), Cipro, Mesopotamia, Egitto, quella dell'incendio sociale è la più coerente con una concezione rivoluzionaria delle transizioni: l'incendio è l'arma tipica delle rivolte.

Ipercomunicazione e damnatio memoriæ

Se molta informazione strutturata è prodotta dal consolidamento delle società, dalla loro organizzazione e centralizzazione, ancora di più ne produce una rivoluzione sociale, o comunque un cambiamento che sconvolga l'ordine esistente al punto di renderlo irriconoscibile. Sappiamo che i motori delle rivoluzioni producono i loro attori, i quali si muovono secondo un copione con uno stile determinato. Questo schema lo troviamo mirabilmente riprodotto in un grande sconvolgimento sociale che interessò l'Egitto durante il Medio Regno.

Quattro secoli dopo Hammurabi, un altro sovrano si apprestò a introdurre novità sostanziali nella società. Questo fatto scatenò una delle battaglie dell'informazione più estese di tutta la storia umana. Un evento che probabilmente si concluse con una guerra civile. La storia non è perfettamente conosciuta per il motivo che fu scientemente cancellata, ma dai reperti archeologici, compresi i resti delle distruzioni, è possibile sintetizzare una cronologia degli eventi. Tutto ebbe inizio con una specie di "rivoluzione dall'alto". Per "rivoluzione" intendiamo, in ambito pre-classsico, difesa delle persistenze di comunismo originario, ritorno all'armonia antica, quella esistente prima che qualche fatto "progressivo" tendesse a distruggerla. Infatti, prima dell'avvento delle società classiste non era pensabile una rivoluzione che avesse il fine di cambiare le cose del presente per ottenere una situazione migliore nel futuro; anzi, ogni episodio in tal senso veniva in genere rigettato dalla società. Le rivolte dell'antichità pre-classica erano dunque tutte "reazionarie". Bisogna fare bene attenzione con i termini: Marx afferma chiaramente che anche le rivoluzioni moderne esplodono perché gli uomini rischiano di perdere ciò che hanno conquistato, ma aggiunge che è proprio per questo che sono costretti ad abbattere la vecchia società e a liberarne una nuova. Al contrario, gli uomini delle antichissime civiltà senza classi lottavano proprio per non lasciare affermare il "nuovo", avversavano ogni sintomo di movimento verso la formazione di stratificazioni sociali, si battevano per la conservazione dell'organicità di tipo comunistico. La suddetta rivoluzione dall'alto aveva d'altronde precedenti antichissimi, ad esempio la grave crisi sociale che segnò il passaggio dall'Antico regno al primo Regno intermedio nel XXII secolo a.C. Ma vi sono anche esempi di rivoluzioni dal basso, come a Ebla, in Siria, quando un "re" eletto con scadenza di mandato fece il tentativo di trasformare la sua carica in potere dinastico.

Intorno al 1350 a.C., il faraone Amenofi IV si fece interprete di un vasto e radicale movimento contrario al predominio del Tempio di Amon a Tebe. La versione corrente attribuisce al clero di Amon un potere temporale che oscurava quello del faraone, tanto che si sarebbe venuta a creare una situazione di doppio potere concernente anche le "proprietà" del tempio e della "corona". Si tratta di una versione concorrenziale sfacciatamente filtrata attraverso le categorie sociali moderne, ma pur con qualche remora l'adottiamo dato che quelle basate sull'odierna mistica religiosa monoteista sono peggio ancora. Occorre come al solito basarsi sui fatti ricavati dai reperti archeologici. Amenofi IV intraprese effettivamente una campagna di ristrutturazione, non solo dell'immenso Tempio del "dio" Amon a Tebe, ma di tutti i templi, distruggendo statue, cartigli e cicli geroglifici ad esso dedicati e sostituendo tutto ciò con nuove opere dedicate al "dio" Sole, Aton (la parola "dio", nether per gli Egizi, è tra virgolette perché non indica propriamente una divinità come le intendiamo oggi). I caratteri della vecchia divinità solare furono però potenziati e utilizzati per un culto unico universale. Il faraone cambiò il proprio nome in Akenaton (soddisfazione di Aton) e dette inizio a grandi progetti. Non sappiamo quali forze egli rappresentasse realmente, ma certo una parte della popolazione doveva essere coinvolta, dato che risultò cambiata la società come mai era avvenuto. Di fatto per diversi anni furono demolite vecchie strutture e con il materiale di ricavo se ne costruirono di nuove, compresa una grande città-capitale, Aketaton (Orizzonte di Aton). Furono sconvolti non solo i rapporti sociali, ma anche il linguaggio, l'estetica figurativa, la "politica estera", il protocollo ufficiale, il culto dei morti, l'organizzazione militare, ecc. Per una quindicina di anni fu messa in moto una macchina demolitrice di vecchia informazione e realizzatrice di nuova. La sovrastruttura risultava sconquassata fin dalle radici ma non fu minimamente modificato il modo di produzione. Ciò è perlomeno strano perché le rivoluzioni invece portano proprio a questo.

Il culto del Sole esisteva da tempi immemorabili, e quindi Akenaton non impose una religione nuova. La cancellazione delle altre divinità dai templi fu un fatto politico, perché in pratica esse furono eliminate solo dalle manifestazioni e dai monumenti ufficiali; mentre, nonostante le disposizioni, sopravvissero benissimo nella pratica quotidiana fungendo, come fin dalla preistoria, da tramite fra l'uomo e la natura.

Alla morte del faraone, tutto ritornò come prima seguendo il procedimento inverso: ciò che era stato distrutto fu ricostruito e ciò che era stato costruito fu distrutto. Non ci si limitò a scalpellare le immagini e i testi ma tutto fu raso al suolo, compresa la nuova capitale. Montagne di blocchi di pietra già squadrata furono prelevate per i nuovi cantieri. La restaurazione fu guidata da un capo militare, Horemeb, che non proveniva dalla dinastia. Forse anche "restaurazione" non è il termine appropriato, perché quella di Akenaton in realtà non fu una "rivoluzione". Come abbiamo visto, il culto solare era già praticato da secoli. Durante la V dinastia, mille anni prima di Akenaton furono edificati numerosi templi (uno ogni dieci anni) dedicati a questo culto. Il tempio solare antico, tra l'altro, poteva essere dedicato anche a diversi "dei" oltre che al Sole, e Akenaton non aveva probabilmente rotto del tutto con la tradizione. Quindi è verosimile che si siano verificate due "restaurazioni" di tipo diverso entro lo stesso sistema: un ritorno ad Aton e un ritorno ad Amon. Perché? E se si fosse trattato di un ciclo completo di rivolte per impedire l'avvento di un potere statale tramite la casta sacerdotale? Scrive Horemeb in una stele:

"Quando venni incoronato re, i templi degli dei e delle dee, da Elefantina alle paludi del Delta erano in stato di abbandono. I loro sacrari erano in rovina ed erano diventati campi di erbacce. I loro templi era come se non fossero mai esistiti e i loro cortili erano come strade di terra battuta. L'Egitto era nel disordine e gli dei trascuravano questo paese... Allora la mia maestà prese consiglio dal suo cuore, cercando ogni possibilità favorevole… costruendo di nuovo i templi come monumenti eterni… E gli dei e le dee di questo paese hanno il cuore in giubilo… L'esaltazione regna perché è avvenuto qualcosa di bello".

Il nuovo faraone, con la cancellazione dell'eretico dalla storia, si era appropriato anche del suo tempo di regno, ma non aveva cancellato del tutto i riferimenti ad Aton, che compare nella formula propiziatoria della stele. Lo stesso farà Ramesse I, suo successore, iniziatore della XIX dinastia:

"Toro possente che appare in regalità come Aton, che consolida la Maat attraverso le Due Terre, il dio perfetto figlio di Amon, nato da Mut signora del cielo, per essere dominatore di tutto ciò che Aton il sole circonda… Lo educò suo padre Aton mentre era un giovinetto nell'agire con cuore amorevole rinnovando i monumenti che erano in rovina".

Che ne è della grande restaurazione se il potente capostipite dei ramessidi è sì figlio di Amon, ma in sembianze regali di Aton consolida la Maat, cioè l'ordine armonico universale? Non bisogna prendere alla lettera le autoglorificazioni sacre dei faraoni, ma qui si parla di restaurazione dell'ordine antico sotto il segno di Aton. Amon rimane il protettore, ma viene ripreso dalle epoche più antiche il culto solare di Ra. Non è qui il caso di approfondire. Ramesse I regnò solo un anno ma preparò la strada per un cambiamento profondo: i ceti "sacri", sacerdoti e gerarchie di corte, perdettero potere a favore dell'amministrazione e dell'esercito. Le pur deboli prefigurazioni dello stato che avevano messo in pericolo l'armonia dell'antica Maat, cacciate dalla porta rientravano dalla finestra. In Egitto non si affermerà mai uno stato, nemmeno con i greci tolemaici, ma certo il tentativo stroncato dalla doppia restaurazione preparò il terreno a uno dei più grandi propagandisti di tutti i tempi, un maestro di manipolazione del consenso, Ramesse II, meno tramite cosmico, più esecutore paterno della Maat.

I due cicli di cancellazione e ricostituzione della memoria produssero, nel giro di pochi anni, una super-attività edilizia notevole persino per una civiltà super-edificatrice come l'antico Egitto. In questo periodo, per la prima, e forse unica, volta nella storia, tutta una società fu chiamata a cambiare un sofisticato e consolidato sistema di trattamento dell'informazione riguardo alla propria memoria storica. Per giungere a livelli analoghi occorre arrivare molto più vicino a noi, alla democrazia parlamentare moderna, allo stalinismo e al nazismo; anche se il paragone è improprio, dato che sotto il capitalismo il dato qualitativo della mistificazione ha peso specifico incomparabile rispetto a quello quantitativo dell'informazione. E già che abbiamo fatto cenno alla quantità e qualità dell'informazione, terminiamo questa ricognizione egiziana con un dato curioso. Le prime dinastie scrivevano poco. Il primo faraone, Narmer (XXXII secolo a.C.), ci ha lasciato pochi rilievi su tavolette da offerta; durante la III dinastia (XXVII sec.) nelle tombe dei dignitari compaiono raffigurazioni eleganti ma ancora sobrie. La IV dinastia (XXVI sec.) era ancor meno propensa alla decorazione e alla scrittura monumentale: le sue grandi piramidi e il tempio della sfinge sono completamente privi di segni grafici. Man mano si procede nel tempo, la comunicazione extra-economica, cioè non utilitaristica ma "politica" si intensifica, e ad esempio le tombe tebane (dal XIII sec.), specchio sotterraneo del mondo dei vivi, presentano cicli dipinti per migliaia di metri quadrati, dove sono raffigurate le gesta e la divinazzazione del morto, insomma, propaganda. Il parossismo si raggiunge con l'ultima fase della civiltà del Nilo, quella tolemaica (dal IV sec.), durante la quale ogni tempio viene ricoperto su ogni sua minima struttura da rilievi, dipinti, decorazioni, incisioni. Più una società invecchia, più ha bisogno di comunicazione. Incontrando difficoltà di riproduzione fisica, riproduce sé stessa come ideologia, e scrive, scrive…

L'informazione dalla contabilità alla letteratura

Nelle diverse aree, quasi contemporaneamente, accanto alle scritture esclusivamente contabili compaiono i primi segni di letteratura, come la trascrizione delle cosmologie, dei miti e delle gesta dei sovrani. Più tardi il testo diventa racconto di storie che si sviluppano nel tempo, come l'epopea di Gilgamesh in Mesopotamia, le avventure di Sinhue in Egitto, la Bibbia in Palestina, ecc. L'informazione passa da quella originale, utilitaristica, riguardante quantità fisiche di prodotti e il loro uso, a quella "sociale", con la celebrazione di valori quali l'eroismo, il coraggio, la forza, l'intelligenza, ma anche con la rappresentazione della sfortuna, della meschinità, della miseria, e della morte; e soprattutto compaiono comportamenti inadeguati ai canoni stabiliti a quel certo grado di sviluppo, tali da fornire il pretesto per precetti. Introducendo lo scorrere del tempo, quindi un senso storico, i poemi, le tragedie, le raccolte di conoscenze (filosofia) diventano allo stesso tempo memorie di comportamenti passati in quanto insegnamento e prescrizione per quelli futuri. L'informazione diventa "educativa", cioè incomincia ad essere un mezzo per "mettere in forma" il membro della società, nel senso di integrare l'individuo entro un canone prestabilito. Ciò è perfettamente adeguato alla nascente società di classe, ed è perciò che da quel momento la società non potrà più fare a meno di quegli strumenti che oggi chiamiamo propagandistici e che nella loro funzione profonda servono a omologare l'individuo entro una data società. È un qualcosa di completamente diverso rispetto alla "segnaletica" antica, alla compressione del messaggio al fine di permettere, proibire od orientare. Con il predominio della forma antico-classica greca e poi romana, in Europa e intorno al Mediterraneo democrazie, oligarchie, tirannidi e sovrastrutture varie accantonano di fatto i miti di fondazione e le motivazioni epiche, e le sostituiscono con costruzioni di massima razionalità rispetto alla giustificazione dell'esistente. L'insegnamento storico non viene cancellato, anzi, viene accademicamente esaltato ma mummificato in un corpo di frasi fatte. Del resto la sovrastruttura ormai si contrappone al funzionamento reale della società. Mentre quest'ultima si sviluppa, la sua sovrastruttura invece arranca fino a diventare un freno. Nella società "frenata" ognuno avverte che i due livelli non hanno più niente a che fare l'uno con l'altro, che la menzogna è il modo di essere della democrazia (piove, governo ladro); perciò l'informazione comunicata è la stessa del paradosso di Epimenide: "Tutti i cretesi sono mentitori. Io sono cretese". La mistificazione è massima con la democrazia, ed è la ragione per cui quest'ultima risulta storicamente vincente, diventando il migliore involucro per il dominio del Capitale. È ovvio che stabilire a maggioranza quale frazione della borghesia debba governare lo sfruttamento del proletariato equivale a stabilirlo con altri mezzi, dittature, oligarchie, tecnocrazie, ecc.; di fatto tutti governano nel nome del demos.

Democrazia o no, dall'esperienza greca a quella romana, prima in forma di repubblica poi di impero, l'essenza dell'informazione sta nel suo essere "orientata". Sui muri di Pompei sono ancora evidenti le scritte elettorali dei candidati alle magistrature o le denunce dei loro avversari; il linguaggio è assai simile a quello odierno, ed è analogo il mostrare pubblicamente pregi o difetti degli aspiranti alla gestione del potere. In ogni caso la propaganda non è solo funzionale al sistema, che sia l'impero oppure il capitalismo decrepito, fa parte della sua struttura. La lotta di classe a volte si manifesta come lotta all'interno di una stessa classe, e questo era l'aspetto predominante nella sofisticata politica dell'impero; ma il risultato sociale più eclatante raggiunto dalla politica romana di dominio fu la mancanza di lotta plebea, il raggiungimento di una unità sociale tramite la manipolazione totale delle masse urbane. Ovviamente grandi rivolte di schiavi (Euno, Spartaco) erano provocate da condizioni di classe, ma esse si risolvevano nel tentativo di conquista immediata della libertà, in nessun modo erano orientate al cambiamento sociale. Difatti, repressa la rivolta e sterminati i rivoltosi, tutto tornava come prima.

La Pax romana era un obiettivo da raggiungere non solo fra i difensori del limes e i potenziali attaccanti, ma anche fra le componenti sociali interne, esclusa quella degli schiavi, che anzi aumentò di numero e vide peggiorare la propria condizione. Fu Ottaviano che alla fine della guerra civile riuscì ad imporla con una politica di riforme sostenuta con grande determinazione, e soprattutto con grande attenzione alla visibilità personale del princeps civitatis, proclamato Augusto a garanzia della stabilità sociale. La celebre trasformazione della "città di mattoni in città di marmo" fu pianificata con l'architetto e urbanista Marco Vipsanio Agrippa in funzione della ricaduta d'immagine dovuta alla monumentalità e alla fruibilità pubblica delle opere. Tutte le arti furono incoraggiate tramite il coinvolgimento dell'intellettualità, opera cui si dedicò con grande impegno Gaio Cilnio Mecenate, che promosse una specie di unificazione culturale intorno alla rivisitazione dei miti di fondazione di Roma. Sia Augusto che Mecenate, ma anche molti collaboratori, parteciparono di tasca propria a questo grande progetto di stabilizzazione, e tutto sommato di ri-sacralizzazione dell'Urbe, che marciava in parallelo con la divinizzazione dell'imperatore.

Come si vede, siamo di fronte a un qualcosa di completamente diverso rispetto alle rozze manifestazioni elettorali dove il messaggio, vero o falso che fosse, era diretto ed esplicito. E la differenza non era data neppure dall'incomparabile distanza che separava un magistrato locale dalla persona dell'Augusto imperatore. La differenza effettiva era nella costruzione artificiale di una realtà dalla quale far scaturire l'informazione. Mentre con Giulio Cesare abbiamo ancora una realtà che, pur evidenziata con trionfi militari e strumenti letterari, è quella imposta dai destini collettivi cui il geniale condottiero partecipa, con Ottaviano Augusto la realtà viene rovesciata. Ora è l'imperatore che progetta i destini dell'Urbe, tanto da commissionare a Virgilio (tramite Mecenate) una genealogia mitica di Roma (e di sé stesso) in funzione del potere presente e della deificazione in cantiere. Persino i progetti di riforma agraria (Augusto si rendeva conto che per mantenere forte Roma bisognava alimentarla con terre vicine e difendibili, cioè italiche) furono sostenuti con le Georgiche di Virgilio. È una nuova forma di comunicazione quella con cui Roma si presenta ai Romani, come se lo splendore "pubblico" delle civiltà pre-classiche fosse ripreso in chiave statale con in più una incomparabile capacità comunicativa dovuta al linguaggio letterario e artistico. Poesia, teatro, terme, arene, fori, templi, statue, ovviamente legioni, tutto partecipa a diffondere una romanità spettacolare che canonizza sé stessa. E, tanto per essere sicuro di passare alla storia in coerenza con l'immagine che s'era creato in vita, Augusto scrive le Res gestæ divi Augusti, glorificando sé stesso in due lingue, adattando la traduzione in latino per compiacere l'Occidente dell'Impero e in greco per l'Oriente, mentendo spudoratamente sui fatti, anticipando così la propaganda dei secoli successivi. Bisogna dire che sovrani egizi, mesopotamici, ittiti, avevano già adottato l'autoglorificazione "storica", ma in epigrafi non paragonabili al sistema introdotto da Augusto.

Tutto ciò non va interpretato come prevaricazione dell'individuo bieco e potente al fine di incarnare personalmente il massimo potere e oltretutto arricchirsi assai. La storia va avanti cercando e trovando i propri interpreti: ma in questo caso, per la prima volta, avviene che l'intera struttura di un mondo sia indirizzata a propagandare quel mondo stesso ai fini della propria conservazione. Non era riuscito il tentativo di Alessandro il macedone, riusciva ora ad Augusto sulla base di premesse favorevoli. L'impero ellenistico durò una manciata di anni, quello romano più di mille (duemila se contiamo anche la parte bizantina). All'apice, cioè con Augusto, il mantenimento della potenza incrinata dalla guerra civile fu garantito da un salto di qualità riverberato da tutta la sovrastruttura. Essa si diede una specie di "standard di qualità" con il metodo più sicuro per averlo con le "prestazioni" volute: pagandolo. Allargando il giro di interessi affinché si radicasse. Mecenate, ricco, raffinato, già patrocinatore dell'arte per conto suo, migliore amico personale di Augusto, fu lo strumento adatto per creare l'ambiente. Duemila anni dopo, i percorsi atti a generare consenso, ormai assolutamente rodati e affidabili, prenderanno un altro nome.

Ingegneria del consenso

Edward Bernays lavorava per la frazione democratica della borghesia al fine di consolidarne il potere. Altri come lui hanno fatto lo stesso mestiere, credendo in qualche caso che lo si potesse fare dalla parte della classe operaia. Mentre la borghesia ha prodotto teorie pragmatiche del comportamento della popolazione sotto l'influsso della propaganda, i partiti della classe operaia hanno prodotto ideologie senza alcuna corrispondenza empirica con il comportamento delle "masse". Il termine "ingegneria" (engineering) non esisteva in italiano se non come "lavoro dell'ingegnere", mentre oggi è entrato nel linguaggio comune come disciplina estesa che si occupa dei principii scientifici per progettare o migliorare macchine, sistemi o processi o tutte queste cose insieme; oppure come metodologia applicata per la costruzione di questi elementi; oppure come conoscenza per prevederne il comportamento in particolari condizioni operative; tutto in rapporto ai risvolti economici, di sicurezza, affidabilità, ecc.

Ora, dall'Impero romano in poi, i metodi per l'utilizzo esteso e razionale della propaganda per indirizzare il consenso sono conosciuti, perfezionati dal mondo universalistico della Chiesa e adottati mediante trasformazione dalla rivoluzione illuminista. Che bisogno c'era di tirare in ballo un discorso tecnico come quello dell'ingegneria? La cosa non è banale, se non altro perché fa emergere la solita constatazione: la borghesia, classe incapace di progettare la propria società, corre a sancire con sue teorie ciò che nella realtà è già avvenuto a sua insaputa; a una sua grande capacità di progetto dedicato alle merci, corrisponde una capacità quasi nulla di controllo sul proprio sistema economico. Al di là di ciò, è invece interessante notare come le teorie siano influenzate dalla produzione materiale. L'ingegneria, fra le discipline inerenti alla produzione, è quella che più corrisponde alla formazione o all'applicazione pragmatica della conoscenza tecnico-scientifica. È veramente curioso che essa si proietti in campo sociologico, quasi a sottolineare la pervasività della produzione in rapporto alla vita quotidiana. Quando il linguaggio non era ancora soggetto alla mistificazione del politically correct, i vari Bernays, Le Bon, Tarde, Lippman, trattavano questi temi con naturalezza, come se si trattasse di oggetti inseriti in un ciclo di produzione, usando uno stile diretto che oggi fa rabbrividire. Una efficacissima descrizione della democrazia fascista.

Dicevamo dunque che all'epoca di Augusto si sapeva già benissimo come manipolare il sistema dell'informazione per mezzo di realizzazioni ad hoc, atte a veicolare una "Idea di Roma". La compenetrazione fra il potere costituito, i suoi rappresentanti e l'immagine è già perfetta e l'armamentario comunicativo pronto, solo da copiare, come in effetti è successo. Il bisogno di "ingegnerizzare il consenso" scaturisce quindi più dal modo di essere della società, che dal bisogno di tradurre i fatti in un linguaggio accessorio della "politica" da parte di "qualcuno". È l'esigenza sociale che fa emergere chiunque sia disposto a mettersi al suo servizio, fosse pure un imperatore. È sbagliato, in tutte le epoche, immaginare che qualche demone carlyliano si metta a tavolino per progettare l'inganno delle masse. Quando "il qualcuno" è chiamato per fare lo sporco lavoro, è perché si tratta di sancire qualcosa che è già successo, si tratta solo di assecondare, ordinare, razionalizzare.

Sotto Augusto la ricchezza personale plasma più che mai la società, l'informazione diventa bisogno sociale legato alla ricchezza. Non è un complotto di qualcuno contro qualcun altro: è la società che si esprime con il bisogno di "mettere in forma" le classi subalterne, anche perché c'è confusione sotto il cielo. Spesso gli schiavi liberati dal loro padrone, i liberti, si arricchiscono sfruttando la loro condizione intermedia che li libera da vincoli ancestrali. Il classico cittadino romano delle classi alte, proprietario terriero e capo della familia allargata che non disdegna di maneggiare l'aratro, vede corrodere la propria posizione quasi sacrale a favore del ricco produttore in monocoltura, il quale invece è tartassato dal banchiere e magari rovinato dalla concorrenza internazionale. Questo proto-capitalismo, che non ha alcuna speranza di emergere senza una rivoluzione, fragile in ogni suo risvolto sociale, ha necessità assoluta di darsi un ordine per stabilizzarsi; e un Augusto non è il problema, bensì la soluzione, almeno per trecento anni.

Ora dovrebbe essere del tutto chiara la nostra concezione di "ideologia dominante" come espressione della classe dominante. Le virtù personali repubblicane sono sostituite dalle virtù dello stato, e questo a sua volta è incarnato dall'imperatore che deve escogitare qualcosa per amplificare la potenza della legge. E cosa c'è di meglio che trasformarsi in dio e chiedere all'intellettualità romana di scodellare una genealogia divina? Presto fatto: su ordinazione ecco Ascanio/Iulo, figlio di Enea, fondatore di Alba Longa, capostipite della gens Iulia, ascendente di Romolo e di Augusto. Zero realtà, tutto mito e poesia, ma intanto la pax romana fiorisce, ideologica e ben armata, sprizzante informazione positiva. Il cittadino romano diventa rappresentante della Nazione, i cittadini delle province gli sono equiparati e i caratteri che "informano" l'Impero moltiplicano i clientes, condizione sociale che, da rapporto cittadino-patrono diventa gruppo-patrono conservando gli obblighi reciproci (intere comunità diventarono clientes dei generali che le avevano conquistate e ne seguirono le sorti, anche militari). L'estraneo, quello che per i Greci era il "barbaro", è ora il "nemico", una entità che comporta una elementare informazione binaria: vivo fuori dal limes, morto se si azzarda ad entrare (la situazione cambierà con il basso impero, quando ci sarà bisogno di barbari per combattere altri barbari).

Con Bisanzio la "forma" trascenderà verso lo stato militare e poliziesco, il cui esercito era in grado di uccidere con leggerezza migliaia di cittadini insubordinati. Celebre è una operazione di polizia per i tumulti scoppiati dopo una gara di carri al circo, nel 532. Il presidio cittadino non riusciva a domare la rivolta e quindi fu chiamato il generale Bellisario con l'esercito. La rivolta fu repressa ma, secondo Procopio, al prezzo di 30.000 morti. Incominciava a profilarsi uno stato veramente moderno.

L'informazione totale e la sua comunicazione

Quando con Costantino il cristianesimo vincente fu elevato a religione di stato, la tradizione romana di tolleranza e sincretismo religioso incominciò a spegnersi sotto l'incalzare del nuovo modo di fare informazione. Anche la Roma imperiale pagana pretendeva fosse riconosciuta la divinità dell'imperatore, ma oltre a ciò, ognuno poteva dedicarsi alle proprie divinità senza eccessivi problemi. Il cristianesimo statalizzato pretese di avere sempre più voce in capitolo nel plasmare la società con una penetrazione totalizzante in tutti i campi. Una delle modalità di esistenza del paganesimo romano era un universalismo sincretico, basato sull'unità di lingua, di cittadinanza e di leggi, per cui era garantita una compattezza sociale spontanea, quasi automatica, nonostante le differenze. Il cristianesimo introdusse un universalismo di tipo nuovo, che mantenne la lingua e la cittadinanza ma poco per volta sostituì la legge con la religione eliminando la differenza. Una religione nuova che sostituiva la certezza del diritto con proposizioni ideali e quindi opinabili salvo diktat dell'autorità non poteva che essere distruttiva nei confronti della saldezza dell'Impero. Costantino l'aveva capito bene, ordinando il Concilio di Nicea, presiedendolo e obbligandolo ad adottare una soluzione qualunque sul tema della Trinità, pur di neutralizzare le spinte centrifughe crescenti. Tali spinte furono attutite, ma al prezzo di uno schieramento dei barbari in corso di cristianizzazione dalla parte dell'arianesimo, cioè di quella che ora era considerata un'eresia. E le legioni stavano reclutando intere tribù, per cui le astratte concezioni sulla Trinità si stavano trasformando in fatti dannatamente concreti.

Se la profondità delle rivoluzioni si misura con la distruzione della vecchia società, il cristianesimo fu rivoluzione profondissima. La civiltà romana fu demolita dalle fondamenta, a cominciare dagli edifici che fornirono la materiale quantità di marmo che venne riutilizzato, direttamente o bruciato nei forni da calce, per erigere chiese. Ovviamente oltre ai templi, ai fori, ai teatri, alle ricche ville private ecc. scomparvero le relazioni sistemiche, le strade, gli acquedotti, le stazioni di posta, i dati amministrativi, il catasto, la flotta, le legioni. Certo, il collasso avvenne anche con l'aiuto delle invasioni barbariche, responsabili del caos da cui scaturì una società completamente nuova, apparentemente arretrata, realmente sottodimensionata, sicuramente semplificata.

L'unica rete coerente rimase la Chiesa, che per la sua universalità, sostitutiva di quella romana, divenne la spina dorsale della nuova società. Abbiamo svolto altrove il tema sulla situazione dell'Italia nell'Europa feudale, perciò qui ci limitiamo strettamente al tema centrale che è quello dell'informazione, del suo uso e della sua comunicazione. Il messaggio verso l'esterno trasmesso dai cristiani dei primi tre secoli fu quello di una piccola setta fra le tante che il mondo ebraico aveva prodotto. Anche dopo l'internazionalizzazione e il radicamento nel centro dell'Impero, dovuti a Paolo di Tarso, la setta non era molto sviluppata e certamente praticava la comunione dei beni in una qualche variante comunistica di vita quotidiana, tipo quella degli Esseni, com'è attestato nel Nuovo Testamento.

Diversa la situazione intorno alla fine del III secolo, quando le ultime persecuzioni furono certamente causate dall'accrescimento numerico dei cristiani e soprattutto dalla loro intolleranza che interferiva in qualche modo con la politica dell'Impero: in quel periodo, che si conclude con l'editto di Costantino, i cristiani erano già diventati una potenza sociale e, con l'esperienza accumulata nella semi-clandestinità, si comportavano da partito. Di più: la loro struttura centralizzata, con al vertice la figura del papa, a livello intermedio la rete dei vescovi e alla base i presbiteri e i diaconi coadiuvanti, prefigurava già una specie di stato nello stato. Nessuna religione aveva mai avuto una struttura formale così vasta.

Da quel momento in poi per il nuovo partito di potere si trattò solo di affrontare a grandi passi il percorso verso il consolidamento della struttura e del programma per impedire qualunque tentativo di restaurazione, con un'attività finalizzata e capillare che ebbe come corollario un'esplosione quantitativa degli aderenti. L'ideologia soggiacente, cioè il tipo di religione, fu poco influente, o lo fu solo per il fatto che esso permetteva una struttura politica del tipo di quella che fu effettivamente adottata. Conquistato il potere, il cristianesimo poté permettersi il lusso di non gestirlo direttamente. Lasciò agli imperatori la corona e, con alterne vicende, tirò le fila dal soglio di Pietro. Per un migliaio di anni, l'Europa fu un territorio frammentato in un'infinità di poteri locali, ma unitario sotto il profilo ideologico. Dominava infatti una sola ideologia/religione/legge, in grado di assorbire o combattere qualunque fenomeno avverso muovendo in continuazione eserciti in lungo e in largo in nome di Dio e della Sua volontà. Per utilizzare un concetto tipico della Sinistra Comunista, il cristianesimo fu anti-formista per quanto riguarda l'eliminazione della forma sociale antica, ri-formista per quanto riguarda la sua capacità camaleontica di adattamento lungo i secoli, con-formista per quanto riguarda la sua propria conservazione. Aveva ereditato la lingua universale dei pagani di Roma, e ora da tutt'altra Roma la utilizzava come totalizzante strumento di dominio.

Sul versante dell'informazione, la forza produttiva sociale procedette spedita nonostante qualche interferenza ecclesiastica su questioni scientifiche in conflitto con le Scritture. La parola scritta ebbe una diffusione ramificata, finalizzata alla preparazione della rete organizzativa, mentre la comunicazione verbale dal pulpito era l'unica interfaccia con la massa dei fedeli. Il patrimonio scritto era ricondotto a una unità formale con il riferimento a un preciso canone, che peraltro non escludeva la conservazione di conoscenze diverse, anche al limite della compatibilità, come nel caso dei Vangeli. Il successo di tale impostazione fu anche garantito dalla facilità con la quale il materiale "canonizzato" era passibile di compressione semantica, alcune formule ripetibili all'infinito, aggreganti al di là del significato, anche quando il latino non era più la lingua corrente. Il catechismo non dava solo risposte, preconfezionava anche le domande, ma soprattutto era un sistema complesso dal quale distillare un essenziale semplice, cioè, appunto, la formula. Oggi il Catechismo della Chiesa Cattolica è stampato in una edizione di 900 pagine, dalle quali si può ricavare l'opuscoletto per i bambini o il manuale del buon seminarista.

Le civiltà tardo-comunistiche urbane di produzione/distribuzione conoscevano sé stesse grazie a un naturale sviluppo della rete informativa, ma dopo di allora nessuna organizzazione, nel frattempo divenuta "politica", ha mai coperto così capillarmente il territorio con suoi informatori e rappresentanti come riuscì a fare la Chiesa cattolica. Nessuno ha mai avuto la possibilità di attivare un sistema informativo così complesso e integrale, che va dai registri di nascite, matrimoni e morti alla registrazione dei patti feudali riguardanti le terre, dalla pura e semplice presenza di un prete anche nel più piccolo villaggio all'istituto della Confessione, un vero e proprio apparato di intelligence ultra pervasivo strutturato sulla base della normale attività religiosa. Nessuno ha mai potuto riverberare la propria ideologia per mezzo di una formidabile esposizione permanente della propria storia, illustrata, scolpita dai migliori artisti di ogni epoca in migliaia di chiese e monasteri. Nessuno ha mai avuto risorse illimitate per reperire, conservare, copiare le opere degli antichi a proprio vantaggio. Ciò ha avuto il risvolto negativo dell'Indice, dell'Inquisizione, dei roghi di libri; ma nel complesso, se l'armarium dei monasteri poveri poteva essere a corto di libri, la Chiesa in quanto tale iniziò molto presto a collezionarne in quantità, specialmente nei grandi e ricchi monasteri, dov'erano anche copiati, senza contare le biblioteche private di cardinali e vescovi.

Una religione nata sincretica, diventò nemica del sincretismo antico (paganesimo) e contemporaneo (eresie); sembrò chiudere il mondo in una morsa soffocante, far retrocedere tutta la società rispetto agli antichi splendori di Roma, controllare l'individuo fin nell'ambito dei pensieri. Mentre nel mondo pagano tutto era permesso tranne quel che era proibito, nel mondo cristiano sembrò che tutto fosse proibito tranne quel che era obbligatorio. Questo sembrò impedire la dinamica dell'informazione e dell'azione, dato che cambiò qualcosa di importante a proposito della nostra metafora sulla segnaletica (sì, no, dipende). Sembrò ai successori rinascimentali e poi borghesi; ma in realtà, gli studi più recenti sul Medioevo fanno emergere una società molto dinamica, universalista e meno oscurantista di quanto normalmente si crede.

Com'era canonizzata l'informazione grafica nelle società più antiche fino a prefigurare la scrittura, così l'Impero aveva canonizzato la propria comunicazione coinvolgendo tutta la sfera estetica; il cristianesimo sembrò canonizzare la mente. Ma l'informazione totale aveva squarci da cui passava di tutto: i concilii avevano stabilito che tutto ciò che non è canonizzato è sospetto, e questo modo di procedere ha certo una potenza unificante. Tuttavia il Medioevo dimostrò che molti uomini di chiesa elaboravano interpretazioni sulle Scritture proprio ai confini tra l'ortodossia e l'eresia. Il totalitarismo della Chiesa era piuttosto selettivo: era l'anticamera del rogo per uomini e libri presi di mira, ma altri uomini e libri scampavano al pericolo e fornivano materia di conoscenza ed elaborazione. Prima di San Tommaso, Aristotele era un filosofo tra altri e neppure ben visto (ad esempio dalla scuola francescana), ma un lavoro ai confini della conoscenza di allora lo trasformò nel profeta laico del cristianesimo con buona pace di Sant'Agostino). Quindi da una parte il cristianesimo con la sua Chiesa si stabilizzò col canone; dall'altra lasciò aperta ogni via per adattarsi al mondo, il che le permise di non fossilizzarsi in una omeostasi perenne. Questo "effetto Aristotele" consentì una potente critica di fatto alle forme sociali precedenti, insomma, fu una grande rivoluzione.

La comunicazione totale e l'informazione veicolata

Le pratiche inquisitorie iniziarono nel XII secolo, vale a dire piuttosto in ritardo rispetto all'emergere delle prime eresie medioevali, che essendo un tutt'uno con le rivolte sociali cadevano sotto la responsabilità dei feudatari locali con i loro armati. Per il cristianesimo la predicazione era stata una forma privilegiata di trasmissione dell'informazione e in mano ad eretici carismatici era un'arma affilata. Le Crociate avevano prodotto predicatori più di quanto essi avessero prodotto Crociate, e con questo criterio di valutazione la Chiesa non ritenne utile darsi uno specifico istituto di propaganda, termine che peraltro non esisteva ancora. Le cose cambiarono drasticamente con la Riforma protestante, dato che la situazione sul campo avrebbe potuto diventare catastrofica. La Controriforma fu uno sforzo immane per bloccare la catastrofe, e lo strumento principale fu la comunicazione di informazione "orientata". Tutta l'arte fu indirizzata allo scopo nell'ambito di una mobilitazione generale. Fu un fenomeno in parte voluto e in parte spontaneo. Gli artisti dovevano ovviamente guadagnarsi la pagnotta accontentando i committenti, e non c'erano dubbi che la Chiesa ne fosse ancora di gran lunga il principale. Ma tutta la società era mobilitata in quel senso, perciò i suoi artisti produssero di buon grado la più grande, movimentata esibizione mai vista di santi, angeli e personaggi divini in viluppi di nuvole e panneggi. Tutti con gli occhi adeguatamente rivolti al Cielo, l'espressione estatica di chi ha appena vinto il biglietto per il Paradiso.

Non poteva mancare la costituzione di un istituto creato all'uopo per diffondere il Cristianesimo nel mondo. È la Congregazione De Propaganda Fide, la prima struttura formale realizzata appositamente per gestire la comunicazione finalizzata a fare proseliti (orientamento, evangelizzazione, lavoro missionario). Siamo nel 1622, ma la necessità di conoscere i paesi e i popoli da convertire è molto più antica: sulle orme di Marco Polo, nel '300 il francescano Giovanni da Montecorvino, ad esempio, aveva intrapreso una spedizione evangelizzatrice in Cina. Il grande paese era stato per secoli un obiettivo della Chiesa, e questo interesse doveva produrre personaggi di rilievo come il gesuita Matteo Ricci, missionario, ma anche scienziato e cartografo, ospite dell'imperatore Ming. E siccome per questa attività sarebbero occorsi manuali per informare a fondo chi l'avrebbe svolta, la Chiesa produceva vademecum dettagliati, veri e propri trattati di quella che oggi si chiamerebbe etnologia o antropologia culturale (cfr. la Istoria della compagnia di Gesù, di Daniello Bartoli, immenso progetto, compiuto solo in parte, sulla storia di tutti i paesi del mondo e sulla vita delle loro popolazioni attraverso la presenza dei Gesuiti). L'informazione, era fatale che succedesse, si alleò con il colonialismo.

Sul piano della comunicazione attraverso i sacri testi, i protestanti batterono la Chiesa romana traducendo nelle lingue nazionali e divulgando per primi la Bibbia, testo chiave per l'evangelizzazione. La Chiesa fu colta alla sprovvista e, non potendo rinunciare di colpo al monopolio della lettura dei sacri testi, li mantenne in latino. Lutero tradusse la Bibbia in tedesco nel 1534, Olivetano in francese nel 1535, Diodati in italiano nel 1607, Re Giacomo in inglese nel 1611. Anche se vi erano traduzioni anteriori, esse non erano accessibili prima dell'invenzione dell'editoria e quindi l'improvvisa disponibilità fu sconvolgente: un tempo filtrata dai preti, ora la Bibbia diventava a portata di chiunque la volesse interpretare. In Italia la traduzione del Diodati circolò fra i cattolici nonostante l'ira del papa. Tra l'altro fu molto apprezzata dal punto di vista letterario.

Lo sconvolgimento che consentì di incrinare il monopolio della Chiesa fu provocato più che dall'invenzione della stampa (anche Gutenberg, nel 1450, aveva stampato una Bibbia in latino) dalla sua organizzazione per la pubblicazione in massa (Manuzio, 1490). Avevamo visto l'evoluzione del linguaggio grafico che aveva permesso di diffondere informazione uno a molti, una vera rivoluzione. Ora la stampa, e soprattutto l'editoria, permettevano la diffusione delle conoscenze più disparate a una scala mai vista, e per la Chiesa il controllo diventava problematico. Ciò che non si poteva stampare in Italia veniva stampato altrove, l'informazione ebbe la sua vendetta e la Chiesa dovette adeguarsi: non era più come un tempo, quando le quasi-eresie venivano sommerse dall'apparato e recuperate: adesso chiunque avesse qualcosa da dire e un po' di denaro poteva comunicare con un numero qualsiasi di lettori. Peggio che mai, si formavano catene di lettori che sottoscrivevano per dare alle stampe un certo testo che altrimenti sarebbe rimasto inedito.

OGGI

Una rivoluzione che ha fretta

Tra la fine del Rinascimento e l'inizio dell'Era barocca cambia la storia della forma sociale classista di mezzo, quella feudale. In Italia, Francia, Inghilterra il capitalismo si è già affermato come nuovo modo di produzione e sopravvive soltanto l'involucro politico ormai putrescente della classe feudale ancora al potere. Mentre mercanti e industriali si dedicano all'accumulazione di capitale, alcuni rappresentanti della piccola borghesia urbana, della nobiltà agraria e del clero, raccolgono le spinte che sono nell'aria e si incaricano di dare ad esse dignità di teoria. Questo movimento rappresenterà la base per l'ideologia della forma sociale nascente. Le avvisaglie si consolidano soprattutto nella seconda metà del '600, con l'affermarsi di un positivismo filosofico e scientifico, erede di Galileo, di Cartesio, di Newton, di Bacone, che in Italia, a causa dell'Inquisizione, si "specializza" in scienza sperimentale per non cimentarsi con pericolose escursioni nella filosofia della natura.

L'oppressione religiosa nel campo della ricerca stava oggettivamente frenando lo sviluppo della scienza e aveva bisogno di essere rimossa. La strada per demolire gli ostacoli non poteva essere altra che quella dell'informazione. Anche in questo caso erano in gioco forze assolutamente impersonali che trovarono i loro "agenti" in elementi in grado di dedicarsi a imprese divulgative ciclopiche. Il primo tentativo di raccogliere tutto lo scibile umano in una sola pubblicazione fu fatto a Venezia da Vincenzo Maria Coronelli. Frate francescano, geografo e cartografo, iniziò nel 1701, non a caso nella patria di Manuzio, la realizzazione di una Biblioteca universale sacro-profana, che avrebbe dovuto contenere 300.000 voci in 45 grossi volumi di circa 700 pagine. La mole di lavoro si rivelò superiore alle forze dei promotori e l'opera fu abbandonata nel 1706 al settimo volume, trentaduemillesima voce. Ebbe invece successo una enciclopedia inglese, curata da Ephraim Chambers, che fu pubblicata nel 1728 in due volumi. Molto agile (mancavano le voci biografiche, storiche e geografiche) e poco costosa, era curatissima nella compilazione, tanto da essere considerata un modello.

Evidentemente, però, questi tentativi non rispondevano completamente alle esigenze della rivoluzione che pretendeva il suo Manifesto. Il quale incominciò a delinearsi in Francia, là dove la rivoluzione sarebbe esplosa trascinando con sé l'Europa intera. Tale Manifesto fu, appunto, il prodotto di una catena di interessi che raccolse consensi e denaro per la stampa di una summa del sapere dell'epoca, rivisitato secondo la nuova ideologia produttiva, scientifica, progressiva. Il risultato non fu una semplice enciclopedia curata da un qualche sapiente ma una grandiosa opera collettiva che raccolse la conoscenza del mondo, e che fu giustamente paragonata a una possente artiglieria ideologica puntata sull'ancien régime per abbatterlo. E non mistificava i suoi intenti: il Discours préliminaire, scritto da d'Alembert, faceva a pezzi la metafisica, la mistica, il dualismo uomo-natura, la religione come fonte della conoscenza, la differenza fra le arti produttive e quelle umanistiche (Diderot scrisse intenzionalmente molte voci sui mestieri), insomma, tutto ciò su cui si fondava la vecchia società.

Fu quasi un assurdo storico: le rivoluzioni precedenti erano state covate a lungo nell'alveo della vecchia società, si erano affermate e avevano raggiunto l'apice della loro teoria, il massimo della capacità di usare l'informazione per mantenere il potere, poco per volta, fino al momento in cui avevano imboccato il declino. Invece la classe che rappresentava quest'ultima rivoluzione aveva fretta, tanta fretta quanta ne aveva il capitale che scalpitava per essere investito. Questa classe stava producendo il proprio manifesto compiuto prima ancora di vedere all'orizzonte la rottura rivoluzionaria, la presa del potere. Le forze del passato, il re di Francia, il papa, i Gesuiti, tentarono a più riprese di bloccare il progetto, ma esso trovò i propri sostenitori, subdolamente, proprio in alcuni rappresentanti della vecchia società: la potente favorita del re, il magistrato responsabile della biblioteca reale e della censura, persino Caterina di Russia che acquistò la biblioteca di Diderot lasciandogliela in uso.

Primo passo della rivoluzione borghese, dunque, fu quello di pubblicare il proprio programma in modo da comunicare al mondo che da quel momento in poi l'informazione raccolta e quella trasmessa sarebbero state funzionali alla società della ragione, della libertà e soprattutto della produzione secondo criteri scientifici. Il mondo materiale si semplifica: tutto ciò che è prodotto è arte; tutto ciò che serve a produrlo è scienza; dice Diderot:

"L'industria dell'uomo applicata alla produzione della natura, per i suoi bisogni, il suo lusso, il suo divertimento o la sua curiosità, ecc., ha dato luogo alle scienze e alle arti… Se l'oggetto va eseguito, l'insieme e la disposizione tecnica delle regole secondo le quali va eseguito si chiamano arte. Se l'oggetto viene considerato soltanto sotto diversi aspetti, l'insieme e la disposizione tecnica delle osservazioni relative a questo oggetto si chiamano scienza."

La borghesia è una classe strana: ideologicamente è come se nascesse intelligente e matura per morire poi stupida e infantile. Solo il percorso materiale della produzione e dei suoi metodi è coerente con la linea dello sviluppo della forza produttiva sociale. E naturalmente, di riflesso, lo è l'evoluzione del sistema informativo. Una società altamente macchinizzata ha bisogno vitale di conoscenza tecnica e scientifica. La scuola dei preti non è all'altezza, prigioniera com'è dei suoi schemi conoscitivi arcaici. Perciò, dopo aver condotto una guerra contro i residui della vecchia società la rivoluzione si incarica, subito, di realizzare un sistema capace di insegnare la conoscenza utile, politecnica, accanto a quella di carattere ideologico. L'informazione si laicizza, i luoghi simbolo della religione oscurantista vengono venduti o rasi al suolo (come l'immensa abbazia di Cluny), alla Chiesa vengono tolti i registri degli uomini e delle terre. Persino i cimiteri vengono sottratti alla gestione ecclesiastica. Ovviamente già con Napoleone – visto in un primo tempo dai preti come un demonio – la funzione conservatrice della Chiesa viene ripristinata e il demonio firma un Concordato, ma nel frattempo la cancellazione sostanziale della vecchia società procede spedita.

Lo stato e la fabbricazione dei fatti

L'informazione è garantita dal moltiplicarsi delle gazzette e delle assemblee, dove il palco sostituisce il pulpito e l'oratore il predicatore; ed è raccolta a cura di un apparato di polizia perfezionato al punto di essere al di sopra dello stato, ancora influenzato da impulsi personalistici. In occasione dell'assassinio politico del duca di Enghien viene attribuita al ministro degli esteri Talleyrand (qualche fonte dice Fouché, agli interni), in critica all'operato di Napoleone, la frase: "è peggio di un crimine, è un errore". Giudizio che la dice lunga sulla disposizione del nuovo stato borghese nei confronti della popolazione. Un monarca può permettersi l'assassinio, ma dopo la rivoluzione antimonarchica l'imperatore non può comportarsi da monarca, il potere ha a disposizione nuovi e perfezionati strumenti per non commettere errori. E non vi è errore solo quando la popolazione mostra consenso. A parte la palese inutilità dell'ordine, l'errore consisté nell'uccidere l'Enghien senza preparare il consenso del popolo.

Dopo, si capì che il monarca Napoleone il consenso in realtà l'aveva, perché l'omicidio non ebbe conseguenze di rilievo. Del resto sappiamo, sempre parlando di Napoleone, che non si mandano milioni di soldati al macello solo con la forza. È un fatto che i soldati acclamavano il "loro" condottiero senza che nessuno li obbligasse, mentre, complessivamente, tre milioni di loro venivano uccisi. Nella storia ciò è successo altre volte, da Alessandro a Federico di Prussia, ma con la rivoluzione borghese è perlomeno contraddittorio: una grande rivolta vittoriosa contro l'assolutismo dinastico francese ed europeo che sfocia nella realizzazione di una nuova dinastia imperiale, per di più con i soldati acclamanti: vuol dire che la massa degli uomini può essere mobilitata in ragione diretta alla quantità di informazione adatta che riesce ad assorbire. La "questione Enghien" andava trattata tenendo conto di questi parametri. Che si dovevano conoscere prima. E uno stato di polizia serve allo scopo. Fouché lo incarnava perfettamente, e negli anni successivi fece in modo di avere i "parametri" sotto controllo. Fra fedeltà e tradimento, servì il potere, ne fu allontanato più volte e sempre ritornò a servirlo nell'ambiguità totale. Ma sotto il suo ministero l'informazione diventò strumento attivo di consenso o di terrore. Lo provarono sulla loro pelle i Giacobini. Fouché era stato dei loro; amico di Robespierre, lo tradì passando dalla parte del Termidoro. Sotto Napoleone li trattò in modo ambiguo, sfruttandoli in veste di perseguitati o di tollerati. L'antica tendenza a piegare i fatti secondo la ragion di stato per ricavarne informazione utile all'omologazione, quindi alla stabilità, raggiunse la dignità di progetto. La politica dello stato di polizia, con Fouché, si allontanò dalla teatralità antica per approssimarsi alla "ingegneria del consenso" silenziosa, discreta, in modo moderno e compiuto.

Lo stato capitalista, complesso, potente, costoso e inefficiente come servizio al cittadino (nel senso che è il cittadino a essere al servizio dello stato) diventa efficiente per quanto riguarda la propria conservazione. Diventa cioè abilissimo nel raccogliere molta informazione, nell'usarla, persino nel produrla con eventi preconfezionati; ma per trasmetterne poca, selezionata, ossessiva, mirata a risultati voluti. Nella misura in cui la rivoluzione borghese alimenta lo sviluppo della stampa e la conseguente proliferazione dei giornali, lo stato ne perfeziona il controllo. La censura era viva e vegeta anche durante l'ancien règime, però volta per volta, a discrezione del re o dei suoi dignitari; ma il nuovo canone legislativo introduce una regolamentazione standard della macchina informativa. Il controllo e i mezzi per attuarlo, l'oggetto controllato e l'ente che lo controlla si sviluppano insieme. È chiaro che qualcosa cambia, e non solo tecnicamente, nel passaggio dai piccioni viaggiatori al telegrafo, dalla rete di segnalatori visivi a Internet. L'informazione finisce per in-formare sé stessa e, come per molte caratteristiche sociali, si autonomizza. Il processo di autonomizzazione coinvolge in modo spettacolare la stampa quotidiana. Il grande successo delle notizie e delle opinioni distribuite giornalmente prima a migliaia e poi a milioni di copie, mette in mano alle catene di giornali un potere inedito. Il telegrafo permette un collegamento quasi istantaneo e ciò influisce sulle notizie, specialmente su quelle dalle quali dipende un profitto, come le quotazioni di borsa. La telescrivente perfeziona il sistema, il telefono lo completa.

Il sistema dell'informazione si inserisce come un cuneo fra la struttura produttiva e la sovrastruttura ideologica e politica. Infatti da una parte produce profitto, aumenta la propria produttività con macchine, accede al credito ecc. come un'industria; dall'altra raccoglie, manipola e produce idee. Come sistema è ambiguo: la pubblicità è nello stesso tempo fonte di profitto e veicolo di manipolazione; è merce, ma nello stesso tempo propaganda, ha la stessa funzione del missionario che va a convertire i popoli non toccati dalla Grazia.

I poteri quarto e quinto

La rivoluzione borghese aveva stabilito il principio della separazione dei poteri in un sistema entro il quale essi comunicassero senza produrre un accumulo in mano a qualcuno. La grande mistificazione della democrazia sta anche in questo aspetto: come non c'è bisogno del capitalista in quanto individuale possessore di capitale per definire capitalistica una società (c'è un capitalismo di stato), così non c'è bisogno di "qualcuno" che incarni il potere borghese per stabilire che questo potere c'è. Constatato che il sistema dell'informazione si è autonomizzato e influisce sui poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, è persino riduttivo continuare a chiamarlo "quarto potere" come nel titolo italianizzato del celeberrimo film di Orson Welles. Essendo un sistema, obbedisce a leggi sistemiche, cioè ogni parte si relaziona con le altre e con il tutto in una rete inestricabile di influenze. Di fronte a un fenomeno di tale portata diventa addirittura ridicolo opporre la rivendicazione di limitarne la pervasività, di non alimentare lobby, di non manipolare la cosiddetta opinione pubblica, di astenersi dall'interferenza nelle campagne elettorali o vivaddio di non violare i "diritti alla libertà di pensiero e di opinione". L'opinione è una merce che va sul mercato ad un certo prezzo. L'unica differenza che la contraddistingue dalle altre merci è il fatto che tale prezzo non dipende direttamente dalla quantità di lavoro erogato per produrla ma dagli effetti che può avere nella catena di influenze entro il sistema. E comunque l'opinione non cade dal cielo, si produce.

L'intuizione sviluppata da Guy Débord nel suo libro La società dello spettacolo sarebbe stata di potenza ben diversa se fosse stata meno "filosofica", e quindi maggiormente collegata all'aspetto sistemico assunto dall'informazione nella società capitalistica. Dire che il capitalismo è giunto a una tale fase di maturazione che si fa immagine di sé stesso e quindi spettacolo è corretto e persino simpatico, ma assai poco esplicativo dal punto di vista empirico. Il cosiddetto quarto potere – arbitrariamente separato dal quinto che sarebbe quello delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione – aiuta a capire bene che la società dello spettacolo è immagine teatrale di sé stessa in quanto non esiste più alcuna separazione di poteri, ammesso vi sia mai stata, perché la vita e la sua rappresentazione sono un tutt'uno. Se Hollywood scodella un film (Sesso e potere) in cui si scatena una guerra finta per coprire le marachelle sessuali del presidente, e la regia della guerra è affidata proprio a un vecchio marpione hollywoodiano, è chiaro che non si tratta solo di società spettacolarizzata e nemmeno di intreccio fra realtà e informazione. Quando nella vita reale succedono le stesse cose che succedono nei film e viceversa, senza che si possa sapere quale sia la priorità, cioè se il film copia la realtà o l'anticipa, vuol dire che siamo in una dimensione diversa rispetto alla realtà spettacolare o allo spettacolo realistico.

"La realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale", dice Débord sull'onda di Hegel. Una frase del genere sembra priva di un significato concreto; ma, leggendo che "lo spettacolo è l'inversione della vita", ci facciamo l'idea che vita e spettacolo siano due manifestazioni distinte della realtà, per quanto speculari. In effetti il titolo del libro di Débord richiama più una "società appartenente allo spettacolo" che non una "società-spettacolo", un po' come diciamo "società del capitale" invece del più corretto "società-capitale". Ma Débord non descrive affatto una società dello spettacolo. Gli faremmo un torto se lo prendessimo alla lettera. Egli non vuole scrivere contro una società in mano ai media, questo lo fa già Hollywood. Egli affabula poeticamente intorno a una società dove "il vero è un momento del falso". Frasi così bisogna leggerle appunto come si leggono le poesie contemporanee: con grande fiducia che vogliano dire qualcosa, oppure dando loro il significato che noi siamo portati a cogliervi. La società-capitale è fasulla, ma trasmette informazione come se fosse vera. Il capitale ormai da tempo si è liberato dei suoi proprietari, ma si proietta sull'universo col mito della proprietà. E così via.

Per diventare totalizzante il capitale ha dovuto autonomizzarsi dai suoi possessori, e così è successo all'informazione e alla sua comunicazione. Nessuno ha scelto. In Quarto potere, Hearst-Kane, il personaggio reale e il suo doppio non sono che dei flashback, il vero protagonista è il film stesso, realizzato per mezzo di un inesorabile ciclo di produzione, tale e quale a quello che serve a progettare e fabbricare automobili, frigoriferi, aspirapolvere, eccetera. La società capitalistica, dunque, non è "dello" spettacolo: Hollywood ci insegna che essa è produzione materiale retta da regole scientifiche, produzione che pervade tutto, che finalizza tutto alla valorizzazione del dio capitale. Taylor fu uno dei suoi profeti: la fabbrica è un sistema di funzioni integrate, lo deve essere se vuole funzionare al meglio. Al suo interno ogni operazione dipende dalla precedente e ha effetti sulla successiva. Il flusso sembra sequenziale, ma i flussi sono invece molti, e sono interdipendenti dato che convergono nella realizzazione di parti le quali a loro volta convergono nel prodotto finito. Finché questo prodotto non esce dalla fabbrica, l'abbiamo visto, non è merce. Ma nella società capitalistica la produzione è diffusa, i semilavorati escono da una fabbrica per entrare in un'altra, flussi diversi di materiali, di denaro, di informazione, di energia, ecc. convergono verso il "prodotto finito" dopo essere entrati e usciti da diverse fabbriche.

Ognuno di questi flussi rappresenta una "fase di lavorazione". Nelle società comunistiche prese in esame all'inizio, abbiamo visto che l'intero ciclo era di tipo organico, la società era altamente informata e quindi poco dissipativa. Nel capitalismo l'intero ciclo, comprensivo di produzione materiale, informazione, comunicazione, autoregolazione e formazione di idee coerenti col fine, s'è infilato in una contraddizione mortale che gli impedisce di essere organico, di produrre ordine invece che anarchia, di trasformare la sua grande capacità di progetto locale in capacità di progetto globale: siamo capaci di realizzare macchine ultratecnologiche, ma siamo peggio che scimpanzé nel progettare il nostro domani come specie. Siamo in compenso riusciti nella bella impresa di raggiungere il rapporto massimo fra produzione sociale e appropriazione privata!

Informazione e comunicazione come mezzi di produzione

Il ciclo di lavorazione, uscendo dalla fabbrica, ha cooptato tutto ciò che serve alla sopravvivenza del capitale. Se noi spingiamo al limite le leggi della produzione capitalistica e immaginiamo uno scenario astratto, dove agiscono esclusivamente proletari e capitalisti, risulta evidente che l'intera società si divide fra due insiemi: da una parte tutto ciò che serve alla riproduzione dei proletari, dall'altra tutto ciò che serve alla riproduzione dei capitalisti. Non ci sono altre sfere in cui suddividere la società. Perciò è corretto inserire nella sfera del capitale tutto il variegato armamentario dell'informazione-comunicazione, tutto ciò che è supporto sociale utile alla sopravvivenza del capitalismo. In fondo anche Marx fa quest'operazione:

"Poiché, con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoro al capitale e quindi del modo di produzione specificamente capitalistico, il vero funzionario del processo lavorativo totale non è il singolo lavoratore, ma una forza-lavoro sempre più socialmente combinata, e le diverse forze-lavoro cooperanti che formano la macchina produttiva totale partecipano in modo diverso al processo immediato di produzione delle merci o meglio, qui, dei prodotti – chi lavorando piuttosto con la mano e chi piuttosto con il cervello, chi come direttore, ingegnere, tecnico ecc., chi come sorvegliante, chi come manovale o come semplice aiuto – un numero crescente di funzioni della forza-lavoro si raggruppa nel concetto immediato di lavoro produttivo, e un numero crescente di persone che lo eseguiscono nel concetto di lavoratori produttivi, direttamente sfruttati dal capitale e sottomessi al suo processo di produzione e valorizzazione. Se si considera quel lavoratore collettivo che è la fabbrica, la sua attività combinata si realizza materialmente e in modo diretto in un prodotto totale, che è nello stesso tempo una massa totale di merci, dove è del tutto indifferente che la funzione del singolo operaio, puro e semplice membro del lavoratore collettivo, sia più lontana o più vicina al lavoro manuale in senso proprio. Ma, d’altra parte, l’attività di questa forza-lavoro collettiva è il suo consumo produttivo immediato da parte del capitale, è auto-valorizzazione del capitale, produzione immediata di plusvalore; quindi, come vedremo meglio in seguito, trasformazione immediata dello stesso in capitale".

Il quarto o quinto o ennesimo potere non si sono sviluppati fino all'inverosimile in seguito al fatto che qualcuno li abbia pensati e progettati per dominare meglio sulla classe proletaria. Il risultato è senz'altro questo, ma è chiaro che l'evoluzione delle forme sociali prevede, specie in quelle di classe, la comparsa e lo sviluppo di un sistema di autodifesa. Quelli che sembrano attori protagonisti, uomini o enti che siano, in realtà sono comparse che recitano un copione scritto dal capitale per la propria "auto-valorizzazione, produzione immediata di plusvalore". In Quarto potere il protagonista, Charles Foster Kane, è morto. Attorno a lui ruota una ricerca sulla sua persona, ricerca che in realtà è una descrizione del feroce capitalismo americano. Più che un film "di denuncia", ci sembra la magistrale fototessera di una società: mentre il protagonista è psicanaliticamente de-battilocchiato la struttura del film mostra un grandioso esempio di informazione – i giornali – al servizio di questa società (c'è anche un accenno alla follia produttiva, un castello zeppo di cianfrusaglie inscatolate).

Con buona pace di studiosi come Herman, Castells, Chomsky, e altri, la sfera dell'informazione non è solo propaganda finalizzata a fabbricare consenso, né un semplice campo di battaglia sul quale si svolge la lotta per il potere. L'informazione struttura efficacemente il potere ed è ovviamente un'arma di classe, ma si avvicina di più alla ricordata ingegneria del consenso che l'assimila a uno dei mezzi di produzione a disposizione dell'operaio complessivo. Questa sua natura è più nefasta per il proletariato che non un semplice fatto di propaganda; ma bisogna ricordare che ogni strumento di conservazione è spesso diventato strumento di rivoluzione, sia in negativo, nel senso che ha provocato reazioni contro lo statu quo, sia in positivo, nel senso che elementi di questa società sono diventanti strumenti utili alla transizione verso quella nuova. Abbiamo visto, ad esempio, che nelle società di produzione/distribuzione il centralismo organico servì da trampolino per l'emergere dello stato, utile struttura per la società successiva. Nella società antico-classica romana l'esercito aveva conservato antiche relazioni interne risalenti al sistema gentilizio, ed esse furono ereditate dai barbari diventando la base per il sistema di dipendenza feudale. Nella società feudale il commercio internazionale, la produzione artigiana specializzata e la manifattura su larga scala segnarono la fine delle corporazioni e l'affermarsi del capitalismo. Infine oggi, nel capitalismo stramaturo, la produzione sociale è giunta a uno stadio così avanzato che l'intera società è più che pronta per il comunismo. Gli stessi criteri valgono per l'informazione e la comunicazione: la sola strumentazione tecnologica è ad un tale punto di sviluppo che sarà immediatamente utile alla società nuova, specialmente nella fase di transizione, quando si rivolgerà contro gli attuali utilizzatori.

I paladini della democrazia ferita sanno benissimo che la cosiddetta propaganda è ormai oggetto di studio nell'ambito delle dottrine militari. Sanno anche altrettanto bene che oggi non è in ballo un approccio rozzo come quelli del passato (sono da manuale le tecniche, avanzate per l'epoca, utilizzate da fascismo e nazismo), bensì un qualcosa di più profondo, attinente alla democrazia, ma che ha le sue radici materiali nell'equivalenza fra valori di scambio riflessi nell'ideologia. La borghesia non ha bisogno di "controllare i media": essi sono in libera vendita sul mercato come qualsiasi altra merce, e d'altronde producono, vendono o acquistano merce. Anche nel caso di proprietà pubblica, sono lottizzati dai partiti, e la cronaca c'insegna che dietro alle lottizzazioni politiche scorrono fiumi di denaro, altro che ideologia. La guerra di posizione entro i meandri dello stato è modello per le guerre guerreggiate: la guerra per la difesa dalle inesistenti armi di distruzione di massa dell'Iraq è costata 3.000 miliardi di dollari, che si aggiungono a quelli – stesso ordine di grandezza – che sono serviti a mantenere Israele per sessant'anni fingendo che fosse una potenza locale che deve difendersi. Con quella somma si comprano una dozzina di volte i PIL di Iraq e Israele messi insieme, ma la guerra naturalmente è umanitaria, è salutare per il bene del Medio Oriente. Non importa che sia automaticamente legata all'economia dal soverchiante sistema degli appalti, dagli eserciti privati alle ONG embedded, incorporate. L'informazione totalizzante che deve far digerire questi rovesciamenti logici spettacolari è strettamente connessa alle 800 basi militari la cui rete fa il giro del mondo, basi a loro volta eredi del sistema nation building (costruttore di nazioni) comprendente il Piano Marshall e l'USIS (United States Information Services), i cui filmati di propaganda nel dopoguerra circolavano nelle scuole come i film western circolavano nelle sale. Cannone, dollaro e libro non avevano soltanto costruito le nazioni, vinte o vincitrici che fossero, avevano costruito un "sistema informato" funzionale al dominio planetario del capitale. Dicevamo a commento della repressione e delle torture in Iraq:

"Lo sanno persino i sassi che oggi i governi non fabbricano le notizie ma i fatti che saranno raccolti dai media come notizia… La realtà fabbricata diventa un modo di essere della politica, e sempre più spesso gli avvenimenti sono studiati a tavolino e messi in atto sul campo per determinare uno scenario voluto… Oggi è ampiamente applicata la compellenza, cioè l'uso di tecniche più o meno sofisticate per costringere l'avversario a danneggiarsi da solo… Gli Stati Uniti, maneggiando tecniche come questa, riproducono in continuazione lo scenario nel quale il lupo, alla ricerca di un casus belli per mangiare l'agnello, lo accusa di intorbidargli l'acqua anche se sta bevendo a valle".

Il proletariato non può, la classe nemmeno

Abbiamo visto che una volta formati gli strumenti, la società li può usare escogitando nuovi e più estesi campi di utilizzo. Ci interessa ovviamente il modo "alternativo" estremo con cui li può usare, al limite del passaggio a un altro tipo di società. L'informazione/comunicazione non sfugge a questi criteri, e rimane valido il fatto che più la società raccoglie informazione al suo interno per difendersi, più mette in atto il motto di Delfi "Conosci te stesso". Requisito primario per lo sviluppo rapido della società comunista è l'accumulo di tanta conoscenza nella società capitalista; conoscenza che sarà rovesciata e da elemento di conservazione diventerà elemento di liberazione. Sono concetti già sfiorati altre volte ma che è utile ribadire, perché uno dei dati più negativi di tutta la questione è un paradosso logico il cui scioglimento è fondamentale.

Quand'è che la società è matura per mettere in atto una vera ingegneria del consenso o comunque di manipolazione scientifica dell'informazione e della comunicazione? Ovviamente quando si giunge a una padronanza e diffusione sufficiente in mezzi tecnici, in metodologie del trattamento dati e soprattutto quando dalla società stessa emerge una minaccia contro la sua stabilità. In altre parole, per dirla alla Débord, quando tutta l'informazione, anche quella tecnica, è al servizio della società-spettacolo, anzi vi si identifica. Qui sorge il paradosso: se entro la totalizzante società-spettacolo scrivo sulla società-spettacolo ho la possibilità di scrivere qualcosa che non sia organico alla società stessa? Oppure sono costretto ad utilizzare termini che non possono spiegare sé stessi? Vediamo una proposizione tipica debordiana: "Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine". Esteticamente stuzzichevole, ma di nuovo la frase non ha contenuto empirico. Il capitale-immagine? Lo spettacolo è il capitale? L'impressione che offrono queste frasi è quella di una capitolazione proprio di fronte alla società-spettacolo. Il libro, letto con filtri non poetici né filosofici, sembra un recital della società-spettacolo su sé stessa. Débord segue una sua traiettoria personale, antimarxista, ma in giro non sono pochi i gruppi di persone che, attirate per qualche verso dal marxismo, si organizzano, se ne allontanano, si ricompongono, spesso influenzate dallo stalinismo, che adottano in spregio a Marx, o che rifiutano influenzati dalla catastrofe controrivoluzionaria che ha rappresentato. Presi da troppo zelo, tutti quanti con l'acqua sporca buttano anche il classico bambino.

Ma che cos'è questo se non un inchinarsi alla ingegneria del consenso? Buttare via la teoria rivoluzionaria – e ce n'è una sola – è un favore fatto alla borghesia, come se qualcuno suggerisse. Nessuno, crediamo, può mettere in atto un piano diabolico del genere. Però: se tutto è spettacolo, se tutto è consumismo, se tutto è recupero di ogni spinta sovversiva, se la lotta per condizioni immediate non fa che rafforzare il capitalismo, se, come diceva anche Pasolini, il consumismo democratico è peggio del fascismo perché coinvolge, allora, che senso ha perdere tempo a immaginare che sia possibile spezzare questo mostro di consenso? A parte il fatto che i fascismi in quanto a coinvolgimento non scherzavano, coltivare questa specie di disperazione esistenziale significa contribuire a rafforzare il mostro stesso. La compellenza a rinnegare, che va di pari passo con l'ingegneria del consenso, mette a disposizione mille trattati sul consumismo, sulla sindrome compulsiva all'acquisto, sulle malattie da abbondanza, sulle nevrosi da insoddisfazione, sui suicidi-omicidi, sulla "vita senza senso", eccetera. Questa società conosce bene le proprie tare, quello che non riesce a fare è trovare rimedi. Cadere nel tranello e scrivere il milleunesimo trattato sulle tare del capitalismo può essere una buona operazione letteraria, ma siamo sempre al livello della mancanza di rimedi. Significa che il criticante è stato condotto a usare le stesse categorie del criticato.

Bene, la spiegazione sta nella solita ideologia dominante che è quella della classe dominante. Come se ne esce se oltre all'ideologia anche i potenti mezzi per dominare sono in mano alla classe dominante? L'individuo non ce la fa, la classe come sommatoria di individui nemmeno. C'è un micidiale effetto bootstrap. Per neutralizzarlo ci vuole qualcosa che sia al di fuori dell'insieme capitalismo-individui-classe, che sia fortemente ancorato alla società futura, che ne sia interprete non utopistico ma attraverso i saggi emergenti già in questa. Parliamo ovviamente del partito storico. La condizione materiale su cui fa leva il partito storico è la mancanza di interessi da difendere entro questa società da parte proletaria. È il fatto materiale che questa classe è il pilastro di questa società ma nello stesso tempo è altro. Il partito non fa "controinformazione" in concorrenza con la società informata, le "campagne di denuncia" che proponeva Lenin non hanno più senso nell'epoca in cui le pone in atto la borghesia stessa. Accanto ai mille trattati cui abbiamo fatto cenno, la società informata ne pone altri mille che hanno per oggetto lo spreco di risorse, lo sviluppo sostenibile, la rovina dell'ambiente, persino la decrescita quantitativa e la critica termodinamica della dissipazione (entropia).

Il partito storico non è sensibile all'informazione avversaria, costruita o no, perché non è su quella lunghezza d'onda e le sue antenne ricevono secondo altri parametri. Il partito della rivoluzione prende atto della biblioteca dei mille più mille libri, evidenzia le capitolazioni di fronte alla teoria rivoluzionaria, separa ciò che vale la pena di studiare dalla spazzatura da buttare, ma rifiuta di porre la questione del potere in termini "culturali", informazione contro informazione. Il suo compito è quello di realizzare una anti-società prendendo alla lettera l'osservazione di Marx: gli operai si riuniscono per risolvere problemi contingenti e, nel far questo, scoprono che il mezzo si è tramutato in fine. L'obiettivo diventa la comunità che si riconosce in quanto tale. E che tipo di comunità rivoluzionaria sarebbe se prendesse a prestito dal nemico le modalità del lavoro collettivo, il linguaggio, la concezione del mondo? Il partito storico non può diventare "partito formale" su presupposti che non siano già parte integrante della società futura.

DOMANI

La società informata del capitale totale

Quando parliamo di informazione a proposito della società d'oggi, qualunque sia il nostro intento, dobbiamo prima di tutto renderci conto che stiamo sollevando un piccolissimo lembo del velo che copre la realtà dello spazio elettronico. Questa realtà, se partiamo dall'epoca della sua diffusione al di fuori della cerchia ristretta dei tecnici, ha meno di vent'anni. In così poco tempo ha fagocitato tutta l'informazione del mondo. Può darsi che ci sia qualche individuo isolato che sistematicamente scrive ancora a penna, in qualche monastero ci saranno certamente incunaboli miniati antichi non ancora passati allo scanner, ci sarà chi gelosamente detiene biblioteche cartacee o raccolte di francobolli rari, ma tutta l'informazione condivisa, quella che serve a qualsiasi attività in corso passa ormai dal ciberspazio. Non tutti i libri del mondo, presenti e passati, sono in formato digitale, ma tutti i libri cartacei oggetto di scambio sono passati dalla rete, da quando sono stati scritti e inviati all'editore a quando sono stati distribuiti, venduti, fatturati, ecc. Tra l'altro, questa è una delle prove di come la follia capitalistica impedisca lo sviluppo della forza produttiva sociale: con un minimo dispendio di energia, poche migliaia di volontari coordinati avrebbero già digitalizzato tutta l'informazione cartacea esistente al mondo; ma non si può: c'è il copyright, il veto delle biblioteche, il titolo tenuto in catalogo per ragioni di proprietà anche se non disponibile. Così il perseverare nell'uso della carta si accompagna alla necessità di mandare al macero migliaia di tonnellate di libri perché lo stoccaggio costa.

Nessuno è in grado di sapere che cosa realmente ci sia nel ciberspazio e tantomeno è in grado di controllarne anche solo una minima parte. Il numero dei computer in funzione, lo spazio totale occupato dai dati nelle memorie, il numero dei siti su Internet, quello dei documenti e delle pagine, tutto ciò è oggetto di stime, e la differenza fra le fonti è tale che denuncia di per sé l'ignoranza in merito. E stiamo parlando di una sfera dell'attività umana che si sta sviluppando come mai era successo nella storia per altre sfere. Basti pensare all'attività gestionale business to business, cioè quella che tiene in piedi il capitalismo, dall'estrazione mineraria alla mobilitazione del capitale fittizio, dal ciclo produttivo di una fabbrica a quello agrario, dalla pesca alla rete dei supermercati: essa passa per il 100% da Internet. Non parliamo poi delle attività illegali, militari, spionistiche. La CIA, che è solo la più nota delle agenzie di intelligence americane, in un rapporto del 2015 lancia l'allarme a proposito della pericolosità della situazione: noi (noi specie umana) non siamo semplicemente in grado di tenere sotto controllo ciò che abbiamo realizzato:

"L'espansione dei sistemi di informazione, le agenzie di stampa e la connettività di rete, hanno prodotto uno tsunami informativo che può sopraffare i sistemi di gestione delle informazioni. L'enorme flusso di dati impedisce la produzione di intelligence come capacità di elaborazione, che non riesce quindi a tenere il passo con la produzione di dati e notizie. La sola informazione, senza l'analisi, è inutile. L'intelligenza artificiale e i 'sistemi esperti' possono offrire solo una debole speranza di soluzione a questo imminente eccesso informativo".

Un'agenzia di spionaggio ha esigenze specifiche da soddisfare e può ricorrere all'uso massiccio di reti neurali che simulano il cervello, o di sistemi relazionali che classificano gli argomenti, filtrano ecc.; è una questione quantitativa, di forza bruta riguardo al numero di addetti e alla potenza di calcolo. Ma il problema vero è l'anarchia totale del sistema, che tende ad essere un cervello sociale ma è frenato da un modo di produzione intrinsecamente anarchico. In pratica il ciberspazio funziona perché le singole reti, quella di una fabbrica, quella di un giornale, quella di un partito o di sviluppatori di free software, funzionano di per sé, con i loro gestori, come reti nella rete e in genere non hanno bisogno di ricorrere a informazione "esterna". L'interazione fra le reti "private" avviene tramite motori di ricerca che consentono di mirare a un risultato, oppure tramite software per la classificazione automatica che propongono per analogia serie di indirizzi. Da questo punto di vista il ciberspazio è ancora lontano dall'essere un vero cervello sociale, anche se è già sviluppato a sufficienza per mostrare le proprie potenzialità.

Potenzialità che il capitalismo non userà mai, perché come modo di produzione basato sulla proprietà privata ha bisogno solo di ciò che è inerente alla detta proprietà, quindi alla catena di eventi che garantisce alla fine un profitto. Per questo è più che sufficiente una rete privata collegata a Internet per esigenze di business. Anzi, più l'azienda è grande e tratta tecnologie sensibili, o ha qualcosa da tenere segreto, più ha interesse a blindare la propria attività e ad accecare informaticamente chiunque tentasse di accedere. Alla fine Internet diventa un coacervo di isole chiuse in un mare aperto ma assai inaffidabile quando non addirittura pericoloso. Una situazione sfavorevole allo sviluppo del cervello sociale, favorevole invece allo sviluppo di tecniche sofisticate di ingegneria del consenso. Come dire che il capitalismo ha a disposizione strumenti incredibilmente avanzati ma li usa come li avrebbe usati Fouché duecento anni fa.

Il potere alla prova di Turing

Quando abbiamo incominciato a scrivere questo articolo, la prima cosa cui abbiamo pensato è stata quella di trovare un titolo sintetico e nello stesso tempo esplicativo. "Informazione e potere" ci sembrava sufficientemente sintetico anche se poco esplicativo, dato che "potere" è un termine piuttosto vago, ma una breve ricerca sul Web ci aveva mostrato che esistono due libri, decine di documenti e diverse tesi di laurea intitolati allo stesso modo. Più tutte le varianti. L'impulso fu quello di cambiare, poi decidemmo di adottare il titolo suggerito 51.600 volte dal lavoro in rete.

Una buona parte di questi documenti risalgono al periodo in cui la stampa era la massima fonte di informazione seguita a ruota dalla televisione, quando cioè era in corso il secolo del "quarto potere". Sembrava che il livello di ingegneria del consenso fosse giunto al massimo con la trilogia stampa-radio-televisione, ma in effetti quanto è successo in seguito ha superato ogni immaginazione. Tre anni fa, un tizio che risiedeva in California incominciò a twittare con un appassionato di gatti residente a Boston. La cosa andò avanti per un pezzo, poi si scoprì che il bostoniano non esisteva. Era un software realizzato da un'azienda neozelandese per sperimentare metodi di infiltrazione nei social network. Il software si chiamava Web Ecology Project, ma il nome nascondeva ben altra origine: uno studio delle tecniche di comunicazione utilizzate durante la "primavera araba" al fine di valutare le possibilità di influenza dall'interno su larga scala. Durante la sperimentazione il software neozelandese, fingendosi un umano (una specie di test di Turing) raccolse più di cinquecento follower reali, tutti appassionati di felini domestici, e partecipò attivamente alle iniziative su Twitter e su Internet, presumibilmente con lo scopo di influenzarle. Ora, non sappiamo che tipo di influenza si può ottenere su storie di gatti, ma sappiamo a che cosa serve quella sperimentazione applicata a una insurrezione.

Dopo la primavera araba l'uso dei social network si è generalizzato in tutti i casi di rivolta, fino agli scontri e alle occupazioni di Hong Kong (2014). La ragione è evidente: un mezzo praticamente gratuito, facile da usare e in grado di raggiungere e coordinare istantaneamente migliaia o milioni di persone, permette di ridurre il divario di potenza fra gli insorti e l'apparato repressivo dello stato ristabilendo una certa simmetria. Pochi giorni dopo la scoperta di Web Ecology Project, il gruppo di hacker Anonymous attaccò con successo una società di sicurezza informatica che lavorava per il governo americano prelevando, fra l'altro, circolari della US Air Force a favore della creazione di identità virtuali sui social network per raccogliere informazioni su persone reali. Nel 2012 un ammiraglio americano, capo dell'United States European Command fu "usato" tramite una sua falsa pagina ufficiale su Facebook per attirare follower. La cosa durò poco, ma fu sufficiente a raccogliere una massa di dati e realizzare una "rete cognitiva" per mezzo del tunnelling, cioè dell'individuazione via software degli amici degli amici degli amici ecc.: un grafico che in molti casi finiva per corrispondere all'organigramma di strutture militari.

Sono curiosità sulle quali non ci soffermeremo più di tanto, dato che sono facilmente deducibili analogie e sviluppi. Il risvolto più interessante è senz'altro quello della simmetria. Mentre un tempo una rivolta era irrimediabilmente povera di strumenti in confronto a quelli dello stato, oggi il rapporto tende ad avvicinarsi alla parità, almeno per quanto riguarda l'informazione. L'anonimo gruppo di rivoltosi egiziani che di volta in volta coordinava le ondate di occupazioni di piazza Tahrir svolgeva il proprio compito con efficacia analoga a quella dell'eventuale gruppo di poliziotti comandati a boicottarne la riuscita. Primo, perché in quei casi entrano in gioco concatenazioni spontanee incontrollabili; secondo, perché ogni tentativo di influenza troppo smaccato diventa controproducente. Quando l'ondata sociale è per l'occupazione della piazza è difficile che un hashtag possa essere preso sul serio se comunica il contrario.

A suo tempo abbiamo dato molta importanza alla lotta dei lavoratori UPS proprio perché si basò sulla realizzazione di una supersimmetria nei confronti dell'informazione che il potere credeva ancora di padroneggiare. All'epoca, cellulari e navigatori GPS non erano diffusi, ma i lavoratori della UPS, un'azienda multinazionale di trasporti e consegne, li adoperavano quotidianamente per lavoro. Così riuscirono a coordinare istantaneamente picchetti volanti nei nodi stradali e nei magazzini senza che la polizia e la UPS potessero sapere in anticipo dove e quando.

Con Occupy Wall Street abbiamo constatato il maturare di un'altra simmetria: il movimento americano, cioè del paese più potente e industrializzato del mondo, ha mostrato il massimo grado di informazione, organizzazione e coordinamento tecnico mai raggiunto finora, riuscendo anche in questo caso a spiazzare la polizia in più occasioni, saldandosi con le lotte proletarie anche in contesti molto estesi (ad esempio il blocco della West Coast). Ma il risultato più importante, che è andato oltre a quello cui abbiamo accennato parlando di piazza Tahrir, è stato l'irriducibilità del movimento a qualsiasi compromesso con il potere, individuato nella formula simbolica dell'1/99; formula che ha impedito sbandamenti politici del tipo di quelli embrionali e subito isolati, quando rami del movimento cercarono un approccio con il Partito Democratico. Questo fu il caso tipico di un tam-tam in rete circolato e subito accantonato perché contrario allo spirito del movimento. Poteva essere benissimo un tentativo di ingegnerizzazione del consenso per riportare il movimento nell'alveo della "politica", ma fu sconfitto perché lasciato semplicemente cadere. Che fosse una debolezza di origine interna o un tentativo di influenza di origine esterna, quella "indicazione" non poteva attecchire, perché incompatibile con la struttura e il programma del movimento, cioè con il suo codice di comunicazione.

Le cose pensano?

Secondo Dénis Diderot il pensiero è solo una questione di sufficiente complessità della materia. Secondo Giacomo Leopardi tutto è materia, quindi tutto pensa. Anche secondo Einstein materia, energia, pensiero si equivalgono. Ovviamente le cose non "pensano" nel senso che attribuiamo normalmente al termine. Non siamo ancora riusciti a mettere insieme atomi di carbonio, idrogeno ed elementi vari per costruire catene molecolari abbastanza complesse da auto-organizzarsi, riprodursi e dar luogo a quell'attività cognitiva che chiamiamo pensiero. E meno male, perché il capitalismo è socialmente "buono a nulla ma capace di tutto". Comunque siamo già arrivati a stabilire un'equivalenza materia = energia e a constatare che la materia vivente è fatta con gli stessi componenti di quella inorganica; quindi dal punto di vista teorico esiste la possibilità di far pensare la materia, anche perché noi stessi siamo materia pensante. Quel che al momento possiamo fare è combinare questa materia pensante con il resto della materia in modo da ottenere macchine. Il computer è una macchina, anche se non ha leve, ingranaggi e camme, bensì una memoria sulla quale sono scritti dei dati e delle procedure. Macchina meccanica, macchina elaboratrice di dati e cervello dell'uomo che ha escogitato tutto questo formano un cervello potenziato in un corpo meccanico potenziato. Cartesio aveva torto, noi non siamo macchine. Però riusciamo a circondarci di macchine connesse al nostro cervello. Individualmente siamo una scimmia nuda, un animale poco efficace nella lotta fisica contro altri animali; socialmente siamo tutta un'altra cosa. La nostra simbiosi con le macchine ha fatto nascere una nuova specie Homo. Se la maggior parte di noi è schifata del risultato e preferirebbe ritornare a tempi meno tecnicamente meravigliosi piuttosto che proseguire così, è perché questo modo di produzione è riuscito nel compito assurdo di asservire l'uomo alla macchina, alla sua mostruosa crescita quantitativa, alla sua fame di energia.

Cose che abbiamo detto più volte e che qui ribadiamo sinteticamente perché ci servono per trattare il problema dell'informazione durante questa epocale transizione di fase. Abbiamo visto che la società del tardo comunismo originario, quella di produzione/distribuzione, è stata la più efficiente dal punto di vista del rapporto input-output di energia, e anche la più efficace in quanto a trattamento dell'informazione. Ora: che cosa succederebbe se realizzassimo un modello comunista, sviluppato con gli stessi criteri di quello individuato nel comunismo originario, ma con le conoscenze tecnico-scientifiche della nuova specie Homo?

Partiamo da una constatazione elementare sulla società di produzione/distribuzione comunistica: la sua struttura organica, centralizzata, con o senza gerarchia funzionale (i resti archeologici classificati ufficialmente come residenze del potere si possono interpretare come centri coordinatori non necessariamente legati all'esistenza di classi), e in armonia con l'ambiente, dimostra una "sapienza" maturata nei millenni. Risulta quindi esatta la definizione Homo sapiens, perché riferita a una specie che, come abbiamo visto, sa ricavare abbondante informazione dalla natura, sa trasformarla in produzione, ammasso e distribuzione mediante uno straordinario ed efficace sistema di controllo basato su inequivocabili quantità fisiche. La dissoluzione di questo tipo di società ha prodotto un salto qualitativo nella forza produttiva sociale, ma ha fatto perdere la capacità di controllo e di equilibrio. Per cui, da almeno tre millenni la nostra specie "progredisce", ma in quanto ad armonia con la natura non è capace di "rovesciare la prassi", cioè di ottenere un risultato sociale voluto; quindi regredisce a livello darwiniano. E questo fino al massimo livello del capitalismo, quello odierno, dove tutti possono toccare con mano quanto i grandi progressi abbiano comportato zero armonia e livello massimo di anarchia, diseguaglianza, miseria, fame e guerra. Ora, la bestia macchinizzata odierna è tutto meno che Sapiens. Qualcuno suggerisce Insipiens e, traducendo con Idiota, è abbastanza vicino alla realtà. Ma abbiamo visto che la potenza sociale, cioè la base per il comunismo, cresce, e che si prefigurano elementi della società futura in un processo irreversibile, il quale rimane memorizzato, tanto da costituire una forza materiale per la soppressione del capitalismo. Quindi è vero che Homo in processo è Discens, animale da apprendimento. Quello stesso animale, che nella nostra veloce carrellata storica abbiamo visto giungere assai vicino alla distruzione del pianeta, ha prodotto anche la propria antitesi: perché ha potuto dissolvere tutto, ma non il "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". Movimento che produce e rivitalizza continuamente il cervello collettivo, l'unico ad apprendere senza dimenticare, a potersi definire "partito nella sua larga accezione storica" (Marx).

Prima che le cose pensassero

Torniamo un momento alla macchina, al computer e al cervello. Nel numero 34/2013 di questa rivista abbiamo commentato il tentativo di pianificare l'economia sovietica negli anni '50 e '60 del secolo scorso tramite l'uso di quelli che allora erano supercomputer. Prescindendo dall'infame capitalismo retrogrado moscovita, non ancora neppure definibile "capitalismo di stato" l'idea che si potesse gestire la complessità sociale moderna con dei computer, per quanto potenti, era sballata in via di principio. Non era un problema di macchine ma di informazione e di elaborazione della stessa. I sovietici si accorsero presto che le mirabili macchine con il loro software da premio Nobel erano miseramente sconfitte dalla banale burocrazia mafiosa del partito al potere. Interessi politici impedivano la raccolta di dati affidabili. Oggi sappiamo, per mezzo di modelli sofisticati e di macchine miliardi di volte più potenti, che il fallimento del progetto sovietico si sarebbe verificato ovunque. C'era un errore di teoria.

In un sistema organico nessuno in realtà raccoglie informazione. Ogni organo è continuamente in relazione con l'altro, ad ogni livello, fino alle singole cellule. È l'organismo nel suo insieme ad essere informato su sé stesso tramite un meccanismo cibernetico di sensori che captano informazione e attuatori che modificano, se necessario, l'ambiente o le condizioni delle relazioni. Ovviamente abbiamo utilizzato di proposito i termini cibernetica, sensori, attuatori, come se parlassimo di un ciber-organismo. Certo, Cartesio aveva torto nel paragonare gli esseri viventi alle macchine, ma la commistione artificiale fra queste ultime e il cervello che le ha progettate e la società vivente che le adopera funziona già in simulazione di un organismo vivente. Ciò fa paura, sapendo che è in mano a un sistema economico-sociale assassino, completamente disorganico come il capitalismo. Ma intanto è così, questo ciber-organismo esiste.

Prendiamo l'informazione nel senso più comune del termine: quella comunicata attraverso i canali della stampa, della radio, della televisione e delle reti. La stampa, cioè il supporto cartaceo dell'informazione, dalle piantagioni alle cartiere, dalle rotative alle edicole, è un anacronismo che non si estingue unicamente perché il capitalismo ha delle inerzie fortissime. Da una parte è costretto ad introdurre innovazioni, dall'altra le spreca. Così è un freno allo sviluppo della forza produttiva sociale. Comunque i giornali ci sono ancora e svolgono la loro funzione. Da ben prima che uscisse il film sul Quarto potere le catene della carta stampata sono di proprietà di gruppi industriali o finanziari. C'è una bibliografia sterminata sul giornalismo come storia, come scuola, come fenomeno sociale, come regolatore degli eccessi e ovviamente come strumento di "ingegneria del consenso". Oggi i giornali sono consultabili sui computer o altri mezzi di supporto elettronico, sia in edizione ridotta che integrale. In quest'ultimo caso siamo all'irragionevole incapacità di morire della carta, con le conseguenze sulle fasi di lavorazione a monte. Per quello che qui ci interessa, il cadavere vivente del giornale ha la stessa funzione sia in formato cartaceo che in formato digitale: c'è una redazione, in genere orientata secondo schieramenti interni alla borghesia, c'è una produzione di articoli in base a notizie rilevate da reti di osservatori propri o delle agenzie, ecc.: insomma, c'è un prodotto confezionato che si compra, si legge com'è e si butta. Nessuna interazione cibernetica fra sensori e attuatori. Feedback nullo, nonostante alcuni tentativi in proposito. Anche le sezioni dei commenti non rappresentano una vera e propria interazione ma semplicemente una mini-tribuna dalla quale l'individuo comunica all'Universo la propria originalissima opinione.

Radio e televisione non sono strumenti molto diversi dal giornale, nonostante la tecnica incomparabile. Nati dopo la stampa quotidiana, se ne discostano per la diversa modalità di fruizione e soprattutto per la diversa ripartizione quantitativa fra notizie e intrattenimento. In ogni caso, giornali, radio e televisione sono nati per diffondere messaggi redatti in precedenza, in modalità uno a molti e assolutamente a senso unico. Da questo punto di vista non sono strumenti di comunicazione troppo diversi dal codice di Hammurabi, dalle pareti dei templi con le gesta di Ramsete II o dalle gesta tramandate ai posteri da Augusto. La televisione, che stimola i sensi audio-visivi e obbliga all'immobilità, è particolarmente adatta a omologare l'utenza in quanto assopisce la capacità di reazione. Non per nulla la letteratura sociologica e anche medica s'è soffermata sugli effetti, così conosciuti che qui non serve riprenderli in esame.

Internet rappresenta una raccolta completa delle metodologie sopra descritte più un qualcosa d'altro che vedremo fra un momento. Occorre prima precisare che cosa è lo strumento con il quale accediamo alla rete. Così com'è adesso, il computer può non essere collegato alla Rete e funzionare benissimo da macchina "informata". Nel senso che è un magazzino di contenuti, gli si può caricare in memoria di tutto, dagli articoli di giornale alla musica, dai film ai libri, dai giochi ai programmi per progettare macchine o simulare scenari reali. Per quanto riguarda alcuni di questi materiali la fruizione è a senso unico esattamente come nei casi sopra elencati: un film sarà visto come lo si vede in televisione, un giornale lo si leggerà sullo schermo invece che sulla carta, così altri contenuti che anzi possono essere duplicati dai veicoli già visti. Con una differenza importante, anzi, sostanziale: chi usa il computer in modo meno superficiale del consueto, può dare ordine ai contenuti, inserirli in elenchi relazionali, creare degli ipertesti o delle directory per argomenti, gestire immagini, unire lavoro con svago, eccetera. Il computer è per sua natura una macchina interattiva. Forse è per questo che i bambini, non ancora rovinati dai genitori prima che la scuola li renda deficienti del tutto (Charles Fourier) familiarizzano con naturalezza mentre gli adulti soffrono. Il computer è dunque una macchina che, fatta interagire da noi con noi, estende i nostri neuroni in un campo esterno al nostro organismo ma rimane parte di noi, perché le sue memorie le abbiamo riempite noi, ordinate noi. Oggi viviamo in una società che non sa che farsene di questa potenzialità organica, ma intanto l'industria, solo per il fatto che deve vendere miliardi di macchine, di programmi, di periferiche e di accessori, diffonde neuroni artificiali dappertutto.

Era ovvio che prima o poi questa massa di cellule "personali" si sarebbero collegate in una rete. Tutti i nostri discorsi sull'intelligenza collettiva andrebbero a catafascio se la proliferazione di cellule elementari di intelligenza al silicio non si fossero prima o poi collegate. Ovviamente le abbiamo fabbricate e collegate noi, con il nostro cervello al carbonio, ma per collegare tra di loro degli oggetti occorre che questi siano predisposti, ci vogliono degli strumenti per far suonare un'orchestra... Come dice Marx, l'uomo non può fare altro che modificare ciò che trova in natura. Modifica e modifica, arriva ad avere il telefono. Uno ovviamente non serve a nulla, ce ne vogliono almeno due affinché abbiano un senso. Perché non mille? Ecco che, nato il telefono, nasce immediatamente la rete dei telefoni. Sviluppando una potenzialità si scopre una nuova funzione. Mille telefoni provocano il caos totale sui cavi, bisogna inventare qualcosa che separi il segnale dal disturbo. E si scopre che questo qualcosa ha attinenza con una certa algebra la quale ha attinenza a sua volta con esperimenti di calcolo elettronico. S'è messo in moto un sistema che, da un certo livello in poi, va avanti da solo, chiedendo agli uomini di fare ciò che "lui" non sa ancora fare. E il suo sviluppo procede secondo curve esponenziali.

La diffusione, l'affinamento dei contenuti, la quantità di informazione memorizzata e veicolata, sono apparentemente sbalorditivi, ma il processo, a ben vedere, è del tutto naturale. Un sistema nato per essere interattivo e funzionare in rete globale non poteva fermarsi al livello proudhoniano, locale, come una macchina a vapore inchiodata all'officina in confronto a quella elettrica, potenzialmente ubiqua, collegata alla rete. Il "personal" computer non poteva che essere un passaggio intermedio; prima che si imponesse sul mercato era già morto, perché fin dagli albori delle reti era al servizio dell'attività collettiva. In quanto workstation aveva una notevole potenza locale, ma veniva utilizzato al meglio quando si collegava come un semplice terminale a un sistema centralizzato condiviso, indipendentemente dal luogo fisico in cui si trovavano gli interlocutori, senza intervallo di tempo fra le comunicazioni o le azioni dei singoli. Il team computing, come si chiamava, era perfetto per l'attività di progettazione industriale, un ambiente che mostrava fin d'allora segni interessanti a proposito di ciberorganismi: l'uomo aveva incominciato con il produrre macchine per mezzo di macchine e ora stava continuando con il progettare macchine per mezzo di macchine; cioè era arrivato ad aggiungere un nodo alla rete del cervello sociale, una sinapsi che disciplinava neuroni. Chi non si accorge che questa è una delle prove del fatto che la borghesia non potrebbe neppure esistere senza rivoluzionare di continuo il proprio modo di produzione non può dirsi marxista. Eppure Marx era affascinato, ad esempio, dal fatto che ogni fabbrica avesse al suo interno un'officina per la manutenzione di macchine e impianti. Vedeva in ciò un significato profondo, perché era come se la fabbrica fosse un organismo che si auto-riparava.

Macchine che progettano macchine, che le costruiscono, che le riparano, che le relazionano in sistema, che le controllano. Il tutto collegato al cervello umano per dare al sistema l'intelligenza che non ha ancora la possibilità di sviluppare da solo.

Come pensano le cose oggi

Il Massachusetts Institute of Technology ha una sezione di Fisica gestita dal Things That Think Consortium (Consorzio per le Cose che Pensano). Nella presentazione del suo sito leggiamo:

"'Cose che pensano' ha avuto inizio nel 1995 con l'obiettivo di unificare dal punto di vista computazionale sia lo spazio ambientale che gli oggetti di uso quotidiano. Il Consorzio comprende ricercatori di fama mondiale, precursori di importanti tecnologie emergenti, come ad esempio le reti di sensori, i display per le informazioni ambientali, sensori biometrici, video streaming, indicizzazione multimediale, tecnologie RFID. Questi progetti, iniziati presso il Media Lab, sono ora all'avanguardia di una tendenza globale, onnipresenti, pervasivi e invisibili... Dopo aver raggiunto il nostro obiettivo originario, abbiamo intrapreso nuove esplorazioni su temi di ricerca altrettanto entusiasmanti, tra cui la computazione emozionale, il networking organico fra cose intelligenti, le interfacce strettamente personali, la biomeccatronica".

Noi non ce ne accorgiamo, ma siamo immersi in un mare di sensori e attuatori. Quando entriamo in un supermercato, il minimo che può succedere è che il prodotto da noi acquistato abbia un dispositivo RFID (può essere una lamina invisibile); messo nel carrello, esso segnala immediatamente al magazzino la necessità di un rimpiazzo e, se è il caso, di rivedere la giacenza. Può anche, insieme alle lamine inserite nella confezione di altri prodotti, comunicare la composizione del carrello per uso statistico ecc.

Un sistema complesso come una grande rete di distribuzione che si approvvigiona direttamente dai produttori, può monitorare l'intera catena, dalla materia prima al prodotto finito, dal magazzino alla cassa. Una mega-rete come Walmart, per esempio, che coinvolge nel proprio ciclo di produzione/distribuzione più di tre milioni di persone e copre mezzo mondo, può gestire automaticamente un sistema completo di rilevazioni, controlli e disposizioni, in una vera e propria simulazione del metabolismo organico (compreso, va da sé, lo sfruttamento ottimizzato dei lavoratori, che organico non è affatto). La potenza di calcolo necessaria non è più un problema, e in tal modo si salta in un piano completamente diverso rispetto a quello in cui era soffocato il tentativo sovietico. Non essendoci più bisogno di rilevatori, controllori e smistatori umani di dati, il sistema diventa auto-sostenibile, funziona da sé. L'esempio di Walmart è paradigmatico ma non unico: anche le grandi case automobilistiche funzionano allo stesso modo, mettendo a conoscenza dei responsabili, in tempo reale, lo stadio in cui si trova l'intero processo produttivo, dai fornitori ai consumatori.

Un dispositivo RFID è un rilevatore elementare, molto meno "intelligente" di un personal computer di infimo livello. È un po' come il quipu inca, l'informazione che comunica è: c'è, non c'è, per ogni tipologia di oggetto cui è abbinato. Ma lo stesso dispositivo, moltiplicato per cento e collegato a oggetti diversi in luoghi diversi, che si muovono da un luogo all'altro, offre una visione dinamica di ciò che succede nel sistema. A questo punto l'elaborazione dei dati trasforma una mera somma di elementi stupidi in un aggregato sistemico intelligente. All'esempio del quipu aggiungiamo quello delle cretule e vediamo come dalla follia iperproduttivistica della società attuale possa scaturire, previa demolizione del vecchio potere, una società armonica come quella originaria ma complessa a livello planetario.

È di moda essere sensibili al tema della privacy e le macchine che controllano azioni e movimenti fanno discutere. I problemi inerenti a questi sensori/attuatori sono più che altro di ordine psicologico. La privacy per i proletari non è mai esistita, nelle fabbriche i guardiani hanno sempre controllato quanto un operaio stava al gabinetto, se fumava, se arrivava in ritardo o se andava lavarsi un minuto prima del consentito. Oggi questi sistemi non esistono più, ma ve ne sono altri che non si vedono. Il controllo di sistemi complessi è ormai all'ordine del giorno e, per ammissione degli stessi progettisti, si tratta di rendere "educati" i rilevatori ambientali, di aumentare la reattività dei sistemi, di renderli sempre più smart, cioè sempre più simili agli organismi viventi. Lasciamo tracce, siamo monitorati, le nostre abitudini contribuiscono a statistiche vendute come merce al mercato. È vero. Ma da duemila anni i cristiani spifferano gli affari loro ai preti in confessione, da Napoleone in poi ogni cittadino del mondo è schedato più o meno minuziosamente dalle polizie e negli ultimi decenni la maggior parte di coloro che usano un computer lo fa senza protezione o quasi. Davvero, non è una striscia di stagnola sulla scatola di biscotti che ci rovina.

Nel gergo del MIT, le "cose che pensano" sono chiamate "oggetti incrementati", come dire che hanno qualcosa in più. Ciò è esatto solo se li si mette in rapporto gli uni con gli altri, perché ad esempio il ricordato elemento RFID si accompagna all'oggetto e di per sé non gli apporta niente. Solo con gli altri oggetti che circolano in un ambiente monitorato essi "incrementano" la propria capacità di auto-organizzazione. Lo stesso dicasi per i nostri corpi. Possiamo ridere o piangere, per strada non vi fa caso nessuno. Ma se un sensore ottico riesce a leggere le emozioni dall'espressione del viso e confronta milioni di rilevazioni, magari incrociate con altri dati, allora si possono trarre indicazioni non solo tecniche ma utili al controllo di massa. Non ovviamente nel senso che ai governi interessi se uno è felice o incazzato, ma è certo che per la polizia è utile sapere l'umore di diecimila manifestanti al fine di prevedere le possibili conseguenze.

Fin qui siamo nel campo della rilevazione dei dati tecnici per far funzionare sistemi più o meno complessi, ma non è difficile immaginare, scorrendo la mole di dati a disposizione su Internet, quale sia la natura del lavoro d'indagine sociale condotta con i nuovi mezzi. La rilevazione di dati emozionali è già significativa. Recita ancora lo statement del MIT:

"Nella misura in cui si procede nel nuovo millennio, la visione di 'Cose che pensano' evolve abbracciando situazioni in cui si utilizza la grande capacità computazionale al servizio di importanti priorità umane, come l'incremento della creatività e della produttività, della capacità di controllo della salute, del miglioramento nel campo della sicurezza e del benessere, nell'aumento dell'interattività nella formazione. Nello stesso tempo, noi continueremo a innovare nel campo degli strumenti e delle tecnologie capaci di attivare l'interattività al livello umano più profondo".

Come penseranno le cose domani

Siamo chiaramente all'avvento di un sistema che si auto-organizza, per adesso al fine di autoconservarsi, ma in rapida evoluzione verso il superamento di questa insopportabile situazione di stallo. L'accesso all'informazione diffusa deve avere il suo risvolto speculare nella produzione diffusa di informazione. Le cosiddette "cose che pensano", l'abbiamo visto, permettono la realizzazione di sistemi elementari in grado di conoscere sé stessi. Per funzionare alla scala sociale hanno bisogno di una grande quantità di dati e quindi di una grande capacità di elaborazione, che vuol dire grande capacità di calcolo e programmi adeguati (software). Devono essere sistemi adattativi, cioè in grado di apprendere da soli in base alla raccolta e alla elaborazione dei dati. A questo punto non abbiamo solo "cose che pensano" ma "sistemi che pensano". Siamo all'inizio e può risultarne del caos invece che dell'ordine: è vero che il capitalismo è di per sé anarchico ed entropico (tendente al disordine), ma è comunque obiettivamente difficile integrare i sistemi adattativi alla rete universale, a quella satellitare GPS, a quella dei cellulari, e poi radio, televisione, ferrovie, autostrade, aeroflotte, scali marittimi, poste, banche, reti pubbliche e private. Ci sarebbe di che disperare sulla possibilità e fattibilità di una organica società nuova. Ma è un pessimismo infondato: in realtà già negli anni '50 la Sinistra Comunista ha dimostrato, con un formidabile studio sullo sciupio capitalistico, che il superamento della legge del valore libererà la specie umana da un terribile fardello, tanto gravoso quanto inutile: lo spreco. Non quello che più ci colpisce nell'immediato, cioè l'eccesso di produzione buttata via, l'esasperazione dell'usa e getta, l'obsolescenza programmata delle merci. Lo spreco immane è quello dovuto alla gestione del valore, la quota di energia sociale devoluta all'amministrazione. Senza il denaro, la società futura ridurrà ai minimi termini lo sforzo gestionale, per cui le "cose che pensano" faranno parte di sistemi adattativi snelli, mentre la società stessa dovrà escogitare il modo per sbarazzarsi degli elefantiaci sistemi burocratici ereditati.

Non c'è bisogno di spendere molte parole, ad esempio, sui vantaggi che una società ricaverebbe dall'eliminazione del sistema bancario. Ed è immediatamente visibile quanta energia vitale viene sprecata in migliaia di uffici amministrativi e legali nelle fabbriche e fuori, tra commercialisti, notai, esattori, giudici, avvocati. Progetti riguardanti l'automazione integrale di servizi come supermercati, parcheggi, reti di taxi, mostrano che la quasi totalità di sensori e attuatori impiegati, con relativi meccanismi, servono soltanto a disciplinare tre fattori: l'utente (sicurezza), le merci (furti) e la circolazione del denaro (pagamenti). Come diceva Henry Ford a proposito dello spartano modello "T", "Tutto ciò che non c'è non si rompe". Nella società futura la semplificazione del sistema sarà tale per cui la raccolta e l'utilizzo dell'informazione forniranno la possibilità immediata di realizzare in pieno e con poco dispendio di energie ciò che oggi è appena abbozzato.

Entro tale scenario si colloca il sistema di informazione durante la transizione di fase descritta nel programma di Forlì, nel nostro caso all'ultimo punto. Anche per la gestione dell'informazione e della comunicazione varrà la massima di Ford: se non c'è non si rompe. Che tradotto nel nostro contesto significa: non c'è bisogno di tutto l'armamentario attuale per trasmettere e ricevere quello che oggi trasmettiamo e riceviamo. Una rete di comunicazione in fibra ottica può veicolare una quantità enorme di dati, e Internet potrebbe tranquillamente sostituire radio, televisione, giornali, cinema, libri e tutto quel che oggi rappresenta informazione. La trasformazione è già in corso, ma ad una lentezza incompatibile con la velocità di sviluppo delle tecnologie. L'informazione può risiedere nella Rete alla quale ognuno può accedere sapendo ciò che vuole, cercando ciò che non sa, creando contenuti nuovi, modificarne di esistenti, o accedendo a comunità che lo aiutino a conoscere. Un solo apparecchio può fare tutto questo, con il vantaggio che, eliminati radio, televisore e giornali che trasmettono da uno a molti senza possibilità di interagire, ora c'è trasmissione uno a uno con possibilità di interazione. Già oggi gli standard per la televisione digitale permettono in teoria una interattività illimitata, per cui l'unidirezionalità è virtualmente morta, tenuta inutilmente in piedi dai limiti dei fornitori del servizio. Come esistono i social network, così esiste una potenziale social Tv (pay per view, teletext, video on demand, telegiochi), oggi relegata a consumi di nicchia rispetto all'imperversare della tele-droga tradizionale.

Ci si può sbizzarrire sul tema tenendo presente che anche in questo caso divideremmo almeno per dieci la pletora di apparecchiature assolutamente ridondanti, sostituite da un unico sistema eventualmente collegato con periferiche nei vari ambienti. Cosa più importante, invece di "sottoporre al controllo dello stato" il sistema dell'informazione e dello spettacolo, l'organizzazione della società rivoluzionaria renderà interattivo l'intero sistema dell'informazione assecondando la tendenza, già oggi potente, a realizzare contenuti nuovi, a modificare contenuti esistenti, a entrare nel sistema invece di lasciarselo fluire addosso. Oggi la guerra attraverso Internet di stati contro altri stati o contro le popolazioni ribelli è appena all'inizio. Immaginare che uno stato possa essere assente da Internet è assurdo tanto quanto immaginare che sulla Rete si spenga la lotta sociale, specie quella per immettere informazione da parte di individui o forze organizzate. Come ci sono community che sanno tutto sui gatti o sui polli, vi sono, e sempre più vi saranno, stati che intervengono per attingere informazione e per lasciarne, in un'opera di pattugliamento costante e sistematica. Lo stato rivoluzionario in transizione di fase non potrà fare a meno di questo tipo di attività e non sarà certo una presenza neutra.

La Pravda, o della Verità

Abbiamo visto che nell'orizzonte rivoluzionario degli anni '50 del secolo scorso il controllo dello stato sull'informazione, come su altri aspetti dell'attività sociale, significava in sintesi "nazionalizzazione", cioè espropriazione della proprietà privata a favore di quella pubblica. Abbiamo anche visto che oggi la situazione sociale e tecnica è talmente evoluta che il controllo dello stato può avvenire attraverso l'impianto di sistemi "intelligenti" in grado di produrre sia un autocontrollo utile alla pianificazione della produzione/distribuzione, sia soprattutto l'auto-apprendimento necessario a trasformare l'anarchia della vecchia società in un sistema adattativo, cioè informato, cioè organico. La storia del più celebre giornale russo ci può fornire lo spunto per fare un confronto fra passato e presente, considerando il presente come rampa di lancio verso il futuro.

La Pravda nasce su iniziativa di un ingegnere ferroviario nel 1903, ma viene spinta sulla ribalta dalla rivoluzione del 1905. All'inizio è un giornale politicamente non orientato, ma dopo il 1905 viene coinvolto nel fermento politico montante e diventa terreno di scontro fra bolscevichi e menscevichi (Trotsky è direttore e si defila). Nel 1912 la frazione menscevica viene espulsa dal partito e il giornale cade automaticamente sotto il controllo bolscevico. Nel 1917, dopo un periodo di chiusura, ritorna sulle piazze e, dopo l'Ottobre, diventa definitivamente organo ufficiale del Partito Comunista Russo. Dunque abbiamo un organo di stampa che nasce neutro, viene fagocitato dal processo rivoluzionario fino a diventarne la voce principale come organo del partito e infine subisce le sorti di quest'ultimo. Se ci fossero state, la radio e la televisione avrebbero subito le stesse determinazioni, sarebbero state nazionalizzate e poste da subito sotto il controllo del partito.

L'iter della stampa nell'Ottobre non si potrebbe riprodurre per i mezzi d'informazione odierni, nell'Occidente capitalistico del terzo millennio. Se anche le forze rivoluzionarie acquisissero un giornale in seguito a moti rivoluzionari, il cuore dell'informazione insurrezionale non sarebbe la carta, e nemmeno le onde radio, ma Internet e altri tipi di rete. Si sa, le rivoluzioni condensano decenni in settimane o giorni: i lunghi articoli sui giornali lascerebbero il posto ai sintetici messaggi di Twitter, e le indicazioni operative, i programmi, i video dei più disparati eventi, sarebbero reperibili su Internet aggiornate in tempo reale. Durante le rivolte di questi ultimi anni i network hanno inesorabilmente livellato le capacità di comunicazione di tutte le forze in campo, mettendo virtualmente sullo stesso piano gli stati, i rivoltosi, i media, gli spioni e quelli che si tappavano in casa. Lo stato ovviamente può "spegnere" i mezzi di comunicazione, proibire le reti alternative, arrestare chi comunica, ma abbiamo già avuto la verifica sul campo: non funziona.

La Pravda nasce dunque neutra e viene conquistata al movimento politico. Per molto tempo l'assalto ai mezzi d'informazione e comunicazione è stato vitale per ogni rivolta. Ovviamente in una rivolta ci si impossessa di tutto quel che si può, ma le rivolte odierne hanno dimostrato che non ha più senso perdere tempo per occupare i centri dell'informazione tradizionali. I network o, nel caso questi siano bloccati, altri tipi di rete sono più efficienti. I rivoluzionari russi affiancarono al giornale legale un giornale clandestino, l'Iskra, che veniva stampata all'estero, introdotta illegalmente in Russia, distribuita con difficoltà, ecc. Oggi niente di tutto questo potrebbe intralciare l'azione di una forza rivoluzionaria. Comunque, anche con il possesso dei media tradizionali, la fase immediatamente successiva alla conquista del potere sarà caratterizzata più che mai dal mondo delle reti. Lo stato non avrà alcun bisogno di nazionalizzare la stampa e nemmeno di acquisire un controproducente monopolio su Internet, peraltro difficile da realizzare se non impossibile. Se la singolarità rivoluzionaria segnerà davvero la fine di un'epoca, la rete sarà già abbondantemente in mano alle forze che hanno reso possibile il rovesciamento della vecchia società. I movimenti che hanno caratterizzato questi ultimi anni, dalla cosiddetta primavera araba all'eclatante esperimento sociale di Occupy Wall Street, hanno condotto una vera e propria guerra dell'informazione su Internet: i loro messaggi, i filmati, le manifestazioni, le immagini erano diventati "virali", diffondendosi come un'epidemia. Se il vecchio stato fosse obbligato a chiudere le comunicazioni decreterebbe semplicemente la propria fine, perché ormai la società intera, l'abbiamo visto, funziona per mezzo di Internet.

Perciò il nuovo stato non farà altro che liberare l'immensa potenzialità delle sue truppe assecondando al massimo grado la loro occupazione delle reti. La pratica rivoluzionaria viene rovesciata: non è più lo stato che deve mettere sotto controllo l'informazione ma è l'informazione veicolata da milioni di persone che opera un monitoraggio dello stato affinché non traligni e si dedichi alla propria estinzione. È finalmente la realizzazione della democrazia diretta come vagheggiano gli anarchici e altri adoratori di questa mistificazione borghese? Neanche per sogno: il principio di autorità non viene meno, specialmente in una rivoluzione, ed esso è rappresentato dal partito della specie. Pravda vuol dire Verità e il giornale russo di notizie si chiamava Izvestia, che vuol dire Notizie. Una battuta russa era: "Nella Verità non ci sono Notizie e nelle Notizie non c'è Verità".

Il Partito Bolscevico aveva molto presto adottato il criterio della "ingegneria del consenso" e quindi meritato la battuta. Il partito del futuro non potrà nemmeno immaginare di ricorrere alla carta o alla televisione per comunicare in modo unidirezionale il proprio programma al mondo; sarà, molto realisticamente, interprete del movimento reale, quindi collegato in "doppia direzione" a vasti insiemi della specie.