Assalto al Pianeta rosso

"La gente a volte pensa che la tecnologia migliori automaticamente nel tempo, ma in realtà non è così. Si ottiene il meglio dalla tecnologia solo se persone intelligenti si danno da fare per renderla migliore. È in questo modo che in realtà qualsiasi tecnologia dà il meglio di sé. Guardate alla storia delle civiltà, ad esempio […] a Roma, che ha costruito incredibili reti stradali, acquedotti che portavano acqua corrente nelle case, e poi s'è dimenticata di come fare tutte queste cose. Ci sono molti esempi nella storia, quindi penso che si dovrebbe tenere a mente che l'entropia è sempre in agguato" (Elon Musk, intervista a Sam Altman di Open AI, 15 settembre 2016).

"Io penso che trasformare la vita terrestre in un fenomeno multiplanetario sia un argomento umanistico forte nella prospettiva di garantire l'esistenza dell'umanità di fronte a eventi catastrofici in grado di estinguerla" (Elon Musk, intervista ad Aeon Magazine, 2014).

"Non fu il volo a portare un'epoca nuova; fu un'epoca nuova a permettere il volo" (Scienza e rivoluzione, Quaderni di n+1).

A volte ritornano

Si sta preparando il Grande Spettacolo Spaziale Bis.[1] Il capitalismo lo vuole. È in crisi da almeno un secolo, ma da un decennio a questa parte sembra morto: la produzione langue, enormi quantità di capitale fittizio attendono congelate che si muova qualcosa nell'economia per gettarsi sui mercati in nuove avventure speculative. Non esiste uno straccio di teoria economica che possa suggerire qualche rimedio. Così ci si rivolge ancora una volta al Cielo. I sintomi ci sono tutti, e stavolta la posta in gioco non è l'inutile e sterile Luna ma il pianeta meno dissimile dalla Terra, cioè Marte. Sondato, studiato, sorvolato da ricognitori satellitari, percorso da robot cingolati con annesso laboratorio di analisi, il Pianeta Rosso è preso di mira come possibile oggetto di colonizzazione. Per il vorace capitalismo giunto alla sua fase finale, una Terra non basta più, ne occorre un'altra, anche se il sistema solare offre, come possibile doppione, solo un freddo pianetino desertico, con un'atmosfera quasi inesistente e comunque fatta di gas tossici.

Citeremo un capitalista che si è fatto portavoce della necessità di "rendere multiplanetaria" la specie umana portandola su Marte. Ma la fuga dalla realtà capitalistica terrestre a un'altra (ipotetica) realtà capitalistica è impossibile. Già la prima epoca della "conquista spaziale" s'era spenta senza portare soluzioni alla valorizzazione del capitale. Dal primo satellite artificiale lanciato nel 1957 a oggi, in sessant'anni nessuno ha potuto ricavare profitti tali da rendere effettivi i meravigliosi disegni di stazioni spaziali grandi come città, basi lunari dalle grandi cupole, giardini idroponici che producono cibo e ossigeno. I disegni ritornano, e sono altrettanto fantasiosi di quelli rimasti nei cassetti, solo un po' aggiornati rispetto alle tecnologie disponibili, benché molto meno di quanto ci si potrebbe aspettare.

La corsa allo Spazio della prima epoca era figlia della competizione militare oltre che, naturalmente, del bisogno di valorizzazione del capitale (che avveniva in modo classico soprattutto attraverso gli armamenti convenzionali). Non mancava, è ovvio, il risvolto ideologico di una borghesia che aveva ancora margine per immaginarsi espansiva, alla ricerca di una nuova frontiera, di una specie di Terra Promessa tecnologica in cui trovare lo sfogo necessario a merci e capitali. Passati tre lustri o poco più, la conquista dello Spazio veniva poi relegata alle pagine interne dei giornali per sparire quasi del tutto, tranne nel caso di poche eccezioni che comunque non erano servite a rivitalizzare il settore. Abbandonata la Luna, si era spenta anche la teoria di una grande espansione oltre i confini terrestri, e la massima realizzazione "astronautica" rimaneva la Stazione Spaziale Internazionale, un progetto vecchio di decenni che aveva comportato la costruzione di moduli innestati uno con l'altro, assai meno spaziosi di quelli raffigurati nei disegni di cui sopra, in orbita a un tiro di schioppo dalla superficie terrestre, ospitanti alcuni ricercatori impegnati in noiosi compiti di routine. La Stazione Spaziale Internazionale nei fatti non era altro che un clone della vecchia MIR russa ingrandito e potenziato, un progetto che la diceva lunga sulla capacità di innovazione in ambito di ricerca "spaziale", mentre da parte americana i collegamenti con la Terra erano ottenuti con un mostro come la navetta Shuttle. Tale veicolo era così complesso, costoso e pericoloso (14 morti) che fu accusato di aver fatto naufragare l'intero programma spaziale (i moduli di rifornimento russi, automatici e spartani, dimostrarono di essere molto più affidabili e meno costosi). Con tali premesse, il destino luminoso di un'umanità trascendente il proprio pianeta originario passava in secondo piano insieme con tutta l'ideologia della conquista. L'uomo rimaneva testardamente abbarbicato alla Terra, incapace di riprodurre nello spazio condizioni di vita non troppo dissimili da quelle terrestri, limitandosi ad assemblare moduli pressurizzati che qualcuno ha definito "grosse pentole a pressione". Niente astronavi autosufficienti, dunque, ma inerti satelliti dipendenti in tutto e per tutto dai rifornimenti che arrivano tramite razzi a perdere.

Espansione-evoluzione

La tendenza all'espansione fa parte del patrimonio genetico della nostra specie come dicono gli ideologi della conquista spaziale? Da un punto di vista generale, chiunque può dimostrare che l'umanità nella sua storia ha conosciuto epoche durante le quali nuovi territori sono stati raggiunti e abitati. Spinte interne possono essere state alla base di nuove "conquiste", così come la disponibilità di territori ha potuto rappresentare il concretizzarsi di dette spinte.

Può darsi che un giorno l'umanità trovi necessario o anche solo utile portare qualche suo rappresentante su altri pianeti per colonizzarli, ma è certo che se ciò accadrà sarà fatto nell'ottica di soddisfare un bisogno sociale e non per dare sfogo al bisogno di valorizzazione del capitale. Già abbiamo rovinato un pianeta, sarebbe saggio evitare di ripetere l'operazione in luoghi dagli equilibri ancora più delicati di quelli terrestri.

L'espansione dei gruppi umani è un dato di fatto materiale da quando le prime forme di produzione consapevole hanno permesso la rottura degli equilibri naturali con il conseguente aumento della popolazione. Questo fenomeno è rilevabile anche in altre specie, ma presso gli umani l'effetto è particolarmente visibile. Fermandoci ai mammiferi, nessuna specie oltre all'uomo ha colonizzato così completamente e velocemente le varie aree del Pianeta, per cui è lecito collegare il fenomeno alla capacità specificamente umana di produrre fin dai primordi secondo un piano preesistente al risultato. Il guaio è che, mentre la scala dei fenomeni produttivi all'epoca della pietra scheggiata non si discostava molto da quella dei processi naturali, al tempo delle fabbriche automatiche (e di tutto il restante mondo macchinizzato) il potenziale distruttivo è tale da mettere in discussione lo stesso equilibrio del Pianeta.

Perciò in linea teorica la risposta a un tale attentato all'equilibrio, qui sulla Terra, esclude qualsiasi programma di colonizzazione dello Spazio. Semmai vi sarà nel programma rivoluzionario immediato la necessità impellente di decolonizzare lo spazio terrestre e di disinfestarlo dai prodotti del capitalismo. Tutti provvedimenti che di per sé limiteranno drasticamente il movimento espansivo iniziato nella notte dei tempi ma giunto a un grado di crescita da allarme rosso. Per ri-ambientare il Pianeta sarà necessario il lavoro di decenni.

Per quanto riguarda l'Homo sapiens-sapiens, cioè noi stessi, la sua espansione sui vari continenti a partire dall'Africa è iniziata fra i 60.000 e i 45.000 anni fa, per proseguire con velocità enorme rispetto a quanto era accaduto in tempi precedenti con altri rami della nostra specie. Il fenomeno è ben studiato e ha radici complesse che riguardano sia il patrimonio genetico, sia la capacità acquisita e amplificata di produrre, sia l'aspetto antropologico sociale; e ovviamente non può ripetersi all'infinito. È solo il capitalismo che non può fare a meno di crescere ed espandersi, le società più antiche, quelle pre-classiche, prosperavano per millenni una volta raggiunto un certo equilibrio omeostatico; e in genere scomparivano solo a causa di eventi esterni.

Può darsi che davvero nel nostro programma genetico sia contemplata l'espansione, visto che sembra una caratteristica primigenia. L'ordine dei primati comparve in Africa tra i 25 e i 20 milioni di anni fa. A quel tempo il movimento tettonico aveva appena prodotto un cambiamento locale del clima con la formazione di ecosistemi a macchia di leopardo, entro i quali probabilmente incominciarono a diversificarsi gruppi di nostri paleoantenati. Sia nella foresta primaria, sia nella savana, si fissarono isole di specializzazione alimentare abbastanza stabili da rappresentare la base per linee evolutive esenti da competizione, per cui la mobilità sul territorio era piuttosto scarsa e l'espansione lentissima.

Ma nel lungo periodo foresta e savana rappresentarono insieme un ambiente sinergico, sufficientemente dinamico da favorire la crescita di popolazioni diversificate che diventarono presto competitive, perciò destinate di nuovo alla mobilità. Tra i 5 e i 4 milioni di anni fa si sviluppò Homo Habilis, utilizzatore e poi costruttore dei primi strumenti. Intorno ai 3,5 milioni di anni fa si stabilizzò la posizione eretta, poi, 2,5 milioni di anni fa, la specie Homo si separò definitivamente dagli altri primati. Un altro milione di anni occorse per la preminenza diHomo Erectus e finalmente, 300.000 anni fa, comparve il Sapiens arcaico. Ancora 100.000 anni e questo ramo, ormai sulla strada della preminenza assoluta, iniziò a colonizzare il mondo. Era robusto e adattabile, tanto da non lasciare libero alcun angolo del pianeta. Stava evolvendo a sua volta verso il Sapiens- Sapiens, lo stesso che oggi, insaziabile, vorrebbe andare a colonizzare Marte. Era un animale pericolosissimo, come ben sapeva il Neanderthal, cui diede una mano ad estinguersi nonostante questi avesse il cervello più voluminoso del suo.

Hanno quindi ragione coloro che paventano un pericolo di estinzione: se è vero che la nostra specie ha sviluppato un patrimonio genetico competitivo, è anche vero che proprio la competizione per il territorio ha prodotto un assetto sociale collaborativo entro gruppi diversi, fino a livelli organizzativi molto complessi, come abbiamo visto analizzando antiche civiltà non ancora giunte ai modi di produzione classisti. Tuttavia proprio gli effetti dei modi di produzione classisti hanno neutralizzato gli aspetti collaborativi, in primo luogo attraverso l'introduzione delle prime forme di sfruttamento. La produttività sociale è enormemente cresciuta, ma l'appropriazione privata ha fatto di tali società sistemi in cui l'uomo è nemico di sé stesso. Il capitalismo è ovviamente il modo di produzione più pericoloso in senso assoluto perché il suo bagaglio di conoscenze tecniche e scientifiche cresce in modo esponenziale, fornendogli una potenza mai vista. Questo bagaglio di conoscenze esalta l'aumento smisurato dell'attività produttiva, la quale comporta una pressione enorme sulle risorse non rinnovabili e sulla biosfera nel suo complesso. È evidente che in una simile situazione non è difficile elaborare scenari in cui la nostra specie corre seri pericoli di involuzione o addirittura di estinzione. La teoria di una fuga verso altri pianeti per colonizzarli e rendere la specie multiplanetaria è una conseguenza.

L'espansione è dunque contemplata in tutte le teorie evolutive. Si tratta di vedere se nella teoria della moderna rivoluzione ha ancora senso immaginarla necessaria o anche solo utile, dato che il Pianeta è ormai infestato dal capitalismo al suo ultimo stadio e l'umanità sembra non essere in grado di pensare ad altro che alla salvezza di questo micidiale modo di produzione. Salvezza che per alcuni potrebbe venire soltanto da nuove aree colonizzabili: cioè, visto che sulla Terra lo spazio è finito, da un qualche altro luogo del sistema solare.

Espansione-conservazione

L'espansione di cui ha bisogno il capitalismo non ha naturalmente nulla a che fare né con archetipi genetici, né con teorie sull'aumento della popolazione in rapporto alle risorse o alla produzione. Non sono gli uomini capitalistici che ne hanno bisogno ma il capitalismo fornisce agli uomini l'ideologia necessaria per battere quella strada. È prevedibile un rigurgito di ideologia da "Conquista dello Spazio", la cui causa andrà ricercata nel limite raggiunto dal modo di produzione attuale, non in mistici impulsi verso la conoscenza dell'ignoto, visto che di ignoto sulla Terra ce n'è abbastanza per occupare diverse generazioni di ricercatori in qualsiasi campo.

Se verrà avviata sul serio la corsa al Pianeta Rosso, non sarà perché il capitalismo avrà trovato il suo sfogo, ma perché esso ha raggiunto il suo limite, ovvero perché saranno maturate definitivamente le condizioni per una società nuova.

Come sempre i sintomi del limite raggiunto vanno cercati in anticipazioni della società futura riscontrabili già in questa. E non c'è niente di meglio, come terreno di ricerca, che il comportamento dei maggiori esponenti del capitalismo modernissimo, costretti a rinnegare il modo di produzione di cui sono rappresentanti eminentissimi. Abbiamo fermato la nostra attenzione su di uno in particolare, l'87° in graduatoria secondo Forbes.

Elon Musk è un imprenditore miliardario. Laureato in fisica ed economia, è amministratore delegato della Tesla, fabbrica di automobili elettriche. Co-fondatore di Pay Pal, sistema di pagamento su Internet, ha diversificato le proprie attività fondando Space-X, un'azienda di servizi spaziali che mette a disposizione navette di collegamento con la Stazione Spaziale e razzi vettori per la messa in orbita di satelliti commerciali. Sta costruendo la più grande fabbrica del mondo, dove all'inizio saranno prodotte soprattutto batterie agli ioni di litio e in un secondo tempo altre merci in sinergia con la linea di produzione delle varie consociate, ad esempio tecnologie per lo sfruttamento dell'energia solare. Proprio perché conosce la tecnologia, questo strano capitalista sa bene che in mani sbagliate essa può provocare disastri. Perciò sostiene che le macchine vanno controllate e messe in condizioni di non nuocere e, coerentemente con questo assunto, ha fondato un'associazione non-profit che si occupa di Intelligenza Artificiale (Open AI), investendovi un miliardo di dollari. Vive per le macchine e grazie ad esse ma mette in guardia contro il sistema che le usa. Con le stesse motivazioni prevede prima o poi una catastrofe tale da mettere in discussione la nostra esistenza come specie, per cui ha iniziato a produrre alcune parti di un sistema globale in grado di portare un milione di terrestri su Marte nei prossimi 100 anni. O almeno così dice.

Dice inoltre che non glie ne importa niente dei soldi: li accumula solo per veder realizzato il suo progetto marziano. Questa vantata indifferenza per il guadagno che non sia finalizzato ai suoi scopi extra imprenditoriali alimenta la diffidenza di altri imprenditori sulla fattibilità tecnica del progetto che, senza l'obiettivo del profitto, sarebbe una vera follia. Egli risponde con le realizzazioni funzionanti e già produttive di profitti, e sembra prendere in giro i suoi critici con filmati e immagini di computer-grafica da fantascienza di serie B. È chiaro che un razzo alto 130 metri e con 12 metri di diametro non è altro che un'evoluzione del gigantesco Saturno V costruito per portare gli equipaggi sulla Luna, quindi niente spinte evolutive, dato che il salto in una situazione nuova deve comportare parametri nuovi. Ma oltre a ciò, nella propaganda di Musk vi è l'ostentata presentazione grafica dei vari progetti in uno stile che sembra fatto apposta per attirare sorrisi di sufficienza: enormi spazi in cui prendono posto almeno 100 uomini di equipaggio, una "sala di comando" che si apre sull'universo attraverso una impossibile vetrata, il voluto, marcato aspetto fallico del missile, la commistione di elementi tecnico-scientifici con scenari di pura fantasia, ecc.

Musk ha ventilato la cifra per l'equipaggio: 10 miliardi di dollari cadauno, 1.000 miliardi in tutto.[2] A differenza di sessant'anni fa, il reperimento di capitali non è semplice. Allora si trattava di utilizzare un surplus che in parte già veniva "consumato" in armamenti e in parte alimentava spontaneamente la pretesa nuova frontiera spaziale. È vero che il business spaziale aveva bisogno di successi, ma questi erano proporzionali al capitale investito, dato che non erano in ballo tecnologie veramente nuove. Oggi non vi sono capitali liberi in cerca di rami d'investimento ma sono gli operatori di certi rami d'investimento che devono farsi in quattro per attirare l'attenzione di eventuali possessori di capitali. E siccome lo stato ha chiuso la borsa, diventa essenziale non solo trovare denaro, ma trovarne molto altrove, soprattutto attraverso cordate di capitalisti interessati ai progetti e fiduciosi nei confronti di chi li ha illustrati e adopererà il denaro.

In un certo senso il capitalismo è costretto a tornare indietro, tornare a quando, per investimenti importanti, la banca pattugliava il mercato alla ricerca di piccoli capitali che, raggruppati, rappresentavano una sufficiente massa critica. L'operazione Marte, quindi, da una parte è dettata dalla necessità di espansione in un contesto che la espone al rischio di un fallimento; dall'altra riceve una spinta dal fatto che esistono grandi quantità congelate di capitali fittizi che oscillano fra l'impiego speculativo e l'investimento produttivo. Ma chi garantisce quest'ultimo nell'epoca in cui l'epopea spaziale non è che un ricordo? Un conto è poggiare l'investimento privato su di un settore industriale in espansione pilotata, rispondente ai canoni del keynesismo; un conto è poggiarlo su di un settore di nicchia, che deve già la propria esistenza ai salti mortali del capitale per trovare una propria collocazione.

Progetti a go-go, realizzazioni scarsucce

Elon Musk dice di sé:

"Mi piacerebbe che parlassero di me come di uno che ha fatto una piccola fortuna con l'industria aerospaziale... Il guaio è che sono partito da una grande fortuna e ho rischiato il fallimento".[3]

È un modo per sottolineare che con i tempi che corrono riuscire a guadagnare con l'attività aerospaziale richiede progetti particolari.

Al momento sembra che gli affari gli vadano non troppo male. Quando ha venduto Pay Pal ha intascato 180 milioni di dollari, investendoli nelle sue fabbriche. Quando ha fondato la fabbrica di automobili Tesla a spinta elettrica integrale è riuscito a sfruttare una nicchia di mercato che sopportava un valore di scambio molto alto per un valore d'uso poco richiesto. L'auto elettrica si è portata dietro la già ricordata fabbrica di batterie che produrrà per il mercato, e non solo per Tesla, ed è funzionale ai tetti fotovoltaici (Solar City) che hanno bisogno di batterie per l'accumulo indipendente di energia. Tutto il suo giro d'affari, infine, gravita intorno all'azienda aerospaziale, attualmente in attivo (Space-X), quella stessa che dovrà fare arrivare un equipaggio su Marte. La "piccola fortuna" con l'industria aerospaziale l'ha portato fra i 100 capitalisti più ricchi del mondo con un patrimonio personale di 12 miliardi di dollari e 43.000 dipendenti.

Perché citare questo strano borghese che dice di volere accumulare soldi solo per realizzare un sogno marziano? Non vedremo forse ripetersi negli stessi termini l'ubriacatura spaziale di sessant'anni fa, ma se il capitale avvertisse una qualche brezza di valorizzazione in stile Elon Musk possiamo star certi che non si tirerà indietro di fronte alle oggettive difficoltà di sfruttare capitalisticamente Marte. Eppure il Pianeta Rosso è la tomba di innumerevoli missioni. Il fatto è che il capitalismo moderno se ne frega della coerenza tra gli investimenti e gli scopi per cui vengono effettuati. Non per niente Keynes proponeva seriosamente di investire per scavare buche al solo scopo di riempirle. Il 4 ottobre del 1957, dopo il lancio del primo satellite artificiale, la nostra corrente osservò che l'esagerato tripudio per l'inizio della "conquista dello spazio" non era altro che un "triviale rigurgito di illuminismo", aggravato dalla natura militare e propagandistica della "corsa" che opponeva Stati Uniti e Unione Sovietica. Fu facile dimostrare, con "lapis e notes a quadretti" che non era affatto incominciata una nuova epoca. Non c'erano rivoluzionari pionieri della conquista, bensì meri conservatori dell'esistente, immersi in un'atmosfera, già satura di frottole trasudanti ideologia. Però capitali venivano investiti e valorizzati. La serie di articoli che ridicolizzavano la "ballistica spaziale" (con riferimento al fatto che si stavano sparando in aria missili balistici, cioè proiettili e non astronavi) fu accolta assai male nell'ambiente marxista, proprio quello che avrebbe dovuto essere vaccinato contro le sparate di una borghesia decadente. "Ma come," dissero alcuni, "è possibile che noi comuni mortali facciamo le pulci ai grandi scienziati del calibro di Von Braun?" Era addirittura doveroso, ma l'ideologia è dura a morire. Vi fu chi scrisse articoli sputando veleno, chi da scienziato consigliò più cauti approcci, chi addirittura scrisse delle "tesine spaziali" alternative. Più tardi sui missili salirono "astronauti", spediti prima in orbita terrestre e poi sulla Luna. Passando da un'esagerazione all'altra, vi fu chi negò l'evento lunare, "dimostrando" che i dati e le fotografie erano truccati. Non era vero, ma l'ideologia è fatta così: ogni proposizione ha il suo dualistico opposto.

Abbiamo pubblicato due libri sull'argomento[4] e non staremo a ripetere, neppure alla luce delle novità tecnologiche, le ragioni della nostra messa in guardia contro questi ricorrenti rigurgiti "promozionali" a favore di un modo di produzione che attende solo di essere spazzato via per lasciar posto a una società nuova. Diciamo che l'unica vera novità tecnologica è la potenza raggiunta dai computer, potenza che però è inutile di fronte al fatto fisico che per inviare un certo carico "pagante" in orbita occorre sempre la stessa energia, così come per staccarsi dalla gravità terrestre occorre sempre raggiungere la stessa velocità di fuga. L'evoluzione dei computer ha permesso il perfezionamento dei robot che hanno esplorato lo spazio al posto degli uomini, ma per quanto riguarda il bilancio energetico per spedire grossi carichi in orbita o verso altri pianeti nulla è cambiato. Perciò, quando si parla di progetti per la colonizzazione di Marte, è obbligatorio ripescare le stesse problematiche affrontate al tempo dei primi giri in orbita di Gagarin, dei primi saggi di orbita lunare e dei primi allunaggi con moduli parzialmente guidati. Non è un caso che tutti i progetti "marziani" non siano altro che varianti di un unico progetto standard sviluppato negli anni '60 del secolo scorso.

Marte è un vero e proprio killer per la maggior parte delle missioni dirette a conoscerne le caratteristiche, sia a distanza che sul terreno. L'ultimo fallimento si è verificato l'ottobre scorso, quando la sonda Schiaparelli, parte della missione europea Exomars, si è schiantata sul suolo marziano. È vero, la missione nel suo insieme è stata un successo e anche il malfunzionamento che ha portato alla perdita della sonda, essendo monitorato, sarà utile per le missioni successive, ma il fatto che non vi siano alternative all'utilizzo di grossi vettori, alla pianificazione di tempi lunghi per il viaggio, alle zone d'ombra senza segnali dovute alla rotazione del pianeta e ai tempi di comunicazione (16 minuti delle onde radio andata e ritorno), pone ogni missione sotto la spada di Damocle della statistica: da quando è iniziata l'esplorazione marziana, la probabilità di successo è di circa 1 su 3 e non si è mossa di lì.

Furono i sovietici a calcolare per primi una rotta newtoniana dalla Terra a Marte. Nel 1960, sulla base di quei calcoli, spedirono due sonde, Mars 1960A e Mars 1960B, che si persero nello spazio prima di arrivare a destinazione. Tre nuove sonde furono spedite nel 1962 (Mars 1962A, Mars 1962B e Mars1): due non si sganciarono dall'orbita terrestre, la terza si perse prima di arrivare. Nel 1964 i russi riprovarono con Zond2, altro fallimento. Gli americani entrarono in ballo nello stesso anno con Mariner 3 e 4. La prima si perse, la seconda arrivò a piazzarsi in un'orbita marziana e inviò per la prima volta foto della superficie. Fu la prima batosta psicologica: si confermava che Marte non era più ospitale della Luna, un pianeta morto, tossico, freddissimo.

Seguirono altri 4 Mariner e 2 Mars, i quali, tra fallimenti e successi documentarono una certa attività nell'atmosfera marziana (tempeste di sabbia). Nel 1971 i russi tentarono per la prima volta di atterrare sulla superficie marziana con due sonde in grado di rilasciare un lander semovente. Il primo si disintegrò nell'atmosfera, il secondo atterrò ma inviò segnali solo per 15 secondi. Comunque fu il primo manufatto umano a toccare il suolo marziano. Nel 1973 fu la volta di Mars 4, 5, 6 e 7. Mars 5 fu l'unico a funzionare e inviò 60 fotografie prima di incepparsi. Nel 1976 gli americani misero in orbita marziana 2 Viking che fecero scendere con successo 2 lander. I russi rimasero inattivi fino al 1988 quando inviarono 2 sonde a studiare i satelliti di Marte (missione fallita a metà). La serie degli esiti negativi mise a dura prova la capacità di spesa degli enti spaziali, e le missioni furono diradate. Tra il 1993 e il 1999 fallirono gli americani Mars Observer, Mars Climate Orbiter, Mars Polar Lander e due sonde Deep Space; nel 2003 la sonda giapponese Nozomi e il lander europeo Beagle.

Su 55 missioni indirizzate alla conoscenza del Pianeta Rosso, solo 18 sono riuscite anche solo parzialmente. Ovviamente ogni progetto "marziano" deve tener conto dell'alta mortalità verificatasi nel passato. Ora, nelle varie presentazioni ufficiali dei progetti questo dato è omesso. Ciò non significa che i progettisti non ne tengano conto: significa soltanto che per tenerne conto essi devono abbassare drasticamente il grado di fattibilità. Detto in termini rovesciati, per ottenere un grado decente di fattibilità devono migliorare drasticamente tutti i parametri che comportano alta probabilità di errore, vale a dire, in regime capitalistico, aumentare drasticamente i costi. E questo non lo possono fare in sede di reperimento delle risorse. Perciò tutti i progetti attualmente presi in considerazione rappresentano un compromesso fra la reale fattibilità in fascia di alta sicurezza e la fattibilità "commerciale". Quest'ultima deve tener conto di investimenti di fronte a ragionevoli rientri in termini di dollaroni, al netto delle speranze di chi è disposto a mettere capitali anche in presenza di alto rischio, come nel caso, appunto, di Elon Musk. Il quale però, ammette di aver stipulato una specie di assicurazione contro i rischi: tutte le sue imprese, incluse quelle derivanti dai progetti più arditi, dovranno sottostare a un unico criterio di fattibilità, vale a dire che i progetti e le attività di reperimento fondi dovranno corrispondere o comunque riferirsi a leggi della fisica.

L'esempio più chiaro di contraddizione con tale stato di cose è il progetto Mars One, sviluppato in Olanda: per aggirare gli ostacoli legati ai costi e alle difficoltà di realizzazione per quanto riguarda il carico pagante, la missione è strutturata intorno all'ipotesi di un viaggio di sola andata. I futuri coloni permanenti dovrebbero cioè andare su Marte consapevoli del fatto che per loro sarebbe negato il ritorno, per cui dovranno subito darsi da fare per rendere abitabili i moduli del primo insediamento. Data la situazione, l'equipaggio dovrà essere misto, uomini e donne, e siccome è previsto che si dovranno affrontare conflitti interni fra coloni, ci sarà anche una regia, una sceneggiatura e uno spettacolo tipo "Grande Fratello" venduto agli organi d'informazione per far cassa ecc. ecc.

La Grande Contraddizione

È interessante notare che, nella stessa giornata in cui veniva esposta la relazione qui trascritta, venivano presentati altri due lavori strettamente collegati: 1) la perdita di energia del sistema capitalistico e l'aumento di inefficienza dello stato, 2) una teoria per l'immenso sciupio capitalistico.[5]

È evidente che la fuga marziana si colloca nel contesto del capitalismo attuale come conseguenza diretta di una crisi sistemica. In altre parole: il capitalismo cerca di sfuggire alla legge della caduta del saggio di profitto investendo in robotica e sistemi automatici di produzione basati sull'intelligenza artificiale. Nessun singolo capitalista ammetterebbe che già il ricorso all'automazione è stata la causa della caduta del suo saggio di profitto, ma ogni individuo che abbia qualche dimestichezza con i modelli di realtà può agevolmente osservare come i tre argomenti siano non solo concatenati ma aspetti della stessa situazione. Un confronto fra la situazione di oggi e quella degli anni '50 del Novecento presenta qualche difficoltà, ma la ricerca di alcune invarianze può aiutare a capire. Nel 1957 i vettori a razzo erano ricavati da missili balistici intercontinentali in grado di portare a bersaglio una o più testate nucleari. Da questo punto di vista oggi la situazione non è troppo diversa: i missili si sono ingranditi, alcune tecniche sono maturate, i computer di bordo e a terra si sono perfezionati, ma il missile vettore è sempre un proiettile di cannone con al massimo un aggiustamento del tiro. Sonde come Cassini hanno viaggiato per anni nel sistema solare sfruttando l'effetto fly by per essere accelerate e "fiondate" dalla gravità dei pianeti giganti Giove e Nettuno. Vale a dire che dette sonde sono state immesse in un percorso newtoniano (balistico) complicatissimo ma perfettamente conosciuto e prevedibile, dove gli scostamenti sono stati minimi e quindi corretti man mano proseguiva la missione.

Una prima contraddizione è riscontrabile dunque nel risveglio della "Conquista dello Spazio" sotto il segno di progressi tecnico-scientifici che, a parte l'aumento della potenza di calcolo dei computer, in realtà non ci sono stati. Il supermissile mostrato da Elon Musk al convegno astronautico di Guadalajara (Messico) non è diverso dal Saturno V che portò l'uomo sulla Luna. Migliora la strumentazione e forse la capacità di controllo per il recupero del serbatoio, per il resto è un mostro che brucia migliaia di tonnellate di combustibile in pochi secondi come il suo antenato di sessant'anni fa (il Saturno V delle missioni Apollo ne bruciava 3.000 tonnellate).

Una seconda contraddizione è riscontrabile a livello di progetto e realizzazione: al culmine degli anni '60 del Novecento nei soli Stati Uniti lavoravano 500.000 persone al programma Apollo che avrebbe portato l'uomo sulla Luna. La spesa complessiva era di tutto rispetto: 24 miliardi di dollari dell'epoca. Oggi le tecniche di progetto assistite al computer e l'automazione di molti processi produttivi ridurrebbero drasticamente i numeri del passato. A un progetto di esplorazione marziana tramite rover automatica con annesso laboratorio di analisi lavorano poche decine di persone, coadiuvate da un certo numero di operatori aggregati al progetto in outsourcing. La capacità di spesa è enormemente aumentata, ma nell'attività spaziale il ritorno in profitti non è garantito, perciò si verifica un paradosso: finora sono stati tagliati poco keynesianamente i fondi per la NASA e altri enti spaziali ma si sono spese senza fiatare cifre enormi per il salvataggio diretto delle attività capitalistiche, ad esempio i 12.000 miliardi per tamponare la crisi (forse i 3.000 miliardi della guerra in Iraq hanno ancora avuto qualche effetto keynesiano). Questo relativismo economico-scientifico è micidiale per ogni progetto di ricerca per la semplice ragione che le presunte leggi dell'economia hanno sempre il sopravvento sull'investimento in campo scientifico: "Quando la crisi sarà passata penseremo a Marte". Si dimentica che in margine al programma marziano è sempre stato detto che proprio tale programma avrebbe potuto stimolare l'economia e farla uscire dalla crisi.

Una terza contraddizione scaturisce dal profondo dei programmi scientifici là dove si studia il comportamento delle macchine per progettarne di nuove, dalle prestazioni sempre più avanzate specie per quanto riguarda l'Intelligenza Artificiale. Mentre la maggior parte degli addetti ai lavori è perfettamente d'accordo sul fatto che si debbano perfezionare le macchine automatiche anche fino alla sostituzione totale dell'uomo, una minoranza agguerrita sostiene che non è saggio affidare le nostre sorti a macchine che stanno per superare le nostre capacità non solo operative ma anche intellettive, o almeno ci provano con simulazioni molto realistiche. Di questa minoranza fanno parte l'astrofisico Stephen Hawking, il supercapitalista Bill Gates, un nutrito gruppo di scienziati e lo stesso Elon Musk. Essi affermano che l'uomo evolve in tempi biologici naturali, mentre le macchine si perfezionano in tempi fisici artificiali accelerati, perciò prima o poi prenderanno il sopravvento e non sarà una cosa piacevole. Le contraddizioni sono presenti già nella formulazione: la macchina è il prodotto di progettazione umana, com'è possibile che prenda il sopravvento? Inoltre: Larry Page di Google sta sviluppando un'intelligenza artificiale per muovere le automobili con pilota robotizzato e lo sta facendo in joint venture con Elon Musk, già impegnato con Tesla su questo fronte.[6] Evidentemente si può sostenere che le macchine intelligenti sono pericolose e nello stesso tempo lavorare alla ricerca sulle macchine intelligenti. La spinta materiale è sempre relegata al campo delle cose – fattibili o meno – adatte a salvare il capitalismo, tecnologia o primitivismo, super produzione o crescita controllata, macchine intelligenti o robot stupidi, ecc. Da notare che Hawking ha bisogno di una sofisticatissima macchina per vivere, Musk vive producendo sofisticatissime macchine e Bill Gates fornisce ad esse il software senza il quale nessuna macchina automatica sarebbe in grado di funzionare.

Proprietà e Capitale. Lo Stato sottomesso

Proprietà e capitale è il titolo di un testo fondamentale della nostra corrente. In esso viene affrontato il problema della trasformazione del capitalismo sotto l'effetto della rivoluzione che avanza nonostante non sia evidente lo scontro di classe. Ogni società che invecchia presenta al suo interno dei caratteri anticipatori della società nuova che deve subentrare. Così, al confine fra il capitalismo e la società comunista, la struttura stessa del modo di produzione presente evidenzia interessanti anticipazioni. La forma aziendale, passando dalla struttura classica (proprietario che dirige fisicamente la produzione, gli investimenti e in genere il processo produttivo) a quella modernissima basata sul capitale creditizio (capitalista proprietario di una quota azionaria, rentier staccatore di cedole che affida la gestione della fabbrica a funzionari stipendiati) modifica la propria natura erodendo di fatto, dall'interno, lo stesso modo di essere del capitalismo. Ovviamente finché la classe dominante e il suo stato mantengono il potere, questa situazione non presenta particolari e suggestive soluzioni allo scontro di classe. Tuttavia proprio la ibridazione della struttura capitalistica pone dei problemi non indifferenti per quanto riguarda una valutazione delle forze messe in campo da due modi di produzione che si scontrano.

Negli anni '50 del secolo scorso, l'abbiamo visto, l'attività "astronautica" era svolta all'insegna della propaganda politico-militare sullo scenario di una corsa agli armamenti che era in corso di per sé senza il bisogno di balle spaziali. Queste ultime rafforzavano semplicemente la tendenza, e semmai davano un tono scientifico alle argomentazioni dei generali. Già allora erano presenti alcune caratteristiche da capitalismo ultramaturo che la nostra corrente rilevava come saggi di società nuova all'interno di quella morente. La critica non era dunque volta a denunciare una volta di più il sistema capitalistico in quanto tale bensì a mettere in guardia contro il suo imbellettamento, proprio nel momento in cui rivelava di essere in transizione di fase verso la società futura.

L'immane dispiegamento di risorse che stava alla base dell'avventura spaziale anni '50-'70 del secolo scorso faceva parte della struttura tipica del capitalismo senile e moribondo: lo stato era il committente pagatore di ultima istanza e una pletora di aziende appaltatrici rappresentavano la rete esecutiva. Ora, l'azienda appaltatrice ha una caratteristica specifica, diventata comune nel corso della grande depressione: quando si generalizzò lo stato imprenditore moderno teorizzato dalle dottrine keynesiane, essa assunse una struttura "snella" che si adattava al lavoro ottenuto in appalto; poteva al limite non possedere alcuna fabbrica, officina, macchine e operai alle proprie dipendenze e "adoperare" strutture altrui sulla base della vincita di gare e dell'assegnazione di commesse. Nel caso avesse macchine e impianti propri, anche questi erano in genere dislocati volta per volta dove risultavano necessari, acquistati, usati e rivenduti, oppure semplicemente affittati. In teoria tale azienda appaltatrice deve disporre delle risorse economiche necessarie per attivare la produzione, ma anche in questo caso le è facile ottenere anticipi di capitali dal sistema creditizio sulla base dei contratti per i lavori aggiudicati, offrendo in garanzia i mandati di pagamento (molto spesso non c'è neppure bisogno di tali anticipi, ci pensa direttamente lo stato). Ovviamente in un sistema del genere, con l'aiuto delle varie lobby, è anche facile stabilire prezzi superiori al valore effettivo dei lavori, dato che, siglati i contratti, la produzione in oggetto esce dalle regole del mercato e della concorrenza (la degenerazione successiva, cioè l'eccesso di corruzione che contribuirà a mettere in crisi l'intero sistema, è cronaca internazionale almeno degli ultimi trent'anni).

È facile capire come il connubio fra produzione militare e spaziale potesse mettere in moto una percentuale notevole dell'economia in un paese come gli Stati Uniti, il cui presidente Eisenhower, generale dell'esercito, già denunciava con preoccupazione il sistema integrato industrial-militare. I due settori insieme, infatti, costituivano il 9% del PIL in un paese che all'epoca rappresentava, da solo, la metà del PIL mondiale.

Nella misura in cui la spesa pubblica si traduce in profitto privato, e programmi di sviluppo e d'investimento industriale non trovano ostacoli nel mercato, anzi sono foraggiati economicamente e sostenuti politicamente, è chiaro che il capitalismo inspira corroboranti boccate di ossigeno, e per di più parte della classe borghese gode dell'ineffabile privilegio di non pagare nulla per il mantenimento del proprio stato, cioè dell'organo del dominio di classe. In tal modo lo stato diventa interlocutore privilegiato: privatizza i profitti e socializza le perdite, rende pubblico il capitalismo senza prendere parte direttamente al processo di valorizzazione. Delegando a interessi privati la sua funzione storica diventa il motore del capitalismo pubblico nell'interesse di quello privato, ma togliendo ai singoli capitalisti il potere di decidere le sorti dell'economia. Diventa insomma uno strumento di dominazione pura da parte della borghesia.

Proprietà e Capitale. Il Capitalista Inutile

La sbornia di ballistica spaziale anni '50-'70 era l'espressione, nell'America liberista, di una reale sottomissione dello stato al capitale, che però non si traduceva in strapotenza del possessore di detto capitale, singolo o azionista che fosse, in quanto anche il capitalista dipendeva dalle possibilità di valorizzazione, cioè dai caratteri non modificabili del sistema produttivo giunto a quella fase. Sia lo stato che il capitalista singolo a questo stadio perdono necessariamente il controllo della massa di capitale messa in movimento da detto sistema:

"La massa del capitale industriale e finanziario accumulato, a disposizione della manovra di intrapresa della classe borghese, è quindi molto maggiore di quanto appare facendo la somma delle singole intestazioni titolari, sia di valori immobili che mobili, ai singoli capitalisti e possessori, e ciò è espresso dal fondamentale teorema di Marx che descrive come fatto e come produzione sociale il sistema capitalistico, da quando esso si afferma sotto l'armatura del diritto personale. Il capitalismo è un monopolio di classe, e tutto il capitale si accumula sempre più come la dotazione di una classe dominante e non come quella di tante persone e ditte. Introdotto questo principio, gli schemi e le equazioni di Marx sulla riproduzione, l'accumulazione e la circolazione del capitale cessano di essere misteriosi e incomprensibili".[7]

Né si può dire che in Russia la corsa alla Conquista dello Spazio godesse di privilegi dovuti al fatto che là si era in grado di mobilitare più risorse grazie allo stato. In realtà, dal punto di vista sistemico, è indifferente sapere chi è il titolare della proprietà o anche se esiste o meno un proprietario . Ciò che caratterizza il capitalismo è l'esistenza del capitale e dei suoi meccanismi di accumulazione. Come esistono capitalisti senza capitali, l'abbiamo visto, così esistono capitali senza capitalisti. La rinnovata sbornia di ballistica spaziale che probabilmente si scatenerà, partendo da aziende e gruppi finanziari privati, non è di segno diverso rispetto a quella precedente. Il capitalismo giunge alla sua fase finale, imperialistica, dopo una parabola storica che rende irreversibile la condizione raggiunta. E questa condizione è il vero capitalismo di stato, dove sia l'organo di dominio di classe, sia i privati o collettivi capitalisti ballano alla musica del capitale e mai più viceversa. È profondamente sbagliato guardare alle modernissime tendenze all'interventismo statale, volto a rattoppare gli immensi disastri sociali, come ad una riduzione dei caratteri capitalistici della società attuale. Ma è altrettanto sbagliato vedere nell'attivismo dei supercapitalisti individuali di oggi un ritorno alle condizioni precedenti di accumulazione.

È vero: oggi otto persone posseggono quanto possiede la mezza umanità più povera del pianeta.[8] Oppure, se si vuole, l'1% della popolazione mondiale ha un reddito pari al restante 99% dell'umanità. Sono cifre impressionanti, ma anche se variasse drasticamente la curva della distribuzione della ricchezza o del reddito, il capitalismo sarebbe sempre sé stesso, anzi, sarebbe più virulento ancora perché una distribuzione di valore come quella odierna è assolutamente negativa per il capitale, che vorrebbe il massimo sviluppo dei consumi per eliminare la piaga della sovrapproduzione di merci e capitali.

Se osserviamo i supercapitalisti che oggi riempiono le cronache con le loro prodezze misurate in prestazioni di valore ricavate dai propri capitali, ci rendiamo conto che la parte materialmente produttiva è insignificante rispetto ai totali da capogiro pubblicati sui media. Il citato Elon Musk è uno di quelli che ancora producono qualcosa di materiale, ma se andiamo ad analizzare i suoi profitti ci rendiamo conto facilmente che il gran castello di carte aziendale di sua proprietà si sostiene per metà sulla finanza e per metà sul differenziale di plusvalore ottenuto con i suoi speciali prodotti, cioè sulla rendita. E la rendita non è altro che sovrapprofitto carpito da qualcuno a qualcun altro.[9] Un risultato ancora più eclatante risulterebbe ovviamente da un'analisi dei profitti di aziende decisamente orientate alla produzione immateriale, se ancora si può chiamare così.[10] Facebook "vale" 300 miliardi di dollari in borsa e produce profitti per 2 miliardi. Google vale 498 miliardi e fa profitti per 22. Amazon vale 366 miliardi e fa profitti per 750 milioni.

Questa situazione potrà essere lo scenario adatto all'impresa marziana attualmente in incubatrice solo se si metterà in moto un meccanismo analogo a quello di sessant'anni fa. Cioè un coordinamento, da parte dello stato (o degli stati), di migliaia di imprese appaltatrici cui si regalerà profitto in cambio semplicemente di esistere e lavorare al Big Fucking Rocket (sic) che già Elon Musk ha elevato a simbolo della "sua" avventura cosmica. Se lo sforzo economico per andare sulla Luna è costato 24 miliardi di dollari/1970, quello per mandare un equipaggio su Marte costerebbe 300 miliardi di dollari/2017, moltiplicati per un coefficiente che tenga conto della distanza Terra-Marte che è 400 volte quella Terra-Luna. Considerando che sulla Luna non vi erano installazioni fisse e orbitanti (a parte il modulo di servizio) che invece su Marte diventano indispensabili, alcuni hanno ipotizzato una spesa di almeno 1.000 miliardi di dollari. Secondo calcoli più realistici si potrebbe arrivare a un multiplo di tale cifra.[11]

Perché introduciamo la funzione dello stato, quando i migliori progetti partono proprio dal principio di non ricorrere più di tanto allo stato, già in difficoltà con l'ordinaria amministrazione? Il solito Elon Musk, ad esempio, auspica una semplice estensione degli accordi che già ha siglato con l'Ente spaziale americano NASA, ma sa benissimo che quando si metterà in moto la Conquista dello Spazio Due Punto Zero ci sarà anche la Grande Mungitura della Vacca Statale. La posta in gioco è troppo grande e il business sarà diventato Too Big to Fail (troppo grande per fallire), come nel caso delle banche all'inizio della crisi attuale, cosiddetta dei subprime.

La cifra sopra ipotizzata può essere messa in discussione ma è certo che l'ordine di grandezza è quello. È comunque chiaro che, se si metterà in moto la corsa cosmica, l'industria vorrà la parte del leone, ma soltanto lo stato potrà finanziare progetti a lungo termine in deficit spending, cioè facendo debiti (o creando moneta, che è la stessa cosa).

"Ogni misura economico-sociale dello Stato, anche quando arriva ad imporre in modo effettivo prezzi di derrate o merci, livello dei salari, oneri al datore di lavoro per previdenza sociale ecc. ecc., risponde ad una meccanica in cui il capitale fa da motore e lo Stato da macchina operatrice… Il sistema inoltre incoraggia sempre più le imprese le cui realizzazioni e i cui manufatti servono poco, o non servono a nulla, o sviluppano consumi più o meno morbosi ed antisociali, fomentando la irrazionalità e anarchia della produzione, contro la volgare accezione che vede in esso un principio di ordinamento scientifico e una vittoria del famoso interesse generale. Non si tratta di subordinazione parziale del capitale allo Stato, ma di ulteriore subordinazione dello Stato al capitale. E, in quanto si attua una maggiore subordinazione del capitalista singolo all'insieme dei capitalisti, ne segue maggiore forza e potenza della classe dominante, e maggiore soggezione del piccolo al grande privilegiato".[12]

La prima fase dell'Avventura Cosmica

Abbiamo visto che nella prima fase della Conquista dello Spazio lo stato ha assunto, per conto del capitale che lo domina, le tre fondamentali funzioni legate all'economia capitalistica:

1) la proprietà giuridica di fabbricati, impianti e infrastrutture; in questo primo caso che riguarda gli immobili e spesso anche impianti e strutture varie, lo stato mette a disposizione aree attrezzate a diversi livelli di completezza. Ciò permette di superare le spese dovute alla rendita, che sono rapportate a canoni di affitto o addirittura azzerate. Ad esempio Elon Musk si avvale, per alcuni lanci di razzi commerciali, delle strutture statali realizzate per la NASA.

2) la fornitura di capitali consistenti ottenuti con la raccolta di capitali troppo piccoli per servire a grandi progetti; in questo secondo caso il capitalista può fare a meno del ricorso alle odiate banche in quanto lo stato supplisce direttamente alla raccolta di capitali eliminando le spese per interessi.

3) il coordinamento industriale che fa di molte industrie un solo aggregato finalizzato a un progetto unitario. In questo terzo caso le singole industrie coordinate centralmente possono usufruire di una robusta copertura rispetto alle insidie del mercato e della concorrenza, semplicemente firmando accordi specifici di appalto con durata stabilita e con garanzia del profitto quando non addirittura di sovrapprofitto. Lo stato si fa transitoriamente industria totale mentre i capitalisti che partecipano al progetto sono coordinati come reparti di una stessa industria.

Se nelle singole aziende questi tre fattori fondamentali possono riguardare più persone o un'unica figura di capitalista, nello stato la semplice funzione di coordinamento e di controllo costituisce un tutto unico le cui parti non possono più agire separate.

Forse la migliore immagine di detta funzione dello stato l'abbiamo con il varo del già ricordato progetto per unoSpace Transportation System, meglio conosciuto come Shuttle. Si trattava di costruire un veicolo in grado di portare in orbita bassa il massimo carico pagante possibile per poi ritornare a terra planando nell'atmosfera, rullare su una pista come un aeroplano qualunque ed essere riutilizzato per numerose missioni. Il veicolo in questione si dimostrò subito di complessità inaudita per l'estrema sofisticazione delle soluzioni sistemiche adottate. Era in grado di mettere in orbita grandi carichi ad ogni missione, di avere un equipaggio con sette astronauti (dieci in missioni di emergenza), di eseguire con precisione operazioni di docking (attracco) per travasare uomini e cose nella e dalla Stazione Spaziale Internazionale, di manovrare in orbita per riparare satelliti manufatti (come l'osservatorio astronomico Hubble), ecc. ecc. Ma l'estrema complicazione in rapporto alle specifiche di sicurezza richieste dopo il primo grave incidente,[13] lo gettò nelle braccia dell'industria; la quale, avida di commesse ad alto valore aggiunto, se ne impossessò per anni, facendo lievitare i costi al punto di assorbire risorse enormi, tali da impedire qualsiasi altro progetto. Il sistema degli appalti si auto-distribuì la produzione dei materiali utili alla costruzione di qualche decina di esemplari, ma soprattutto si buttò sul sistema di controlli per la sicurezza, giungendo ad impiegare fino a 25.000 specialisti di svariate aziende.

La richiesta di rendere recuperabile il materiale necessario per collocare in orbita la navetta fu disattesa in gran parte: i due razzi di spinta vennero fatti cadere con sistemi di paracadute e recuperati, ma il grande razzo-serbatoio con tutti i motori andava perso ad ogni lancio, al costo di mezzo miliardo di dollari ogni volta. E tutto questo mentre gran parte degli approvvigionamenti della Stazione Spaziale venivano eseguiti regolarmente e a basso costo da navicelle automatiche russe. Alla fine del programma, la navetta aveva compiuto comunque 133 missioni, ma ad un costo umano e finanziario spropositato.

La contraddizione insita nel fatto che in margine alla "ricerca spaziale" si strombazzino a 360° le magnifiche prospettive della scienza mentre con il sistema degli appalti la prospettiva reale è quella del massimo profitto ottenuto non importa come, è messa in risalto nella inchiesta promossa dal governo americano dopo il disastro della Challenger in cui è compresa una relazione firmata dal fisico Richard Feynman:

"Non c'è abbastanza memoria nel computer principale per tutti i programmi di ascesa, discesa e gestione del carico utile durante il volo, così gli astronauti devono caricare quattro volte la memoria dai nastri di backup. A causa dell'enorme sforzo necessario a rimpiazzare il software per un così sofisticato sistema e per collaudarlo realisticamente, nessuna variazione è stata apportata all'hardware fin da quando il sistema è stato varato quindici anni fa. L'hardware oggi è obsoleto. Per esempio si montano vecchie memorie a nuclei di ferrite e diventa sempre più difficile trovare fabbricanti che supportano ancora affidabilmente e ad alto livello di qualità questi computer vecchia maniera. I computer moderni sono molto più affidabili, possono elaborare i dati più velocemente, hanno circuiti semplificati, permettono di fare più cose e non richiedono più il continuo trasferimento di dati dalla memoria di backup, perché hanno più capaci memorie proprie"[14]

Non c'è bisogno di commentare questa critica che va ben al di là dell'uso di tecnologie obsolete per quello che doveva essere il fiore all'occhiello della ricerca scientifica mondiale. Feynman fu boicottato per questa sua critica e fu costretto a intervenire più volte per difendere la propria denuncia delle condizioni in cui veniva portato avanti il programma spaziale:

"Per una tecnologia di successo la realtà deve avere il sopravvento sulle pubbliche relazioni. La natura non può essere ingannata".[15]

La battaglia si fissò sulle cifre indicative della probabilità che succedesse il disastro. La NASA cercò di dimostrare che detta probabilità era una su diverse centinaia di milioni. Feynman affermò che in realtà si poteva ragionevolmente (matematicamente) parlare di 1 su 50 o 100. Nel 2003 esplose la Columbia, provocando altri 7 morti.[16] I computer erano stati aggiornati, i controlli erano stati intensificati. Ma non era cambiato nulla nel sistema degli appalti, delle lobby e dello stato al servizio selvaggio del capitale.

La imminente seconda fase dell'Avventura Cosmica

Elon Musk non è diverso da tutti i giovani capitalisti che hanno avuto successo negli ultimi decenni, specie nel campo delle merci legate alle nuove tecnologie: mostra dunque di stare alla larga dal mondo della finanza. Le sue sono fabbriche produttive, dice in tutte le interviste (tante) nelle quali illustra la sua dottrina. La loro crescita e affermazione è frutto di tecnologia e investimento privato, un mix molto americano, se non fosse che l'America è il paese più finanziarizzato e meno produttivo (nel senso di "economia reale", come la chiamano) del mondo.

Rispetto alle produzioni immateriali di Microsoft, Google, Facebook, Oracle o Amazon, le fabbriche di Musk sembrano davvero un revival di produzione hardware, che si tocca, fatta di metallo e plastica, con viti, bulloni, meccanismi. In poco più di dieci anni Tesla, Space-X, Solar City hanno capitalizzato 44 miliardi di dollari e prossimamente GigaFactory1[17] dovrebbe aggiungerne, mentre covano altri progetti, altre sinergie, come Hyperloop, un sistema di trasporto ultraveloce. Ma il capitalismo non è la fabbrica o il suo padrone: è un rapporto sociale, una dinamica indipendente dalle persone che la rappresentano. Quindi Elon Musk deve essere semplicemente il rappresentante di un sistema che non è in suo potere plasmare. Quel che succede è, anzi, proprio il contrario. Di conseguenza devono sparire le presunte peculiarità del piccolo impero muskiano.

E infatti spariscono. Per dieci anni la maggiore preoccupazione di Musk è stata quella di realizzare un sistema produttivo in grado di attirare la fiducia dei "mercati", vale a dire di coloro che erano disposti a rischiare (o comunque investire) denaro. Oggi le aziende del gruppo sono "avviate", e per mantenere la fiducia acquisita devono presentare i conti sotto forma di piani di investimento per nuovi prodotti. Già, perché la propaganda vuole che, appunto, si vendano prodotti, non idee o bit. Nel corso di questi dieci anni Musk ha dovuto più volte dimostrare di avere grinta sufficiente per disarmare i più scettici, dato che non si occupava precisamente di merci tradizionali ma di merci d'avanguardia come automobili elettriche autopilotate, tetti fotovoltaici ad accumulo e missili interplanetari. Anzi, di missili commerciali, per adesso; quelli interplanetari fanno parte del futuro. C'è sempre bisogno di un futuro quando il presente non conduce da nessuna parte.

Naturalmente è il capitalismo che non va da nessuna parte, contrariamente a quanto sostiene la maggior parte degli economisti, mentre il nostro capitalista sembra invece aver capito l'antifona. Per mantenere la fiducia conquistata (che vuol dire anche aver ottenuto capitali per decine di miliardi), non basta presentare un bilancio con la sua brava previsione a un anno o due, occorre qualcosa di dirompente di cui tutti siano costretti a parlare. Occorre mettere sul tavolo carte scoperte: tre aziende che producono in sinergia più una gigafabbrica dalle funzioni ancora da stabilire; 44 miliardi di dollari al valore di mercato; 13 miliardi di dollari di partecipazioni personali nelle fabbriche del gruppo; 8 miliardi di fatturato; un progetto, uno solo, per il futuro.

Marte, appunto. Un solo progetto ma tostissimo: sulla base di realizzazioni effettive, di progetti fattibili e di un bel po' di fantascienza, Elon Musk lancia l'appello per chi vuole andare su Marte con lui. Da solo non ce la fa. Lo stato è ormai sordo ad ogni richiamo sugli investimenti. Gli altri capitalisti hanno altro a cui pensare. Occorre dunque avviare una campagna per la Seconda Conquista dello Spazio. Non importa se non c'è stata neppure la Prima, basta riuscire a convincere i possessori di capitali che su Marte si può andare. Se si studia la prima campagna di ballistica spaziale ci si rende contro di quanto fosse rozza e senza pudore. Oggi si può ripetere con l'utilizzo meno becero di un po' di scienza e savoir faire. E poi oggi c'è Internet. L'importante è che inizi la campagna. Incominceranno i privati, lo stato sarà costretto ad agganciarsi non appena correrà voce che la faccenda potrebbe salvare l'economia del mondo. Fantasie? Ne siamo certi, ma abbiamo già visto di tutto nel capitalismo: vendere tulipani al prezzo di una casa, vendere una casa a chi non poteva permettersi neppure l'affitto, constatare che una neonata dittarella informatica può superare il "valore" di mercato di uno storico gigante industriale.

Perché mai Marte dovrebbe essere escluso? La propaganda è gratis. Nessun rischio. Se non funziona, i missili che per adesso rientrano alla base appollaiandosi sui trespoli saranno utili all'unica attività spaziale relativamente consolidata e affidabile, quella dei satelliti commerciali. Se invece funziona si muoverà lo stato, ci sarà l'Eldorado numero due. E la possibilità che funzioni è abbastanza alta. Non si tratta dell'invenzione di un individuo fantasioso che sognava fin da bambino di morire su Marte (di morte naturale): in un sistema asfittico che ha bisogno di ossigeno e che trova il suo portavoce non è strano che ad un certo punto convergano capitali salvifici. Questo portavoce non poteva essere un economista, troppo sputtanato. Non poteva essere uno scienziato, troppo invisibile. Non poteva essere un politico, troppo odiato. Poteva però essere un industriale di successo che si è creato la propria leggenda internazionale. Musk è presidente di tutte e tre le aziende ricordate e sta realizzando una rete produttiva internazionale (ha legami in Asia e in Europa, anche in Italia). Nello stesso tempo finanziarizza l'ambiente in cui le imprese devono crescere. Tesla e Solar City utilizzeranno le batterie prodotte nelle GigaFactory, le quali diventeranno il cuore dell'intero sistema produttivo, quindi, presumibilmente, anche di Space-X. L'azienda spaziale sostiene economicamente Solar City e tutte e tre sono partecipate da Fidelity, uno dei più grandi asset manager (fondo di investimento) del mondo. GigaFactory1 è ancora in costruzione e c'è un po' di mistero sulle sue reali funzioni. L'area su cui sta sorgendo è enorme, diversi chilometri quadrati. Entro l'anno la produzione di automobili elettriche dovrebbe raggiungere le 90.000 unità, e il suo fatturato dovrebbe servire ad immettere sul mercato un'auto di fascia intermedia a prezzo relativamente basso, della quale si dovrebbero vendere, entro il 2020, un milione di esemplari (Tesla conferma ordini per 400.000 esemplari nel 2016).

Il lanciatissimo Elon Musk è dunque al centro di un'operazione apparentemente in contrasto con la tendenza storica del capitale, che passa dalla concentrazione verticale dell'industria alla centralizzazione della stessa.[18] Ma il massiccio uso di sinergie teso a rendere verticale il processo produttivo avviene in un contesto finanziario che non ha più nulla in comune con le concentrazioni classiche tipo Krupp, Ford, Fiat, ecc.; oggi Musk, al pari di altri capitalisti, ha il problema di reperire capitali sul mercato finanziario e di mantenerne il controllo pur possedendone una piccola percentuale. Così ha rastrellato 6 miliardi di dollari presso investitori privati, compresi i propri dipendenti e persino alcuni concorrenti come Toyota e Daimler; altri 6 miliardi li ha ricevuti tramite banche ed emissioni obbligazionarie, mentre 7 miliardi li ha ottenuti da "fonti non tradizionali", come gli anticipi dei clienti in attesa della consegna dell'auto, o titoli emessi per attività speciali, o prestiti statali per attività di ricerca, od offerte di leasing presso le aziende con anticipi in cambio della garanzia di riacquisto dell'usato. Anche The Economist rileva l'attività finanziaria di Musk osservando che essa è indispensabile per

"pilotare la percezione di un futuro lontano allo scopo di influenzare le previsioni di banche e investitori in genere. In questo mister Musk è esperto e abbagliante. Pubblica master plan accattivanti e plausibili tesi a far lievitare le aspettative, fino ad ottenere risultati spettacolari: la media delle proiezioni degli analisti attribuisce a Tesla una crescita del fatturato dagli attuali 7 miliardi di dollari a 30 miliardi nel 2020. Si tratta dello stesso meccanismo attuato da Google, Apple, Amazon, ecc. negli anni passati".[19]

L'unico problema è quello del controllo di fronte al reale pericolo di take-over (acquisizione del controllo tramite scalate sul capitale azionario). Infatti, per funzionare, tutta l'operazione deve poter ottenere un forte impatto sui mercati, un accesso a capitali "diffusi" che si possono controllare con basse quote in proprietà, ma senza andare al di sotto di una data soglia, oltre la quale c'è il rischio di perdere la maggioranza nei consigli di amministrazione. Già vi siedono banche come la Morgan Stanley, e non è escluso che possano intervenire i grandi tradizionali investitori come ad esempio General Motors o Lockheed Martin che potrebbero essere interessate rispettivamente a Tesla e a Space-X. D'altra parte proprio il successo nell'influenzare i mercati finanziari può, paradossalmente, far entrare in gioco questi colossi dell'industria e del settore militare e rendere possibile una campagna per la Seconda Cro… pardon, Conquista dello Spazio.

I misteri di GigaFactory1

Fra tutte le realizzazioni di Musk, GigaFactory1 è quella che ha fatto parlare di meno, nella classica tradizione della interpretazione ideologica della realtà. Il cantiere è una realizzazione pratica, si presta poco al dibattito, smuove poco le opinioni, al massimo stupisce per le dimensioni inusitate. Eppure è forse l'aspetto più importante di tutto il programma che in teoria dovrebbe rappresentare la piattaforma su cui si ergerà l'epopea marziana.

Tutto il mondo delocalizza, deindustrializza, finanziarizza, robotizza e smaterializza la produzione. Elon Musk anche in questo sembra essere bastian contrario. La gigafabbrica che sta costruendo nel deserto del Nevada produrrà teoricamente batterie, sia per le automobili elettriche Tesla, sia per i tetti solari, sia per l'uso domestico e industriale consueto. Ma è una struttura talmente enorme e complessa che non può essere semplicemente dedicata alla monoproduzione di batterie. Né può essere semplicemente una fabbrica qualsiasi adoperata per un piano propagandistico e di influenzamento dei mercati a vantaggio di investimenti futuri ecc. Una gigafabbrica con quelle caratteristiche non può essere altro che l'importante parte di un sistema ben più complesso. Tramite l'uso massiccio di sinergie, il gruppo di Musk potrebbe concentrare tutte le proprie attività produttive in un unico centro polifunzionale. Infatti la gigafabbrica sarà collegata alla rete dei trasporti aerei, ferroviari e stradali attraverso la quale arriveranno le materie prime direttamente dalle miniere e ripartiranno prodotti finiti e semilavorati. Il deserto sarà reso abitabile con l'individuazione di falde idriche tali da permettere enormi riserve di acqua. L'energia necessaria a questo centro produttivo sarà interamente prodotta in loco tramite pannelli fotovoltaici di Solar City integrati con pale eoliche ed energia geotermica.

Secondo i dati forniti dal gruppo, la GigaFactory1 sarà non solo lo stabilimento industriale più vasto del mondo, ma anche il più razionale e produttivo. Tale risultato dovrebbe essere ottenuto con un misto di lavoro umano fornito da 6.500 persone e lavoro robotizzato fornito da linee controllate tramite Intelligenza Artificiale (Musk ha paragonato GigaFactory1 alla struttura di un microprocessore intelligente). Quando il progetto sarà realizzato completamente, dovrebbe dar luogo a un indotto produttivo con 22.000 addetti. Se i dati suddetti saranno confermati, non sarà messo in evidenza solo un rovesciamento locale di tendenze, in atto da anni (la delocalizzazione, l'outsourcing, ecc.), ma anche un rovesciamento storico, dato che la tendenza naturale del capitalismo è quella di andare verso forme sempre più drastiche di estrazione di plusvalore relativo trasformando la forza-lavoro in sovrappopolazione assoluta.[20]

Perché tutto questo? E che collegamento può esserci con il revival spaziale che sta covando? Per quanto sia enorme, lo stabilimento del Nevada non può certo influire materialmente da solo sulle tendenze in atto e rovesciarle. Musk lo ammette: per risolvere i problemi energetici e fare dell'umanità una specie attenta ai fenomeni di estinzione, quindi una specie multiplanetaria, sarebbero necessarie, e sufficienti, 100 gigafabbriche come quella del Nevada, ma non le può costruire da solo. Occorrerebbe, dice, che tutte le industrie più importanti, dagli Stati Uniti alla Cina, dall'Europa all'India, si consorziassero, tra loro e con i governi, per accelerare la transizione verso un mondo sostenibile. Probabilmente non si rende conto che sta vagheggiando un fascismo planetario, perché per mettere in atto un simile proposito ci vorrebbe un governo mondiale in grado di coordinare l'impresa passando sopra a tutte le spinte particolari. Certo egli è portato a fare discorsi del genere da una situazione che presenta realmente tutti gli spunti che adopera per spiegare al mondo il suo programma. Eravamo partiti dalla cronaca di accenni alla ripresa della fissazione spaziale e siamo arrivati a realizzazioni pratiche da Capitalismo che nega sé stesso.[21] Poniamoci una domanda: per chi parla un rappresentante della borghesia quando propone soluzioni che possono sembrare riformiste ma che sono di fatto espressioni di un qualcosa che va ben oltre questa società?

La borghesia non può fare a meno di rivoluzionare continuamente il proprio modo di produzione, scrive Marx nel Manifesto. Da sempre diciamo che l'elemento rivoluzionario nel capitalismo non è la stupida merce, le cui caratteristiche ormai esulano completamente da un genuino valore d'uso e soddisfano il bisogno della produzione per la produzione, ma è la fabbrica, che contiene più progetto, più tecnica, più scienza, più ingegneria e più "innovazione" di qualsiasi prodotto progettato e costruito per il mercato. Quando Musk afferma che la sua più grande rivelazione l'ha avuta l'anno scorso rendendosi conto che stava costruendo una fabbrica con macchine, e che la stessa fabbrica era una grande macchina per costruire macchine, non fa altro che registrare l'atto di morte del capitalismo. Perché, come aggiunge egli stesso, la grande macchina da produzione è un dato di fatto che "sposta di almeno due ordini di grandezza" la realizzazione pura e semplice di un veicolo o di qualsiasi altra merce. Ha evidentemente ragione, due passaggi verso il futuro, perché il capitalismo è sfruttamento, cioè rapporto fra lavoro non pagato e pagato, e le macchine non erogano lavoro non pagato.

E se il piano Musk diventasse operativo?

Quando venticinque anni fa scrivemmo Scienza e Rivoluzione non potevamo immaginare, nonostante si fosse sgonfiata da anni la bolla spaziale, che si sarebbero fatti così pochi progressi nel campo della "Conquista dello Spazio". Potevamo con certezza prevedere la deflazione della bolla, potevamo constatare il successo delle missioni robotizzate da noi già annunciate, potevamo stimare l'ingigantirsi dei veicoli necessari a portare in orbita "carichi paganti" (payload) di massa crescente, ma sarebbe stato difficile prevedere un abbandono così drastico della cuccagna spaziale, nonostante fosse diventata equivalente, in cifra, a quella militare. Furono limiti fisici a decretare la fine della corsa allo spazio: l'aumento esponenziale dell'energia necessaria a lanciare sempre più lontano carichi sempre più pesanti aveva fatto lievitare i costi al punto da uccidere la gallina dalle uova d'oro. Oltre la Luna non si poteva andare. I Russi, che non avevano capitali privati da sfamare, se ne resero conto per primi e abbandonarono il loro programma di allunaggio lasciando agli americani il costoso primato. Scrivemmo:

"Il razzo fu un inno al quantitativo. Perciò fu grande, nel senso di grosso, anzi, enorme. Nell'avanzata quantitativa il missile viaggiante nello spazio rappresenta un sistema fisico dinamico che soffre di limiti dovuti a fattori esponenziali intrinseci: l'aumento della potenza fa aumentare in modo esponenziale, ad ogni evento successivo, l'indeterminazione delle condizioni iniziali; l'aumento delle distanze fa aumentare in modo esponenziale i pesi e la necessità di apparecchiature di controllo; la presenza di uomini fa aumentare in modo esponenziale le necessità logistiche; l'aumento del tempo fa aumentare in modo esponenziale il pericolo della non-gravità e delle radiazioni cosmiche per gli uomini. Insomma, ci sono dei limiti a precisione, peso, potenza, controllo dell'energia, resistenza biologica, legati agli obiettivi da raggiungere che sono a livelli di complessità sempre più alti".[22]

Fa una certa impressione leggere adesso, dopo più di vent'anni, dichiarazioni del genere:

"Il razzo è dovuto diventare immenso, superare le dimensioni del più grande mai costruito, cioè il Saturno V che ha inviato gli astronauti sulla Luna. [Per andare su Marte] la scala dimensionale di tutti gli elementi del progetto sta andando verso una crescita esponenziale".[23]

Se teniamo conto di tutti i parametri elencati finora, ci si rende facilmente conto che non è sufficiente programmare un viaggio su Marte per arrivarci davvero. Può darsi che i 42 motori a razzo del vettore di Space-X abbiano la potenza sufficiente per spingere in orbita l'astronave e che questa, rifornita da un razzo di supporto, riesca a fare il salto oltre la seconda velocità di fuga e a dirigersi su Marte, vi scenda, attivi la fabbrica automatica di carburante e di ossigeno, attenda (restando funzionante per mesi e mesi) l'equipaggio umano che dovrà insediarsi nella colonia di capsule per poi tornare sulla Terra, ecc. ecc. È evidente che tante, troppe linee di azione completamente automatizzate dovranno convergere verso il risultato finale senza mettere in moto il micidiale meccanismo della crescita esponenziale, oltre che delle dimensioni della missione, anche della probabilità di errore ben descritta da Feynman. Come scriveva quest'ultimo, la natura non si può ingannare: la probabilità di un evento in natura non esiste, la calcoliamo noi sulla base di sistemi complessi, spesso particolarmente sensibili alle condizioni iniziali. Vi sono sistemi complessi che evolvono verso l'omeostasi perché le singole turbolenze di segno contrario sono a somma zero; ma vi sono sistemi che evolvono sommando gli effetti di turbolenze con lo stesso segno, le quali hanno effetto a cascata, accumulano cause-effetti in modo esponenziale e portano il sistema lontano dall'equilibrio. Feynman dimostrò che casi come quello delle navette Challenger e Columbia o dell' Apollo 13 [24]sono appunto di questo secondo tipo.

Musk è stato abbastanza cauto nella presentazione del piano di salvataggio dell'Umanità da sé stessa attraverso l'avveniristica colonia marziana; e soprattutto è stato parco di dati tecnici e di particolari sulle ultime fasi delle missioni, proprio quelle più sensibili agli effetti di piccole variazioni delle condizioni iniziali. Rendendosi conto di ciò, ha dichiarato di essere consapevole del fatto che tutto il progetto può sembrare folle, ma che in fondo non glie ne importa nulla perché egli è convinto che funzioni, cioè che un pugno di umani di buona volontà possa riuscire a mobilitare capitali sufficienti, possa avere conoscenze tecniche adeguate e sia in grado di mettere in moto tutto il programma di colonizzazione. E ci tiene a sottolineare che il tutto si può fare con le conoscenze e le tecnologie attuali senza dover aspettare i tempi per la ricerca di nuove strade. Basterebbe insomma innescare tra capitalisti un processo di reperimento di capitali e risorse tecniche fino a coinvolgere capitali pubblici, come del resto ha già sperimentato con GigaFactory1, per la quale sembra abbia ottenuto consistenti facilitazioni dallo stato del Nevada.[25]

Il progetto dunque partirebbe con poche certezze e molte incognite. Probabilmente c'è una ragione se la sequenza è quella presentata: primo, mettere in moto un interesse "terrestre" per il progetto in modo che esso si autoalimenti attraverso sub-programmi immediatamente fattibili, come il recupero dei vettori di spinta (booster), la messa in orbita di satelliti commerciali o le tecniche di attracco per garantire i rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale; secondo, passare alla fase operativa propriamente "marziana", che, comunque vada, prevede una lunga preparazione per quanto riguarda il vettore di spinta e la "nave spaziale" con equipaggio da rifornire in orbita.

Le cifre del mostruoso razzo di spinta (alto circa 70 metri) e del gigantesco modulo che dovrebbe raggiungere Marte (alto circa 50 metri) le abbiamo viste, nell'insieme superano di gran lunga qualsiasi macchina sia stata realizzata o progettata in campo aero-spaziale. Il vettore, recuperabile, dovrebbe immettere in orbita l'astronave (o modulo marziano) con 100 tonnellate di carico utile. Se facciamo un raffronto fra le cifre riguardanti le masse in questione, l'energia necessaria per un tempo tanto lungo e l'impegno finanziario richiesto, ci rendiamo conto che il giro d'affari è non solo appetibile ma capace di sconvolgere l'economia di un paese, sia pure esso la potente America.

Quello che verrà dopo sarà una semplice conseguenza di ciò che sarà possibile far passare come attività economica vitale per risollevare le sorti dell'economia. Pensiamoci bene: l'economia americana ha assolutamente bisogno di essere rilanciata, ma non lo si può fare attraverso le politiche monetarie varate fino a questo momento, che sono dei maldestri rattoppi troppo soggetti a speculazione. L'immane massa di capitale fittizio che attende di essere valorizzata può combinare sconquassi irrimediabili se non viene controllata e immessa poco per volta nel sistema economico, magari non finanziando le banche ma attraverso la cosiddetta economia reale.

Allora vediamo che i progetti di personaggi come Musk, genuini o suggeriti che siano, sono perfettamente funzionali al tentativo ultimo di salvare il capitalismo. E, sorpresa, vediamo che anche l'elezione di un presidente come Trump è funzionale a una revisione dei rapporti capitalistici. Il motto programmatico di Trump è: "America first", come se nella politica dei presidenti passati ci fosse stata una deroga rispetto al primato americano. Ma se traduciamo in base al trend economico piuttosto che alle impressioni psicologiche indotte da un tale personaggio, "America prima di tutto" vuol dire chiusura economica di tipo protezionistico. Per il massimo paese imperialista è una bella batosta. Classicamente un paese giunto all'ultimo stadio del capitalismo si distingue prima per l'esportazione di merci e capitali, poi per gli investimenti all'estero dai quali ricava un profitto sempre più simile all'interesse. In quanto paese rentier, gli Stati Uniti compiono una specie di passo indietro. Con le annunciate e realizzate pressioni politiche e fiscali per il rientro dei sistemi produttivi finora delocalizzati (fabbriche spostate in altri paesi o produzioni affidate a fabbriche di altri paesi), il nuovo governo americano confessa che gli USA hanno superato il livello di guardia, e sono pertanto obbligati a retrocedere verso le forme capitalistiche precedenti alla cosiddetta globalizzazione.

SOS, Terra chiama Marte

Perché i piani di Musk per la Seconda Conquista dello Spazio sono drasticamente divisi in due da una linea di demarcazione evidentissima che separa il fattibile dalla fantascienza? Nemmeno nella prima edizione era stato commesso un errore così grossolano dal punto di vista della credibilità. Lo Sputnik del 1957 inaugurava un periodo economico in cui tutto l'argomento spaziale era presentato come una successione di livelli senza soluzione di continuità: la tensione competitiva e lo sforzo economico trascendevano di livello in livello, dalla palla inerte che emetteva un bip-bip probabilmente senza significato al marchingegno che raccoglieva dati, dalla cagnetta con elettrodi all'astronauta che dal Cielo salutava il popolo, dal primo fly-by automatico intorno alla Luna al modulo di discesa che permetteva di allunare e ripartire. La corsa allo spazio costruiva la propria storia mentre avveniva.

Oggi si parte dallo stadio raggiunto mezzo secolo fa con i lanci verso la Luna (un razzo immenso per abbandonare la gravità terrestre) perché dopo di essi non ci sono più state missioni paragonabili, solo attività commerciali e scientifiche condotte a mezzo di robot. Il razzo in questione è fattibile, i suoi motori sono già stati collaudati (ve ne saranno 42, ognuno dei quali darà una spinta di 230.000 Kg), quindi l'astronave marziana che esso dovrà trasportare sarà probabilmente messa in orbita, rifornita e spedita. Nonostante i progressi tecnologici non si parte da un livello più alto rispetto al Saturno V e ai viaggi verso la Luna (1969-1972) perché si è ancorati alle leggi del moto e della gravità, per cui il lunghissimo viaggio, l'arrivo intorno a Marte, la decelerazione nella tenue atmosfera (densità 1/100 di quella terrestre) e la discesa fino al suolo marziano rimangono incognite impossibili da collocare in una sequenza oggettiva, calcolata. Occorre eseguire molte prove empiriche, ma, come abbiamo già fatto notare, la distanza non è quella lunare (384.000 Km) bensì quella marziana (150 milioni di Km). Si dirà che sono passati tanti anni e che non sarà un problema far scendere sul Pianeta Rosso 100 tonnellate di carico utile invece dell'unica tonnellata di Curiosity, il robot con trapano e laboratorio di analisi. Ma nelle 100 tonnellate future vi sarà prima un complesso automatico di macchine per la distillazione del carburante necessario al ritorno e una serie di habitat artificiali prefabbricati che devono permettere di vivere in condizioni estreme, il tutto fornito di parti di ricambio; poi un equipaggio vivente che dovrà andare, sostare, montare le strutture prefabbricate e tornare sulla Terra con il carburante prodotto dalla raffineria marziana (un migliaio di tonnellate?). E tutto questo programmato da una azienda che, per quanto preparata, al momento ha compiuto solo missioni automatiche ravvicinate, senza equipaggio.

C'è una enorme differenza fra le missioni automatiche e quelle con equipaggio. Il sofisticatissimo robot Curiosity, da una tonnellata con paracadute e airbag, una volta sceso non ha bisogno di "abitazione" con tanto di ossigeno, acqua, cibo e tutto ciò che è necessario a un essere biologico con il suo metabolismo. Non patisce il freddo né le radiazioni, non ha riflessi psicologici, non ha il senso del tempo e non si ammala. Insomma, non ha bisogno di una casa. Gli uomini invece incominceranno a colonizzare Marte sotto il segno della necessità di quasi tutti i materiali che hanno sulla Terra, solo che questi dovranno essere portati con missioni cargo per forza di cose distanziate di 26 mesi, quando cioè si presentano le "finestre" in cui Terra e Marte sono più vicini. Ognuna di queste capsule-cargo dovrà essere spedita su Marte con le stesse modalità dell'astronave, moltiplicando le probabilità di guasti o comunque di problemi. Senza contare che gli equipaggi dovranno tornare sulla Terra, almeno fino a quando non si riesca ad innescare una colonizzazione permanente, e finora nessuno ha mai nemmeno provato a far ritorno, sia pure con leggeri e sofisticati robot. Così nessuno ha risolto il problema delle eventuali colture in serra, dato che il suolo marziano è saturo di perclorati altamente tossici; e siccome non si può certo pensare di portare humus terrestre, si dovranno realizzare orti esclusivamente idroponici, cioè con l'acqua al posto del terreno. Tutti gli esperimenti condotti sulla Terra in condizioni molto più favorevoli sono falliti.

L'obiettivo Marte non è alla portata del modo di produzione capitalistico. Ci si può far notare che lo dicevamo anche per l'obiettivo Luna. L'argomento però, come abbiamo cercato di dimostrare,[26] non si può affrontare a quel modo. Nel nostro "dialogato astrale" chiedevamo che fosse dimostrato un controllo delle traiettorie, condizione essenziale per trasformare un proiettile sparato a caso in un vettore pilotato. Solo dopo ben quindici anni la padronanza delle traiettorie fu raggiunta, e i viaggi sulla Luna divennero inutile routine, tanto che i Russi – che furono i primi a deviare i razzi dalle traiettorie balistiche – rinunciarono per mancanza di interesse e di fondi. Oggi la questione di principio che poniamo ai teorizzatori di viaggi marziani è la stessa: "Dopo aver dimostrato che siete capaci di fare astronavi pilotate e non solo cannoni, dovete dimostrare che siete in grado non solo di padroneggiare il funzionamento e la rotta dell'astronave-mostro ma di tutto il complessissimo sistema che dovrà portarvi su Marte, altrimenti ricadrete nella critica di Feynman sull'aumento esponenziale delle probabilità che il problema dei costi e degli appalti vi faccia commettere errori irreparabili. E i costi sono di svariate grandezze in più di quelli affrontati per la prima corsa spaziale, terminata con i disastri della Shuttle".

Il viaggio verso Marte e la sua colonizzazione richiedono il concorso di moltissime conoscenze oltre che di macchine e parti di macchine fabbricate e controllate con criteri strettissimi di precisione. La società capitalistica soffre di dualismo cronico, esalta la specializzazione e non è in grado di unificare la conoscenza. È molto efficace nel progettare e fabbricare merci, ma non è in grado di utilizzare questa capacità per progettare e realizzare una società veramente umana, cioè efficiente, ad alto rendimento. Non sa e non vuole. È capace di fare sistema per costruire una gigafabbrica, ma non sa pianificare le fabbriche per produrre beni utili in quantità e qualità compatibili con la vita umana invece che con i rapporti di valore. Vuole andare su Marte, non per contribuire all'umanizzazione dell'umanità, ma per fuggire alla disumanizzazione totale del Pianeta d'Origine. Se si osserva un manufatto "spaziale" si vede subito che è realizzato con criteri di alta tecnologia, accuratezza, precisione; tuttavia, nonostante ciò, una missione da miliardi di dollari può fallire perché i fornitori americani ed europei non si sono sincronizzati sulle unità di misura, pollici e centimetri.[27]

Marte solleva la curiosità degli uomini da quando Schiapparelli ha creduto di vedervi segni di vita. Era quindi un bersaglio predestinato per le necessità di valorizzazione del capitale nella misura in cui altre vie si sono dimostrate chiuse o esaurite. Oggi un capitalista apparentemente fuori dal coro sta comunicando al mondo che Marte potrebbe essere la chiave per aprire le porte chiuse o riattivare le risorse esaurite. Ma non è così originale come vuol far credere. E comunque, che sia in buona fede o stia semplicemente facendo il suo mestiere, ha bisogno di mettere in atto le controtendenze alla caduta del saggio di profitto. Tra queste controtendenze vi è in primo luogo l'aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro. Che si ottiene con la riorganizzazione continua dei processi industriali, con l'introduzione di macchine perfezionate e con l'immissione sul mercato di merci adatte ad essere prodotte in grandissime quantità. L'aumento dello sfruttamento è una diminuzione relativa del salario la quale, se avviene solo in alcune sfere della produzione, è equivalente alla diminuzione del salario al di sotto del suo valore. L'introduzione di macchine perfezionate, fino a rendere completamente automatici i processi produttivi, comporta la fabbricazione in massa di attrezzature, quindi la diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante (in questo caso proprio diminuzione di valore). Ciò produce un esercito industriale di riserva, che storicamente si traduce in sovrappopolazione relativa, serbatoio di concorrenza entro la forza-lavoro e quindi elemento moderatore del salario. Infine lo sviluppo del commercio estero, che aumenta la scala della produzione, fa abbassare il prezzo delle materie prime, dell'energia e dei semilavorati, precipita nuove masse umane nella sovrappopolazione relativa.

Le controtendenze individuate da Marx, che abbiamo citato in corsivo, hanno sempre rappresentato la salvezza del capitalismo in tempi di crisi sistemiche: non è quindi strano che Musk, Trump e buona parte della società americana mostrino di aver recepito il pericolo e, ognuno a modo suo, propongano misure atte a risvegliarle. I due personaggi appena nominati non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro: eppure entrambi si fanno portavoce dello stesso problema.

Trump predica una politica di ritorno al primato americano attraverso investimenti nel tradizionale sistema industrial-militare, attraverso una revisione dei rapporti con gli altri paesi e quindi attraverso un gigantesco movimento all'interno della forza-lavoro internazionale. Alcuni economisti hanno calcolato che se la politica del "lavoro agli americani" venisse applicata integralmente vi sarebbero decine di milioni di disoccupati in più in Messico, negli Stati Uniti, in Europa, in Cina, ecc. con il risvolto non detto che i salari dei lavoratori americani andrebbero a far media, più di quanto non facciano già, con quelli dei lavoratori messicani, europei, cinesi, ecc.

Musk rappresenta l'altra faccia della stessa medaglia. Inverte la tendenza storica, cioè ritorna alla concentrazione del capitale (invece di proseguire con la centralizzazione);[28] teorizza la gigafabbrica che produce hardware, merce tangibile, materiale; auspica un equilibrio fra robot e umani in un processo industriale perfettamente organizzato e sotto controllo; spinge al massimo sulla rinascita della corsa spaziale con tutto il bendiddio di appalti, prezzi da lobby, produzioni di prototipi sofisticati e costosi, corruzione e speculazione.

Probabilmente non vedremo il miliardario Donald Trump varare un programma spaziale alla Elon Musk. Sarà ancora più improbabile vedere il miliardario Elon Musk auspicare una politica protezionista e isolazionista alla Trump. Sarà invece quasi certo che finirà la politica monetaria escogitata nove anni fa e si farà di tutto per dirottare i capitali verso l'illusione della cosiddetta economia reale. C'è solo un piccolo particolare: Marx spiega chiaramente che il ricorso alle cause contrastanti la caduta del saggio di profitto in ultima analisi non fa che tramutarle nel loro contrario e spostare le contraddizioni del capitalismo a un livello sempre più alto.

Mentre andiamo in tipografia giunge la notizia che Donald Trump ha firmato il 21 marzo un disegno di legge che prevede vengano assegnati 19,5 miliardi di dollari alla ricerca spaziale, in particolare a quella che riguarda il programma di esplorazione del pianeta Marte con equipaggio (NASA Transiction Authorization Act of 2017). Nel documento, in cui Marte è nominato 28 volte in un contesto assai dettagliato di complessive 78 pagine, si afferma che gli obiettivi chiave per l'espansione umana nello Spazio includeranno l'esplorazione umana di Marte e altri pianeti considerando prioritarie quelle tecnologie e conoscenze che meglio rispondono allo scopo (sezione 412). I programmi di esplorazione umana nello Spazio saranno diretti dalla NASA, inclusi lo Space Launch System e il Veicolo Multifunzione Orion con equipaggio. Questi mezzi dovranno permettere all'uomo di esplorare Marte e altre destinazioni nello Spazio (sez. 413). La NASA potrà condurre missioni per destinazioni intermedie (basi sulla Luna o in orbita alta) al fine di realizzare l'obiettivo dell'esplorazione umana di Marte. L'Amministrazione dichiara che farà di tutto per ottimizzare il rapporto costi-risultati nell'esplorazione a lungo termine. È previsto l'impiego, in qualità di partner, di scienziati e industrie internazionali per assicurare che esistano i requisiti non solo per la futura esplorazione ma anche per la realizzazione di insediamenti umani sulla superficie di Marte" (sez. 414).

Note

[1] Questa è la trascrizione di un rapporto esposto all'incontro redazionale, allargato ai lettori, del 16-18 dicembre 2016. Rispetto all'originale pubblichiamo una rielaborazione con l'aggiunta di un commento sul programma di Elon Musk (citato più avanti) esposto al LXVII Convegno di astronautica a Guadalajara, Messico (26 - 30 settembre 2016).

[2] Precisamente Musk ha presentato tre grafici nei quali le possibili sovrapposizioni di due insiemi ("desiderare di fare" e "permettersi di fare") danno come risultato 1) costo infinito; 2) 10 miliardi di dollari per astronauta; 3) costo per astronauta di una media casa in America. La differenza fra i tre grafici è data dalle sinergie che sarà possibile stabilire. Il massimo risultato si ottiene ovviamente con la massima sovrapposizione di "desiderare" e "permettersi", cioè di obiettivo programmato fra molti soggetti che mettono in comune le rispettive capacità. È chiaro che un tale capitalismo di "condivisione" non esiste, ma è possibile orientare le decisioni con l'assicurazione, da parte dello stato o di elementi che presentano piani plausibili e allettanti, che il profitto sarà abbondante e duraturo. Recentemente Musk ha comunicato che è pronto a spedire in orbita intorno alla Luna alcuni "turisti" che hanno già pagato il biglietto.

[3] Elon Musk, intervista ad Aeon Magazine, 2014

[4] Scienza e rivoluzione , in due volumi, il primo con un'analisi sulla cosiddetta conquista dello Spazio; il secondo con un'antologia di articoli dell'epoca.

[5] Cfr. la locandina con l'annuncio del 64° incontro redazionale aperto ai lettori del 16-18 dicembre 2016 (http://www.quinternalab.org/).

[6] Alcuni affermano che invece di collaborazione vi sia feroce concorrenza per strapparsi a vicenda i tecnici migliori.

[7] Proprietà e Capitale , Quaderni di n+1, cap. XII.

[8] Rapporto Oxfam 2016.

[9] Vulcano della produzione , là dove si attribuisce rendita alla FIAT (Il programma comunista, 1954, ora in Quaderni di n+1).

[10] Marx, Il Capitale, Libro I. Il tema della merce come soddisfacimento di un bisogno, materiale o di fantasia, è nelle prime righe del primo capitolo.

[11] Attualmente il costo per ogni Kg messo in orbita bassa è intorno ai 40.000 dollari. Quello indicato è il costo medio per l'ipotesi marziana, da noi ricavato dalla media di diverse fonti e applicato al carico utile trasportato alla distanza marziana invece che lunare. La cifra è compatibile con quella fornita da Musk, 10 miliardi di dollari per ognuno dei 100 membri dell'equipaggio. Il vettore marziano, una volta portato alla velocità di crociera, viaggia gratis fino a che non deve frenare tale velocità. L'accelerazione e la decelerazione consumano carburante in ragione della velocità voluta e del carico utile. Più è alta la velocità, meno dura il viaggio e minore è la massa del carico utile (cibo, acqua, ossigeno, ecc. per l'equipaggio); ma alta velocità significa più carburante.

[12] Proprietà e Capitale , Prometeo 1948-50, ora in Quaderni di n+1.

[13] Nel 1986 la navetta Challenger esplose dopo 73 secondi dal lancio provocando la morte dei sette membri dell'equipaggio.

[14] Richard Feynman, relazione alla Roger Commission, 1986.

[15] Idem.

[16] La Columbia si disintegrò per l'attrito con l'atmosfera durante la manovra di rientro planato nel febbraio 2003.

[17] GigaFactory1 dovrebbe essere solo la prima realizzazione di questo tipo. Sono in corso trattative con alcuni governi europei per costruire GigaFactory2.

[18] "Concorrenza e credito concorrono alla centralizzazione del capitale, chiamando con tale termine questo secondo fenomeno per distinguerlo dalla concentrazione, effetto immediato dell'accumulazione. La concentrazione può avvenire di pari passo per tutte le imprese, la centralizzazione avviene a beneficio di alcune e a scapito di altre",Elementi dell'economia marxista, 1929, ora in Quaderni di n+1.

[19] "Countdown", The Economist, 22 ottobre 2016.

[20] Secondo il Wall Street Journal, Foxconn, la immensa fabbrica cinese con 1,5 milioni di dipendenti, progetta di investire 7 miliardi di dollari per aprire uno stabilimento di produzione negli Stati Uniti con 30-50.000 dipendenti. L'unica spiegazione possibile per fenomeni di questo genere (non è da molti anni che Foxconn produce in Cina per tutto il mondo gran parte delle apparecchiature elettroniche di qualità come gli smartphone) è che la scala della produzione robotizzata è a livello così avanzato rispetto alla forza-lavoro da rendere ininfluente la delocalizzazione delle fabbriche occidentali in paesi dove i salari sono più bassi. Infatti l'azienda cinese aveva già annunciato nel 2015 che avrebbe introdotto nei suoi stabilimenti un milione di piccoli robot. È vero che la forza-lavoro ha un prezzo locale, mentre i robot hanno un prezzo globale, ma sorge il sospetto che non saranno gli operai cinesi ad avvicinare i loro salari a quelli americani: avverrà esattamente il contrario!

[21] Cfr. Capitalismo che nega sé stesso, n. 24 della nostra rivista.

[22] Scienza e rivoluzione , Quaderni di n+1 cit.

[23] Robert Braun, professore associato di tecnologia spaziale presso il Georgia Institute of Technology, in una intervista a The Verge.

[24] Feynman, doc. cit.

[25] Per l'impianto del Nevada Musk dice di aver ricevuto 1,3 miliardi di dollari dallo stato, ma in realtà ha ricevuto in totale ben 5 miliardi. Corriere della sera 9/6/2015: "Musk, il capitalista visionario amico della NASA".

[26] In Scienza e rivoluzione, Quaderni di n+1, vol. I.

[27] Sembra uno scherzo ma è vero: nella comunicazione dei dati fra il team del progetto e la sala controllo della missione un errore di conversione dal sistema metrico decimale a quello americano basato su pollici, libbre, ecc. ha causato il fallimento della missione Climate Orbiter della Nasa su Marte. La sonda, costata 328 milioni di dollari, ha cessato di inviare segnali a terra poco dopo essere entrata in un'orbita troppo bassa, dopo un viaggio di 286 giorni.

[28] In realtà, come abbiamo visto, Musk non può fare a meno di ricorrere alla finanza e dare una struttura centralizzata alle sue industrie, controllate con il possesso di una minoranza delle azioni.

Rivista n. 41