Cento anni dall'Ottobre

"Gravissimo è il pericolo se la malattia opportunista grandeggia prima che si sia osato da qualche parte dare vigorosamente l’allarme. La critica senza l'errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l'errore senza la critica." (Amadeo Bordiga, "Il pericolo opportunista e l'Internazionale," 1925).

La rivoluzione dell'ottobre 1917 è stato l'avvenimento più grandioso in tutta la storia delle rivoluzioni. Esplosa come rivoluzione democratica contro quel misto fra modo di produzione asiatico e feudale che era l'autocrazia zarista, ha prodotto, durante il suo corso, la discesa in campo del comunismo. La tesi di Lenin è nota: in Russia c'era una borghesia appena formata e inconseguente, incapace di abbattere lo zarismo con una forza distruttiva radicale. C'era una classe contadina che non aveva ancora potuto fare il salto dalla comunità di villaggio al mercato capitalistico. C'era un proletariato poco numeroso ma giovane, organizzato da grandi industrie moderne e da un partito rivoluzionario conseguente. La rivoluzione incalzava, la borghesia cincischiava con lo zarismo, il contadiname era assente. L'unica forza in sintonia con la storia che si stava svolgendo era il proletariato. Il partito si assumeva il compito di guidare questa classe alla conquista del potere, saltando la fase storica democratico-borghese, mettendo i contadini in condizioni di non nuocere.

L'analisi era corretta, lo provano le conseguenze: la storia macinò il partito democratico, aprì la strada a quello proletario, lo portò ad usare gli strumenti della democrazia, i soviet, per superare la democrazia. La borghesia inetta non reagì, i soviet furono conquistati al bolscevismo, cadde il simbolico Palazzo d'Inverno e con esso il potere zarista. Due rivoluzioni in una, la guerra civile, l'accerchiamento da parte delle armate bianche, l'intervento diretto e finanziario delle potenze imperialiste. E ancora, l'incredibile contrattacco dell'Armata Rossa su sette fronti, la fondazione dell'Internazionale, la marcia su Varsavia. Un impeto che terrorizzò il mondo borghese, un concentrato di volontà armata che travolse tutti i vecchi paradigmi rimasti in piedi, specie nella socialdemocrazia: il mondo non andava governato, andava rifatto. Il vecchio riformismo, con le sue conquiste graduali, i compromessi con la borghesia, l'intossicazione da parlamento, sembrò annientato. Milioni di uomini vedevano nella Russia il proprio futuro. Milioni di uomini avevano sentito che era possibile progettare e realizzare una società nuova. Non si trattava di "edificare socialismo", come si sarebbe detto più tardi, con un'espressione che evocava antiche utopie, ma di liberare il comunismo tenuto prigioniero nel famoso leniniano "involucro che non corrispondeva più al suo contenuto."

In Occidente si guardava alla Russia come alla fine del mondo o all'inizio del suo futuro. Persino il fascismo non si sottrasse al fascino del potere del nuovo stato che sorgeva dalle ceneri di quello vecchio. La socializzazione e il controllo centrale dell'economia divennero pane quotidiano dell'azione politica. Il pianeta intero sembrò entrare nell'era del "rovesciamento della prassi", del progetto che sostituisce lo sviluppo anarchico. In Russia, per la prima volta nella storia, lo sviluppo sarebbe avvenuto sulla base di un programma. Economisti borghesi teorizzarono l'economia-programma, il governo a programma tecnocratico, la fusione fra lavoro e capitale in una società-programma.

Ma la rivoluzione in Russia fu un evento speciale, disse Lenin. La sovrapposizione di due stadi avrebbe dovuto comportare una enorme capacità di controllo che in Russia non esisteva. Solo la rivoluzione internazionale poteva aiutare la rivoluzione locale in un immenso paese arretrato. La prima mossa fu quella di internazionalizzare il partito con la fondazione dell'Internazionale Comunista; la seconda fu quella di internazionalizzare l'economia; la terza fu quella di intaccare la condizione dell'immensa maggioranza contadina.

Il riflusso in Occidente e le difficoltà di controllo locale trasformarono la rivoluzione doppia in rivoluzione ambigua. Il partito comunista non riuscì a scrollarsi di dosso la struttura democratica ereditata dalla socialdemocrazia. Aveva un'organizzazione piramidale con diversi strati e un vertice. L'organigramma corrispondente alla piramide era stabilito da congressi che funzionavano come i parlamenti, dove si votava su tesi contrastanti e per lo più su decisioni prese altrove. Lo stesso meccanismo fu ereditato dall'Internazionale, per cui, invece di ottenere un partito mondiale, si ebbe una nazionalizzazione in salsa russa delle istanze nazionali dei partiti di altri paesi, già di per sé gelosi della propria autonomia.

L'internazionalizzazione dell'economia diventò ricerca di riconoscimento diplomatico e smercio di materie prime. Gli accordi con miliardari americani come Hammer e Vanderbilt, la partecipazione ad eventi commercial-diplomatici come quelli di Genova e Rapallo, non furono semplici accordi fra commercianti senza valore politico, come sostennero i russi: questo sarebbe stato normale, ma in effetti si fece di necessità virtù e poco per volta la consuetudine e i meccanismi dati delle relazioni internazionali assorbirono attenzioni ed energie alle quali si dedicò lo stato russo, sempre più compenetrato con il partito e con l'Internazionale.

La massa contadina era in una condizione particolare, dovuta alla caratteristica struttura delle comunità di villaggio, studiata da Marx. Non era una massa proprietaria ma nemmeno bracciantile; non era ricca ma neppure miserabile: il suo livello di vita era estremamente basso, ma l'autoproduzione e l'autoconsumo le garantivano il cibo, il tetto, il vestiario. La rivoluzione borghese ha sulla propria bandiera il motto "La terra ai contadini"; la rivoluzione proletaria ha "Nazionalizzazione della terra". La tremenda sintesi scaturita dall'isolamento fu: "Nazionalizzazione della terra data in concessione privata alla comunità di villaggio".

La sovrapposizione di stati che si verificò nella Rivoluzione d'Ottobre ebbe conseguenze devastanti. Esse non consistettero tanto nell'avvento di una controrivoluzione, aspetto normale nella storia delle rivoluzioni, quanto nel far passare la controrivoluzione come continuità coerente con la rivoluzione. Non essendosi verificata la normale sequenza controrivoluzionaria (presa del potere, perdita del potere dopo sconfitta) tutte le categorie della rivoluzione passarono nel vocabolario e nel modo di essere della controrivoluzione. Ne risultò una neolingua orwelliana per cui "Comunismo" non significò più ciò che intendeva Marx, ma "Regime politico dello stato russo", ovvero capitalismo senza capitalisti, forma economica e sociale a basso grado di sviluppo fascista (per noi il fascismo è la forma capitalista di transizione dal controllo dello stato sul capitale al controllo del capitale sullo stato).

Già il termine "marxismo" era stato criticato da Marx, ma invece di correggere questa personalizzazione di un movimento che è il risultato dell'industria, dell'organizzazione, della necessità di cambiamento ecc. la neolingua si arricchì di nuove perle, come ad esempio "marxismo-leninismo".

Inutile dilungarci con gli esempi di "ismi" con radice di nomi propri, ma l'insieme di questa tragedia non deve farci dimenticare che il percorso è conosciuto e il fenomeno si ripeterà in varie forme possibili nei contesti più impensati. Avrebbe mai pensato, Marx, che la sua grandiosa costruzione teorica, invariante, sistemica, chiamata "comunismo" potesse essere tradotta dalla neolingua con il termine di "immensa cooperativa"?

Eppure questa fu la definizione data nell'opuscolo ABC del comunismo diffuso dal partito comunista russo. È vero che al tempo di Marx le cooperative erano imprese capitalistiche ibride gestite da rappresentanti operai, ma al tempo della rivoluzione d'Ottobre erano già strutture istituzionalizzate, soprattutto attraverso la grande diffusione che ebbero nelle aree dov'era forte l'influenza della socialdemocrazia tedesca.

Ogni rivoluzione si dà un canone che è la sintesi di un patrimonio di teoria e di esperienza. Nel caso della doppia rivoluzione russa il canone vincente non fu quello della forma sociale futura ma quello della forma democratico-borghese. Fu in larga misura un processo spontaneo, ma assecondato da una standardizzazione imposta: a partire dal suo III Congresso l'Internazionale esercitò pressioni enormi su tutta la rete organizzativa dei partiti aderenti per l'adozione di una tattica di compromesso, soprattutto con la socialdemocrazia, pressioni che si fecero esplicite con la "bolscevizzazione" ufficiale. L'organizzazione dei partiti aderenti fu smembrata e dalla rete delle sezioni territoriali si passò a quella delle cellule di fabbrica, legando così i proletari alle categorie e ai mestieri, passo indietro nella storia, non auspicabile nemmeno per l'organizzazione sindacale.

La nostra corrente lottò contro lo smantellamento teorico e pratico dei risultati della rivoluzione. L'ondata bolscevizzatrice che partiva dagli uffici di Mosca non rappresentava un esempio di ri-organizzazione razionale e programmata, ma una rincorsa alle suggestioni del momento, alla tattica indeterminata che produceva sbandamenti e dis -organizzazione.

"[Ai problemi del movimento operaio] pare si voglia riparare con questa bolscevizzazione che, senza essere un rafforzamento resterà una specie di cristallizzazione e di immobilizzazione del movimento rivoluzionario comunista e delle sue spontanee iniziative ed energie. Il processo è rovesciato, la sintesi precede i suoi elementi, la piramide invece di erigersi sicura sulla base si capovolge e il suo equilibrio instabilissimo punta sul suo vertice." (Amadeo Bordiga, "Il pericolo opportunista e l'Internazionale", 1925).

Invece della famigerata conquista delle masse, intesa come conquista di una imprecisata maggioranza, si ebbe l'edificazione di un "sistema delle frasi" che aveva come scopo il bombardamento intensivo con parole d'ordine che potevano variare a seconda della situazione contingente. Fu il trionfo del luogo comune, della lingua ingessata della conservazione, di uno standard perseguito con cieca determinazione, sfociato nell'appoggio militare agli eserciti alleati nella Seconda Guerra Mondiale e nella perpetuazione del corporativismo fascista riconfigurato in salsa democratica.

L'allarme lanciato per tempo dalla nostra corrente non fu ascoltato, anzi, si intervenne pesantemente per liquidare ogni fonte di critica. Così fu adottata la parola d'ordine del "governo operaio", anche in questo caso passata al vaglio della standardizzazione in corso. Era campata in aria, senza alcun legame con la realtà dell'epoca, ma non dimostrava soltanto la sua derivazione da soluzioni tattiche sbagliate, era già una concessione teorica all'ideologia della classe avversa: la rivoluzione non è un "governo" alternativo, è un processo di ribaltamento completo di ogni parametro precedente, una profonda opera di demolizione.

Con quella formula il vertice della piramide rovesciata confessava di non essersi staccato dalla concezione borghese dello stato e della dominazione di classe. "Governo operaio" non era affatto un sinonimo di "dittatura del proletariato" come si voleva far credere; era una dichiarazione programmatica avversa al programma di Marx. L'esperienza tragica della Germania lo testimoniava: sostituire al programma generale frasi "accettabili" dai destinatari delle proposte di fronte unico era, come si diceva allora, tradimento. Purtroppo non era una questione di morale ma di rapporti di forza, la controrivoluzione aveva vinto.

Rivista n. 42