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La guerra planetaria degli Stati Uniti d'America
Conferenze tenute a Roma e Torino il 6 e 14 ottobre 2001. Trascrizione dalle registrazioni.
Politica, terrorismo e guerra Fin dal primo momento abbiamo inquadrato l'attacco agli Stati Uniti, e la risposta militare che ne sarebbe seguita, in un arco storico che comprende avvenimenti concatenati di un unico processo. Non a caso abbiamo scelto lo stesso titolo di questo articolo per un volantino da noi distribuito quando gli Stati Uniti attaccarono l'Afghanistan il 7 ottobre scorso. Dare definizioni è sempre azzardato dato che nel campo dei fenomeni complessi c'è sempre qualcosa che sfugge alla logica della catalogazione e del raggruppamento. Per gli avvenimenti dell’11 settembre, senza alcuna esitazione, adoperiamo il termine "guerra" nel senso più classico, che potrebbe non essere quello che normalmente gli si attribuisce, come vedremo. Guerra e non "terrorismo", perché non ci troviamo di fronte ad un confronto bilaterale tra gli Stati Uniti (la società aperta, la civiltà ecc.), e i loro nemici, ma ad una interazione, a fatti che accadono "in funzione di" sullo scenario del mondo intero, dove nessuno Stato o gruppo d'interessi può immaginare di essere al di fuori della mischia. Guerra, perché il militarismo non è più prerogativa dei militari, degli eserciti e dei loro capi, di Federico il Grande o di Napoleone; non è neppure più quello rappresentato nelle vignette socialiste allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dove si vedevano grassi capitalisti con bocche a cannone e denti di proiettili schiacciare proletari scheletriti; oggi è militarizzata tutta la società che, essendo sempre meno controllabile, richiede per questo sempre più controllo nella sua intima struttura. Guerra, allora, perché, così come nessuno può mettere in campo eserciti contro gli Stati Uniti, nessuno può competere con l'intima struttura militarizzata dell'imperialismo americano. E tutti sanno che non si deve mai combattere il nemico sul suo terreno preferito. Dunque qui parleremo solo di sfuggita delle Twin Towers, del Pentagono, di bin Laden, persino della guerra in Afghanistan, e trattandoli come elementi di un processo più vasto. Inutile fissarci sui particolari, dato che essi ci vengono forniti tramite un'industria dell'informazione che è parte integrante di ciò che stiamo analizzando: non faremmo altro che collocare il nostro punto di osservazione all'interno dell'oggetto osservato e ciò è sempre sconsigliabile. La cronaca va letta con un unico criterio: oggi più che mai la comunicazione di massa è un'arma né più né meno delle portaerei, dei missili e delle truppe. Noi cercheremo, come sempre, di capire in quale substrato materiale mettono le radici questi fatti e soprattutto quali conseguenze avranno. E' bene mettere subito in chiaro che non ci addentreremo neppure in una disquisizione di tipo politico, essendo estranei al dibattito fra coloro che sostengono, per esempio, la tesi di Huntington sullo scontro fra civiltà e coloro che sostengono la tesi di Fukuyama sulla fine della storia; non sfioreremo neppure le tesi professorali e cerchiobottiste di Eco o la violenta descrizione di Oriana Fallaci su ciò che pensa realmente la piccola borghesia senza avere il coraggio di dirlo; non staremo a disquisire se siamo di fronte a una distorta interpretazione dell’Islam né a piangere se la democrazia occidentale andrà a farsi benedire di fronte ai provvedimenti necessari in tempo di guerra; se verrà sancita ufficialmente la pratica della tortura negli interrogatori come chiede l'americano medio o se invece di una terapia locale ci sarà una profilassi planetaria; se la rete spionistica satellitare Echelon sarà rivolta verso le organizzazioni politiche più che verso il furto di informazioni industriali o se l'umanità subirà l'infiltrazione di eserciti di commando delle intelligence imperialistiche. Analisi e verifiche Viviamo in un mondo che non è discreto ma continuo, che non risponde a leggi lineari ma caotiche e complesse, che non può essere descritto, come invece fanno i media, avvenimento per avvenimento, personaggio per personaggio, con un metodo per il quale la dimensione dei caratteri nel titolo incentrato su quel che dicono tizio o caio vale più di uno scontro storico fra imperialismi concorrenti. La storia è certo costellata di punti significativi, ma essi non sono in sequenza su una retta, bensì disposti come nodi in una rete; tant'è vero che gli storici più attenti si sono accorti di come sia ingannevole credere che vi sia una storia in quanto tale, e di come siano essi stessi a "farla" creando sequenze convenzionali più o meno ordinate, più o meno interpretate soggettivamente. Tra l'altro è anche per questo che nella nostra corrente si è sempre fatta un po' d'ironia su chi ricava le proprie grandi analisi dei fatti… dalla lettura dell'attualità sui giornali. Non si trovano a quel modo le leggi dello sviluppo sociale; né a quel modo si può capire da dove arrivi e dove possa portare un 11 settembre. Sappiamo che i comunisti sono accusati di non avere azzeccato neppure una delle loro previsioni con il loro metodo materialista. Tralasciamo di criticare l'origine di questa scemenza ideologica e rimaniamo semplicemente sul piano dei fatti empirici. Tanto per citarne solo alcuni che ci interessano oggi, diciamo che 1) il capitalismo è insofferente verso i vecchi modi di produzione e le idee che vi corrispondono, quindi tende a distruggerli e a plasmare l'intero globo terracqueo alle sue esigenze; questo risultato non lo può ottenere uniformando lo sviluppo del mondo a quello dei paesi di vecchia accumulazione, ma creando una massa crescente di sovrappopolazione relativa rispetto alle esigenze di valorizzazione del Capitale; 2) questo fatto, che qualcuno chiama globalizzazione e noi chiamiamo imperialismo, produce di per sé l'esigenza di un controllo sempre più spinto sui processi economici, prima sui territori nazionali (fascismo, keynesismo, stalinismo), poi sull'intero pianeta, suscitando ovviamente reazioni locali sia nei paesi da cui la globalizzazione parte, sia in quelli che ne sono oggetto recente; il liberismo tende a morire, nonostante le apparenze; 3) in questo processo la concorrenza fra Stati si fa sempre più feroce e un numero sempre minore di Stati controlla il mondo; gli Stati che non saranno sconfitti in guerra saranno semplicemente comprati con dollari (questo lo si era detto a proposito dell'Unione Sovietica, da noi definita capitalistica quando milioni e milioni credevano ancora che là ci fosse socialismo); 4) non c'è possibilità di fermare la marcia del comunismo: anche se la controrivoluzione lavora, essa è costretta a lavorare per noi, lo fa a modo suo, ma elimina problemi che altrimenti la futura rivoluzione si troverebbe ancora tra i piedi (come rilevava Engels di fronte all'avanzata dell'esercito prussiano verso Parigi nel 1870). Non appena affrontiamo gli avvenimenti con un'ottica diversa da quella borghese (e sempre più sono costretti a farlo gli stessi borghesi per arrivare a capirli) vediamo che ogni materia trattata dalla corrente marxista ha avuto una sua verifica sperimentale. I fatti specifici e locali possono accadere in un modo o nel loro opposto, può scoppiare la guerra con un paese piuttosto che un altro, possono essere sconvolti equilibri locali fra Stati e borghesie, può durare una pace corrosiva che distrugge risorse più di una guerra. I fatti episodici, e la loro previsione, hanno importanza solo se inquadrati nel processo generale del divenire di questa società; e allora assumono una luce diversa. Già ai tempi di Marx, ed egli lo sottolinea, era evidente che l'Inghilterra era in declino e che gli Stati Uniti ne avrebbero preso il posto, esattamente com'era successo nei secoli precedenti con la staffetta fra imperialismi. Questa è stata una previsione verificabile da tutti nei fatti. E ci permette di porre la stessa domanda ancora oggi: chi viene dopo gli Stati Uniti? La risposta impone anche di dire che cosa verrà dopo il dominio dell'imperialismo più forte e senza rivali; forse una sconfitta degli Stati Uniti da parte di un altro futuro imperialismo (o altri imperialismi coalizzati)? I filorussi, specie al tempo del terrore atomico e dell'imbonimento spaziale, erano pronti a scommettere che la corsa sarebbe stata vinta dall'URSS, in competizione pacifica o in guerra. Noi eravamo convinti invece che lo scontro vero non sarebbe stato fra paesi come Usa e Urss, perché non concorrenti dal punto di vista economico; sarebbe invece avvenuto di nuovo fra gli stessi protagonisti della Seconda Guerra Mondiale, e non avrebbe, nel lungo periodo, visto nessun vincitore nella corsa al gigantismo imperialistico, poiché si era arrivati a quella che avevamo definito "crisi dei rendimenti decrescenti" o – il che è la stessa cosa – diminuzione storica dei saggi d'incremento relativo nella produzione industriale. Come dovrebbe essere noto, questo è l'indice che ci mostra la caduta del saggio di profitto, e sarebbe stato impossibile, dopo l'avanzata americana, un saggio d'incremento mondiale che durasse così a lungo da permettere ad altri paesi di raggiungere una potenza paragonabile a quella degli Stati Uniti. Non ci sarebbe quindi stato il secolo dell'imperialismo russo o cinese o di qualunque altro paese. L'impero romano, quando non ebbe più nemici in grado di impensierirlo, divenne l'unico nemico di sé stesso. Il capitalismo è una forma sociale viva e dinamica; come tutti gli esseri viventi è cresciuto, si è sviluppato e morirà. Oggi, conquistato il mondo, non ha più la vitalità per produrre un altro capitalismo, più potente e globalizzato di quello degli Stati Uniti, più moderno e in grado di permeare di sé il mondo intero. Siamo al culmine, alla fase suprema, dopo la quale non ve ne sono altre, già adesso la maggiore contraddizione del Capitale è il capitalismo stesso. Insomma, non nasceranno Sette Sorelle brasiliane, non berremo Coca Cola cinese, il 95% dei film che vedremo non sarà indiano e non mangeremo BigMac degli Stati Uniti d'Europa, tanto per nominare economie in crescita e paesi con un numero significativo di abitanti. La guerra non vedrà nemici schierati su fronti classici ma sarà interna all'imperialismo agonizzante. E' quel che sta succedendo: per usare la solita immagine di Lenin, l'umanità-larva è morta e la nuova crisalide, forma vivente superiore, si accinge a spiccare il volo eliminando il bozzolo. E' in una situazione come questa che prende corpo una forza che individua negli Stati Uniti un nemico da colpire, temeraria al punto da sfidarne la potenza abbattendogli il centro della potenza militare e il centro mondiale del commercio, organizzata come una rete in modo che, colpito un suo nodo, non ne debba soffrire tutta la struttura, dotata di capitali e funzionante come una multinazionale d'assalto. Non ha importanza chi ci sia, dentro questa organizzazione o dietro di essa: individui, Stati, interessi. Sta di fatto che è stata figliata direttamente dall'apparato dell'imperialismo per rispondere a esigenze di guerra non tradizionale, è una sua creatura. Il paradosso è evidente: la guerra "tradizionale" è morta da tempo ed è già diventato tradizionale un nuovo tipo di guerra, quella prima considerata atipica. Essa ha sostituito lo scontro frontale degli eserciti, delle marine e delle aviazioni, ma è ben più efficace per affrontare la crisi senile del capitalismo, per infondergli nuovo ossigeno nei cicli di accumulazione. Non si può semplicemente dire: ci sono dei terroristi che odiano gli americani per le loro sopraffazioni; chi semina vento raccoglie tempesta; né con i terroristi né con gli Stati Uniti. E via con i luoghi comuni. Quattro grossi aeroplani di linea, scelti accuratamente per la loro lontana destinazione e quindi al massimo carico di carburante, vere bombe volanti, sono stati dirottati contemporaneamente e indirizzati contro simboli efficaci provocando una catastrofe senza precedenti per gli Stati Uniti. Occorre il sussidio di un apparato logistico composto da molti elementi; un'attività durata diversi mesi; il coinvolgimento diretto o indiretto di centinaia di persone; una gran quantità di denaro; soprattutto una serie di attività che non poteva non far scattare qualche allarme nella rete di controlli permanenti dell'intelligence di diversi paesi. Non ci occuperemo qui delle stranezze tecniche, del mancato allarme per quattro aerei dirottati, della fulminea attribuzione ad una precisa organizzazione, dei particolari grotteschi come quello del ritrovamento di istruzioni aeronautiche in arabo, quando anche le istruzioni di una caffettiera sono in inglese. Ci occuperemo invece di questa azione militare nel cuore di Washington e New York e dei bombardamenti analoghi che seguiranno in altre parti del mondo, tutti episodi di una stessa guerra, che non è incominciata, ovviamente, l'11 settembre. Aggrediti e aggressori Quando è incominciata questa guerra? Ma è davvero importante andare a cercarne l'inizio come se dovessimo scrivere un libro di scuola? Da che il Capitale si struttura come raccolta di capitali singoli che confluisce in una forza anonima e indifferenziata in grado di far fruttare giganteschi investimenti, il capitalista singolo è spazzato via, non serve più; al suo posto è stato necessario formare elementi di controllo internazionale, apparati legislativi ed esecutivi in grado di essere all'altezza di un Capitale che ha raggiunto una potenza sociale come quella che abbiamo sotto gli occhi. Ma le frontiere esistono ancora, le borghesie si configurano ancora come elemento nazionale, pur entrando in contraddizione con l'internazionalizzazione del Capitale. Era inevitabile che la borghesia del paese più potente del mondo assumesse in prima persona la responsabilità di dirigere il traffico mondiale di capitali. E in queste circostanze chi pensa che ciò possa avvenire senza che siano soddisfatti in primo luogo gli interessi di quella borghesia e di quel paese è un inguaribile idealista con la testa nelle nuvole. Nessun privato borghese possiede la forza per far valere la legge, una legge stabilita e riconosciuta da tutti ma qualche volta violata; perciò si è formato lo Stato moderno. Esso non è al di sopra delle classi ma strumento di una classe; se questa classe è ormai superflua, lo Stato diventa lo strumento principe del Capitale. Quest'ultimo non potrebbe trarre nessun vantaggio dall’utilizzo di più Stati in conflitto o in combutta: ne utilizza uno, il più potente, quello in grado di rappresentare un controllo più efficace per garantire il ciclo di produzione del plusvalore. Ecco perché il controllo economico e sociale interno resosi necessario negli anni '30 si è spinto al di fuori delle frontiere. E rimane ferreo controllo di classe, altro che non-globalizzazione e commercio equo e solidale. A parte il fatto che il capitalismo stesso nasce globale e imperialistico: immaginate Venezia e le altre Repubbliche Marinare esistere e svilupparsi sulla base di uno scambio fra la Laguna e le capanne di Mestre, fra Genova e Boccadasse, fra Amalfi e Positano! Soprattutto immaginate questo sviluppo del proto-imperialismo senza la guerra contro i turchi e fra le repubbliche marinare stesse! Guerra e società divisa in classi sono complementari l'una all'altra. Nel processo generale che vede l'umanità andare dal comunismo primitivo a quello sviluppato non si può dire se l'una scaturisce dall'altra o viceversa. Quindi la guerra è stata uno stimolo allo sviluppo di queste società, ha contribuito come pochi altri elementi a far scattare il tanto idolatrato progresso. Ma da quando il capitalismo si è sviluppato a sufficienza e ha dato luogo al moderno mercato mondiale (imperialismo), la guerra non è più un fatto costitutivo delle nazioni né semplicemente un fatto regolatore di contenziosi fra nazioni, bensì un elemento regolatore che obbedisce alle regole dettate dal Capitale internazionale, ovviamente sotto l'egida delle nazioni più potenti. Finita l'epoca delle conquiste territoriali, e anche quella della conquista dei mercati su determinati territori, nell’era della cosiddetta globalizzazione, cioè della generalizzazione del capitalismo e del mercato mondiale, lo scontro avviene per la ripartizione del plusvalore prodotto dal proletariato nelle varie aree. Per questo gli Stati Uniti non hanno bisogno di conquistare fisicamente il territorio controllato, gli basta tenere saldamente in mano il flusso di capitali, cioè il flusso di merci, cioè il flusso di valore. Per questo, come vedremo, è sbagliato pensare che gli Stati Uniti scatenino guerre per il petrolio come si scatenavano guerre per le colonie. Il petrolio c'entra soltanto come tramite di valore. Quindi la guerra moderna non ha più come obiettivo principale la conquista di un'entità fisica, territorio, popolazione, risorse, frontiere sicure ecc., ma la conquista del flusso di valore che permette lo sviluppo, se non addirittura la sopravvivenza, del capitalismo nei paesi coinvolti nello scontro. La maggior parte della popolazione mondiale, compresa quella giapponese, è convinta che il Giappone abbia aggredito gli Stati Uniti a Pearl Harbor, e ciò è certamente vero se ci si limita a vedere le cose dal punto di vista delle bombe e degli scoppi. Ma prima di quell'attacco c'era stato un blocco economico che stava soffocando l'economia giapponese e prima ancora c'era stata un'espansione giapponese che metteva in discussione quella che gli Stati Uniti avevano avviato contro la Spagna nel Pacifico. Le bombe dovevano cadere come sbocco necessario di un lungo processo nel quale cercare l'aggressore e l'aggredito è cosa da fessi. In un contesto del genere (e adesso tali processi sono ancora più intricati, essendo il frutto di rapidissimi e complessi movimenti di capitali) è evidente che tutta la popolazione dei vari paesi viene direttamente coinvolta nella guerra. La manovra economica di un governo, poniamo i parametri di Maastricht da parte dell'Unione Europea, è condotta coinvolgendo tutta la società, in primo luogo la classe produttrice; è studiata al fine di migliorare la posizione dell'Europa nel campo della concorrenza internazionale e si configura come vero e proprio atto di guerra nei confronti degli avversari. Se, come dice von Clausewitz la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi, ecco che quando la manovra economica scatta di livello e diventa lancio di bombe, la popolazione, esattamente come prima, non può essere esente da coinvolgimento, in questo caso da bombardamento. Non c'è più differenza fra combattente e civile. La guerra guerreggiata si fa anche bloccando le comunicazioni e le fabbriche del nemico, cioè bombardandole, uccidendo gli operai che vi lavorano, distruggendo le città, terrorizzando la popolazione, facendo in modo che essa rappresenti un problema logistico interno grave, con i feriti, i senzatetto, gli sfollati, gli affamati cui badare. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, la popolazione civile diventa bersaglio, elemento di studio nella meccanica della vittoria come lo sono tutti gli altri parametri. Allora: Washington e New York come atto di una guerra che non incomincia oggi e non si esaurisce in una eventuale rappresaglia. Struttura e chiacchiere Tornando alla domanda: "quando è incominciata questa guerra?", potremmo rispondere: quando è incominciato il capitalismo. Oppure: quando è incominciata l'espansione mondiale del capitalismo americano. Oppure ancora: quando è incominciato un significativo movimento di capitali attraverso la rendita petrolifera. Dipende da come vogliamo inquadrare il problema. Se lo vogliamo prendere in considerazione nell'ambito della formazione dell'imperialismo per capirne le reazioni, dobbiamo iniziare dalla trasformazione del mercantilismo in capitalismo. Se vogliamo capire in particolare l'imperialismo americano dobbiamo risalire almeno alla natura colonialistica dell'impianto di popolazione bianca in quelle terre, alla distruzione sistematica di ciò che esisteva prima, alla precoce esigenza di annettere nuove terre da colonizzare a Ovest e a Sud, all'esigenza di espandere il controllo sui due Oceani e oltre. Se infine vogliamo capire chi è bin Laden, da dove venga e cosa c'entri con l'attacco agli Stati Uniti, dobbiamo tener presente che il capitalismo, giunto alla sua massima espressione, pur avendo reso inutili i capitalisti, non ha eliminato la proprietà, quindi ha dovuto devolvere alla rendita una parte del profitto, cioè del plusvalore, prodotto nella società. Siccome gran parte del petrolio giace nel sottosuolo di paesi abitati da popolazioni islamiche, quella massa di plusvalore ha finito per essere identificata da quelle popolazioni come proprietà inviolabile. Come se il petrolio e il plusvalore che gli si riferisce fossero la stessa cosa. Non parliamo di bruscolini: il mondo, così com'è, consuma una trentina di miliardi di barili di petrolio all'anno che, al prezzo di settembre, corrisponde a 800 miliardi di dollari. Le popolazioni non ne beneficiano che in minima parte, il grosso di questa rendita viene "impiegato" tramite il sistema bancario occidentale il quale lo "impiega" a sua volta nella produzione complessiva di plusvalore. Il petrolio è capitale costante, essenziale, in quanto materia prima ed energia, nella formazione del saggio di profitto: in una situazione in cui tale saggio tende al basso, e piccole fluttuazioni dell'ordine di una frazione di punto sono salutate come "miracolo economico" o "recessione", si capisce che il controllo della rendita petrolifera diventa vitale. Tutto ciò che riguarda meccanismi di controtendenza alla caduta del saggio di profitto diventa vitale per l'imperialismo: ribasso del valore del capitale costante; aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro; abbassamento del salario; aumento della concorrenza fra operai; incremento del mercato mondiale; esasperazione dei meccanismi finanziari. Questo è l'elenco di Marx nel capitolo apposito del Terzo volume del Capitale. C'entrano quindi nel nostro discorso sulla guerra sia la natura complessiva del capitalismo, sia la sua specifica fase imperialistica, sia la eventuale rottura degli equilibri a proposito di una fonte importante di energia per la formazione del plusvalore. Di solito quando facciamo affermazioni del genere i nostri critici insorgono accusandoci di tenerci sempre sulle generali, di non venire al sodo: diteci che cosa è successo effettivamente e, soprattutto, che cosa bisogna fare per lottare contro l'imperialismo ed evitare la ennesima batosta alle masse oppresse. Ora, all'interno del sistema esistente si può sempre trovare qualcosa "da fare", spazi ce ne sono, un bel comitato contro l'intervento in Afghanistan, una manifestazione unitaria, un dibattito fra le forze politiche, ecc. Ma la guerra è proprio una di quelle situazioni che eliminano ogni sfumatura: o ci si limita a spazi di questo genere o si balza fuori dal sistema. Tutto il resto è chiacchiera che dai parlamenti si riversa al di fuori e fiancheggia e amplifica il cretinismo parlamentare. Un tale modo filisteo di porre le questioni, una tale acquiescenza nei confronti della routine, ci danno particolarmente fastidio, perché ciò implica la trattazione dei problemi a partire da categorie prese a prestito dall'ideologia dominante. Abbiamo letto un buon numero di volantini sulla guerra in corso. Si tratta di testi che rispecchiano il lavoro di militanti spesso impegnati generosamente ma fuorviati da decenni di luoghi comuni pseudo-rivoluzionari. Prendiamone uno a caso, è intitolato: "Guerra alla guerra"; bel titolo, a prima vista sintetico, immediato, in linea con quello che scriveva il movimento operaio italiano contro la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale. Un altro: "Battersi senza esitazione contro la guerra"; veramente "leninista". Peccato che una parola d'ordine del genere manchi di una cosa essenziale: un contenuto empirico; manca un collegamento qualsiasi alla realtà materiale dei fatti. Dunque all'esortazione di essere pratici, di venire al sodo, dovremmo rispondere con un'affermazione senza contenuto pratico. "Guerra alla guerra" e tutte le frasi analoghe, se le parole hanno un senso e non si sparano solo per fare effetto, significano che bisogna perlomeno organizzare uno sciopero generale internazionale in modo da fermare i bombardieri, che bisogna convincere o costringere i soldati a non partire, quindi a disertare, che bisogna rispondere alle ovvie reazione dei governi in un'escalation che si prefigura come guerra civile. Del resto "l'ha detto Lenin", no? Ma durante la Prima Guerra Mondiale esisteva nei maggiori paesi un movimento proletario forte, ben organizzato, guidato da partiti classisti che, seppure dichiaratamente riformisti, oggi non solo non esistono ma non si riescono neppure a immaginare. Oggi c'è solo merda piccolo-borghese guerrafondaia o pacifismo tartufesco. A quel tempo certe parole d'ordine avevano un senso pratico, potevano essere indicazioni per realizzare effettivamente lo sciopero, il disfattismo ecc. Oggi sarebbero da evitare, se non altro per dimostrare un minimo di intelligenza empirica nel saper valutare la pesantezza della situazione e la realtà dei rapporti di forza; anche se non si è capito che cosa sia successo effettivamente a Washington e New York e che cosa stia succedendo in Afghanistan e nelle altre parti del mondo, dove la guerra si sta senz'altro sviluppando in modo non visibile. Il problema non è degli americani, i quali sanno benissimo come rispondere; anzi, gli è stato fatto un bel favore: ciò che è successo gli sta permettendo di agire a scala planetaria senza che nessuno possa più interloquire sulle loro azioni. Il problema non è neppure delle cosiddette masse oppresse islamiche, dato che a modo loro esse reagiscono agli effetti dell'imperialismo, spesso combattendo armi alla mano, e hanno almeno un programma unificante nella religione, pur se manovrate e utilizzate come partigianeria dall'imperialismo stesso. Il vero problema è nostro, è del proletariato occidentale. Il problema dell'imperialismo, moderno o meno, si risolve nell'ambito della rivoluzione, non presso le masse islamiche o di altra fede, ma qui, dove esistono i due soli fattori della rivoluzione: l'incessante produzione di plusvalore nel rafforzamento crescente della forza produttiva sociale e il programma forgiato dalle rivoluzioni precedenti. Le masse del Terzo e Quarto Mondo devono saldarsi al movimento occidentale, perché è qui che vi sarà il collasso interno dell'imperialismo, unica condizione per la vittoria rivoluzionaria. Unica, senza fantasiose alternative. Imperialismo e spazio vitale In un clima di pace sociale in Occidente e di passività della popolazioni sempre più impoverite (a parte focolai isolati come la Palestina), l'11 settembre qualcuno dirotta quattro aerei con i loro passeggeri lanciandoli alla distruzione di un'ala del Pentagono e di un isolato di New York, con i due grattacieli più simbolici del mondo. Per la prima volta dal 1812 (attacco dell'Inghilterra), gli Stati Uniti devono lamentare migliaia di vittime civili a causa di un’operazione militare straniera sul loro territorio. L'evidenza di una rete internazionale e di una preparazione ad opera non certo di "privati" accentua l'aspetto militare. Un atto di guerra che, come nel passato, è anche un fattore di guerra ulteriore. Che bisogno hanno gli Stati Uniti di fare la guerra? Controllano già il mondo. Ora, il "bisogno" di guerra, di espansione e di controllo da parte di un paese non si misura col metro delle idee ma dei fatti, che si mettono in moto nonostante le idee. In sette od otto anni, verso la metà dell'800 gli Stati Uniti portarono via al Messico, con una guerra di pura aggressione, un territorio grande quanto mezza Europa. Eppure non ne avevano "bisogno", avevano spazi immensi ancora da esplorare, erano da poco riusciti a raggiungere la costa del Pacifico. Nel 1898 l'affondamento della corazzata Maine fu preso a pretesto per far guerra alla Spagna, cui furono portati via Cuba, Portorico e le Filippine. Eppure anche in questa occasione non c'era alcun "bisogno" pratico per conquistare il Pacifico: la dottrina Monroe aveva stabilito da tempo che tutte le Americhe erano campo di conquista statunitense e che gli europei dovevano starsene alla larga. Ed era già effettivamente così, spazio ce n'era in abbondanza per il mercato del nuovo imperialismo rampante. Ci vuole poco a collegare i fatti: è di lì che parte la marcia verso l'Europa, verso il Giappone e… verso l'Afghanistan. Nel 1915 in seguito all'incidente del Lusitania (una nave passeggeri con un carico di armi che i tedeschi avevano promesso di affondare se fosse partita, cosa che avvenne) si arriva sull'orlo della guerra, ma gli Stati Uniti preferiscono intervenire nel '17, quando tutti i belligeranti sono sull'orlo del collasso. Inviano allora ben 2 milioni di soldati. Il loro modo di combattere è trattato sprezzantemente dai vecchi militaristi d'Europa, ma non hanno perdite e soprattutto vincono, sbaragliano il nemico con la superiorità dei mezzi, vale a dire della forza produttiva sociale del capitalismo moderno. Nel dopoguerra, sfruttando la situazione provocata dal trattato di Versailles e i debiti incrociati contratti dai belligeranti, l'America, con Wilson, assume una posizione di mediazione fra gli stati ex belligeranti, come a dire: badate che io non sono una nazione della vostra razza. Era vero. In effetti dà inizio alla sua campagna contro l'imperialismo inglese gettando le fondamenta di un proprio definitivo controllo economico e finanziario globale, campagna terminata con l'invio dei paracadutisti a Suez per bloccare lo sbarco anglo-francese. Fine dell'imperialismo coloniale. E' chiaro che, con un piede nel Pacifico e l'altro in Europa, la guerra successiva l'avrebbe vista impegnata su entrambi i fronti, anche in questo caso dopo aver aspettato prudentemente che gli altri si scannassero a sufficienza. E di nuovo con la provocazione di navi affondate, a Pearl Harbor, dove si sapeva benissimo che il Giappone avrebbe attaccato e dove con la solita prudenza, opportunamente, erano state lasciate solo le vecchie carrette del mare, non le modernissime portaerei. Di fronte alla tecnica e ai mezzi dei paesi in campo dal '41 al '45, quella americana fu un'esplosione di potenza che mise in campo produzione, armi, macchine, uomini e capitali come il mondo non aveva mai visto, potenza che ebbe il suo culmine nel massimo di rendimento bellico a Hiroshima e Nagasaki: un ordine, due bombe, due città distrutte, duecentomila morti. E anche qui non ce n'era "bisogno", il Giappone a quella data era già sconfitto. E' chiaro che abbiamo un problema, un problema grave che nessun esorcismo da volantino può risolvere. Provate a gridare la parola d'ordine "trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria" dopo l'11 settembre, episodio che ha illuminato tutti sulla natura della guerra moderna, ben distante da quella che vede unicamente gli eserciti contrapposti. La guerra imperialista diventerà guerra rivoluzionaria, ne siamo sicuri, ma non come si continua a pensare sulla base di meccaniche letture dei nostri maestri. Già la Seconda Guerra mondiale aveva cambiato completamente la dinamica delle guerre precedenti. Ma ora si va più in là. Qui non siamo di fronte a un episodio come quelli del Maine, del Lusitania, di Pearl Harbor o del Golfo del Tonchino, con tutto ciò che ne seguì. Non c'è una potenza straniera da accusare di aggressione. C'è una potenza nata in seno all'imperialismo (e la si pianti con le masse islamiche oppresse irretite da Osama bin Laden) che si rivolta contro l'imperialismo stesso, per ritagliarsi un suo spazio vitale. La questione del lebensraum di germanica memoria si presenta invariante, ponendo però soluzioni assolutamente diverse. L'imperialismo tende a riempire tutti gli spazi: i tedeschi arrivarono ad occuparne fino a Stalingrado e i giapponesi fino ai confini dell'India; quello americano li riempie e basta, per adesso senza occupare territorio e senza sottoporre alle sue leggi gli occupati. Le 800 installazioni militari che gli americani hanno in giro per il mondo contengono truppe di occupazione del mondo, non dello specifico territorio "ospite". Concorrenti-clienti L'imperialismo moderno ha avuto la necessità assoluta di espandersi da sistema chiuso a sistema aperto. La produzione ad un certo punto si è affacciata sul mercato mondiale e, come si sa, le merci sono le "artiglierie che abbattono qualsiasi muraglia cinese". E siccome non si muove merce senza che si muova capitale, il mercato mondiale è diventato finanza mondiale. Essa ha incominciato a riprodursi su sé stessa, continuando a moltiplicare e azzerare capitale fittizio in circolo chiuso, ma nessun capitale può generare interesse senza passare dalla produzione che genera plusvalore. Molte volte abbiamo ricordato che ogni giorno si muovono 1.500 miliardollari sulla rete mondiale delle comunicazioni, che solo i fondi d'investimento ne raccolgono 25.000 miliardi (quasi tre volte il valore prodotto annualmente dagli Stati Uniti), tutti capitali in grado spostarsi da una parte all'altra del mondo in pochi istanti. Di fronte a un così immenso movimento di denaro, o meglio, di segni di valore che lo rappresentano, il movimento di merci, in proporzione al valore totale prodotto, è oggi al livello del 1913, una miseria. Questo perché l'imperialismo ha qualche problema di convivenza al suo interno, ovvero cozza immediatamente contro il fatto che l’imperialismo non è mai… uno solo, così come il Capitale non è mai uno solo ma tanti capitali che hanno un padrone in grado di rivendicarne la proprietà. Ora, in molti si è intuito che gli avvenimenti dell'11 settembre sono molto utili al tipo di politica di cui hanno "bisogno" gli Stati Uniti. Forse è meno chiaro quale possa essere la prospettiva reale, non immediatamente percepibile, e quali le conseguenze. Non crediamo affatto che l'attacco agli Stati Uniti abbia cambiato il mondo, è stato il mondo che cambia a provocare l'attacco, per questo la risposta era già pronta, particolarmente adeguata e persino descritta nei documenti del Pentagono. Alla luce dei quali petrolio, territorio, nazionalità, ideologia o religione, paese, sono tutte categorie inadeguate a descrivere ciò che sta succedendo e a cui l'America si stava già preparando, come abbiamo scritto a proposito della globalizzazione e del movimento no-global. Il nuovo ordine mondiale sarà imposto e susciterà contraccolpi, di qualunque tipo essi siano. Ma torniamo un po' indietro negli anni, per capire la differenza fra la dottrina militare di un paese qualsiasi e quella degli Stati Uniti. La dottrina militare della Germania era basata sull'interpretazione alla lettera della massima di von Clausewitz: nel '39 la politica aveva portato ad uno stallo e la guerra ne continuò le premesse "con altri mezzi". Il blitzkrieg, la guerra-lampo, era perfettamente compatibile con la politica precedente; la conquista rapida del territorio occidentale era un'arma da usare nella trattativa, a guerra finita, per sancire la conquista dei territori orientali. Ottenuta la pace, si sarebbe invertita la massima proprio come s'inverte nell'opera clausewitziana: la politica sarebbe stata la continuazione della guerra con altri mezzi. Lo spazio vitale era ancora considerato come territorio, con città, abitanti, ferrovie ecc., vecchia mentalità coloniale. Né i politici né i militari tedeschi (e giapponesi) avevano capito con che razza di nemico stavano per scontrarsi. In pochi giorni la Francia era stata messa in condizioni di non nuocere e anche l'Inghilterra rischiò grosso a Dunkerque. Ma l'America non rischiò nulla: attese due anni che la vecchia dottrina militare, figlia delle condizioni materiali dell'epoca colonialista, desse i suoi frutti e poi intervenne contro l'Asse e contro le vecchie potenze alleate. Non doveva conquistare spazio vitale al vicino: doveva fare in modo che non vi fosse più nessuno a rompere le scatole nel suo spazio vitale che ormai faceva il giro del pianeta. Giusta la favola di Esopo, chiunque beva nel ruscello planetario intorbida l'acqua al lupo, pur essendo questi a monte. Fine delle alleanze. Gli Stati Uniti, da vera multinazionale del capitale anonimo, non hanno più alleati, hanno solo clienti o dipendenti. Da quel momento una serie di accordi internazionali sancisce anche gli strumenti del dominio: Bretton Woods e il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, i GATT (poi Organizzazione Mondiale per il Commercio), l'ONU, tutto si struttura intorno alla potenza americana. Si disse imperialismo per definire la politica inglese della fine '800 in analogia con l'impero romano che si espandeva continuamente annettendo territori altrui. Hobson, Hilferding e soprattutto Lenin precisarono all'inizio del '900 che l'essenza dell'imperialismo moderno stava nella sua natura industrial-finanziaria-militare, specchio della socializzazione internazionale del lavoro che coinvolgeva sempre più paesi. Oggi tutto è spinto alle massime conseguenze. L'impero romano al suo apice aveva enormi problemi di controllo dei confini, ma finché le legioni riuscivano a tenere i barbari fuori dai limites tutto andava abbastanza bene. Se però l'impero non ha più confini non servono a nulla le fortezze, i valli, i campi trincerati ecc., serve un altro tipo di controllo, un controllo che nessuna autorità centrale nazionale può praticare, data l'immensità del compito e dei mezzi che sarebbero necessari. In poche parole l'imperialismo attuale avrebbe bisogno di una società mondiale in grado di auto-organizzarsi intorno agli interessi americani. Cosa evidentemente impossibile. Abbiamo visto che nel '56 i parà americani non occupano Suez per contrastare la politica egiziana ma per neutralizzare quella di Francia e Inghilterra. Nel '58 lo sbarco in Libano faceva sloggiare definitivamente la Francia dal Medio Oriente. Prima ancora, nel '48 gli americani avevano fatto nascere Israele contro la politica inglese. Finisce l'epoca dell'imperialismo delle marine e degli eserciti, inizia quello dell'aviazione e del controllo economico. Se all'inizio del '900 un Kautsky poteva pensare che l'imperialismo era frutto della volontà politica degli Stati, oggi è più che mai lampante che esso è invece la struttura economica della società moderna, che sugli Stati balugina solo il riflesso di questa struttura e che essi sono uno strumento del Capitale. Come la socializzazione del lavoro esce dalla fabbrica e permea di sé la società obbligando le holding o lo Stato a tentare di coordinare l'insieme come se le singole fabbriche fossero i reparti di un'unica grande fabbrica, così la stessa socializzazione del lavoro internazionalizzata obbliga gli Stati a darsi un coordinamento mondiale. Inizia l'imperialismo "vero", quello descritto da Lenin nelle ultime pagine del suo libro. Naturalmente ci furono delle reazioni, come no. La Francia, per esempio, con la mentalità coloniale che si ritrovava, credette di evitare la dipendenza petrolifera (il flusso del petrolio era ed è controllato dagli americani) buttandosi sul nucleare, data la presenza di molte miniere di uranio nei paesi africani ex francofoni o coi quali aveva comunque buone relazioni. Ma in pochi anni ogni residuo di influenza francese sull'Africa fu spazzato via. La reazione d'indipendenza aveva avuto il suo riflesso nell'orgogliosa force de frappe militare e l'aveva determinata a tenersi fuori dalla NATO; oggi la Francia è un paese atlantico come gli altri e nessuno sente più parlare della grandeur francese. Stesso discorso per l'Inghilterra che anzi, per rimanere comunque in testa agli europei, ha decisamente imboccato la strada della simbiosi con gli Stati Uniti, come la remora con lo squalo. Questa è la situazione. O alleati dell'America (cioè clienti-dipendenti) o nemici. L’alternativa non c’è, come del resto non c'è mai stata all'interno degli imperi che inglobavano popolazioni diverse. Contro Roma i Galli ci avevano provato, ma Giulio Cesare racconta com'è andata a finire. Le reazioni sono inevitabili ed è per questo che, pur nell'ambito dello stesso sistema e oltre la normale concorrenza (che comunque è lotta mortale), chiunque graviti nell'orbita degli Stati Uniti finisce per avere dei rancori provocati dalla loro "esuberanza" e non può fare a meno di dar luogo ad episodi conflittuali. Questa situazione va dal protezionismo, che scatena guerre degli spaghetti e della soia, a vere e proprie battaglie più o meno diplomatiche per l'adozione di attrezzature e armamenti importanti, come nel caso dell'Airbus. Se in un contesto del genere scoppia l'azione violenta di qualche gruppo di interessi, immediatamente dobbiamo sapere che si tratta di uno dei tanti nodi di una rete di interessi. Quando qui da noi c'era la questione di Trieste, era chiaro che l'irredentismo era un aspetto fenomenico, mentre erano motore di scontri gli interessi strategici dell'URSS e degli Stati Uniti, della Yugoslavia che già per conto suo era un prodotto di questo scontro, dell'Italia che doveva barcamenarsi fra i due pur restando cliente e dipendente di uno solo; e magari anche della Germania che aveva la storica necessità di collegarsi col mare, dal Brennero all'Adriatico. Negli anni successivi, specie in Italia, politiche internazionali si manifestavano sia attraverso l'utilizzo della piazza (manifestazioni, loro repressione, scissioni sindacali, leggi "truffa", ecc.) sia attraverso la cosiddetta "strategia della tensione" (strutture golpiste, bombe, gruppi di potere), chiaro segnale destabilizzante utilizzato dalla politica internazionale per influire su quella interna. In questo caso divenne spasmodica la ricerca di una spiegazione ideologica dei fatti, con l'accusa di volta in volta ai rossi e ai neri. Senza l'intreccio internazionale che spieghi eclatanti fatti interni, tanto varrebbe accampare una interpretazione dell'attacco agli Stati Uniti, compresa la diffusione dell'antrace, come opera delle case farmaceutiche bramose di vendere tonnellate di ansiolitici e di antibiotici! Il "terrorismo" è un fenomeno diffuso e coinvolge gli individui ma soprattutto gli Stati: le bombe come quella alla stazione di Bologna, le guerre sporche come quella contro il Nicaragua, le stragi come quella di Waco e la risposta di Oklahoma City, o gli aerei che atterrano sui grattacieli non sono mai muti: c'è sempre una qualche situazione per cui si dimostra davvero che la politica trascende in guerra utilizzando altri mezzi. Qualunque mezzo. Terrore a tutti i livelli Non crediamo affatto alla teoria del "male", che spiega il massacro di migliaia di americani con l'odio per il loro modo di vita. Non crediamo neppure che il terrorismo di ogni genere si possa spiegare "materialisticamente" come frutto di una società malata che produce schegge impazzite. C'è del marcio nella società, non solo nell'antica Danimarca di Amleto, ma c'è chi lo sa utilizzare benissimo: per una campagna elettorale, per ricatti planetari o per dominare il mondo. E' finita per sempre l'epoca romantica delle azioni dimostrative, delle bombe sui re, del "rombo redentore della dinamite". Adesso c'è la guerra, e per vederne una in miniatura basta guardare la Palestina. Continuano a chiamarla da una parte e dall'altra "terrorismo", ma né una parte né l'altra ha come scopo un'azione dimostrativa per creare terrore, deterrente; entrambe perseguono uno scopo territoriale, politico, ideologico. Questi sono gli ingredienti della guerra e questa in particolare dura da più di mezzo secolo senza che si siano raggiunti risultati. Vuol dire che le forze, in qualsiasi modo siano influenzate dall'esterno e dall'interno, sono bilanciate. Sappiamo che von Clausewitz teneva molto a sottolineare le questioni di equilibrio e di squilibrio nella guerra; ebbene, anche se il massacro palestinese sembra squilibratissimo, vi sono tuttavia condizioni di equilibrio che lo fanno durare da cinquant'anni senza che si profili un vincitore. Tutt'al più si sono verificati squilibri temporali, quelli che von Clausewitz definisce "sospensione del combattimento". Ma non sono venute meno le forze in grado di combattere. In Irlanda vi è una situazione che affonda le radici in tempi ancor più lontani. Nel Caucaso vi sono guerre dimenticate, micidiali, che rischiano di diventare altrettanto endemiche. La Cecenia è grande come l'Abruzzo e ha la metà degli abitanti, ma la Russia deve mantenervi 90.000 soldati per affrontare la guerriglia cosiddetta islamica. Lo crediamo bene che gli esperti militari americani siano preoccupati da una situazione che rischia di globalizzarsi. Una Palestina mondiale con gli Stati Uniti nei panni di Israele. Ma senza un protettore più in alto. Un incubo. Nella nostra concezione continua non esiste una situazione come quella che sta alla base dell'algebra dei computer, guerra no-sì, zero-uno. La società è più sfumata e, quando la guerra permea la società diventa anch'essa più sfumata. Engels ricorreva all'esempio dell'evoluzione parallela proiettile-corazza per dimostrare non solo l'adattamento della guerra alla società e alla produzione ma anche la continuità produzione-guerra. Il proiettile diventa più potente, la corazza diventa più spessa in una corsa che non ha fine. Un'evoluzione darwiniana degli armamenti, non da un'invenzione all'altra ma in un rapporto continuo tra forze che tendono a distruggersi. Nella guerra economica fra concorrenti è la stessa cosa: una linea di produzione tende a sopraffarne un'altra e viceversa, alla rincorsa di innovazioni tecniche, marketing, fusioni, dumping, finché i capitalisti più deboli soccombono, prende sopravvento il monopolio e lo Stato con le sue leggi apposite è costretto ad intervenire per ristabilire di forza il libero mercato. Né la guerra come sistema né il cosiddetto terrorismo sfuggono a questa legge darwiniana, si tratta sempre di un rapporto, di un'interazione tra molti fattori, a loro volta in relazione con l'ambiente. Il concetto moderno di terrore-terrorismo nasce con la Rivoluzione Francese e i Giacobini lo riferirono al proprio potere: dopo la vittoria di Valmy, la politica fu continuazione della guerra rivoluzionaria con altri mezzi. Trotsky nel suo libro sul terrorismo si riferisce a questa accezione applicandola alla rivoluzione russa. Ma l'uso del terrore è molto più antico: nella Bibbia e nei testi sacri o mitici delle società passate l'uso del terrore è normale, non ha connotazioni morali e dipende sempre dall'interazione di forze che cercano un equilibrio nello scontro. Yahveh terrorizza il faraone d'Egitto con mezzi non proprio umanitari. L'organizzazione ismaelita degli Assassini prese corpo nell'undicesimo secolo quando una comunità armata si rese conto che le sue forze non potevano affrontare il nemico in battaglie campali ma solo con azioni sistematiche e pianificate di commando super-addestrati e uniti da un cemento ascetico. Adattandosi al nemico (cioè rifiutando di combatterlo sul suo terreno), ebbero un ruolo non indifferente nello scompaginare le reti del dominio crociato e musulmano per ben due secoli e scomparvero soltanto con l'avvento di un terrore più grande, quello dei Mongoli invasori. L'analogia con i moderni corpi speciali e alcuni fenomeni terroristici attuali è impressionante. In Irlanda, dove sopravvive un problema nazionale irrisolto, non essendoci nessuna possibilità di guerra aperta, quest'ultima prende la forma chiamata impropriamente terrorismo. Anche forme all'apparenza meno "militari", come il terrorismo populista (quello dipinto a fosche tinte romantiche da Dostoievski e con ironia da Conrad, sono in fondo il prodotto dell'interazione di forze sociali che tendono a un equilibrio. La storia americana è costellata di episodi terroristici dovuti alla repressione omicida della lotta sindacale da parte del governo (i Molly Maguires e i Western Mineworkers). In linea generale, quindi, che si tratti dei massacri di re Davide, del '93 giacobino o della bomba di Bresci, il cosiddetto terrorismo è un fenomeno sociale che scaturisce dall'adattamento delle forze nello specifico gioco di guerra in cui sono immerse. Neppure la distruzione del tempio di Diana a Efeso può essere ascritto puramente alla follia di un incendiario che vuole passare alla storia. Come insegna von Clausewitz, in ogni scontro è presente un principio di polarità, dove una parte tende ad escludere l'altra, adattandosi ai mezzi che si rivelano adeguati allo scopo o comunque che si ritengono tali. Il principio clausevitziano non si riferisce a cose ma, giustamente, al rapporto che si instaura fra due parti. Nella sequenza delle determinazioni che portano al capitalismo e alla sua fase suprema imperialistica è compresa la genesi del terrorismo moderno. Se ne accorgono anche gli storici. Laqueur per esempio, scrivendo la sua Storia del terrorismo, nel tentativo di tratteggiare una plausibile origine sociale del fenomeno, si accorge di alcuni aspetti interessanti, come le "ondate" storiche, la perdita di retroterra ideologico e l'assunzione di strutture mutuate da quelle produttive (organizzazione, capitali, logistica ecc.). Se siamo in grado di disegnare un diagramma qualsiasi delle ondate di Laqueur e ne isoliamo una regolarità, un ordine, significa che siamo di fronte ad un fenomeno corazza-proiettile, missile-contromisure o, se vogliamo, predatore-preda in ambiente darwiniano che il matematico Volterra formalizzò in schemi ciclici. Laqueur nega che ci si possa avvalere di criteri materialistici per trovare una legge che spieghi il terrorismo e ammette di limitarsi ad una storia del fenomeno. Ma anche così facendo ci rivela tra le righe che ideologia e psicologia non c'entrano e che questa società inevitabilmente suscita reazioni, di qualunque tipo esse siano. Tant'è vero che non è possibile trovare un principio razionale del terrorismo basato sul suo "rendimento": il terrorismo apparentemente non serve a nulla, anzi, è empiricamente provato che nella stragrande maggioranza dei casi si ritorce contro chi vi ricorre. E allora, a che pro una parte dell'umanità vi si dedica? Quale forza materiale provoca mezzi secoli di guerra in Irlanda, Palestina, Regione Basca? Quali analogie e differenze trovare fra i diversi fenomeni, fino alla configurazione di una forza in grado di attaccare gli Stati Uniti nei suoi simboli più prestigiosi con un numero di vittime superiore a qualsiasi bombardamento singolo dopo l'ultima guerra mondiale? La guerra si sviluppa all'interno della società e con essa. Dalla società prende le sue mosse, assume determinate caratteristiche, produce dottrine militari che mutano col tempo, viene combattuta con metodi e strumenti diversi. Ogni nuova guerra tende ad essere iniziata con le caratteristiche presenti al termine dell'ultima, ma durante il progredire dei combattimenti sconvolge le vecchie conoscenze militari e ne impone di nuove. Così gli Stati Uniti si sono preparati per anni con criteri da II Guerra Mondiale e da guerra fredda e, proprio mentre si preparavano ad affrontare la nuova situazione con un ritardo di una dozzina di anni, sono stati colpiti senza che l'immenso apparato spionistico globale e interno potesse prevenire nulla. Se, come alcuni hanno detto, l'intelligence americana sapeva e ha lasciato fare credendo di subire danni limitati per poi utilizzare il fatto come fece con Pearl Harbor, è peggio ancora. Ogni rivoluzione sconvolge le vecchie dottrine militari A volte anche in campo sociale si verifica una sfasatura fra la situazione reale molto matura e la percezione "militare" che ne hanno gli uomini. Nelle passate rivoluzioni ciò si è verificato molte volte: Marx annota la sconfitta delle forze proletarie nel 1848 e la giudica positiva perché vi era ormai una contraddizione fra i mezzi del proletariato e i suoi fini. Nel ’48 finiva infatti l'epoca della rivoluzione democratica in Francia e iniziava quella della rivoluzione proletaria; solo dalla sconfitta del partito borghese con i suoi orpelli democratici poteva nascere il partito dell'insurrezione e dirigersi verso la società nuova. Questo partito non c'era, neppure in embrione, ma già imponeva di buttare alle ortiche la vecchia dottrina militare, fatta di barricate e parlamento, di schioppi ad avancarica e democrazia. Ogni esperimento pratico, disse Marx, può essere spazzato col cannone, ma la teoria rivoluzionaria non la può cancellare nessuno. In questo fissarsi della teoria vediamo l'azione del partito storico della rivoluzione, che precede i suoi militanti, gli uomini che daranno vita al partito formale. Purtroppo la Comune di Parigi esplose contraddittoria ed eresse a principio non solo le barricate ma anche la democrazia. Nonostante lo svolgersi contrario dei fatti materiali, fu privilegiata la politica e non si marciò con la forza militare su Versailles prima che la reazione si riorganizzasse. Mentre la rivoluzione era in corso, blanquisti e proudhoniani discutevano sul come farla, mentre il problema era sul come dirigerla, con quale programma. Purtroppo la Parigi del '71 ebbe capi che in termini militari avevano ancora la testa nel '48. La Rivoluzione russa riuscì a sintonizzarsi con la dinamica storica e a spezzare la tradizione che aveva ancora imposto un'intera guerra mondiale basata sull'attacco a trincee difese da reticolati e mitragliatrici (un immane macello, nonostante la guerra russo-giapponese del 1905, in un passato ancora recente, ne avesse mostrato l'efficacia). Essa sconvolse i vecchi rapporti sociali e con questi anche le vecchie dottrine militari. Attaccata su cinque fronti dalle armate bianche e dai maggiori imperialismi, l'Armata Rossa, ridotta al controllo di una piccolissima parte del territorio russo, contrattaccò in continuazione con una guerra mobile basata sul trasporto veloce di truppe invece che sulla difesa trincerata. Vinse. Da questo tipo di azione il giovane ufficiale Tuchacevski trasse una lezione rivoluzionaria che sconvolse per sempre il modo di fare la guerra: il binomio uomo-macchina offerto dalla produzione sarebbe diventato un fattore dinamico della guerra, che di lì in poi si sarebbe basata sul movimento rapido di uomini e mezzi e non su fronti statici. Le armate sarebbero diventate mobili e così il fronte, così le linee di rifornimento. La vecchia concezione della logistica saltò, e saltò anche l'esigenza di occupare gradualmente il territorio, compito che venne rimandato ad una fase di consolidamento dopo le vittorie parziali. Nel 1920 la Polonia, congiuntamente a un'armata bianca, attaccò in Ucraina cercando di staccare il paese dall'Unione. L'Armata Rossa contrattaccò e vinse in poco tempo l'esercito invasore, lento e legato ad un interminabile cordone ombelicale logistico. Non solo fu ripresa l'Ucraina, ma il contrattacco, diretto da Tuchacevski, proseguì in territorio nemico, fino alle porte di Varsavia. La borghesia polacca fuggì, e così fecero tutti gli addetti alle ambasciate, propagando il terrore nella borghesia europea. Ma vecchi comandanti, preoccupati per questo tipo di guerra che non avevano ancora capito, provocarono un intoppo nella macchina militare. Anche Stalin, che vecchio non era, non capì la tecnica dell'offensiva. I ritardi, sfruttati dai polacchi e dai francesi accorsi al loro fianco, impedirono la presa della capitale e l'insurrezione operaia a fianco delle truppe rivoluzionarie. L'Armata Rossa non era un'armata. Era un'accozzaglia di operai e soprattutto contadini comandati dai veterani della guerra contro la Germania e da ufficiali ex zaristi. Non potevano reggere lo scontro di fronte ai professionisti della guerra, perciò scappavano e attaccavano in continuazione scavando ben poche trincee. Dovettero per forza inventare la guerra di movimento, basata soprattutto sui pochi assi ferroviari. Dopo la marcia su Varsavia fu chiaro che la rivoluzione aveva insegnato a tutti un nuovo modo di fare la guerra, anche se gli eserciti borghesi non diedero subito ascolto ai loro tecnici migliori che avevano colto il problema. Possiamo chiamare gli avvenimenti dell'11 settembre come vogliamo, terrorismo o guerra, l'importante è capire che la natura dello scontro è asimmetrica, come dicono, soltanto se si ha in mente la guerra tradizionale. La guerra crea da sé le sue simmetrie o non si può fare affatto. Una enorme disparità di forze non può dar luogo allo scontro, perché la violenza potenziale del più forte annichilisce il più debole. Allora, se lo scontro si fa necessario (o è ritenuto necessario, il che è lo stesso), si entra in campo nemico attraverso vie nascoste, esattamente come fanno i commando, con tutta la logistica segreta del caso. Insomma, si dà luogo ad una simmetria locale, utilizzando i fattori che sbilanciano l'equilibrio ufficiale. Per esempio utilizzando un'arma che il nemico non ha: la capacità di sopportare la certezza della morte per uno scopo. La tendenza all'equilibrio, o simmetria, è argomento del solito von Clausewitz, ma lo capirebbe un bambino. Torniamo perciò all'equilibrio fra proiettile e corazza, fra predatore e preda, cioè al darwiniano adattarsi del complesso sistema sociale e dei suoi molteplici elementi. Gli esperti del traffico sanno che questo si è spostato dalla ferrovia alla strada perché hanno costruito più strade, più larghe, più comode. E sanno che, quando queste alla fine si intasano, il fatto di ampliarle non serve a niente, serve soltanto a richiamare ancora più traffico. Finché il traffico stesso raggiunge un equilibrio ad un determinato flusso. Si sa che in questo flusso di oggetti in movimento si stabilizza anche un dato numero di incidenti, per cui diciamo che vi sono tot probabilità di incidenti per numero di veicoli per numero di chilometri percorso. La polizia stradale sa praticamente con certezza – la tolleranza è minima – quanti incidenti succederanno in un certo week end. Può sembrar strano, ma ciò vale anche per il numero di rapine o suicidi: c'è una sorprendente stabilità statistica in quasi ogni attività umana, perciò essa diventa prevedibile. Perché questa legge statistica vale quasi per ogni campo, mentre sembra che nel campo della guerra, del cosiddetto terrorismo e naturalmente in quello della lotta di classe non debba valere? Il fatto è che vale, anche se noi non siamo in grado di cogliere le determinazioni in anticipo. Tutto quello che sa dirci Laqueur è che ci sono delle "ondate" riscontrabili a posteriori; che è possibile fare un'analisi strutturalista con la catalogazione dei casi e la suddivisione in insiemi più o meno omogenei; che si può tentare una fenomenologia della tensione sociale e dei modelli che ne conseguono. Le guerre non sono mai "asimmetriche" Fortunatamente gli stessi fatti ci mettono di fronte a soluzioni prima ritenute scorrette o lontane, come nel caso del capitalismo russo che il marxismo aveva già smascherato. Il comunismo ha questo di bello: che dimostra con i fatti e seppellisce le chiacchiere. Ci dicono che il comunismo non ha capacità di previsione, che prevedeva guerre e fame e che invece stiamo attraversando un periodo lunghissimo, più di mezzo secolo, di pace. Un momento, stiamo attraversando? La pace americana è guerra e fame per i cinque sesti del mondo; non è una formula di propaganda: stiamo parlando di dati ufficiali con 250 guerre guerreggiate, centinaia di milioni di morti ammazzati o provocati e un miliardo di uomini sradicati in un modo o nell'altro dalla loro terra di origine. Quando in un sistema del genere si raggiunge una determinata soglia di contraddizioni, le forze potenziali diventano cinetiche e la guerra esce dai tradizionali schemi di controllo: la palestinizzazione del pianeta non è più un fatto probabile ma diventa un fatto certo, l'unica incognita è il tempo. Tant'è vero che lo stesso dipartimento della difesa americano l'aveva previsto e aveva proposto misure apposite. Tant'è vero che nessuno, nei servizi segreti, nell'esercito o nell'amministrazione americana, pensa di poter risolvere questa guerra con un po' di bombe sull'Afghanistan: esse sono come il classico calcio nel vespaio, i "terroristi" si spargeranno per il mondo più di quanto non lo siano già. Questo non significa che bin Laden abbia dichiarato guerra agli Stati Uniti, che un uomo con alcune migliaia di seguaci nascosti in qualche deserto muova guerra alla superpotenza planetaria, che l'Islam si sia ribellato alla civiltà occidentale, che vi sia uno scontro fra culture. Tutto nasce all'interno dei rapporti capitalistici e vi rimane, come nella più classica delle guerre. Tutti gli attori di questo dramma si stavano preparando, nessuno escluso. Essi, grandi o piccoli, potenti o velleitari, non sono che tratti del sistema nervoso sociale soggiacente al dito sul grilletto del kalshnikov, a quello sul pulsante del videogame afghano, alla mano che stringe la cloche dell'aereo diretto al grattacielo. Al proiettile risponde la corazza, persino il Papa si ripara dietro vetri blindati da quando gli hanno sparato con una pistola. Vuol dire che il prossimo attentatore userà un bazooka. Ma se la corsa porta allo stallo o l'immenso divario di potenza è insuperabile, ecco che l'asimmetria è aggirata e l'effetto di mille bombe è ottenuto con un'operazione a minor costo e a rendimento maggiore. La blindatura non serve a nulla se t'infilano dei batteri nell'aria condizionata; e uno stormo di bombardieri supertecnologici è impotente se ti portano una bomba atomica nella city col triciclo dei gelati. Per contro la strategia della risposta non è da inventare, c'è già, perché sono già conosciuti tutti i parametri dello scontro, tranne gli imprevisti dovuti al caso e le carenze d'informazione non tanto sul nemico quanto sulle sue mosse. Come in qualsiasi guerra. Se noi vediamo il mondo come sistema – e sarebbe ora che imparassimo tutti a vederlo come tale davvero – dobbiamo vedere le sue componenti come parti che interagiscono col tutto e non come categorie separate. Abbiamo o no imparato che una ferrovia non è solo acciaio e traversine ma un rapporto sociale, che una flotta di bombardieri non serve solo a bombardare ma fa parte di una conservazione di classe, che Internet è uno sviluppo del cervello sociale che Marx già vedeva nei prodotti del lavoro sociale? Se abbiamo capito questo non troveremo strano che nel procedere dell’attuale modo di produzione la guerra diventi un tutt'uno con la vita di ogni giorno. Chi ha scritto i discorsi di Bush ha centrato immediatamente tre problemi essenziali: 1) è guerra; 2) dobbiamo imparare a convivere con essa; 3) prepariamoci ad altri attacchi. La cronaca ci presenta il militante di Hamas come singolo suicida che si imbottisce di tritolo nella sede della sua setta e parte per farsi scoppiare nella discoteca del nemico oppressore. Non è così. Catene di determinazioni stanno intorno a un gesto del genere e partono da lontano, dall'ultima guerra, da ancora prima, quando le potenze "liberatrici" disegnavano confini e se ne fregavano di popolazioni intere, spesso massacrandole direttamente o istigandole a combattere guerre disastrose. L'abitudine a rincorrere l'attualità fa perdere di vista l'insegnamento principale di Marx che è quello di vedere il sistema capitalistico, appunto, come sistema e di lasciar perdere quel che dicono i rappresentanti della borghesia di sé stessi e della loro classe. In questo sistema il rapporto proiettile-corazza, pescecane e pesciolino può essere visto come scambio di energia: il proiettile scarica energia cinetica contro la corazza e questa ha il compito di assorbirla, senza contare che entrambi richiedono energia per essere prodotti. Anche nel rapporto predatore-preda interviene uno scambio di energia: il predatore mangia la preda la quale si rifornisce dall'ambiente, in ultima analisi dal Sole, fino a che lo stesso predatore fornirà la sua carcassa che sarà metabolizzata dall'ambiente. Fisica del magma sociale Il capitalista non mangia direttamente l'operaio, ma assorbe la sua energia poco per volta ricavandone plusvalore. Da un punto di vista fisico non c'è nessuna differenza rispetto agli esempi precedenti. Ora, se noi volessimo rappresentare graficamente lo scambio di energia per quanto riguarda i casi ricordati, potremmo utilizzare tranquillamente il diagramma del matematico Volterra prima citato, dove la popolazione dei pescecani oscilla in funzione dei pesciolini che essa può mangiare, e ovviamente la popolazione di questi ultimi oscilla in funzione della popolazione di pescecani. Il risultato è un doppio diagramma a forma di onda sinusoidale sfasato nel tempo. Se si vuole, si può applicare questo ragionamento all'abbassamento dei tassi di Greenspan, una iniezione di energia (liquidità) nel sistema economico al fine di modificare l'andamento della curva dell'energia data dal sistema stesso (PIL). Nel diagramma di Volterra non c'è lo scatenamento della guerra dei pescecani contro i pesciolini, anche se ogni singolo atto del divorare può essere visto come atto separato (per esempio da un fotografo che coglie l'attimo), ma un continuo nel tempo, esattamente come in un ipotetico diagramma di von Clausewitz non c'è politica o guerra ma un continuo trascendere dell'una nell'altra. Infatti l'ufficiale prussiano ci avverte che si possono gettare le basi di una teoria della guerra soltanto a partire dalla complessiva storia militare dell'umanità dove nella catena …politica-guerra politica-guerra… un inizio e una fine si possono stabilire soltanto arbitrariamente. Ma non è questo anche il ciclo del Capitale …M-D-M'-D'…? Nel capitalismo osservato come sistema noi vediamo che nel gioco della concorrenza lo scambio di energia non avviene soltanto fra capitalisti e operai ma anche fra capitalisti e capitalisti, nel senso che essi si espropriano l'un l'altro nel processo di concentrazione e di centralizzazione del capitale. Con le premesse date, sappiamo che eviteremo di fare della morale su coloro che si arricchiscono e coloro che si impoveriscono e noteremo invece un fenomeno importantissimo: sempre meno capitalisti-predatori rappresenteranno una massa sempre più grande di capitale (valore accumulato, lavoro morto), mentre sempre più proletari-prede rappresenteranno una massa relativamente sempre più piccola di valore (salario, lavoro vivo). Si ha quindi una situazione paradossale, per cui, in termini di valore, una massa enorme di predatori avrà bisogno di una massa piccolissima di prede per… ricavare sempre più energia (plusvalore). Un assurdo in termini fisici che deve portare inesorabilmente a qualche grave sconvolgimento. Tanto per cominciare, la diminuzione relativa del numero di operai in confronto alla massa di capitali messa in moto dal lavoro vivo è di per sé una contraddizione che produce sovrappopolazione relativa: siccome non si può ammazzare sistematicamente la popolazione in sovrappiù, bisogna mantenerla in qualche modo o lasciarla morire di fame. Inoltre, se sempre meno predatori devono incamerare sempre più energia, salta il diagramma di equilibrio di Volterra, perché non si può estrarre da pochi operai più plusvalore di quanto se ne trae da molti. Più di ventiquattro ore non si può lavorare e il salario non può scendere al di sotto di quanto serve per sopravvivere. In una situazione del genere il conflitto è sicuro. Esso scoppia prima fra coloro che hanno qualcosa da perdere, cioè fra capitalisti, fra questi e le classi medie, fra le classi medie. In seguito scoppia fra tutte queste componenti sociali e chi non ha altro da perdere che la schiavitù salariata, la quale non può essere eternamente dipinta di rosa. Chi muore di fame, si sa, ha come problema impellente il trovare cibo; l'operaio che rischia di perdere ciò che ha conquistato può avere in un primo tempo una reazione egoistica di arroccamento in difesa; il borghese che si sente toccato in interessi enormi e rischia di perdere ciò che possiede o pensa di poter possedere ciò che crede gli sia dovuto, ricorre alla guerra tra borghesi. Ecco perché ad un certo punto si schiantano aerei sui palazzi del nemico, si mobilitano flotte, aerei e truppe, si combatte e si fa combattere. Non è importante sapere esattamente quando è incominciata l'introduzione di irregolarità gravi nell'andamento del sistema rappresentato dalle curve volterriane; conosciamo però esattamente una caratteristica specifica del sistema stesso: l'elemento predatore non può incamerare energia all’infinito, non può aumentare la sua massa a scapito di prede che non aumentano più di massa e nemmeno di numero. E infatti gli Stati Uniti vedono incessantemente diminuire il loro peso relativo all'interno dell'economia mondiale. Se questa è la tendenza, ed è questa, devono veder diminuito anche il loro peso specifico, cioè l'importanza come imperialismo dominante. Ciò invece non succede affatto: di fronte ad una diminuzione del peso economico effettivo, gli Stati Uniti devono aumentare il loro peso specifico per mantenere e anzi potenziare il loro ruolo di dominio. Se non lo fanno soccomberanno e, con essi – possiamo esserne sicuri – dovrà soccombere tutto il mondo capitalistico, dato che nessun altro imperialismo possiede potenza e unità statale sufficienti per governare il mondo. E' certamente vero che gli Stati Uniti sono la salvezza dell'umanità capitalistica, e questo spiega la percezione borghese, americana ma anche europea, di un'America che interviene per raddrizzare i torti del mondo. Senza stare a fare qui l'ennesimo elenco dei capitoli della guerra americana per il dominio del mondo (i migliori fra questi elenchi li hanno fatti finora gli americani stessi), occorre ribadire che la brutalità dell'intervento armato e poliziesco di una nazione è nulla in confronto alla guerra di classe prodotta dal capitalismo in quanto tale. Il dominio capitalistico si manifesta soprattutto con il passaggio dalla dominazione formale sul lavoro alla dominazione reale, quando cioè la produzione di plusvalore cessa di rispondere al semplice rapporto operaio-capitalista o anche operai-capitalisti e diventa il meccanismo di tutta la vita sociale. Il dominio del Capitale, cioè del lavoro passato, morto, sul lavoro vivo si manifesta in ogni aspetto della vita quotidiana, è la vera schiavitù moderna alla quale non si può sfuggire senza distruggere alle radici questa società. Il Congresso americano ordinò ad una commissione d'inchiesta di scovare le cause reali dell'escalation nella guerra del Vietnam e quindi della crisi che portò alla ritirata; ebbene, non riuscirono a stabilirle. Una serie di meccanismi automatici della società, della produzione, degli interessi personali, della politica estera e del militarismo produsse migliaia di micro-responsabilità che non fu possibile definire, in un processo incontrollabile di guerra. Qualcuno storce il naso quando neghiamo in modo così drastico l'intervento della volontà del singolo nei processi sociali. Ma il più grosso capitalista e il più potente Stato possono solo assecondare tendenze, non crearle. E' proprio la nostra scuola, da Marx in poi, che ci impone di vedere il capitalismo in quanto sistema e non in quanto agglomerato delle volontà dei capitalisti. Perciò questo sistema produce automaticamente guerra. Chi muove guerra a chi C'è l'abitudine di associare la guerra e il militarismo alla produzione di armi e alla concorrenza economica portata all'estremo, ma la guerra è un fatto generale, normale. L'Economist ha fatto notare che lo spreco americano di risorse economiche per mantenere il controllo petrolifero del Medio Oriente, con relativo risultato di una situazione militare instabile, costa da tre a sei volte di più che non tutto il petrolio importato dagli USA dalla stessa regione. Questo vuol dire che nel tempo si sono stratificati interventi grandi e piccoli che hanno prodotto un'inestricabile rete di relazioni, per cui il sistema trae vantaggio nel suo insieme anche da questo spreco, così come il PIL di un paese aumenta con matematica certezza con l'aumento del disordine interno. Colpisce per esempio che in Afghanistan ci sia la maggiore produzione mondiale di oppio. Essa ha finanziato i Taliban ma anche chi c'era prima. In altri paesi si produce coca. Qualcuno l'avrà pur deciso, si pensa, e quindi cerchiamolo, mettiamolo in galera. Pochi si soffermano sul fatto che il mondo spende per la cosiddetta "lotta alla droga" quanto per una guerra guerreggiata e, per quanto riguarda i risultati, zero assoluto. Si dice: ma gli organismi antidroga sono corrotti, ci sono le mafie locali, le connivenze dei governi ecc. Questa è una spiegazione che può andar bene per il copione di un film. Quasi nessuno pensa che si produce droga al posto di alimenti perché il moderno sistema di sfruttamento permette una formazione altissima di plusvalore, quindi una sua agevole ripartizione verso un settore dove il rapporto investimento/guadagno è più alto che altrove. Se qualcuno, a qualsiasi titolo, può utilizzare il plusvalore prodotto dai proletari per comprarsi droga al prezzo non certo del bicarbonato, vuol dire che di questo plusvalore ne esiste un'eccedenza che non può più rientrare direttamente nel ciclo produttivo classico. Vi rientra attraverso il sistema finanziario, per questo vi sono eserciti appositi di poliziotti che indagano sul riciclaggio di denaro sporco. Quando intorno alla coca scoppia una miniguerra in Colombia o in Perù non siamo abituati a collegarla al ciclo di valorizzazione del Capitale, mentre il collegamento ci è più agevole se parliamo di petrolio; ma è la stessa cosa. In entrambi i casi scoppiano guerre di uguale natura per la ripartizione del plusvalore attraverso la rendita. Le grandi multinazionali produttrici di farmaci sono dispensatrici di un altro tipo di droga: molti farmaci hanno cambiato la vita dell'uomo, in meglio, tuttavia non è su quei farmaci che si ingigantiscono i profitti, bensì sul sistema che rende continuo e perenne il flusso della produzione e del consumo a grandi numeri di farmaci inutili. Così nei soli Stati Uniti, paese ricco e quindi, si pensa, abitato da gente in buona salute, si spende la metà della cifra mondiale per i farmaci e ancora di più per l'intero sistema sanitario che, tra l'altro, è assai meno efficiente che in altri paesi meno ricchi. Droga, petrolio, farmaci, tre settori produttivi che siamo abituati ad associare a particolari contesti sociali o di politica estera, alla globalizzazione come all'ordine pubblico. Tre mercati che comportano di per sé guerre feroci sul piano internazionale, mafie, interventi degli Stati, apparati di controllo, persino letteratura e cinema. Più, naturalmente l'industria degli armamenti, che in quanto a produzione, mercato e giri loschi supera tutte le altre. Ma allora anche l'industria alimentare e quella biogenetica, entrambe collegate a quella farmaceutica. E siamo arrivati a sei, mentre ci viene in mente la fine del raider Gardini, "suicidato", dice qualcuno, dopo le sue temerarie incursioni che avevano assai disturbato gli americani proprio in questi settori, che egli voleva collegare alla chimica (sette), a sua volta collegata col petrolio... Le guerre in Africa Occidentale sono dovute al controllo dei diamanti (otto), ma in tutta l'Africa vi sono guerre per una risorsa o per l'altra. Sempre d'attualità la guerra dei mezzi d'informazione (nove), quella per la grande distribuzione (dieci), per il controllo dei trasporti (undici), quella che si combatte sul piano dello spionaggio industriale (dodici). Si può continuare. Nella guerra in Somalia, per esempio, erano coinvolti sia i bananieri che i petrolieri. Perciò non esistono criteri razionali per decidere dove fermarsi nel collegare i nodi della rete di interessi che producono politica e quindi, giusta Clausewitz, guerra. Del resto anche la guerra industrial-commerciale è la continuazione della concorrenza con altri mezzi. Ecco dimostrato per altra via che la domanda: "Quando è cominciata questa guerra e chi è l'aggressore" è del tutto senza senso, ne ha meno che in ogni altra occasione di guerra. Corre soddisfazione tra i cultori dell'antiamericanismo, quelli che vedono gli Stati Uniti all'attacco della classe operaia tutte le volte che sganciano una bomba: "ben gli sta, se la sono voluta". Trattano l'imperialismo come fosse un individuo, dotato di libero arbitrio e quindi in grado di commettere peccato. E' ovvio che poi sperano nel giusto castigo, mettendosi a livello di coloro che invocano Dio da una parte e dall'altra. E si schierano con gli aggrediti, operai o talibani che siano. Gli Stati Uniti sono in crisi grave, ed essendo parte decisiva in un sistema mondiale ormai molto avanti nell'integrazione, non possono più fare a meno di applicare la nuova dottrina militare, tra l'altro buttando a mare la finzione dello storico isolamento strategico. Lo devono fare, perché il mondo rischia una crisi di proporzioni mai viste in epoca capitalistica. Business as usual? Paul Krugman, un rampante economista americano, ha scritto un articolo sul rapporto fra l'economia e l'attacco dell'11 settembre, in cui afferma che lo shock potrebbe essere addirittura benefico. Elencando i fatti negativi, preesistenti all'attacco, li accosta a conseguenze positive che proprio dall’attacco discenderebbero. L'articolo ha fatto subito il giro del mondo. Per Krugman, dal punto di vista economico immediato, il disastro è paragonabile a un qualsiasi terremoto o uragano. Anche tenendo conto delle componenti psicologiche, superabili in breve tempo, la gigantesca economia americana sarebbe in grado di assorbire gli effetti dell’evento quasi senza accorgersene, se fosse in una situazione normale. Ma già prima dell'attacco la situazione normale non era; e l'analisi dell’autore, per usare le sue parole, si allarga nel tempo e nello spazio, andando a sondare sia le ragioni della crisi del 1929 e i provvedimenti presi allora, che le ragioni dell'attuale crisi del Giappone e i provvedimenti presi adesso. Le ragioni delle crisi sono sempre le stesse, ma negli anni '30 si era impreparati di fronte ad esse, mentre oggi si conoscono metodi anti-crisi ben collaudati. E allora, si chiede Krugman, perché il Giappone non ha tentato di rimettere in moto la sua economia asfittica? Il guaio – risponde a sé stesso – è che ha tentato molte volte, ma senza riuscirci. I tassi giapponesi sono pari a zero, e non si possono ridurre i tassi al di sotto, significherebbe pagare affinché la gente prenda denaro in banca. Ma in un certo senso lo si è fatto: attraverso una classica politica di spesa pubblica lo Stato ha pagato affinché una certa quota di capitali fosse investita nella produzione. Nel 1996, per esempio, la spesa giapponese per opere pubbliche come percentuale del prodotto complessivo è stata quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti. Il 10% della forza-lavoro giapponese risultava attivo nell'industria delle costruzioni, una percentuale mai vista in un paese industriale avanzato che di costruzioni è già saturo. Questo è stato il massimo, ma per dieci anni si è andati avanti così e l'economia non si è risollevata. Dunque: per undici volte in un anno la Federal Reserve americana abbassa il costo del denaro e non ottiene risultati; per dieci anni il Giappone insiste con un rilancio keynesiano dell'economia e non ottiene risultati. Intanto l'Asia, l'Africa, l'America Latina e la Russia sono in crisi, e l'Europa, esportatrice netta, vede restringersi il mercato estero per la crisi altrui. Ogni volta che il governo giapponese tenta di ridurre la spesa pubblica, si manifestano sintomi di recessione: la spesa in disavanzo non riesce a innescare una inversione di tendenza; anzi, incominciano a manifestarsi sintomi di assuefazione, perché neppure la spesa pubblica evita la recessione. Così il Giappone, gigante dell'economia dinamica ed aggressiva, vede il debito pubblico salire fino al 130% del prodotto complessivo: in dieci anni; più di quanto avessero speso i vari fascismi, stalinismi, rooseveltismi nei loro interventi statali. Basandosi sul fatto che le guerre non deprimono affatto l'economia, anzi, la stimolano, Krugman è ottimista sul dopo-attacco, ma con cautela: la fine della bolla speculativa, i tassi a zero, il crollo dei valori immobiliari, l'annunciato piano di sostegno all'economia con relativa statizzazione degli interventi (oggi ne sappiamo di più dopo che è stato varato un piano per banche, compagnie aeree, buoni del tesoro per la guerra, armamenti, ecc.) può ridurre gli Stati Uniti nelle condizioni del Giappone. Mezzo milione di disoccupati in un mese, centocinquantamila solo nelle compagnie aeree: non per l'11 settembre, ma per qualcosa che era già in moto prima. Con tutto il resto del mondo in crisi, anche l'Europa rischia di essere trascinata nel disastro di una crisi americana. Io ho il terrore, dice Krugman, di vedere un periodo di tasso zero e tentativi di raddrizzare l'economia fino al 2009 (un calcolo suo), ho il terrore che non funzioni, perché non vedo a quali altri espedienti si potrebbe ricorrere. Sappiamo, la storia l'ha provato, che la guerra generale è invece non solo un espediente ma un effettivo intervento anticrisi. Per esempio il capitalismo uscito dalla Prima Guerra Mondiale risolve la sua crisi con la Seconda, più terribile e devastante. Come si vede, siamo di fronte ad un intero sistema che perde energia e non sa come rinnovarla; perciò, se consideriamo l'intero corso capitalistico, alla fin fine neanche la guerra avrà più effetti anticrisi (e dalla Guerra del Golfo in poi le guerre costano più di quanto non riescano a stimolare la produzione). Le scelte di intervento sulla situazione mondiale, 11 settembre o meno, non sono affatto opzionali ma obbligate. E nessuno ha la potenza sufficiente per intervenire in deroga violenta al liberismo e alla sovranità nazionale altrui. Gli inni più o meno sacri, le bandiere, l'orgia di patriottismo, il martellante invito di fare business as usual, tutto questo non è nulla di fronte alla dichiarata intenzione di varare un piano Marshall interno e mondiale "perché le cause del terrorismo vanno ricercate anche nell'iniqua distribuzione della ricchezza". Noi, che leggiamo la filantropia americana con occhiali marxisti, traduciamo così: il piano Marshall fu un piano per la ricostruzione, ma prima ci vuole la guerra. Per "liberare" qualcuno, naturalmente. Il sistema si rivela per quello che è proprio quando entra in crisi. La macchina di conservazione del capitalismo, automatica come quella della produzione diffusa nelle sue fabbriche, trita nei suoi ingranaggi ogni residuo di concezione kautskiana dell'imperialismo, ogni concezione che attribuisca l'oppressione alla volontà degli Stati o, peggio, di qualche partito o uomo di governo. Il mondo capitalistico internazionale riconosce a Greenspan una certa abilità nel suo incarico non certo perché egli sappia dirigere l'economia, ma perché, a causa del suo privilegiato punto d'osservazione alla Federal Reserve USA, sa adeguare la politica economica americana rispetto ai dati che provengono dal mondo. Allora, chi è che decide? Greenspan o ciò che Greenspan legge nello stato del mondo? E se l'operazione "libertà duratura" è frutto dell'attacco dell'11 settembre e delle pensate di Bush e di quei quattro emissari dei petrolieri seduti alla Casa Bianca, come dicono certi "sinistri", perché il Rapporto quadriennale dell'apparato di difesa americano del 1997 raccomanda una rivoluzione negli affari militari di qui al 2015? Perché il Rapporto dei quattro anni successivi, uscito lo scorso settembre, inquadra già perfettamente le nuove necessità poste dalla guerra asimmetrica? In realtà il mondo aveva già da tempo dettato le sue condizioni agli Stati Uniti e questi, adesso, si sono accorti di aver sì captato il messaggio, ma di non aver agito per tempo. Riformismo globale, apoteosi del fascismo Sul numero scorso di questa rivista, scrivendo sui movimenti no-global e sui fatti di Genova, abbiamo affermato che la globalizzazione, e i fenomeni indotti che essa provoca, non sono ancora nulla in confronto a ciò che si sta preparando, sono una semplice eruzione cutanea del capitalismo malato grave, che dovrà reagire cercando di iniettare a sé stesso medicine potenti. Tali movimenti, che sono importanti in quanto sintomo della malattia e come tali da studiare, non certo da assecondare, hanno già subìto in pochissimo tempo la dura lezione dei fatti: essendo codisti, si adeguano, ed ecco che il no-global partorisce un distinguo che si autodichiara new-global. Perché questi adeguamenti, se non per il fatto che la globalizzazione marcia lo stesso e che quindi gli ex no-global, da buoni riformisti, "per non uscire dal movimento" ne chiedono un miglioramento, una versione aggiornata? Con tutto il rispetto per chi sente il bisogno di lottare contro un mondo che percepisce ostile anche senza individuare bene il bersaglio, l'obiettivo riformista new-global è altrettanto risibile della precedente versione negativa. L'imperialismo-globalizzazione è un fatto maturo, ma gli manca un controllo sovrastrutturale efficiente. Organismi come il FMI, il WTO, l'ONU e persino la NATO, per non parlare del G8 che è soltanto un'occasione d'incontro e non un organismo, sono organismi primitivi, ibridi inadeguati rispetto alla situazione che si è creata con lo sviluppo del capitalismo in questi ultimi vent'anni. Non rappresentano un vero potere esecutivo in grado di dettare disposizioni. La leggenda delle prevaricazioni del FMI è una stupidaggine: chi è in crisi si rivolge autonomamente al Fondo il quale, come una banca qualsiasi, per allentare il cordone della borsa verifica se ci sono determinate condizioni e, se non ci sono, chiede che siano realizzate. Ora invece c'è sempre più bisogno di organismi esecutivi che siano in grado di ottenere d'autorità – non su semplice richiesta – la realizzazione di condizioni del genere: in tutto il mondo, con una forza militare in grado anche di imporre l'interesse generale del Capitale, così come fa uno Stato all'interno di confini nazionali. Questa è un'esigenza del capitalismo, non degli Stati Uniti. La cui azione è al momento del tutto contraddittoria, perché si dispiega soltanto a posteriori, nel senso che la superpotenza, per il semplice fatto di esistere, influisce sul corso degli avvenimenti e mette in moto processi che la chiamano ad intervenire apertamente. D'ora in poi ci sarà bisogno di riformismo vero, mondiale (e sappiamo che il vero realizzatore dialettico delle istanze riformiste è stato il fascismo, con i Bismarck e i Mussolini, non certo il riformismo classico). I new-global non rappresentano un movimento che anticipa qualcosa, sono il riflesso postumo di un processo in corso; la nuova globalizzazione è pane non per le loro velleità ma per la potenza economica, politica e militare degli Stati Uniti. Dopo la crisi cosiddetta asiatica del '97 l'intervento rattoppatore del Fondo Monetario Internazionale non ha sortito nessun effetto. Come in tutte le crisi violente, la situazione si è risolta da sé, con la perdita di milioni di posti di lavoro, l'abbassamento dei salari, la cancellazione di capitale fittizio, l'abbassamento dei prezzi, la svalutazione delle monete e il conseguente recupero di competitività e di esportazioni. In un paio d'anni la situazione si è stabilizzata. Ma questo è successo in parte perché l'economia asiatica, pur importante, ha un volume relativamente scarso rispetto al complesso mondiale alla cui testa vi sono gli imperialismi maggiori, in parte perché la Cina, che era in controtendenza, ha assorbito il colpo e ha potuto continuare il ciclo di crescita senza svalutare la propria moneta. La crisi asiatica ha attivato un campanello d'allarme perché più che mai ha mostrato la facilità con cui si innesca una crisi sistemica. Per un capitalismo globale che, come un sistema troppo complesso soffre di ingovernabilità, l'assestamento automatico è un problema, non un vantaggio come dicono invece i liberisti. E' un problema per una vecchia questione che i singoli borghesi tendono a esorcizzare e a rimuovere ma che la borghesia come classe non dimentica tanto facilmente: la lotta di classe. E' stato possibile lasciare che in Asia intere economie (Tahilandia, Malaysia, Indonesia) fossero squassate dalla crisi e che milioni di persone piombassero al di sotto del livello di sussistenza, ma non sarebbe possibile permettere una crisi del genere in Occidente, dove elementari considerazioni sulla maturità sociale impongono alla borghesia un'attenzione massima verso il potenziale di ribellione organizzata. Le masse affamate d'Asia sono scese in piazza e hanno affossato alcuni governi, ma non avevano la forza potenziale delle masse d'Occidente, le uniche in grado di bloccare l'economia del mondo con un rifiuto di collaborazione di classe. L'Occidente capitalistico non può permettere un assestamento spontaneo in caso di crisi grave. Se continuiamo a trattare il sistema in quanto tale, vediamo che esso è fatto di componenti, per di più vivi, cioè con relazioni complesse – non meccaniche – fra loro; componenti assai diversificati: capitalisti, operai, macchine, merci di consumo, artigiani, nullafacenti, professionisti, lumpenproletari, fabbriche, uffici, parassiti ecc., così diversificati che riesce difficile vedere dietro questo magma una realtà semplice semplice, come quella descritta nell'ultima sezione del Capitale di Marx intitolata "I redditi e le loro fonti": tutta la società vive del valore estratto dai lavoratori produttivi. In un paese moderno la stragrande maggioranza della popolazione, diciamo un buon 80-90% vive sul valore prodotto dal restante 10-20%. Il sistema è così potenzialmente squilibrato che un minimo intoppo nella ripartizione del plusvalore all'interno di ogni paese metterebbe in moto catene catastrofiche, a partire dalle classi che di plusvalore altrui vivono e al quale non possono rinunciare perché non possono vendersi a minor prezzo, come fa l'operaio quando rimane disoccupato. E non possono diventare operai perché con il macchinismo ce ne sono già troppi. Al Capitale è indifferente che vi siano morti per fame e rivolte: di fronte alla sovrappopolazione relativa esso tende a reagire secondo criteri puramente statistici e di contenimento. Ma con l'11 settembre ha rivelato una volta di più il suo lato debole invitando gli americani al business as usual, a lavorare e soprattutto comprare come al solito, a prendere gli aerei, a spendere, divertirsi, far circolare il denaro per attivare la produzione. I capitalisti americani guardano con apprensione ai consumi del vicino Natale. Il loro pragmatismo li ha portati a conoscere bene questo indice empirico, più affidabile dei modelli degli economisti e delle balle dei politici e sanno per esperienza che rivela anche le ripercussioni sugli investimenti successivi nella sfera dei mezzi di produzione, fondamento dell'intera economia. Il circolo virtuoso capitalistico del "produci e compra" ha qualche difetto intrinseco: per esempio il fatto che il salario occidentale prima o poi si confronta con quello asiatico e il giovane occidentale deve fare magari due o tre lavori, per 12 ore al giorno, con una paga che è la metà di quella di un tempo. Difficile comperare e spendere, soprattutto se si pensa che lavorando 12 ore invece di 8 si produce il 50% in più, e qualcuno dovrà pur comprare sei paia di scarpe invece di quattro. Ma come, se il salario è diminuito? Con l'abbassamento del valore delle merci, quindi del valore medio della forza-lavoro, dove si prenderà il plusvalore per mantenere l'80% della società? Investendo ancor più nei mezzi di produzione e riducendo ancor più la quota di salario sul valore della merce… Un circolo vizioso infernale che non può essere infinito e che non può essere lasciato agli assestamenti spontanei della società se non si vuole che le rivolte trascendano in rivoluzione. Nessun modello teorico, nessun pragmatico comportamento degli stati è basato sul cosiddetto liberismo, sull'aggiustamento spontaneo del mercato. Qualsiasi modello dinamico, per quanto bacato da ideologia tranquillizzante sulle sorti del capitalismo, ci dice che oltre certi limiti interviene la questione sociale. Nella giungla darwiniana capitalistica c'è chi si evolve, chi si adatta stabilmente, chi muore per mancato adattamento; gli individui nascono e muoiono abbastanza velocemente, alle classi occorre più tempo ma anch'esse non sono eterne; esse reagiscono, lottano per l'esistenza, cercano di sopraffarsi, ma alla fine di questa lotta si scopre che mentre la classe borghese non può fare a meno di quella proletaria, quest'ultima può fare benissimo a meno della borghesia e, uccidendo il Capitale, uccide sé stessa e tutte le classi a favore della specie umana. Storicamente allora è il proletariato che si trova in posizione d'attacco, mentre la borghesia difende la propria inutile sopravvivenza. E la difende con tutto ciò che può mettere in campo, cercando soprattutto di coinvolgere il proletariato nel suo destino, di legarlo a sé in modo che non le si rivolti contro. Per far questo deve garantirlo e, mentre le è indifferente che magari un miliardo di uomini muoiano di fame, è costretta a produrre meccanismi di salvaguardia del proletariato, il suo principale nemico. Formule inesorabili Il terrorismo in quanto tale va e viene ma, nella misura in cui nella società si sviluppa il bisogno di guerra, i suoi metodi vanno immediatamente a far parte dell'armamentario bellico. La borghesia è abituata anche a questo. Essa ha sviluppato organismi appositi: polizia ordinaria, ma anche servizi segreti articolatissimi, truppe speciali, eserciti di specialisti. Ha mezzi imponenti di utilizzo dei fenomeni sociali come li ha di distruzione e di ricostruzione. Perciò, come dimostrano i fatti odierni, non c'è da stupirsi se il terrorismo è utilizzato o, indifferentemente, combattuto dalla borghesia a seconda delle necessità di salvaguardia dei propri interessi. Come dimostrano i fatti del passato e come dimostreranno certamente quelli del futuro, il terrorismo può essere anche di segno statale. Gli Stati Uniti per primi hanno utilizzato in modo spregiudicato l'opportunità che borghesie compradore e massacratrici si mettessero più o meno spontaneamente al loro servizio. Ciò cui la borghesia non potrà mai abituarsi è che la stessa spregiudicatezza non può essere utilizzata nei rapporti col proletariato. Per la semplice ragione che è su di esso che si fonda la stessa esistenza di tutta la società. Singoli capitalisti hanno un atteggiamento individuale sprezzante nei confronti del problema, e singoli statisti non lo capiscono neppure, ma il capitalismo e la borghesia sviluppano comunque un'autodifesa contro questi imbecilli e nel complesso pongono molta attenzione alla questione sociale. Nel crogiolo dei movimenti caotici tipici del capitalismo, alla fin fine scaturiscono individui, gruppi o anche solo tendenze inavvertite, che hanno intelligenza e conoscenza generale del fatto che per esempio una quota maggiore di plusvalore devoluta alla rendita petrolifera incide, come abbiamo visto, sulla ripartizione mondiale. Essi si rendono conto che se questo plusvalore non ritorna all'origine tramite il sistema bancario, è sottratto, rubato al ciclo capitalistico occidentale e quindi al rapporto fra capitalisti e proletari. In un sistema che accumula poco, una minima variazione degli equilibri fra salario e plusvalore può essere motivo di lotta per suddividere diversamente le rispettive "quote" sociali. La Germania ci mostra l'esempio più chiaro di questo fenomeno. Essa ha una struttura sociale molto rigida e, nonostante abbia un costo del lavoro altissimo in confronto al resto del mondo industrializzato, il rapporto plusvalore/salario (saggio di sfruttamento) non viene per ora messo in discussione appunto perché né i proletari tedeschi né il sistema dei consumi interni potrebbero sopportare una drastica diminuzione del salario generale (compresi i relativamente alti sussidi di disoccupazione e sociali). La pace fra le classi viene al momento salvaguardata anche se si accumulano fattori esplosivi per il futuro, quando non sarà più possibile né la politica sociale, né quella economica di concorrenza con gli altri paesi. Come si vede, non è difficile risalire dal terrorismo in senso lato, o guerra tra fazioni borghesi internazionali, alle questioni materiali che stanno alla base dei rapporti fra stati, alle questioni che riguardano i rapporti di classe. Il Male, Dio e l'Islam non c'entrano. Gli schemi di Marx non sono mai semplici rappresentazioni della realtà, ma evidenza di relazioni, dove ogni elemento rappresentato è funzione dell'altro, dove il petrolio è capitale costante il quale, con il salario e il profitto, costituisce la triade di un'equazione fondamentale: saggio di profitto = plusvalore/(capitale costante + salario), per cui se il petrolio aumenta di prezzo, diminuisce automaticamente il saggio di profitto, a meno di non ridurre il salario. Ma chi comprerà mai le merci se il salario del proletariato occidentale è basso e il resto del mondo muore di fame? Naturalmente si tratta di un esempio, nel mondo capitalistico non si vive di solo petrolio. Il discorso si può e deve estendere: ci sono tutte le altre materie prime, minerali e vegetali, ma ci sono soprattutto i rapporti fra le varie borghesie concorrenti. Un capitalismo che affama il mondo suscita reazioni e contraccolpi, come stupirsene, ma quando quello dei paesi più forti tende ad affamare anche il proletariato di casa propria, un po' per la sua stessa natura e un po' per la concorrenza di altri capitalismi, allora ecco che scattano meccanismi di difesa ad oltranza, rappresentati da quella politica che abbiamo definito anticamera della guerra e che in questa continua con altri mezzi. Ma sono meccanismi di difesa che non funzionano, non possono funzionare, perché avrebbero bisogno della collaborazione internazionale, mentre invece vige la concorrenza sfrenata. Soprattutto non possono funzionare a piacere in Occidente, in paesi dove alla struttura produttiva e sociale si accompagna una struttura politica, sia da parte borghese che da parte proletaria, una struttura organizzativa consolidata che è memoria storica dello scontro di classe, plasmata da due secoli e più di mediazioni, rotture, rivoluzioni. Nelle nostre ricerche intorno alla complessità della natura e al tentativo degli uomini di trovarne le leggi, ci siamo imbattuti in un ipotetico modello matematico nel quale il processo di evoluzione di un'economia primitiva giunge deterministicamente allo scambio, alla moneta, al capitalismo, alle classi, ai sindacati e alla proliferazione… dei comunisti. Il modello pubblicato è neutro, ma chi lo descrive e coloro che ne sono protagonisti centrali non lo sono affatto. Essi sono imbevuti di tutti i rapporti esistenti nella società in cui vivono e non possono che rappresentarli persino in un programma di computer. Per questo nei documenti del Pentagono, frutto di ampie simulazioni su modelli, è previsto con largo anticipo la nuova sfida della "guerra asimmetrica". Nessuno quanto i militari ha giocato con ogni genere di modelli a scenari variabili, dai plastici in scala su cui muovere soldatini di piombo dell'epoca napoleonica agli scenari più o meno realistici dei moderni wargame informatizzati. E, come impara subito chiunque giochi anche solo a Risiko, la geopolitica del mondo impone sempre gli stessi passaggi. Per quanto grossolani siano gli scenari e scarsa la conoscenza scientifica del mondo sociale da parte dei borghesi, che non possono schierarsi contro la legge del valore, anche i loro modelli finiscono per rappresentare in modo abbastanza realistico la società. In un wargame del Pentagono, una ventina di anni fa lo scenario prevedeva un effetto domino che, partendo dalla Polonia, finiva per mettere in crisi l'URSS e scatenare la Terza guerra Mondiale. I parametri di "gioco" non possono provenire dal modello; è il programmatore che, influenzato dal cervello sociale, ve li immette, obbligando il computer a fornire risposte in base alle sollecitazioni dei "giocatori". Così nella strategia americana, in brevissimo tempo, il nemico "alla pari" (Russia) ha lasciato il posto prima a un ventaglio di possibili nemici "canaglia" in grado di contrastare la politica regionale americana (Nord Corea, Iran, Iraq, Libia, Siria); poi a un altro nemico alla pari futuro (Cina), e in ultimo a un nemico "diffuso" in grado di imporre una "guerra asimmetrica". Nei modelli classici questo nemico non c'era; adesso, nell'epoca della necessità di un effettivo controllo globale, c'è. Ed è impressionante come sia adeguato alle necessità di preparazione militare di una potenza come quella degli Stati Uniti. Nell'ultimo scenario non appare più un nemico probabile e definito, ma un nemico sconosciuto ed evanescente. La dottrina militare e il dispiegamento di uomini e mezzi non devono più rispondere a una "minaccia" individuata ma a un ventaglio di "possibilità". Nel nuovo wargame non si tratta più di concentrare l'attenzione sulla previsione di chi sarà il prossimo nemico, ma di prevedere come un nemico qualsiasi possa penetrare nelle difese americane e colpire. Ciò significa costruire intorno al mondo una rete di prevenzione e risposta, e nel citato documento quadriennale del Pentagono è descritto dettagliatamente come e con quali mezzi. Ci vuol poco a capire che il tutto somiglia maledettamente ad un mostruoso sistema mondiale di spionaggio, deterrenza ed eliminazione. Manca solo un accenno all'eliminazione delle madri dei futuri nemici, come nel film Terminator. Il bisogno globale di controllo militare è strettamente connesso al bisogno globale di controllo economico e politico dal quale dipende, e i grandi capitalisti incominciano ad insistere per ottenerlo. Nel rispetto della pace, della democrazia e della tolleranza, s'intende. Il grande finanziere e il suo modello del mondo Lo speculatore internazionale George Soros è solito battersi a favore di una "società aperta" in cui sia mitigato il ruolo del denaro come unico valore (morale) di riferimento e prenda il sopravvento un controllo ragionato del capitalismo globale che altrimenti si comporta selvaggiamente provocando disastri. Conoscendo assai bene il sistema finanziario, egli si colloca in un punto di osservazione molto favorevole per analizzare le magagne del capitalismo globalizzato, tanto da essere chiamato a dire la sua presso il Congresso americano che gli chiede consulenza. E ha scritto diversi libri, di cui uno, La crisi del capitalismo globale, ha la metà delle pagine dedicate alla sua teoria filosofica sulla società aperta e per l'altra metà, fra episodi di cronaca finanziaria, interpretazione dei fenomeni e proposte per migliorare il mondo, tratteggia l'essenza dell'imperialismo in maniera impeccabile, anche se ovviamente con parole non nostre. Questo signore, che non è preso molto sul serio fra gli economisti anche se è stato in grado di competere da solo con un paese come l'Inghilterra per speculare al ribasso contro la sterlina, ci dice, in breve, che il capitalismo globale è come un impero senza territorio e che esso non è una cosa ma un rapporto tra il capitale mondiale e coloro che esso domina. Come tutti gli imperi, ha un centro e una periferia, e il primo prospera a spese della seconda. Il primo fornisce capitali e la seconda li adopera pagandone il prezzo. Il centro non ha sede, è fuori da ogni "luogo", perché la parte più attiva e vitale del Capitale è il suo movimento. Per sua natura l'impero capitalistico non persegue affatto l'equilibrio ma l'espansione ad ogni costo. E la sua innata tendenza espansionistica lo porterà alla rovina se non sarà messa sotto controllo, perché l'espansione non riguarda territori ma l'influenza sulla vita degli uomini. Questa non è una novità, dice Soros, perché il fenomeno era già conosciuto al tempo della Lega Anseatica e delle città-Stato italiane, ma oggi esso si avvale della rete di comunicazione globale che lo rende presente e attivo contemporaneamente in tutto il mondo. Il sistema capitalistico globale, essendo extra-territoriale, trova un intoppo nell'esistenza degli Stati (persino degli Stati Uniti), che sono un ostacolo alla sua espansione. Dopo altri quattro capitoli è descritta la base per il programma sorosiano, cioè: non esiste un ordine mondiale; gli Stati Uniti, come unica potenza sopravvissuta, non sono in grado di garantirlo; per riuscirvi dovrebbero mettersi a capo delle istituzioni internazionali rinnovate e di una coalizione di altri paesi capitalistici per lanciare un piano Marshall mondiale, a cominciare dai territori disastrati dell'ex URSS; bisogna ridare vita all'ONU, al FMI, al WTO, ecc. ecc. Qui il discorso si fa confuso e lacunoso. Non si spiega come diavolo possa fare l'ONU a far accettare un ordine mondiale, sia pure accompagnato da una pioggia di dollari, senza spezzare i confini degli Stati che l'autore, come abbiamo visto, considera un impaccio per il Capitale. Durante il piano Marshall l'Europa era occupata militarmente e le leggi le facevano gli Stati Uniti, che battevano pure moneta. "Quel che manca è uno stato di diritto internazionale", dice Soros, "come crearlo? Solo a partire dalla cooperazione fra gli Stati democratici, i quali dovrebbero rinunciare a parte della loro sovranità ed escogitare il modo di indurre altri Stati a fare altrettanto". E conclude: "Intervenire nelle questioni interne di un altro Stato è un'operazione gravida di pericoli, ma non intervenire può essere ancora più dannoso". Dopo l'11 settembre – anche se il grande speculatore-filantropo non pensava certo a questo – forze potentissime stanno facendo digerire al mondo che non intervenire sulla sovranità altrui è molto più dannoso che intervenire. E i piani militari globali sono pronti da tempo, molto prima che possa essere pronta una rivitalizzazione dell'ONU o comunque la formazione di un esecutivo mondiale. Soros ha ragione, indipendentemente dal linguaggio usato e dalle sue conclusioni: la società chiusa degli amerikani in giro per il mondo a mantenere regimi pazzeschi alla Costa-Gavras è morta per sempre, non per ragioni filantropiche ma perché non serve più. Adesso quei regimi rientrano nel ventaglio di "possibilità" da cui guardarsi, allo stesso titolo dei ribelli che opprimevano. In genere sono regimi reazionari, basati sulla sopravvivenza di retaggi antichi; a maggior ragione, il Capitale globale non sopporta le barriere rappresentate da vecchie società che sopravvivono imbastardite dal capitalismo, fenomeno di cui il mondo islamico è un esempio evidente. Il petrolio come tramite di valore L'Islam non c'entra direttamente con tutto questo. Il petrolio è rendita e la rendita è parte del plusvalore, abbiamo detto; ebbene, la teoria marxista della rendita dice che il moderno proprietario del terreno ricava la sua parte solo perché esiste un ciclo capitalistico nel quale si produce anche il suo reddito. Il petrolio non è del pastore che pascola pecore sui giacimenti, è del sistema capitalistico che lo adopera, ne fa benzina, plastica, fertilizzanti. Alla base della rendita moderna c'è la proprietà moderna legata al ciclo capitalistico. Ogni altra forma di proprietà legata alle società antiche è stato spazzato via. I marginali frammenti che sopravvivono non contano nulla. Il petrolio produce un flusso di denaro dai paesi industriali ai paesi petroliferi, e da questi al Capitale mondiale che li utilizza in investimenti vari. Ma 400 miliardi di dollari sono ora fissati nelle cosiddette banche islamiche. Siccome nel mondo musulmano l'usura è vietata, questi organismi raccolgono denaro per attività di investimento diretto, costruzioni, produzione, commercio, e invece di un interesse ricavano il pagamento del servizio reso. Così sembra si aggirino le rigorose disposizioni del Corano, ma il fatto più importante è che, per l'industria che si rivolge alla finanza "islamica", quest'ultima risulta meno soffocante di quella "normale" e l'integrazione più stretta, per via di rapporti antichi, in Arabia addirittura tribali. Altri 500 miliardi di dollari di provenienza islamica sono depositati a interesse nelle banche d'Occidente, e una cifra imprecisata rappresenta proprietà immobiliare nelle metropoli del mondo, cioè rendita che è sempre drenaggio di plusvalore locale. Infine vi sono le partecipazioni in attività direttamente produttive all'estero. Un paio di migliaia di miliardi di dollari in totale non sono una cifra immensa in confronto alla massa di capitali che circola ogni giorno nel mondo (circa 1.500 miliardi di dollari), però quello che conta è la dinamica in corso: il drenaggio di plusvalore dai paesi industriali fa crescere la massa di capitale islamico del 15% all'anno, mentre l'accumulazione lorda occidentale è del 2% circa. Se questa dinamica dovesse fissarsi nel tempo, la finanza islamica raggiungerebbe una massa pari al PIL americano in una dozzina di anni. Questa crescita, non essendo dovuta a mero capitale fittizio circolante ma direttamente a plusvalore proveniente soprattutto dai paesi più industrializzati, rappresenterebbe una gravissima frattura nel mondo del Capitale globale: non è concepibile un "dollaro islamico"; da quando il denaro esiste non ha aggettivi, e il Capitale esige che il ciclo sia: …denaro-merce-produzione-merce-denaro…, cioè esige che il plusvalore ritorni alla produzione che l'ha generato, anzi, esige che ne ritorni di più, non di meno. Siamo in un'epoca in cui le nazioni non sanno più a che santo votarsi per attirare capitali da tutto il mondo e predispongono aree appositamente attrezzate allo scopo. Il processo di fissazione del plusvalore da petrolio attraverso un mondo bancario orientato politicamente e il reale sviluppo locale di molte industrie (non solo di lavorazione della materia prima) possono trasformare una parte considerevole del mondo islamico in un attrattore di risorse. Esso sarebbe complementare al Capitale mondiale che ne è invece un allocatore, come si dice nel gergo dei bilanci. Sappiamo che la frenesia di valorizzazione può far cambiare l'allocazione delle risorse per molti miliardollari da un giorno all'altro, tramite un decreto governativo che stabilisca facilitazioni su un determinato territorio. Il capitalismo occidentale dovrebbe sfruttare il proprio proletariato per poi trasferire il ricavato al mondo islamico? Non è concepibile. Nessun capitalista può accettare un flusso del genere. Ricordiamo che il mondo consuma circa 30 miliardi di barili di petrolio all'anno e che quindi il drenaggio, solo da rendita petrolifera, ammonta a 600 miliardollari (a $20 al barile). Essendo le riserve dei paesi musulmani circa il 70% di quelle mondiali, man mano che le riserve altrui si esauriranno i petroldollari saranno destinati ad essere completamente assorbiti dalla finanza islamica. Oggi il prezzo del petrolio non è aumentato, nonostante la guerra e la decisione dell'OPEC di limitare la produzione, perché la Russia compensa il mercato con una sovrapproduzione controllata. L'attuale impegno di Putin è un enorme regalo agli Stati Uniti e un ulteriore sacrificio per la popolazione russa. Data l'incomparabile distanza tra le due economie, il sacrificio russo è una vera e propria capitolazione, come e più di una sconfitta militare. Ma non sembra possibile che la Russia se lo accolli senza ottenere nulla in cambio, a meno che non sia disposta ad accettare supinamente la propria cancellazione dalla faccia della terra come potenza. Certo, un simile rapporto, e tutti quelli che si allacceranno fra gli imperialismi, peseranno sul piatto della bilancia bellica come e più di ogni bombardamento sulle lande desertiche d'Afghanistan. Per decenni gli Stati Uniti hanno utilizzato la loro posizione di superpotenza non solo per agevolare il flusso mondiale dei propri capitali, ma anche per volgere a proprio vantaggio le difficoltà altrui. E' ovvio che i paesi industrializzati che non posseggono petrolio sono penalizzati nella concorrenza con gli Stati Uniti, i quali hanno campi petroliferi sul proprio territorio e commercializzano la maggior parte del petrolio mondiale. Dopo la Guerra del Kippur e il successivo embargo petrolifero da parte dei paesi arabi, gli Stati Uniti avevano assorbito senza battere ciglio la decuplicazione del prezzo, perché essa rivalorizzava i pozzi domestici ormai sull'orlo della chiusura per la legge della rendita (il campo più fertile e produttivo stabilisce quale debba essere il campo, meno fertile, che non conviene più coltivare), e soprattutto perché l'Europa e il Giappone, temibili concorrenti, erano stati messi in ginocchio. Questa politica è la stessa che Osama bin Laden ha posto alla base del programma di guerra santa contro i "crociati" e a favore della Umma, l'unione dell'Islam. Detto in altri termini, oggi una parte della borghesia teorizza e pratica un sistema di drenaggio di plusvalore a discapito di un'altra parte. Si appropria della rendita per il proprio difficile sviluppo, in aree del pianeta in cui le condizioni sono particolarmente avverse (deserti, mancanza di acqua, inesistenza di strutture precedenti) e che quindi presentano altissimi costi di accumulazione. Altro che concorrenza e libero mercato, la rendita è monopolio dovuto alla proprietà, e la sua caratteristica è proprio quella di essere al di fuori di ogni concorrenza e insensibile ad essa. Per attenerci alla metafora di Soros, siamo di fronte a una ribellione generalizzata della periferia dell'impero nei confronti del suo centro e, di conseguenza, ad una rafforzata tendenza del centro a mantenere il controllo. In tale contesto ogni progetto di rinuncia alla sovranità nazionale per il bene comune diventa un eufemismo. Mentre la diplomazia rabbercia una politica di consenso totale, le leggi del capitalismo approfondiscono i contrasti fra gli interessi nazionali. Tutto questo mentre schegge non indifferenti della periferia reclamano l'eliminazione totale del controllo americano sui luoghi santi dell'Islam e, per estensione, sul resto del mondo islamico, vale a dire sui luoghi che custodiscono la maggior parte del petrolio esistente. Naturalmente il capitalismo occidentale ha buon gioco nel presentare la guerra anche per quello che in parte è: un capitolo dello scontro fra il capitalismo moderno e i residui di vecchie società. Ma c'è molta ipocrisia in questo. Il bombardamento mediatico mostra folle straccione e combattenti in abiti tradizionali, turbanti, sandali nella sabbia, jellaba stinte, uomini e animali nella polvere, immagini pittoresche di vita che ormai non è più così nella maggior parte dei luoghi. Ma l'odio maggiore del capitalismo non è verso aspetti che stanno morendo da soli, è verso l'unione contro natura del Capitale con le strutture delle vecchie società, fenomeno eclatante soprattutto in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi. Il Capitale usa spregiudicatamente forme antiche quando servono all'accumulazione, ma in questo caso deve fare i conti con un capitalismo più moderno di quello americano maneggiato da una società tribale che gli si ribella. Non sono tanto gli americani che odiano questo mostruoso ibrido storico, anzi, ne hanno una percezione fantastica. Gli è sempre piaciuto un sacco quel misto di tecnica e arcaismo, un misto tra Las Vegas e Flash Gordon. E' il Capitale che non sopporta più le vecchie società di arricchit |