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L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni

La bestia è l'azienda, non il fatto che abbia un padrone. L'immediatista ha sempre bisogno di disegnare il nuovo su una passiva fotografia del vecchio. Gramsci chiamò il suo immediatismo "concretismo", e non avvertì che ogni concretismo è controrivoluzione (A. Bordiga, 1957).

Il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo. Partigiano è chi, per fede, per dovere o per soldo, combatte per un altro. Militante del partito rivoluzionario è chi combatte per sé e per la sua classe. La ripresa rivoluzionaria dipende dal poter elevare una barriera tra il metodo demoborghese della lotta partigiana e quello dell'azione classista di partito (A. Bordiga, 1949).

La terza stagione operaista

La prima stagione dell'operaismo italiano fu anarco-sindacalista e si collocò fra la crisi della Prima Internazionale (1872) e la fondazione del Partito Socialista Italiano (1892); la seconda, in parte sovrapposta alla prima, fu quella socialista e gramsciana che va dalla fondazione del Partito Operaio Italiano (1882) fino alla catastrofe degenerativa dell'Internazionale Comunista (1926); la terza, di cui qui ci occupiamo specificamente, iniziò nel 1958-59 con un tentativo di riscossa contro il lungo periodo controrivoluzionario staliniano al culmine della ricostruzione postbellica. Fu soprattutto il prodotto di una forte spinta degli operai d'industria, che mise in fermento anche gruppi di giovani militanti dei partiti tradizionali e dei sindacati, ai quali si affiancarono elementi dell'intellettualità universitaria piccolo-borghese. Durò vent'anni, diffondendosi grazie a una situazione internazionale e interna favorevole. La quarta, siamone certi, arriverà non appena il fermento sociale raggiungerà nuovamente una soglia critica e il variopinto "movimento dei movimenti" riscoprirà il gramsciano primato della fabbrica. I giovani militanti d'oggi devono premunirsi, e quindi capirne gli ascendenti.

A Torino un Gramsci poco più che ventenne era rimasto impressionato di fronte alla realtà della FIAT e alla subordinazione dei proletari al vecchio socialismo dei notabili nel contesto della città operaia. Allo stesso modo, sul finire degli anni '50 i nuovi operaisti rimasero impressionati dal folgorante sviluppo del modernissimo sistema di fabbrica che aveva attirato nel processo produttivo milioni di giovani operai, strappati dalle loro origini. Più ancora furono impressionati dalla contraddizione fra una classe operaia estremamente combattiva e l'ambiente politico-sindacale ancora permeato di ideologia da guerra fredda. Senza uscire dagli uffici di partito e dalle università, i nuovi operaisti trovarono quindi manodopera militante fra gli studenti e gli operai. Passarono ad occuparsi di una realtà in febbrile subbuglio e si presero la febbre. Furono insomma travolti. Attratti dal fascino di eventi dal potenziale esplosivo, pensarono di aver scoperto un mondo nuovo rispetto a quello che era già stato perfettamente descritto e anticipato un secolo prima. Quindi si dedicarono a spiegarlo agli operai adattando Marx ai "nuovi orizzonti della rivoluzione". I quali consistevano nel saltare a piè pari la necessità del partito rivoluzionario, sostituito dal primato della lotta di fabbrica su tutto il resto:

"Per la prima volta nella storia, la classe operaia è chiamata alla lotta diretta per il socialismo. Questo è il carattere veramente entusiasmante. Noi sentiamo questa spinta" (Panzieri, 1962).

Dapprima ovviamente predicarono nel deserto, poi crebbe un movimento forte al quale, nello stesso tempo, si adeguarono e diedero la loro impronta. Come nelle passate stagioni operaiste, la spinta primaria venne dal movimento operaio e, ancora una volta, essa fu ripresa e stravolta all'interno del PSI. Mentre i militanti proletari venivano sistematicamente buttati fuori "per operaismo" dal partito e dal sindacato cui erano iscritti, più d'uno tra i promotori d'origine non proletaria mantenne posizione e tessera per anni e anni.

Anche se nelle riunioni e negli articoli dei nuovi operaisti ricorrevano con insistenza categorie gramsciane, il movimento non rappresentò un ritorno dell'ordinovismo originario, né sarebbe corretto definirlo semplicemente comunista, dato che molti suoi membri erano, come essi stessi dichiaravano, non comunisti. C'erano diversi elementi che si richiamavano con molta confusione al socialismo umanistico, alla Luxemburg, all'eresia comunistica di Pietro Valdo (un paio di convegni si svolsero ad Agape, un centro alpino della comunità valdese) e persino a Max Weber:

"Nei Quaderni Rossi c'erano dei non marxisti: la disputa era se partire da Karl Marx o partire da Max Weber, poi la risolvemmo dicendo 'partiamo da Marx Weber' e trovammo una sintesi" (Tronti, 2000).

Con Gramsci il movimento ebbe certo molti punti in comune, per esempio il proposito esplicito di rinnovare il marxismo partendo dalla realtà di fabbrica. Per il resto le analogie furono segnate dai tempi e apparvero meno nette: non si era in situazione rivoluzionaria e le tragedie, come si sa, si ripetono in farsa. Il guaio è che ad una farsa ideologica e politica corrispose nuovamente una tragedia sul campo della lotta di classe. In margine al Congresso di Lione del PCd'I, nel 1926, Bordiga aveva osservato che preferiva coloro che non erano ancora giunti al comunismo (Gramsci) a coloro che lo avevano già abbandonato (i centristi, futuri stalinisti): gli operaisti italiani non erano iscrivibili né nell'una né nell'altra schiera, dato che comunisti non lo erano mai stati e, con le premesse da cui erano partiti, non lo sarebbero mai diventati.

La base su cui si fondò la loro ricomparsa si può riassumere in poche parole: un po' di Marx, un po' di aziendalismo rivoluzionario, molta sociologia e, dopo qualche anno, un mare di democrazia antifascista. Questa fu l'origine di quel Sessantotto italiano che si protrasse per un ventennio, nel quale quello studentesco alla Berkeley-Sorbona irruppe come un'esterofila ondata che durò una sola estate.

In quanto degenerazione del marxismo, l'operaismo della terza stagione fece danni notevoli così com'era, e ne fece ancora di più quando s'incontrò con suggestioni staliniste, cinesi, scemenze sociologiche e insensate ipotesi guerrigliere. Essendo il genuino prodotto di una società in decomposizione che spinge le non-classi a darsi delle ideologie spurie scopiazzando a destra e a manca, ce lo troveremo tra i piedi in mille travestimenti fino a che non salterà il capitalismo. Andiamo sul sicuro con un facile pronostico basato su preludi già avvertibili: la quarta stagione mescolerà ancora il gramsciano primato aziendalistico, Karl Marx, Max Weber, Mao e Stalin, ma vi aggiungerà un po' di New Age e di Rivoluzione conservatrice. Sposerà insomma gli "ismi" d'oggi con lo Zen, Tolkien e Schmitt.

La classe operaia come eroe romantico

Chiamiamo operaismo l'errata tendenza storica ad individuare la forza motrice della rivoluzione di quest'epoca negli operai e non nella materiale dinamica complessiva che plasma il passaggio dalla forma sociale capitalistica a quella comunistica.

Marx ed Engels, scoprendo le leggi che regolano il rivoluzionario divenire sociale, ponevano il proletariato come ultima classe della storia in ordine di tempo. Essa, prodotto dell'evoluzione di tutte forme sociali fin qui esistite e del trapasso dall'una all'altra, sarebbe stata infine fattore della dissoluzione di tutte le classi. Fin qui nulla di speciale, siamo all'ABC che ogni masticatore di marxismo, anche distratto, dovrebbe aver assorbito. Dalla loro scoperta Marx ed Engels avevano dedotto certamente il trapasso dalla forma capitalistica a quella comunista come opera del proletariato cosciente, attraverso la formazione e lo sviluppo del suo organo politico, il partito. Ma avvertivano, nello stesso tempo, che la dialettica dello sviluppo capitalistico è quella della sottomissione reale e non formale del lavoro al Capitale, vale a dire: sviluppo della forza produttiva sociale attraverso la produzione di plusvalore relativo più che assoluto (aumento della composizione tecnica e organica del Capitale, cioè del macchinismo). Perciò la forza-lavoro, lungi dal diventare sempre più importante, si sarebbe invece storicamente ridotta rispetto alla quantità di capitale che essa avrebbe messo in moto. Sia nei Grundrisse che nel Capitale, Marx non delinea affatto una specie di sociologia operaia per cui la ribellione politica di una classe porta al rivoluzionamento del modo di produzione: al contrario, la fine del capitalismo è descritta attraverso l'individuazione delle sue intrinseche leggi di sviluppo che generano i caratteri della società nuova ben prima che il proletariato ne abbia coscienza e si costituisca in classe attraverso il proprio partito.

La logica materiale della rivoluzione è perciò rovesciata rispetto a quella sociologica della storia: il proletariato diventa forza politica in ragione della sua diminuita funzione quantitativa nella produzione sociale e della sua aumentata funzione qualitativa in quanto produttore di plusvalore relativo (ovvero: nel valore finale della merce vi è sempre meno lavoro vivo e sempre più plusvalore che diventa lavoro morto cristallizzato nell'enorme massa di merci, impianti ecc., che copre la superficie del pianeta). Le cifre sul valore prodotto ex novo in un paese capitalistico avanzato (ad esempio gli Stati Uniti: 2% in agricoltura, 18% nell'industria e 80% nei servizi nel 2003) rivelano un trucco palese: l'intera società poggia sull'enorme massa di valore estratta da pochissimi lavoratori produttivi, ma questa viene poi distribuita negli altri settori. Per questo Marx vede nel dominio del lavoro morto su quello vivo addirittura la legge primaria del Capitale:

"L'accumulazione capitalistica, precisamente in rapporto alla sua energia e al suo volume, produce costantemente una sovrappopolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, quindi superflua" (Il Capitale, libro I, cap. XIII.3).

E nello stesso tempo vi vede la sua contraddizione assoluta quando affronta la legge inesorabile della miseria crescente in rapporto al valore prodotto. Gli uomini, dice, sono obbligati a rivoluzionare la società in cui vivono proprio perché vanno in crisi mortale i rapporti di produzione che permettono loro di raggiungere certi risultati, un certo livello di vita. Quando raggiunge questo limite, ogni società non può fare a meno di togliere agli uomini ciò che prima ha dato loro. L'operaismo si ferma alla fase antecedente alla scoperta di queste leggi dello sviluppo non solo del capitalismo ma di tutte le forme sociali che lo precedono . È con ciò un vero rimasuglio del passato primitivo della lotta di classe. Al pari di tutti gli pseudomarxismi ha completamente sepolto questa concezione scientifica del divenire e ha privilegiato l'ideologia del pugno calloso che stringe falce e martello, della lotta operaia di per sé risolutrice, addirittura del "comunismo operaio" nella rozza accezione premarxista di Gramsci, il quale vedeva nel proletariato non una classe oggettivamente rivoluzionaria ma ancora il Quarto Stato dei vecchi socialisti, un Ordine fra gli altri, in lotta per l'egemonia su di una società migliore invece che per la completa distruzione di questa e per l'avvento di un'altra.

Nel lavoro di Marx la classe operaia non compare mai come motore della trasformazione. Essa non è affatto santificata e nemmeno è fatta partecipe di alcun fronte interclassista. Il proletariato è l'unico strumento adatto, il becchino che seppellirà il capitalismo e tutte le classi. Il Capitale vive della forza del proletariato, del suo lavoro, non ne muore affatto: ma il limite del modo di produzione capitalistico è un limite oggettivo, e questo fatto non è modificato dalle rivendicazioni soggettive della somma degli operai, della massa proletaria, che sono sempre entro questo sistema. Il soggetto dell'uccisione del capitalismo non può essere quindi il proletariato, ma il "movimento reale" verso la società nuova, cioè il comunismo. Solo entro tale quadro la classe esprime l'elemento soggettivo, la volontà, attraverso il suo organo politico. Quest'ultimo, anticipatore della società futura, potrà dirigere il proletariato nella distruzione del presente proprio perché sarà il protagonista cosciente di quel fenomeno che abbiamo chiamato rovesciamento della prassi, antitesi pura rispetto alle precedenti organizzazioni "naturali".

La forma merce e quindi la forma valore diventano un assurdo storico nel momento in cui la loro base, cioè il lavoro salariato, perde sempre più terreno rispetto al "ciclo complessivo della produzione di ricchezza materiale". La critica pratica al capitalismo è nel capitalismo stesso: questo e non altro è evidenziato nella "critica dell'economia politica" di Marx; perciò la possibilità di far saltare il capitalismo sta nella dialettica della continua perdita di terreno della classe operaia rispetto al ciclo produttivo mentre ogni singolo operaio apporta sempre più plusvalore alla massa delle merci. L'operaismo attuale, invece, si fonda sulla crescente centralità del cosiddetto operaio-massa, una categoria del tutto nuova rispetto a quelle di Marx (operaio parziale e operaio collettivo), che sono scientifiche e non moral-filosofico-sociologiche. Mentre per Marx le condizioni essenziali che preparano la società nuova sono le già citate: 1) perdita d'importanza del lavoro vivo rispetto al lavoro morto, 2) crescita della sovrappopolazione relativa e 3) miseria relativa crescente, per l'operaismo diventa addirittura fondamentale l'ipotesi assurda che la storia proceda in senso inverso, cioè che il lavoro vivo possa dominare il lavoro morto, trarne alimento sostanziale invece di distruggere il sistema che lo genera.

Secondo la concezione operaista i partiti e le rivoluzioni "si fanno", mentre secondo le leggi scoperte da Marx, i modi di produzione "maturano" ("nuovi rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza…"; Marx, 1859), come maturano le condizioni per lotte rivoluzionarie nel corso delle quali i partiti si formano, si sviluppano e acquisiscono capacità di direzione ("…e allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale"; ibid.). Ogni processo rivoluzionario acuto si impone perché la vecchia società soffoca la forza produttiva sociale; nello stesso momento la società nuova preme per la "liberazione" di questa forza. In tal senso dev'essere precisato che partiti e rivoluzioni non "si fanno" bensì, con terminologia più aderente al materialismo storico, "si dirigono". È infatti la maturazione sociale che permette la loro esistenza e quindi il rovesciamento della determinazione naturale in volontà (che è sempre sinonimo di progetto o programma non dell'individuo ma del cervello sociale).

L'operaismo ha assunto nella storia diverse forme. Si va da quella proudhoniana e bakuninista che rifiutava la "politica", a quella del tutto politicantesca del bolscevismo degenerato (che chiameremo qui per comodità "stalinismo"), passando da forme ibride, come l'anarco-sindacalismo, il consigliarismo o l'ordinovismo, quest'ultimo fondato sul culto della fabbrica come centro di potere da strappare al borghese. Tutte queste forme si caratterizzano per essere antipartito. La prima fu combattuta da Marx ed Engels al tempo della Prima Internazionale; tutte le altre comparvero durante l'ascesa della rivoluzione in Europa nel primo quarto del '900 ed ebbero la loro critica definitiva nel corso della rivoluzione stessa (una notevole eccezione fu la breve esperienza del citato Partito Operaio Italiano).

In ogni caso l'operaismo, poggiando su una concezione rovesciata della funzione storica della classe e del partito, non ha mai potuto distaccarsi del tutto, nel corso della sua intera storia fino ad oggi, dalle categorie della forma sociale esistente, accettando di volta in volta, a vari gradi, il riformismo (anche quando mascherato da truculenti propositi di lotta), la democrazia, i fronti interclassisti, l'antifascismo resistenziale, il partigianesimo, insomma, ogni genere di deviazione, compreso il nazionalismo.

Antistalinismo stalinista

Intendiamo per "stalinismo" non la dottrina di una persona, ma l'attitudine politica e sociale indotta dalla controrivoluzione in Europa a partire dalla metà degli anni '20. È per noi evidente che vi sono notevoli invarianze tra lo stalinismo e le strutture ideologiche e politiche borghesi, come ve ne sono nel raffronto con gli altri "ismi" dei quali si è nutrita la politica corrente dell'ultimo secolo. Lo stalinismo fu il prodotto di materiali sconvolgimenti sociali, in Russia e fuori, che portarono il mondo intero ad adottare politiche totalitarie di intervento dello Stato nella vita dei cittadini per la conservazione della società capitalistica. E, se è idiota accomunare Stalin, Hitler e Mussolini sulla base del solo parametro della violenza di classe esplicita, è invece corretto individuare l'invariante della conservazione tramite l'indirizzo statale dell'economia e della società intera.

Da questo punto di vista l'insieme delle nazioni che furono spinte dalla crisi del modo di produzione capitalistico ad adottare l'ordinamento statalistico, e a togliere di mano ai "privati" l'economia e la politica, si allarga: a Russia, Germania e Italia, occorre aggiungere Giappone, Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Alla grande ondata di crisi degli anni '30, seguì la corsa ai ripari da parte della borghesia in tutto il mondo e il risultato fu la Seconda Guerra Mondiale. In tale contesto storico non è indifferente notare che i "fascismi" adottarono misure di politica economica per imbrigliare i flussi di plusvalore all'interno della società, molto prima che le politiche keynesiane venissero alla luce tentandone la sistemazione teoretica.

Tornando all'operaismo nostrano da cui eravamo partiti, in Italia, a cavallo del 1960, emersero correnti eterogenee di critica allo stalinismo. Venivano da ceppi del Partito Socialista in disfacimento e da elementi che, rifiutando l'indirizzo togliattiano del Partito Comunista, tentarono di superare l'evidente mistificazione "marxista" del fronte bipartitico al servizio della ragion di stato dell'Unione Sovietica. A indirizzare questo processo di ripensamento aveva influito in modo decisivo lo shock derivato dall'invasione dell'Ungheria nel 1956 e dalla bestiale repressione che colpì soprattutto la classe operaia. Ma non fu possibile, in piena controrivoluzione, evitare che "si disegnasse il nuovo su una passiva fotografia del vecchio".

La base ideologica fu un misto fra il lavoro svolto anni prima da Rodolfo Morandi nel PSI (nel 1958-61 venivano raccolte e pubblicate le sue Opere da Einaudi), l'eredità di Gramsci e una rilettura di Marx alla luce dell'industrializzazione moderna e del movimento di masse operaie dal Sud al Nord del paese. Al di là delle sue singole articolazioni, questa corrente informale si configurava come tentativo di superare la cloaca della politica da guerra fredda ma, nello stesso tempo, resuscitava le vecchie istanze ormai cadaveri, e cioè gli aspetti operaisti, anarco-sindacalisti, ordinovisti e addirittura proudhoniani della lotta di classe, dagli albori del movimento operaio all'avvento del fascismo. All'interno del PSI fu una reazione all'inesorabile marcia del partito verso le responsabilità di governo assunte poi nel 1963, reazione che consentì una sopravvivenza delle correnti di sinistra, destinate ad essere esigua minoranza e infine ad essere emarginate e costrette ad andarsene.

Il ritorno dell'operaismo fu dunque un riciclaggio di roba vecchia, anche se rivitalizzata in un contesto di ripresa della lotta di classe in fabbrica. Ormai gli scontri "sindacali" superavano per estensione, profondità e significato quelli provocati nella fase storica precedente dagli eventi "politici" di origine resistenziale o antiatlantica. Infatti le sparatorie contro i militanti del PCI da parte di banditi, come a Portella delle Ginestre, o contro le manifestazioni di popolo da parte della polizia scelbiana, avevano lasciato il posto ad un vero scontro di classe, ad una lotta sempre più generalizzata frutto della rapida espansione industriale. La proletarizzazione dei contadini, l'intensivo sfruttamento dovuto all'enorme accumulazione del dopoguerra e il movimento interno di grandi masse umane portarono non solo alla crescita numerica del proletariato, ma all'aumento del suo peso specifico nella società, e quindi anche alla inevitabile rottura del famigerato patto fra le classi per la ricostruzione postbellica .

Sembrava effettivamente che vi fosse una situazione di classe favorevole allo sviluppo di una critica marxista allo stalinismo, che i fatti si incaricassero di renderne evidente il tradimento; invece il peso della tradizione operaista ebbe il sopravvento e si presentò, tramite i pretesi critici, come rafforzamento dello stalinismo stesso attraverso una riproposizione "di sinistra" dei suoi invarianti storici. Giovani intellettuali, insofferenti di fronte al rullo compressore ideologico del PCI, che era ormai nient'altro che un'appendice italiana degli interessi imperialistici dell'URSS, senza più alcun legame con l'origine proletaria dell'Ottobre rosso, coltivarono l'illusione di poter "costruire" una nuova attività di classe, nuovi partiti e nuove possibilità rivoluzionarie. Non afferrarono che prima della "costruzione" sarebbe stato necessario impadronirsi delle armi critiche e soprattutto della forza necessarie per "demolire" ciò che nel frattempo la storia aveva saldamente impiantato entro la società esistente attraverso i partiti opportunisti. Alla fine degli anni '50, individui inquieti, ma incapaci di superare il guazzabuglio "marxista", risultato della controrivoluzione vincente, provocarono dunque senza volerlo le prime fratture all'interno del fronte elettorale PCI-PSI; la nascita dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia non fu concepita come taglio netto col passato ma come integrazione critica di ciò che già esisteva. Più tardi, gruppi come Il Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, quelli di derivazione "cinese", ecc., riproposero uno stalinismo senza varianti. Non a caso questo confuso movimento fu assai prodigo, al suo riflusso, nel fornire manodopera qualificata all'apparato sindacale corporativo, ai partiti tradizionali, alle università e all'intellettualità borghese in genere, specie quando si ruppero gli equilibri della cosiddetta prima repubblica e nacquero gli schieramenti attuali.

L'incapacità di scorgere una strada alternativa non derivava affatto da carenze soggettive. Anzi, intorno al 1960 i due partiti "di sinistra" pullulavano di giovani intellettuali svegli e preparati, disposti davvero ad andare "verso le masse", cioè ad andare a lavorare in fabbrica, proposito che più d'uno mise in pratica. Vi fu piuttosto l'impossibilità, da parte del movimento proletario industriale, di superare quella soglia critica oltre la quale si spezzano irreversibilmente i vecchi equilibri. Il movimento fu molto forte ma non abbastanza da imporre un repulisti generale, una drastica demolizione dell'ipoteca stalinista. Perciò non fu strano che, fra i militanti delle vecchie organizzazioni e le nuove leve scaturite dallo scontro di fabbrica, prendessero il sopravvento i primi, cioè quelli che aderivano meglio alla matrice che li aveva prodotti.

Nel 1968, in Italia, il Sessantotto aveva già dieci anni

Oggi molti giovani s'immaginano il Maggio francese come un lampo a ciel sereno e un punto di svolta storico, da cui partì la scintilla per il resto del mondo. Per chi ha vissuto quegli anni e ne ha fatto un bilancio critico le cose stanno un po' diversamente, come si potrebbe leggere anche nella gran quantità di saggi prodotti da quegli avvenimenti se solo si filtrassero i fatti rispetto alle costruzioni ideologiche. Comunque l'immaginazione non andò al potere, naturalmente, al contrario di come propugnavano gli studenti sui loro estetizzanti manifesti. Si scatenò invece nel trovare veste nuova alle rancide tesi politiche della pesante e realissima controrivoluzione. Il Sessantotto mondiale non fu affatto l'ultima frontiera dei tentativi rivoluzionari del '900, non fu un assalto al cielo in versione postmoderna e neppure una estensione delle istanze proletarie ad un'umanità proletarizzata: fu una manifestazione integrale della controrivoluzione che salvava sé stessa attraverso un blocco fra le mezze classi, il proletariato e il magma interclassista degli studenti. In quanto finzione di radicalismo sociale venato di lotta classista fu una gigantesca dimostrazione di impotenza politica dell'operaismo di fronte ad una vera sollevazione operaia, un'inferiorità palese di fronte al preteso avversario opportunista "ufficiale". E tutto questo si ripeterà con il movimento aclassista internazionale contro la globalizzazione, con le lotte del proletariato che inevitabilmente esploderanno e con la confusione che nascerà di nuovo quando al movimento operaio si accoderanno, tanto per cambiare, pretesi rappresentanti delle istanze proletarie. Finché non si salderà un organismo politico formale al gran partito storico che rappresenta il movimento reale verso la società futura.

Il retroterra del Sessantotto fu un grande, effettivo sconvolgimento sia dal punto di vista della quantità e qualità della produzione materiale, sia dal punto di vista delle ripercussioni sul proletariato e sulle non-classi (in presenza di milioni di studenti e insegnanti, è meglio parlare di non-classi piuttosto che di classi medie, sinonimo di piccola borghesia, tradizionalmente formata da bottegai e professionisti). A partire dalla ricostruzione postbellica la grande quantità di plusvalore disponibile nella società si era sposata con il boom demografico e l'emigrazione interna, per cui l'intera società aveva potuto permettersi lo sviluppo della scuola, delle amministrazioni pubbliche, delle infrastrutture e di una keynesiana e gigantesca burocrazia statale. Il tutto consentiva un ciclo capitalistico virtuoso di produzione e consumo che, tra leggi fiscali (Vanoni), lavori pubblici (Fanfani), industria statale (IRI) e connivenza sindacale (la Triplice) serviva ad utilizzare il gran flusso di valore totale (salario più plusvalore) per l'accumulazione accelerata. Con questi ingredienti fu cucinato il "miracolo economico" e l'Italia fu il paese, fra gli sconfitti della Guerra Mondiale, che più recuperò terreno rispetto all'arretratezza industriale precedente, grazie alla struttura ereditata dal fascismo che permise di fertilizzare al meglio il capitale pletorico americano.

Si dimostrava dunque adeguata in modo del tutto "naturale" la politica della borghesia filoamericana. Fu invece del tutto fuori luogo quella degli oppositori stalinisti filosovietici. Era inevitabile che si inneggiasse al capitalismo "dimostrando" l'errore di Marx sulla miseria crescente: la classe operaia aveva ora la Seicento, la lavatrice e la casa Fanfani. Era altrettanto inevitabile che vi fosse chi, animato dalla critica allo stalinismo divenuto solo uno spauracchio per la borghesia atlantica, vedeva nell'enorme sfruttamento un segno di potenzialità per la lotta di classe. Il proposito di strappare il giovane proletariato italiano dalle grinfie dei seguaci di Baffone fu una conseguenza logica. C'era un potenziale enorme, che si mostrò come tangibile energia cinetica nelle fabbriche e soprattutto sulle piazze; ma evidentemente non fu sufficiente a produrre un salto qualitativo. Così il proletariato si trovò per alcuni anni nella terribile situazione di avere una guida che non sentiva più "sua", ma di non avere un'alternativa: rifiutava la guida delle organizzazioni tradizionali, che riteneva insufficiente, ma non riusciva a suscitarne una nuova, dato che nessuna delle organizzazioni sedicenti alternative era all'altezza. D'altra parte fu impossibile la saldatura con la tradizione della Sinistra Comunista "italiana", di cui sopravviveva un nucleo troppo esiguo per poter avere voce in capitolo (anche se in alcuni casi isolati ebbe più seguito di quello millantato dagli operaisti). Con questo dato di fatto, la situazione, per quanto apparentemente vicina al collasso del sistema, non si poteva assolutamente definire rivoluzionaria.

Tra il 1958 e il 1961, dunque, intorno ai giovani dirigenti del PSI che scalpitavano, si aggregarono entusiasticamente giovanissimi militanti e altri elementi intellettuali non iscritti al partito. Si formò un gruppo che ben presto divenne una corrente definita, con un programma abbastanza omogeneo, nonostante i protagonisti ritenessero di rappresentare notevoli differenze. Nel luglio del 1960 c'era stata una sollevazione proletaria – con dieci ammazzati sulle piazze dalla polizia – apparentemente contro un governo appoggiato dagli ex fascisti, in realtà per ragioni di insofferenza sociale a causa della situazione di altissimo sfruttamento e delle generali condizioni di vita. I giovani proletari "con la maglietta a strisce" (abbigliamento di poco prezzo immortalato nelle foto e nelle cronache di allora) anticipavano gli operai "teppisti" della FIAT che nel '62 avrebbero dato uno scossone tremendo al patto interclassista con la battaglia di Piazza Statuto a Torino.

La sollevazione del '60 ebbe il suo fulcro a Genova, dove l'annuncio di un congresso neofascista aveva prodotto una convergenza politica fra i giovani proletari, i vecchi operai partigiani e le sinistre del PCI e del PSI. Essa rappresentò la prova di persistente antifascismo democratico, ma anche il raggiungimento di una soglia critica di sopportabilità sociale. Una terra di confine fra autentiche potenzialità rivoluzionarie favorevoli a un superamento della politica stalinista e una saldatura fra l'ultima generazione proletaria e lo stalinismo resistenziale ed elettoralesco. A Torino, durante una manifestazione contro le brutalità della polizia genovese, folti gruppi di giovani operai tentarono di attaccare le caserme, ma furono bloccati da un imponente servizio d'ordine della CGIL. A Genova, senza che alcuna manifestazione fosse indetta, ripresero violentissimi gli scontri. Come dimostrarono successivamente le estese lotte prettamente operaie, era autentica l'aspettativa di cambiamento, ma le premesse teoriche risultate alla fine vincenti non riuscirono ad andare oltre al vecchio materiale stalinista riciclato. Marx, Engels, Lenin, Gramsci, la Luxemburg e più tardi Mao, tutti furono riletti nell'ottica di una specie di riformismo rivoluzionario che attivò case editrici e tipografie nella stampa di milioni di volumi, spesso raffazzonati alla bell'e meglio dietro lo stimolo del mercato.

Per l'operaismo risorgente il perno della società e della lotta era la fabbrica come sorgente del valore e quindi del potere capitalistico; l'attacco alla classe operaia veniva sferrato attraverso la ristrutturazione della produzione per estrarre più plusvalore relativo; la risposta doveva essere perciò l'appropriazione di un'autonomia di classe a partire dal processo di produzione. Quando nacquero i Quaderni Rossi, Raniero Panzieri, che ne fu il principale fautore, sosteneva che la loro funzione dovesse essere quella di affiancare i partiti e i sindacati esistenti, che avevano recepito le spinte del proletariato e avevano risposto in modo "largamente positivo" anche se in un processo "complicato di reciproca comunicazione" (Siena, marzo 1962). Anche il giovane gruppo dirigente del PSI torinese aveva contatti con i Quaderni Rossi per ragioni "politiche". Esso sperava di ricavarne una benefica pressione all'interno del partito per salvare le sorti della corrente di sinistra, assai compromesse dall'avanzata dei cosiddetti autonomisti di Nenni che da anni volevano farla finita con il fronte PCI-PSI (il gruppo aderì quasi al completo alla scissione che diede vita al PSIUP nel '64). Un indice della crisi che si tentava di superare era l'enorme calo degli iscritti: il PSI li aveva visti dimezzarsi ed era quasi scomparsa la Federazione Giovanile, mentre il PCI aveva perso quasi un milione di tessere dal suo massimo storico del '47 (2.300.000). A Torino e Milano il calo era stato, rispettivamente, del 70 e del 65%. La FIOM alla FIAT era stata decimata, e non solo dal clima di terrore che vi si era instaurato: nel 1949 aveva 37.500 iscritti su 42.000 dipendenti; nel 1967 ne aveva poco più di 1.000 su circa 80.000.

Liberazione del lavoro, nel lavoro o dal lavoro?

Non stupisce quindi che il nucleo originario dell'operaismo italiano recente si autorappresentasse come una specie di "intellettualità proletaria", alla Gramsci (ma di intellettuali proletari non ve n'era neppure l'ombra, c'erano solo intellettuali-intellettuali), con funzioni di guida salvifica nei confronti di una situazione disastrosa, mentre studenti e operai man mano reclutati, specie quelli del Nord industriale, venivano indirizzati al lavoro verso le fabbriche, a partire dalle "inchieste operaie". Di queste ultime ne vennero dalla FIAT, dalle fabbriche milanesi e dalla Olivetti; esperienze che a malapena oggi si ricordano, ma che risaltano nelle storie dell'operaismo come uno dei suoi miti fondanti.

La grande attività extrapartito ebbe un effetto pratico limitato, cioè non portò militanti né al nuovo gruppo né ai partiti né ai sindacati, ma servì certamente a rafforzare coloro che insistevano sul baratro – reale – che separava gli apparati politici e sindacali dalle esigenze dei proletari e si davano da fare per colmarlo. Che questo baratro esistesse era reso evidente anche dall'atmosfera che si veniva a creare in margine alle prime riunioni degli operaisti, dove i promotori s'intrattenevano amabilmente con gli "invitati", mentre i pochi operai si raggruppavano silenziosi in un angolo. Significativa fu una delle prime riunioni del genere, sulla Olivetti, organizzata a Ivrea dalla sinistra del PSI nel 1961 e presentata da Foa, dove due operai intervennero rivendicando l'estensione delle lotte e non la loro specificità di azienda, demolendo in pochi minuti il mito gramsciano che la fabbrica sia una unità economica e sociale a sé stante e che l'operaio debba plasmare la sua attività politica su di essa, vero esistenzialismo operaista.

Si era di fronte a una situazione che di fatto non permetteva alcun lavoro complementare: mentre l'ufficialità del fronte PSI-PCI insisteva ancora su pretesi residui di feudalesimo nel Sud e su di un'arretratezza generale del sistema italiano, era cresciuta una numerosa e forte classe operaia all'interno di fabbriche modernissime, tanto da portare la produzione al livello dei maggiori paesi industriali europei. Il riemergente operaismo, cercando confusamente di ritornare ai fondamenti della produzione moderna di plusvalore, toccava nervi certamente sensibili della classe e non poteva che scontrarsi con la vecchia incrostazione togliattiana. Ma lo fece ergendosi su basi che all'epoca erano già logore da quarant'anni, per cui fu prima neutralizzato e poi assorbito.

Mentre i proletari si accingevano ad uscire dalla fabbrica per appropriarsi della piazza in uno scontro sindacale che, generalizzato, diventava politico, gli operaisti, partendo da una concezione politica, riportavano la fabbrica al centro dell'azione per una nuova versione dell'egemonia operaia sindacal-ordinovista.

Mentre i proletari manifestavano la loro rabbia per una vita di sopralavoro e urlavano il loro odio profondo per una fabbrica-galera che si sostituiva a tutto, gli operaisti non riuscivano nemmeno a rivendicare il libello di Lafargue sull'odio al lavoro mercificato, sulla prospettiva di una sua progressiva eliminazione. In un'epoca in cui si lavorava da 49 (Olivetti) a 52 (FIAT) ore alla settimana su sei giorni, gli operaisti non riuscirono neppure a riprendere la parola d'ordine del vecchio socialismo sulla liberazione del lavoro, che già si opponeva a quella marxista sulla liberazione dal lavoro: bacati da quella malattia tutta torinese che fu il gramscismo, continuarono a vagheggiare una liberazione nel lavoro. Così, miracolosamente, la mostruosa FIAT non fu più un penitenziario kafkiano e orwelliano da eliminare dalla società, ma un modello, una fucina non della classe in quanto potente distruttrice di vecchi rapporti sociali, forza della natura che critica sé stessa, ma dell'esercito di bravi operai istruiti, "dotati" di coscienza di classe, costruttori consapevoli di un ordine nuovo.

Con queste premesse, mentre in Francia il '68 fu un'esplosione di creatività piccolo borghese proudhoniana anarcoide, che si manifestò anche attraverso un'estetica particolare (bisogna anche tenere d'occhio le sovrastrutture estetiche per capire ciò che cova sotto di esse), in Italia un processo molto più lungo e complesso servì a salvare e a rivitalizzare tutto ciò che il periodo rivoluzionario seguito alla Prima Guerra Mondiale aveva già criticato: dal luxemburghismo alle concezioni sociologiche della rivoluzione, dall'anarco-sindacalismo all'antifascismo democratico, dallo spontaneismo dello sciopero selvaggio all'organizzazione cellulare sul posto di lavoro nella classica scia della bolscevizzazione forzata dei partiti europei negli anni '20. Non c'è da stupirsi se l'estetica che ne derivò fu un misto fra quella della Repubblica di Weimar e quella dell'eroico operaio resistenzial-patriottico immortalato dallo stalinismo.

Protagonismo delle non-classi, freno sociale

Questa fu la matrice da cui nacquero per successiva clonazione e mutazione tutti i gruppi che, per circa vent'anni, si sarebbero mossi sulla scena storica italiana. Questo è il terreno su cui, inevitabilmente, crescerà di nuovo la pianta operaista finché le nuove generazioni non riusciranno a capire che da un secolo si vanno riciclando di continuo vecchie solfe revisionistiche di destra e di sinistra, a parte la breve parentesi rivoluzionaria che va dal 1917 alla degenerazione dell'Internazionale.

Le cifre che nel 1964-65 fecero parlare di congiuntura economica sfavorevole, oggi sarebbero considerate come un'accettabile prestazione del sistema: il prodotto lordo crebbe in termini reali del 2,5% e la produzione industriale del 2% circa in ognuno dei due anni (con un dato negativo solo nei sei mesi centrali del '64). Ma erano cifre basse rispetto al passato e, negli anni successivi, risultò evidente che il boom era finito e che la curva della crescita aveva raggiunto un punto di "flesso", cioè era passata da incrementi esponenziali a incrementi decrescenti anno su anno.

Quando scoppia una crisi acuta e catastrofica ne soffrono tutte le classi, ovviamente in proporzione al reddito e soprattutto alle riserve economiche. Ma la crisi a metà degli anni '60 non era una catastrofe provocata dall'abbassamento dei parametri economici: era una "congiuntura economica sfavorevole", come giustamente fu chiamata, cioè solo un rallentamento della crescita, e quindi gli effetti furono diversi. La borghesia ebbe semplicemente meno profitto, mentre il proletariato si trovava ancora in ascesa e si apprestava a presentare il conto per l'intensivo sfruttamento che aveva reso possibile il "miracolo economico". Chi era veramente toccato dalla congiuntura sfavorevole erano le mezze classi e le non-classi, che notoriamente vivono di plusvalore altrui.

Il fenomeno era internazionale e riguardava tutti i paesi industrializzati, ma in Italia il processo era stato particolarmente rapido e intenso, perciò provocò reazioni più vistose. Mentre contadini e braccianti diventavano proletari di fabbrica, molte figure della vecchia società scomparivano, sostituite da uno strato sociale intermedio che non poteva definirsi né piccola borghesia né proletariato e che andava a fornire servizi vendibili e non. Nel 1963 il "reddito" inerente alla pubblica amministrazione era salito di un eccezionale 23% sull'anno precedente e nel 1964 ancora del 13%, raggiungendo il 10% dell'intero Reddito Nazionale. Su una popolazione di 50,7 milioni, nel 1964 lavoravano 19,5 milioni di persone di cui 7,9 nell'industria e artigianato, 4,9 nell'agricoltura e 6,7 nei servizi privati e pubblici. Rispetto al 1959 vi era stato un trasferimento di due milioni di occupati dall'agricoltura all'industria e servizi, mentre mezzo milione era passato dall'industria ai servizi. Ma il dato forse più significativo è che, mentre la popolazione totale saliva in cinque anni da 47,9 milioni a 50,7, gli occupati scendevano da 20,1 a 19,5, cioè passavano dal 42% sul totale al 38%. Siccome erano cresciuti i lavoratori autonomi e non era cresciuta la produttività degli addetti ai servizi e dell'amministrazione pubblica, quella diminuzione di occupati andava attribuita tutta all'aumento enorme del plusvalore relativo estratto dai lavoratori produttivi e ripartito sul resto della società. Proprio mentre si inneggiava alla "sconfitta" ideologica di Marx, la realtà confermava la più possente delle sue previsioni, quella sulla miseria relativa crescente.

Da una parte questa notevole variazione in un solo triennio spiega le istanze proletarie a livello sindacale e l'esplosione operaia del 1962, dall'altra, con la crisi in corso, si spiegano le "rivendicazioni" della fascia sociale intermedia che, si disse, correva il rischio di proletarizzazione. Più che di un rischio si trattava di una prospettiva certa: il proletariato aveva sopportato sulle proprie spalle tutto il peso della ricostruzione e del boom economico, mentre le altre classi ne avevano beneficiato; ora, a partire dal 1962 fino al cosiddetto autunno caldo del 1969, esso era riuscito a strappare con importanti lotte dei risultati notevoli sia dal punto di vista retributivo che normativo. Con la crisi, la scarsità di plusvalore "liberato nella società" rendeva necessario l'esclusivo indirizzo di plusvalore sulla produzione, lasciando a secco i cosiddetti ceti medi. I quali risposero, nel volgere di qualche anno, nell'unico modo che sanno: producendo teorie e movimenti politici ad hoc – come nota il solito Marx a proposito di Proudhon e seguaci – e parlando di sé stessi fingendo di parlare del proletariato e al proletariato.

La teoria e l'azione sessantottesca delle non-classi furono protagoniste di quegli anni, si piazzarono in parallelo alla lotta del proletariato senza mai incontrarla realmente e infine rappresentarono un potente freno sociale. Aiutarono il sistema capitalistico a neutralizzare la radicalizzazione che si stava imponendo in modo serio e preoccupante (per la borghesia e per i partiti tradizionali) e furono adoperate dai sindacati, che presero al volo l'occasione assemblearista per rivitalizzarsi attraverso i consigli di fabbrica. Questi ultimi sostituirono definitivamente quei vecchi parlamentini che erano diventate le commissioni interne. Più tardi il sessantottismo, nella sua forma partigianesca armata, fu spudoratamente utilizzato dallo Stato per blindarsi ulteriormente, così come fu utilizzato dai partiti ex proletari per inserirsi ancora di più nel sistema di autodifesa del capitalismo.

Movimentismo risorgente, tenace e resistenziale

Nel maggio del 1968 comparve sull'organo del Partito Comunista Internazionale l'ultimo articolo scritto da Bordiga: Nota elementare sugli studenti e il marxismo. Suscitò qualche polemica, un po' perché era circoscritto alla "questione studentesca", mentre molti si aspettavano un'analisi più estesa, ma soprattutto deluse gli attivisti perché non dava alcuna importanza al movimento del '68. Non si accettò il fatto che fosse stato scritto proprio per spiegare che quel movimento, appunto, era solo una prova della raggiunta putrescenza sociale, altro che esplosione rivoluzionaria. Succede che, nella storia, alla classe operaia in movimento si accodino frange di altre classi, ma non era quella l'epoca storica adatta. Gli studenti in quanto tali – e l'articolo fu anticipatore, visti i fatti successivi – non possono che adottare schemi ideologici presi a prestito dalla classe dominante, come dimostrano le vicende storiche. Essi non fanno parte di una specifica classe ma rappresentano un insieme che è frutto della sovrapposizione di tutte le classi, e quindi non possono esprimere un indirizzo unitario, solo tesi imbastardite. Singoli elementi possono essere influenzati da una classe o dall'altra e attingervi: ma l'insieme non può che esprimere una media sociale, il minestrone ideologico delle classi medie, appunto.

Nel filone originario dell'operaismo, Resistenza e antifascismo non erano presi in considerazione che di sfuggita. L'intera serie dei Quaderni Rossi era dedicata totalmente alla condizione operaia, alla fabbrica, alle lotte immediate e al loro legame con quella per il socialismo. Invece il tema era assai presente, insieme a quello terzomondista, in altre riviste, come per esempio i Quaderni Piacentini. Quando l'operaismo divenne movimento, il filone culturalista di questo tipo ebbe il sopravvento. Il peso del gruppo originario si dimostrò insignificante di fronte a quello delle non-classi: democrazia, antifascismo, Resistenza e antimperialismo terzomondista assunsero una predominanza schiacciante. Fu inevitabile, perché i movimenti interclassisti, qualunque cosa dicano di sé stessi, sono alla base sia dei fenomeni fascisti che di quelli frontisti: nel '68 e dintorni, il tema dominante fu quello della vera democrazia, quella definita proletaria. E siccome erano ancora attivi simulacri di fascismo in camicia nera, scoppiarono un po' ovunque scontri squadristici, che in certi casi diventarono un fine in sé. Scrive per esempio Erri De Luca nell'introduzione a un tremendo libretto di ex movimentisti esuli in Francia:

"È scritto che i gruppi, Lotta Continua e affini, finirono il loro ciclo politico nel '73. Posso dire che Lotta Continua a Roma comincia solo in quell'anno la sua crescita e che negli anni successivi diventa insopportabilmente vasta e molteplice per le spalle di chi ne aveva cura e responsabilità. E nervo di questo accrescimento fu l'antifascismo […]. Sta il fatto che i giovani a Roma, proprio dal '73 in poi, andavano con Lotta Continua perché faceva qualcosa contro i fascisti e mi trovavo un servizio d'ordine con centinaia, svariate centinaia, di giovani disposti a battersi e non in ordine sparso, ma seguendo linea e disciplina" (Il nemico inconfessabile).

Molto prima del '73, prima ancora del '68, si erano formati gruppi di "nuova Resistenza" e negli spettacoli come negli incontri conviviali si cantavano vecchie canzoni partigiane e nuove ballate antifasciste, mentre a rimorchio della politica sovietica prendeva piede l'antiamericanismo, con una bella incongruenza, visto che proprio la Resistenza fu alleanza con gli Stati Uniti liberatori contro l'Asse nazifascista oppressore. Una "Associazione Giovanile Nuova Resistenza" nacque nel 1962, dagli stessi ambienti della sinistra PSI da cui era nato l'operaismo italiano, forte specialmente a Torino, con ramificazioni in Piemonte. Lungo gli anni il termine "nuova Resistenza" ricorre spessissimo anche se, naturalmente e senza contraddizione, in contesti che vanno dalla democrazia riformista parlamentare ai gruppi ormai pletorici come Lotta Continua, arrivando ai gruppi armati.

L'ideologia e l'atteggiamento resistenziale furono alla base di quest'ultima variante del movimentismo dell'epoca. Organizziamo la nuova Resistenza era intitolato un numero unico di Sinistra proletaria, pubblicato dai futuri fondatori delle Brigate Rosse in cui si recitava:

"È giunto il momento di radicare nelle masse proletarie in lotta il principio che non si ha potere politico se non si ha potere militare, per educare attraverso l’azione partigiana la sinistra proletaria e rivoluzionaria alla resistenza, alla lotta armata".

E, pubblicamente, essi scrissero in un loro documento dopo un convegno tenuto a Chiavari nel 1969:

"Compagni, non è con le armi della critica e della chiarificazione che si intacca la corazza del potere capitalistico. Questi anni di lotta proletaria hanno finalmente maturato un fatto nuovo ed un fiore è sbocciato: la lotta violenta e organizzata dei nuovi partigiani contro il potere, i suoi strumenti e i suoi servi. Da Milano a Roma, da Trento al Sud, le poderose e incessanti lotte proletarie hanno trovato uno sbocco nelle azioni offensive dei primi nuclei proletari della nuova Resistenza".

Questi "contenuti" aprirono la strada al periodico dello stesso gruppo che s'intitolò decisamente Nuova Resistenza, uscito la prima volta il 25 aprile del 1971 in Lombardia. Nuova Resistenza fu il motto dell'Autonomia francese negli anni '70 e a una nuova Resistenza inneggiano invariabilmente tutti i gruppi che sfilano nelle manifestazioni "di sinistra", specie da quando esiste il partito berlusconiano. Gli invarianti sono facili da individuare e sono riassunti dalla frase: "È giunto il momento di radicare nelle masse in lotta…" (sottolineatura nostra), ovvero dalla valutazione che i tempi sono maturi per applicare ciò che il particolare gruppo "vuole" come programma. Evidentemente si ritiene superato il processo materiale che porta alla costituzione di organismi politici immediati come furono i soviet, alla formazione e sviluppo del partito, all'utilizzo della forza e alla distruzione dello Stato; non si pensa che tutto ciò può essere solo frutto della radicalizzazione delle masse e lo si sostituisce con immagini platoniche nate dalla mente da radicare, che è come dire piantare e far attecchire.

Il movimento operaio, sempre possente anche quando fatto muovere per ragioni di salvaguardia del capitalismo, non si accorge neppure dell'esistenza di questi formicolii "privati", ma chi è affetto dall'individualistica e volontaristica malattia s'intestardisce nel voler radicare nelle masse le sue particolari elucubrazioni (o quelle di un gruppetto, fa lo stesso).

Rodomontate goliardiche – si potrebbe dire, specie col senno di poi – finite in tragedia. Ma la tragedia non è che qualche individuo sia andato fuori di testa, e qualcuno sia giunto a teorizzare sparatorie: questo è normale in una società immersa nell'angoscia. La tragedia consiste nel ciclico rigurgito di "radicatori nelle masse" di slogan pseudorivoluzionari, questo mostruoso lascito dello stalinismo. E siccome si tratta di un fatto storico, esso viene a galla indipendentemente dall'esistenza di qualche gruppetto che lo preservi nel tempo. Risorge con pestifera regolarità dalle viscere della controrivoluzione e non ha antidoti se non nella rivoluzione che avanza.

La differenza fra gli studenti dell'inizio '900 e quelli di adesso sta solo nel cambio di bersaglio, dalla sottana nera del prete alla camicia nera del fascista (o il doppiopetto del borghese); e quando il fascista in camicia nera è estinto, così come si è estinto il "padrone" alla vecchia maniera, li si immagina per esempio nella figura caramellosa di un Berlusconi. Non c'è limite alla fantasia di un democratico quando deve trovarsi sia un nemico che un alleato, come dimostrò proprio il Sessantotto: i suoi protagonisti non giunsero mai all'altezza degli insegnamenti di Marx, il quale aveva analizzato la dominazione impersonale del Capitale, ma ebbero sempre bisogno di oggettivare il nemico nella fabbrica, o addirittura nelle persone ("fascisti, borghesi, ancora pochi mesi"), mostrando di credere veramente che tutto si risolverebbe togliendo di mezzo degli inutili battilocchi.

Così, dice Bordiga nella Nota elementare, l'inganno delle classi fantasma non muta nel corso della storia, ed è sempre lo stesso: lavorare per gettare ponti sulle barriere che separano le classi irriducibilmente avversarie, dato che non manca mai un borghese progressista con cui fare fronte contro il cattivissimo fascista. Le non-classi possono essere solo ruffiane mediatrici fra le grandi classi, nascondendo la realtà dell'ineliminabile antagonismo che le separa. Così è stato, nonostante il linguaggio roboante e truculento. E così sarà ancora.

Prodromi dell'esplosione sociale

Lo Stato aveva fatto il pieno di impiegati e funzionari, le scuole traboccavano di studenti e insegnanti, gli asili erano al colmo per il baby-boom e le grandi città stavano raddoppiando o triplicando i propri abitanti. In parallelo crescevano sia la forza numerica e contrattuale del proletariato che quella di ricatto delle non-classi, che volevano la loro parte di plusvalore. Il cocktail fu micidiale per la classe operaia. Mentre le cifre viste più sopra mostrano che si stava formando una sovrappopolazione relativa dovuta all'aumento della produttività industriale, cresceva l'occupazione nei settori non produttivi proprio grazie alla maggiore disponibilità sociale di plusvalore. Vi furono anche esempi di keynesismo industriale del tutto improduttivo, come il quarto centro siderurgico a ciclo completo di Taranto e la fabbrica di automobili Alfasud di Pomigliano d'Arco, costruiti a metà degli anni '60 con plusvalore prodotto altrove e senza la prospettiva di produrne a loro volta per dar vita a un'accumulazione locale (un quinto polo siderurgico doveva sorgere a Gioia Tauro). È chiaro che, in un sistema in cui gli impianti non raggiungono il pieno utilizzo neppure in tempi di boom, una fabbrica nuova impiantata a puri scopi di "redistribuzione del reddito" non farà altro che accaparrarsi una parte della produzione di plusvalore esistente altrove. In tal modo non si produce nuovo valore: non si fa che utilizzare quello esistente per pagare sia i proletarizzati improduttivi che le mezze classi e le non-classi. Queste ultime furono effettivamente gonfiate a dismisura dalla politica sociale democristiana, varata sia come sistema di garanzia elettoralesca che come ammortizzatore sociale.

La classe produttiva aveva dunque ogni motivo per iniziare a ribellarsi e persino PCI e CGIL dell'epoca iniziarono una campagna contro quella che, invece di essere una politica di distribuzione del reddito, come recitano i manuali, era, vedi un po', una politica per mantenere bassi i salari. Ma, nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno, dal punto di vista del proletariato, della massima coesione, decisione e indirizzo univoco e totalitario, dal movimento studentesco e anche da quello operaista si affermò, sull'onda del movimento nato qualche anno prima nei campus universitari degli Stati Uniti, l'istanza antiautoritaria.

Il Sessantotto internazionale, sebbene con qualche forzatura, viene fatto risalire ai primi movimenti di "rifiuto" dell'american way of life, intorno al 1962. In Europa l'eco arrivò un paio d'anni dopo, in Italia per ultima. Se prendiamo a caso un documento di quel periodo (redatto da Onda Verde, un gruppo che si rifaceva all'Underground americano) vi leggiamo la traduzione di quella crisi esistenziale che già aveva messo in fermento gli universitari americani:

"Non ci vanno le autorità, la famiglia, la repressione sessuale, l'economia dei consumi, la guerra e gli eserciti, i preti, i poliziotti, i culturali, i pedagoghi e demagoghi. Noi vogliamo cambiare subito e con urgenza le situazioni in cui ci troviamo. La vecchia generazione, che detiene o sostiene o subisce il controllo sociale e la repressione, deve morire prima di noi".

Fece scalpore l'attacco virulento e la repressione poliziesca contro alcuni ragazzi che avevano pubblicato un giornaletto di scuola (La Zanzara), da cui merita segnalare la tremenda risposta di una studentessa sedicenne durante un'intervista: per vivere casa, lavoro e famiglia come fanno i miei, piuttosto mi ammazzo. In aria c'erano cose del genere, che avrebbero richiesto una seria riflessione sul come si fa a superare una società che prospetta ai giovani una vita da suicidio. Non c'era ancora stato l'incontro con il "marxismo" degli operaisti fabbrichisti il quale, di lì a poco, avrebbe solo ripescato vecchi luoghi comuni, senza neppure riuscire a cogliere l'enorme spinta sociale al cambiamento, le cui prospettive erano annichilite dalle ingannevoli parole d'ordine dell'opportunismo. L'estremismo parolaio riuscì a spegnere nel ridicolo conformismo "marxista" l'autentico senso di inquietudine che attanagliava i giovani di fronte al futuro.

Dapprima operaisti, studenti e operai si trovarono come ai vertici di un triangolo; ma nient'affatto uniti dai tre lati, bensì separati da altrettanti abissi. All'inizio gli operaisti trovarono riscontro unicamente nel proprio ambiente intellettuale, gli studenti nella scuola e gli operai nella fabbrica. Ma furono solo gli operai a prendere l'iniziativa di rompere l'isolamento e a invadere uno spazio "esterno" rispetto a quello in cui era racchiusa la loro vita. Gli altri si accodarono e sfasciarono tutto, i dannati. Se operaisti e studenti non avessero gettato il fatidico ponte fra le classi ricordato nella Nota elementare, in nessuna fabbrica avrebbero mai attecchito ideologie contadino-bottegaie come quella dello sciopero a singhiozzo, a scacchiera, a gatto selvaggio nel proprio campicello… pardon reparto. Così, mentre gli operai esaltavano la loro condizione collettiva, quella partecipazione globale al general intellect "marxiano" che piaceva tanto ai primi operaisti, questi, in assoluto contrasto con l'evidenza di scioperi durissimi e reiterati, predicavano l'atomizzazione delle lotte. Nessuno poté mai, senza far ridere i polli, portare in fabbrica gli slogan scaturiti dalla mente isterica del piccolo borghese insoddisfatto del tipo: "Siate realisti chiedete l'impossibile". Nessun operaio, educato alla dura scuola del dispotismo di fabbrica, sopportò mai parole d’ordine come "l’immaginazione al potere".

L'immaginazione dovette travestirsi, come ad esempio in questo fantasioso programma enunciato da Tronti: "Organizzazione del proletariato come classe antagonista; autogoverno politico della classe operaia dentro il sistema economico del capitalismo. Se ha un senso 'dualismo di poteri', questo deve essere" (La fabbrica e la società, 1962). Il dualismo ovviamente andava preteso subito. Di un duro lavoro per il futuro, quando si presenterà un organico congiungersi delle determinazioni e della volontà tramite il partito, neanche parlarne. La leniniana "settimana che non deve passare", in cui la storia assume un andamento catastrofico e l'umanità si trova di fronte a una biforcazione, diventa autogoverno dentro il sistema capitalistico. Organizzazione, autogoverno e dualismo "si devono creare" da parte di chi, assumendo per un attimo le prerogative del padreterno, vorrebbe calare all'interno del processo produttivo un universo a parte. "La macchina dello Stato borghese va spezzata oggi dentro la fabbrica capitalistica" (ibid.). Mere frasi che non volevano dire niente di niente, ma non c'è limite, appunto, all'immaginazione. Erano meglio i vecchi operai stalinisti che aspettavano Baffone o i giovani immigrati pieni di rabbia. Erano meglio persino i figli dei fiori, che almeno si facevano i fatti loro.

Stupidaggini come quelle sopraccennate furono prodotte in quantità industriale. Non sarebbero mai potute circolare nelle fabbriche se non fossero state travestite col linguaggio dei vari marxismi. Senza l'operaismo il Sessantotto sarebbe rimasto un reperto della memoria alla pari delle foto dei fiori nei fucili, i manifesti degli studenti di architettura, le frasi sul libero amore e le decorative barricate di Parigi (le barricate! Come se si fosse nel 1848! Alla faccia della fantasia!). Invece viene ancora spacciato per l’anno della grande rivoluzione che avrebbe potuto sovvertire ogni aspetto della vita sociale nelle metropoli occidentali. Fantasticando che dalle scuole e dalle fabbriche un "movimento antagonista" si fosse sviluppato fino a diventare davvero un fermento universale capace di trasformare tutti i rapporti del passato. Che la contestazione avesse fatto davvero pulizia del passato e potessero quindi essere ribaltati davvero scuola, famiglia, sesso, autorità, cultura, fabbrica, ecc. Il Sessantotto vive come un mito impresso nell'immaginario collettivo, genuino prodotto della società dello spettacolo.

Il Sessantotto italiano nel contesto internazionale

In Francia, a partire dal 14 maggio 1968, sull'onda del fermento sociale, scese in lotta il proletariato, rompendo finalmente l'ingabbiamento di fabbrica con un possente sciopero spontaneo che coinvolse in pochi giorni tutti i settori produttivi. Nove milioni di operai paralizzarono il paese per quindici giorni di seguito. Ma non fu a causa del cordone sanitario subito eretto da sindacati e partiti che venne a mancare la saldatura col movimento studentesco: fu per incompatibilità dei fini, dei mezzi e della sovrastruttura ideologica, dato che nessuno, in tutti i mesi di agitazione sociale, aveva mai detto qualcosa di più di un Mendès-France, che proponeva di superare la routine parlamentaristica con forme di autogestione. Persino il generale De Gaulle, che da ex resistente adesso si sentiva chiamare fascista, ammetteva che una qualche forma di partecipazione industriale fosse possibile, venendo sul terreno del sindacalismo superintegrato tedesco con le sue pratiche di Mitbestimmung (co-determinazione) che sono poi l'unica variante possibile dell'operaista autodeterminazione, con buona pace delle fantasie egemoniche gramsciane. Per gente che stava strillando nelle piazze parole d'ordine sulle fabbriche agli operai, le terre ai contadini, le scuole agli studenti e persino… il calcio ai calciatori, le avances del potere costituito avrebbero dovuto rappresentare materiale su cui riflettere. Invece tutto venne digerito attraverso il conformismo luogocomunista. Il famoso – o famigerato – Sessantotto di stampo francese passò come una febbre acuta, lo sbalzo sintomatico di una malattia cronica del capitalismo, segno evidente che le terapie avevano dei limiti. La storia aveva provato a rendere visibile l'alternativa: o si partecipava alla terapia o si ammazzava l'osceno zombie per lasciar nascere una società nuova. Tutto ruotò intorno all'accanimento terapeutico e, quando De Gaulle batté il pugno: Non disturbate le elezioni, la risposta fu all'altezza, originalissima: Più democrazia!

In Italia ci fu un ventennale Sessantotto, ma quello francesizzante durò solo un po' di più che in Francia. Passò senza che nessuno potesse raccogliere coerentemente evidenze storiche importanti come l'insopportabilità manifestata dai giovani nei confronti del "sistema" omologante denunciato da Marcuse e come l'estrema combattività del proletariato contro il Capitale. Precisamente incominciò nel febbraio del 1967 con l'occupazione delle 11 università più importanti. Nell'autunno, mentre in Bolivia veniva assassinato Che Guevara (ottobre), a Milano e Torino venivano rioccupate le università con più accanimento di prima. In particolare a Torino, nella sede delle facoltà umanistiche di Palazzo Campana, occupata tre volte in un anno, si applicò e venne teorizzata per la prima volta la democrazia assembleare diretta, "partecipativa" (Cfr. Bobbio, 1967, Viale 1968). Questo proprio nel momento in cui lì scaturiva, contraddittoriamente, il leaderismo. I due fenomeni – l'inverso del principio di autorità e dell'impersonalità contemplati dal programma comunista – saranno gli invarianti per gli anni successivi. Entro il febbraio del '68, mentre in Vietnam veniva scatenata l'offensiva "del Tet" da parte dei Vietcong, e gli Zengakuren giapponesi si scontravano con la polizia in furiose battaglie urbane, vennero occupate quasi tutte le università italiane con due motivazioni veramente rivoluzionarie: la proposta di riforma Gui e l'autoritarismo accademico dei "baroni". Quando la polizia sgombrò con una certa brutalità l'università di Roma, gli studenti l'assaltarono per riprenderla. La "battaglia di Valle Giulia", vide polizia e fascisti contro gli studenti. In marzo la protesta si allargò alle medie superiori. La prima rivolta proletaria fu a Valdagno, dove gli operai della Marzotto abbatterono la statua del fondatore e assediarono le ville di padroni e dirigenti. Il Maggio francese scoppiò che qui c'era già un notevole fermento. Nei mesi successivi le notizie dall'estero alimentarono la tensione: in Vietnam ci fu il massacro di My Lai, negli Stati Uniti furono assassinati Luther King e Bob Kennedy, in Germania spararono in testa a Rudi Dutschke, l'URSS invase la Cecoslovacchia, in Messico furono trucidati 300 studenti. L'anno si chiuse con due sparatorie della polizia: ad Avola (due braccianti uccisi e 50 feriti) e a Viareggio (uno studente rimasto paralizzato). Questi furono il clima e l'ambiente che diedero l'impronta al Sessantotto italiano. C'era tensione ovunque, altissima, insopportabile.

I programmi neomarxisti sarebbero precipitati nell'oblio se, l'anno successivo, il proletariato non fosse sceso in lotta per coronare il percorso iniziato nel '62, chiedendo finalmente soddisfazione rispetto ai suoi specifici interessi classisti. Ponendo cioè sul tappeto, pesantemente e con una lotta formidabile al culmine di un processo durato sei o sette anni, il problema delle proprie peggiorate condizioni di vita. Era chiaro che non si trattava di miseria assoluta (che secondo i borghesi Marx aveva erroneamente previsto, tanto da far saltare la sua stessa teoria sociale): si trattava di miseria relativa, per cui la legge del valore prendeva la sua vendetta sulle menzogne della "ripartizione dei redditi". Infatti le rivendicazioni sindacali scaturite dal forte movimento implicavano "semplicemente" che si spostasse a favore dell'operaio la linea che separa, nell'intera giornata lavorativa, il tempo lavorato per sé e quello lavorato per il capitalista. Lo sciopero fu una valanga impressionante che travolse il sindacato, obbligando i sindacalisti a sparire o a "dirigere" quel che gli operai stavano imponendo. A questo punto, delle elucubrazioni dell'operaismo all'operaio non poteva importare di meno.

Invarianza di programmi nonostante persone e gruppi

Ma all'operaismo la sollevazione proletaria importava, eccome. Si poteva sorvolare sul fatto che essa avveniva scrupolosamente nell'ambito del sindacalismo corrente e "traditore", ma sembrava davvero che stesse per realizzarsi la parola d'ordine operaista: il salario come variabile indipendente. Di per sé la frase, al solito, non diceva niente, ma il concetto rappresentava l'arma totale, perché lo capirebbe anche un bambino che aumentando il salario oltre il livello sostenibile dal capitalismo, questo salta. Fu Potere Operaio a cavalcare più insistentemente l'ipotesi, ma lo slogan attecchì ben oltre i confini del gruppo. Il comportamento normale di una classe in lotta assunse "valenza strategica". E comunque, nell'idolatrata fabbrica gli operaisti continuarono a non reclutare, fra gli operai, le masse. Esattamente come prima. In compenso i sindacalisti dovettero vedersela con forme operaie dirette di auto-organizzazione seria, dura, cui i pochi militanti dei gruppi si aggregavano, permettendo a chi stava fuori e scriveva sui vari periodici di immaginarsi alla testa delle lotte.

C'è l'abitudine di descrivere la storia attraverso nomi, date e organizzazioni. In parte è inevitabile, ma è certo più aderente a un metodo scientifico derivare i "movimenti del deretano", come diceva Bordiga a proposito dell'attivismo, dalle condizioni storico-materiali che determinano tale dinamica. Perciò, individuata la corrente, non ci occuperemo se non di sfuggita dei particolari individui o gruppi che l'hanno formata. Per esempio: anche se il filone maoista fu attore non secondario nel panorama dell'operaismo italiano, qui non ne terremo quasi conto dato che fu esplicitamente stalinista e per di più venato di moralismo contadino. Anche il trotskismo, che dopo Trotsky venne a somigliare sempre più allo stalinismo (nell'accezione precedentemente spiegata), può essere ricordato in questa trattazione solo per aver figliato Avanguardia Operaia, che tra il '68 e il '69 assorbì alcuni gruppi operaisti come il Collettivo Lenin di Torino, il Rosa Luxemburg di Venezia, il Centro Karl Marx umbro, Unità Proletaria di Verona, ecc. diventando uno strano ibrido mao-trotskista.

Ciò che ci sembra utile ribadire è che il "nuovo" operaismo non ruppe affatto la tradizione di quello "vecchio", anche se nessun operaista delle origini o degli altri filoni, o delle varie clonazioni e mutazioni successive, si riconoscerebbe nella descrizione che ne stiamo facendo. La continuità è invece del tutto logica: alla fine degli anni '50 una corrente operaista nacque rivendicando un "ritorno a Marx" contro chi l'aveva abbandonato; ma la reazione allo stalinismo non fece altro che basarsi su tutto l'armamentario che lo stalinismo stesso aveva lasciato in eredità. In effetti non vi fu altro che una sua riproposizione, persino più arretrata, dato che furono rispolverate posizioni della Prima e della Seconda Internazionale già definitivamente demolite durante il periodo rivoluzionario che aveva portato alla Terza. Il cocktail fra i partiti e sindacati esistenti, fra Proudhon, Bakunin, Kautsky, Bernstein, Sorel e Gramsci – che non s'era discostato troppo da costoro – fu semplicemente micidiale.

Il passaggio logico produsse uno stato patologico, dato che la contraddizione indusse a comportamenti sociali schizofrenici, il più evidente dei quali fu quello del gruppone Lotta Continua, che si autoeliminò proprio perché non poteva vivere con tre anime, una anarcoide insurrezionalista, una elezionista parlamentare e l'altra antifascista partigiana lottarmatista. Tale invarianza anticomunista tra le fasi apparentemente diverse dell'operaismo va trattata un po' come succede in topologia: nessuno a prima vista direbbe che una ciambella ha le stesse caratteristiche matematiche di una tazzina da caffè, ma le ha, e si può spingere l'analogia delle forme fino a limiti incredibili senza che le stesse proprietà vadano perse. Tale "incredibilità" sarebbe ancor più accentuata se si chiedesse a una tazzina come si sentirebbe se fosse descritta ad immagine di ciambella. Non si può fare scienza a partire da ciò che le nazioni, o le classi, o gli individui pensano di sé stessi.

Ora, la critica non avrebbe nessun senso se fossa rivolta alle persone che costituirono i vari gruppi politici, scrissero i periodici e lottarono per programmi che riteniamo distanti da quello rivoluzionario attinente al grande partito storico di quest'epoca di capitalismo stramaturo. Le persone che parteciparono a quell'esperienza militarono poi in organizzazioni diverse o si ritirarono a scrivere le proprie memorie, non ha importanza. Ciò che interessa è la sequenza dei fatti e le loro determinazioni, per capirne il futuro sviluppo; se qui ricorrono anche nomi di persone, non è certo per ritenerli responsabili del corso di qualche decennio disgraziato. Migliaia e migliaia di sconosciuti, sulla base dello sviluppo della forza produttiva sociale, hanno rappresentato un insieme di energie più robusto di qualsiasi individuo o rivista. Semmai individui e riviste hanno registrato ciò che passava il convento, si sono fatti portavoce e strumento di un'epoca turbolenta ma piuttosto noiosa dal punto di vista delle realizzazioni politiche e dei loro risultati pratici. L'individuo va e viene; oltre tutto stiamo parlando di tempi in cui molti "militanti" trascinati sul terreno politico avevano meno di vent'anni.

Rodolfo Morandi, che faceva parte del ceppo da cui sbocciarono i giovani polloni operaisti, cercava la continuità del socialismo italiano ereditandone tutti gli aspetti e cercando di affasciarli in un tutto differenziato ma ecumenico. Oggi sarebbe impossibile trovargli una collocazione nel panorama politico ufficiale, dato che sosteneva la necessità della rivoluzione socialista. Dichiararsi rivoluzionario non gli impediva, nell'immediato dopoguerra, di essere dirigente del PSI, ministro dell'industria, capo di quella corrente massimalista che finì per uscire dal PSI nel '64 per fondare il PSIUP. I suoi eredi diretti sono riconfluiti nel PCI o poi in Rifondazione, pallido ricordo rosé di ciò che furono i socialisti degli anni '50, già da noi considerati tutt'altro che rossi. Morandi diresse Mondo Operaio e, come ministro, si adoperò per la costituzione dei Consigli di Gestione, organi misti fra operai e padroni con velleità di conduzione comune dell'azienda, sopravvissuti in alcune grandi fabbriche fino alle lotte del '62 e oltre. Rileggendo i suoi scritti, ci accorgiamo che già in essi è descritto tutto il mondo dell'operaismo che stava per nascere dalle ceneri del vecchio socialismo.

È generalmente ammesso che l'erede di Morandi fu Raniero Panzieri e che l'insegnamento del maestro con lui non era andato perduto. Oggi gli scritti sia dell'uno che dell'altro sono soltanto oggetto di studio da parte di qualche storico, ma sappiamo che la serie è continuata. Comunque Panzieri può essere a buon titolo designato come erede di Morandi perché era nel solco della tradizione del PSI. Fu legato a Nenni e non fece mai parte della sinistra del partito. Da morto fu paragonato a Gramsci e a Gobetti. Qualcuno, esagerando un po', disse che fu un piccolo Lenin. Ebbe il merito di alimentare in Italia – a partire dal Capitale di Marx – il discorso sullo sfruttamento moderno e sul macchinismo, inquadrando il problema dell'automazione e della pianificazione capitalistica. Nell'ambito dei Quaderni Rossi portò in discussione il Frammento sulle macchine dai Grundrisse (poi tradotto da Solmi e pubblicato sulla rivista) e il VI Capitolo inedito quando in Italia erano ancora del tutto sconosciuti. Concetti che egli derivò da Marx, come "operaio sociale", "antagonismo", "autodeterminazione", "sussunzione formale e reale del lavoro al Capitale" e quindi "comando capitalista" entrarono nel lessico dei suoi degenerati nipoti con altro significato.

Ma il merito dell'intuizione fu oscurato dalla prassi e, si sa, non vi può essere contraddizione fra le due. La rivista cui diede vita fu eclettica, specchio dell'ambiente che la partoriva. Tanto per dire, fu Lucio Colletti ad avvicinare Mario Tronti a Panzieri e sul primo numero scrissero anche Vittorio Foa, Giovanni Alasia, Sergio Garavini, Emilio Pugno. Tutti elementi che ebbero responsabilità pubbliche in vario modo legate all'odiato sistema. Nel pantheon variopinto dell'operaismo italiano figurano, oltre all'ibrido "Marx-Weber", anche Chabod, Bobbio, Della Volpe, Marcuse, Mao, ecc.

Diciamo che le origini non potevano garantire gran che dal punto di vista dell'aderenza al programma rivoluzionario, e quel che venne dopo non fu che un rotolare per la china delle pretese innovazioni, in realtà rifritture di cose vecchissime. I gruppi politici che ne scaturirono dal '69 in poi ebbero un ritorno di fiamma e somigliarono sempre di più all'originale controrivoluzionario, non quello di Panzieri (che morì nel 1964 a 44 anni) e compagni, che era già una derivazione critica, ma quello di Baffone, con tanto di centralismo democratico, elettoralismo, squadrismo interno. Malati per di più di quella malattia che la nostra corrente definì lebbra dell'illegalismo bastardo, consistente nel crogiolarsi in tutte le categorie della società esistente pur facendo la voce grossa e minacciando violenze indicibili contro l'esecrato nemico. Questi gruppi politici privi di storia – o meglio, con una storia che essi credevano di rinnegare – vennero a somigliare, come i partiti "ufficiali" che l'avevano tradita da tempo, sempre più a gang chiuse e insofferenti verso la concorrenza, senza tuttavia poter partecipare al banchetto della politica, più o meno nelle condizioni dei polli di Renzo.

L'equivoco sul salario come "variabile indipendente"

Con un soprassalto di lucidità ha detto bene Franco Piperno, ex Potere Operaio, uno dei gruppi più grintosi dell'epoca, in un recente convegno sull'operaismo: "Non c’è nessuna ragione per cui dovremmo fare [sottolineatura nostra] continuamente le rivoluzioni, io trovo questa un’idea un po’ ebete… Rivoluzione, filologicamente, vuol dire tornare al posto di prima". Giusto: primo, le rivoluzioni non si "fanno" e chi le vuole "fare" ritorna da dov'è partito, per cui vedremo ripetersi l'orbita, sicuro come il succedersi delle stagioni; secondo, nel nostro schema delle fasi rivoluzionarie, il punto più alto raggiunto da una società morente è il punto zero della società nuova che la sostituisce. È invece sbagliato accostare le due proposizioni, dato che il volontaristico "fare la rivoluzione" non c'entra per nulla con la rivoluzione, che per ogni marxista è un processo storico al culmine del quale soltanto sta il punto di "catastrofe", la "cuspide" che matematicamente non ha tangente o che ammette infinite tangenti (cfr. Amadeo Bordiga, Il rovesciamento della prassi, 1951).

Comunque, mentre il Sessantotto studentesco stava poco per volta scomparendo dalla scena, cresceva la tensione fra le grandi classi: si verificarono sparatorie della polizia con morti e feriti, vi furono scioperi reiterati fino alla famosa battaglia di corso Traiano a Torino, scoppiarono bombe sui treni. E si verificò un curioso fenomeno sindacale. Siccome nella CGIL stalinista si veniva sbattuti fuori non appena si usciva dal seminato, ecco che la FIM-CISL aprì le porte a tutti i sinistri smaniosi di andare verso le masse, ingrandendo notevolmente i suoi effettivi. Fu così che il suo capo, Macario, con una brillante operazione di marketing politico, raccolse al volo la sinistrissima parola d'ordine degli operaisti più duri e dichiarò anche lui in pubblico (18 ottobre 1969) che il salario è una variabile indipendente.

Fu un vero terremoto, dato che lo slogan, nell'accezione di "variabile libera", rimbalzò fino all'ambiente da cui era partito, nel frattempo assai diversificato, diffondendosi ovunque, tanto da essere fatto proprio persino da Luciano Lama, che l'anno dopo sarebbe diventato segretario generale della CGIL (egli rinnegò poi lo slogan in un'intervista a Scalfari, direttore di Repubblica nel 1978). Al convegno succitato sull'operaismo un intervenuto pose una questione critica direttamente ai fondatori del movimento:

"Significava affermare una dismisura, cioè negare in qualche modo il carattere di merce della forza-lavoro… Tutto questo ha una componente di ideologia, ha un valore semplicemente metaforico".

Semplicemente metaforico. Di nuovo però nell'accezione errata di variabile libera. Con l'occhio alla formula del saggio di profitto di Marx è vero che ad ogni valore della variabile "salario" (v) è associato un determinato valore della variabile "plusvalore" (p) e che quindi p è funzione di v ovvero p=f(v); perciò v è, nell'accezione matematica, correttamente definibile come variabile indipendente, mentre p è quella dipendente. Ma, nella furbesca accezione propagandistica, è una bufala, e c'è cascato anche Livio Maitan in un articolo comparso da poco, dove ribatte che né il salario, né il profitto possono essere variabili indipendenti.

Prendiamo la formula del saggio di profitto s = p/(c+v), che rappresenta rapporti sociali (saggio di sfruttamento, composizione organica del capitale, limiti del modo di produzione capitalistico). Se sale il salario diminuisce il profitto, a meno che non cambi lo sfruttamento, cioè l'intensità o la durata del lavoro, che nella formula non appaiono affatto. La legge matematica dice semplicemente che quantità variabili dipendono l'una dall'altra – e questo succede nella realtà – ma non sottintende che esista anche un rapporto di causa-effetto. È ovvio che se la classe operaia attaccasse la borghesia per un aumento salariale, introdurrebbe questo rapporto, ma quel "se" non dipende dalla volontà degli operaisti e di chiunque altro, bensì dal processo di sviluppo dello scontro, che a volte copre decenni. Anche i borghesi possono, a buon diritto, reclamare che il profitto è una variabile indipendente, perché è anche vero che v può essere funzione di p, se per esempio si guarda al loro rapporto attraverso l'attuale confronto internazionale fra salari e fra profitti. In fondo si tratta di sapere a quali variabili si assegnano gli assi cartesiani di un grafico. E allora possono essere variabili indipendenti anche la durata della giornata lavorativa, l'introduzione dei robot, l'efficienza degli uffici tempi e metodi, la qualità totale, ecc., perché p o indifferentemente anche v o addirittura il saggio di sfruttamento p/v sono funzione di tutto ciò, dipende dalla situazione sociale e dai rapporti di forza fra le classi.

Ricavare proposizioni strategiche da un gioco di parole ebbe un successone, dato che lo slogan divenne fulcro di "accesi dibattiti", ma a che cosa poteva servire? La Confindustria strillava che il salario non è una variabile indipendente (invece può esserlo) mentre gli attivisti strillavano che lo è (invece può non esserlo). Tutto ciò mentre i proletari lottavano per conto loro, chiedendo semplicemente aumenti salariali e miglioramenti normativi in base alla legge primordiale dell'istinto di classe, mobilitando con la loro forza partiti e sindacati (e non viceversa) come giustamente aveva detto, nel modo più gradualista e "sindacalista", proprio Panzieri già nel citato convegno del '62. Questo suo derivare la lotta di classe dal rapporto operaio-macchina-fabbrica era stato scambiato per altro, e si cercò – e si vide – la rivoluzione dove non c'era, mentre sarebbe stato saggio reputare il normale scontro immediato del '69, anche contro i sindacati, più radicale di tutti i proclami "rivoluzionari" che vi furono costruiti sopra.

Abbiamo fatto solo un esempio. L'assordante sferragliare dell'armamentario ideologico (che produsse una curiosa repulsione per l'ideologia da parte di quegli operaisti che in seguito si autodenominarono "autonomi") non servì ad altro che a riciclare il sessantottismo, ormai pressoché morto e sepolto, a sostituire un attivismo della frase con un altro e peggiore attivismo della frase, questa volta con una marcata accentuazione del linguaggio fabbrichista e soprattutto con un rinnovato sparafucilismo, per quell'anno ancora soltanto verbale.

Fuori dalla fabbrica: Piazza Statuto

Il proletariato è fin dalle sue origini diviso in comparti di mestiere, ma ha sempre tentato di superare questa condizione. Una divisione ulteriore deriva dalle differenti possibilità di organizzazione nelle grandi fabbriche e nelle medie, piccole e piccolissime. La debolezza della borghesia industriale italiana si manifesta anche attraverso un capitalismo poco accentrato, che si riflette nella pratica sindacale. Le grandi fabbriche di un ramo d'industria rappresentano l'elemento trainante per la contrattazione collettiva e i risultati si riverberano su tutti i comparti produttivi di quel settore. Perciò il sindacato è maggiormente presente nelle grandi fabbriche e tende in modo del tutto naturale ad essere "ordinovista", cioè a privilegiare l'organizzazione aziendale a scapito di quella territoriale, che sarebbe più adeguata a mobilitare tutti i proletari.

Nel 1961 avevano iniziato gli operai della FIAT a ribellarsi contro l'imposizione di 52 ore settimanali; ma, contro situazioni pretese specifiche – in realtà frammenti di una stessa tendenza al supersfruttamento, cioè alla produzione in contemporanea di plusvalore relativo (tramite le macchine) e assoluto (più ore-uomo) – si era subito messa in moto la tipica catena: prima la Michelin, poi la Lancia, poi tutto il comparto della meccanica, in un processo che coinvolse, fino al 1962, l'intero triangolo industriale Torino-Milano-Genova in lotte durissime. La caratteristica fu sempre quella di una lotta che, iniziata in fabbrica, tendeva a generalizzarsi e ad uscire sulla piazza con durissimi scontri. L'attitudine comune a sindacati e operaisti (per quel che contavano in fabbrica questi ultimi quando presero i primi contatti) fu sempre quella di teorizzare e praticare l'articolazione degli scioperi fino al limite del singolo reparto, a singhiozzo, a scacchiera, selvaggio, metodo in cui la forza della classe veniva ridotta a una guerriglia sparsa e disorganica. Basti pensare che gli operai della Michelin furono lasciati a lottare soli, completamente isolati, per cento giorni, e quelli della Lancia per trenta, durante i quali ci furono ripetuti scontri con la polizia. Nella primavera del '62, vi fu, nell'ambito di questa ondata di lotte, un episodio estremamente significativo a Milano: gli operai dell'Alfa e della Siemens, in sciopero "articolato" da due mesi, decisero di manifestare insieme, fuori dal luogo di lavoro, per chiedere l'unificazione degli scioperi, anche in vista della stagione contrattuale per la scadenza d'autunno: "Lo sciopero continua e riesce, ma anziché allargarsi a tutte le sfere produttive, la lotta viene isolata facendola passare per un dato aziendale" (da Potere Operaio, giornale di lotta dell'Alfa) Lo stesso successe con la lotta dei navalmeccanici di Genova, i quali, dopo sei settimane di sciopero durissimo, uscirono dalle fabbriche e dai cantieri trovando per tutta risposta la rabbiosa reazione della polizia.

A giugno, per le pressioni della base sindacale operaia, le Confederazioni dovettero anticipare la lotta per il contratto dei metalmeccanici, e la seconda ondata di scioperi esplose, imponendo questa volta un minimo di coordinamento nazionale, a parte le solite manfrine sui servizi essenziali. La potenza della classe si manifestò così evidente che la borghesia, spaventata, cercò di chiudere le vertenze entro la fine del mese chiamando al tavolo di una trattativa separata CISL, UIL e SIDA, che firmarono. Successe il finimondo e i proletari torinesi offrirono forse il più alto esempio di "collera proletaria" del secondo dopoguerra, sullo sfondo della FIAT e di una delle più estese piazze di Torino. Il sindacato perse completamente il controllo della situazione e, anzi, la forte rete di fabbrica del PCI fu trascinata alla lotta estrema (e sconfessata dal partito). Lo scontro fu poi ricordato come "fatti di piazza Statuto", dai titoli dei giornali; ma oltre alla piazza suddetta, dove gli operai si erano radunati per protesta sotto la sede della UIL, esso coinvolse per tre giorni e tre notti (7, 8 e 9 luglio) l'enorme area degli stabilimenti della FIAT, dell'indotto in periferia, e molte zone della città dato che le fabbriche erano ancora inserite nel tessuto urbano. Fu una vera e propria rivolta urbana, con una spietata caccia all'uomo da parte della polizia e 1.200 fermi con pestaggi che fecero più impressione delle sparatorie degli anni precedenti, cui seguirono 82 arresti, denunce, processi e licenziamenti "preventivi" in attesa della sentenza.

L'Unità, fra tutti i giornali, si distinse vomitando veleno contro gli operai definiti teppisti, provocatori, irresponsabili, scalmanati, internazionalisti, anarchici, ecc. ecc. Ma chi erano in realtà questi terribili elementi? In quei giorni erano in sciopero, nella sola provincia di Torino, 250.000 operai. Quando si seppe dei primi scontri, molti di essi affluirono in città dalla periferia e da altre zone, anche lontane, cercando di rompere il cordone della polizia, dunque intervenendo direttamente nella mischia. Giunsero anche dei ferrovieri e soprattutto molti operai edili, anch'essi in sciopero, quasi tutti giovanissimi, all'oscuro dei codici di comportamento del buon operaio ordinovista e quindi subito coinvolti dall'energia cinetica sprigionata nello scontro di classe. La polizia dovette chiamare rinforzi.

Fu così che il gruppo dei Quaderni Rossi, accusato di aver partecipato alla rivolta, prese le distanze dai "disordini" e, pur recitando di comprendere la situazione, denunciò la "squallida degenerazione di una manifestazione che era iniziata come protesta operaia verso il tradimento sindacale della UIL" (Cronache dei Q.R.). Vittorio Foa, che aveva collaborato ai Quaderni Rossi ed era segretario nazionale della FIOM dal '55, scrisse su Mondo Nuovo che gli scontri non furono neppure una "manifestazione di patologia estremista" ma una pura e semplice provocazione. Di fronte alla FIOM e al PSI che chiedevano conto dei comportamenti ambigui del gruppo, ci fu ovviamente la giustificazione: "Ben difficilmente si sarebbero potute inventare contro i compagni dei Quaderni Rossi calunnie più assurde e ridicole di quelle diffuse in questi giorni circa una loro presunta partecipazione agli incidenti" (ibid.). Un gruppo capeggiato da Danilo Montaldi si recò nella città della gran lotta. "Eravamo disposti a battagliare su qualche piazza o a fare quello che c’era da fare. Così siamo andati da Panzieri. Siamo arrivati là e tenne una riunione. Sembrava che ci fosse tutto meno che Piazza Statuto. Lui ce l’aveva un po’ con noi... Ma a parte queste cose lui diceva di Piazza Statuto che erano quattro meridionali che tiravano dei sassi" (testimonianza di G. Fiameni). Asor-Rosa inviò, dal fronte operaio, una corrispondenza che sembrava riportare le impressioni di un tranquillo turista in visita agli animali di uno zoo; prima lo zoo-fabbrica, dove meridionali e settentrionali fanno tenerezza parlando il loro "esperanto operaio", guardati da un sorvegliante "dalla fronte bassa e la mascella fortemente prognata", mentre la folla s'ingrossa e "dà l'impressione che in un balzo solo possa far sua la fabbrica"; poi uno zoo-piazza, che, al contrario della fabbrica di cui ci si può impossessare, è "dominio dell'ordine costituito", dove gli operai scatenano una "violenza non buona perché fine a sé stessa" e dove su milioni di lavoratori solo "sei o settemila unità" sono scese in piazza "per il semplice gusto di rompere la testa a qualche poliziotto"; una bella passeggiata operaista nel folclore metropolitano, se non fosse stato, ahimè, per la poliziesca "nube di gas fastidiosissimi" (Cronache dei Quaderni Rossi). In effetti, al processo per i "disordini", il 70% degli imputati risultò meridionale: mentre l'ordinovismo calava dall'alto degli uffici di sinistra dei sindacati e dei partiti, una sana ventata proletaria spazzava via questa ignobile tradizione torinese.

Può darsi che un tale comportamento poco edificante sia stato alla base della frattura successiva tra gli studiosi e gli attivisti, preambolo alla nascita di Classe Operaia; sta di fatto che né i due schieramenti di allora, né i loro discendenti individuarono il nodo centrale delle lotte che si andavano preparando, cioè il sano istinto di classe che portava gli operai fuori dalle fabbriche mentre l'ideologia operaista tendeva a rinchiuderveli (cfr. articolo di L. Lanzardo e Opuscolo per la FIAT, 1964, due documenti in cui si parla in modo maniacale solo della fabbrica e mai dell'organizzazione e della lotta proletaria territoriale). Rari furono gli esempi di comprensione della rottura straordinaria nei confronti del retaggio fabbrichista gramsciano e del ritorno spontaneo all'unione sulle piazze. I giovani operai del PCI accorsero generosamente dalle fabbriche di tutto il Piemonte per unirsi in piazza a quelli di Torino e gli operai socialisti della FIAT Ricambi fecero uscire un ciclostilato intitolato Potere Operaio in cui s'intravedeva la necessità di non stare a sentire i legalitari: "Sciopero, sciopero e basta! Nessun appello, nessun ricorso alla Costituzione, nessun addebito alla FIAT di essere scesa sul terreno dell'illegalità… Questi sono i fini, ma non è detto che si sia già ottenuta l'unità solo perché uno sciopero è riuscito alla FIAT". Quasi tutti presero invece le distanze. Tra i pochi che non lo fecero, vi fu il Partito Comunista Internazionale, che sul suo giornale esaltò correttamente quel tentativo di rottura della prassi suicida delle lotte interne e articolate con un appassionato articolo di fondo (Evviva i teppisti della guerra di classe!).

Almeno dal 1960 era stato costante il disperato tentativo degli operai di voltare la schiena alla galera-fabbrica contro l'indicazione di Confederazioni e operaisti, di uscire e lottare nel tessuto urbano, collegati attraverso le Camere del lavoro territoriali. Altro che erigere la fabbrica a strumento essenziale della propria emancipazione, altro che scioperi a "gatto selvaggio" e teorizzazioni del sabotaggio sul posto di lavoro. Il movimento fu abbastanza forte da coinvolgere l'apparato sindacale di base della FIOM, tant'è vero che i vertici della federazione metalmeccanica espulsero decine di iscritti, specie nel 1964-65, quando la nascita del PSIUP da una scissione del PSI portò via al vecchio partito tutto l'attivo di fabbrica, composto essenzialmente da giovani operai turbolenti.

Per il periodo fino al cosiddetto Autunno caldo del '69, il dato permanente fu dunque un modo di agire del tutto opposto al comportamento immaginato dall'operaismo: se è vero che la dichiarazione della lotta da parte del sindacato è sempre stata l'occasione per fare esplodere quella che covava nei reparti, non è per niente vero che "l'uso operaio della lotta sindacale aveva superato e battuto l'uso capitalistico del sindacato", come disse Tronti (Vecchia tattica per una nuova strategia, 1964). L'uso capitalistico del sindacato non lo "supererà" nessuno perché la storia l'ha fissato così, irreversibilmente, e non sarà possibile farla girare all'indietro. Succede invece che i proletari, quando ne hanno necessità, non guardino in faccia nessuno e utilizzino ciò che trovano per raggiungere i loro obiettivi, anche un sindacato integrato. Perché, la sua essenza non è costituita dai suoi uffici che stanno a metà strada fra il Ministero del Lavoro e la Confindustria, bensì da proletari e piccoli funzionari in carne ed ossa che ogni lotta mette di fronte a una biforcazione: o da una parte o dall'altra, o la lotta o il ritiro in disparte, dove non si dia fastidio. Li abbiamo visti i sindacalisti fatti scappare a gambe levate a pugni e schiaffi dagli operai, ma abbiamo anche visto gli operaisti lamentarsi e accusare il sindacato quando questo si dilegua di fronte alla determinazione operaia. La domanda spontanea è: Ma non è esattamente ciò che si vuole? Che il bonzume si tolga dai piedi? Che sgombri il campo alla possibilità di azione da parte delle "avanguardie"?

Il fatto è che – in fabbrica, non sui giornaletti – abbiamo sempre visto le avanguardie operaiste completamente spaesate e impotenti di fronte alla necessità di guida del proletariato nel momento in cui la biforcazione si presenta. Anzi, li abbiamo sempre visti sostituire i sindacalisti e utilizzare esattamente gli stessi metodi e le stesse parole d'ordine. Come dimostrano le ultra-articolazioni escogitate nelle grandi fabbriche, le paranoie sulle occupazioni e le assemblee permanenti e infine i sindacatini fondati in seguito, l'unico lascito reale rispetto alla vagheggiata rivoluzione senza partito come organo politico della classe.

Fuori dalla fabbrica: Corso Traiano

Gli anni '60 passano punteggiati di lotte incessanti. Il Sessantotto prepara il terreno per la nascita dei gruppi, apparentemente diversificati sia tra loro che dal comune ceppo operaista. Nel 1969, di nuovo alla FIAT, di nuovo a luglio (il 3), di nuovo dopo una lotta contrattuale inconcludente e spezzettata che durava ormai da 50 giorni, circolò la voce all'interno della fabbrica che era ora di finirla con i sindacati e che occorreva una manifestazione dura per coinvolgere i quartieri operai intorno alla Mirafiori. L'indomani ci sarebbe stato lo sciopero generale di 24 ore contro il caro-affitti con corteo organizzato dai sindacati. Un'assemblea cittadina, che firmava i suoi documenti con la sigla La lotta continua (titolo e organismo poi "cooptati" con un blitz politicantesco dal gruppo che prese così quel nome), dimostrò di non aver capito niente scrivendo su un volantino:

"Espulsi totalmente dalla lotta operaia, i sindacati hanno tentato di deviarla dalla fabbrica verso l'esterno, e di riconquistarne il controllo, proclamando uno sciopero generale di 24 ore per il blocco degli affitti […] Non ci lasceremo cacciare dalla fabbrica per farci trascinare in una nuova Piazza Statuto. Nella fabbrica siamo sfruttati, nella fabbrica lottiamo!".

Ma gli operai erano stufi di essere presi in giro un'altra volta con ridicoli scioperi di due o tre ore, articolati per reparto, palesemente inconcludenti e dissipativi, proclamati non solo dai sindacati ma propugnati dagli stessi gruppi che si dicevano contrari alla linea sindacale.

Il tam-tam che sempre si mette in moto in questi casi, come nel '62, riportò che sarebbe successo "qualcosa" e la sua eco arrivò in tutto il Piemonte. Lo alimentarono gli operai stessi, la detta assemblea cittadina, i residui dei Quaderni Rossi e del Sessantotto. La mattina del 3 luglio alcune migliaia di operai si trovarono davanti alla FIAT, raggiunti da un corteo di studenti e, alla spicciolata, da operai e studenti in arrivo da altre città. C'erano anche nugoli di poliziotti. Siccome una guida mancava, l'incertezza era tanta e la folla aumentava minacciosamente, la polizia decise di attaccare. In pratica decretò la formazione del corteo, che si divise, ricompose e infine diede luogo a spezzoni che rifiutarono testardamente di farsi disperdere iniziando un'altra volta la guerriglia urbana in cui fu nuovamente coinvolta la popolazione, come a Piazza Statuto. In una sconfinata periferia fatta di palazzi per metà ancora in costruzione i cui cantieri fornirono abbondante materiale da lancio, i proletari resistettero alle cariche e ai lacrimogeni per ore e ore, lungo chilometri di viali e cortili, fin sul territorio dei comuni limitrofi di Nichelino e Moncalieri, trovando spesso rifugio in porte aperte dalla solidarietà delle famiglie operaie.

Il curioso, nella storia dell'operaismo, è come abbiano potuto, gruppi come i Quaderni Rossi e Classe Operaia, dar luogo in tempi relativamente brevi a molteplici derivazioni con migliaia di aderenti e giornali che tiravano decine di migliaia di copie. Essi non erano né radicati nelle fabbriche, né ben visti dai partiti e sindacati dai quali rampollavano e che ne rappresentavano pur sempre il retroterra dal quale non si distaccarono mai. La risposta della proliferazione dei gruppi e il crescere dell'adesione ad essi è forse da trovare, più che nella storia del movimento operaio e nelle fantasie degli indagatori polizieschi che videro la lunga mano dell'URSS (vedi ad es. Relazione di AN in Commissione Stragi), in certe teorie dell'evoluzione, che paragonano le opinioni, le immagini, le percezioni, le teorie, ecc. considerandole come entità in evoluzione al pari degli esseri viventi (Dawkins), e che quindi si trasformano in base a mutazioni lievi o profonde a seconda dell'ambiente e della capacità di sopravvivenza in esso, subendo una selezione naturale che lascia sopravvivere il più adatto.

Diciamo quindi che, in questa epoca controrivoluzionaria, prese forma una corrente suscitata dalle sfide poste dal capitalismo, quindi apparentemente più adatta rispetto alla sclerosi stalinista vecchia maniera; e che invece si dimostrò inadeguata non solo alla vera trasformazione ma anche alla conservazione. Perciò fu portata all'estinzione per selezione naturale, lasciando il posto all'organismo più adatto. Non si estinse infatti il dinosauro stalinista. Pur reduce da un'altra epoca, selezionato in una storia più lunga e tragica, adeguato alla conservazione dura e pura, sopravvisse benissimo, mantenendo la capacità di deporre le sue uova malefiche.

Gli operai, invece, dimostrarono nel '69 l'assioma di Marx sulla lotta immediata: una lotta rivendicativa, quando generalizzata, diventa lotta di classe e ogni lotta di classe è lotta politica. Infatti la loro pressione, contro sindacalisti e gruppettari, fu sempre per uscire dalla fabbrica, unificare gli scioperi, superare lo stadio primitivo dello scontro nella propria azienda e contro il proprio padrone. È utile tracciare uno schema, per quanto telegrafico, della situazione a partire dall'inizio settembre, per capire quali potenzialità abbia messo in campo il proletariato e come sia stato impossibile l'emergere di una forza adeguata da contrapporre alla sfida della borghesia.

Fuori dalla fabbrica: l'Autunno caldo

Di fronte alla grande capacità di direzione e recupero da parte della potente organizzazione sindacale integrata e del PCI, il proletariato non riscoprì il filo rosso del programma storico e non fu quindi in grado di contrapporre un'effettiva alternativa di classe. I sessantottini, da parte loro e per quel che contavano, contrapposero una politica del tutto parolaia, sdegnando la pura lotta rivendicativa e immaginando che fosse in corso un attacco politico al sistema capitalistico. A partire dalla fabbrica, naturalmente, nel migliore stile operaista ordinovista. Ma facciamolo dire a Lotta Continua:

"[Il '69 è stata] un'esperienza al cui valore è destinato ad essere sordo e cieco chi, nell'esplosione dell'autonomia operaia non vedeva altro se non un'acutizzazione della lotta rivendicativa; col che ogni opportunismo diventa inevitabile. È avvenuto che la classe operaia, nelle sue avanguardie di massa, ha attaccato frontalmente, nel '69-70, l'organizzazione di fabbrica" (Tesi per il primo congresso).

Con l'organizzazione di fabbrica – si continua nel documento – il proletariato aveva anche attaccato il sindacato e il PCI, rintuzzandone la tendenza a ridurre la classe ad ingranaggio dello sviluppo capitalistico. Manifestando la sua "autonomia", la classe aveva inoltre "irreparabilmente inceppato la macchina dello sviluppo capitalistico", conquistando la coscienza tattica della "lotta di lunga durata". Perciò il recupero "di massa impressionante" del sindacato e del PCI, a partire dal '72, non era da interpretare come riflusso revisionista della classe ma come

"la piena di una tensione di classe che, senza abdicare alla propria autonomia, cercava e trovava l'occasione per unirsi, per mettere in campo una forza generale contro il fascismo e contro la crisi" (ibid.).

Dunque il sindacato e il PCI erano visti come utile catalizzatore in grado di permettere al proletariato la maturazione di una nuova coscienza tattica, quella "cinese" della lunga durata. Veniva abbracciata la tattica maoista dei fronti interclassisti tipici della guerriglia contadina per il classico "accerchiamento delle metropoli". Ad ogni modo i fatti fecero strame di tanta vuotaggine e il proletariato, mosche cocchiere o no, fantasie oniriche o attivismo immediatista a parte, diede una superba prova di combattività metropolitana, buon esempio di come una situazione del genere si potrebbe saldare a una direzione politica rivoluzionaria.

Ma veniamo ai fatti sul campo. Gli scontri di Corso Traiano a Torino avevano segnato l'apice delle lotte operaie prima della chiusura estiva delle fabbriche. Alla riapertura, il primo settembre, le prime assemblee spontanee e già il 2 partivano scioperi non dichiarati in alcuni stabilimenti della FIAT per l'avvio del contratto. La mitica officina 32 scioperò a oltranza e fu esempio per tutti. La direzione rispose immediatamente con la cassa integrazione per 6.800 operai. L'intimidazione non riuscì e lo sciopero continuò; il 5 settembre i cassintegrati furono portati a 20.000 e, nei giorni successivi, a 30.000. Si capì subito che la Confindustria, non applicando accordi precedenti, intendeva affrontare la situazione a muso duro, e gli operai risposero per le rime. Il "diritto" d'assemblea non c'era ancora, ma durante gli scioperi se ne tennero in continuazione dovunque. Scioperi spontanei esplosero nelle fabbriche di Milano, con in testa la Pirelli.

L'8 settembre iniziarono le trattative per i metalmeccanici e gli edili, subito interrotte. I metalmeccanici chiesero una lotta dura per infrangere l'intransigenza padronale e rifiutarono sia lo spezzettamento degli scioperi, oggetto di discussioni animate nelle prime assemblee, che le fumisterie normative: "inquadramento unico operai-impiegati" e "superamento delle gabbie salariali" doveva significare semplicemente "forti aumenti uguali per tutti" e "stesse normative per tutti i lavoratori". I sindacati dichiararono otto ore di sciopero generale per i metalmeccanici, quattro giorni per gli edili. Nei giorni successivi entrarono in sciopero per i contratti i chimici, i metalmeccanici pubblici, i metallurgici (alle acciaierie di Taranto scoppiò la rabbia operaia a causa di 8 morti sul lavoro in due mesi), i cementieri, gli elettrici, i farmaceutici, i benzinai, gli addetti del gas e dei laterizi. Altre fabbriche, oltre alla FIAT, ricorsero alla cassa integrazione. Il 24, quando anche la Pirelli mise in cassa integrazione 12.000 operai, il ministro del lavoro Donat-Cattin dichiarò che non erano ammissibili serrate camuffate. Ma il governo non intervenne, bloccato da discussioni interne alla maggioranza democristiana (vedremo dopo su quali temi).

Il clima assembleare divenne endemico. Il 7 ottobre 100.000 metalmeccanici manifestarono a Milano. Ovunque si susseguirono scioperi e manifestazioni, queste spesso attaccate dalla polizia. A Taranto salì la tensione cittadina e i dipendenti comunali occuparono il Comune per quattro giorni. Entrarono in sciopero i lavoratori dell'ACI, i macchinisti delle ferrovie, i portuali (a Genova, in solidarietà, bar e ristoranti chiusero per due giorni) e i postini. In alcune aziende si scioperò a oltranza in risposta a provvedimenti interni. Il 15 venne proclamato uno sciopero generale contro il carovita in Lombardia. Il 20 si sincronizzarono gli scioperi dei metalmeccanici e degli edili (3 giorni), delle Poste, dei telefoni, dei trasporti (4 giorni). Scesero in sciopero anche i lavoratori dei Monopoli, dei giornali, delle case di cura, delle Camere di Commercio, delle assicurazioni. Con tutte le categorie in agitazione si produsse una specie di sciopero generale permanente, la cui forza fu percepita con lucidità sia dalla borghesia che dal proletariato. Vi fu dunque una netta polarizzazione sociale.

A metà ottobre erano già in agitazione più di 6 milioni di proletari industriali e 3 dei servizi. L'estensione e la durata degli scioperi aveva creato una situazione che i sindacati, la Confindustria e il governo incominciarono a giudicare incontrollabile. Nelle fabbriche c'era la netta sensazione di aver superato un limite da cui non si poteva tornare indietro. Gli scioperi articolati per reparto e per fabbrica avevano decisamente lasciato il posto alle giornate multiple e soprattutto alla sincronizzazione, impensabile senza una spinta fortissima sugli organi di coordinamento centralizzato, cioè i sindacati. Si moltiplicarono i picchetti volanti: gli operai delle grandi fabbriche bloccarono i cancelli di quelle piccole. Nel Canavese, con fulcro alla Olivetti di Ivrea, una carovana-picchetto volante svuotò regolarmente per una settimana le piccole fabbriche, finché, con una manovra intimidatoria quanto teatrale, venne fatto arrivare un reparto di 300 carabinieri in assetto di guerra. Scorrendo la documentazione dell'epoca, salta agli occhi che, da ottobre, le apprensioni della borghesia diventarono terrore.

Il 31 ottobre il ministro del lavoro dichiarò che, se le parti non avessero raggiunto un accordo, lo scontro non sarebbe più stato di competenza sua ma del Ministero degli Interni. Per giungere alla pace sociale sarebbe stato necessario riconoscere i diritti dei lavoratori, esasperati dalla mancata partecipazione alla politica dei redditi (cioè alla distribuzione sociale del plusvalore). Il governo calcolò che le richieste proletarie avrebbero comportato un aumento del costo del lavoro del 28-29% in tre anni. Era alto ma sopportabile, e quindi non vi erano serie ragioni economiche né politiche per temere quell'affossamento del sistema, di cui blateravano sia gli industriali che gli "estremisti". Lo scontro politico all'interno della DC si aggravò, ma tutto venne congelato per il timore di far precipitare la situazione. La Confindustria dichiarò che avrebbe accettato la trattativa solo se si fosse ritornati a un clima di normalità in fabbrica. La tensione sembrò scendere.

All'inizio di novembre ci fu un incontro fra governo, Confindustria e sindacati, ma la trattativa fu interrotta il 6, a causa di scioperi spontanei improvvisi e di scontri con la polizia. La Rai, che dava notizie assolutamente distorte e faziose sugli scioperi, fu presidiata un po' dovunque da picchetti di scioperanti. Le sedi a Milano e Roma furono assediate a lungo. Dopo tanti giorni di lotta, nelle maggiori città industriali i commercianti avvertirono il calo delle vendite e "solidarizzarono" con gli operai in lotta. Chiusero bar e ristoranti. Quando incominciarono a scarseggiare il sale e le sigarette, gli operai sospettarono una provocazione da parte dello Stato.

L'8 novembre venne firmato in fretta e furia il contratto degli edili, che in totale tolse alla lotta un milione di proletari. I sindacati proclamarono per il 19 un altro sciopero contro il carovita, questa volta per la casa. L'11, Donat-Cattin si appellò alle parti per una conclusione rapida: il sistema aveva perso un 2,5% del PIL solo con gli scioperi di settembre, e quelli di ottobre erano stati di gran lunga più numerosi e lunghi. Il governo, spaccato al suo interno, concentrò l'attenzione sui metalmeccanici, che erano alla testa dell'agitazione. Occorreva chiudere, fece dire al ministro recalcitrante (era un democristiano "sociale"), perché vi erano troppe "occasioni per l'avventurismo politico" ed era in pericolo l'assetto democratico del Paese. La tattica fu quella dell'isolamento, occorreva lasciare soli i metalmeccanici. Il 25 novembre, dopo quello degli edili, vennero firmati i contratti di alcuni settori pubblici e quello dei laterizi. Altri 300.000 proletari furono sottratti alla lotta generale.

Con i metalmeccanici resistevano ancora chimici, cementieri, bancari, assicurativi e finanziari, parte del pubblico impiego, dipendenti dei giornali, insegnanti, enti locali e ospedalieri. A Roma, il 28, mezzo milione di metalmeccanici sfilò per 9 ore di seguito, occupando la città, fra ali di folla per metà esultante e per metà sbigottita e impaurita. Il 7 dicembre firmarono i chimici: altri 220.000 proletari tolti alla lotta. L'11 firmarono i metalmeccanici statali e i bancari. Il 21 infine i metalmeccanici. Vennero acquisite le 40 ore settimanali, il limite agli straordinari, consistenti aumenti salariali, miglioramenti normativi e il diritto di assemblea retribuita. Morirono le vecchie commissioni interne, sostituite dai consigli di fabbrica. La borghesia aveva imparato la lezione, i sindacati e i partiti anche. I gruppetti no.

Il proletariato ottenne la solita vittoria effimera dal punto di vista contrattuale, ma dimostrò tutta la potenza dell'unione di classe contro lo Stato a fronte dell'impotenza del frazionamento contro il singolo padrone. Non ebbe e non sviluppò una sua guida politica, neppure embrionale, che si saldasse al percorso del partito storico, ma dimostrò di essere in grado, da solo, nonostante freni e catene, di mettere in crisi la classe avversaria.

Fuori dalla fabbrica: stato di confusione sociale

La cronologia della lotta dev'essere integrata con quella dei riflessi che essa provocò sulla sovrastruttura sociale borghese fuori dai rapporti fra operai e capitalisti. Fin dai primi giorni fu chiaro che la posta avrebbe potuto essere alta e il gioco si fece duro per ragioni del tutto "naturali". L'esito poteva non essere scontato, poteva cioè andare oltre la firma dei contratti. Guarda caso, la cosiddetta strategia della tensione iniziò proprio durante l'Autunno caldo. La nostra spiegazione è molto semplice: una frazione della borghesia italica, assistita da rappresentanti di interessi "atlantici", fece di tutto per far sentire all'intera borghesia nostrana che col fuoco non si scherza, che cioè non si poteva uscire dagli accordi stabiliti con i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. La politica interna italiana fa parte della politica estera degli Stati Uniti, e gli accordi prevedono libero mercato e, soprattutto, libertà assoluta agli Stati Uniti in questa lunga penisola proiettata sul Mediterraneo come una comoda portaerei. L'intervento dello Stato in economia è tollerato finché si tratta di gestire una politica atlantica coordinata, non certo come strumento di politica sociale indipendente: il Capitale mondiale, di cui gli Stati Uniti rappresentano la punta dirompente, non sopporta che aree importanti siano sottratte alle sue libere incursioni e che le borghesie nazionali dettino legge a casa propria sui capitali altrui. Tante cose possono ruotare intorno a questo semplice modello, ma ogni volta che ci si allontani dai suoi fondamenti possiamo essere sicuri che qualche convincente argomento "esploderà" come aveva scritto ai carabinieri il bandito Giuliano a proposito della strage di comunisti a Portella delle Ginestre.

In tale contesto – che definimmo "imperialismo delle portaerei" – s'infrangono i sogni beati di ogni autonomia operaia oltre che le illusorie speranze di autonomia statale. Il compito dei comunisti non è di mandare gli operai contro le portaerei al canto di "Buttiamo a mare le basi americane…", magari passando da uno sciopero a scacchiera in un reparto della FIAT, vero donchisciottismo esistenziale, bensì di prepararsi per il momento in cui le rotte di navi, aerei e convogli militari saranno decise dalla rivoluzione internazionale (e ovviamente preparare quel momento, non nell'ambito dell'immaginazione al potere, ma dei rapporti reali tra le forze in campo). Gli intraprendenti uomini politici italiani che hanno provato a dire qualcosa in dissonanza con il contesto geopolitico sono caduti in disgrazia, come testimoniano le vicende più o meno gravi di Mattei, Gardini, Andreotti, Craxi, Ruggiero, ecc., implicati rispettivamente in problemi riguardanti petrolio, cereali, Medio Oriente, sovranità nazionale, armamenti, e tutti entrati in conflitto con precisi interessi americani.

Non poteva essere diversamente nel '69, e la cosiddetta strategia della tensione doveva ricordare ai politici nostrani che le condizioni del proletariato le stabilisce il libero mercato e che l'Italia non è – e non può essere – un paese neutrale: perciò la sua economia non può essere "indipendente", né può adottare schemi keynesiani spinti che porterebbero ad un mercato protetto del lavoro, delle merci e dei capitali. Terminato il ciclo della ricostruzione postbellica, ed esaurita la spinta del Piano Marshall, l'utopia congiunta dei cristiano-sociali e degli pseudocomunisti per una "programmazione economica" e per "riforme di struttura" non era (e non è) altro che spazzatura ideologica davanti al Capitale internazionale e impersonale.

La borghesia – e quindi il governo democristiano e la Confindustria che in quel momento la rappresentavano – subiva la tensione crescente come un trauma. Ad avvicendarsi al governo non