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L'autonomizzarsi del Capitale e le sue conseguenze pratiche
Il capitalismo ultramaturo e la dialettica storica della negazione del valore attraverso la sua massima enfatizzazione
Dalla società comunistica originaria a quella sviluppata L'uomo capitalistico "ha compiuto ben altri portenti che le piramidi egizie" (Marx, Manifesto), facendosi portatore di un modo di produzione universale, in grado di sconfiggere qualunque residuo del passato e di socializzare la produzione a livello planetario. Niente ha resistito alla sua avanzata. Anche la natura, che ha assistito alla comparsa di migliaia di specie e alla loro estinzione, così come ha assistito alla nascita e alla morte di innumerevoli civiltà umane, oggi sembra piegarsi all'uomo-industria, che pur da essa è stato generato. Meno che mai hanno resistito all'avanzata capitalistica società all'apparenza potenti ma arretrate, come gli pseudo-socialismi russo e cinese. E alla stessa prova sarà sottoposto ogni regime ibrido che voglia contrapporsi alle totalizzanti necessità del Capitale giunto alla sua fase suprema. Dalla Casa Bianca, a conferma di ciò, sono stati lanciati ben espliciti proclami di guerra per far capire al mondo intero che non sarà tollerato altro regime al di fuori di quello del Capitale, con filiali ovunque e sede centrale a Washington. Scriviamolo pure con la maiuscola, alla tedesca, questo sostantivo che dà nome a un sistema capace di darsi un'arma in apparenza invincibile, e che consiste non tanto nello sgominare avversari quanto di darsene di fasulli facendoli lavorare per sé. Diamogli una personalità astratta, come fa Marx, dato che ha permeato di sé la comunità umana imponendo il proprio comando. Riconosciamolo come unico vero agente in grado di esprimere una volontà soggettiva al di sopra di quella degli uomini, come vedremo. Ma consideriamolo – dobbiamo considerarlo – anche come causa efficiente del trapasso a un'altra società, in grado di rendere necessario lo scontro finale fra le sue classi, le ultime della storia. Se tale scontro è necessario, nel senso di determinato, allora ciò che è realmente invincibile è la dinamica che porta a questo scontro e che chiamiamo comunismo. Ai più sembra impossibile la scomparsa di una rete produttiva che fa il giro del mondo, connessa da migliaia di canali di comunicazione, fatta di ferrovie, navi, satelliti artificiali e telematica, canali che portano anche "informazione", la quale agisce materialmente e si evolve come un essere biologico, dando luogo a un'ideologia che si autorafforza man mano che il Capitale si impadronisce dell'intera comunità umana e omologa tutti al pensiero borghese. Ancora più impossibile sembra la sconfitta dell'apparato militare, giuridico e poliziesco posto a sua difesa. Eppure siamo alla fine di un processo plurimillenario, non ci sono dubbi. Perciò dev'essere agevole trovare, nascosti entro questa società, i caratteri di quella futura, senza i quali ogni nozione di processo evolutivo è assurda e finisce per essere sostituita da qualche mistica della creazione (o dell'eternità di una data forma sociale). E sarebbe certamente creazione lo stesso, se questi caratteri nascosti fossero estranei a ciò che già c'è, se esistessero separati da qualche parte in attesa di rivelarsi. La soluzione dell'apparente problema sta nel processo del divenire sociale, cioè nella metamorfosi del presente, come accade in ogni società, la quale accumula in modo continuo potenzialità che infine esplodono in modo discontinuo, rivoluzionario, dando luogo a una forma completamente diversa. Ma è corretto parlare di caratteri nascosti? La borghesia – s'è detto – ha costruito ben altro che le piramidi, grazie allo sviluppo immane della forza produttiva sociale. Tuttavia non è in grado – e non lo sarà mai – di controllare i risultati che ha raggiunto. Essendo dominata dalle stesse forze che l'hanno generata come classe, il suo mito del benessere e della ricchezza si rivela sempre più falso, mostrando tutta l'impotenza di questa classe. C'è ancora un abisso fra la grande capacità di progetto insita nel piano di produzione locale e l'anarchia globale del mercato, del rapporto fra gli uomini e fra gli Stati, del rapporto persino fra i singoli al di fuori della produzione. Perciò la borghesia ha distrutto le società antiche superandole tutte, ma senza eguagliare la loro capacità di mettere in atto un programma di specie, di progettare entro il loro mondo l'intera vita sociale. Da un punto di vista umano il mondo borghese è inferiore ai mondi delle "piramidi". Per la prima volta nella storia una forma sociale non subisce fame e miseria per cause contingenti, per lo più naturali, ma le produce in modo generalizzato per cause intrinseche, pur disponendo di mezzi sovrabbondanti per dare all'uomo una vita completamente diversa. Da questa contraddizione ecco l'oggettivo nascere di forme nuove che già oggi non è più logico chiamare capitalistiche. E anche ciò è visibile, eccome. Facciamo nostro l'assunto di Marx: il capitalismo ha ormai dimostrato la propria potenziale non esistenza (cfr. Scienza economica marxista, pag. 91). Cercheremo di approfondire tutto ciò affermando che l'uscita da questa società si presenta come una dinamica evolutiva delle sue caratteristiche economico-sociali, portate all'estremo, fino alla catastrofe rivoluzionaria. Esse attraversano la storia come invarianti sotto trasformazione (comunità, famiglia, produzione, scambio, denaro, proprietà, Stato, ecc.), e saranno negate proprio perché, realizzate in pieno dal capitalismo, rendono ormai superfluo il movimento millenario per la loro affermazione. Filtrate attraverso lo sviluppo nel frattempo intervenuto, esse sono simmetriche rispetto a quelle del passato: la comunità diventa la negazione della comunità, la famiglia diventa non-famiglia, il denaro diventa non-denaro, la proprietà diventa espropriazione della proprietà da parte dei capitalisti stessi, lo Stato si rafforza ma diventa un'appendice del Capitale, la legge del valore raggiunge il suo culmine di potenza ma si auto-nega, ecc. Con ciò la legge del valore non è affatto invalidata, come pretenderebbero i teorici dello "scambio ineguale", ma agisce sempre più attraverso il controllo del fatto economico. In agricoltura, ad esempio, l'enorme divario fra prezzo e valore si colma solo pagando una specie di salario sociale al contadino: una patata verrà pagata dal singolo meno del suo reale valore in tempo di lavoro medio, la differenza sarà a carico della società. Si tratta di un fenomeno speculare rispetto a ciò che avveniva quando gli scambi si basavano più sulla qualità d'uso dei prodotti che sul loro valore intrinseco, in ore di lavoro. Speculare e contrario, perché ciò che oggi è dovuto a troppo sviluppo allora era dovuto a troppo poco. Lo stesso succede per la produzione, ormai ovunque sostenuta da provvedimenti appositi varati dallo Stato e fatti valere attraverso una ripartizione sociale del valore prodotto, esattamente come nei regni antichi o nelle Repubbliche marinare. Solo che adesso il Capitale non è più tesoro mercantile con un proprietario in carne ed ossa ma potenza in grado di agire per sé, utilizzando gli uomini, proletari o borghesi che siano. Un altro esempio è la massima socializzazione del lavoro, che oggi rende milioni di operai completamente liberi di vendere la propria forza-lavoro a tempo determinato, come succedeva ai lavoranti (e ai soldati) verso la fine del Medioevo prima che nascessero manifatture e industrie propriamente dette, prima cioè che la forza-lavoro fosse fissata all'industria ed esistesse il "posto di lavoro". L'unità originaria uomo-comunità-natura e la sua dinamica Tutti gli esempi possibili non rappresentano affatto un ritorno indietro ma, anzi, un enorme passo avanti. Non si tratta di ricorsi della storia, di analogie all'interno di modi di produzione diversi, bensì di un unico, grande processo che, partendo dalla società comunistica originaria, arriva a quella sviluppata attraverso vari salti. Se fu necessario introdurre il valore nello scambio, negando i precedenti rapporti comunistici, ebbene, adesso, raggiunta la massima potenza e autonomia di tale valore, esso viene negato a favore di un nuovo e più elevato rapporto. Questo è il ciclo millenario che ci apprestiamo ad indagare. La comunità umana organizzata, per primitiva che fosse, fu il presupposto storico dell'esistenza dell'uomo in quanto non-animale. Nel divenire sociale dell'uomo, dalla preistoria fino alle società protostoriche già raggruppate in habitat urbani, non esisteva alcuna frattura tra individuo, comunità e ambiente, tra attività produttiva e riposo. L'esistenza del singolo era scandita dal ritmo di vita della comunità, che l'individuo percepiva come un prolungamento del suo stesso corpo, così come percepiva l'insieme della terra, della flora, della fauna e degli eventi naturali come un'estensione della comunità. In quella fase della storia umana il "rapporto di proprietà" si presentava perciò all'uomo come rapporto oggettivo, naturale, fra il suo lavoro e i presupposti materiali di tutta la comunità, cioè il mondo che essa abitava. La natura tutta era il grande laboratorio, il primo mezzo di produzione, la base materiale della vita produttiva e riproduttiva. Questa unità complessiva con la natura, sulla quale si fondava il rapporto tra l'uomo e le sue condizioni di lavoro e di riproduzione, era sentita dall'individuo come "appartenenza" al mondo e, allo stesso tempo, non avendo egli proprietà, tutto il mondo gli "apparteneva". Il senso della proprietà, in origine, non era altro che il rapporto dell'uomo con i presupposti naturali della sua produzione. Naturali, in quanto erano tutt'uno con l'esistenza umana, per cui possiamo addirittura affermare che, a parte l'inadeguatezza del termine "proprietà", l'uomo non avesse neppure un "rapporto con" questi presupposti ma conducesse un'esistenza indifferenziata, nello stesso tempo soggettiva, da individuo, e oggettiva, in quanto uomo-società. La sua caratteristica era quella di vivere in simbiosi con l'ambiente, così come tutto ciò che viveva nella biosfera. La nascita dell'uomo proprietario come individuale possessore di beni, di idee o di potere – e quindi soggetto di storia – è relativamente recente, dato che risale al tardo Medioevo europeo (cfr. Gurevich, La nascita dell'individuo). La storia dell'uomo capitalistico, riepilogo di tutte le età che precedono la sua condizione attuale (così come n+1 contiene n), è la storia della progressiva separazione fra l'individuo e la specie, fra il suo lavoro e la natura, fra il suo prodotto e l'uso che se ne può fare, fra la produzione sociale e l'appropriazione privata, fra il valore e la vita. In questo processo i termini valore di scambio e valore d'uso sono adatti quando vi sia produzione di valore per altri. Ma l'aria è utile senza essere valore d'uso. E così è per i prodotti che sono utili senza essere merci. Poiché fin dal proto-mercantilismo la legge che soggiace allo scambio di merci è quella del "valore", in ogni altra situazione ciò che importa in un semplice bene è la sua "qualità" di soddisfare un bisogno. Utilizzeremo quindi "valore" per ciò che è quantitativo capitalistico (compreso il salario) e "qualità d'uso" per tutto ciò che è qualitativo e invariante rispetto alla soddisfazione di un bisogno umano. Dissoluzione delle forme antiche e nascita del valore Se un tempo esisteva solo la qualità e non il valore (Marx nel primo capitolo del Capitale annota la differenza fra worth e value sopravvissuta nella lingua inglese) non è detto che il valore ci sarà per sempre: esso è nato e morirà. Il processo di formazione del valore è un tutt'uno con quello della formazione delle classi. Fin dalla preistoria l'aumento della popolazione umana e la dislocazione delle comunità su territori sempre più vasti e lontani rispetto a quelli originari portarono a una differenziazione sia dei caratteri "etnici" che dei prodotti del lavoro, quindi allo scambio di questi ultimi quando erano un'eccedenza o un bisogno. Da quando le prime comunità umane incominciarono a scheggiare la pietra, iniziò un vasto movimento di "prodotti", anche a distanze di migliaia di chilometri. Inizialmente il baratto delle rispettive eccedenze fu un fenomeno accidentale e sporadico, ma l'intensificarsi della produzione e degli scambi produsse poco a poco una prima, elementare, divisione sociale del lavoro. Alcuni elementi delle varie comunità si dedicarono specificamente a una determinata produzione o ricerca di materie prime, altri agli scambi. La ricerca archeologica ci mostra che la produzione non fu sufficiente a staccare alcuni "specialisti" dalla comunità – la quale, anzi, si tenne ben stretti vasai, fonditori, edili o gioiellieri – ma che fu specificamente lo scambio a renderne alcuni completamente autonomi, per la semplice ragione che gli addetti allo scambio dovettero per forza vivere perennemente in transito sul territorio che separava le comunità. All'inizio lo scambio avveniva tra prodotti particolari, cioè non direttamente commensurabili, in quanto il tempo di lavoro impiegato per produrli come valori d'uso era spesso non equivalente; in seguito, la nascita di una classe di addetti allo scambio portò ad un primo livello di consapevolezza delle differenze, non più solo fra i valori d'uso ma anche fra i tempi di lavoro necessari a trovare una materia prima o produrre un manufatto. Questo secondo criterio prese infine il sopravvento con la nascita di veri e propri mercati. Lo scambio dei prodotti, che prima aveva un senso solo verso l'esterno delle comunità, con il loro ingrandirsi avveniva anche al loro interno. In un primo tempo un prodotto particolare venne utilizzato come equivalente di altri prodotti. Per esempio, nel mondo fenicio arcaico, un lingotto di bronzo a forma di pelle di pecora ne "valeva" tante quante ne erano contrassegnate sulla sua superficie. Dunque, un certo prodotto si trasformò da mero oggetto d'uso a oggetto mediatore di un processo, acquistando una sua autonomia rispetto al puro ciclo produzione-consumo. In un secondo tempo un prodotto specifico (alla fine l'oro soppiantò tutti gli altri) assunse una funzione particolare nello scambio, per cui la sua qualità d'uso originaria passò in secondo piano mentre primeggiò la nuova funzione, che fu appunto di specifico tramite nello scambio. Infine l'autonomizzazione si completò e l'oggetto, prima un equivalente fra altri, diventò l'equivalente unico e universale, cioè denaro (cfr. Marx, Lineamenti…, pag. 201 e segg.). In tutta questa fase storica, compresa quella della comparsa del denaro, il lavoro fu "libero", nel senso che passò moltissimo tempo prima che fosse "venduto" in quanto tale. Venivano però venduti oggetti che lo incorporavano, quindi merci. Perciò l'autonomizzazione del valore è molto più antica del lavoro salariato, e nel passaggio dalle forme di scambio primitive a quelle tramite denaro si consolidò soltanto. Con il primo mercantilismo apparve una qualità d'uso specifica per il mercante: l'aumento della quantità del denaro investito da parte di chi faceva circolare i prodotti del lavoro. Questa prima accumulazione sulla base del lavoro libero fu il presupposto del lavoro salariato (che fu libero in altro modo, come vedremo) e una delle condizioni storiche della formazione del Capitale, alla quale seguì necessariamente la separazione del lavoro libero dai suoi presupposti oggettivi, cioè dai mezzi di lavoro e dal materiale di lavoro. Già nelle comunità più antiche alcune produzioni erano diventate autonome rispetto ai bisogni immediati della comunità stessa in funzione dello scambio. Ancora nella preistoria, per esempio, la ricerca e la lavorazione della selce e dell'ossidiana, o più tardi la produzione di carne, pelli, cereali e tessuti per lo scambio fra allevatori nomadi e agricoltori sedentari, portò ad una primordiale divisione del lavoro. Quanto avvenne per alcune sfere produttive fu l'origine remota del distacco di una parte dei produttori dalla loro terra-comunità intesa come loro laboratorio naturale. Il processo fu lunghissimo, e portò prima alla formazione della proprietà famigliare della terra, che coesistette con la proprietà comune, poi alla formazione dei grandi latifondi schiavistici che subentrarono alla libera proprietà delle famiglie. Tale processo di disgregazione delle antiche forme provocò il deterioramento dei legami comunitari, e il distacco degli uomini dal corpo sociale produsse un individualismo proprietario che prima non esisteva. La valorizzazione del mondo delle cose attraverso la proprietà e il denaro crebbe quindi in rapporto diretto con la svalorizzazione del mondo umano, vale a dire che il dominio degli oggetti e del valore, resisi autonomi da chi li produceva, crebbe in parallelo alla disumanizzazione dell'uomo. Naturalmente il risultato del processo storico non sarà una specie di ritorno a collettività di tipo primitivo ma la svalorizzazione del mondo delle cose, già in corso oggi e portata alle estreme conseguenze dall'industria, a tutto vantaggio di una nuova umanizzazione del mondo umano. Il processo di autonomizzazione del valore incominciò quindi con lo scambio, che permise alle diverse comunità di avvicinarsi, di aggregarsi sul territorio e di pervenire a forme urbane sempre più centralizzate, complesse e produttive. In seguito, all'interno di esse, diventate un potente attrattore sociale, lo scambio divenne un fattore disgregativo degli antichi legami comunitari: la forma-valore li trasformò in nuovi rapporti sociali sempre più spietati nel demolire i presupposti materiali su cui si fondavano quelli antichi. Perciò le comunità comunistiche, anche se lasciarono importanti tracce di sé in tutte le società successive, non ebbero modo di trascendere verso una comunità umana completa, universale; semplicemente si dissolsero lasciando il posto a quelli che sarebbero diventati i primi modi di produzione, le prime società di classe. Dalla critica conservatrice all'azione rivoluzionaria Ancora in epoca classica i Greci guardavano con sospetto alle qualità che il denaro stava acquisendo come valore autonomizzato. Nel Frammento del testo originario di "Per la critica dell'economia politica" del 1858, inserito nei Lineamenti fondamentali, Marx rammenta come Platone e Aristotele fossero contrari all'uso del denaro solo per avere altro denaro, e proponessero entrambi di usarlo solo come mezzo di misura e di circolazione, cioè nella forma Merce ® Denaro ® Merce, ritenuta naturale e razionale; criticavano invece la forma Denaro ® Merce ® Denaro, che Aristotele chiamava crematistica, adatta solo ai traffici per denaro e quindi innaturale. Questa critica del valore e dell'uso del denaro per l'arricchimento fine a sé stesso non poteva ancora essere intuizione per la futura formazione del Capitale, ma certamente i due filosofi avvertirono che i processi in corso, anche se ancora in embrione, avrebbero dominato l'uomo. La resistenza dell'uomo agli effetti dell'autonomizzazione del valore la ritroviamo lungo tutta la storia, nella filosofia, nell'arte, nelle dottrine religiose, nella politica. Alcuni tentativi di conservare il lato umano dello scambio per l'uso, come la proibizione dell'usura nelle dottrine cristiana e islamica, sono stati grandiosi ma inesorabilmente sconfitti, e ogni traccia delle antiche società comunistiche, ancora presente a lungo nelle nuove società, finì per essere spazzata via dopo essere stata utilizzata per l'affermazione del nuovo. È normale che nei periodi di assestamento sociale o di strenua conservazione reazionaria gli uomini siano portati a vagheggiare epoche migliori, riproponendo rapporti sociali del passato ancora impregnati di precedenti forme di produzione, poiché li credono esenti da degenerazione e decadenza. Non è un caso che oggi, di fronte alla devastante marcia della scienza e dell'industria borghesi, si faccia strada una ideologia primitivista anti-scientifica e anti-indutriale. Finché gli uomini si limiteranno a questo, invece di demolire ogni barriera che li separa dal domani, il passato opporrà tenace resistenza, anche se il futuro avanza comunque nelle pieghe del presente (le rivoluzioni sono processi continui nei quali l'atto distruttivo verso il sistema precedente è solo un evento discontinuo, necessario, di grandissima accelerazione storica). Nel Medioevo, quando erano già comparse due forme di capitale, quello usurario e quello commerciale, l'ulteriore sviluppo unificante in capitale industriale fu inceppato dalla potente forza conservatrice dei feudi in campagna e delle corporazioni nelle città sotto l'ala della Chiesa, tutte espressioni di antichi rapporti. Esse furono meno feroci del capitalismo, ma ormai erano antistoriche, tanto che furono spezzate dalle costituzioni comunali molto prima della rivoluzione borghese. Nella Chiesa sorsero potenti eresie, in genere sulla base di un ritorno al cristianesimo delle origini e, quando non furono annientate (e lo furono quasi sempre), contribuirono al cambiamento, inserendosi nel processo di rinnovamento della società. I movimenti cistercense e francescano, a un secolo l'uno dall'altro, ci mostrano bene come eresie comunitarie, nate in critica alle ricchezze della Chiesa e al suo assetto proprietario e mercantile, fossero poi portate dal movimento storico a sfruttare tutta la forza del legame con il passato per rinnegare sé stesse, e a coadiuvare la Chiesa nella sua lotta per la sopravvivenza. Nel capitolo sull'accumulazione originaria (Il Capitale, Libro I, cap. XXIV), Marx analizza e documenta meticolosamente la lotta condotta dall'uomo contro l'autonomizzarsi del valore. La resistenza delle vecchie classi sociali espropriate e trasformate, la lotta dell'uomo contro il distacco dalla terra e dalla comunità e contro l'ulteriore processo di formazione della proprietà privata individuale, non poterono ovviamente nulla contro l'avanzare del capitalismo, ma il perdurare di quella lotta permise alle diverse classi in formazione di organizzarsi e di dare corpo sistematico alle idee e agli scopi, di affinarli e cambiarli, fino a diventare protagoniste delle successive rivoluzioni che portarono all'affermazione completa del Capitale. È chiaro che gli uomini, sinché si sono limitati a percepire il movimento apparente del valore senza assimilarne il contenuto, non hanno potuto far altro che tentare di combatterne gli effetti negativi ricorrendo alla memoria di specie legata all'antica comunità. La sopraccennata teorizzazione che il passato fu l'epoca d'oro e che il presente ne rappresenta la decadenza, è la tesi di ogni conservatore che si rispetti, con tutte le sue varianti. Per noi è fin troppo evidente, ad esempio, che il fascismo andava combattuto per una società nuova, non per la difesa "antifascista", aventiniana e frontista, di quella vecchia. Il partigianesimo armato aveva una componente che credeva di essere comunista, ma gli individui che ne facevano parte, non avendo compreso la natura di quella lotta, non fecero altro che affiancarsi a tutto lo schieramento sceso in campo per la difesa dello statu quo borghese, e la loro "resistenza" fu conservazione dell'ordine esistente. Tuttavia, in senso generale, anche se gli uomini lottano per difendere ciò che hanno raggiunto e che stanno per perdere, pur senza avere consapevolezza degli sbocchi possibili, è proprio in questa lotta che avviene la selezione naturale tra le forze della conservazione e quelle della rivoluzione. E selezione significa ad esempio capire che aiutare l'imperialismo più forte a dominare e conservare la società capitalistica non è esattamente un'azione comunista. Solo oggi, a ciclo capitalistico giunto alla decadenza, quando il Capitale si pone ormai non solo come astrazione di valore, come denaro, ma come comunità materiale operante, associando dispoticamente gli uomini al piano di produzione mondiale, solo oggi è possibile un'autentica, feroce selezione fra conservazione e rivoluzione; e possiamo parlare di partito della rivoluzione comunista in quanto comunità futura anticipata e non baluardo in difesa di quelle antiche: comunistiche, classiche, o sovieto-russe, ma sempre antiche. I comunisti non sono mai primitivisti passatisti. Il futuro della specie appartiene ormai irreversibilmente all'uomo-industria che Marx descrisse già negli scritti giovanili. Il divenire dell'uomo è stato un processo di esteriorizzazione del suo codice genetico, del suo programma biologico, attraverso il lavoro e le macchine. La specie umana è l'unica che abbia potuto e saputo far uscire il proprio cervello dal corpo biologico e proiettarlo in quanto cervello sociale ad un livello infinitamente più alto dei corpi collettivi animali come i formicai o gli alveari (cfr. E. Marais, L'anima della formica bianca). La borghesia stessa ha rilevato il fenomeno del cervello sociale e preso nota della difficoltà in cui si dibatte l'attuale primate tecnologico, costretto a tenere un piede in due scarpe, quella del suo passato puramente zoologico e quella del suo futuro umano-industriale (Desmond Morris, Leroi-Gourhan, Bateson, De Rosnay e molti altri). Il dualismo fra l'intelligenza puramente biologica dell'individuo e l'intelligenza collettiva bio-tecnica della comunità moderna è evidente a tutti, e non sarà superato almeno fino a che quest'umanità sarà costretta a distinguere fra intelligenza "interna" alla scatola cranica dell'individuo e intelligenza "esterna", tecnologica. Distinzione che ovviamente porta alla soluzione "psicologica" del problema: l'uomo è schiacciato dalla tecnologia. La rivoluzione, in corso sotto i nostri occhi, avrà il compito di saldare la frattura tra queste due parti dell'uomo, così come annullerà la sopravvenuta separazione fra uomo e natura. L'esteriorizzazione del cervello umano, nell'attuale epoca delle tecnologie della comunicazione, è ormai in fase avanzatissima. Molti chiamano globalizzazione gli effetti di questo fenomeno ma, dato che il termine corrente si adatta bene anche alle caratteristiche dell'impero romano, noi preferiamo, alla Lenin, utilizzare l'espressione capitalismo di transizione. Il perché è semplice: l'esteriorizzazione dell'intelligenza riguarda il divenire dell'uomo e di conseguenza un'altra sua peculiarità legata a questo divenire, cioè la capacità di progettare l'ambiente e la propria esistenza in esso, la stessa capacità che distingue il peggiore architetto dal miglior alveare. La transizione riguarderà perciò anche il passaggio dall'attuale anarchia in cui muove qualche atomo di vita progettata, alla società organica, funzionante secondo un suo programma genetico, che si potrà permettere, accanto a propri agglomerati urbano-agrari, anche mari, foreste, deserti, montagne e relativi abitanti vegetali e animali allo stato assolutamente "primitivo". Dinamica del valore e riunificazione del corpo sociale Il processo di origine del valore separa dunque l'individuo dalla natura, più esattamente dalla parte animale, vegetale e inorganica di quest'ultima, dato che egli stesso è natura. Questa separazione si riflette a tutti i livelli e, nella società, essa significa non solo separazione dell'uomo dai suoi mezzi naturali di produzione e riproduzione ma anche separazione fra individuo e individuo, fra produttore e produttore, fra classe e classe. L'individuo atomizzato, incapace non diciamo di ricordare, ma persino di immaginare l'antico assetto comunistico durato milioni di anni, è così il frutto dello smembramento del corpo sociale. Espropriato definitivamente della sua base oggettiva di riproduzione naturale, dissolti tutti i presupposti che lo legavano alla natura qual era un tempo, gli è lasciata un'unica "proprietà": la capacità di erogare lavoro. Con l'avanzare del capitalismo questa sua proprietà specifica diventa specifica possibilità di venderla sul mercato. Ed essa diventa subito merce, come un qualsiasi prodotto, mentre il suo possessore riacquista la libertà che prima, con lo schiavismo e il feudalesimo, aveva perduto. Naturalmente è la libertà di "farsi conciare la pelle sul mercato" o di morire di fame, ma questo è un passo avanti, necessario, nel movimento verso la scomparsa del valore. Ora, la massa produttrice, o meglio il proletariato, può riunificarsi con la parte inorganica della natura, cioè la materia che – alla Marx – diventa mezzo di produzione, solo durante il processo lavorativo. Ogni "operaio parziale" è parte di un tutto che agisce, in un determinato processo produttivo, come un solo, grande, esteso "operaio totale". Naturalmente questa riunificazione è mediata dal Capitale e può verificarsi solo in sua funzione. Mezzi di produzione e materia in processo circondano l'operaio come una potenza estranea, che agisce sotto un comando altrui. L'unione fra l'operaio parziale e il processo lavorativo è ottenuta non per la soddisfazione immediata di un bisogno o di un desiderio, ma per la produzione di merce, la quale appartiene ad altri. Il disporre di essa, per l'operaio, dipenderà non dal processo produttivo immediato ma da altri processi di mediazione a lui estranei. Perciò il valore, sin dalla sua comparsa quale base oggettiva dell'intero sistema di produzione, implica di per sé una coercizione di nuovo tipo fra uomini: l'uomo avrà un'esistenza individuale solo come entità produttiva di valore, implicita negazione totale della sua esistenza naturale. Il processo storico di autonomizzazione del valore, ribadiamo, è un movimento distruttivo rispetto ai modi di produzione che precedono il capitalismo. È un movimento sconvolgente perché non può essere semplicemente con-formista, dato che la sua ragione di essere è di superare la vecchia forma; né può essere ri-formista, dato che quando si afferma non si limita a modificarla, ma spazza via realmente ogni vecchio residuo sociale trattandolo come un nemico; quindi non può essere che anti-formista, perché il suo radicale modo di essere distrugge persino sé stesso. Conformismo e riformismo sono prodotti sterili della politica degli uomini capitalistici, l'avanzare della società nuova non li considera nemmeno. Vi è sempre qualche aspetto paradossale ma invariante in tutte le rivoluzioni. Il valore, per realizzarsi pienamente, deve distruggere tutti i limiti che impediscono il suo affermarsi alla scala planetaria. In altre parole deve imporsi come l'unica regola della comunità globale cui gli uomini possano far riferimento. Il pieno sviluppo della società del valore richiede una conseguente organizzazione globale, e l'unica comunità possibile diviene, al di sopra dei singoli paesi, la comunità-Capitale. A chi non si lascia abbindolare dall'esaltazione dell'individuo egoista ma guarda ai fatti e vede come realmente stanno le cose, la realtà capitalistica ultima rivela uno straordinario riproporsi della comunità. Togliete il Capitale e avrete di nuovo (specularmente e non come reazionario ritorno indietro) la specie-natura con in più le incredibili possibilità date dall'industria. È la scienza-industria che renderà possibile la nuova armonia con la natura, abbassando verso lo zero la colossale (e mortale) dissipazione termodinamica del capitalismo, offrendo i mezzi per rientrare nel ciclo energetico del Sole. Tutte le disquisizioni sullo "sviluppo sostenibile" sono pure idiozie, e come parola d'ordine paleo-ecologista lo è al massimo grado: nessuno sviluppo nel senso di crescita esponenziale, capitalismo o meno, può essere sostenibile, dato che porta a grandezze infinite entro un mondo finito. Realizzazione e auto-negazione della comunità-Capitale L'esistenza del Capitale, tanto più nell'epoca del suo massimo sviluppo, implica dunque una generale sottomissione non solo del lavoro, ma di tutta la società alle leggi del valore. Leggi che si sono rese indipendenti da ogni controllo da parte di chiunque, tanto che fin qui non abbiamo neppure preso in considerazione i capitalisti, classe ormai superflua di tagliatori di cedole, sostituita quasi ovunque da funzionari stipendiati che s'inchinano alle leggi del mercato seguendone gli andamenti. Non prenderemo in considerazione neppure gli Stati, dato che essi non sono altro che "comunità illusorie" e "comitati d'affari del Capitale", quindi anch'essi sottomessi alla sua legge impersonale. Ovviamente non escludiamo affatto che alcuni tra gli Stati abbiano la potenza necessaria per essere "scelti" dal Capitale come suoi strumenti. Essi sono in grado di agire per suo conto, determinando importanti sconvolgimenti in politiche e coalizioni, contribuendo al tentativo di salvare da sé stesso il Capitale; il cui sistema di dominio impersonale sugli uomini soffre di contraddizioni mortali nella propria struttura profonda. È di tali contraddizioni che qui ci occupiamo, sfiorando appena gli epifenomeni politici. Il Capitale per sopravvivere deve uccidere sé stesso: un paradosso che fa del lavoro l'unico pilastro di questa società proprio mentre viene eliminato in massa. L'unica via d'uscita è una società nuova. In primo luogo perché l'accumulazione implica la forza-lavoro (lavoro vivo) come unica misura del valore prodotto ex novo e quindi della ricchezza sociale. La parte delle materie prime e degli impianti è a sua volta lavoro oggettivato (lavoro morto, passato): entrando e uscendo dalla produzione sotto questa forma, va rapportata a zero, come ormai fanno anche i contabili degli Stati per calcolare il PIL (quel che conta è il valore aggiunto, non quello che passa invariato da fase in fase del processo produttivo; interessante, implicita ammissione marxista da parte della borghesia). In secondo luogo, perché l'accumulazione richiederebbe l'utilizzo di moltissimi operai, dato che non si può ricavare da un solo operaio quanto si può ricavare da migliaia; ma ogni singolo capitalista, essendo assetato di produttività, contribuisce oggettivamente a diminuire l'utilizzo di forza-lavoro, non ad aumentarlo. Il risultato storico è che in molti settori industriali non solo non è più possibile aumentare il numero degli addetti, ma esso diminuisce irreversibilmente. In terzo luogo perché l'accumulazione pretende che molto del plusvalore estratto dalla forza-lavoro finisca in nuovi impianti e materie prime (quindi in capitale rapportabile a zero) dato che l'alta produttività si ottiene principalmente con l'introduzione di tecnologie, scienza e organizzazione conseguente. Ma così essa produttività si accresce a tal punto che il lavoro vivo diventa, nei paesi e nei settori più moderni, una quota irrisoria degli elementi che contribuiscono a "creare ricchezza"; per cui il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo inceppa i meccanismi profondi dell'accumulazione e quindi della riproduzione stessa del Capitale. Una quota via via maggiore della popolazione, compresi gli stipendiati dei servizi non vendibili, vive del plusvalore generato da altri: la quantità del quale però tendenzialmente cala a causa della diminuzione del numero di operai dovuta all'automazione sempre più spinta in ogni ramo dell'attività umana. Detta tendenza peggiora la situazione, perché il plusvalore generato nel processo produttivo e non consumato dal capitalista può essere riutilizzato a vantaggio dell'accumulazione solo seguendo due vie: o l'investimento immediato e diretto, o la sua trasformazione in capitale finanziario, cioè in denaro dirottato verso il sistema del credito (banche, ecc.). La vita del capitalismo dipende dunque dalla possibilità di iniettare sempre nuovi capitali in ogni attività possibile, in modo da aumentare la produttività; ma è proprio quest'ultima ad accentuare la tendenza alla diminuzione della massa di plusvalore generato e realizzato, in un circolo vizioso. La forza, unico criterio per la ripartizione del plusvalore Si tratta di un ciclo paradossale, acuito dalla simbiosi fra scienza e processo produttivo, assetato di una massa tale di capitali che l'industria non riesce più ad avere proprie risorse per affrontare i continui investimenti. Deve per forza accedere al plusvalore che si dirige verso il sistema finanziario. Il motivo è semplice: solo la banca può rastrellare all'interno della società tanti piccoli capitali di per sé inutili e farli diventare massa da investimento (così anche il risparmio dell'operaio diventa quota del Capitale complessivo). In tal modo, poco a poco, il vecchio sistema del credito, elemento positivo per lo sviluppo capitalistico, diventa sistema finanziario autonomo. Occorre precisare che al tempo di Hilferding, Hobson e Lenin, s'intendeva per capitale finanziario quello raccolto nel sistema del credito, vale a dire quello utile agli investimenti industriali o agricoli. Non era, come oggi, quasi esclusivamente capitale da speculazione. Che naturalmente esisteva anche al tempo di Marx; ma che oggi ha preso il sopravvento su quello da investimento, tanto da coprire il 95% delle transazioni finanziarie internazionali lasciando un misero 5% a quelle riferite a movimenti materiali di merci. Il ricorso alla speculazione, nell'illusione che il capitale produca altro capitale senza passare attraverso la produzione di plusvalore, dà luogo a un'agitazione molecolare di capitali che si aggregano nel mondo virtuale delle borse e delle valute, creando l'illusione di un valore che valorizza sé stesso. Uno degli indici empirici più evidenti della trasformazione del mondo finanziario è l'inversione del servizio di banca: fino a trent'anni fa il sistema del credito era totalmente attivo nella raccolta e collocazione di capitali individuali, pagando o richiedendo un interesse ai loro possessori o utilizzatori; oggi sono principalmente i possessori di denaro, poco o tanto, che si rivolgono alla banca per un servizio passivo di mera gestione del denaro, per il quale pagano esose commissioni. E anche a monte dello sportello bancario la trasformazione è evidente: il caso Parmalat ci ha mostrato un sistema fatto di colossi mondiali del credito che usano sistematicamente aziende complici non per raggruppare capitali da investimento produttivo, ma per "rapinare i risparmi delle vecchiette" bombardando a tappeto i mercati con "titoli spazzatura" internazionali. Il sistema quindi non corrisponde più al processo di valorizzazione classico: capitale ® banca ® industria ® nuovo capitale; al suo posto abbiamo una poltiglia economico-sociale che vorrebbe cavare il sangue dalle rape, cioè valore da un ciclo: reddito ® banca ® nuovo reddito. Persino all'ultima spiaggia dell'investimento immobiliare s'è ormai da tempo raschiato il fondo del barile: mentre dopo la crisi del 1987 masse di denaro si erano riversate sugli immobili, in certi casi moltiplicandone spropositatamente il prezzo, dopo il 2000, con lo sgonfiamento delle borse, il mercato immobiliare non ha attratto masse paragonabili di capitali, nonostante l'Economist ringraziasse per le case che avevano "salvato il mondo" come rifugio di ultima istanza. Il mondo del valore "titolarizzato" non è più salvabile. Esso copre come una rete tutto il pianeta e fagocita l'indipendenza economica di qualsiasi azienda; anzi fa, delle più grandi e potenti, nuovi centri finanziari che si affiancano al mondo bancario contribuendo al frenetico danzare dei capitali sui mercati, senza più alcun riferimento con la realtà produttiva. Un simile mondo composito, peraltro completamente informatizzato e quindi in gran misura "istruito" per reagire automaticamente (cioè in modo autonomo rispetto alle decisioni degli uomini) a determinate situazioni del mercato di capitali, diventa una vera e propria sovrastruttura politica che influisce sul comportamento economico dei governi. Essa poggia su due livelli: il primo, terra-terra, è rappresentato dagli automatismi del mondo prettamente borsistico che funziona in base a un'istruzione computerizzata del genere "se succede questo o quest'altro, allora compra o vendi"; il secondo, assai più sofisticato e di alto profilo, è rappresentato dai modelli di simulazione dinamica computerizzata escogitati dagli economisti per i governi o per i vari istituti internazionali. Va da sé che nazioni come gli Stati Uniti hanno la forza per utilizzare, anche se entro limiti sempre più angusti, i flussi di valore, e indirizzarli a proprio vantaggio; nonostante ciò, il mondo finanziario attuale rimane un centro unificatore delle "scelte" di capitalisti e nazioni, costretti a sottomettersi e ubbidire. Quella che Marx chiama "sussunzione reale del lavoro al Capitale" diventa un fattore sociale di tremenda potenza cui nessuno può sottrarsi. Se la socializzazione del credito era fino a mezzo secolo fa un mezzo fondamentale per reperire nella sfera finanziaria, a livello nazionale e internazionale, i capitali indispensabili per riavviare le singole produzioni private o nazionali, oggi diventa sempre più indifferente per i capitalisti il mezzo di valorizzazione. E difatti l'industria è ormai una pedina passiva che passa di mano in mano a gruppi che dell'industria non sanno nulla, e nulla hanno bisogno di sapere dato che la trattano come una qualsiasi delle cifre che scorrono sui display delle borse, cioè come denaro (e la pecunia, si sa, non olet, non ha odore, non ha importanza da dove provenga). Ma con l'integrazione sempre più stretta dei vari mercati nazionali in un mercato unico globale delle merci e dei capitali, s'impone infine un saggio di profitto medio globale e non più nazionale. La quota di valore immessa nel sistema finanziario generale dai singoli capitalisti o dai singoli creditori produrrà per tutti un interesse medio proporzionale alla quota versata inizialmente. Siccome il capitale decisivo è quello dei paesi più forti e industrializzati, delle loro multinazionali, ecc., e siccome il capitale moderno è in media produttore di un basso saggio di profitto (legge della caduta tendenziale), allora la tendenza generale sarà quella a un profitto-interesse medio con andamento verso il basso. Se la massa totale del plusvalore e l'interesse medio generale sono dati, è evidente che capitalisti e Stati potranno soltanto far leva su una ripartizione-socializzazione del plusvalore esistente. E dirigeranno il gioco solo i più potenti fra essi, non in base alla grandezza del loro capitale, ma alla forza che possono dispiegare sul campo. Potenza cieca di un mondo virtuale Tale processo comporta una subordinazione totale delle varie sfere della produzione al sistema "finanziario", l'unico veicolo attraverso cui le varie quote di capitale potranno indirizzarsi verso le aziende per valorizzarsi. Il valore, ormai completamente auto-dirottato verso questo sistema, assume sempre più quel connotato di centrale impersonale, prevista dalla nostra teoria, cui i singoli capitali privati devono forzatamente riferirsi se vogliono accedere all'unica mediazione possibile per il processo di valorizzazione. Il valore agisce con la massima forza su tutti gli elementi della produzione di merci e quindi di plusvalore, diventando il vero mediatore di ogni evento sociale. È il valore l'unico agente autonomo che possa imporre il suo comando fra i due estremi del ciclo D ® D'. E lo impone all'inizio di ogni ciclo produttivo, dove c'è valore-denaro specifico, e alla fine della circolazione dove c'è il consumo altrettanto specifico, la verifica della qualità d'uso (che al Capitale interessa non in quanto soddisfazione di un bisogno ma in quanto distruzione di merce da ri-produrre). Il valore autonomo è dunque il vero rappresentante dell'intera ricchezza sociale, è il vero rapporto capitalistico compiuto, proprio perché si pone come "potenza unilateralmente superiore rispetto agli estremi". Superiore perché li domina, perché il suo ergersi nei loro confronti come unica espressione della volontà sociale è come un continuo misurarsi con la propria autonomia; esso, osserva Marx (cfr. Lineamenti fondamentali, pag. 185), finisce per essere autonomo anche di fronte a sé stesso, esaltato dalle determinazioni caotiche della società-giungla, vere dimostrazioni pratiche del non ancora superato "regno della necessità", senza la cui morte è impossibile entrare in quello della libertà. È per sua natura una potenza cieca, forsennata, il cui unico scopo è quello di salvare il Capitale dalle sue stesse contraddizioni, dando luogo a un mondo virtuale in cui si ha l'illusione di creare il plusvalore che non c'è più, come se fosse possibile il semplice passaggio D ® D' saltando M e soprattutto P. Una potenza che obbliga il mondo capitalistico a ripartire quel poco che c'è a favore dell'unica forza economico-militare, concentrata in un paese specifico, in grado di dare ossigeno a questo sistema. Un paese tipico dell'età imperialistica dove sembra si produca denaro per miracolo ma dove invece, molto prosaicamente, ci si dedica freneticamente al drenaggio di plusvalore altrui, in ogni angolo del Pianeta attraverso mille canali. Compreso quel petrolio che molti trattano ancora come un banale combustibile e che invece è valore differito nel tempo e nello spazio. In questa situazione è chiaro che la contabilità nazionale dovrebbe tener conto dei movimenti internazionali di valore, mentre le aziende multinazionali e gli Stati più forti possono movimentarne quanto vogliono al di sopra di ogni controllo contabile. Così viene certamente calcolato come valore nazionale molto di quello drenato all'estero. Il singolo capitalista e gli Stati minori devono invece confrontare il proprio prezzo di costo con il prezzo di produzione, cioè con lo standard internazionale, che è valore di riferimento completamente autonomo. La contraddizione è grave, perché porta nei fatti alcuni capitalisti e Stati a devolvere il "proprio" plusvalore ad altri capitalisti e ad altri Stati più forti. Il distacco sempre più grande fra il valore delle merci e la loro qualità d'uso fa sì che questi estremi "si rivoltino contro l'intero sistema". I bilanci dei ragionieri possono anche far quadrare i conti per qualche singolo capitalista o Stato, ma la massa complessiva del plusvalore generata in ogni ciclo produttivo diminuisce. Nei bilanci ufficiali aumenta di continuo, ma ciò è solo perché i ragionieri dei capitalisti o degli Stati tirano le somme a fine d'anno, mentre i tempi della riproduzione del Capitale in certe sfere sono di pochi mesi. Nessun capitale ormai potrebbe aspettare un anno per riprodursi, come avviene nelle stagioni dell'agricoltura tradizionale: di fronte alla caduta del saggio di profitto il capitalista deve abbreviare il ciclo per avere, con più cicli nell'anno, il bilancio ugualmente in crescita. È un fatto naturale: nessun fenomeno dinamico di crescita esponenziale può essere illimitato. Ad un tratto iniziale della curva che s'impenna segue sempre un tratto di incrementi relativi decrescenti. Allora, attraversato un punto di flesso (cambiamento di tendenza) la curva assume una tipica forma a "S" e tende alla crescita zero. È vero che in una siffatta curva in teoria si raggiunge lo zero all'infinito, ma nelle società reali subentra sempre una catastrofe: molto, molto tempo prima di questa specie di stabilizzazione. Per rigenerarsi, il modo di produzione capitalistico deve proseguire il processo di espropriazione e centralizzazione di singoli capitali, deve cioè intervenire con un piano centrale sulla propria anarchia intrinseca, in modo che il meccanismo di riproduzione continui. Avendo portato a compimento la sottomissione reale oltre che formale del lavoro al Capitale, ha bisogno adesso di subordinare tutto il tempo di vita della specie alle sue esigenze di valorizzazione. Azione dissolvitrice anti-formista e lotta di classe organizzata Nei vecchi paesi capitalistici vi è un calo netto del numero di addetti all'industria rispetto al passato recente, mentre nei paesi di nuova industrializzazione il ciclo di formazione del proletariato non riproduce gli incrementi di una volta per via della maggiore produttività odierna del lavoro. Perciò la popolazione operaia del Globo diminuisce di fatto se rapportata alla popolazione totale. La Cina è un esempio lampante. È molto più sviluppata e moderna che non l'Italia al tempo del boom economico e quindi ha in rapporto meno operai, precisamente 150 milioni, l'11% della popolazione (1.300 milioni). Nel 1960 in Italia gli operai erano 8 milioni, cioè il 16% della popolazione (50 milioni). Ma nello stesso periodo in Italia il livello della disoccupazione era insignificante, mentre in Cina i disoccupati sono oggi 150 milioni, una cifra pari alla popolazione operaia. Ciò significa che il ciclo dell'accumulazione è ovunque molto più rapido che in passato e che anche in un paese in forte crescita si distruggono più vecchi posti di lavoro di quanto se ne formino di nuovi. Perciò il Capitale deve occuparsi ovunque di coloro che restano fuori dal ciclo produttivo, se non altro perché, in quanto consumatori, potrebbero essere un tramite per la realizzazione del valore delle merci prodotte. Occorrerebbe però offrire un "reddito", anche basso, a tutti coloro che altrimenti finirebbero ad ingrossare la sovrappopolazione relativa (cioè quella parte dell'umanità espulsa, appunto, da ogni ciclo produttivo e quindi mantenuta con una quota del valore prodotto). Keynes rilevò che i detentori di reddito basso hanno una "propensione marginale al consumo" più alta rispetto a coloro che hanno alti redditi (nel senso che ogni aumento di reddito verrà dai primi immediatamente speso), perciò finora s'è utilizzata una quota del valore totale prodotto dirottandola a fini sociali, cioè per dare comunque un reddito a chi non l'avrebbe, con sussidi diretti, con la "creazione" di posti di lavoro fasulli o con la liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro. Organizzare una ripartizione sociale del valore all'interno della società è già affermazione di un'esigenza storica del comunismo, anche se questo "comunismo", che potremmo chiamare rovesciato, è per adesso contenuto in un involucro blindato rispondente all'esigenza di conservazione del modo di produzione capitalistico. È un fatto che il Capitale, nel suo percorso verso la fase totalizzante, è riuscito a ripartire socialmente il valore e quindi a ritardare la propria morte a partire dagli anni '20, proprio introducendo elementi di piano economico "socialista" (con fascismo, nazismo, New Deal, stalinismo, ecc.), che, al di là delle espressioni più o meno becere con cui si sono manifestati , sono già caratteri della società futura che si impone. Naturalmente la ripartizione del valore vale all'interno delle società come fra di esse, cioè fra vari paesi. Un paese che abbia materie prime e forza economica sufficiente per essere indipendente può accaparrarsi valore altrui – cioè sfruttare plusvalore altrui – facendo leva sui meccanismi della rendita. Oppure, ed è il caso più frequente, può dirottare valore verso di sé un paese che possa far leva su di un forte apparato economico-militare. Nonostante i tentativi di pianificazione che aveva intrapreso dopo la Prima Guerra Mondiale, il capitalismo s'era incancrenito a tal punto da essere costretto ad una Seconda, immensamente più vasta e distruttiva. La crisi venne utilizzata dal Capitale per rinnovarsi ed estendere il proprio dominio sul Globo intero, spingendo concentrazione, centralizzazione e monopolio a livelli mai visti. La prima guerra aveva fatto esplodere la rivoluzione in Europa, di conseguenza si scatenò una controrivoluzione violentissima, purtroppo vittoriosa. I successi del Capitale furono suggellati dalla seconda e, con l'egemonia degli Stati Uniti, si formò un centro di direzione mondiale del fatto politico-economico-militare corrispondente alle sue esigenze. Il Capitale era dunque riuscito a mitigare, almeno in parte, l'anarchia sua congenita, organizzandosi e distruggendo nel contempo l'organizzazione del proletariato. Ora, senza organizzazione propria, qualunque forza sociale è meno che niente, ma la novità fu che le armi del proletariato, cioè le organizzazioni politiche e sindacali, non furono semplicemente distrutte e fatte scomparire: esse furono inglobate nello Stato e ingigantite. I proletari non rimasero dunque senza organizzazione, ne ebbero troppa, ma di segno opposto rispetto alla propria autonomia di classe, di cui l'autonomia del Capitale è l'antitesi. Il problema non è più l'organizzazione in quanto tale, sindacale o politica, ma il suo cambiamento di segno, la negazione-affermazione. La rivoluzione non è mai stata una questione di forme organizzative, ma oggi lo è meno che mai. In un'epoca di super-organizzazione e omologazione delle masse occorre ormai una polarizzazione intorno al programma rivoluzionario per distruggere vecchie strutture, abbattere barriere, liberare forze imprigionate dal leviatano statale. Tuttavia la forza totalizzante e super-organizzata del Capitale non può cancellare la sua intrinseca anarchia. Com'è possibile un capitalismo senza concorrenza? Un supercapitalismo organizzato alla scala planetaria per distribuire effettivamente il "reddito" e per pianificare la produzione di plusvalore è un assurdo in termini, sarebbe semplicemente non-capitalismo. Se si arrivasse a una situazione del genere saremmo già alla soglia dello sconvolgimento sociale definitivo. Il Capitale è riuscito a livello delle singole nazioni a inglobare e realizzare in versione borghese le istanze del vecchio riformismo socialista; è riuscito a realizzare una sua versione fascista del Contratto Sociale con lo Stato corporativo, in cui tutti avrebbero dovuto essere legati dall'interesse comune e le classi eliminate per decreto senza passare attraverso uno scontro rivoluzionario. Il modo di produzione capitalistico si è salvato, ma ha dovuto capitolare miseramente di fronte alla teoria rivoluzionaria. Dovendo adottare elementi di socialismo per salvarsi, ha dimostrato di essere già politicamente morto: "Non appena comincia a percepirsi come ostacolo allo sviluppo e ad essere vissuto come tale, esso cerca rifugio in forme che, mentre sembrano perfezionare il dominio del Capitale imbrigliando la libera concorrenza, annunciano al tempo stesso la dissoluzione sua e del modo di produzione su esso fondato" (Marx, Lineamenti fondamentali, pag. 658). Al di sopra della società effimera del Capitale, è comunque l'organizzazione, unita alla conoscenza del futuro, che permette all'uomo di evolvere. Organizzazione e piano sopravviveranno, mentre l'anarchia capitalistica sta già soccombendo a un nuovo ordine. Persino uno scrittore come Jack London, che non era certo un comunista, essendo passato da un'ideologia razzista e nazisteggiante a un socialismo onirico, nel suo celebre romanzo Il tallone di ferro, del 1907, aveva percepito l'importanza della rivoluzione che stava covando e aveva registrato nei suoi scritti: "La lotta dell'organizzazione contro la concorrenza data da un migliaio di secoli, e sempre ha trionfato l'organizzazione. Coloro che si arruolano nel campo della concorrenza sono destinati a perire". London fu uno di quegli elementi sensibili dell'umanità che, a dispetto dell'ideologia professata, riescono a intuire la realtà di classe meglio di tanti politici ed economisti (Roosevelt con il New Deal e Keynes con il suo trattato sull'economia drogata registrarono solo a posteriori ciò che era già successo da tempo con il fascismo, il nazismo e lo stalinismo). Non è un caso che Lenin, poco prima di morire, amasse farsi leggere i racconti di London; e che Trotsky, più tardi, in pieno trionfo del fascismo, rilevasse la "potente intuizione dell'artista rivoluzionario" che aveva anticipato la natura di questa variante borghese di dominio, "della sua economia, della sua tecnica di governo e della sua psicologia politica". Punto di non-ritorno Analizziamo le forme cui accenna Marx nella precedente citazione. Egli si riferisce al monopolio e al controllo statale, ma essi si sono nel frattempo perfezionati. Prima di tutto è evidente che il Capitale, giunto all'attuale fase di maturità, riesce ad estendere la sua organizzazione e a imporre la sua gestione totalitaria della società perché il movimento internazionale rivoluzionario è stato sconfitto negli anni '20. La Sinistra Comunista "italiana", che nel 1921 aveva fondato il Partito Comunista d'Italia, fu l'unica corrente che riuscì a definire moderno il fenomeno fascista contro coloro che lo vedevano invece come ritorno al passato. Annotò che il capitalismo si sarebbe riorganizzato prendendo a prestito dal proletariato le sue armi di lotta, diventando il "realizzatore dialettico delle istanze riformiste"; il proletariato quindi non avrebbe dovuto schierare le sue forze per un ritorno al riformismo democratico, già superato nei fatti, ma per rispondere con le armi della rivoluzione all'attacco armato della controrivoluzione. Fu l'unica corrente a rimanere sul terreno rivoluzionario coerentemente classista e a tagliare i ponti con le categorie della società borghese mentre tutti gli altri partiti della Terza Internazionale vennero cooptati nell'organizzazione capitalistica in funzione di opposizione democratica. Purtroppo l'immane manifestazione di dominio sociale che si riversava ora sulla compagine rivoluzionaria suggerendo tattiche di compromesso, mise in moto una spirale di avvicinamento alle forze borghesi. Sembrava che non si facesse mai abbastanza per aderire al mondo così com'è. Il Capitale ovviamente non perse l'occasione, e utilizzò questo rinculo per organizzare i partiti comunisti all'interno del suo proprio sviluppo, sferrando una spietata controrivoluzione preventiva, specialmente in Germania. La Sinistra Comunista "italiana", nel combattere la degenerazione collaborazionista e frontista, ribatté in questi termini: "Noi neghiamo che sia giustificabile il criterio di avvicinamento in Germania tra il movimento comunista e il movimento nazionalista e patriottico. La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell'Intesa, anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico, e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato... Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania ad una emancipazione nazionale, quando noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario che esso riesca a vincere non per sé ma per salvare l'esistenza e l'evoluzione economica della Russia e dei Soviet e per rovesciare contro le fortezze capitalistiche di occidente la fiumana della rivoluzione mondiale" (Bordiga, Il comunismo e la questione nazionale). La Sinistra comunista "italiana", fu isolata e sconfitta, ma riuscì a mantenere la continuità con il filo rosso della rivoluzione "semplicemente" rimanendo fedele al principio di irreversibilità del corso capitalistico. Era teoreticamente sbagliato, già negli anni '20, anche solo immaginare che fosse possibile allearsi con forze più o meno democratiche della borghesia contro altre considerate reazionarie e totalitarie. Gli aspetti esteriori della dominazione non dovevano trarre in inganno, quel che importava era la sostanza economica, e semmai i fascismi denotavano una debolezza intrinseca del sistema: la borghesia avrebbe potuto vincere solo se il proletariato e le sue organizzazioni si fossero dimostrati più deboli di lei. I fascismi furono l'espressione dell'esigenza capitalistica di estendere l'organizzazione del lavoro della fabbrica al piano di produzione per la società intera e di indirizzare tutte le forze sociali verso una responsabilità nei confronti dell'economia. Essi agirono nel modo più grezzo, senza neppure essere in grado di copiare dall'organizzatissimo sistema di fabbrica. Ma una volta che la socialdemocrazia ebbe aperto la strada, procedettero alla distruzione storica e fisica del movimento comunista, individuato giustamente (anche da Stalin) come il peggiore nemico, e inglobarono l'associazionismo operaio. In questo furono progressisti. Non furono pura reazione passatista come sostennero i Gramsci e i Togliatti, ma espressione moderna del Capitale nella sua fase di dominio reale e non solo formale. A questo dominio si adeguò in modo plebiscitario il "popolo", compreso il proletariato che si confuse in esso. Perciò è perfettamente legittimo affermare, con la Sinistra, che il fascismo fu sconfitto militarmente ma vinse politicamente ed economicamente, estendendosi nel resto del mondo e anzi specializzandosi, rinnovando la sua forma e scrollandosi di dosso i vecchi ed ormai comici orpelli politici e personalistici. La vittoria strepitosa del valore-Capitale autonomizzato e dei suoi burattini aveva portato il capitalismo ad un punto di non ritorno, ad una fase irreversibile gravida di conseguenze. Oggi non ha alcun senso l'inno che si innalza dappertutto al liberismo "redivivo" dopo la stagione keynesiana e statalista: esso non solo è morto e sepolto con la Prima Guerra Mondiale, ma non è mai esistito nella veste in cui lo dipingono i suoi cultori: il capitalismo è nato statale. Per questo ha ancor meno senso piagnucolare per la riduzione del cosiddetto welfare: mai come oggi lo Stato, al servizio del Capitale e non più dei capitalisti, si è prodigato nel tentativo di salvare, con decreti totalitari, le capacità di insensato consumo delle masse; se non ci riesce è perché lo impedisce la sua crisi storica. Occorre badare a ciò che fanno gli Stati, non a ciò che dicono i pupazzi impotenti che li rappresentano. Il capitalismo è organizzato, ma non riuscirebbe da solo a dominare come domina. Ha bisogno di legare alla propria ideologia i proletari, e per farlo adopera gli strati intermedi piccolo-borghesi, intellettuali, studenti, tecnici responsabilizzati. Ha bisogno di fronti interclassisti proprio perché sono il miglior modo per impastoiare il proletariato, per allontanarlo dal suo programma storico e farlo invece lottare secondo la logica degli aggiustamenti del sistema. Effetti pratici del contrasto fra il valore della forza-lavoro e la sua qualità d'uso Il movimento di autonomizzazione del valore, come abbiamo visto, non porta alla libertà di mercato ma, al contrario, costringe la borghesia a compiere "sforzi grandiosi per costituire centrali di controllo e di infrenamento del fatto economico" (PCInt, Il ciclo storico dell'economia capitalistica). Sforzi grandiosi, dunque. Ma che hanno conseguenze contraddittorie. Possono cioè rappresentare sia la prova dell'ubbidienza al Capitale che detta agli uomini i provvedimenti per la sua propria salvezza (come quando impone il liberismo contro la sua tendenza naturale al monopolio), sia la prova dei limiti raggiunti dal capitalismo stesso che tende a trascendere in una nuova forma sociale. In ogni caso il capitalismo maturo accentua la sua vocazione ad auto-negarsi. Le borghesie e i loro governi avrebbero perciò in ultima analisi un'unica via di salvezza: strappare l'iniziativa al Capitale e puntare alla supremazia del piano sociale rispetto alla giungla economica. Così facendo, però, non farebbero che rafforzare la storica auto-negazione del capitalismo. Quando il valore, nella sua raggiunta autonomia, non è più soltanto intermediario fra gli elementi del suo stesso movimento (denaro e consumo), non è più soltanto il fattore che subordina a sé i movimenti della circolazione e quindi della concorrenza, ma domina nel modo più totalitario sull'intero ciclo economico (C ® M ® P ® M' ® C'), ha bisogno di articolarsi in un corpo agente con membra, cervello, organi interni. Per questo non può far altro che utilizzare i maggiori Stati, con relativa mobilitazione della variegata compagine degli organismi internazionali che essi stessi controllano. Al vertice della piramide capitalistica, le grandi nazioni, con i loro capi potenti, si muovono sotto l'influenza della tremenda forza impersonale e a-nazionale che abbiamo descritto. Esse però soffrono la contraddizione di avere ognuna una borghesia nazionale. Nasce allora, nel tentativo di mediare tra i rispettivi interessi, una pletora di organismi predisposti al controllo internazionale. Essi sembrano rappresentare una parvenza di collaborazione fra Stati, mentre sono in realtà un'appendice dello strumento più potente, gli Stati Uniti. Sono di fatto membra e protesi del corpo centrale a capo del sistema. Tali organismi non sono affatto indipendenti, né semplicemente dipendenti dagli Stati Uniti, come credono certi anti-imperialisti di maniera; ma si formano, crescono e cambiano a seconda di come si muovono i capitali nel mondo. Agiscono dopo, sempre dopo che i capitali si sono mossi e hanno provocato effetti. Soprattutto aumentano di numero e di potenza proprio in ragione della diminuita disponibilità di valore in circolazione. Il sistema intero è teso allo spasimo per schierare ogni suo strumento al fine di indirizzare, ordinare, organizzare l'economia mondiale, come dimostra la storia dei tre maggiori organismi della cosiddetta globalizzazione: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ordine e disciplina non si limitano alle fabbriche, alle banche o alle borse, inglobano anche la vita "privata" degli individui, omologati, inquadrati, controllati, plagiati, addomesticati. L'organizzazione totale del tempo di vita degli uomini, non solo di quello di lavoro, è tipico del fascismo, che vediamo prolungato nell'attuale blindatura democratica della società, con i suoi sindacati come appendice del ministero del lavoro, con partiti politici dai programmi necessariamente conformi alle esigenze dei "mercati", con la guerra psicologica costante che imbottisce i crani, con l'apologia esasperata della meravigliosa società ricca e democratica voluta da tutti (ma polizia, esercito e servizi segreti aiutano assai). Ordine e organizzazione dall'alto sono indispensabili quando il sistema è in pericolo a causa della sua propria natura, dato che ad esempio la libera concorrenza porta in realtà all'espropriazione fra capitalisti e quindi al monopolio; oppure quando esso vacilla paurosamente a causa del diminuito flusso di valore dai settori produttivi e a causa della crescente "sovrappopolazione relativa" che si è costretti a mantenere improduttiva e parassitaria. Allora lo Stato (ogni Stato) interviene con manovre correttive totalitarie dell'economia. L'organizzazione tende a neutralizzare i movimenti anarchici della concorrenza, di qui la fascistizzazione irreversibile – e a scala planetaria – della società, compresa la repressione aperta, proprio mentre viene idolatrata la democrazia. Il valore totale prodotto ex novo in un anno, cioè la somma di salario e plusvalore, è anche il reddito totale della popolazione, dato che la rendita, l'interesse e il guadagno nella circolazione non sono altro che una ripartizione sociale del plusvalore (Marx, Il Capitale, Libro III, pag. 1004). Ora, se il valore totale non cresce, perché non crescono i salari o perché non cresce il plusvalore a causa dell'aumentata produttività individuale (che incrementa il profitto del singolo capitalista ma diminuisce il numero di capitalisti con alto profitto), o per entrambe le ragioni, ecco che l'intero sistema s'inceppa. Una soluzione potrebbe consistere nel ricorso allo sfruttamento estensivo accanto a quello intensivo, nella diminuzione numerica dei capitalisti e nell'aumento generalizzato del salario. Ovviamente nessun capitalista è disposto ad affrontare per primo una soluzione del genere, quindi s'incarica del problema lo Stato riformista. Dato che non lo può fare imponendo salari alti, lo fa prendendo in carico le spese sociali. Ma ciò si rende possibile soltanto con una mirata ripartizione del valore esistente: quando questo scarseggia, ecco che succede proprio il contrario e viene tagliato il salario differito (welfare). Una delle maggiori contraddizioni del capitalismo avanzato è che più aumenta la qualità d'uso della forza-lavoro (produttività) più diminuisce in rapporto il suo valore (salario). Una riprova di questa legge la si ha facendo un confronto fra le asfittiche economie italiana, inglese e francese e una certa vitalità dell'economia tedesca, dovuta a una composizione organica del capitale meno esasperata che altrove e quindi a una minore autonomia del Capitale rispetto alle decisioni degli uomini. Il valore reale prodotto pro capite in Germania viene, nell'ordine, dopo quello di Canada, Inghilterra, Francia, Giappone e Italia. Seguono con netto distacco Spagna, Grecia e Portogallo (dati OCSE, The Economist del 22 gennaio 2005 pag. 102). Questo dato poco conosciuto si spiega appunto con la diversa produttività generale, analizzata da un punto di vista non semplicemente contabile. In Italia vi sono 17,8 milioni di lavoratori dipendenti e 3,9 milioni di occupati indipendenti su 57 milioni di abitanti (due milioni di "indipendenti" sono proletari a tutti gli effetti, solo mascherati sotto le varie etichette della legge Biagi). Se deduciamo i lavoratori improduttivi, cioè gli addetti ai "servizi non vendibili" (amministrazioni pubbliche, scuola, ecc.) rimangono 10,5 milioni di produttori di plusvalore: ogni italiano produttivo "mantiene" 5,4 connazionali. Prendendo le rispettive cifre riguardo alla Germania, troviamo una popolazione attiva di 42 su 82 milioni di abitanti, con 23 milioni di lavoratori produttivi: ogni tedesco produttivo "mantiene" 3,5 connazionali (dati Ministero dell'Economia per l'Italia e OCSE per la Germania). La produttività generale del sistema tedesco in termini di classe è dunque il 34% in meno di quella italiana. Nonostante la grave crisi di crescita e l'alta disoccupazione, in Germania il salario reale è diminuito di poco rispetto agli altri paesi industriali, e le esportazioni rimangono un fattore fondamentale dell'economia, a dispetto del rapporto sfavorevole fra Euro e Dollaro. La vitalità tedesca va perciò attribuita, contrariamente a quanto si crede, proprio ad una controtendenza storica nel rapporto fra la qualità d'uso della forza-lavoro e il suo valore. In pratica vi sono in Germania isole industriali ad altissima produttività (estrazione di plusvalore relativo) cui si accompagnano vasti settori a bassa produttività, cioè ad alto utilizzo di manodopera (estrazione di plusvalore assoluto). Se noi prendessimo non il valore prodotto pro capite ma quello per addetto produttivo, avremmo un indice di produttività generale tedesco ancora più basso, proprio per il ricordato tasso di occupazione, uno dei più alti del mondo rispetto alla popolazione totale, specie nei settori produttivi. Inoltre dividendo il valore totale prodotto per il numero di coloro che lo producono in cambio del salario medio più alto del mondo, il saggio di sfruttamento medio risulta il più basso fra i paesi industriali. Nel nostro calcolo teniamo conto ovviamente solo della produzione di plusvalore, che è quella che c'interessa, e non del diverso grado di dissipazione sociale dovuto alle differenze storiche di organizzazione statale. Sembrerebbe dunque esistere ancora, in Germania, un residuo controllo umano sull'economia, cioè la capacità di mettere in atto alcune della "cause antagonistiche alla caduta del saggio di profitto" individuate da Marx e di contrastare il dominio assoluto del Capitale. Di sicuro quest'ultimo riesce – per adesso – ad auto-limitarsi, traendo vantaggio da un vasto proletariato produttivo e ben pagato. Tuttavia la violenta battaglia politica fra tecnocrati-statalisti e american-liberisti all'interno del partito socialdemocratico e la vittoria di questi ultimi mostrano che anche la Germania è destinata a seguire le orme degli altri paesi. Il Capitale autonomo non ha bisogno di intelligenza borghese, gli bastano docili inservienti. Di fronte all'ingigantire della produttività mondiale, la prospettiva del proletariato tedesco non può essere altra che un allineamento internazionale, con relativa rottura degli attuali equilibri sociali. Anche per questo la Germania continua a essere il fulcro della rivoluzione. Il capitalismo tedesco sta percorrendo la stessa strada già percorsa da quelli d'Italia, d'Inghilterra e di Francia, molto più vecchi. Questi tre paesi sono ormai esenti da ogni autonomia statale nazionale e sono perfettamente omologati in quel sistema globale così ben descritto da Bush, qualsiasi governante venga posto alla loro "guida". O così o la guerra, naturalmente, dato che nazioni e borghesie concorrenti esistono ancora. Dispotismo del Capitale e formazione dell'uomo-industria Il dominio del capitale assume sempre più i tratti di un enorme piano di produzione che esce dalle singole aziende per permeare l'intera società. Tutto dev'essere regolato sulla base di cicli sempre più convulsi di valorizzazione, subordinando le condizioni di vita e di lavoro a questa frenesia assolutamente estranea al ciclo biologico dell'uomo. Il paradosso è ancora una volta evidente: nel momento in cui la maggior parte della popolazione mondiale risulta superflua rispetto al ciclo del valore, tutti gli uomini sono essenziali come appendici del Capitale. L'operaio totale, che nel VI Capitolo Inedito è descritto da Marx come l'insieme delle funzioni utili a completare il ciclo di produzione, compresi i lavori a rigor di logica improduttivi, non è più soltanto in fabbrica ma è diffuso in tutta la società. Più l'individuo risulta estraniato, cioè "liberato", rispetto alla comunità, più il Capitale diventa dispotico e indirizza l'intera massa umana al suo unico obiettivo. L'acutizzarsi di questi fenomeni materiali in rapporto al movimento materiale di autonomizzazione del valore, è alla base dell'alienazione umana e della miseria crescente. Quest'ultima è, secondo Marx, la "legge assoluta del Capitale" soggiacente all'emergere del potenziale rivoluzionario comunista. L'alienazione in senso marxista non è un concetto da analizzare in termini filosofici, o peggio ancora sociologici, come fanno alcuni. Per noi è il culmine cui è giunta la storica frattura tra la specie umana e il suo corpo oggettivo, cioè tra l'uomo, la natura e la massa di lavoro morto che ammorba tutta la biosfera. Nel processo reale verso la società futura da noi chiamato comunismo questa frattura è necessaria per raggiungere una nuova unità a livello superiore, ma è nello stesso tempo un freno formidabile. L'immane accumulo di opere umane assume un'autonomia spaventosa e acceca gli uomini, non li lascia guardare a ciò che potrebbe essere la loro società se non ci fosse il Capitale. La rete di cemento, acciaio, vetro, rame, onde elettromagnetiche, ecc. che avvolge il mondo è il grande "mezzo di produzione" di sé stesso tramite gli uomini. Vediamo allora che assume un significato sempre più preciso e aderente ai fatti concreti il concetto marxista secondo cui il proletariato, che scenderà in campo come primario strumento della rivoluzione, lotterà non solo per la propria classe ma a titolo universale. Questa affermazione acquista un particolare vigore storico se si pensa che ogni rivolta operaia, molto più che in passato, anche se localizzata, anche se inconscia, avviene ormai non tanto per la soddisfazione di qualche richiesta contingente ma contro una vita disumanizzata. L'individuo si sente talmente alienato, talmente separato dal corpo sociale, pur essendo la sua vita assorbita dal frenetico movimento del valore, che il potenziale accumulato non può più ricevere alcun sollievo dalla tradizionale lotta rivendicativa, per quanto necessaria, e i raggruppamenti politici che vi si adattano in modo esclusivo finiscono per diventare utili al Capitale. Dal canto loro le classi medie, spinte via via sull'orlo della proletarizzazione, reagiscono come possono, individuando capri espiatori in altri strati sociali sui quali riversare la loro rabbia e partorendo ideologie ad hoc, come quella che appiattisce l'intero arco politico italiano intorno ad un unico grande "centro" qualunquista. L'operaio totale che pervade la società o, se vogliamo, l'uomo-industria previsto dalla teoria già nei Manoscritti del 1844, ha già dato inconsapevolmente dei poderosi saggi di capacità sovversiva. Sulle pagine della nostra rivista, fin dall'editoriale del numero zero, abbiamo affrontato questo problema, analizzando successivamente lo sciopero americano della UPS e poi, più sinteticamente, quelli italiani degli autoferrotranvieri e di Melfi. Si tratta di esempi che prefigurano lotte future senza quartiere, anche se oggi la rabbia dei sei milioni di "lavoratori atipici" – che in Italia stanno provando sulla loro pelle il meraviglioso effetto del capitalismo avanzato – stenta a diventare esplosiva forza organizzata (cfr. La legge Biagi o il riformismo illogico del Capitale-zombie, su questa rivista, n. 13). Sempre meno lavoro vivo, sempre più lavoro morto Altro che "dispotismo di fabbrica" dei classici: esso schiacciava i soli proletari, mentre oggi l'umanità intera soffoca sotto il dominio del valore, giunto alla fase della disperata ricerca di auto-valorizzazione. Perché sono magari diminuiti i proletari puri d'industria, ma è aumentata a dismisura la massa dei senza-riserve, dei salariati o pseudo-proletari mantenuti a lavori improduttivi. Uomini usa-e-getta che vivono costantemente sul bordo del bidone della spazzatura sociale. Al club esclusivo dei paesi avanzati nessuno è ammesso se non ha almeno l'80% degli occupati nei servizi e la metà dei salariati di qualsiasi ramo trattati secondo le regole della flessibilità. Nell'epoca della massima espansione dell'uomo-industria, paradossalmente, contraddittoriamente, esplosivamente, l'uomo che lavora davvero nell'industria conta meno che mai, a dispetto della immane quantità di plusvalore che individualmente produce. Non solo diminuisce di numero ed è trattato come un paria, ma il suo apporto in lavoro vivo diventa sempre più insignificante rispetto alla quantità di lavoro morto che si accumula. Costretto alla conservazione di tipo sindacale in veste (sempre più stretta) di operaio parziale con lavoro fisso, accumula potenzialità per la rivoluzione politica in veste di operaio complessivo itinerante da un posto all'altro. È vero che il dispotismo "globale" è un passo storico obbligato per lo sviluppo delle forze produttive; ma per ciò stesso è, deterministicamente, un risultato storico transitorio, perché sarà proprio il gigantesco sviluppo della forza produttiva sociale a far saltare la base economica, l'intero sistema del valore e non solo la sua forma. La produzione a base scientifica diffusa nella società, l'automa generale descritto nel primo libro del Capitale, il cervello sociale che Marx anticipa in pagine memorabili nel Frammento sulle macchine dei Lineamenti fondamentali, non sono che potenti proiezioni di una realtà oggi tangibile, quotidianamente sotto i nostri occhi. Dal magma delle relazioni caotiche fra produzione e scambi, Marx trasse l'astrazione semplice delle leggi, per ritornare – come spiegò a proposito del suo metodo – alla "unità del molteplice", infine conoscibile. Ma questa realtà conosciuta ci rivela nuove prospettive, oggi ben visibili sulla base del risultato già raggiunto: il lavoro umano è diventato parte sempre più piccola nel processo produttivo in confronto al giganteggiare dei mezzi materiali e dei valori che mette in moto. In un certo senso è come se fosse diventato una mera funzione regolatrice esterna del processo produttivo invece di essere inglobato in quest'ultimo. Siamo di fronte a un Capitale che, per sopravvivere, produce senza sosta metamorfosi nella propria struttura, e non ci vuol molto per capire che se la sua tendenza è quella di fare a meno degli operai, proprio nella sua struttura si può leggere la tendenza degli operai a fare a meno del Capitale. Naturalmente finché ci sarà il capitalismo questa tendenza resterà tale, perché il Capitale non può fare a meno degli operai in assoluto, né gli operai possono fare a meno del Capitale. Ma è indubbio che ogni comunista deve vedere in tale dinamica non un'occasione per piagnistei rivendicativi ma un movimento verso la società nuova, cui partecipare con entusiasmo distruttivo. Oggi il lavoro immediato, cioè fornito in proporzione al numero di operai occupati (dominio formale del Capitale sul lavoro), non è più la modalità di produzione del plusvalore come non lo è più il mero scambio tra salario e prestazione d'opera. L'ossessione del Capitale giunto alla sua fase suprema è la produttività del ciclo globale di valorizzazione (dominio reale del Capitale sul lavoro). Aumentando a dismisura la produzione per addetto, esso si autocostringe a diffondere il plusvalore nell'intera società. Perciò ai suoi organi di comando la società non appare più come un insieme di classi ben delimitate ma come una massa indistinta, da sfruttare ad arbitrio, senza regole imposte da leggi economiche o da lotte rivendicative. Di fatto perde il controllo delle basi su cui è fondata la sua stessa esistenza, distrugge valore (plusvalore + salario). Così l'apparenza di una valorizzazione globale che si rende autonoma dal ciclo produttivo vero e proprio getta il suo sistema sociale in un limbo curioso, una società bastarda che non è più capitalismo e non è ancora qualcos'altro. Questa insensatezza logica dell'intero sistema, che è in fondo una debolezza da malato terminale, rende estremamente violenti i poteri esecutivi, veri gendarmi elevati a sua difesa, come i governi all'interno delle nazioni e gli Stati Uniti a livello globale. Nello stesso tempo, proietta sulla scena storica i primi germogli del piano sociale, del controllo dei flussi di valore; gli stessi che un giorno, tolto il valore, saranno semplici flussi di pure qualità d'uso, beni, materie, conoscenze utili all'uomo. Il cervello della specie, ormai da tempo non più corrispondente alla mera somma delle scatole craniche degli uomini, si è reso autonomo man mano che si rendeva autonomo il valore, e quindi il Capitale. In tale contesto, molto più visibilmente che ai tempi di Marx, il proletariato non può più essere un semplice erogatore di forza-lavoro da cui estrarre plusvalore. Esso viene elevato alla funzione di classe distruttrice di vecchi rapporti in quanto già strumento di affermazione dei nuovi. Non nel senso che deve conquistare via via spazi maggiori all'interno del capitalismo, come scioccamente propone l'immediatismo gramsciano, operaista o sindacalista, ma, all'opposto, che non gli resta che abbandonare al suo destino la vecchia società, e abbattere ogni barriera che si opponga all'affermarsi di quella nuova. Spazi non ce ne sono più. Questa società non può che esplodere e permettere all'uomo di balzare in un'altra. Nella fase imperialistica del capitalismo, che Lenin chiama di transizione, il proletariato e il suo partito storico si affermano come unico veicolo utile a transitare verso la società nuova. Giunti a questo punto, se il lavoro in forma immediata è scaduto d'importanza (e doveva scadere), se il tempo di lavoro si è fuso con il tempo di vita (e doveva fondersi), se il valore della forza-lavoro è diventato un'infima parte del valore complessivo pur rimanendo l'unica misura del valore, allora quest'ultimo non è già più l'unica misura possibile per la qualità d'uso, ovvero per ciò che soddisfa bisogni umani. Tutto ciò che è umano è smisurato. Il proletariato "campato in aria" e il capitalismo a testa in giù Il nostro metodo di analisi "sul filo del tempo" pretende che a questo punto ci ricolleghiamo al processo storico affrontato all'inizio per mettere in luce gli aspetti invarianti di tutte le transizioni sociali. Quella attuale, vera e propria terra di confine tra il capitalismo in coma e la società futura, mostra aspetti simili ad altri periodi storici di trapasso. È fondamentale considerare i tratti comuni delle transizioni, per dimostrare che la storia non è una somma di casualità ma un processo deterministico, il cui svolgersi è a grandi linee prevedibile non solo per quanto riguarda i grandi sbocchi ma anche il percorso per giungervi, cioè la tattica rivoluzionaria. Nella Roma più antica l'appartenenza del singolo individuo alla comunità era caratterizzata dal legame all'appezzamento di terra affidata alla cura del pater familias, il quale era responsabile non solo verso la famiglia (che raggruppava tutti i conviventi sotto lo stesso tetto, compresi gli schiavi), ma anche verso i posteri, sicché nessuno poteva condurre un'esistenza autonoma. Oltre che alla terra, l'uomo era ancora saldamente unito ai suoi strumenti di lavoro, spesso "posseduti" in comune; e se a causa di una guerra, di una carestia, o del processo di sviluppo delle forze produttive, ne era espropriato, egli si trovava campato in aria (bella espressione riassuntiva, usata nel testo Le forme successive di produzione, che vuol dire "senza campo" oppure, in araldica, "in campo vuoto"). Col venire meno dei suoi legami con la terra e con la comunità egli cadde in dipendenza personale del patrizio che, in quanto proprietario e accumulatore di terre, finì per rappresentare lo Stato. Più tardi, in piena epoca imperiale, il contadino senza terra divenne dipendente anche dei liberti, ex schiavi emancipati. Il ciclo di espropriazione dei contadini e l'accaparramento di terre da parte dei latifondisti produsse una prima significativa autonomizzazione della proprietà fondiaria rispetto ai produttori diretti, con il suo culmine durante il principato di Augusto. La grande proprietà latifondista si protrarrà fino alla fine dell'impero romano e sarà alla base dell'assetto feudale in tutta l'Europa e della precoce rivoluzione agraria borghese in Italia. Il processo di concentrazione fu accelerato nella Roma del tardo impero, quando la proprietà fondiaria ormai consolidata consentì l'accesso alla terra solo attraverso l'arruolamento nelle legioni; per cui il soldato-contadino si spostò sempre più verso i confini dell'impero, da dove erano stato scacciati i barbari e dove servivano braccia per lavorare i campi e difenderli. L'allontanamento dei contadini dai centri agrari dell'impero favorì, al loro interno, l'utilizzo della manodopera schiavistica in grande stile, il loro ulteriore ingrandimento e infine la loro espansione ai confini, nei quali inglobarono anche le terre dei veterani, espropriandoli. La prima accumulazione della terra nelle mani di una classe proprietaria particolare fu una vera e propria rivoluzione. Tuttavia tale classe proprietaria non rappresentava una società nascente, bensì quella morente. Fu perciò spettatrice per lo più passiva di pronunciamenti militari e guerre civili finché non diventò consuetudine che gli imperatori fossero proclamati direttamente dagli eserciti che riuscivano a mettere in campo. La rivoluzione cristiana s'inserì in tale contesto di espropriazione e schiavizzazione, durante il quale masse disorganizzate non potevano che soccombere di fronte all'organizzazione dei patrizi, dei capi militari e dello Stato. La plebe, estromessa dal lavoro, diventò una non-classe al servizio del primo demagogo in grado di pagare. Non essendosi ancora affermato un nuovo modo di produzione, il proletariato antico, ora improduttivo, diventò del tutto inutile e fu estromesso anche dalla vita sociale. Il cristianesimo non ebbe un esplicito programma di emancipazione di classe, ma di fatto ad esso aderirono per quasi due secoli soprattutto i diseredati. I militari erano obbligati al culto dell'imperatore, e i transfughi delle classi dominanti arrivarono molto più tardi; perciò nelle prime "comunità di vita", senza proprietà e con i beni in comune, vi fu una oggettiva omogeneità sociale. Le Epistole di Paolo ci rivelano gli inizi di una comunità reale, con proprie regole di vita che perfezionavano quelle di precedenti sette comunistiche giudaiche, le quali scomparvero di fronte all'imporsi del nuovo partito. Anche al tramonto della forma feudale si può rintracciare un processo simile, e lo troviamo descritto alla fine del primo libro del Capitale nella parte sull'accumulazione originaria. Il superamento delle vecchie "comunità di vita" esistenti, villaggi chiusi, abbazie, sette comunistiche eretiche, diedero vita a nuove comunità, che esplosero con vitalità sorprendente: le città innanzitutto, con le prime strutture borghesi. Il nascente capitalismo, rappresentato dalle prime manifatture e aziende agricole, sviluppatesi persino in seno alle antiche abbazie, espropriò le terre che, alla caduta dell'impero, erano ritornate comuni sotto i regni barbari, rimanendo tali per alcuni secoli. Fu un'altra, grande rivoluzione agraria, che concentrò la produzione e diede luogo alla coltivazione scientifica e intensiva della terra, aumentando prodigiosamente la produttività e richiedendo sempre meno presenza umana nei campi, premessa alla nascita del proletariato urbano. Nella fase di transizione, il capitalista risultò dalla metamorfosi del mercante e del latifondista feudali. Anche il contadino si trovò ad essere né carne né pesce, non essendo più servo della gleba e non riuscendo ancora a inserirsi nel contesto della produzione urbana. Fu perciò servitore, vagabondo, sottoproletario, brigante (come attestato dalle numerose impiccagioni sotto i re feudali) e infine colono delle Americhe. Ogni progresso nel paese più avanzato è progresso del mondo Oggi che intravediamo il tramonto del modo di produzione capitalistico, sarebbe ben strano se non fosse possibile osservare direttamente, ancora una volta, alcune forme di trapasso, comprese quelle caratteristiche delle ultime due classi della storia, proletariato e borghesia, in bilico fra passato e futuro. Giunti alla fase culminante della centralizzazione capitalistica, cioè dell'espropriazione reciproca fra capitalisti, il proletariato sembra estraneo alla loro lotta, mostrando, al massimo, di schierarsi partigianescamente per una parte o per l'altra; ma estraneo non lo è affatto, per la semplice ragione che è implicato fino al collo nella trasformazione del suo proprio lavoro e della sua propria vita. Il dominio del Capitale, che ha sostituito la natura nella funzione di corpo oggettivo inorganico della specie, ha raggiunto il suo limite storico, e non può fare a meno di sconvolgere quel che resta delle vecchie classi. Mentre nelle passate fasi di transizione ogni classe veniva progressivamente fissata all'interno della società subentrante, veniva cioè resa adatta al modo di produzione successivo o eliminata, oggi nessuna classe è adattabile al nuovo modo di produzione, che sarà senza classi; perciò l'unica soluzione oggettiva è la loro effettiva estinzione. Sappiamo già che il capitalista ha esaurito la sua funzione storica, sostituito com'è da funzionari salariati e relegato a elemento di controllo politico per la conservazione del sistema. Il proletario, invece, è ancora l'unica fonte di vita per il Capitale, nonostante, contraddittoriamente, quest'ultimo cerchi di farne a meno ingigantendo l'automa sociale (dominio del lavoro morto sul lavoro vivo). L'aumento della sovrappopolazione relativa provoca un supplemento di controllo da parte di una società di per sé già fuori controllo. Milioni e milioni di persone sono occupate nelle attività collaterali alla distribuzione di valore: dall'organizzazione delle migrazioni alla loro repressione, dalle lotterie di stato alle rapine, dai posti di lavoro artificiali alla prostituzione, dalla produzione di droga (a vagoni) alla sua intercettazione (a grammi), dalle guerre esplicite alle missioni "pacificatrici". Ecco quindi: polizia, spionaggio, eserciti speciali, mercenariato e traffici di ogni genere, tutto senza produrre un centesimo di valore, solo adoperando quello prodotto da altri. Non stupisce che alcuni vedano in tutto ciò la scomparsa della "classe operaia". Ma la questione non è così semplice, e va considerata sotto due aspetti che sembrano negarsi l'un l'altro: da una parte la proletarizzazione di una crescente parte dell'umanità, l'aumento dei senza riserve come una specie di proletariato esteso (cfr. il chiarissimo "Precisazioni su Marxismo e miseria"); dall'altra la diminuzione del proletariato produttivo, oltre tutto reso mobile e precario. Molti proletari disoccupati non sono più soltanto parte di un "esercito industriale di riserva" come polmone fra espansione e crisi, ma sono espulsi in massa dalla dinamica produttiva per sempre, gettati all'esterno di questo modo di produzione. Quando muoiono non sono sostituiti dalla loro prole che ne perpetui "la razza", nel senso usato da Marx, essi si estinguono e basta. Ma se i proletari sono gettati all'esterno di questo modo di produzione, dove si collocano dal punto di vista sociale? Come si vede, assume rilevanza storica un fatto reale, non solo un assunto teorico: il proletariato diventa non solo il potenziale affossatore del capitalismo, ma rappresenta già l'effettivo non-capitale, è già oggettiva anti-forma. Coloro che si dedicano a teorie sulla fine della lotta di classe, a superamenti pseudo-filosofici di Marx, alla morte del comunismo, all'antiglobalismo e sciocchezze simili, avrebbero di che riflettere invece di fare i partigiani della conservazione. Siamo di fronte a una situazione che marcia a ritmi sostenutissimi e scandisce i tempi per la definitiva obsolescenza di quel variegato mondo che si richiama poco coerentemente al marxismo. La selezione sarà drastica e imponente, e solo a questa condizione potranno farsi strada le nuove leve della rivoluzione. Il proletariato mondiale è già in uno stato di incompatibilità pratica con i presupposti materiali del modo di produzione capitalistico. Del resto, così come fra i ranghi operai, anche in quelli della borghesia incominciano a manifestarsi delle defezioni fra elementi che sono gettati all'esterno dell'esistente. Da tempo essi producono materiale teoretico che non appartiene già più alla loro classe, fatto che cerchiamo di mettere in risalto da almeno vent'anni, da quando, ben prima che riuscissimo a dar vita a questo periodico, facemmo completamente nostra l'indagine della Sinistra Comunista "italiana" sulle "capitolazioni ideologiche della borghesia di fronte al marxismo". Oggi la borghesia sputa veleno sul grandioso tentativo dell'Ottobre 1917, ma mai come oggi ha parlato tanto di Marx e del comunismo, anche se solo per assicurare a sé stessa che sono proprio morti. Subdolamente, non ha il coraggio di parlare della rivoluzione rossa e tira in ballo solo il periodo staliniano, adoperando a man bassa gli effetti perversi di una controrivoluzione che le appartiene totalmente perché ha il suo marchio. C'è dell'esorcismo in questo. E della paura. La borghesia sa bene che non potrà mai più evitare di fare i conti con Marx e con l'Ottobre. Sa che nessun tentativo rivoluzionario è stato vano: la vittoria è sempre giunta, perché nessuna società è mai stata eterna e nessuna rivoluzione è rimasta parziale per sempre. Il decorso sicuro del capitalismo si può osservare in tutto ciò che le rivoluzioni, nella loro originalità e dirompenza hanno realizzato quando l'uomo, per loro tramite, è passato a forme sociali superiori. E questo vale sempre, anche nel caso della formazione delle borghesie attuali all'epoca delle loro rivoluzioni, scaglionate nel tempo a seconda del diverso grado di maturazione interno dei rapporti sociali: "Ciò che le nazioni hanno fatto in quanto nazioni, lo hanno fatto per la società umana, tutto il loro valore sta solo in questo, che ciascuna nazione ha sperimentato fino in fondo, per le altre, diversi nuovi punti centrali di determinazione, all'interno dei quali l'umanità ha totalmente compiuto il proprio sviluppo. E dunque, dal momento che sono state elaborate l'industria in Inghilterra, la politica in Francia, la filosofia in Germania, esse sono state elaborate per il mondo. E con questo [si esalta] il loro significato storico-universale, così come cessa quello delle nazioni" (Marx, A proposito del libro di Friedrich List). Alto potenziale dialettico dell'autonomizzazione del valore Nel corso della storia la forma-valore si evolve in direzione di una purezza astratta man mano che si sviluppa il binomio industria-scienza. Nel corso di questo processo, tale astrazione si riflette con potenza crescente nei rapporti fra gli uomini, e si manifesta come omologazione ideologica di fondo, con i suoi sottoprodotti estetici, culturali, linguistici. Entro i confini delle nazioni crescono bisogni analoghi e massificati, i programmi dei vari partiti non si discostano l'uno dall'altro, i provvedimenti economici si applicano come le flebo al comatoso. Al di sopra delle nazioni il discorso non è diverso: Bush e bin Laden sono legati da un'invarianza mistico-culturale non dissimile da quella che lega gli individui delle nazioni o gruppi cui appartengono. Le torri gemelle "cristiane" di New York furono copiate e battute in altezza da quelle "islamiche" di Kuala Lumpur. Le più moderne capitali arabe hanno la stessa architettura disneyforme di Las Vegas, e ovunque, in barba agli insegnamenti di Cristo e Maometto, regna sovrano il dio denaro. Tutto ha appiattito sotto di sé, questa mostruosa divinità polimorfa che si è evoluta in parallelo all'intero sistema. Essa è stata nel tempo: 1) misura dello scambio; 2) mezzo di circolazione; 3) rappresentante delle merci; 4) merce universale accanto alle merci particolari; e oggi è: 5) "la divinità patente, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose" (Manoscritti). Queste caratteristiche devono essere affrontate in quest'ordine, cioè nel loro succedersi come frutto del procedere storico del valore verso l'autonomia totale. Inoltre non devono essere viste come passi separati bensì come processo continuo, metamorfosi nella dinamica storica. L'ultima proprietà del denaro equivale alla compiutezza storica della forma-valore autonomizzata, che ha sviluppato al massimo il suo potere, "fissandosi" come potere esterno del tutto indipendente rispetto agli uomini. Nel Frammento del testo originario di "Per la critica dell'economia politica" vi sono passi sul fenomeno che andiamo studiando, come d'altronde ve ne sono nel Capitolo VI inedito, dove è analizzato il Capitale come valore in processo, se ne sviscera la natura dinamica e se ne descrive il divenire come movimento di integrazione e socializzazione della specie umana sotto il suo comando. Nei paragrafi raccolti sotto il titolo "Passaggio al Capitale" si esamina il processo di circolazione nella sua totalità e simultaneità. In tale processo il valore-denaro, cioè il Capitale che ha completato il suo ciclo storico, domina la sua propria circolazione facendosi mediatore unico di tutta la società. È il valore che fa da tramite fra le sue parti e fra tutte le parti con l'insieme-Capitale. Sono testi, quelli indicati, nei quali troviamo una rappresentazione ad alto potenziale dialettico del fenomeno di autonomizzazione. Nella circolazione compaiono due specie di relazioni: ve n'è una tra equivalenti, cioè tra valori di scambio, e ve n'è un'altra più complessa, tra qualità d'uso. Il denaro è quella merce particolare in grado di stabilire una relazione univoca con tutte le merci misurandone il valore. La sua qualità d'uso è appunto la caratteristica di essere l'equivalente generale dei valori, compreso il proprio. È merce come le altre e nello stesso tempo non lo è. La sua fondamentale ambiguità, cioè la sua ambivalenza e autoreferenzialità lo pone come unico elemento capace di permettere a qualsiasi altra merce la realizzazione del valore sul mercato. È dunque l'unico elemento della società capitalistica che possa permettere la continuazione del ciclo complessivo del Capitale in quanto processo. La circolazione è l'unione di due movimenti complementari, l'acquisto e la vendita, nessuno dei quali può essere isolato. Né possono essere isolati il denaro e la merce che con esso si scambia, dato che l'uno non può fare a meno dell'altra e viceversa. Questo per dire che nessun elemento della circolazione può assumere di per sé un'autonomia, mentre il processo complessivo col quale si realizza il valore sì. Il Capitale è valore in processo che non può fare a meno della sequenza in cui compare anche il processo produttivo: … D ® M ® P ® M' ® D' …, ma è nella circolazione specificamente capitalistica che conquista la sua autonomia, perché all'interno della produzione e del semplice scambio precapitalistico non vi è affatto capitale in processo, per la sua esistenza dev'esserci il sistema produttivo moderno. Nel citato appunto contro Friedrich List, vi è un bellissimo paragrafo sul dualismo cui soggiace l'industria, che è prefigurazione di una società senza classi e valore, ma è anche l'inferno da cui si estrae la massa decisiva del valore immesso nella società (industria va intesa in senso largo, dato che non è solo dalla "fabbrica" che esce plusvalore, ma da qualsiasi attività capitalistica producente profitto in proprio, senza l'accaparramento di una quota di quello altrui, ad esempio un'impresa di pompe funebri, un'agenzia discografica, ecc.). È nella circolazione e non nell'industria che si autonomizza il valore: la circolazione di per sé non produce nulla, è un fuoco che richiede sempre nuovo combustibile, cioè sempre nuove merci-valore, anche perché il denaro non sopravviverebbe se fosse privato della sua funzione di far da tramite in un movimento, se non potesse svolgere il suo compito di equivalente per lo scambio di valore. Proprio per questa ragione il denaro si estinguerà velocemente nella società futura, con l'estinguersi dei movimenti di valore. Al solito: capitalisti senza capitali e capitali senza capitalisti Ma il denaro è la forma attraverso cui il Capitale si manifesta, è la forma universale della ricchezza materiale in forma astratta. Oggi che siamo abituati a trattare con il denaro-bit delle reti informatiche abbraccianti l'intero mondo della produzione-circolazione, possiamo afferrare meglio le anticipazioni della teoria rivoluzionaria sul grado di astrazione cui è giunto il denaro-Capitale. Certo, non è la forma che conta, dato che i bit del bancomat non sono qualitativamente diversi dal biglietto garantito dalla Banca d'Inghilterra dei tempi di Marx. Non è questo però il problema. Il fatto è che il valore trasformato in carta o in bit, garantito da un processo e non da una materia, soprattutto dipendente da movimenti futuri quando sia "investito" nel mondo finanziario, si rende completamente autonomo non solo dalla evoluzione che l'ha generato, ma dall'uomo stesso che ha dato inizio, ormai molto tempo fa, all'intero movimento. Il bit non ha bisogno di essere trasportato fisicamente e può essere smistato da un programma di computer. Allora la differenza, enorme, non sta tanto nell'astrazione, che coinvolge il bit allo stesso titolo della carta-moneta, quanto nella perfetta adeguatezza del bit all'autonomizzarsi del valore. Siamo arrivati al punto in cui non solo il valore comanda gli uomini, ma può anche fare a meno di loro, come in certi racconti di fantascienza che piacciono tanto al cinema, dove le macchine li adoperano come schiavi o addirittura come bio-batterie ricaricabili (vedi Matrix). Siamo alla quinta proprietà storica del valore-denaro, portata ormai alle estreme conseguenze. Essa è l'ultima frontiera del Capitale, oltre c'è solo una società nuova senza legge del valore. Il perché è facilmente comprensibile: il valore-denaro-Capitale autonomo scaturisce di continuo dal processo di valorizzazione-realizzazione, ma proprio la sua indifferenza verso le proprie origini, la produzione, lo rende inadatto storicamente a continuare il ciclo medesimo. Nel momento stesso in cui si rende autonomo, cioè al culmine del capitalismo con tutti i suoi problemi di valorizzazione, tende a fissarsi nella sola circolazione, pretendendo un interesse non importa come. E ogni capitale che, invece del plusvalore, si ponga come obiettivo un mero interesse, senza preoccuparsi d'altro, è capitale fittizio. Ancora nel Frammento citato, Marx mostra come il denaro non possa non fissarsi nella forma autonomizzata. Ma così facendo esso perde le sue caratteristiche fondamentali, che sono quelle di mediare lo scambio al fine della valorizzazione tramite la qualità d'uso. Quando la merce viene consumata, cioè fa valere tale qualità, non è più merce e sparisce dalla circolazione. Così il denaro: se si fissa nella parte del processo in cui il suo potere di mediazione si limita al campo del confronto fra pure quantità di denaro, esso sparisce dalla vera circolazione, cioè dal processo completo … M ® D ® M … P … M ® D ® M … che comprende il lavoro vivo (produttivo), e riduce il processo a D ® D. Rimane, naturalmente, con la sua qualità d'uso nominale, che è quella di portare ad altro denaro; ma, senza la mediazione "… P …", è come se un dollaro comprasse un altro dollaro, rivelando così la sua qualità d'uso reale, quella di un mero pezzo di metallo, un pezzo di carta, un bit. Questo perché è l'intero processo capitalistico che proietta sul denaro la sua potenza, esso non l'ha di per sé. Tutto ciò è piuttosto bizzarro per un modo di produzione che fa del denaro l'unico dio immaginabile e capace di produrre effetti straordinari, compresi i miracoli, come quando crede di creare valore dal nulla. Il valore autonomo produce una frattura sempre più grave fra la realtà e l'apparenza, e il capitalismo diventa un modo di produzione sempre più virtuale. Chi credesse che le nostre sono esagerazioni mediti su alcuni fatti recenti: ad esempio, l'esplosione di "valore" del microbo America On Line, che si comprò il colosso dell'informazione Time-Warner con "valore" non certo prodotto in proprio; oppure il disastro della Enron, il massimo crack della storia fino a quando non fu superato nelle cifre, subito dopo, da quello della Worldcom e, come puro concentrato di follia capitalistica, della Parmalat. In tutti questi casi, funzionari del Capitale approfittarono della credulità nel miracolo dell'auto-creazione di valore nella pura circolazione D ® D' e manovrarono centinaia di miliardi di dollari per scopi che qui non ci interessa valutare moralisticamente. E in tutti questi casi è anche dimostrato come persino coloro che "guadagnarono" somme immense, comprese le più grandi banche del mondo, non fossero gli ideatori del sistema ma i suoi pagatissimi servitori. Essi si trovarono di fronte al denaro-valore autonomo in cerca di valorizzazione entro la sfera della circolazione e già uscito dal processo produttivo perché lì non trovava sbocchi: non fecero che assecondare la sua tendenza. Piuttosto di soffocare per mancanza di valorizzazione tramite il processo produttivo, il Capitale usa qualsiasi mezzo per accrescersi in altri modi, per esempio rastrellando piccoli capitali sparsi, risparmio, debiti scontati e immessi sul mercato, pagamenti per servizi fasulli, ecc. Nessun crimine è vietato dalle leggi dell'accumulazione in tempi normali, figuriamoci in tempi nei quali l'accumulazione è del tutto asfittica. Denaro frenetico ma pietrificato In quest'ottica vanno analizzate le repentine scorribande di rastrellamento in tutte le aree dell'ex blocco staliniano, dalla Russia all'Albania. L'espropriazione gangsteristica di ogni quantità di denaro, anche miserabile, da parte di pochi centri di raccolta fu esemplare dal punto di vista del discorso che stiamo facendo. In un'immensa area drammaticamente sottocapitalizzata a causa del regime precedente, il Capitale, non potendo certo ripetere l'accumulazione originaria, si garantì una considerevole tesaurizzazione finanziaria semplicemente rubando denaro con vari mezzi. Più significativo di tutti fu il caso dell'Albania, vero laboratorio concentrato e di dimensioni così piccole da rappresentare un esempio lampante: in poche settimane si costituì un capitale nazionale privato, prima inesistente, attraverso un capillare rastrellamento di denaro per mezzo delle cosiddette piramidi speculative, che emettevano titoli-spazzatura ad alto interesse. Furono rovinate centinaia di migliaia di persone, ma l'effetto fu tecnicamente positivo (per il Capitale) in quanto l'arraffamento piratesco avveniva su una tabula rasa capitalistica bisognosa di una base qualsiasi di valore. Ben diversa la situazione nel resto del mondo, ovviamente dominata dai colossi del capitalismo. Mentre in Albania fu possibile formare un consistente capitale-tesoro, che fu poi immesso nel circuito nazionale lasciando che i truffati scaricassero i loro kalashnikov in aria, in campo internazionale il rastrellamento ha già raggiunto i suoi limiti, e la fissazione del capitale nella sfera puramente circolatoria è già diventata una specie di tesaurizzazione fuori tempo. Con effetti micidiali. Il denaro in quanto valore autonomo si ritrova immobilizzato nell'ambito chiuso della circolazione. Si agita freneticamente, ma vi rimane senza trovare ossigeno nella produzione. Sembra dinamico, ma è peggio del vecchio tesoro tenuto sotto il materasso che già di per sé era improduttivo, pietrificato (il termine è di Marx), ma che poteva almeno essere tenuto in serbo per investimenti produttivi futuri. Per il capitale moderno da speculazione, l'investimento è già l'essere finito nell'ambito chiuso della circolazione, imprigionato nei cosiddetti mercati, luoghi a-spaziali che funzionano esattamente come la roulette. Se la tesaurizzazione fu uno dei motori del primo capitalismo quando ancora non erano rivoluzionati i rapporti feudali, oggi, nella dinamica del Capitale moderno, un ritorno indietro è impensabile. Perciò, se anche la tesaurizzazione antica sarebbe stata sterile con il denaro fissato in un forziere senza uscirne mai, oggi deve succedere qualcosa di più e di diverso rispetto al passato. In antico il denaro, così come usciva dalla circolazione, prima o poi doveva rientrarvi, e non poteva farlo senza un qualche scopo: "La sua esistenza in quanto mezzo di circolazione e perciò la sua repentina trasformazione in merce deve essere un puro mutamento di forma per poi ripresentarsi nuovamente nella sua forma adeguata, come valore di scambio adeguato, cioè valorizzato" (Marx, Frammento cit. pag. 1131). Ecco lo scopo imprescindibile. L'unica funzione del denaro in quanto valore è lo scambio stesso, ma ciclicamente ne deve uscire aumentato. Questo ripetersi di cicli di valorizzazione nello spazio e nel tempo è il fenomeno cui nel Capitale si dà una definizione lapidaria: Capitale in quanto valore in processo (cfr. Libro I, cap. IV.I). Quindi il valore autonomo, ossia il denaro come forma oggettivata del valore al di fuori delle merci, è il mezzo per giungere alla forma piena del Capitale autonomo, cioè Capitale che realizza in pieno la sua dominazione sull'uomo e sulla natura. Ogni valore-denaro sottratto al processo, come nella tesaurizzazione o nella sfera del capitale fittizio, non è più capitale, quindi "Non funziona né come valore di scambio né come valore d'uso, è tesoro morto, improduttivo. Da esso non prende avvio alcuna azione" (Marx, Frammento cit. pag. 1136). La differenza fra la sfera del capitale fittizio e la tesaurizzazione pura e semplice è la frenetica agitazione del primo di fronte all'immobilità della seconda. Sembra una differenza senza importanza, dato che il parossismo speculativo computerizzato di migliaia e migliaia di transazioni al secondo ha un risultato che è sempre a somma zero (D ® D), come nel gioco d'azzardo. Ma si tratta invece di una differenza importante: il tesoro antico rappresentava la giovinezza del Capitale, quello moderno la senilità. La massa di capitali che fanno questa misera fine si accresce man mano aumenta la difficoltà di valorizzazione, non ne è affatto il propulsore. Nonostante ciò, il capitale fittizio diventa sempre più tronfio rispetto a quello industriale. Ma è il gonfiare il petto della rana rispetto al bue, tant'è vero che ogni tanto la bolla scoppia. Più gli uomini perdono il controllo del Capitale, più si convincono, vere mosche cocchiere, di guidare l'economia, addirittura a livello mondiale, come fecero con i precedentemente ricordati fascismi all'interno delle nazioni; in realtà il valore ha raggiunto una tale autonomia che gli Stati si adeguano già automaticamente senza il bisogno del comando di un'autorità politica centrale, a cui rimane la funzione di polizia. "Coloro che ritengono pura astrazione l'autonomizzazione del valore, dimenticano che il movimento del capitale industriale è questa astrazione in actu […]. I movimenti del Capitale appaiono come azioni del singolo capitalista industriale, cosicché quest'ultimo funge da acquirente di merci e di lavoro, da venditore di merci, da capitalista produttivo, e in tal modo, con la sua attività, media il ciclo [ma] quanto più si fanno acute e frequenti le rivoluzioni di valore, tanto più il movimento automatico del valore autonomizzato – che opera con la violenza di un processo naturale elementare – si fa valere contro le previsioni e i calcoli del capitalista singolo" (Marx, Il Capitale, Libro II, pag. 136). Quanto più si autonomizza dunque il valore, parcheggiandosi al di sopra delle cose terrene come un satellite artificiale in orbita fissa, pur se percorsa a folle velocità, "tanto più il corso della produzione normale si assoggetta alla speculazione anormale e maggiore si fa il pericolo per l'esistenza dei capitali singoli. Così, queste periodiche rivoluzioni di valore confermano ciò che si pretende smentiscano: l'autonomizzazione che riceve il valore come Capitale, e che esso, grazie al suo movimento, conserva e rafforza" (ibid.). Anche un satellite artificiale compie più rivoluzioni nello spazio, tornando allo stesso posto ad ogni giro. Il p |