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La rivolta delle banlieues era proletaria?
C’è
stato un dibattito a distanza tra i gruppi di sinistra, non necessariamente
legati alla vostra tradizione, che ricorda per certi aspetti quello del decennio
'68-'78. Lasciamo perdere le motivazioni un po' cervellotiche, ma allora si
trattava di capire chi fossero realmente i proletari produttivi entro la sfera
dei salariati, mentre adesso sembra si discuta su di un fatto più generale:
alcuni affermano che i banlieusards
sono più assimilabili al lumpenproletariato che alla classe operaia, altri
invece riconoscono che il nuovo proletariato è composto anche da elementi che
non rientrano più nel classico rapporto fra capitalista e salariato, fra
Capitale e Lavoro. Quest'ultima sembra essere la vostra posizione. Ma
io mi chiedo, pur senza saper dare una risposta precisa rispetto ai due filoni:
come può far parte del proletariato chi non rientra in un rapporto di
sfruttamento? Com'è possibile assimilare gli arrabbiati delle banlieues con i
giovani proletari immigrati di Torino che scioperarono e impegnarono la polizia
nel '62 in durissimi scontri di piazza durati più giorni? Si tratta con tutta
evidenza di strati sociali completamente differenti e il parallelo che voi ne
avete ricavato mi sembra piuttosto arbitrario. L'analizzare i fatti francesi dal punto di
vista sociologico o marxologico non porta da nessuna parte. E comunque non è
esatto ciò che anche tu ci attribuisci. Ci troviamo infatti di fronte a una
situazione generalizzata cui hanno partecipato sia proletari puri, sia
semiproletari, sia lumpen, quelli che
Sarkozy ha chiamato feccia, rapportando l'intero movimento al livello che gli
conveniva. Detto questo, per noi è ovvio che la rivolta non è stata di segno
proletario, ma aggiungiamo subito che è esplosa a un livello politico più
alto rispetto alle lotte "proletarie" che siamo abituati a vedere
e che vedremo ancora per molto tempo. Abbiamo
fortunatamente dei fatti eclatanti che ce lo dimostrano, come ad esempio le
grandi manifestazioni, sempre in Francia, contro il CPE, contratto di primo
impiego. Le prime di esse raccolsero circa due milioni di persone, giovani
studenti, lavoratori precari operai di fabbrica. Si trattava di un esteso
movimento rivendicativo di tipo riformista classico, che infatti si risolse al
tavolo delle trattative, accettato da tutte le componenti politiche e sindacali
del movimento, che erano almeno una dozzina. Noi non siamo assolutamente
d'accordo con coloro che diedero molta importanza a queste manifestazioni
oceaniche, motivando il loro entusiasmo con il fatto che i principali
protagonisti erano i giovani, futuri proletari disoccupati. La rivendicazione
era sindacale, ma di un tipo un po' speciale: gli studenti o ex studenti
disoccupati e precari, rivendicavano di avere un "posto" adeguato agli
studi che avevano compiuto (una protesta identica, quasi neppure annotata sui
giornali, vide in corteo a Roma almeno centomila persone). Tutti gli altri
richiedevano allo Stato una diversa politica del lavoro. Le oceaniche
manifestazioni contro il CPE erano politiche e riformiste, come la
manifestazione, celebre, contro il terrorismo e per l'articolo 18 in Italia, che
a detta degli organizzatori aveva mobilitato tre milioni di persone. Grandi numeri, decisamente molto più grandi
di quelli che riguardano le banlieues, le quali hanno visto attive un paio di decine di migliaia
di persone, ma come un tutt'uno con una popolazione intrinsecamente eversiva.
Qui siamo al solito punto già passato alla critica di Marx: una rivolta
politica può avere aspirazioni universali fin che si vuole, ma resterà
meschina se non è espressione di un movimento reale di cambiamento; mentre una
rivolta per spinte reali apparirà meschina fin che si vuole, ma avrà invece un
contenuto sovversivo universale. Questa ci sembra la chiave di lettura
principale della rivolta francese. I banlieusards
non avevano rivendicazioni da avanzare, non volevano niente, erano solo
incazzati, soprattutto aborrivano l'integrazione con il nemico, che invece è
l'obiettivo di ogni riformismo. Solo in un secondo tempo si può passare a
un'analisi più dettagliata. Ma anche in questo caso vediamo che la
"feccia" straniera che Sarkozy s'era inventato non era altro che la
seconda o terza generazione, francesissima, di quegli immigrati che hanno fatto
con le loro mani il capitalismo francese, lavorando nei cantieri e nelle
fabbriche, proliferate non sotto la Tour Eiffel o davanti a Notre Dame, bensì,
appunto, nelle banlieues. In Francia abbiamo solo avuto una piccola
avvisaglia di ciò che potrà succedere in futuro, quando un miliardo di
diseredati urbani esploderà senza controllo. Perché la banlieue non è un luogo pittoresco, ma una parte vitale del sistema
capitalistico. Il Capitale non globalizza solo l'economia, globalizza
soprattutto il proletariato, di fabbrica o precario o disoccupato.
L'interlocutore storico del Capitalismo non è assolutamente una
"moltitudine" né una "classe universale", come va di moda
inventarsi oggi: rimane, è, il proletariato, il quale si universalizza, non
perché se ne possa fare un censimento sociologico, ma perché all'operaio
parziale all'interno della fabbrica deve corrispondere l'operaio globale, così
come alla merce discreta corrisponde sempre più la merce continua, quella che
si paga a canone, che non è un oggetto fisico da comprare una volta e
consumare, ma si paga per tutta la vita, come il tram, il telefono, la
televisione, l'energia elettrica. C'è chi ci accusa di inventare novità
rispetto al buon vecchio Marx: la verità è che bisogna saper leggere sia le
parole scritte che i fatti maturati da quando esse lo furono. E i fatti sono una
conferma clamorosa di ciò che Marx poteva appena intuire per anticiparne la
critica. Quello che abbiamo appena detto discorrendo, senza citare
esplicitamente, non è una "nostra" analisi sui fatti francesi: è una
verifica sperimentale di certi assunti di partenza esposti un secolo e mezzo fa
in opere che a volte fa comodo dimenticare. È sbagliato pensare che nelle banlieues
sia successo qualcosa di così eclatante da essere considerato quasi anormale,
come i media inducevano a credere. Di
fatto c’è stata un’estensione quantitativa, esplosa per un periodo
limitato, di un qualcosa che avviene quotidianamente e regolarmente. Il
territorio in cui è scoppiata la scintilla è abbastanza preciso e delimitato.
Si tratta della banlieue
settentrionale, a sua volta suddivisa in diverse fasce urbane, che guarda caso
coincide con la vecchia struttura industriale smantellata, dove è concentrato
il proletariato parigino. La novità è appunto l’elemento quantitativo, dato
che la scintilla ha incendiato l'intera Francia urbana, dove la banlieue
dei precari, dei disoccupati e degli incazzati non è altro che il riflesso
della vecchia industria morente e di quella nuova, rinascente sotto altra forma.
Per questo il proletariato non sparisce affatto, non cambia natura e rimane il
direttissimo complemento della nuova industria. |