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Attacco agli Stati Uniti
Newsletter inviata agli abbonati il 12 Settembre 2001
CONTROLLO GLOBALE
Avvenimenti come quelli di New York e Washington non possono certo essere
commentati con una instant mail come questa. Più ponderoso lavoro
dev'essere fatto a prescindere dalla ridda di informazioni, supposizioni e
soprattutto dall'oceano di chiacchiere sulla "nuova Pearl Harbor",
per ora etichettata come islamica. Tuttavia, a partire da cose che abbiamo già
detto in passato e quindi non improvvisate, è possibile inquadrare il nostro
lavoro in modo da non disperdere energie rincorrendo le news dei media e utilizzare
invece le informazioni in modo mirato.
Questo lavoro iniziò vent'anni fa sui solidi presupposti gettati prima dalla
Sinistra Comunista, poi dal Partito Comunista Internazionale che ne era la
continuazione fisica. Individuammo tre pilastri principali:
- 1) l'incessante sviluppo della forza produttiva sociale come motore del
cambiamento al di là della volontà di classi o governi;
- 2) il corso del capitalismo mondiale come verifica sperimentale della legge
dei tassi d'incremento decrescenti prima all'interno dei singoli paesi e poi
del mondo;
- 3) il corso storico del dominio di classe della borghesia nell'epoca del
Capitale globale (sottomissione reale del lavoro al Capitale), dai rozzi
tentativi locali di controllo del fatto sociale (fascismi, New Deal,
stalinismi) a quello mondiale ancora appena abbozzato (cosiddetta
globalizzazione).
Tra l'altro - ed è l'aspetto che qui c'interessa - nella dinamica del
capitalismo verificammo la chiusura non solo del ciclo liberal-riformista, di
quello sindacale classico e di quello rivoluzionario borghese (questione
nazionale e annessa questione contadina, inquadrata, quest'ultima,
nell'articolo L'uomo e il lavoro del Sole che apparirà sul n. 5
della nostra rivista), ma anche del ciclo storico più ampio riguardante la
successione degli imperialismi, dalle repubbliche marinare alla Spagna,
all'Olanda, all'Inghilterra e agli Stati Uniti come ultimi rappresentati del
ciclo capitalistico.
Dopo l'ultima guerra mondiale, le guerre locali di Corea e Vietnam furono
combattute soprattutto nella logica dei blocchi utilizzando carne da cannone
altrui. Con la fine della coesistenza competitiva si affermò non solo il
completo dominio economico e "culturale" degli Stati Uniti, ma anche
l'impossibilità di muovere guerra a un paese così potente. Lo impedivano sia
i rapporti di forza sia, soprattutto, l'interesse di tutti gli altri paesi
all'economia americana, formidabile attrattore di merci altrui.
Nei testi del PCInt. dell'immediato dopoguerra si parlava di una possibile
terza guerra planetaria o di uno stillicidio di guerre locali che l'avrebbero
potuta sostituire. L'accento era già comunque posto sulla tendenza al dominio
mondiale da parte del capitalismo più forte:
"Vediamo che razza di guerra sarebbe la eventuale prossima
dell'America per cui si votano crediti militari immensi e si danno ordini e
dettami strategici a paesi lontani. Potrebbe risultare la più nobile delle
guerre, ma essa non indurrebbe i marxisti ad attenuare la lotta antiborghese e
antistatale, ovunque; ad analizzare questa guerra e a definirla come la
più clamorosa impresa di aggressione di tutta la storia. Non si tratta solo
di una guerra ipotetica poiché essa è già in atto, essendo tale impresa
legata da stretta continuazione con gli interventi nelle guerre europee del
1917 e del 1942, ed essendo in fondo il coronamento del concentrarsi di una
immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di
difesa dell'attuale regime di classe. Tale processo potrebbe svilupparsi anche
senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, se il vassallaggio
della seconda potesse essere assicurato, anziché con mezzi militari, con la
pressione delle forze economiche preponderanti. Sta di fatto che le prepotenze
di quei citati aggressori storici europei che si dannavano per una provincia o
una città a tiro di cannone, fanno ridere di fronte alla improntitudine con
cui si discute in pubblico - ed è facile arguire di che tipo saranno i piani
segreti - se la incolumità di Nuova York e di San Francisco si difenderà sul
Reno o sull'Elba, sulle Alpi o sui Pirenei. Lo spazio vitale dei conquistatori
statunitensi è una fascia che fa il giro della terra".
(Partito Comunista Internazionale, 1949)
Giusta questa premessa, abbiamo visto che ora non sono più possibili neppure
le guerre locali classiche. Infatti, gli interventi delle forze coalizzate
prendono la forma di operazioni di polizia internazionale, per esempio contro
l'Iran (tentativo rozzo e fallito), contro l'Iraq (tentativo intermedio
lasciato in sospeso), nei Balcani (tentativo in corso, in parte riuscito).
La tendenza alle operazioni di polizia mondiale si va precisando, sta
diventando un tutt'uno con la globalizzazione (che comunque sarebbe meglio
continuare a chiamare imperialismo). Sta anche provocando reazioni contro
la potenza che, in via reale o immaginaria, rappresenta agli occhi di intere
popolazioni la causa del loro malessere. La prossima propaganda tenterà di
dare un volto a chi ha materialmente eseguito il pluri-attentato, ma in
definitiva quest'ultimo non è che una pulsione dello stato di cose materiale.
Qualunque giustificazione ideologica o religiosa accampi. Sta di fatto che,
essendo impossibile da parte di chiunque una guerra aperta contro gli Stati
Uniti, questa che vediamo oggi in forma così eclatante è la forma
sostituitiva che prenderà piede nei prossimi anni.
BALCANIZZAZIONE DEL MONDO
Ci auguriamo che, come era successo durante la Guerra del Golfo, gli
avvenimenti odierni polarizzino l'attenzione su alcuni dati di fatto acuendo
l'intelligenza collettiva. La balcanizzazione... dei Balcani ha portato per
ora alla formazione di alcune entità statali che hanno brutalmente risolto o
stanno per risolvere alla borghese annose "questioni nazionali" in
sospeso da secoli. La Slovenia, la Croazia e la Macedonia sono formalmente
indipendenti. La Bosnia, con una situazione etnica più complessa, è per ora
sotto tutela internazionale ma si sta avviando o verso una forma federativa o
verso una spartizione fra i confinanti. La situazione albanese sta evolvendo
lentamente verso una "Grande Albania", sfacciatamente assecondata
dalle armi occidentali. La Serbia potrebbe ancora vedersi sfuggire il
Montenegro.
Per quanto nella prospettiva rivoluzionaria siano preferibili gli Stati
unitari piuttosto che queste polverizzazioni etno-statali, è certamente in
corso, sotto la pressione enorme del capitalismo globalizzato, una crisi
mondiale che ha fra gli altri effetti quello di mettere le etnie le une contro
le altre. La disgregazione dell'ex Unione Sovietica ha per esempio trasformato
l'Asia Centrale in una polveriera, su cui si innesca l'attività islamica,
all'inizio foraggiata proprio dagli USA in funzione anti-russa.
Questa è la situazione che, classicamente, si rivolta contro gli Stati Uniti
e che essi saranno necessariamente portati a risolvere. Il potenziale
esplosivo del mondo, specie se la crisi attuale dovesse durare nel tempo o
addirittura cronicizzarsi più di quanto non lo sia già, si manifesta per ora
con fenomeni superficiali, sintomi di una malattia profonda che per ora
sfociano in movimenti ultra-integrati come quello no global oppure
apparentemente fuori controllo come alcune forme di terrorismo.
In questa ottica, non ha più nessuna importanza la ricerca sul chi abbia
reclutato, addestrato e indirizzato il piccolo e preparatissimo esercito che
è stato necessario a scatenare il massacro multiplo sul suolo americano (nei
prossimi giorni, a televisioni spente, il termine "dirottatori"
apparirà in tutta la sua insufficienza). Il terrorismo privatizzato del
miliardario saudita, quello dell'Esercito Rosso giapponese o quello statale di
qualche "paese-satana" della lista americana trova truppe ovunque vi
siano disperati o infuriati, senza bisogno di esporsi in prima persona.
Gli Stati Uniti, dopo questo atto di guerra che, date le premesse, non
possiamo neppure chiamare "impropria", si sentiranno liberi di agire
fino in fondo, allargando le aree "sensibili", come si dice in gergo
militare, ed estenderanno il loro intervento ovunque vi sarà un focolaio di
"disordine" in grado di mettere in discussione l'ormai
improcrastinabile "nuovo ordine mondiale". E non lo faranno da soli,
perché per prima cosa hanno proprio evitato di catalogare l'attentato come
atto terroristico e l'hanno considerato subito "azione di guerra".
In tal modo possono invocare l'automatico coinvolgimento delle altre potenze
nella risposta militare.
NON E' PEARL HARBOR
E' profondamente inadeguata l'immagine, molto presente sui media, di una
"Pearl Harbor" alla quale gli Stati Uniti potrebbero rispondere con
una ritorsione all'israeliana nel mondo intero. Per due motivi: 1) nel
'41 essi erano in procinto di diventare i dominatori del mondo ed ebbero perciò
un atteggiamento attivo, anche nel lasciarsi affondare le vecchie e
inutili corazzate mentre mettevano al sicuro la flotta delle nuove portaerei
con le quali avrebbero spazzato via il Giappone; oggi sono già dominatori del
mondo, quindi hanno un atteggiamento passivo, di difesa, di fronte ad
un sistema che li sta rigettando; sono obbligati ad intervenire per la loro
stessa sopravvivenza; 2) la soluzione all'israeliana gli è negata, perché
Israele è un piccolo Stato dall'economia isolata e fasulla, che può solo
imbastire delle ritorsioni locali con le spalle coperte dagli americani,
mentre gli Stati Uniti devono programmare un tessuto mondiale di rapporti che
permetta il loro flusso vitale di merci e capitali in entrata e in uscita.
I fatti, gli esperti, e persino la letteratura e il cinema, hanno già
ampiamente mostrato l'estrema vulnerabilità di qualunque Stato di fronte al
terrorismo internazionale. Organismi ufficiali e gruppi d'informazione
militare come Jane's ritengono che la diffusione delle tecniche
nucleari e il traffico di materiale fissile, specie dopo la disgregazione
dell'URSS, rendano a portata di chiunque la fabbricazione di bombe atomiche
rudimentali con un minimo di mezzi.
Tutto ciò impone a una potenza planetaria come gli Stati Uniti di
varare una politica altrettanto globale di azione alla fonte. Ma questo
è impossibile finché viene rispettato anche solo parzialmente il concetto di
sovranità nazionale. E' per questo che i pluri-intervistati osservatori
americani (il più chiaro di tutti è stato il solito Luttwak) recitavano
all'unisono il ritornello: il mondo dev'essere solidale con gli Stati Uniti
nella lotta al terrorismo, ma non si può lottare contro di esso se vi sono
ostacoli giuridici, economici e politici che si frappongono continuamente.
Volenti o nolenti che siano le borghesie nazionali, l'11 settembre 2001 è una
data che segna l'inizio della globalizzazione nel vero senso della parola.
Oppure, se il deterioramento dei rapporti internazionali dovesse rivelarsi più
profondo di quanto non appaia oggi, l'inizio della disgregazione del sistema
che s'impernia sugli Stati Uniti. In entrambi i casi un formidabile slancio di
tutti i fattori della rivoluzione.
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