Reddito di cittadinanza

Nella classica impostazione sindacale comunista, come del resto traspare da alcuni vostri ottimi volantini contro il "diritto al lavoro" presenti sul sito, la rivendicazione è, fin dall'inizio del '900, salario ai disoccupati. Ciò indipendentemente dal fatto che il disoccupato abbia lavorato in fabbrica e perso il posto di lavoro ma sia ad esempio un giovane precario che un lavoro vero non l'ha mai avuto. Non sembra un po' alla rivendicazione di quel movimento che preme per il cosiddetto reddito di cittadinanza?

 

Beh, no, è tutt'altra cosa. Prima di tutto il reddito di cittadinanza è richiesto da elementi interclassisti come provvedimento riformista per tutti i cittadini, mentre il salario ai disoccupati è un obiettivo di lotta dei soli proletari per i loro compagni che rimangono disoccupati. Il reddito di cittadinanza — che come il salario ai disoccupati non è di per sé impossibile da realizzare — è teorizzato in base al principio illuministico che ogni individuo deve partecipare a una quota minima della proprietà generale, mentre il salario ai disoccupati è… un salario. Infatti, socialmente, è inevitabile che si rifletta sul valore della forza-lavoro, e questo valore non è calcolabile in base ad alcun criterio ragionieristico ma è dovuto ai soli rapporti di forza.

Il reddito di cittadinanza è per esempio riconosciuto dalla regione Campania per le famiglie sotto la soglia di povertà, ma è anche una pratica abbastanza comune nel mondo islamico, dove una parte della raccolta di fondi delle moschee va a sostegno delle famiglie bisognose. In questi casi non c'è l'automatismo per tutti i cittadini, ma il principio è lo stesso. Milioni di abitanti dei campi profughi in Palestina o in altre aree colpite da guerre o disastri naturali ricevono vari sussidi dagli stati, quindi usufruiscono già di una specie di reddito di cittadinanza. In paesi come la Germania il supporto sociale era così vasto fino a una quindicina di anni fa che aveva una funzione keynesiana di distribuzione del reddito e di innalzamento della "propensione marginale al consumo".

Ma forse la considerazione più importante è che il surplus sociale è così alto che la società stessa si incarica di sfornare teorie intorno al modo di utilizzarlo. Di qui il solito fenomeno codista degli araldi dell'esistente.

Rivista n. 26