Capitolo III
Comunismo e dittatura del proletariato

19. Caratteri dell'ordinamento sociale comunista. La produzione nel re­gime comunista 20. La distribuzione nel regime comunista - 21. L'ammini­strazione nel regime comunista - 22. Lo sviluppo delle forze produttive nel regime comunista (vantaggi del comunismo) - 23. La dittatura del proleta­riato - La conquista del potere politico - 25. Il partito comunista e le classi nella società capitalistica.

19. Caratteri del regime comunista

Noi abbiamo visto perché la società capitalistica deve morire (e la ve­diamo ora morire davanti ai nostri occhi). Essa muore perché vi sono due fattori che ne determinano la fine: l'anarchia della produzione, che dà luogo alla concorrenza, alle crisi ed alle guerre; ed il carattere classista della so­cietà, che dà ineluttabilmente origine alla lotta di classe. La società capitali­stica è paragonabile ad una macchina male costruita, nella quale una parte incaglia continuamente l'azione delle altre. (Vedi § 13: "Le contraddi­zioni dell'ordinamento sociale capitalista"). Perciò questa macchina deve prima o dopo sfasciarsi.

È chiaro che la nuova società dovrà essere molto più saldamente conge­gnata che con il capitalismo. Non appena l'urto delle forze antagonistiche avrà spazzato via il capitalismo, dovrà sorgere sulle rovine una società che non conoscerà quegli antagonismi. Le caratteristiche del sistema di produ­zione comunistica sono le seguenti: 1° la società sarà organizzata, cioè in es­sa non esisterà né anarchia della produzione, né concorrenza degli impren­di­tori privati, né guerre, né crisi; 2° non esisterà più la divisione in classi, cioè la società non sarà più divisa in due parti che si combattano reci­proca­mente e non sarà possibile che una classe venga sfruttata dall'altra. Una so­cietà in cui non esistano classi ed in cui tutta la produzione sia orga­nizzata non può essere che una società comunista nella quale tutti lavorano soli­darmente.

Consideriamo questa società più da vicino. La base della società comu­nista è la proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio, cioè le macchine, gli apparati, le locomotive, i piroscafi, gli edifici, i magazzini, le miniere, il telegrafo ed il telefono, la terra ed il bestiame da lavoro sono pro­prietà della società. Nessun singolo capitalista e nessuna associazione di ric­chi può disporre di questi mezzi, che appartengono all'intiera società. Che cosa significa questa espressione di "intiera società"? Significa che neppure una singola classe può essere proprietaria di questi mezzi, ma bensì tutti gli individui che formano questa società. In tali condizioni la società si tra­sforma in una grande e solidale cooperativa di lavoro, nella quale non può esistere né sparpagliamento della produzione, né anarchia. Anzi siffatto or­dinamento permette l'organizzazione della produzione. La concorrenza non è più possibile poiché nella società comunista tutte le fabbriche, le officine, le miniere ed ogni impianto speciale non sono che altrettanti reparti di una grande officina nazionale che abbraccia tutta la economia. S'intende che una organizzazione così grandiosa presuppone un piano di produzione generale. dal momento che tutta l'industria e l'agricoltura formano una unica immensa cooperativa, bisogna naturalmente pensare come si debba distribuire la ma­no d'opera fra le singole industrie, quali e quanti prodotti siano necessari, come e dove debbano venir distribuite le forze tecniche ecc. Tutto ciò deve essere prestabilito, almeno approssimativamente, ed in base a questo pro­gramma bisogna agire. In ciò consiste appunto l'organizzazione della pro­duzione comunista. Senza un piano ed una direzione comune, senza una esatta contabilità, non vi può essere organizzazione. E appunto nella società comunista esiste un piano di questo genere. Ma l'organizzazione sola non basta. La cosa essenziale consiste in ciò che questa è un'organizzazione soli­dale di tutti i membri della cooperativa. Oltre che per l'organizzazione, l'or­dinamento sociale comunista si distingue per il fatto che esso elimina lo sfruttamento, abolisce la divisione della società in classi . Noi potremmo immaginarci che la produzione sia organizzata in modo che un piccolo gruppo di capitalisti domini tutto, ma domini in comune. In tal caso la pro­duzione è organizzata, nessun capitalista combatte l'altro, ed alla concor­renza è sostituito lo sfruttamento in comune della classe operaia, ridotta in semischiavitù. Qui esiste un'organizzazione, ma anche lo sfruttamento di una classe per opera dell'altra. Anche qui abbiamo una proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma nell'interesse di una classe sola, della classe capitalista, qui non si tratta di comunismo, sebbene esista un'organizzazione della produzione. Una siffatta organizzazione della società eliminerebbe soltanto uno dei mali fondamentali - l'anarchia della produzione - ma raffor­zerebbe l'altro male del capitalismo: la divisione della società in due classi antagonistiche; e la lotta di classe si accentuerebbe ancor più. Questa società sarebbe organizzata soltanto sotto un aspetto, ma la divisione in classi persi­sterebbe. La società comunista invece non organizza soltanto la produzione, ma libera anche l'uomo dall'oppressione per opera di altri uomini. Essa è or­ganizzata in tutte le sue parti.

Il carattere sociale della produzione comunista si manifesta anche in tutti i particolari di questa organizzazione. Nel regime comunista, per esempio, non vi saranno direttori di fabbrica stabili o gente che durante tutta la sua vita fa il medesimo lavoro. Nell'odierna società le cose stanno così: se uno ha imparato il mestiere del calzolaio, egli non farà in tutta la sua vita al­tro che scarpe e non vedrà altro che le sue forme; se è pasticciere, non farà in tutta la sua vita altro che paste; se è direttore di fabbrica non farà altro che amministrare e comandare; se è semplice operaio dovrà in tutta la sua vita ubbidire ed eseguire gli ordini degli altri. Nella società comunista le co­se sono diverse. Tutti gli uomini vi godono una cultura multiforme, di modo che tutti possono esplicare la loro attività in tutti i rami della produzione. Oggi sono amministratore, domani lavorerò in un saponificio, la settimana ventura in qualche serra, e di qua ad un mese in qualche centrale elettrica. Ma ciò non sarà possibile che quando tutti i membri della società potranno usufruire d'una educazione adeguata.

20. La distribuzione nella società comunista

Il sistema di produzione comunista non presuppone la produzione per il mercato, ma per il proprio bisogno. Soltanto che qui non produce più ogni singolo per sé stesso, ma l'intiera immensa cooperativa per tutti. Quindi non vi esistono più merci, ma soltanto prodotti. Questi prodotti non vengono re­ciprocamente scambiati: essi non vengono né venduti né comperati, ma semplicemente accumulati nei magazzini comuni e distribuiti a coloro che ne hanno bisogno. Il denaro sarà quindi superfluo. Come mai? potrà doman­dare qualcuno - allora vi saranno di quelli che prenderanno una grande quantità di prodotti ed altri che ne prenderanno soltanto pochi. Quale van­taggio si avrà da questo sistema di distribuzione? - Ecco come sarà organiz­zata la distribuzione. Nei primi tempi, forse nei primi 20-30 anni, si do­vranno naturalmente introdurre nuovi regolamenti, e dati prodotti non ver­ranno assegnati che a coloro che avranno una corrispondente annotazione nel libretto di lavoro. Più tardi, quando la società comunista si sarà svilup­pata e consolidata, tutto ciò diventerà inutile. Tutti i prodotti saranno in tale abbondanza che ognuno potrà prendere quanto gli occorre. Ma non avranno gli uomini interesse a prendere più di quanto essi hanno bisogno? Certo che no. Attualmente a nessuno verrebbe in testa di prendere nel tram tre biglietti per occupare un posto solo. Così nella società comunista per tutti i prodotti. Ognuno prenderà dai depositi comuni soltanto ciò che gli occorrerà e niente di più. Nessuno avrà interesse a vendere il superfluo, poiché ognuno potrà avere ciò che gli occorre. Anche il denaro non avrà più nessun valore. Quindi agli inizi della società comunista i prodotti verranno distribuiti pro­babilmente secondo il lavoro prestato e più tardi semplicemente secondo i bisogni dei cittadini, dei compagni.

Spesso si sente dire che nella società futura verrà realizzato il diritto di ciascuno al prodotto integrale del proprio lavoro: ognuno riceve quanto ha prodotto. Ciò è erroneo e non potrebbe essere mai realizzato. Per quale ra­gione? Se tutti ricevessero ciò che hanno prodotto, non sarebbe possibile sviluppare, allargare e migliorare la produzione. Una parte del lavoro presta­to deve venir sempre impiegata ad allargare e migliorare la produzione. Se si consumasse tutto ciò che viene prodotto, non si produrrebbero più mac­chine, le quali non possono essere né mangiate, né indossate. Ognuno com­prende che la vita migliorerà con lo sviluppo della macchina. Ma ciò impli­ca che una parte del lavoro contenuto nella macchina non ritorni più a colui che l'ha prodotta. Quindi non potrà mai avvenire che ognuno ottenga l'intero prodotto del suo lavoro. E ciò non è neppure necessario, poiché coll'impiego di macchine perfezionate la produzione sarà così abbondante, che tutti i bi­sogni potranno essere soddisfatti.

Quindi, nei primi tempi, la distribuzione dei prodotti si effettuerà secon­do il lavoro prestato (se anche non secondo l'intero valore del prodotto) e più tardi secondo i bisogni. Non vi sarà più né carestia né miseria.

21. L'amministrazione nella società comunista

Nella società comunista non esisteranno più classi. Ma se non ci saran­no più classi vuol dire che non esisterà più uno Stato. Noi già dicemmo più avanti che lo Stato è l'organizzazione del dominio di classe. Lo Stato è stato sempre impiegato come mezzo di oppressione da una classe contro l'altra. Lo Stato borghese è diretto contro il proletariato, lo Stato proletario contro la borghesia. Ma nella società comunista non esistono né latifondisti, né capi­talisti, né salariati, ma soltanto uomini, compagni. Non esistono classi, e quindi né lotta di classe, né organizzazioni di classe. Non essendo più neces­sario di tener in freno nessuno, lo Stato diventa superfluo. Ora qualcuno mi domanderà:" Come può funzionare una organizzazione così grande senza una direzione? Chi elaborerà il piano dell'economia collettiva? Chi distri­buirà le forze di lavoro? Chi calcolerà gli introiti e le spese sociali? In­som­ma, chi sorveglierà l'intiero ordine?".

La risposta a tutte queste domande non è difficile. La direzione centrale risiederà nei vari uffici di contabilità e negli uffici statistici. In essi giorno per giorno ci si renderà conto della produzione e dei bisogni; e inoltre si stabilirà dove la mano d'opera sia da ridurre e dove da aumentare, e quanto si debba produrre di un articolo o di un altro. E poiché tutti saranno abituati al lavoro collettivo fin dall'infanzia e tutti comprenderanno che questo lavo­ro è necessario e che la vita è molto più facile se tutto si svolge secondo un piano sistematico, non vi sarà nessuno che si rifiuterà di lavorare secondo le disposizioni di questi uffici di organizzazione. Non saranno necessari né ministri, né polizia, né prigioni, né leggi, né decreti - niente di tutto questo. Come in un'orchestra tutti seguono la bacchetta del maestro, così anche qui tutti seguiranno il piano di produzione, lavorando a norma di esso.

Non esisterà dunque più uno Stato. Non esisterà una casta od una classe che domini le altre. Negli uffici di organizzazione vi saranno oggi queste, domani quelle persone. La burocrazia scomparirà. Lo Stato morirà.

Quest'ordine di cose vigerà naturalmente nel regime comunista già svi­luppato e consolidato, dopo la vittoria completa e definitiva del proletariato, ed anche allora non subito. La classe operaia dovrà lottare ancora lunga­mente contro i suoi nemici, soprattutto contro le eredità del passato, come l'ozio, la negligenza, gli istinti antisociali e criminali. Dovranno passare an­cora due o tre generazioni educate nelle nuove condizioni perché le leggi e le punizioni, perché l'autorità dello Stato proletario possano venir soppresse, e tutti i residui del passato capitalista possano scomparire. Se fino allora lo Stato operaio sarà necessario, invece nella società comunista già sviluppata, in cui le tracce del capitalismo saranno state già completamente cancellate, anche il potere statale del proletariato scomparirà. Il proletariato si confon­derà con le altre classi, poiché tutti a poco a poco saranno attratti nel lavoro collettivo e dopo 20-30 anni sorgerà un mondo nuovo, vi saranno altri uo­mini, altri costumi.

22. Lo sviluppo delle forze produttive nel regime comunista

I vantaggi del comunismo. Dopo la vittoria del regime comunista ed il risanamento di tutte le piaghe, le forze produttive prenderanno un rapido sviluppo. Le ragioni di un più rapido sviluppo delle forze produttive nella società comunista sono le seguenti. In primo luogo una quantità di energie umane, che prima erano assorbite dalla lotta di classe, diventeranno libere. Pensiamo soltanto a quanta energia, forza di nervi e lavoro vengono sprecati nell'attuale società per la politica, gli scioperi, le rivolte e la loro repressione, la giustizia, la polizia, il potere statale e la giornaliera tensione di forze dall'una come dall'altra parte! La lotta di classe divora un'infinità di energie e di mezzi. Queste energie nella società comunista saranno disponibili per il lavoro produttivo. In secondo luogo rimarranno intatte quelle energie e quei mezzi, che oggi vengono distrutti o consumati dalla concorrenza, dalle crisi e dalle guerre . Basterebbe calcolare le distruzioni prodotte dalle guerre per raggiungere cifre vertiginose. E quante perdite non subisce la società in se­guito alla lotta fra venditori, o fra venditori e compratori! Quante energie vanno disperse durante le crisi! Quale spreco di forze è determinato dalla mancanza di organizzazione e dal caos della produzione! Tutte queste forze, che adesso vanno perdute, restano intatte nella società comunista. In terzo luogo l'organizzazione ed il piano sistematico non prevengono soltanto per­dite non necessarie (la produzione in grande stile è sempre più economica) ma permettono pure il miglioramento tecnico della produzione. La produ­zione avrà sede nelle più grandi aziende e si varrà dei mezzi tecnici più per­fezionati. Nel regime capitalista anche l'introduzione di nuove macchine ha i suoi limiti. Il capitalista introduce nuove macchine soltanto quando manca la mano d'opera a buon mercato; ma quando questa è largamente a sua di­sposizione egli non ha bisogno di introdurre innovamenti tecnici per aumen­tare il suo profitto. Egli ricorre alla macchina soltanto quando essa gli ri­sparmia mano d'opera ad alto costo. Ma siccome nella società capitalistica la mano d'opera è generalmente a buon mercato, le cattive condizioni della classe operaia diventano un ostacolo al miglioramento tecnico. Questo fatto si manifesta con particolare evidenza nell'agricoltura. Quivi infatti la mano d'opera è sempre stata ed è ancora molto economica, e perciò lo sviluppo dell'industrializzazione è molto lento. Ma nella società comunista, che non si cura del profitto, ma del bene dei lavoratori, nessuna innovazione tecnica verrà trascurata. Il comunismo batte ben altra strada che il capitalismo. Le invenzioni tecniche progrediranno nel regime comunista meglio che in quel­lo capitalista, poiché tutti godranno di buona cultura, ed avranno la possibi­lità di sviluppare le proprie capacità inventive, mentre nella odierna società molti operai intelligenti debbono vivere nell'ignoranza.

Nella società comunista sarà abolito qualsiasi parassitismo. Tutti i valori che nella società borghese vengono consumati e sprecati dai capitalisti, nella società comunista verranno utilizzati per le esigenze della produzione. Scompariranno i capitalisti ed i loro lacchè, i preti, le prostitute ecc. e tutti i membri della società compiranno un lavoro produttivo.

Il sistema di produzione comunista determinerà un immenso sviluppo delle forze produttive, dio modo che il lavoro che ognuno dovrà compiere nella società comunista sarà molto minore di prima. La giornata di lavoro diventerà sempre più breve e gli uomini si libereranno dalle catene con le quali li tiene vincolati la natura. Quando gli uomini dovranno impiegare soltanto poco tempo per procurarsi ciò che è necessario per la vita materiale, essi potranno dedicare una gran parte di tempo al loro sviluppo spirituale. La civiltà umana raggiungerà un grado mai sognato. La cultura sarà genera­le e non più una cultura di classe. Con l'oppressione dell'uomo sull'uomo scomparirà il dominio della natura sull'uomo. E l'umanità, per la prima volta nella sua storia, condurrà una vita veramente ragionevole e non più be­stiale.

Gli avversari del comunismo lo hanno sempre rappresentato come una ripartizione egualitaria dei beni. Essi sostengono che i comunisti vogliono sequestrare tutto e poi ripartire in parti uguali la terra, i mezzi di produ­zione, ed anche i mezzi di consumo. Non vi è nulla di più assurdo di questa concezione. Innanzitutto una divisione di questo genere non è più possibile. Infatti si possono bensì dividere la terra, il bestiame, il denaro, ma non si possono dividere le ferrovie, i piroscafi, le macchine, ecc. In secondo luogo la divisione non ci porterebbe avanti di un passo, ma costituirebbe un vero regresso dell'umanità. Essa determinerebbe la formazione di una infinità di piccoli proprietari. E noi sappiamo già che dalla piccola proprietà e dalla concorrenza dei piccoli proprietari sorge la grande proprietà ed il capitalis­mo. Data la divisione di tutti i beni, l'umanità dovrebbe ricominciare il suo cammino e ricantare ancora una volta la vecchia canzone. Il comunismo proletario (od il socialismo proletario) è un grande sistema economico di compagni, basato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione. Esso na­sce dallo sviluppo della società capitalistica o dalla posizione che il proleta­riato ha in questa società. Bisogna distinguere dal comunismo proletario:

a) Il socialismo della plebe (anarchismo). Gli anarchici rimproverano ai comunisti che il comunismo vuole mantenere nella società futura il potere statale. Come abbiamo già detto, ciò non è vero. La differenza vera consiste in ciò, che gli anarchici dirigono la loro attenzione più verso la distribuzione che verso l'organizzazione della produzione: e quest'organizzazione essi non la concepiscono come una grande economia solidale, ma come un'infinità di piccole comunità autonome. Una società di questo genere non può natural­mente liberare l'umanità dal giogo della natura; in siffatta società le forze produttive non possono raggiungere l'alto grado di sviluppo cui esse sono pervenute sotto il dominio del capitale, poiché l'anarchia non aumenta la produzione ma la sparpaglia. Perciò non è da meravigliarsi se gli anarchici nella pratica sono spesso inclini alla divisione dei mezzi di consumo e spes­so contrari all'organizzazione della produzione in grande stile. Essi rappre­sentano gli interessi e le aspirazioni, non già della classe operaia ma del co­siddetto "Lumpenproletariat", del proletariato dei vagabondi, che soffre sotto il regime capitalista, ma che non è capace di un lavoro creativo indipenden­te.

b) Il socialismo piccolo-borghese (della piccola borghesia urbana) . - Esso si basa non sul proletariato, ma sugli artigiani destinati a scomparire, sui piccoli borghesi urbani, e su una parte degli intellettuali. Esso protesta contro il grande capitale, ma in nome della "libertà" della piccola impresa. Generalmente esso difende la democrazia borghese contro la rivoluzione socialista, cercando di realizzare i suoi ideali con mezzi pacifici: mediante lo sviluppo delle cooperative, l'organizzazione degli artigiani, ecc. Nella so­cietà capitalista le cooperative degenerano spesso in semplici imprese capi­talistiche, ed i loro membri non si distinguono quasi affatto dal comune bor­ghese.

c) Il socialismo agrario borghese assume varie forme e si avvicina tal­volta all'anarchismo agrario. La sua caratteristica è che esso non ci rappre­senta mai il socialismo come un'economia in grande, ma si accosta alla con­cezione della divisione egualitaria; dall'anarchismo si distingue per il suo postulato di un forte potere che deve difenderlo dai latifondisti da una parte e dal proletariato dall'altra. Questo genere di "socialismo" è la "socializzazione della terra" dei socialrivoluzionari russi che vogliono eterna­re la piccola produzione e che temono perciò il proletariato e la trasforma­zione dell'economia in una grande unione comunista. In alcuni strati conta­dini esistono ancora altre forme di socialismo che si accostano più o meno all'anarchismo in quanto respingono il potere statale, ma si distinguono per il loro carattere pacifico (così il comunismo dei settari, dei duchoborzi, ecc.). Queste correnti agrario-contadine non potranno venir superate che nel corso dilunghi anni, quando il contadino avrà riconosciuto i vantaggi dell'econo­mia razionale. (Su questo argomento ritorneremo più tardi).

d) Il "cosiddetto " socialismo dei grandi capitalisti e degli schiavisti . - In esso non si trova nemmeno un'ombra di socialismo. Se nei tre gruppi surriferiti vi è ancora qualche traccia di socialismo ed una protesta contro lo sfruttamento, in quest'ultimo la parola "socialismo" è soltanto uno spec­chietto per le allodole ed un inganno. Questa ideologia venne spacciata dagli scienziati borghesi ed accettata dai socialisti riformisti (in parte anche da Kautsky e C.). Di questa specie è, per esempio, il "comunismo" dell'antico filosofo greco Platone. Esso consiste in ciò che l'organizzazione dei capitali­sti sfrutta la massa degli schiavi "in comune" e "solidariamente". Fra i pa­droni regna completa uguaglianza e tutto è in comune. Gli schiavi sono spogliati di ogni diritto e di ogni proprietà. Qui non c'è nemmeno il sentore del socialismo. Un socialismo di questo genere viene propagato dai profes­sori borghesi sotto il nome di "socialismo di Stato", colla sola differenza che al posto degli schiavi vi è il proletariato moderno e che in luogo dei posses­sori di schiavi stanno in sella i grandi capitalisti. Questo non è socialismo ma capitalismo statale del lavoro forzato. (Ne parleremo anche più tardi).

Il socialismo piccolo- borghese, quello agrario e quello anarchico hanno una caratteristica comune: essi prescindono dal reale sviluppo dell'economia, che conduce alla crescente industrializzazione della produzione, mentre i socialisti utopistici si basano totalmente sulla piccola proprietà. Perciò tutte queste forme di socialismo non hanno nessuna possibilità di realizzazione, restano soltanto sogni, "utopie".

23. La dittatura del proletariato

Per poter realizzare l'ordinamento sociale comunista il proletariato deve essere padrone di tutto il potere e di tutta la forza statale. Esso non può di­struggere il vecchio mondo finché non ha il potere nelle proprie mani e non è diventato per un certo tempo classe dominante. Si intende che la borghesia non abbandonerà la sua posizione senza lotta. Infatti il comunismo significa per essa la perdita della sua posizione dominante, la perdita della "libertà" di spremere il sudore ed il sangue della classe operaia, la perdita del diritto ai profitti, alle rendite, agli interessi, ecc. La rivoluzione comunista del prole­tariato, la trasformazione comunista della società, incontra perciò la più ac­canita resistenza degli sfruttatori. Il potere proletario ha quindi il compito di infrangere implacabilmente tale resistenza. Ma poiché questa sarà inevita­bilmente molto forte, il dominio del proletariato dovrà assumere la forma della dittatura. Sotto il nome di "dittatura" s'intende un rigido sistema di governo e la massima risolutezza nella repressione dei nemici. Si intende che in tali condizioni non vi può essere questione di "libertà" per tutti gli in­dividui. La dittatura del proletariato è inconciliabile con la libertà della bor­ghesia. Essa è necessaria appunto per privare la borghesia di ogni libertà, per legarle mani e piedi e toglierle ogni possibilità di combattere il proleta­riato rivoluzionario. E quanto più forte è la resistenza della borghesia, quan­to più disperatamente essa raccoglie le sue forze, quanto più pericolosa essa diventa, tanto più dura e implacabile deve essere la dittatura proletaria, che nei casi estremi non deve nemmeno rifuggire dal terrorismo. Soltanto quan­do gli sfruttatori saranno del tutto eliminati e la loro resistenza repressa, quando la borghesia non avrà più nessuna possibilità di nuocere alla classe operaia, la dittatura proletaria potrà diventare più mite. Nel frattempo l'an­tica borghesia si sarà fusa a poco a poco col proletariato, lo Stato operaio andrà lentamente morendo e l'intera società si trasformerà in una società comunista senza alcuna divisione di classi.

Sotto la dittatura proletaria, che è soltanto un fenomeno transitorio, i mezzi di produzione appartengono, come è naturale, non a tutta la società, ma al proletariato, alla sua organizzazione statale. I mezzi di produzione vengono transitoriamente monopolizzati dalla classe lavoratrice, vale a dire, dalla maggioranza della popolazione. Perciò non possono ancora esistere rapporti di produzione veramente comunisti. Persiste ancora la divisione della società in classi; esiste ancora una classe dominante, il proletariato, la monopolizzazione dei mezzi di produzione da parte di questa nuova classe, un potere statale, che sopprime i suoi nemici. A mano a mano che la resi­stenza degli antichi capitalisti, latifondisti, banchieri, generali e vescovi viene infranta, il regime della dittatura proletaria trapasserà senza alcuna rivoluzione nel comunismo.

La dittatura proletaria non è soltanto un'arma per la repressione dei nemici, ma anche una leva per la trasformazione economica. Attraverso questa trasformazione la proprietà privata dei mezzi di produzione deve ve­nir sostituita dalla proprietà sociale; questa trasformazione deve strappare alla borghesia i mezzi di produzione e di scambio (espropriare). Ma chi può e deve compiere questa espropriazione? S'intende non una singola persona. Se la potesse compiere una singola persona, od anche singoli gruppi, noi avremmo nella migliore delle ipotesi una spartizione e nella peggiore una semplice rapina. Perciò è naturale che l'espropriazione della borghesia debba venir attuata dal potere organizzato del proletariato. E questo potere orga­nizzato è appunto lo Stato operaio dittatoriale.

Alla dittatura proletaria si muovono obbiezioni da tutte le parti. Soprat­tutto da parte degli anarchici. Essi dicono di avversare qualunque domina­zione e qualunque forma di Stato, mentre i comunisti (Bolscevichi) propu­gnano il potere dei Soviet. Ogni dominazione sarebbe una violazione e limi­tazione della libertà. Perciò bisogna rovesciare anche i Bolscevichi, il potere soviettista e la dittatura del proletariato. Non sarebbero necessari né ditta­tura, né Stato. Così parlano gli anarchici credendo di essere rivoluzionari. In realtà essi non sono più a sinistra ma più a destra dei comunisti. A qual fine ci occorre la dittatura? Per dare organizzati alla borghesia l'ultimo colpo, per violentare, noi lo diciamo apertamente, i nemici del proletariato. La ditta­tura è un'arma nelle mani del proletariato. Chi è contrario alla dittatura, te­me le azioni risolute, gli spiace di far male alla borghesia, non è un vero ri­voluzionario. Quando la borghesia sarà definitivamente vinta non avremo più bisogno della dittatura proletaria. Ma finché si combatte la lotta per la vita o per la morte, la classe operaia ha il sacrosanto dovere di sopprimere implacabilmente i suoi nemici. Fra il capitalismo ed il comunismo deve ne­cessariamente intercorrere il periodo della dittatura proletaria. Contro la dittatura si schierano anche i socialdemocratici, specialmente i menscevichi. Questi signori dimenticano completamente quello che essi stessi scrissero in merito a suo tempo. Nel nostro vecchio programma, che abbiamo elaborato insieme ai Menscevichi, sta espressamente scritto: "La premessa imprescin­dibile della rivoluzione sociale è la dittatura del proletariato, vale a dire la conquista del potere politico da parte del proletariato, di quel potere politico che gli permetta di infrangere la resistenza degli sfruttatori". I Menscevichi accettarono questo principio in teoria, ma in pratica essi strillano contro la violazione della libertà dei borghesi, contro il divieto dei giornali borghesi, contro il "terrore bolscevico", ecc. A suo tempo anche il Plechanof appro­vava le misure più spietate contro la borghesia, affermava che si doveva to­gliere alla borghesia il suffragio, ecc. Ma oggi i Menscevichi hanno dimen­ticato tutto questo e sono passati nel campo della borghesia.

Infine alcuni ci muovono delle obbiezioni dal punto di vista morale. Co­storo affermano che noi giudichiamo come gli Ottentotti, i quali dicono così: "Se io rubo al mio vicino la sua donna, ciò è ben fatto, se egli ruba la mia, ciò è mal fatto". Ed i Bolscevichi non si distinguerebbero per nulla da questi selvaggi, poiché essi dicono: "Quando la borghesia violenta il proletariato la cosa è amorale, quando il proletariato violenta la borghesia, la cosa è ben fatta".

Quelli che parlano così non hanno la minima idea di che cosa si tratta. Nel caso degli Ottentotti si tratta di due uomini uguali, che si rubano le donne per le stesse ragioni. La borghesia ed il proletariato invece non sono uguali. Il proletariato è una immensa classe, mentre la borghesia è soltanto una piccola minoranza. Il proletariato lotta per l'emancipazione di tutta l'umanità, la borghesia lotta per la perpetuazione dell'oppressione, dello sfruttamento, delle guerre. Il proletariato lotta per il comunismo, la borghe­sia per la conservazione del capitalismo. Se comunismo e capitalismo fosse­ro la stessa cosa, allora soltanto si potrebbe applicare al proletariato ed alla borghesia il giudizio che si è dato sui due Ottentotti. Il proletariato lotta da solo per il nuovo ordinamento sociale: tutto ciò che lo ostacola in questa lotta è pernicioso.

24. La conquista del potere politico

Il proletariato attua la sua dittatura mediante la conquista del potere sta­tale. Ma che cosa significa la conquista del potere? Molti credono che strap­pare il potere alla borghesia sia una cosa altrettanto facile quanto il passag­gio di una palla da giuoco da una tasca ad un'altra.

Questa concezione è sbagliatissima e noi vedremo subito dove risiede l'errore.

Il potere statale è un'organizzazione borghese, nella quale a ogni indivi­duo sono assegnate determinate funzioni: a capo dell'esercito sono i generali, alla testa dell'amministrazione i ministri provenienti dalle classi dei ricchi. Nella sua lotta per il potere contro chi lotta il proletariato? In prima linea contro l'organizzazione borghese. In quella lotta il proletariato ha il compito di colpire, di distruggere lo stato borghese. Ma poiché la forza principale dello stato borghese risiede nel suo esercito, è necessario, per poter abbattere la borghesia, minare e distruggere l'esercito borghese. I comunisti tedeschi non possono abbattere gli Scheidemann e i Noske se prima non viene di­strutto l'esercito bianco. Finché l'esercito dell'avversario rimane intatto, la rivoluzione non può vincere; quando la rivoluzione vince l'esercito della borghesia, quest'ultimo si disgrega e si decompone. Così, per esempio, la vit­toria sullo zarismo determinò soltanto una parziale distruzione dello stato zarista ed un parziale disgregamento del suo esercito. Solo la vittoria della rivoluzione d'ottobre compì definitivamente la distruzione dell'organizza­zione statale del Governo provvisorio e lo sbandamento dell'esercito di Ke­renski.

La rivoluzione distrugge quindi il potere esistente e ne crea uno nuovo. S'intende che il nuovo potere conserva alcuni elementi dell'antico, ma questi elementi trovano un'altra applicazione. La conquista del potere non è quindi una conquista dell'antica organizzazione, ma la creazione di una nuova, dell'organizzazione di quella classe che ha vinto nella lotta.

Questo problema ha un'importanza pratica straordinariamente grande. Ai Bolscevichi tedeschi si fa il rimprovero (come a suo tempo ai russi) che essi distruggono l'esercito e la disciplina infondendo nei soldati lo spirito dell'insubordinazione, ecc. A molti ciò sembra ancora adesso una grave ac­cusa. Ma non vi è in ciò niente di orribile. L'esercito, che per ordine dei ge­nerali e della borghesia marcia contro il proletariato, deve venir distrutto, al­trimenti esso sarà la morte della rivoluzione. Noi non abbiamo quindi nulla da temere da questa distruzione dell'esercito borghese, ed un rivoluzionario deve ascriversi a merito di aver contribuito a distruggere l'apparato statale della borghesia. Laddove la disciplina borghese rimane intatta, la borghesia è invincibile. Se si vuole vincere la borghesia non bisogna aver paura di farle un po' di male.

25. Il partito comunista e le classi nella società borghese

Perché in un paese il proletariato possa vincere, è necessario che esso sia compatto ed organizzato, che esso possegga il suo partito comunista, il quale deve avere una esatta comprensione dello sviluppo del capitalismo, delle condizioni politiche e dei reali interessi della classe operaia, che esso ha il compito di illuminare e di condurre alla lotta. Un partito non è mai riuscito a comprendere nelle sue file tutti i membri della classe che esso rappresenta; questo alto grado di coscienza non è stato mai raggiunto da nessun partito.

Generalmente entrano in un partito gli elementi più progrediti di una classe, gli elementi più audaci, più energici, più tenaci nella lotta, più co­scienti degli interessi della loro classe. Ne consegue che un partito sarà sem­pre inferiore per numero dei suoi membri a quello della classe i cui interessi esso rappresenta. Ma appunto perché i partiti rappresentano gli interessi delle classi, essi hanno una funzione direttiva nella lotta politica. Essi con­ducono l'intera classe, e la lotta delle classi per il potere si manifesta nella lotta dei partiti politici per il dominio. Per comprendere la natura dei partiti politici, bisogna esaminare la posizione di ogni singola classe nella società capitalista. Da tale posizione derivano determinati interessi di classe, la cui difesa costituisce appunto la sostanza dei partiti politici.

Latifondisti . - Nel primo periodo dello sviluppo capitalistico l'economia si basava sul lavoro da semi-schiavi dei contadini. La terra veniva data in affitto contro tributi in natura od in denaro. I latifondisti avevano interesse a che i contadini non emigrassero in città; perciò essi ostacolavano ogni inno­vazione e mantenevano nella campagna gli antichi rapporti di semischia­vitù; per questa ragione essi furono anche accaniti avversari della crescente industria. Questi latifondisti possedevano antiche proprietà feudali, e gene­ralmente non si curavano personalmente della loro economia, ma vivevano come parassiti del lavoro dei contadini. In corrispondenza a queste condi­zioni i partiti dei latifondisti furono e sono ancora oggi i puntelli della più nera reazione. Questi sono i partiti che desiderano dappertutto il ritorno del vecchio ordine, del dominio dei latifondisti, dello Zar, il predominio dell'ari­stocrazia feudale, e il completo asservimento dei contadini e degli operai. Questi sono i cosiddetti partiti conservatori, o più propriamente reazionari.

Poiché i militaristi sono sempre sorti dalle file dei latifondisti aristocra­tici, non è da meravigliarsi se questi partiti dei latifondisti sono in ottimi rapporti con i generali ed ammiragli. Ciò vale per tutti i paesi.

Quale modello di questo genere vogliamo citare i "Junker" prussiani (in Prussia si intendono sotto il nome di "Junker" i grandi proprietari agrari), dai quali esce la casta degli ufficiali, e la nostra aristocrazia russa, i cosid­detti latifondisti selvaggi o "buffali" della specie del deputato Markof il sec­ondo, di Krupenski, ecc. Il Consiglio di Stato zarista era in gran parte com­posto di rappresentanti della classe dei grandi proprietari. I latifondisti dell'alta aristocrazia sono gli eredi dei loro antenati che possedevano mi­gliaia di servi della gleba. In Russia esistevano diversi partiti di proprietari agrari: l'Unione del popolo russo, il Partito nazionalista (capeggiato da Kru­penski), gli Ottobristi di destra, ecc.

La borghesia capitalista. - Questa classe tende a trarre dalla sviluppan­tesi "industria nazionale" il maggior profitto possibile, cioè a spremere dalla classe operaia il plusvalore. È evidente che i suoi interessi non si identifica­no del tutto con quelli degli agrari. Il capitale che penetra nella campagna vi distrugge gli antichi rapporti; esso attira i contadini nella città, crea nella città un enorme proletariato, suscita nella campagna nuovi bisogni, nuovi desideri; i contadini che furono sempre mansueti cominciano a "diventar scostumati". Perciò i latifondisti avversano tutte queste innovazioni.

La borghesia capitalista invece vede in esse le fonti del suo benessere. Più contadini affluiscono nelle città, più numerosa è la mano d'opera dispo­nibile, e più bassi possono essere i salari. Quanto più il villaggio decade, quanto più i piccoli proprietari cessano di produrre per il proprio consumo i diversi prodotti, tanto maggiormente essi sono costretti a comperare tutto dal grande industriale; dunque quanto più presto scompariscono i vecchi rap­porti di produzione nella campagna, dove il villaggio con la sua produzione era in grado di soddisfare tutti i bisogni del contadino, tanto più si allarga il mercato della grande industria, tanto più aumenta il profitto della classe ca­pitalista.

Perciò la classe capitalista inveisce contro gli antichi latifondisti. Vi so­no però anche agrari capitalisti che conducono la loro economia con l'im­piego del lavoro salariato e di macchine; i loro interessi sono più vicini a quelli della borghesia, ed essi entrano di solito nei partiti della grande bor­ghesia. La loro lotta si dirige naturalmente in prima linea contro la classe lavoratrice. Quando questa dirige la sua lotta soprattutto contro i latifondisti e combatte la borghesia soltanto in seconda linea, questa le sta di fronte con una certa benevolenza (per esempio dal 1904 all'ottobre 1905). Ma quando la classe operaia si accinge a realizzare i suoi interessi comunisti ed attacca la borghesia, allora questa si allea coi latifondisti contro il proletariato. I partiti della borghesia capitalista (i cosiddetti partiti liberali) conducono at­tualmente in tutti i paesi una lotta accanita contro il proletariato rivoluzio­nario, e formano lo stato maggior politico della controrivoluzione.

I partiti di questa corrente politica in Russia sono il "Partito della libertà popolare", chiamato anche partito "costituzionale democratico" o comune­mente partito dei "cadetti", ed il partito quasi scomparso degli "Ottobristi".

La borghesia industriale, gli agrari capitalisti, i banchieri ed i loro di­fensori, gli intellettuali (avvocati, professori, direttori di fabbrica, giornali­sti), formano il nucleo di questi partiti. Nel 1905 essi mormoravano contro l'autocrazia, ma in fondo temevano più gli operai e contadini. Dopo la rivo­luzione di febbraio i cadetti si misero alla testa di tutti i partiti che combat­tevano il partito della classe operaia, cioè i Bolscevichi (comunisti).

Negli anni 1918 e 1919 il partito dei C.D. diresse tutte le congiure con­tro il potere dei Soviet e partecipò ai governi di Denikin e di Kolciak. Esso si mise a capo della controrivoluzione e si fuse completamente coi partiti dei latifondisti. Infatti sotto la pressione della classe operaia tutti i partiti degli sfruttatori si uniscono in un unico esercito, alla cui testa si mette general­mente il partito più energico.

La piccola borghesia urbana e gli intellettuali piccolo borghesi. - A questa classe appartengono gli artigiani ed i piccoli commercianti, i piccoli impiegati e professionisti stipendiati. Veramente non si tratta di una classe, ma di un'accozzaglia ibrida. Tutti questi elementi vengono più o meno sfrut­tati dal capitale e lavorano spesso oltre le loro forze. Nel corso dello sviluppo capitalista molti di essi vanno in rovina. Le loro condizioni di lavoro sono però tali, che essi di solito non si rendono conto della loro situazione dispe­rata in regime capitalista. Prendiamo ad esempio un artigiano. Egli lavora come una bestia; è sfruttato dal capitale in vari modi: dall'usuraio che gli fa prestito, dal negozio per il quale egli lavora, ecc.

Ma egli crede di essere un "padrone indipendente", ci tiene a non venir confuso con gli operai, ma imita in tutto i "signori", poiché anche egli spera di diventare un signore. Questa sua presunzione ed ambizione lo avvicina spesso più agli sfruttatori che alla classe operaia, benché anch'egli sia povero in canna. I partiti piccolo borghesi appaiono generalmente nella forma di partiti "radicali", "repubblicani" e talvolta anche "socialisti". (Vedi anche il §22, in lettere piccole). Riesce molto difficile smuovere l'artigiano dalla sua falsa posizione, che non è sua "colpa" ma sua disgrazia.

In Russia più che negli altri paesi i partiti piccolo borghesi solevano na­scondersi dietro la maschera socialista, come i partiti dei "socialisti popola­ri", dei "socialisti rivoluzionari" ed in parte dei menscevichi. Va notato che i "socialrivoluzionari" poggiano soprattutto sui medi e grandi contadini.

La classe contadina. - La classe contadina assume nella campagna una posizione simile a quella della piccola borghesia della città. I contadini nel regime capitalista non formano veramente una classe stabile, ma varie clas­si, continuamente fluttuanti: una parte, quelli più poveri, sono spesso co­stretti a lavorare per salario, sia sulle grandi tenute che nell'industria, diven­tano manovali, braccianti, proletari. Quelli più ricchi invece aumentano la loro proprietà, migliorano i loro mezzi di produzione, assumono altri operai, - insomma diventano imprenditori, capitalisti. Fra i contadini bisogna di­stinguere almeno tre gruppi: la borghesia agraria, che sfrutta lavoratori sa­lariati; i contadini medi che posseggono una propria azienda ma non sfrut­tano salariati, ed infine i semiproletari e proletari.

Non è difficile comprendere che questi tre gruppi prenderanno nella lotta di classe fra il proletariato e la borghesia una posizione differenziata, in corrispondenza alle proprie condizioni. I grandi contadini sono di solito al­leati con la borghesia, spesso anche coi latifondisti. (In Germania per esem­pio i "grandi contadini" sono coi preti e coi latifondisti nella stessa organiz­zazione; così anche in Isvizzera, nell'Austria, ed in parte anche in Francia; in Russia gli "usurai" di villaggio hanno appoggiato nel 1918 tutte le mene controrivoluzionarie). Gli strati semiproletari e proletari appoggiano natu­ralmente gli operai nella loro lotta contro la borghesia ed i grandi contadini. La posizione dei medi contadini è un po' più complicata.

Se i medi contadini comprendessero che per la maggioranza di essi non vi è via d'uscita nel regime capitalista, che soltanto pochi possono diventare ricchi mentre i più debbono condurre una vita stentata, essi aiuterebbero ri­solutamente gli operai. La loro disgrazia è di avere la mentalità degli arti­giani e della piccola borghesia urbana. Ognuno spera nel fondo dell'anima di diventare ricco. D'altra parte però egli viene sfruttato dal capitalista , dal la­tifondista e dall'usuraio. Il medio contadino oscilla perciò fra il proletariato e la borghesia. Egli non può mettersi senza riserve sul terreno della classe operaia e d'altra parte teme il latifondista come il fuoco.

La cosa è particolarmente evidente in Russia. Da principio i medi con­tadini aiutarono gli operai contro i latifondisti e i grandi contadini; più tardi, temendo di stare peggio nella "comune" ed allettati dai grandi contadini, essi presero una posizione ostile verso gli operai: ma quando si affacciò il pericolo d'un ritorno dei latifondisti (Denikin, Kolciak) appoggiarono di nu­ovo gli operai.

Gli stessi rapporti si manifestarono nella lotta dei partiti. I medi conta­dini seguirono ora il partito degli operai, i bolscevichi (comunisti), ora quello dei grandi contadini ed usurai - i socialrivoluzionari.

La classe operaia (il proletariato) rappresenta la classe "che non ha nulla da perdere, fuorché le sue catene". Essa non soltanto viene sfruttata dai capitalisti, ma dallo sviluppo storico è fusa in una potente massa, abituata a lavorare ed a lottare insieme. Perciò la classe operaia è la classe più pro­gressiva della società capitalistica. Perciò anche il suo partito è il più avan­zato, il più rivoluzionario che possa esistere.

È anche naturale che l'obiettivo di questo partito sia la rivoluzione co­munista. Per raggiungere tale meta il partito del proletariato deve essere in­transigente. Il suo compito non è quello di patteggiare con la borghesia, ma di rovesciarla e di infrangerne la resistenza. Questo partito deve mettere in evidenza "l'antitesi insormontabile fra gli interessi degli sfruttatori e quelli degli sfruttati" (così diceva anche il nostro antico programma, sottoscritto anche dai Menscevichi, i quali lo hanno purtroppo dimenticato e trescano ora con la borghesia).

Quale atteggiamento deve prendere il nostro partito di fronte alla pic­cola borghesia?

Da quello che abbiamo detto sopra il nostro atteggiamento è senz'altro chiaro. Noi dobbiamo in tutte le maniere dimostrare alla piccola borghesia che ogni speranza in una vita migliore sotto il capitalismo è una menzogna od un autoinganno. Noi dobbiamo, con pazienza e costanza, far compren­dere al contadino medio che egli deve risolutamente passare nel campo del proletariato e lottare con esso, malgrado tutte le difficoltà; noi dobbiamo di­mostrargli che con la vittoria della borghesia guadagnerebbero soltanto i grandi contadini usurai, che diventerebbero i nuovi latifondisti. Insomma noi dobbiamo portare tutti i lavoratori ad una intesa col proletariato e trarli sul terreno della classe operaia. La piccola borghesia ed i contadini medi so­no pieni di pregiudizi, cresciuti sul terreno delle loro condizioni di vita. Il nostro dovere consiste nel mettere in evidenza il reale stato delle cose: vale a dire che le condizioni dell'artigiano e del contadino lavoratore nel regime capitalista sono senza speranza. Nella società capitalista il contadino avrà sempre sul collo il latifondista, e soltanto dopo la vittoria ed il consolida­mento del dominio del proletariato la vita economica e sociale potrà prende­re un altro assetto. Ma siccome il proletariato non può vincere che grazie alla sua compattezza ed organizzazione, e con l'aiuto di un forte e risoluto partito, noi dobbiamo attirare nelle nostre file tutti i lavoratori che anelano ad una nuova vita e che hanno appreso a vivere e lottare da proletari.

Quale importanza abbia l'esistenza di un forte e battagliero partito co­munista noi lo vediamo dall'esempio della Germania e della Russia. In Ger­mania, ove esiste un proletariato progredito, non esisteva prima della guerra un partito combattivo della classe operaia come quello dei comunisti russi (Bolscevichi). Solo durante la guerra i compagni Carlo Liebknecht, Rosa Luxemburg ed altri si misero ad organizzare un partito comunista. Perciò gli operai tedeschi non riuscirono negli anni 1918-1919 a vincere la borghesia, malgrado una serie di insurrezioni. In Russia invece, dove esisteva un parti­to rivoluzionario, il proletariato ebbe una buona direzione. E malgrado tutte le difficoltà esso fu il primo proletariato che seppe così risolutamente solle­varsi e così presto vincere. Il nostro partito può servire in questo riguardo da modello a tutti gli altri partiti comunisti. La sua coesione e disciplina sono note dappertutto. Esso è realmente il partito più combattivo, il partito diri­gente della rivoluzione proletaria.

Letteratura - Marx ed Engels, Manifesto comunista; V. Iljin (Lenin), Stato e rivoluzione; G. Plechanof, Cento anni della grande rivoluzione francese; A.Bogdanof, Breve sunto di dottrina eco­nomica; A.Bebel, La donna e il socialismo (capitolo: Lo Stato dell'avve­nire); A.Bogdanof, La stella rossa, utopia; Korssak, Società del dirit­to e società del lavoro (nella collezione "Dissertazioni sulla concezione rea­listica del mondo"). - Sull'anarchismo vedi: S. Wolski, Teoria e prassi dell'anarchismo; E. Preobragenski, Anarchismo e comunismo; W. Bazarof, Comunismo, anarchismo e marxismo. - Sulle classi nella società capitalistica vedi: C. Kautsky, Interessi di classe. - Sui caratteri dei Par­titi piccolo-borghesi vedi: Marx, Il 18 Brumaio; ID., Rivoluzione e contro­rivoluzione in Germania; ID., La guerra civile in Francia.

Note:

9) L'origine di questo partito risale al manifesto costituzionale di Nico­la II del 17 (20) otto­bre 1905. N.d.t.

Prima di copertina
L'ABC del comunismo

Quaderni di n+1 dall'archivio storico.

Scritto nel 1919 da Bucharin e Preobragenskij, questo volumetto fu tra i primi saggi che la III Internazionale raccomandò a tutti i Partiti comunisti del mondo come efficace strumento di propaganda del programma e dell'impostazione tattica del comunismo.

Indice del volume

L'ABC del comunismo