La guerra balcanica

Ora che la carneficina volge al suo termine è forse possibile, se non valutarne le conseguenze storiche, almeno esaminarla un poco obiettivamente, dal punto di vista del socialismo.

Si è detto che i popoli balcanici lottano per la causa della civiltà, della libertà, dell'indipendenza dei popoli; si è ammesso come dogma indiscutibile che la sparizione della Turchia dalla carta d'Europa sarà una buona condizione per lo sviluppo dell'Oriente nel senso economico e sociale e quindi deve essere accettata con piacere dai socialisti. Il bel gesto dei quattro staterelli rivestiva dinanzi all'Europa attonita la fisionomia storica di una crociata e di una rivoluzione al tempo stesso. Mandava in visibilio cristiani e repubblicani, nazionalisti e socialisti, che fecero a gara nell'osannare la guerra.

Ma i fiumi di sangue ed incendio che salgono da quei paesi devastati da una delle guerre più micidiali che si ricordino, se possono entusiasmare ancora le anime dei nazionalisti e dei teorici della strage, debbono sollevare la nostra esecrazione, e debbono esserci di monito per l'avvenire.

E' il problema storico che ci si pone davanti in tutta la sua gravità: Quale dev'essere la posizione dei socialisti dinanzi alle cosidette "guerre d'indipendenza" che tendono alla liberazione delle nazionalità oppresse dal giogo straniero?

Alcuni dicono: Dato che la storia insegna che la libertà nazionale è una condizione necessaria per lo sviluppo della borghesia capitalista, e della conseguente lotta di classe che conduce al socialismo, i socialisti devono essere favorevoli alle guerre d'indipendenza.

Discuteremo questa conclusione che è quasi un sofisma, collo scopo modestissimo di scuotere un poco le basi di un pregiudizio troppo volgarmente accettato.

Anzitutto la premessa che la borghesia per svilupparsi abbia bisogno della "libertà nazionale" non è esatta. La borghesia ha bisogno solo di sottrarre lo Stato alle oligarchie feudali e instaurare un regime politico di democrazia. Essendole necessaria la collaborazione delle masse la borghesia cerca di dare a tale lotta un contenuto patriottico che la rende popolare, là dove le aristocrazie appartengano ad una nazione o razza diversa dall'indigena.

Così ad esempio in Italia e in Germania, dove la conquista del potere da parte della borghesia era questione extra-nazionale, e si risolse colle guerre del '59 e del '66. In Francia invece la lotta tra aristocrazia e borghesia ebbe carattere rivoluzionario e fisionomia fondamentale di guerra civile. S'intende che questi esempi hanno valore relativo, poichè i fatti storici non si classificano nè si catalogano così alla spiccia.

Poi i concetti di razza e di nazionalità sono così elastici storicamente e geograficamente, che si adattano sempre bene agli interessi dei gruppi oligarchici capitalisti, secondo le necessità del loro sviluppo economico. Solo dopo, la storia cortigiana sa ricostruire fantastici moventi sentimentali e creare la tradizione patriottica e nazionale, che tanto serve all'avveduta borghesia come antidoto alla lotta di classe.

Ma il partito che rappresenta la classe operaia deve guardare un poco più a fondo. L'irridentismo per noi non è che una scaltra manovra forcaiola. Anche dal punto di vista - che ora esamineremo - che è necessario che la borghesia segua il suo sviluppo, ecc., l'irridentismo non è giustificato. Nizza e Trieste sono più industrializzate di molta parte d'Italia.

Noi non facciamo qui il confronto colle regioni balcaniche. Accordiamo come dato di fatto che la Bulgaria, la Serbia, ecc. siano più civili della Turchia. Ne risulta forse una specie di diritto alla conquista armata del territorio sottoposto allo Stato meno civile?

Noi non facciamo questione se la guerra in tal caso sia giusta o ingiusta. La storia non si giustifica, si osserva soltanto. Discutiamo solo la posizione che deve assumere in questi conflitti un partito rivoluzionario di classe.

Deve questo partito approvare la guerra, per accelerare lo sviluppo della borghesia nel paese ancora feudale?

Noi rispondiamo di no, e plaudiamo all'attitudine eroica dei compagni serbi e bulgari che hanno avversato la guerra.

Infatti una prima ragione è questa: è possibile che la guerra sia favorevole al popolo più progredito, ma è anche possibile l'inverso, nel qual caso le conseguenze sarebbero opposte, anche secondo la teorica dei guerrafondai socialisti (?) tipo Bissolati. Questa sola incertezza basterebbe a spingere ogni vero amico del progresso ad avversare il conflitto armato. A meno che non si creda ancora al giudizio di Dio. Ma la democrazia, col tempo e colla ...(cinque parole incomprensibili).

Dall'altra parte anche nel caso che la soluzione del conflitto sia tale da dare una maggiore libertà ai popoli del territorio conquistato, nulla prova che si sia raggiunta una migliore condizione di sviluppo del socialismo, per le seguenti ragioni:

1° L'aumentato prestigio delle oligarchie dinastiche, militari e talvolta sacerdotali (in quelle nazioni che hanno fatta la guerra).

2° L'intensificarsi del nazionalismo e del patriottismo, che ritarda la organizzazione del proletariato in partito di classe internazionalista.

3° Nel paese conquistato, l'intensificazione degli odi di razza e il desiderio di vendetta della razza prima dominante e ora oppressa, a meno che non venga distrutta totalmente.

4° Il fatto gravissimo della degenerazione delle razze dopo che gli uomini validi sono stati decimati in guerra, la spopolazione causata da massacri, malattie, fame, ecc., e la immensa distruzione di ricchezza con la conseguente crisi economica e l'impossibilità che si sviluppi l'industrialismo e l'agricoltura per deficienza di capitali e di mano d'opera.

Che la guerra acceleri l'avvento della rivoluzione socialista è quindi un pregiudizio volgare. Il socialismo deve opporsi a tutte le guerre, senza adattarsi a distinzioni capziose tra guerre di conquista e guerre di indipendenza.

Ci rimane da risolvere una obiezione sentimentale: Ma allora voi pretendete che si prolunghi lo stato di cose attuale, e l'oppressione turca sui cristiani? Ma questo è socialismo da forcaioli!

In genere non si dovrebbe discutere la storia in base a pregiudizi sentimentali. Ma tuttavia opporremo alcune considerazioni. Ai mali si rimedia rimovendone le cause. Ora è esagerato dire che la causa del disordine balcanico sia il dominio turco. Ci sono molte altre cause. L'ambizione degli staterelli (parola incomprensibile) che hanno sempre soffiato nel fuoco dell'odio di razza. L'intervento della civile Europa che ha vomitato laggiù frati, preti e affaristi senza scrupoli, causando la reazione dei musulmani. Ma la causa prima è l'odio di razza che non si elimina con le guerre. Come i bulgari e greci hanno fatto tacere il feroce odio reciproco, così potevano tentare l'accordo generale balcanico. Si può asserire che l'oligarchia turca vi si opponeva più delle oligarchie ambiziose dei quattro piccoli Stati?

In ogni modo la nostra asserzione, basata sui principi socialisti, è questa: I socialisti devono essere contrari a questa guerra. Se l'Internazionale fosse stata così forte da evitarla, avrebbe avuto anche la forza di risolvere, senza stragi, la questione balcanica.

Proclamandoci contro le guerre d'indipendenza noi non intendiamo fare l'apologia dell'oppressione di razza.

Marx diceva che essere avverso al regime costituzionale non era lo stesso che essere partigiano del regime assoluto.

E possiamo accettare la formola - che sembra meta di tutte le vaste elucubrazioni diplomatiche che leggiamo da un mese - Il Balcano ai popoli Balcanici. Ma domandiamo: a quali popoli? A quelli che avanzeranno dalla strage reciproca, agli orfani, alle vedove, agli storpi, ai colerosi! Le cifre questa volta provano bene qual'è l'effetto di una guerra! Le perdite sono tali che non è iperbole asserire che la razza si è dissanguata e isterilita per un lungo avvenire!

I campi della devastazione resteranno ai quattro tirannelli soddisfatti.

E se domani lo czar in diciottesimo cingerà in Santa Sofia la corona sanguinolenta dell'impero di Bisanzio, ci auguriamo che non vi saranno socialisti tra coloro che andranno a scavare nel ciarpame retorico di una storia e di una letteratura da istrioni le strofe dell'inno al vincitore!

Noi in nome della più grande civiltà malediremo a chi ha fatte massacrare tante giovani esistenze per i suoi sogni ambiziosi!

Non c'è delitto più efferato a cui non si possa trovare, dagli eunuchi della coltura borghese, la tradizione e la glorificazione dell'eroismo!

Da "L'Avanguardia" del 1° dicembre 1912

Archivio storico 1911-1920