Contenuto originale del programma comunista è l'annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana (2)

Perché materialismo dialettico

Fermo restando che il materialismo dialettico è stato assai malamente presentato da Stalin nel suo libro, avente la sola mira di giustificare, con concessioni ad un aberrante volontarismo storico, la pretesa di costruire socialismo artificiale nella Russia isolata ed arretrata, possiamo chiarire ora in quanto si può ammettere la espressione di materialismo dialettico come totale equivalente di materialismo storico. Non si deve intendere che la dialettica consista nel dire: l'economia fa la politica, ma poi la politica (bassamente ridotta a prassi di stato) rifà a suo modo l'economia. Questa è una inversione di tesi e non la sintesi di una tesi e di una antitesi feconde. Marx ha detto che gli uomini fanno la loro storia, vecchia obiezione di rimasticatori scarsi. È certo che la fanno, colle mani coi piedi e con la bocca anche, e con le armi; materialmente la fanno, ma quello che noi neghiamo è che la facciano con la testa, ossia che siano a tanto di "costruirla" (termine esoso e da imprenditore borghese) su di un modello, o progetto, tutto pensato. La fanno sì, ma non come credevano e sapevano di farla, né come prevedevano e desideravano. Ecco il punto.

La dialettica sorge nel chiedere: questa impotenza, questo negato libero arbitrio umano, concerne l'individuo o concerne anche la società umana?

La risposta marxista è qui classica. Il soggetto personale, e a più forte ragione nelle società a struttura individualista, è immerso nel massimo di quella impotenza a prevedere ed a guidare. In queste società, e soprattutto in quelle la cui ideologia è bolso liberalismo, più il singolo riveste un grado alto della gerarchia, più è una marionetta tratta dai fili deterministi.

Anche la società come un tutto, e fino a quando è una società divisa in classi non possiede visione e direzione del proprio avvenire; in essa nel corso della storia gli interessi delle classi che si scontrano si rivestono di previsioni (profezie) e di ideologie in contrasto, ma non arrivano alla potenza di prevedere e di preparare il futuro.

Quella sola classe, presente in questa società capitalista, che ha interesse alla abolizione della società divisa in classi, può aspirare alla capacità di lottare per tale fine e di averne nel suo seno una conoscenza ed una visione, e questa classe (il marxismo scoprì), è il moderno proletariato.

Ma fino a che questa classe vive nella società capitalistica la visione cosciente del suo avvenire non può aversi in ciascun suo membro, e nemmeno nella sua totalità, ed è solo sciocco pretendere tale coscienza e volontà nella maggioranza di essa; questa idea non è che uno dei tantissimi derivati borghesi che intorbidano le menti dei proletari e che solo un seguito di generazioni potranno cancellare.

Quindi un singolo non può assurgere alla visione della società comunista per effetto del riflesso delle sue convenienze ed interessi personali; questo sarebbe materialismo volgare. E nemmeno può concentrare in sé la visione della classe e il futuro della società umana se non come convergenza delle forze di classe.

La contraddizione è che l'uno non può e la collettività neppure; e ciò condurrebbe alla impotenza eterna non solo di volere il futuro, ma di prevederlo.

La uscita dialettica da questa doppia tesi (che il proletariato può e non può, è la prima classe che tende alla società aclassista, ma non ha la luce che alla specie umana risplenderà dopo la morte delle classi) sta nel doppio passo contenuto nel Manifesto dei Comunisti: primo tempo: partito; secondo tempo: dittatura. Il proletariato massa amorfa si organizza in partito politico e assurge a classe. Solo facendo leva su questa prima conquista si organizza in classe dominante. Egli va alla abolizione delle classi con una dittatura di classe. Dialettica!

La capacità di descrivere in anticipo e di affrettare il futuro comunista, dialetticamente non cercata né nel singolo né nell'universale, è trovata in questa formula che ne sintetizza il potenziale storico: il partito politico attore e soggetto della dittatura.

Determinata passività del singolo

La tesi che abbiamo stabilita mette al loro posto il materialismo volgare o borghese e quello comunista. Il primo gioca, anche nella origine classica, sulla persona. Quando il francese d'Holbach dice "nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu" ossia: nulla è nell'intelletto che non sia prima stato nel senso; egli stabilisce una relazione diretta tra la influenza materiale della natura sull'individuo e le sue manifestazioni mentali, le sue opinioni. Questo era, anche per Marx, un passo avanti, perché permetteva di superare il fideismo, secondo il quale nella mente di ciascuno vi è un dato innato (anima) che viene dalla divinità; ed anche il contemporaneo idealismo sassone per il quale, anche facendo a meno del dio, un substrato ideale che non si sviluppa dalle materiali sensazioni si trova collocato in tutte le teste.

Ma la posizione del materialismo borghese è enormemente indietro rispetto alla nostra. La relazione, in Marx, si stabilisce tra la condizione materiale media in cui vive un determinato agglomerato sociale e le sue corrispondenti manifestazioni nei campi dell'intelletto, che sono ritenute come religione, ideologia, arte, cultura, politica. La passività dello "spirito" rispetto alla materia nella singola persona resta per noi fatto assodato, ma la sua meccanica resta irraggiungibile alla scienza del tempo capitalistico, oggi in piena crisi degenerativa, che la ha vanamente inseguita. Il pensiero ufficiale, e peggio nei congressi filosofici, non possiede la chiave dialettica per spiegare le sue contraddizioni. Per il fideista Dio ha meso tutto a posto nella testa dell'uomo (come in ogni angolo della natura fisica che lo attornia), ma al primo è data una persona, col suo libero arbitrio nell'opinare e nel comportarsi, ed una responsabilità (inevitabile complemento del fastidioso feticcio: la personalità), e quindi il sistema di premi e di castighi.

Il borghese ateo in un primo tempo gettò giù il libero arbitrio e aggiogò la testa allo stomaco, ma siccome, per dirla in breve, la sua nuova "forma di produzione" aveva bisogno di stomaci vuoti, autorizzò a pensare ed opinare i relativi cervelli, e fondò il sistema della democrazia elettiva generale e della responsabilità giuridica, arrivando a fare del suo Stato di classe dominante l'Assoluto etico sociale. La cultura moderna, in cui confluiscono bassamente i disertori della rivoluzione, oscilla tra questi due fantocci di cartapesta: il singolo responsabile, e lo Stato etico cieco.

Noi riteniamo il risultato della passività incosciente del singolo, ma nel nostro determinismo la previsione e la verifica non pretendiamo averle alla scala individuale. Le dimostriamo nel campo sociale con la analisi storica (ed economica), e non escludiamo che la regola media generale sia contraddetta in casi singoli svariatissimi, senza che ciò intacchi la nostra teoria. Non cerchiamo la prova del determinismo nelle opinioni che stanno nella testa degli uomini presi uno per uno, né la sua rottura nella coscienza volontà ed iniziativa di azione di persone, minime o massime.

La rottura tuttavia viene, e in generale nella storia ha sempre nel fatto preceduta la sua esatta coscienza teorica. La rottura che seguirà la determinazione dell'epoca borghese, per cui le vittime del sistema pensano con la ideologia propria di esso, in generale, verrà, ma per la prima volta nella storia (e quindi non per effetto innato nell'atto creativo divino o nella immanenza della Idea) - ed in ciò il "rovesciamento della praxis" - con la comparsa di un soggetto conoscente, volente ed agente di sua iniziativa che non è una persona, ma il partito rivoluzionario. Questo esprime la organizzazione della classe proletaria moderna, ma più che rappresentare la classe in un senso borghese di delega democratica, la rappresenta nel suo programma e nella sua futura attuazione, rappresenta la società comunista di domani, e questo è il senso del salto (Marx-Engels) dal regno della necessità in quello della libertà, che non compie l'uomo rispetto alla società, ma la Specie umana rispetto alla Natura.

Potente ortodossia

Negazione dell'individuo, affermazione dell'Uomo Sociale, della Specie uscita dalla sua travagliosa preistoria. Si tratta di continuo, e senza accusare stanchezza, di mostrare che la tesi è quella originaria della scuola marxista, e che essa sgombra il campo da tutti gli ostinati e infetti immediatismi, la cui comune diagnosi è la paralisi della dialettica, universale e non contingente e pettegola, propria del marxismo rivoluzionario.

Per il primo effetto rifacciamoci al brano più classico di Marx, nella prefazione alla Critica dell'Economia Politica. Quando noi facciamo entrare in campo, al posto dell'individuo, il complesso degli uomini, non facciamo solo una integrazione quantitativa, dall'uno ai molti, e saremmo per dire spaziale, ma anche temporale. La vita della specie non ha limiti temporali comparabili a quelli della caduca Persona; e nel marxismo la Produzione non conserva solo il singolo animale uomo ma è un anello della sua Riproduzione. Lo stesso citato filosofo barone (uscito come persona dal suo determinismo di classe feudale) non avrebbe esclusa l'ereditarietà: ogni cervello non pompa solo dalle sensazioni della sua vita, ma anche da quelle dei progenitori. Ciò è del tutto scientifico; ma non lo è meno la constatazione, più che materialista, che ciascuno pensa anche col cervello degli altri, anche conviventi. Sarà brillante dire che il cervello è una glandola che secerne il pensiero, ma in questo non siamo materialisti volgari, e non aspettiamo chi scopra l'ormone-pensiero; per noi, veri materialisti, vi è un cervello collettivo, e l'Uomo Sociale vedrà uno sviluppo, ignorato dalle antiche generazioni, del Cervello Sociale. Ma che si pensi colla testa degli altri è un fatto positivo antico e contemporaneo.

"Nella produzione sociale della loro vita gli uomini accedono a rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà; rapporti questi di produzione i quali corrispondono ad un grado determinato della evoluzione delle forze produttive materiali". Il testo segue definendo come base questi rapporti di produzione che costituiscono la struttura economica della società.

Su tale base reale "si eleva la superstruttura giuridica e politica, cui corrispondono determinate forme della coscienza sociale". Come nella nostra fedele ricostruzione, la persona sulla scena non è apparsa affatto. Non è la posizione economico-sociale dell'individuo che determina la sua ideologia; questo è stato detto tanto spesso quanto male: la formula di Marx è: "il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo della vita sociale, politica e spirituale in generale". Segue la nota presentazione del contrasto tra le forze produttive e le forme di produzione o rapporti di proprietà; o teoria delle rivoluzioni (di tutte le rivoluzioni). A questo punto la critica investe in modo lapidario, dopo aver messo fuori causa la coscienza della persona e quella di ogni data società, la stessa "coscienza che la rivoluzione ha di sé stessa". Il testo dice: "Come non si giudica un individuo secondo ciò che egli pensa di essere, così non si possono giudicare le epoche di sovversione (e, aggiungiamo noi, a maggior ragione quelle di conformismo) dalla coscienza che esse si formano di sé stesse".

Ove, poco oltre, Marx, dopo avere elencata la serie classica dei modi storici di produzione, enuncia che con la forma borghese "si chiude la preistoria della società umana", in quanto le forze produttive sono divenute tali da consentire di risolvere l'antagonismo tra rapporti e forme di produzione, ossia di passare ad una società senza classi; è precisato che quei rapporti borghesi, ultimi ad essere antagonistici, lo sono "non nel senso dell'antagonismo personale e subiettivo, ma nel senso di un antagonismo risultante dalle condizioni della vita sociale degli individui".

È dunque rigorosamente classica la nostra riduzione a zero del fattore individuale nella storia, nelle rivoluzioni, e nella rivoluzione comunista. E la eliminazione della persona singola come soggetto di azione rivoluzionaria, e perfino di antagonismo sociale (lotta di classe).

Epicedio dell'immediatismo

La forma democratica dell'opportunismo è quella classica (nell'infamia) della Seconda Internazionale, tumulata da Lenin e riesumata da Krusciov, che dice possibile col meccanismo parlamentare la attuazione maggioritaria del socialismo. Il crasso ragionamento è una vile parodia della formula polemica del Manifesto: il comunismo è il moto dell'immensa maggioranza nell'interesse dell'immensa maggioranza. In tal caso la rivoluzione proletaria sarebbe la prima... a non essere una rivoluzione e a risolvere in via incruenta il contrasto tra forze produttive e forme di proprietà, l'antagonismo sociale proprio della precedente forma, del tempo capitalista! La negazione marxista di tale possibilità sta nella tesi di base del determinismo: la dominante ideologia di ogni epoca è lo specchio sovrastrutturale della sua base economico-produttiva: oggi la proprietà capitalista. La rottura della sovrastruttura sarà l'effetto della rottura alla base; gli operai, classe oppressa, si muoveranno in massa per la rivoluzione violenta, ma solo dopo di essa acquisteranno in massa la nuova sovrastruttura: l'ideologia comunista. Consultare pregiudizialmente le loro opinioni, anche se fosse vero che la maggioranza degli elettori sono proletari, significa avere resa impossibile la rivoluzione, eterno il capitalismo.

Qui il cardine dell'opportunismo totale, quale era quello dei riformisti del principio del secolo, legalitari incarogniti, e quale è oggi quello dei vantati marxisti-leninisti figliati da Stalin e covati da Krusciov e simili chiocce.

Ma abbiamo detto di ridurre ad analoga negazione della tesi base, del principio primo del marxismo anche le posizioni immediatiste. Fanno esse parte dell'opportunismo? Indubbiamente sì quanto alla sostanza, un poco meno quanto alla forma; ossia alla fasulla "coscienza che hanno di sé stesse". Una specie di sifilide del terzo stadio. Non è mortale, ma ereditaria: da preferirsi l'opposto.

La posizione libertaria è senza speranza individualista. Acquistata la coscienza che la società è ingiusta, il ribelle, con la sua generosità magari eroica, se ne considera uscito: lo spirito prima del corpo. L'esatto inverso del determinismo. Quanto agli altri, non vuole usar loro violenza: vorrebbe dire accettare la posizione di Marx-Engels: la rivoluzione è un fatto autoritario per eccellenza. Tutti quindi dovranno liberarsi soggettivamente, e cominciando tanto dalla persona come dalla sovrastruttura. Il rovescio del marxismo. (Altro non ci preme: ad ognuno il permesso di negare il marxismo... fin che il vero marxismo non avrà il potere).

La posizione operaista, che comprende in sé il laburismo di destra quanto il sindacalismo di sinistra, cade sotto la stessa analisi. Non è un partito politico che deve condurre la lotta rivoluzionaria, ma le organizzazioni economiche in cui sono tutti i lavoratori e solo i lavoratori; dicono questi. Ma l'associazione di lavoratore con lavoratore (e poi nel limitato cerchio di categoria) non toglie che il lavoratore viva da salariato nel rapporto borghese di produzione e sia predestinato alla ideologia borghese sovrastrutturale. Associare i lavoratori compressi dal rapporto capitalista, e credere di aver con tanto stabilite le condizioni della società socialista, ecco il colossale errore. Chiedere a questi organismi di proletari, ad una loro democrazia interna, di elaborare dottrina e programma e di condurre l'azione, ecco la illusione immediatista. Un tale meccanismo non si eleverà mai sopra l'immediato contatto con la struttura borghese della produzione, e quindi con la sua ideologia derivata, che va distrutta prima che negata; e che per tale via non sarebbe mai negata e mai distrutta.

Una negazione dell'immediatismo che sta alla radice di ogni falso sinistrismo (imputabile a tutti i gruppi storici meno che alla nostra Sinistra detta italiana) è quella di ammettere, giusta il sano marxismo, che come un membro della classe oppressa ben accade che stia nei partiti della classe dominante, inversamente può ben stare nel partito rivoluzionario che della classe oppressa non sia membro. Per via mediata e non immediata la rivoluzione riceve l'apporto di elementi che non vi hanno diretto interesse. Questo è incomprensibile all'immediatismo.

Ma questo dice, facendo tesoro della storia sociale, il Manifesto colle parole, nella descrizione dell'acme rivoluzionario, che suonano: "in tempi in cui la lotta di classe si avvicina all'ora decisiva... una piccola parte della classe dominante diserta il proprio campo e si unisce alla classe rivoluzionaria, alla classe che ha in mano l'avvenire..." e come segue; mostrando che gli ideologi borghesi passano al proletariato e alla rivoluzione, come avvenne per la nobiltà illuminista, filosofa o talvolta sanculotta.

Qui l'immediatista se double anzi se triple dell'ipocrita e del demagogo: il pericolo opportunista non starebbe nella cecità immediatista, ma in questo accettare ideologi e dirigenti non operai! Dove si troverà il rimedio? La nostra risposta è senza esitazioni: nel partito politico, una volta che abbia superate le malattie opportuniste ed immediatiste, e si affermi il criterio risolutivo che la causa della rivoluzione prevale a dispetto di ogni maggioranza consultiva.

È recente la nostra citazione di Engels in fine della sua vita, oscura e disinteressata quanto quella di Marx: "Nel nostro partito noi possiamo ammettere elementi di tutte le classi della società, ma non vi possiamo tollerare gruppi di interessi capitalisti e contadini medi o mezzo borghesi". Riducete il partito depositario della rivoluzione ad un complesso di leghe economiche o di consigli aziendali, potrete vantarlo quanto volete strettamente operaio, ma in effetti lo avrete reso schiavo delle influenze piccolo borghesi e borghesi. Gli esempi storici sono innumerevoli, primo quello inglese. Non ricorderemo poi la posizione decisissima di Lenin su questo punto, illustrata nei nostri studi russi nelle opere teoriche come Che fare? e nella storica prassi rivoluzionaria bolscevica, nella condanna di ogni risibile "economismo" e di ogni "aziendismo".

La diretta via rivoluzionaria è solo alla classe lavoratrice che può collegarsi. Ma non basta un collage immediato, una aderenza inerte. Vi sono, dialettici e dinamici termini mediati, indispensabili e potenziati, la teoria rivoluzionaria del determinismo storico, il programma della società comunista, l'organizzazione in partito, sola nella quale si realizza il soggetto e il motore, la volontà e la potenza della rivoluzione integrale.

Libertà e valore

Uno dei soggetti del Congresso filosofante ha commosso gli stalinisti, che non hanno saputo capire come il tema Uomo e Natura è posto con intenti borghesi, e vale conformisticamente il trito binomio: Io e Cosmo, conducendo a farne due sfere autonome e peggio a fare del Cosmo una deforme funzione dell'Io; e non sono certo gli ex marxisti opportunisti o immediatisti che sapranno opporre la giusta formulazione: Natura e Specie, su cui non si costruisce un dualismo, ma un monismo che assegna alla scienza della specie il posto di un settore della natura, con una stessa metodologia scientifica, o una filosofia unica, fino a che non avremo visto aboliti il sostantivo e la professione. Solo fino a che si parlerà di filosofi si discuterà di nobiltà o di dignità degli elementi: ma se per un momento volessimo accedere all'uso di tale linguaggio, dichiareremmo più Bellezza Armonia e Dignità nella natura extra umana, di quanto fino ad ora ne abbia offerta la storia della natura umana.

Verremmo in un certo modo al secondo tema del Congresso, anche esso binomiale: Libertà e Valore. Gli ex marxisti anche qui hanno pascolato nel campo della ideologia piccolo-borghese; si tratterebbe di una eterna affannosa ricerca in cui la umanità è tragicamente lanciata; e tutte le battaglie rivoluzionarie avrebbero avuto lo stesso tema: far un passo verso la Libertà assoluta e la Scoperta dei veri Valori della vita. I più audaci dei filosofi hanno ammesso che questa corsa non è finita, perché l'Uomo - si intende è sempre la persona a cui essi pensano - se non è più schiavo o servo feudale è tuttavia non libero. Ma ciò non perché sia salariato manifattore di merci, bensì perché ancora si usa la violenza nelle guerre di Stati e di classi, il potere totalitario e la repressione delle opinioni. Quindi una vaga aspirazione alla fine dello "sfruttamento" e della guerra, che impedirebbero di parlare di libertà e di valori. Simile vieto pacifismo e tollerantismo è stato preso dagli stalinisti per un incontro colla fondamentale esigenza marxista: quella dell'umanesimo! Ed ecco un altro orribile luogo comune che si sta facendo strada tra i tanti del repertorio filisteo.

Va gridato ben forte che il marxismo rivoluzionario non ha a che fare con la vaga enunciazione di umanesimo, che storicamente si può definire in modi diversi, ma tutti immensamente da noi distanti.

Storicamente si chiamarono umanisti i primi borghesi che nel campo dell'arte e della filosofia reagirono alla dominazione teologica ritrovando i valori reali e non mistici della vita pagana classica. Valori utili alla rivoluzione borghese in senso lato ma che nulla hanno a che fare colla rivoluzione proletaria, che si vede contro la borghesia atea quanto quella mistica. Più modernamente l'abusato termine di umanesimo non è che la copertura di tutti gli inganni con cui determinati settori del brigantesco mondo capitalista hanno in questo secolo recitata la bolsa infame commedia, causa prima dei tradimenti opportunisti, della condanna alla aggressione, all'atrocismo, al personicidio e al genocidio.

A questa gente classicamente Marx ha risposto che il cammino necessario della storia fino ad oggi, e per un'altra fase ancora - e peggio ancora se non prevarrà la nostra teoria ultraottimista per cui siamo all'ultima delle società di classe, come gradirebbe il filisteo - si è fatto passando su persone e individui, dunque su corpi e su "spiriti" umani; ed anche, è ben lecito aggiungere anche se la citazione non è sottomano, su popoli interi (ne sa qualcosa la puritana civiltà della ultraumanistica America!).

La posizione marxista

Il primo tema del Congresso che una schiera di professorissimi teneva a Venezia aveva dato lo spunto alla nostra piccola riunione di Parma per mettere in luce viva la nostra tesi antindividualista che scioglie i nodi dell'antico imbroglio tra monisti e dualisti, tra materia e spirito. Il secondo tema, a parte le palesi attinenze tra i due, ci offrì l'agio di ribadire la nostra tesi antimercantilista. Come la nostra rivoluzione sola e prima compirà il saltus fuori dal personalismo, così sola e prima farà quello che va fuori di un'altra peste multiforme: il mercantilismo.

La categoria valore, oggi in gran moda, non è che la vuota sovrastruttura della base economica valore di scambio, propria delle economie di mercato. Noi non ci schieriamo nel corteo dei cercatori di valori nuovi, o tampoco alla testa di esso. Quando il prodotto del lavoro umano ed il lavoro stesso non avranno più come finalità lo scambio con altro prodotto, o col tramite monetario, e il lavorare e il produrre avranno fine e gioia intrinseca senza barriere nel consumare, allora non resteranno valori ideologici intorno a cui blaterare letterariamente o congressualmente. Come la categoria libertà, che storicamente ha avuto sempre il significato di lotta di uomini contro uomini oppressori, perderà il suo senso soggettivo in una società senza antagonismi, perché senza lavoro venale, e la libertà non avrà più per soggetto la persona o la classe oppressa, ma l'Uomo Sociale che non potrà perderla oltre i limiti della naturale necessità fisica; così la categoria valore svuotata nel campo economico sparirà come tema di verbali esercitazioni, dietro le quali vi è il nulla.

Possiamo leggere poche pagine più oltre la nostra Critica dell'Economia Politica:

"Come attività adeguata per l'appropriazione della materia in una forma o nell'altra, il lavoro è la condizione naturale dell'esistenza umana, è una condizione per attuare il ricambio materiale tra l'uomo e la natura, indipendentemente da tutte le forme sociali. Al contrario il lavoro che crea valori di scambio è una specifica forma sociale del lavoro".

Il testo dà l'esempio del sarto che produce abiti, ma non produce valore di scambio, nella sua qualità di lavoro specifico, ma lo produce oggi come lavoro astrattamente generico, il quale è proprio di un certo nesso sociale (mercantilismo artigianale o capitalistico) "che non è stato cucito con l'ago del sarto".

Nella antichità i tessitori producevano l'abito senza produrre il valore di scambio dell'abito, aggiunge Marx. E noi aggiungiamo sicuri: nella società comunista si produrranno gli abiti, come ogni altra cosa, senza produrre valori di scambio. Socialismo - sempre il dialogo con Stalin! - è l'economia senza valori di scambio (nello stadio inferiore e nel superiore).

Se dunque i marxisti nella loro concezione espellono il valore dalla struttura economica di base, quali valori restano loro da perseguire nella sovrastruttura? Ove un valore economico sorge, per la legge di scambio per un altro soggetto esso è scomparso. Si forma valore dove si forma sopraffazione. La stessa abolizione dello sfruttamento economico è formula (vedi sopra) inadatta e incompleta storicamente; e noi diciamo più esattamente che si tratterà di abolizione di ogni valore di scambio e di ogni produzione di valori dal lavoro. Se non se ne produrranno dal lavoro, quali valori dovranno essere superstiti nella sfera, che abbandoniamo ai filistei, della ricerca "filosofica"? In conclusione il binomio libertà e valore echeggia con un certo significato nel solo ambiente di una società, come la presente, in cui la fregatura dell'uomo da parte dell'uomo sia, non diciamo un incidente più o meno criminale, ma la ragione stessa intima della sua struttura nel produrre e nel consumare, e quindi nel pensare.

La ricerca della libertà e del valore dunque non interessa il marxismo rivoluzionario, che nella dottrina del suo partito imposta la lotta del proletariato in modo assolutamente diverso da una qualunque partecipazione ad un concorso universale per una nuova formula in questa serie ingannevole, che le società antagoniste hanno offerto agli uomini nelle vicende della loro preistoria. Questa serie nella presente epoca borghese vede il suo termine, a cui non già resta da salire un solo scalino, ma che è il più nemico ed ostile, ed il più meritevole di una totalitaria distruzione, e negazione spietata di tutti i valori mentiti verso i quali - degenerando ormai fino all'estremo limite - tortuosamente si inerpica nelle sue mascherate ufficiali.

Persona e Partito

Il volgare tranello che i nostri avversari tendono alla formidabile costruzione marxista della teoria del partito rivoluzionario consiste nel riproporre tendenziosamente, dopo che la nostra critica ha superato il problema della relazione tra individuo e società, quello tra persona e partito, ed in altri termini il vecchio argomento del capo e delle gerarchie. Tale argomento concerne ogni forma di organizzazione e non il solo partito politico, in quanto ogni tipo di organizzazione ha il suo famigerato "apparato". Quindi in molteplici circostanze (tra le altre, Riunione di Pentecoste) abbiamo mostrato che se pericoli vi sono essi possono essere domati e superati solo nella forma partito a preferenza di tutte le altre, la cui storia è piena dei fenomeni degenerativi che hanno accompagnato le ondate di opportunismo. Il classico "bonzismo" dei dirigenti, trattati con lauti stipendi e resi inviolabili da uno stupido timore reverenziale contro il quale abbiamo lottato all'arma bianca al tempo di Lenin, era il tessuto connettivo della Seconda Internazionale, e aveva dilagato nelle forme sindacali ed elettorali, le quali soffocavano la vitalità dei centri organici del movimento politico e se li erano sottomessi. In ciò il nocciolo della critica leniniana distruttiva dell'opportunismo, in tutti i paesi.

Nel rispondere a questa insinuazione dei detrattori del marxismo non va dimenticato che noi non difendiamo il "partito" in generale, un qualunque partito storico tra i tanti, ma la speciale ed unica forma che è quel partito rivoluzionario il quale primo e solo impersona il compito storico della classe proletaria moderna, e fa di essa non solo fine a sé medesima, ma mezzo per la realizzazione del programma comunista. Il socialismo, disse Engels nella sua prima redazione catechistica del Manifesto, è la dottrina delle condizioni della emancipazione del proletariato. Non meno generale è la citazione della frase che la emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori medesimi. Sono posizioni dialettiche a fronte della pretesa che il proletariato moderno sia stato già emancipato dal liberalismo borghese come tappa finale, e di quella peggiore oggi dilagante che possa essere emancipato dalla massa "popolare" piccolo borghese o populismo.

E l'altra nota massima di Lenin che deve servire la rivoluzione per il proletariato, ma non il proletariato per la rivoluzione va compresa dialetticamente (ogni nostra tesi va impiegata dopo aver chiarito l'antitesi che la sollevò storicamente) nel senso che la classe operaia non è una forza al servizio di una qualunque rivoluzione (si trattava allora di quella che creò la tedesca repubblica di Weimar) ma che la lotta rivoluzionaria va per noi condotta pei fini propri della classe proletaria, ossia per il programma comunista.

La obiezione che i capi rovineranno tutto è una secolare risorsa della polemica antisocialista dei ventri dorati, i quali ai lavoratori dicevano: volete unirvi per difendervi da voi stessi? Ebbene, avrete bisogno di chi vi organizza e lo dovrete pagare con quegli stessi sacrifici che oggi dite di fare per noi padroni. La modernissima pudicizia, da zitelle inacidite della rivoluzione, contro la coraggiosa leale e disinteressata rivendicazione della dittatura del partito comunista come unica forma reale della dittatura del proletariato, non è che una ennesima edizione di quella tradizionale reazionaria obiezione.

La sola forma invece che eviterà le degenerazioni bonziste è quella in cui la aperta dichiarazione del partito che tende ad avere tutta la direzione della lotta rivoluzionaria non sarà sostituita dalla ipocrita offerta di consultare democraticamente le masse, più o meno popolari, per mettersi al servizio della volontà da esse manifestata, quale che essa sarà. La formula servire il proletariato, anzitutto nella pratica esperienza è stata usata da tutti i traditori storici della rivoluzione venduti e demagoghi; ed inoltre echeggia una sporca mentalità borghese. Servire (profitta di più chi meglio serve) è la divisa del Rotary Club internazionale, ossia della organizzazione mondiale dei predatori di plusvalore, interessati a mostrare che il loro fine è il solito bene universale.

La storia dei travagli del partito operaio di classe, lunga e sanguinosa, finirà quando il partito avrà superata la fase vergognosa dello stupido corteggiamento ai proletari, che ne vuol fare elettori o pagatori di quote sindacali, ma non li scuote rivoluzionariamente da quelle catene della loro servitù, meno visibili e contro le quali non basta nessun eroismo, che portano dentro sé stessi.

Non rifaremo dunque qui la storia dei trascorsi e dei pericoli delle forme apartitiche. È ad esempio un rimedio, come pare si illudano alcuni ideologi cinesi, il decentrare dallo Stato alle comuni locali, al pericolo dei capi prepotenti o delle temute cricche e gang di potere, dei colpi di palazzo, e simili letterarie ombre sinistre? A questa bambinata basta a rispondere un episodio che si racconta da secoli ai giovani. Giulio Cesare, il dittatore per antonomasia (al cui cospetto i moderni non sono che poveri pisciarelli pendenti) traversando un povero villaggio alpino virilmente esclamava: preferirei essere il primo in questo villaggio anziché il secondo in Roma!

Se la persona è un pericolo - in effetti essa non è che un vaneggiare millenario degli uomini nelle ombre che li dividono dalla loro storia di specie - la via che lo combatte sta solo nella unitarietà qualitativa universale del partito, in cui si attua la concentrazione rivoluzionaria, oltre i limiti della località, della nazionalità, della categoria di lavoro, della azienda-ergastolo di salariati; in cui vive anticipata la società futura senza classi e senza scambio.

Il partito "carismatico"

Spaccati borghesi e qualche sinistro andato a male vedono invece come rimedio alle forme recenti del degenerare borghese, alle oligarchie, cricche pretoriane, gangs criminali, bande di vampiri del potere, ed altre fumettistiche figure di cui è piena la stampa e la blaterazione contemporanea per la credulità dei minchioni, una "garanzia" non meno idiotamente presa a prestito negli arsenali borghesi, la "democrazia", trasportata dalla universalità costituzionale nei campi più ristretti - dove maggiormente è vana illusione - della classe e dello stesso partito.

Entro limiti storici ben definiti il meccanismo elettivo e consultivo ha un certo gioco effettuale, in quanto non può mai uscire dal cerchio mercantile e costituzionale borghese, ma può servire a temperare - a fine nettamente controrivoluzionario - taluni sgarri estremi di disamministrazione e di sopraffazione, che giovano a singoli componenti della classe dominante ma non alla causa conservatrice della classe dominante stessa. Ma anche in questo campo concreto, vogliamo rilevare, la garanzia che l'abuso sia evitato o represso non sta nelle autonomie periferiche o di categoria ma nella estensione delle cerchie di organizzazione e di potere, che mano mano che si estendono e si elevano valgono di istanze superiori e di poteri correttivi a quelli inferiori e ristretti.

La organizzazione interna del partito ha potuto e potrà servirsi a fini puramente meccanici di un simile sistema che indubbiamente ha le forme di una gerarchia, ma non racchiude nella virtù del suo ingranaggio nessuna "assicurazione" contro le crisi storiche, la cui causa è altrove. Quindi da decenni e decenni la Sinistra nostra ha chiarito che il partito contingentemente neppure è infallibile, e risente dialetticamente nella sua struttura degli effetti delle sue azioni verso l'esterno; subisce malattie e crisi, e paga il fio, con scissioni risanatrici e lunghe attese storiche, dell'aver deviato dalla invariante dottrina classica, dell'avere intorbidata la sua organizzazione interna e la sua manovra strategica: di qui la nostra condanna di blocchi, fronti, fusioni, reti insinuate in altri partiti e così via. Non è questo il luogo di mostrare come tutti i crolli nell'opportunismo sono legati storicamente ad episodi di quella natura, e meglio lo mostrerà la "storia" della lotta della Sinistra, in preparazione.

Questo arduo problema della vita contemporanea è visto in modo banale dagli ideologi borghesi i quali trattano metafisicamente di una evoluzione nella struttura di tutti i partiti moderni, in generale, in tutti i paesi, e qualunque sia il loro programma, o come noi meglio diremmo la loro base di classe.

Nella rivoluzione liberale avrebbe giocato la forma sana e pura del partito politico, basato sulla democrazia interna e sulla libera adesione degli iscritti che avveniva per fatto di opinioni nutrite, di confessioni. Questo meccanismo viene presentato come una predominanza della "cultura" sulla "politica". Esso non esclude che il partito generico abbia una gerarchia, ma la apologizza secondo uno schema ingenuo: il capo sarà il più dotto e sapiente, e la dirigenza politica, nel dolce Ottocento borghese liberale, sarebbe stata condotta da maestri sugli allievi sicché l'autorità nei partiti avrebbe avuto un contenuto intellettuale. Questo apparato politico sarebbe addirittura un correttivo della pesante burocrazia amministrativa!

È ovvio tuttavia che il toccasana era la democrazia, e che in questi partiti-scuole gli allievi si eleggevano i maestri. Nell'ultimo secolo una tale illusione è caduta, perché sono sorti i "partiti di massa", in cui la base ha perduto i diritti democratici e i capi sono piovuti dall'alto, e misteriosamente accettati. Tutta la spiegazione che ci è data di questa palingenesi storica sta nel dire che il gregariame segue il capo e la stretta corte che lo spalleggia perché ravvisa in lui un "carisma", ossia una grazia come divina, che egli solo possiede e può amministrare ad altri se vuole. La cultura sarebbe andata a farsi fregare, la politica avrebbe messa sotto i piedi la "cultura", nella società del Novecento. Il Capo non diviene tale perché è il più sapiente, ma il suo verbo fa testo perché egli è il Capo; sia pure un cazzaccio, diviene il Migliore.

La forza o la ragione

Abbiamo notoriamente condotta la critica della concezione del partito di massa e della maniera di direzione dei partiti comunisti introdotta nella Terza Internazionale sotto il deforme nome di bolscevizzazione; ma non abbiamo mai voluta vedere confusa questa nostra critica con quella che può essere dettata da posizioni apologetiche della democrazia generica, che idealizza un tipo buono per i partiti di tutti i colori e sbocca dove sboccarono come da facile previsione nostra gli stalinisti: in un piatto pacifismo sociale.

Sono dunque due quistioni ben distinte quella della natura del partito comunista e quella della evoluzione in tempo borghese della forma partito, o del rapporto politica-cultura.

Questa formula odierna del capovolgimento di una simile relazione a vantaggio del termine politica e contro quello cultura la troviamo attribuita in articoli del Perticone al noto sociologo tedesco Max Weber, che quanto meno avrebbe al tempo dell'altra guerra teorizzato il partito "democulturale" restando poi travolto nella delusione hitlerista-stalinista. Sono dunque sempre ex-semimarxisti che vengono tra i piedi.

A noi interessa stabilire, prima di dire delle recentissime forme totalitarie e della spiegazione-deplorazione "carismatica", che mai il marxismo ha avuto nulla di comune con una teoria "dei partiti" in cui questi abbiano nella loro dinamica l'equilibrio ponderale delle opinioni degli aderenti. Nella nostra concezione del partito rivoluzionario questo ha la sua dottrina, e tutti i suoi componenti la accettano e condividono, ma non per questo hanno ad ogni stormir di fronda la facoltà di mutarla con consulte numeriche, perché essa nasce collettiva ma unitaria per forza della vicenda storica e non per un associarsi di cellule soggettive. Ma è la concezione di un solo partito.

Quanto agli altri partiti ci fa ridere la leggenda di una età dell'oro, democratica e di tipo scolastico e pupo-eruditivo. Nella rivoluzione borghese anche essi furono poggiati sulla dittatura e sul terrore; si dissero illuminati ma tale illusione la distrusse non Marx, ma perfino Babeuf quando teorizzò che nella lotta sociale la forza ha diritti maggiori della ragione; e quindi il partito razionale visto dal Weber non ha alcuna origine proletario-socialista. Siamo sempre lì; la scuola dei proletari sarà la vittoriosa rivoluzione, che per ora chiede ad essi le loro mani armate, ma non può chiedere loro una laurea politica; anche a quelli inscritti al partito non si chiede un "esame di cultura". Fin dalle lotte della Seconda Internazionale, la Sinistra ha deriso la tesi del partito "culturista".

Fin dal loro sorgere i partiti della borghesia hanno espressi e difesi interessi di classe e non cristallizzazioni di opinioni professate: i molti partiti medio borghesi e piccolo borghesi hanno costituito meccanismi per la trasformazione delle richieste dell'alto capitale in superstizioni politiche delle classi medie e della imbelle piccola borghesia. Quelli di essi che maggiormente reclutavano i loro aderenti nei ceti "intellettuali" sono quelli che meno chiaro hanno visto nella storia e nella società, e hanno fornito eroi ingenui alle imprese e conquiste del capitalismo europeo lasciandosi inculcare come ideali i suoi loschi appetiti: in tutto il Risorgimento Italiano troviamo solo una grande eccezione a questa corbellata razionalità e "culturismo" della lotta politica, nel marxista che non ebbe tempo di leggere Marx, Carlo Pisacane, che tuttavia dette la vita alla causa nazionale, ucciso prima che dalla sbirraglia dal contadiname analfabeta e aclassista.

La ridicola epoca dei big

Alla contrapposizione fatta dal Perticone tra la fase dei partiti di democrazia volontaria e quelli di cieca disciplina ad un centro motore che la base riconosce in dati nomi o peggio in un solo Nome; ove si tolga ogni rimpianto, alla Weber, di quel primo tipo, ed ogni prospettiva di una sua riapparizione di domani in una nuova giostra liberale pluripartitica (che mai nel passato ha giocato realmente) può darsi una portata solo in quanto si svolga la critica della degenerazione contemporanea della società borghese, e si sappia non identificare metafisicamente la strada opposta per cui si giunse, ad esempio, al partito di Stalin, e a quelli di Hitler, Mussolini, o poniamo oggi De Gaulle.

La caratteristica di queste mostruose organizzazioni, la cui vera causa è la passività delle masse in una società in decomposizione, che non è difetto di "cultura" o mancanza di "maestri", ma difetto di forza meccanica rivoluzionaria per note cause complesse e remote, sta nello strano assurdo che da tutte le parti il sistema moderno "carismatico" che fa ovunque e sotto tutti i cieli e climi del capo un idolo (quanto fragile e caduco!) si difende appunto apologizzando lo stupido toccasana democratico e vanta adesioni consultive e plebisciti di pretese "coscienze".

Gli stati totalitari come Germania, Italia e Giappone sono stati travolti dalla guerra e con essi i loro partiti di governo. Tra i vincitori, gli occidentali sono democrazie parlamentari permanenti e in questa forma giuridica si sono sempre più sforzati di organizzare i paesi del mondo su cui influiscono. La Russia e gli Stati con lei connessi internamente hanno conservato il sistema monopartitico e non hanno partiti concorrenti al potere; ma la politica che conducono all'estero i partiti comunisti di nome è tutta imperniata sulla apologia aperta della democrazia elettiva, che essi pretendono dai governi locali. Nella polemica tra i due blocchi di Stati e di partiti la rivendicazione democratica è sempre in prima linea, e l'accusa più frequente è di avere fatto oltraggio alla elettorale manifestazione della volontà popolare. Ognuno dei contendenti adopera come verità evidente l'accusa che l'altro perpetra tale infamia.

Malgrado questo sciupio di invocazioni alla sovranità popolare a base larghissima, tutte le volte che questi poteri mondiali si incontrano resta regola comune, ed accettata in contraddittorio gli uni verso gli altri, che i milioni di uomini, i cui interessi (non diremo nemmeno le cui opinioni) sono in ballo, sono lontani spettatori di una adunata di quattro o cinque personissime accampate al vertice in delega dei quattro o cinque governi degli Stati più mostruosi, e tutto si decide, in questo democratico e popolare mondo, da quei cinque al massimo "big"; ossia da cinque tipi su due miliardi di membri della specie umana, tutti "demosovrani"; da cinque altissime figure a cui votammo la apostrofe di un dimenticato poeta, citata ironicamente come il più bell'endecasillabo della letteratura italiana: "O big piramidal, che fai tu lì?".

Potrebbe la democrazia essere più decaduta e bassamente svergognata di così?

Quali chances alla sociologia razionale delle opinioni delle élites, delle scelte di uomini coltivati, che dovrebbero condurre, nella illusione di Weber, la vita politica mondiale, scambiandosi ogni tanto il potere con elegante fair play, con tollerante cavalleria?

Fu detto contro la sinistra marxista, negatrice del partitone mostruoso e della adulazione delle masse, che noi tenevamo della teoria delle élites intellettuali. Ma noi siamo tanto contro la democrazia nella società nella classe e nel partito, cui invochiamo una centralità organica, quanto contro la funzione delle élites dirigenti, cattivo surrogato del Capopersona, marionetta collegiale messa al posto di quella isolata, il che in dati svolti è un passo indietro. La differenza sostanziale sta nel fatto che la nostra dottrina non considera una costellazione di partiti, ma la funzione di uno solo, il cui dialogo con tutti gli altri non è intellettuale né culturale, e giammai elettorale e parlamentare, ma è affidato alla violenza di classe, alla forza materiale che ha per suo traguardo la sottomissione e la distruzione di ogni altro.

Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come gli organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nella organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell'opportunismo.

In un simile partito finalmente impersonale nessuno potrà abusare del potere, proprio per la sua caratteristica non imitabile, che lo distingue nel filo ininterrotto che ha l'origine nel 1848.

Tale caratteristica è quella della nessuna esitazione del partito e dei suoi aderenti nella affermazione che è sua funzione esclusiva la conquista del potere politico e il suo maneggio centrale, senza mai nascondere in nessun momento questo scopo, e fino a quando tutti i partiti del Capitale, e del suo servidorame piccolo borghese, non saranno stati sterminati.

Da "Il programma comunista nn. 21 e 22 del 1958

 

Archivio storico 1952 - 1970