Disertate la fiera elettorale

Coerente e lucido Don Ciccio Nitti

Tutto l'ambiente borghese è sottosopra per l'emozione del riuscito magnifico colpo dei furbissimi cominformisti. Per le anime conservatrici, più della dottrina dell'uso della violenza, che le fece imprecare a Marx e Lenin, è sconvolgente quella dell'uso dell'astuzia. Non vi saranno oche per salvare il Campidoglio dal colpo mancino del listone civico, con il nome di Nitti al numero uno. Terrore, rabbia ed invidia per la potenza strategica del baffuto Peppone e del rasato Palmiro, anatema o dannazione per il rinnegato don Ciccio.

Lato corrispondente della situazione è altrettanto compiacimento, gioia e senso di trionfo negli ambienti "popolari", che disgraziatamente – è un fatto che, oltre ai mille tipi da medioceto, più di ogni altra infestano la città eterna – comprendono la quasi totalità delle masse proletarie di oggi.

Diamo per fatto che il colpo sia sufficiente a dare l'ambìto, il temuto successo, ossia che l'accumulo di voti semiborghesi sorpassi di molto la perdita di voti operai: per le sorti elettorali del sacro colle non ci sentiamo di tripudiare né di lacrimare.

L'Italiaccia di questo mezzo secolo è il paese dei blocchi civici e ne ha offerto di ogni calibro, e davvero la non vacillante borghesia al potere non ha da lagnarsi dei risultati di questo metodo, antidoto principe contro le minacce rivoluzionarie.

Non è dunque proprio il caso né di stupire che nella fornicazione bloccarda i pretesi partiti operai in nome di Marx, Lenin e Stalin siano arrivati fino a Nitti, e nemmeno di trattare da bugiarda la loro propaganda quando assume che la tattica adottata per le elezioni amministrative tende ad un fine di distensione di classe, di armonia nazionale, di concordia nel paese. Come il serpe morde la propria coda, i supertraditori ed i superbugiardi come Nenni credono sì di mentire, ma risuonano come le trombe della verità.

Anche se fosse vero che hanno un padrone ed un mandante che in date situazioni ordinerebbe loro di usare il Campidoglio ( e domani nel caso Montecitorio, il Viminale ed il Quirinale) a fini di rottura, di sabotaggio e di esplosione sociale in Italia, il punto di arrivo del loro metodo sarebbe non la tensione, ma proprio la distensione; non il disordine, ma l'ordine; non l'insurrezione, ma il rientro nella costituzione; non il disfattismo, ma il conformismo pecorile della classe operaia. Essi operano per gli scopi che la loro dottrina e la loro propaganda accampano, e se sussistesse quanto dicono i loro avversari, che tali ipocriti scopi celano la diabolica manovra sovvertitrice, al tentativo di questa ( nella ipotesi da dare oggi a tre contro uno che il deprecato comando straniero lo disponga) unico risultato della " buona intenzione" di quei signori sarebbe un licenziamento su vasta scala delle oggi temute e abili cerchie gerarchiche.

Non meno false sono le accuse a Nitti di prestarsi ad introdurre entro le mura di Roma un Cavallo di Troia. Sarebbe una battuta degna dell'acida arguzia di don Ciccio ammettere che, al più, si tratta della sola troia che non deve preoccupare la Lupa.

La stampa del centro borghese si affanna a definire inconcepibile la politica del vecchio lucano, ed accompagna la dimostrazione della sua incoerenza e contraddizione al proprio passato politico, con le correnti spiegazioni di un rimbambimento senile (quello che con un vocabolo che farebbe sorridere il soggetto chiamato "inzallanimento", e che affetta tanti con vari decenni meno di lui sul groppone) e di una insaziata ambizione, di una sete inesausta di onori, che gli avrebbe fatto restare nella strozza la scelta di Einaudi a capo dello Stato, di De Gasperi a capo del governo. Se fosse così, è chiaro che questa repubblica minorenne doveva proprio finire nel talamo di un vegliardo, per scomparso che sia Bonomi, e tremolante fin da Versailles V.E. Orlando. Minorenne sì, tuttavia già pervia a simili amplessi.

La moderna fase della politica del blocco nasce dalle revolverate di Gaetano Bresci a Monza. La monarchia dapprima, e la borghesia oggi ancora, non le hanno salvate i Pelloux, di Rudinì, Giolitti, Nitti, che seppero insegnare al piccolo re o ai grandi capitalisti a non temere il trionfale ingresso delle sinistre nel Parlamento e nei municipii.

Nitti può bene essere il simbolo di questo metodo conservatore e antirivoluzionario, che ha auspicato nei momenti più difficili, con la maggiore sicurezza, che una visione che tante volte in tanti anni definiamo cinica quanto positiva e scientifica, applicandogli l'epiteto di "marxista borghese". Oggi i suoi avversari gli rinfacciano gli scritti contro Marx e la "talmudica visione marxista della storia"; noi sosteniamo che i più elevati servitori della classe borghese, dall'altro lato della barricata, applicano i dati della visione marxista con assoluta spregiudicatezza rispetto ad ogni ubbia moralistica e filosofica o anche patriottica, e in ogni caso con chiaroveggenza assai maggiore di quella dei giovani e vecchi compari di blocco. La situazione del '98 fu superata non dalle leggi eccezionali ma dalla loro abrogazione per far luogo alla politica parlamentare di sinistra. Non si riuscì ad avere in governi di coalizione il legalizzato partito socialista perché i Turati, pur non essendo talmudici avevano abbastanza di marxismo da capire lo sporco gioco. Ma la politica dei blocchi consumò nel Campidoglio la sua orgia; né le ceneri di Pietro fuggirono dal Vaticano per la vicinanza del sindaco ebreo e massone Ernesto Nathan; e tanto difficile anche allora fu trattenere la classe operaia e i suoi militanti da fare il tifo per quella vittoria.

La situazione del 1919-1921 non fu superata dall'avanzante fascismo ma dalla nittiana svolta della elezione dei 150 socialisti, e dall'impossibilità di trattenere le masse dallo spegnere in quella sbornia idiota il poderoso slancio dell'opposizione di classe alla guerra. Nitti spalancò le porte del parlamento e Giolitti quella delle fabbriche, col tranquillo sorriso di chi sapeva di tenere ben ferme quelle dello Stato di polizia e della società di classe. All'ombra del vituperato Cagoia preparò Benito il suo potere. Per due anni ai combattenti proletari fu abbastanza facile fugare le bande di camicie nere, meno facile quelle della nittesca "Guardia Regia"; la lotta fu decisa dal tradimento dell'opportunismo parlamentare, dalla scesa in campo di carabinieri e forze armate, cannoni, navi perfino.

Perché mai sarebbe oggi incoerente Nitti, quando egli ben sa che per demolire la forza rivoluzionaria, per corrompere il movimento operaio, per addormentare la lotta di classe a lunghi periodi di difficile ripresa, il blocco "popolare" – e nemmeno l'aggettivo vuole mutare – è la ricetta migliore, assai più delle galere e delle smitragliate?

E qual diritto di tacciare Nitti di incoerente nel proposito di tenere e amministrare il comune di Roma in collaborazione ai partiti "operai", hanno democristiani, socialdemocratici, repubblicani, liberali? Non hanno così applicato il metodo in pieno, e pagata la clamorosa vittoria-liquidazione del movimento comunista partito da Livorno 1921, e perfino del moto partigiano di resistenza armata al governo, con quei superblocchi che furono il Comitato di Liberazione Nazionale e il governo tripartito?

Scandalo dal lato borghese ve n'é di pari grado nei due casi, e la coerenza è invece completa non solo nei Nitti, ma negli stessi Nenni, che ripongono formalmente l'alleanza e lo schieramento di allora, agitando la minaccia del neofascismo.

Scandalo dal punto di vista rivoluzionario e marxista ve n'è anche in ugual misura, e non certo perché ai connubi accorrano e i Nenni e i Togliatti e tutti gli altri, ma per il fatto che sventuratamente è dato a loro accorrervi non solo in sevizio di personale ambizione (piccola, misera spiegazione quanto quella dei senili pruriti del Ciccio) ma traendo dietro di sé, allora ed oggi, palpitanti per la vana vittoria, i lavoratori italiani.

Don Ciccio, voi lo sapete, non meno sagace oggi di quando eravate un roseo professorino di economia, che la nostra visione talmudica non può perdonare.

I capi e i partiti si corrompono per tutto il loro ciclo di vita, le classi sociali no. Per potente che sia il metodo addormentatore e svirilizzatore della collaborazione sociale, esso è ad effetto precario, e le applicazioni ne vanno senza posa rinnovate. Il demone della lotta di classe risolleverà la testa, se l'esorcismo non si ripete instancabile, fino al giorno in cui le sue virtù saranno perdute; e per la vostra fortuna non lo vedrete.

Non meritate perciò l'accusa di castratore di castrati, appunto perché ben sapete quanto questo sia vero, e quindi il successo vostro non sarà di avere portato su venti poveracci di democratizzati consiglieri comunali comunisti, ma di aver ubriacato un proletariato che fu rivoluzionario in un atmosfera da carmen saeculare. Sebbene entro la cerchia eterna dell' Urbe un proletario si incontri su venti parassiti o concessori, voi avrete il vanto di condurre i militanti della classe operaia a cantare a squarciagola sul metro dei bamboccetti fascisti: tu non vedrai nessuna cosa al moooondo maggior di Roooma!

Si arrabbia invano don Sturzo di questa bandiera rossa sul colle capitolino, tanto vicina al Vaticano e al Quirinale. Dal tempo dell'Asino di Podrecca egli sognò di rubare all'anticlericalismo a vantaggio della sacrestia la ricetta del collaborazionismo sociale e sindacale.

Sarà realizzata la visione di oraziana eternità: dum Capitolium scandet cum tacita virgine Pontifex, fino a che il Pontefice salirà, con la silenziosa vergine a fianco, il Campidoglio…

Ma voi, don Ciccio, pontefice scettico, ben sapete che non vi affiancherà nella affannata salita della scala la tacita vestale, ma la più ciarliera delle meretrici: la politica del tradimento rivoluzionario.

Da "Battaglia Comunista" n.9 del 1952.

Archivio storico 1952 - 1970