Il regime alla deriva

Nel corso di questa ennesima crisi, (1) che tutto fa prevedere stucchevolmente somigliante a tante altre (tra poco sarà bene dire che il regime italiano è in crisi quando c'è un Ministero non dimissionario), ci si può ancora una volta chiedere in che direzione va alla deriva la barcaccia sconquassata dello Stato.

La politica italiana è dominata tradizionalmente da due miti: quello del Governo di collaborazione con i socialisti e quello della dittatura di destra. Non vogliamo dire che le due cose siano del tutto irrealizzabili, ma esprimere con la parola miti che sono ormai da lungo tempo oggetto delle profezie dei nunziatori, e l'attesa comincia a scocciare, ossia a désenchanter. Si tratta di soluzioni non impossibili, ma che agiscono come i due opposti punti di mira della politica italiana, come direzioni di orientamento, senza che lo sviluppo reale riesca a puntare con decisione sull'una o sull'altra. Incapace di scegliersi una rotta, la barcaccia delle istituzioni procede ondeggiando su una diagonale approssimativa tra le due direzioni che si vorrebbero imprimerle, e va alla deriva verso quella che è l'unica ipotesi che si affaccia, secondo il nostro modesto parere, con carattere di novità e di originalità: il naufragio. Quod est in votis.

Le due soluzioni hanno entrambe un valore tendenziale e potenziale più che di effettuazione: esse servono l'una come antidoto dell'altra e sono ogni tanto annunciate come imminenti solo per stornare l'imminenza di quella opposta. Tra le due può però vigere il compromesso ed è molto probabile che esso seguiti lungamente, nella sostanza delle cose e malgrado qualche mutamento esteriore, a realizzarsi nella formula: né l'una né l'altra, come fino adesso, o nella formula equivalente: l'una e l'altra, come noi crediamo, domani. La diagonale diviene una risultante, per dare un ultimo contributo alla immagine prescelta, e soddisfacentemente razionale.

Gli avvenimenti di questi giorni in cui si era creato per la centesima volta tra i tavoli del Guardabassi e gli scalini del fastidioso edificio parlamentare lo "stato d'animo" per cui ogni fedel minchione della politica romana diviene depositario di rivelazioni sensazionali e partecipe di macchinazioni romanzesche, segnano un'altra conferma di quanto pensiamo.

Tende il fascismo per suo proposito o per forza di cose alla rivoluzione di destra, al rovesciamento del regime parlamentare per una dittatura militare?

Secondo noi questa rivoluzione di destra fa per il fascismo lo stesso gioco che faceva quella "rossa" per il tradizionale socialismo chiacchierone; ah sì! Voi ci fate un dispetto? (poniamo: il commissario regio a Scaricalasino). Osate: e faremo la rivoluzione. Mentalità sciocca a cui abbiamo sempre obiettato che se la rivoluzione si fosse in grado di farla sarebbe veramente pietoso metterla da parte solo perché a Scaricalasino c'è un fesso di sindaco iscritto da trenta anni al vecchio e glorioso partito dei piccoli borghesi dilettanti in socialismo e amatori di quello sport popolare che si chiama: congressi del partito socialista italiano... Mussolini, nel suo discorso, ha minacciato la insurrezione fascista. Certo, l'ha minacciata. Ecco la migliore prova che questa non è per lui una prospettiva di carattere programmatico. L'equivoco fascista, è giustissimo, vale quello socialista. Noi faremo la rivoluzione se lo Stato uscirà dalla legalità, per fregarci, gridano i socialisti, anche i più evangelici. I fascisti non dicono nulla di diverso. Ma in fondo, se la legalità è garantita, depongono entrambi i propositi di crisi del regime. Vogliono entrambi la restaurazione dell'autorità statale. Si metteranno d'accordo: ecco una conclusione logica, se pure non immediata. Ma una conclusione immediata, se pure più modesta, è quella che né gli uni né gli altri marceranno all'abbattimento delle istituzioni.

Essere contro il regime in modo non equivoco conduce ad una posizione analoga a quella di un solo Partito: il nostro.

Noi siamo per programma contro il regime e contro la legalità. Se questa è rispettata, siccome siamo convinti che è la legalità della conservazione di classe e della protezione dei privilegi nella misura dei nostri mezzi prendiamo l'iniziativa di disturbarla. Siccome siamo i soli a volere e a preparare una rivoluzione istituzionale, non minacciamo di farla, e non siamo negli equivoci in cui confessano di essere quelli che da destra o da sinistra tirano fuori il babau della insurrezione contro lo Stato, per mercanteggiare il ritiro della minaccia a puro scopo di compromesso parlamentare.

Certo, se non è nel programma fascista la rivoluzione di destra, vi è una tendenza organica dello squadrismo ad andare "fino in fondo", che potrebbe sorpassare le direttive dei capi, che ogni giorno più - le minacce di Mussolini sono servite solo a dir questo - s'incanalano verso la soluzione legalitaria e parlamentare del loro "tormento". Ma quest'osservazione non ha valore decisivo contro le nostre affermazioni, perché se noi diciamo che il fascismo non tende alla crisi delle istituzioni, non intendiamo con questo significare che esso rinunzi al suo compito antiproletario e controrivoluzionario, che esso disarmi il suo apparecchio di lotta schiavistica. Al centro può restare il tradizionale apparecchio di governo "democratico", col suo palcoscenico per le pochades parlamentari, e nel territorio la organizzazione fascista darà la piattaforma su cui la democrazia di Governo, ossia il regime politico borghese, si poggerà per non essere travolta dalle ondate rivoluzionarie malgrado tutto suscitate dal divenire inarrestabile della crisi del capitalismo. Non è detto che non si trovi un mezzo per utilizzare in un Governo centrale così integrato la partecipazione socialista. Altre due o tre crisi, altre due o tre coppie di discorsi Mussolini e Turati, e ci saremo.

Non si tratta di fare un Governo contro i fascisti, poiché essi accettano il regime parlamentare, diranno da sinistra. Non si tratta di fare un Governo contro i socialisti, divenuti legalitari e nemici di ogni attività indipendente, politica o sindacale, delle masse, diranno da destra. Alle squadre resterà qualche cosa da fare, se noi non saremo rincoglioniti del tutto, e se, come è luogo a sperare, le masse oggi addormentate dai socialdemocratici apriranno gli occhi vedendo tracannare fino alla feccia il calice dell'abiura. Le squadre non ci terranno a rivolgere le loro esercitazioni proprio contro il palazzo di Montecitorio. Troveranno lavoro altrove.

Malgrado tutte le sparate, l'atteggiamento dei fascisti è chiaro. La loro preoccupazione di portare i loro valori sul terreno parlamentare è stata ancor più resa evidente dal voto contro Facta. Un altro indizio, per tenerci alle cose di maggior rilievo, è dato dalla ostentata rinunzia al programma riformatore dei primi tempi. Nello stesso tempo i riformisti annunziano che essi non collaborano per un'opera di legislazione e ricostruzione sociale, ma solo per il dubbio obiettivo delle "pubbliche libertà". Altra coincidenza che dimostra come gli uni e gli altri non andranno fuori dai binari corrosi della tradizionale politica dello Stato italiano e si sobbarcheranno, sebbene sentano quanto sia scomoda tale posizione per chi ha agitato certi strati della folla di vane promesse, ai compiti banali della amministrazione pubblica squinternata e fallimentare.

Dal loro canto, i collaborazionisti hanno anche minacciato. La situazione non è nuova. Quando ci doveva essere o pareva che ci sarebbe stata la guerra al fianco degli Imperi Centrali, i più destraioli dei socialisti, che poi spasimarono per la difesa del Grappa, tuonarono per la insurrezione di piazza contro la guerra. Adesso ai signori della destra socialista ha fatto comodo che gli operai affrontassero le squadre fasciste e prendessero revolverate fino all'ora... dell'appello nominale. Caduto il Ministero, Paese e Giustizia hanno lavorato all'unisono per disarmare gli scioperi del Nord che impedivano il loro giuoco. Se la crisi minacciasse di tendere a destra, allora Nitti e Modigliani farebbero ancora appello alle masse.

Gli uni e gli altri dovranno apprendere dai fatti che è un equivoco e un tormento sul serio lavorare entro i quadri delle istituzioni che si vogliono difendere e conservare, difendere la santità del Parlamento o l'autorità dello Stato coi mezzi della sobillazione insurrezionale e illegale.

I fascisti vogliono buttare giù il baraccone parlamentare? Ma noi ne saremmo lietissimi. I collaborazionisti vogliono la sciopero generale, che hanno sempre avversato e sabotato per la difesa diretta ed effettiva dei lavoratori, se sarà necessario per le manovre della crisi? Benissimo. Il pericolo maggiore è ancora e sempre quello che si mettano tutti d'accordo a non smuovere le acque per una soluzione parlamentare e legale. Ma se c'è chi vuole dare altri scossoni alla baracca del regime, non saremo certo noi a dolercene.

Se diciamo questo, non è per accogliere i "vieni meco" dei fascisti e dei socialdemocratici. Siamo per la lotta del proletariato sui due fronti, e contro queste due specie di nemici. I socialdemocratici ci dicono: la dittatura fascista sarà la vostra rovina; noi rispondiamo: è in quanto voi avete fatto il disfattismo dell'azione delle masse. I fascisti ci ammoniscono che se vanno al potere i riformisti ci saranno anche per noi delle "sventole", e noi osserviamo che in tal caso, più che probabile, si ricorrerà al servizio delle bande fasciste. La via del proletariato non può essere che contro gli uni e contro gli altri, sul terreno dell'impiego delle proprie forze al di fuori e contro le istituzioni; non per la legalità, la costituzionalità e la autorità dello Stato, difeso dall'opportunismo dei socialdemocratici e dal terrore reazionario dei fascisti, ma contro di esse per edificare sulle loro rovine la forza, la legge, l'autorità, il governo dei lavoratori.

(1) Ci si riferisce alla crisi del governo Facta nel luglio 1922. Facta, tentennante primo ministro, propugnatore di una coalizione di governo mista che comprendesse anche i fascisti.

Da "L'Ordine Nuovo" del 26 Luglio 1922. Firmato "Amadeo Bordiga".

Archivio storico 1921 - 1923