Dichiarazione del Comitato d'Intesa sull'intimazione di scioglimento da parte del Presidium dell'Internazionale

Intervenendo nella situazione creatasi nel nostro partito, il Presidium dell'Internazionale Comunista ci ha intimato, ravvisando nel Comitato d'Intesa il nucleo di una frazione costituita in seno al partito, di scioglierlo sotto pena della espulsione.

Il Presidium, pur annunziando la concessione della piena libertà di dibattito precongressuale, nulla dice sulle formali accuse di frazionismo e settarismo interno da noi portate contro la Centrale del partito italiano e nessuna misura annuncia diretta ad eliminare le vere cause della crisi del partito.

Ciò non ci meraviglia perché dobbiamo dolorosamente constatare essere dinnanzi ad una nuova tipica applicazione dei metodi di dirigenza dell'Internazionale che abbiamo combattuti e combatteremo. L'essere disposti a sostenere nei congressi e nei dibattiti il punto di vista e l'operato dei compagni che fanno parte degli organi direttivi internazionali è titolo che sana ogni errore ed ogni colpa nella lotta contro l'avversario borghese e trasforma ogni deficienza anche la più scandalosa in un brevetto di puro rivoluzionarismo bolscevico e leninista. I metodi disgregatori della Centrale italiana sono coperti dai dirigenti dell'Internazionale perché noi siamo all'opposizione su vari punti della loro politica.

I provvedimenti che reclamerebbe la difficile situazione del partito e la tensione interna cui ha condotto la sleale campagna organizzata dalla Centrale contro il Comitato d'Intesa, si riducono alla meccanica formalistica di una disciplina che non convince e non si fa rispettare. Il grave problema delle tendenze e frazioni nel partito, che si pone storicamente come una conseguenza della tattica politica che esso segue, è una riprova della convenienza di essa, come un sintomo delle sue deficienze da accogliere con la massima attenzione, si pretende di superarlo con le intimazioni e le minacce, con l'assoggettare alcuni compagni alle solite compressioni disciplinari, lasciando credere che dalla loro condotta personale dipenderà tutto lo sviluppo successivo del partito.

Secondo questo metodo antimarxista nella sostanza, sterile nei risultati, noi potremo, a somiglianza di tanti elementi infidi e opportunisti che manovrano sui margini della nostra gloriosa Internazionale, cominciare a negoziare e patteggiare col centro dirigente, porre delle condizioni, fare a nostra volta minacce, raggiungere un compromesso e una transazione simili a quelle che sono il prodotto della spregevole tattica parlamentare borghese.

Con queste convenzioni più o meno laboriose e stentate tra personaggi e uomini politici più o meno influenti si vanno da tempo dissimulando e dilazionando gravi problemi della vita dell'Internazionale e della sua azione, che, inevitabilmente si ripresentano più difficili e gravi. Noi potremmo a nostra volta far pesare la minaccia di una scissione e della formazione di un nuovo partito in caso di espulsione e sulle bilance della politica sedicente comunista sarebbero saggiate le nostre possibilità di avere tanta più soddisfazione quanto più male ci mostrassimo in grado di fare al partito e all'Internazionale.

Ma noi non agiremo in tal modo. Spontaneamente intendiamo la disciplina in modo infinitamente diverso. Come non esitammo a rinunziare alla dirigenza del partito così non ci sentiamo spinti dalle ripetute provocazioni della Centrale alla miserabile risposta di fabbricare un partitino dissidente ad uso e consumo di un gruppo di dirigenti a spasso. Dinnanzi a una materiale imposizione noi ci ricordiamo di tenere soprattutto al nostro posto di gregari del partito comunista e dell'Internazionale che conserveremo con volontà di ferro, senza rinunziare giammai ad opporci con una critica instancabile a quei metodi che consideriamo contrastanti con l'interesse e l'avvenire della nostra causa.

Noi accusati di frazionismo e scissionismo dinnanzi all'eventualità di una rottura col partito sacrificheremo all'unità di esso le nostre opinioni eseguendo un'intimazione che consideriamo ingiusta e dannosa al partito. Con questo dimostreremo come noi della sinistra italiana siamo forse i soli per cui la disciplina è una cosa seria e non commerciabile.

Noi riaffermiamo tutte le precedenti manifestazioni del nostro pensiero e tutti i nostri atti. Noi neghiamo che il Comitato d'Intesa fosse una manovra mirante alla scissione del partito e alla costituzione di una frazione nel suo seno, e protestiamo ancora per la campagna svolta su questa base senza darci il diritto alla difesa e ingannando scandalosamente il partito. Tuttavia poiché il Presidium crede che l'imporci lo scioglimento del Comitato d'Intesa sia un passo che allontana il frazionismo, noi pur essendo di parere contrario, ubbidiremo; ma nello stesso tempo dobbiamo lasciare al Presidium la responsabilità intera degli sviluppi che prenderà la situazione interna del partito e delle manifestazioni che sorgeranno dallo stato d'animo di reazione determinato dalla maniera con cui la Centrale ha amministrato la vita interna del partito, manifestazioni che il Comitato d'Intesa incanalava e disciplinava in una via utile al partito e al suo felice avvenire. Noi crediamo che il vantato stroncamento del Comitato d'Intesa non farà che fomentare nel partito il frazionismo da noi non voluto e che potrà prendersi nostro malgrado le sue vendette.

È vero che abbiamo ricevuto l'affidamento che tutte le sanzioni disciplinari prese contro i compagni aderenti al Comitato d'Intesa, fra cui l'espulsione del compagno Girone e tutta una serie di destituzioni dalle cariche verranno annullate, e che la libertà di discussione per il congresso sarà assoluta. Ma libertà di discussione significa discussione a parità di diritti e di mezzi, e se ne avrebbe garanzia seria solo ove fossero accettate le proposte fatte da noi a suo tempo alla Centrale, di cui non si fa più parola.

Non dovrebbe essere lecito tenere i congressi federali prima di un dibattito sulla stampa e della pubblicazione delle tesi e mozioni proposte dalle varie tendenze, mandare ai congressi stessi un rappresentante della corrente ligia alla Centrale a dire sul conto della sinistra tutte le cose che si sono andate stampando in questi giorni senza che un compagno egualmente al corrente degli elementi del dibattito possa controbatterle. Né sarebbe ammissibile presentare sul giornale del partito, cioè di tutti i compagni, gli articoli e le dichiarazioni di taluni con cappelli e commenti più o meno tendenziosi e giornalisticamente messi in scena, mentre da parte nostra non si può né si vorrebbe certo fare altrettanto con gli scritti di altre correnti. Ma noi non patteggiamo la difesa di queste garanzie e rinunciamo, pur non avendo la fiducia che verranno date, ad assicurarle mediante il nostro lavoro di controllo, solo scopo del Comitato d'Intesa. I compagni giudichino se queste domande erano o non opportune e difendano da sé come possono il partito dall'impiego dei metodi che abbiamo dovuto definire di giolittismo tendenti a falsare i risultati della sua consultazione. Il Comitato d'Intesa, dopo quest'ultima manifestazione, è disciolto. Desisteremo da ogni lavoro di collegamento e di diffusione di nostri testi ai membri del partito, nonché di riunioni indipendenti da quelle indette dagli organi di Partito. Bene inteso questo non vuol dire rinunziare all'ovvio diritto del gruppo di compagni che possono considerarsi come gli esponenti della sinistra ad affiatarsi per il lavoro puramente teorico della discussione ed allestimento delle tesi conclusive, lavoro i cui risultati sono destinati ad apparire esclusivamente sulla stampa di partito. Malgrado la virulenza cui è discesa la Centrale noi ci sforzeremo di portare il dibattito all'altezza dei compiti del partito e di dare ai compagni la nozione completa dell'orientamento della sinistra sulle diverse questioni evitando personalismi e pettegolezzi. Ci auguriamo di non dover continuare indefinitivamente a rettificare le asserzioni inesatte sul nostro conto, e ridurre il dibattito sulla politica della Centrale nella situazione italiana alla cronachetta poco edificante della sua attività interna: ma se a tanto saremo costretti ci auguriamo che cessi il boicottaggio delle lettere di rettifica e protesta, che abbiamo dovuto rinunciare a denunciare ai compagni per altra via che quella della stampa del partito. L'ulteriore abuso di questi mezzi condurrebbe a conseguenze di cui già abbiamo nettamente rifiutata ogni corresponsabilità.

I compagni giudicheranno il nostro operato. A noi non importa acquistarci una loro adesione o simpatia superficiale e accumulare voti per il congresso, ma giungere a portare il dibattito e la coscienza del partito un poco più oltre degli atteggiamenti superficiali e meschini su cui si specula quando si vuole togliersi con poca fatica il fastidio di vedersi discussi e criticati. Se si vuole continuare ad organizzare invece l'inganno demagogico e ad industrializzare il confusionismo e lo smarrimento, si faccia, ma non si creda di costruire nulla di stabile: il male al partito resterà ma non si salverà la posizione dei gruppi e gruppetti artefici di un metodo così politicantesco, scenario volgare destinato a cadere ben presto lasciando vedere i pericoli dell'opportunismo e della degenerazione del partito. Contro i quali condurremo sempre, senza riguardi e senza riserve, una lotta spietata, sicuri che l'immensa maggioranza dei comunisti italiani si leverà come un solo uomo quando la minaccia ed il pericolo si facessero incombente realtà, spazzando il misero gioco degli arzigogoli e dei diversivi, non per dividere il partito ma per condurlo intatto e compatto sulla via che gli è segnata.

Firmato: A. Bordiga, B. Fortichiari, 0. Damen, F. Grossi, U. Girone, Rag. La Camera, M. Lanfranchi, M. Manfredi, 0. Perrone, L. Repossi, C. Venegoni.

Da L'Unità del 18 luglio 1925, pubblicato col titolo: "Un documento indegno di comunisti"

Archivio storico 1924 - 1926