Esploratori nel domani

Nel corso dell'Ottocento la ricorrente polemica socialista, se occupava con definitiva conquista uno dei piani anteriori della prospettiva sociale, imponendosi ovunque, non si era tuttavia connaturata del contenuto marxista, pur essendo questa teoria già costruita stabilmente a mezzo del secolo.

Intendiamo polemica socialista, e non semplice polemica sociale: ossia la questione sulla società futura e non quella sui rapporti di vita materiale ed economica nella società presente.

Il marxismo pose in modo nuovo e dialettico la questione sulla società futura, togliendole ingenuità e faciloneria. Se guardiamo, come si riferiva del Pandit Nehru (impari, impari la moderna Intelligenza a fare l'Indiano!), alla moda, allora sarà il caso di dire che decadendo, nel mondo degli spiriti colti, oggi il marxismo, al mezzo dell'ulteriore secolo è in primo piano ben sempre la questione dell'economia politica e il problema sociale; ma quelli del socialismo - sia da romanzo sia da scienza - in quanto caratterizzazione delle forme sociali avvenire, non interessano più.

Scanzonati, smaliziati, disincantati, snobbati, esistenzializzati (tutti eleganti participi che raccomandiamo all'"immanentismo linguistico" di Sua Dottrina Stalin) tanto i letterati borghesi da "convegno dei cinque", quanto i piazzisti del Moscow Trust for Theoretical Communism, alzerebbero le spalle al quesito di descrivere il mondo sociale di domani. Tutt'al più può parlarsi di una gara emulativa, di un festival, di una Olimpiade storica, in cui anno per anno si attribuirà una medaglia o un Oscar al vincitore, che produrrà al pubblico elettissimo i migliori modelli di sistemi sociali concreti.

Ed apparendo dopo un secolo la barba di Marx, ne uscirebbe un potente scaracchio su tutti costoro, un bacio commosso ai sognatori della fiammante Utopia, ai poeti e ai romanzatori di un mondo, costituente il domani della sporca, ipocrita e vile civiltà moderna.

La prima ed inferiore forma di socialismo dette scosse potenti al movimento contro i difensori del sistema borghese e dell'economia proprietaria, anche limitandosi agli aspetti meno profondi. Non è giusto (e con questa spinta molti e molti proletari avanzati e disertori del mondo borghese scesero nelle file della lotta rivoluzionaria), non è giusto che il padrone di officina e di terra, dopo compensata ogni necessaria spesa di produzione, dopo retribuito il compito e l'opera di tutti i dipendenti, dal manovale bracciante fino al capo del laboratorio di ricerca scientifica, possa intascare un benefizio assai maggiore del compenso di tutti costoro. E mal si dibatté il contraddittore da discussione spicciola, nella taverna o nel salotto, coll'eredità, il rischio, la varietà e superiorità delle personali attitudini, la necessaria spinta del desiderio di migliorare e di arricchire. Non è giusto, siete una società di parassiti, e se come conclamate è vero che l'umanità debba guidarsi secondo fraternità e ragione, un giorno questo sarà chiaro e i parassiti saranno soppressi.

Ma la vostra società senza ricchi e senza lotte per la ricchezza non è possibile: si fermerà come un motore cui manchi l'essenza; e il risultato di avere chiuse le valvole della fame di oro e di gloria sarà la generale miseria e morte materiale e - vedi disarmi! - ideale. Alla obiezione risposero i progetti e i modelli descrittivi di questo mondo di domani, giusto ripartitore di felicità tra tutti i componenti della umana comunanza. Il personaggio di Bellamy si sveglia nell'anno duemila, e fa alla bella fanciulla che lo guida tutte le obiezioni ottocentesche: ella gli risponde mostrando come funziona l'industria, l'agricoltura e tutto il congegno della vita serena di esseri gioiosi e sorridenti.

E del resto piani di future società, repubbliche, colonie di isole di uomini liberi da disuguaglianza, servitù e sfruttamento ne disegnò la letteratura di tutti i secoli, e furono dovuti ad ingegni potenti: se rimasero le Città del Sole, le Utopie e le Icarie nel mondo della fantasia, ribadita fu nel mondo della realtà la natura e la vergogna del mondo concreto della civiltà proprietaria; e se prìncipi e sacerdoti furono sempre al fianco delle classi che depredavano e sfruttavano, bello fu per la contropolemica dei primi ingenui socialisti ribattere narrando di Agide, re Spartano, che rinunziò ai suoi beni, istituì la comunione delle mense, e cadde capitanando iloti in rivolta contro i terrieri; bello anche se un po' infantile fu rileggere loro Clemente: è ingiustizia dire questo appartiene ad uno, questo è mio, quello è di un altro - Ambrogio: la natura ha creato la comunione dei beni, e non fu che l'usurpazione a creare il diritto di proprietà - Agostino: tutti i flagelli derivano dalla proprietà, asteniamoci o fratelli dal possedere una cosa in proprietà o almeno asteniamoci dall'amarla - Gregorio: i prodotti della terra devono appartenere indistintamente a tutti - Zaccaria: tutte le miserie dei popoli civili derivano dalla proprietà privata. E del resto aveva detto prima Paolo: chi non lavora non deve mangiare.

Sognarono spiriti insigni la Città di Dio o la Città del Sole, altri cercarono e progettarono la nuova Città dell'Uomo, e credettero vincere proponendone il disegno ai potenti del tempo o alla forza dell'opinione generale...

Andammo molto più oltre. Ma non perché, deridendo poeti e mistici, apostoli e missionari, ci compiacessimo nella bassezza dello scetticismo, dell'agnosticismo, dell'eclettismo che si pasce nel giro dell'oggi e in quello più cieco ancora della persona, bensì perché considerammo positivo e sicuro lo studio della città di domani, e più ancora la diretta battaglia per essa.

Ieri

Nella luce del marxismo si va ben oltre alla difensiva polemica contro gli apologisti della civiltà proprietaria e del privato individualismo, e la contesa è dialetticamente capovolta: non si tratta di provarvi che possibile è il comunismo, e di mostrarvi gli espedienti di governo o di organizzazione per un ricettario che possibile lo renda; si tratta di provare - ai lavoratori con la loro teoria di classe, ai capitalisti con la forza delle armi - che esso è sicuro, necessario, inevitabile.

Diviene così per noi secondaria la descrizione della società comunista, specie nei dettagli della sua struttura di incalcolabile vastità e fecondità; diviene centrale la descrizione della società passata e presente e la deduzione dai processi che si svolgono della avanzante rivoluzione, la determinazione precisa di quei caratteri, rapporti ed istituti che la forza rivoluzionaria verrà a stritolare.

Sarebbe però imperfetta la tesi: il marxismo sostituisce in tutto alla esplorazione della società comunista futura la esplorazione della società passata e la analisi di quella presente, considerando ogni altra anticipazione illusione antiscientifica. Poco ci fotterebbe sgobbare a tracciarvi, asini borghesi, un disegno autentico della storia che arrivò fino a voi, e una anatomia precisa degli organi del vostro regime, perché voi possiate poi tenere in archivio la nostra faticata relazione, e collocare nella biblioteca del mahatma in sedicesimo, del Lincoln o del Cavour in edizione Nuova Delhi, il Capitale di Carlo Marx, che vi giunge a ruota con l'ultimissima canzonetta del jazz band negro, con l'ultima gonnella scoprinatiche di Christian Dior. L'importante sbocco delle ricerche sulle leggi della storia "civile" e della produzione moderna non è l'avere sfamata una libido sciendi, una fregola di ricca informazione; è la non minore certezza positiva sugli sviluppi del procedere storico nella direzione del comunismo; è la consegna alle vittime della presente organizzazione, perché diano una mano e tutti i piedi per sfrattarvi, a calci nel Pandit, dalla realtà concreta, dalla storia e dal tempo.

Il passo da gigante in avanti è riassunto in una pagina (che passerà di moda solo quando sarà passato di moda incontrare per le strade le macchine di lusso che trasportano le facce bieche dei prìncipi del capitale): la prefazione alla Critica dell'Economia politica. Marx in pochi periodi, mentre dice di non voler premettere il punto di arrivo della colossale opera progettata, ricorda come si era pervenuti appieno nel 1848, tempo del Manifesto, al nuovo sistema.

Inutile ridere dei preti che in milioni di domeniche rileggono gli stessi evangeli e il Discorso della Montagna. Inutile ridere di una spina dorsale che ha sorretto millenni di storia. Meglio rileggere e rimasticare mille volte una paginetta come questa, che correre dietro, in preda a quella tale libido o prurito di lettura, alle ultime delle case editrici moderne, ove si fornica più che nelle case già chiuse.

Orbene, chi ha ben penetrato, e fatto sangue del suo sangue quelle direttive, capirà che la decisiva e trionfale doppia vittoria: critica dell'utopia e critica della democrazia (due aspetti della critica di ogni indirizzo idealistico moralistico o estetico nella scelta del tipo sociale da propugnare) si poggia sulla potente risorsa della indagine positiva e fuori di ogni pregiudizio sui fatti noti ed acquisiti passati e presenti, ma conduce alla previsione e alla conoscenza delle linee dorsali del fatto sociale futuro. Stabilito che, spiegando i fatti storici e politici secondo i conflitti della sottostruttura produttiva e non "per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano", si possono indicare

"a grandi linee i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società",

si considera come nozione parimenti fondata quella del trapasso alla società comunista, effetto del peculiare antagonismo - l'ultimo storico antagonismo - insito nella presente società capitalista. Noi difendiamo come positiva la nozione della società futura socialista: non siamo più idealisti, utopisti e filantropi sterili, avendo assodato che

"l'umanità non si pone se non quei compiti che può assolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il compito nasce solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione".

In questo senso noi "prevediamo". Il socialismo è dunque per noi un fine, un compito, ed anche una collettiva volontà, in quanto possediamo oggi tali dati che ne fanno, sulla strada del processo del divenire, una certezza.

Lo scolastico sosteneva di poter predicare del suo dio non solo l'esistenza, ma la sostanza; egli non dimostrava solo quod est (che egli esiste) ma quid est (ossia che cosa egli è). Di più: dalla nozione dei suoi attributi voleva trarre la logica prova della sua esistenza.

Il marxista dialettico non fa della società futura un mito, ma ben sa che non potrebbe provare quod erit (che essa verrà) se non potesse stabilire quid erit (che cosa essa sarà, che caratteri avrà).

Tale il nostro esatto rapporto con la inferiore visione utopista. Vi ha di più, ed Engels, nell'altro testo degno di illimitate consustanziazioni, Dal socialismo utopistico al socialismo scientifico, tratta a fondo e con ampia ammirazione degli utopisti recenti, dei tre colossi Saint Simon, Fourier ed Owen, che stanno sulle soglie dell'Ottocento. I loro sistemi già tengono della critica geniale al sistema borghese, essi già sono, per noi materialisti storici, la prova che ci si può porre il compito socialista. Essi sono già collegati, non al privo di senso "interesse dell'umanità", ma all'interesse di una ben definita classe, il proletariato, "originatosi frattanto nel grembo della storia".

Owen, come altri utopisti e socialisti prescientifici, fece di più che descrivere in libri lo schema della società nuova: ne volle dare un esempio con le sue filature di New Lanark. Riuscì a far lavorare i suoi operai non 14 ore come nella restante industria, ma solo 10 e mezzo, pur attribuendo ad essi un trattamento assai superiore, anche come scuole, cultura, assistenza ai loro bambini. Poi tutto fallì anche per la persecuzione politica, ma questo dice poco. Owen era tuttavia giunto a chiedersi come mai i suoi 2.500 lavoratori, che producevano quanto mezzo secolo prima avrebbe prodotto una popolazione di 600 mila anime, consumavano una parte minima di tale enorme aumento di ricchezza. E rispondeva che la spiegazione stava nel fatto che i proprietari dello stabilimento, oltre all'interesse del 5% sul capitale d'impianto, realizzavano un profitto di 300 mila sterline, oggi 450 milioni di lire. Owen era soltanto il direttore: benché organizzatore di prima forza, appena si diede alla critica del principio del profitto, la borghesia lo schiacciò e scacciò; egli visse povero nelle file del movimento dei lavoratori.

Il marxista scientifico evidentemente ha elementi tali da sorridere, non di un valoroso combattente e precursore come egli fu, ma dell'idea di costruire una cellula comunista in pieno capitalismo, come sorriderebbe del proposito di attuare l'economia comunista là dove manchino le premesse dell'adeguato sviluppo delle forze produttive. Questa abolizione di ogni "granello di utopia" e di illusionismo romantico, non toglie che sia molto chiara, completa e positiva, nel sistema marxista, insieme alla previsione, la nozione dei caratteri della società socialista, quale succederà alla vittoria rivoluzionaria dei lavoratori.

Se dunque abbiamo radicalmente rinnovata l'impostazione della polemica, dalla "possibilità del comunismo", alla "impossibilità del capitalismo a sopravvivere oltre dati limiti", non per questo abbiamo desistito dal dare, in dialettico contrasto con i caratteri del capitalismo che saranno distrutti, la tassativa determinazione delle caratteristiche economiche della società futura e della produzione socialista.

Oggi

Dopo le vicende storiche della rovina opportunista nella guerra mondiale numero uno, della rivoluzione russa e dell'opera di Lenin, la battaglia teorica tra capitalisti e comunisti apparve spostata su un piano che ormai superava la previsione entrando nella pratica realizzazione: non tanto la questione del passaggio da produzione borghese a socialista, ma quella, basilare, del trapasso da potere borghese a potere proletario.

I vecchi socialisti che tuttavia vedevano con chiaro occhio le differenze strutturali tra capitalismo e socialismo, mostravano di aver smarrita la nozione della "strada" storica, in Marx indiscutibilmente rivoluzionaria, ammettendo un trapasso "evolutivo" e senza urti - nuova utopia, pari a quella con cui il generoso Roberto Owen pensava che tutti i padroni avrebbero lasciato copiare dalle loro aziende l'esempio di New Lanark.

Occorre dunque ribattere i termini della questione del potere e dello Stato. Tale rimessa in piedi del programma dell'azione rivoluzionaria e dei pilastri storici del marxismo, per quanto grandiosa, magnifica ed incarnata a vivo nel dramma della storia sia stata, da Stato e rivoluzione al rosso Ottobre e alla Terza Internazionale, non è bastata ad evitare gravi rovesci al movimento proletario mondiale, e una nuova ondata spaventosa di opportunismo. Se sembrò relativamente facile liberare il proletariato, in presenza delle iniziative borghesi di guerra di classe, definite "provocazioni", da scrupoli pacifisti nei mezzi di azione, deve oggi amaramente constatarsi che è stato enormemente difficile evitare che perdesse la visione dei fini di quella azione. I lavoratori hanno combattuto e forse combatterebbero ancora con mezzi insurrezionali, ma lo hanno fatto e lo farebbero in direzioni che non sono né l'offensiva per costruire una società socialista (e meno che meno la difesa di una società socialista), né la conquista di "condizioni che sono in formazione" per poterla veramente avere domani.

Veniamo ancora dunque sul terreno, non dell'attesa che il socialismo venga (che strenuamente affermiamo), o della constatazione che in qualche insula il socialismo oggi vi sia (che strenuamente neghiamo), ma della natura della società socialistica. Mai ce lo impedì la elementare distinzione che non trattiamo di una natura sociale astratta metafisica ed immobile, ma della natura storica, come sbocco di un processo dialettico in corso, analogamente al crescere di un organismo biologico, al ripassare degli astri, sulle orbite dei cicli di svolgimento di una nube stellare.

Apriremo il libro di Augusto Bebel, capo del socialismo tedesco, morto nel 1913, salvo dall'onta socialsciovinista e d'altra parte non legato alla corrente revisionista del marxismo: un ortodosso dunque. La donna e il socialismo apparso nel 1882, per noi non è solo un classico per la questione dei sessi, ma perché con un robusto capitolo scende deciso sul terreno della polemica sulla società futura. Il capitolo si intitola in modo originale: La socializzazione della società. Il sostantivo tedesco ha evidentemente il senso socialistizzazione: si tratta di discutere di fronte agli avversari della propaganda nostra come faremo a rendere socialista la società.

Desidero subito stabilire, in rapporto alla polemica leniniana di 35 anni dopo, che (come Lenin stesso attesta), Bebel vede ortodossamente la questione dello Stato:

"Lo Stato è l'organizzazione protettiva della proprietà privata". "Lo Stato è l'organizzazione necessaria ad un ordinamento fondato sul predominio di una classe". Ed ancora: "Lo Stato cessa quando si tolgono i rapporti di soggezione di classe".

Carte in tutta regola. Non è dunque sulle tracce di un contrabbandiere che facciamo ingresso nella società socialista, o come dice il borghese, nel paradiso in cui entriamo da vivi, in cui Bebel entrò benché morto nel 1913, e su cui siamo pronti a puntare anche sapendo che morremmo personalmente prima che gli schifosi borghesi siano tutti crepati, se necessario come animali, ma essenzialmente come lurido fenomeno sociale. E avanti:

"Non appena la società si trova in possesso di tutti gli strumenti del lavoro, l'obbligo del lavoro per tutti, senza differenza di sesso, costituisce la legge fondamentale del socialismo".

Non ci fermiamo ora sulla prima dimostrazione di Bebel: che l'eliminazione di tutti i parassiti rende massima la sana emulazione e lo sviluppo di facoltà inventive e creative.

L'autore viene poi ad un punto essenziale: tutti devono lavorare, ma basterà che lavorino un tempo assai ridotto rispetto all'attuale. La maggior parte delle energie sarà spontaneamente dedicata ad altre multiformi attività; e a questo segue altro squarcio meritevole di capitolo a sé, contro il concetto borghese di specializzazione professionale. I campi chiusi degli esperti di oggi non sono che corbellatura di ciarlatani, che reciprocamente si adulano, e si deridono silenziosamente in una puttanesca generale complicità.

Fermiamoci sulle cifre, che causarono una virulenta risposta del dott. E. Richter con lo scritto: Dottrine errate, cui il pacato ma battagliero Bebel ribatte nelle successive edizioni. Il prof. Hertzka, economista non socialista, fece una dettagliata calcolazione dei bisogni e risorse economiche di 22 milioni di austriaci, tenendo conto del consumo alimentare di ognuno, dei bisogni vitali, della produzione industriale e agraria, di un'attività edilizia che assicurasse ad ogni famiglia una casa di 5 vani rinnovata ogni 50 anni.

Eh oggi, coi dati d'oggi, con la civiltà d'oggi! sentiamo arrotolare ogni fregnone. Limitiamoci a dire, senza rifare il calcolo ex novo, che quanto alla partita di case, nella brutta itala repubblica e nell'anno di grazia 1952, non ne abbiamo che in ragione dei due terzi di quelle, e la durata media è tre volte tanto (Icaria vale Fanfania!). Hertzka conclude per 615 mila unità di forza lavoro permanente, necessarie a tutto ciò. Ma su 22 milioni possono lavorare assai più persone, 8 volte tanto almeno. Egli allora escludeva tutte le donne, inoltre non essendo un socialista o un egualitario volle aggiungere un extra lavoro per i più alti bisogni di persone elevate, e aggiunse 315 mila lavoratori. Fatti i conti, il risultato fu che ognuno avrebbe dovuto lavorare in media due ore e mezza al giorno. Ma Bebel sostiene che la cifra può ancora scendere perché non vanno escluse dal lavoro né le donne, salvo i periodi materni, né i giovani o i più anziani di 50 anni, come nel computo.

Non basta. Vi è un argomento che va citato nel testo, tanto oggi ne è decuplicata la scottante verità.

"Inoltre deve notarsi che il comunismo socialistico si distingue in molti altri punti essenziali dall'individualismo borghese. Il principio dell'a buon mercato e cattivo che è e deve essere il criterio direttivo per una gran parte della produzione borghese, perché il maggior numero dei clienti non può comperare che merci a buon mercato, questo principio cade. Non si produrrà che l'ottimo, il quale perciò durerà di più e richiederà tanto minor impiego di forze. La manìa delle mode che favorisce tanto il consumo e la dissipazione [la stampa ad es. di un Corso nuovo dell'economia politica ad ogni stagione!], quanto il cattivo gusto, o cesserà del tutto o almeno verrà limitata notevolmente".

Dopo altre considerazioni sulle pazzie delle mode femminili e degli stili architettonici (don Augusto, voi non avevate ancora veduto niente!) il nostro autore conclude che in ciò si rispecchia la nevrosi del secolo e che "nessuno vorrà sostenere che questo stato di orgasmo sia una prova che la società sta bene"! Trattando di molte misure per rendere il lavoro meno duro - che in parte si vedono oggi adottate per semplice "socialità", ossia per la salute della società borghese minacciata da cento mali - Bebel dice:

"Tutti codesti ordinamenti non sono principalmente che una questione di denaro per l'economia privata dei tempi nostri e cioè: l'industria può sopportarli? e fruttano? Se non rendono, l'operaio deve andare in rovina. Il capitale non si muove se non c'è guadagno. L'umanità non ha corso alla Borsa".

Qui, maledetto vizio, il nostro anziano compare tira in ballo Marx (filisteo, bambagia alle orecchie!):

"Il capitale - dice uno scrittore della Quarterly Review - fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo, ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c'è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento e diventa vivace; il cinquanta per cento e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l'uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi".

I capitalisti italiani hanno detto, con espressione piena di tatto, nell'accettare l'invito ad andare in Russia: non si è esitato nemmeno ad affrontare i cacciatori di teste! È ben vero che la Ceka non scherza, ma è sicuro che con la spremitura di forza lavoro dagli operai russi i profitti possono essere fuori misura. Tanto di risico tanto di rosico. Mio povero Bebel!

"La questione del profitto ha finito di rappresentare la sua parte nella nuova società socialistica; non dovendosi in questa aver riguardo che al benessere dei suoi membri".

Nel futuro "paese del socialismo" non si inviterà nessuno a concludere affari...

Né abbiamo spazio per seguire Bebel nel fare - come l'altro magnifico marxista d'oltre Reno Lafargue - sicuro calcolo sull'incremento delle forze meccaniche gratuite per l'uomo. Egli perviene alla tesi che nella società avvenire cesserà l'antitesi tra lavoro manuale e mentale, come saranno cose impossibili le crisi di produzione e la disoccupazione. Egli viene ad un punto che per i fenomeni modernissimi è fondamentale, come mostrammo nella critica alle vedute americane e keynesiane:

"La natura dei prodotti nella produzione capitalistica, considerati come merci che i loro possessori tendono a scambiarsi fra loro, fa dipendere il loro consumo dalla capacità d'acquisto del consumatore. Questa capacità però è assai limitata per la grande maggioranza della popolazione, la quale viene pagata per il suo lavoro con un prezzo inferiore al merito, e non trova occupazione ed impiego se chi la impiega non può ritrarre da essa un vantaggio. Perciò capacità d'acquistare e capacità di consumare sono due cose assai differenti nella società borghese (...) Nella società nuova anche questa contraddizione viene tolta, perché questa società produce non già "merci" da "comperare" e da "vendere", bensì produce le merci necessarie a soddisfare i bisogni della vita, le quali devono essere consumate, senza di che esse non hanno alcuno scopo".

Con stretta e scientifica aderenza tra l'analisi critica della società di economia privata e le previsioni che tre quarti di secolo hanno inchiodate con conferme di ferro, si stabiliscono queste fondamentali definizioni della economia comunista a venire:

"Essendovi mezzi e tempo, ogni bisogno può essere soddisfatto, e la capacità collettiva di consumo non trova alcun altro limite che nella sazietà. Ma siccome nella nuova società non vi sono "merci" così non vi è neppure "denaro". Il danaro è tutto l'opposto della merce, e tuttavia è merce a sua volta".

Esso è l'equivalente generale che misura il valore di scambio. Ma, grida Augusto, nella società socialista non vi sono più valori di scambio, bensì solo valori di uso, e meglio diremo efficacia fisica di uso delle cose.

Si accapiglia poi il bravo vecchio sergente col giannizzero Richter e lo deride quando non capisce che, in quello che Marx e Lenin dicono "socialismo inferiore" non potrà risorgere l'accumularsi di capitale dall'uso di certificati precari o segni "di oro o di latta" del prestato lavoro. Dopo avergli rinfacciato che dove non vi è denaro non vi è interesse né capitale, lo manda infine al diavolo, in compagnia dei vari Rodbertus e Dühring, cucinati dallo chef Engels:

"Se alcuno trova che i suoi bisogni sono inferiori a ciò che egli riceve per la sua prestazione, allora egli lavora proporzionalmente meno. Vuole regalare ciò che non ha consumato? Padronissimo! e padronissimo, anche, di lavorare spontaneamente per un altro per fargli godere il "dolce far niente" e di dividere con lui il diritto ai prodotti sociali, se è così minchione"!

Lasciamo questi argomenti ad hominem che ci strappa l'ostinazione dei conservatori. Non loro vogliamo convincere, ma i diseredati di tutto.

Bebel leva ancora l'inno ai fastigi che attingerà la produzione libera da sfruttamento in tutti i campi della scienza e dell'arte:

"Quando Goethe - egli ricorda - nel suo viaggio sul Reno studiò la cattedrale di Colonia, scoprì fra gli atti relativi alla costruzione del tempio che gli antichi architetti pagavano gli operai soltanto in proporzione del tempo, volendo ottenere un lavoro eccellente e coscienziosamente eseguito".

Ed egli, come Marx, maledice il sistema capitalista del salario a cottimo od a premio, il torchio infame dei corpi e degli spiriti che porta le insegne dei Taylor o degli Stakhanov.

Lasciamo ancora altri passi notevoli, sugli uomini eccellenti e su chi farà il lavoro ripugnante.

"Una volta che (...) la società non produce più "merci", ma soltanto oggetti di consumo (...) cessa anche il commercio, il quale può coesistere soltanto con una società che riposa sulla produzione mercantile. Si mobilizza quindi per la produzione un immenso esercito di persone d'ambo i sessi e di tutte le età".

Altra tappa: la disciplina dei pubblici servizi. Se oggi queste istituzioni sono governative, ciò non vuol dire che lo Stato le conduca con criterio socialistico. Lo Stato imprenditore è stato sempre condannato dai marxisti: Bebel qui dice di più:

"Tali norme ed altre simili che emanano dallo Stato quale assuntore di operai sono anche più dannose di quelle che emanano da un imprenditore privato".

L'efficace scorsa sul problema della terra è poi, come in ogni testo marxista serio, tutta una propaganda contro la parcellizzazione della coltura. Veniamo alla conclusione:

"Ogni campo è sottratto all'inganno, alla frode, all'adulterazione dei generi alimentari ed alla caccia alla borsa. L'atrio del tempio di Mammona resterà vuoto, perché i biglietti di Stato, le azioni, le lettere di pegno, i certificati ipotecari ecc., sono diventati cartaccia. La frase di Schiller: "il registro dei debiti sia distrutto, e pacificato il mondo" è divenuta una realtà; e la frase biblica: "tu devi guadagnare il pane col sudore della fronte", vale ormai anche per gli eroi della borsa e per i fuchi del capitalismo".

Una "cortina di ferro" sta tra noi e la società socialista, ansiosamente esplorata da Augusto Bebel e da tanti e tanti dei nostri compagni, ma essa non è tracciata attraverso lo spazio, bensì attraverso il tempo.

La cortina che si valica per concludere affari e attirare scambi, non ci riguarda: la società socialista non è campo di caccia per merci da comprare o da vendere, e tali cortine non si ergono che tra settori del mondo capitalista, dominati nella complessa storia delle borghesie dai centri statali tipici del periodo storico borghese i cui contratti, i cui contatti e i cui scontri si distribuiscono con difficile trama sul processo del divenire rivoluzionario. E i cambi monetari a cui il baratto si tratta, sono indice solo del diverso grado della schiavitù salariata, rapporto inevitabile, ovunque contro forza di lavoro si dà moneta.

Facile è tacciare il rivoluzionario che descrive la società per cui lotta come visionario ed illuso; facile, per gli idolatri di ieri della ragione ragionante e del mondo drizzato sulla testa di Hegel, dire, oggi che sono dal lato della forca, che del futuro non si dà scienza.

Siamo più solidi nella scienza del futuro che in quella del passato e del presente, difficili tutte, e tutte esposte alla probabilità dell'errore, che nessuno potrà dire se più tremenda verso l'infinitamente grande o verso l'infinitamente piccolo, verso l'abisso spaziale o verso quello temporale, che alle massime distanze, cui osiamo oggi spingere l'indagine, di sorpresa salta da avanti gli sguardi a dietro le spalle.

E scienza si dà del rivoluzionario futuro, meglio che del passato e del maledetto presente, se a milioni di tormentati dal capitale si poté gabellare per loro fine di classe la scannatura imperialista, se a milioni di essi si riesce oggi a dipingere, come la società loro, un presente concreto e materiale territorio, ove il capitale sitibondo si invita alla pace, si invita al mercato.

Da "Battaglia comunista" n. 6 del 20 marzo - 3 aprile 1952

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