Testimonianze di Umberto Terracini sul Comitato d'Intesa

[...] Noi miravamo a gettare un ponte fra Bordiga e Gramsci. Nutrivamo verso Bordiga stima e affetto per le sue qualità umane e per le grandi capacità di lavoro che aveva dimostrato, a parte il giudizio sulla sua linea politica, della quale comunque ci sentivamo corresponsabili. Ma volevamo insieme assicurare al partito la direzione di Gramsci. D'altronde, fra loro intercorrevano rapporti davvero fraterni. Peccammo di ingenuità? Sta di fatto che Bordiga non impedì ai suoi più accalorati supporters di costituirsi in frazione sotto la denominazione anodina del Comitato d'Intesa, nonché di darsi da fare alla base per mobilitare i compagni contro le direttive dell'Internazionale e la politica conseguente che incominciammo a svolgere. Aggiungi che Gramsci era ancora poco conosciuto alla base del partito, fuori che nel Piemonte. Così, a Como, il partito si ritrovò immodificato o quasi; e la personalità di Bordiga si impose, ancora una volta.

[...] Uno degli errori fu di credere che la situazione potesse essere risolta con l'operazione compiuta al vertice del partito, senza rendere partecipe la base del profondo travaglio che aveva avuto a suo centro principale Mosca e l'Internazionale.

[...] A partire dal primo grande processo montato dal fascismo contro il partito nella primavera del 1923 con l'arresto di Bordiga e di Grieco, ma chiuso a suo smacco dalla magistratura ordinaria con un'assoluzione generale, si incominciò a ricostruire il partito in modo cospirativo con la formazione di un apparato permanente formato da segretariati interregionali e due corrieri - nel nostro gergo detti "fenicotteri" - non potendoci più affidare al servizio postale ordinario...

[...] Io che ero il permanente nella segreteria, ricevevo, smistavo, controllavo la corrispondenza che i corrieri ritiravano dai segretari interregionali a destinazione del centro, e dal centro ai segretari. E un giorno trovai in un plico una lettera, diretta da un segretario a un altro segretario, messavi certamente per distrazione, nella quale si parlava del lavoro frazionistico. Ne informai gli altri membri della segreteria, e decidemmo di informare subito il partito intero di questa iniziativa temeraria, contraria ai nostri principii e tanto più grave dato il momento difficile che il partito attraversava.

[...] Nel momento in cui il partito si era deciso a sciogliere, o meglio a tagliare, il nodo bordighiano, è comprensibile che siano stati richiamati tutti i motivi che potevano concorrere a spiegare o a giustificare il provvedimento. Perciò la simpatia politica di Bordiga per Trotzky, il quale frattanto era stato promosso in URSS al grado di nemico numero uno, ha avuto certo, nel momento conclusivo, il suo peso.

[...] Con noi, militanti di altri partiti, per lungo tempo i compagni sovietici tacquero sui problemi interni del vertice del loro partito, anche se su Trotzky era difficile gettare il silenzio. Egli stava sul proscenio e la sua persona, o personalità, era parte viva non solo della storia, ma anche della cronaca della città: parate militari, sedute accademiche, conferenze, congressi, mostre artistiche, ecc. Ma, fino a quando Lenin visse, contrasti politici e rivalità personali vennero attutiti o nascosti nelle coulisses, fra una breve cerchia. Tornando a Trotzky, a lui andava largamente il favore popolare e della gioventù. In certe sue apparizioni pubbliche lo accoglieva un entusiasmo travolgente. Ricordo, per avervi assistito, un'assemblea di studenti all'università, una parata militare sulla piazza Rossa, una seduta dell'Associazione degli scrittori. Stalin si teneva invece riservato, stringendo le alleanze di vertice che gli furono poi piedistallo per l'ascesa e il trionfo.

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Brani da "Quando diventammo comunisti", a cura di M. Pendinelli, ed. Rizzoli, 1981.

[...] Bordiga contribuì ad esasperare i contrasti con Mosca. Noi eravamo riusciti a stabilire con lui, che si trovava rinchiuso a Regina Coeli, un contatto abbastanza continuo tramite un agente di custodia. Amadeo si era ormai convinto che l'Internazionale fosse diventata una centrale revisionista. Diffidava del partito sovietico e degli sforzi dei suoi dirigenti di aprire alla Russia rapporti di scambio con l'occidente. Egli sosteneva che la politica dell'Internazionale avrebbe condotto alla liquidazione della scissione di Livorno. Al contrario Tasca, che era un sostenitore convinto della riunificazione con il PSI, appariva ormai come l'uomo più vicino al centro direttivo del Comintern. Anche Gramsci, ma per conto suo, e su posizioni molto diverse e più caute, aveva espresso molte riserve sull'estremismo di Bordiga. Comunque, nel giugno del 1923, l'Internazionale ci impose un nuovo comitato esecutivo.

[...] Furono designati a tale incarico: Togliatti, Scoccimarro, Fortichiari, Tasca e Vota. A me e a Bordiga venne invece offerto di entrare nel Presidium dell'Internazionale. Amadeo rifiutò sdegnato. Ci esortò anzi dal carcere a non accettare le nomine.

[...] La questione di Bordiga si intrecciò a un certo momento con le posizioni di Trotzky, ma non subito, e soprattutto non in modo chiaro. C'erano delle diversità sostanziali fra il pensiero di Bordiga e quello di Trotzky. Le loro originarie posizioni differivano; la tattica del fronte unico Trotzky l'aveva completamente accettata, sostenuta. Bordiga l'aveva respinta. In una riunione dell'esecutivo dell'Internazionale, una riunione che preparò la sostituzione del gruppo dirigente del PCd'l, essendo Lenin ammalato, era stato proprio Trotzky a invocare, specialmente contro noi italiani, la validità della politica del fronte unico, dell'alleanza con i socialisti. E quella volta io mi ero trovato a polemizzare con Trotzky, in circostanze quasi analoghe a quelle che mi avevano opposto, al Terzo Congresso dell'Internazionale, a Lenin.

[...] Trotzky aveva elaborato la sua concezione della rivoluzione permanente (che poi voleva dire che lo sviluppo della rivoluzione doveva essere visto nella sua proiezione internazionale e non soltanto nello sviluppo della rivoluzione sovietica) partendo dalla convinzione che la rivoluzione sovietica non avrebbe avuto sviluppi vittoriosi se non si fosse intanto proceduto sulla via rivoluzionaria anche fuori della Russia. Su questa concezione, nel Partito bolscevico, vi furono strani mutamenti di atteggiamento. Anche Stalin l'aveva inizialmente accettata, salvo poi a distinguersi quando apparve chiaro che in Europa non c'era una immediata prospettiva rivoluzionaria.

[...] Ne aveva dedotto, scontrandosi con Trotzky, che l'Unione Sovietica doveva ammainare le vele, rinunciare ad alcune conquiste rivoluzionarie che aveva già realizzato, ripiegare verso una linea di consolidamento interno che impedisse che la Rivoluzione d'Ottobre sfociasse nella creazione di uno Stato inquinato da caratteristiche borghesi, sia pure di borghesia avanzata. Lenin aveva sostenuto una linea diversa, aveva più volte detto che si poteva salvare la rivoluzione socialista, costruire il socialismo, facendo propri anche alcuni di quei momenti liberali della rivoluzione borghese che non fossero in contrasto con le esigenze e con gli obiettivi di una rivoluzione socialista. Stalin, dopo la morte di Lenin, incominciò a sostenere l'idea che bisognasse attuare nell'Unione Sovietica una più estesa e profonda bolscevizzazione. Trotzky, al contrario, mise in guardia contro i pericoli di burocratizzazione dell'apparato, pose il problema del rapporto tra centralismo e democrazia socialista. Su quest'ultimo punto, che però non poteva considerarsi l'unica questione aperta, si realizzò in effetti un collegamento fra le posizioni di Bordiga e quelle di Trotzky. Ormai il Partito bolscevico si stava dotando di un apparato colossale e non c'era incarico, sia pure modesto, di dirigenza o di responsabilità, che non si impersonasse in un funzionario di partito. Si capiva che i funzionari di partito si stavano avviando a costituire quasi una classe a sé stante, e questo Bordiga - come Trotzky - lo combattevano in maniera risoluta. Oltretutto Bordiga temeva che si aumentasse quella che lui già segnalava, nel partito italiano, come una tendenza alla burocratizzazione. Lui per esempio non aveva mai accettato la formazione dei segretariati regionali, nonostante il maggior numero fosse sulle sue posizioni politiche. Bordiga temeva che i segretariati avrebbero finito per costituire una rete burocratica, un filtro eccessivo rispetto alla base. Comunque, in qualche modo, è vero che Amadeo divenne un piccolo punto di riferimento di una minoranza internazionale che contestava, per così dire "da sinistra", la politica dell'Internazionale e che su alcune questioni si trovò in linea con Trotzky. D'altra parte, nel triumvirato che allora reggeva il partito sovietico - Zinoviev, Kamenev, Stalin - la figura di maggior spicco sembrava allora quella di Zinoviev e, mentre Stalin si muoveva con cautela, Trotzky era già in difficoltà. Non direi quindi che Bordiga si rianimò per le posizioni assunte da Trotzky. È vero invece che fu l'Internazionale, e il gruppo dirigente sovietico in primo luogo, a mutare nuovamente politica, ad abbandonare di fatto la tattica del fronte unico, e quindi a rivalutare per certi aspetti le posizioni di Bordiga.

[...] Zinoviev, aprendo i lavori del V Congresso dell'Internazionale, il primo dopo la morte di Lenin, pose due esigenze: il Comintern doveva diventare un vero partito mondiale, omogeneo, bolscevico e leninista; la politica dei comunisti doveva contrastare ogni deviazione, ogni tendenza frazionista di destra o di sinistra. E in quest'ambito criticò Bordiga, però senza asprezze, invitandolo a rientrare nei ranghi, ad accettare la disciplina dell'Internazionale. Zinoviev affermò pure che "i fascisti" erano "la mano destra e i socialdemocratici la mano sinistra della borghesia". Insomma il fronte unico venne ridotto ad una intesa da ricercare "dal basso", fra i militanti del partito e quelli del PSI. Zinoviev cercò poi in ogni modo di coinvolgere Bordiga nella gestione del partito italiano e dell'Internazionale. Bordiga, alla fine, accettò un posto, assieme a Togliatti, nell'esecutivo del PCd'I mantenendo intatte le sue critiche nei confronti della linea seguita dal partito. Con lui si era schierato Grieco. Il risultato fu che nessun esponente del gruppo di Bordiga entrò nel nuovo comitato esecutivo del partito italiano nominato dopo il quinto congresso dell'Internazionale. Mentre nel gruppo dirigente del PCd'I entrò, in rappresentanza della "destra" di Tasca, Gustavo Mersù, un compagno triestino. Il gruppo di centro era invece rappresentato, nell'esecutivo, da Gramsci, Togliatti, Scoccimarro e da me e Gennari, quali membri supplenti. Gramsci era rientrato finalmente in Italia da Vienna nel maggio del 1924. Io tornai da Mosca alla fine dell'anno. Nel frattempo, il 6 aprile, in Italia si erano tenute le elezioni politiche. Il partito aveva ottenuto un buon successo, inviando alla Camera 19 deputati, tra cui Gramsci. Però la questione Bordiga non era affatto chiusa. Pochi giorni dopo il rientro di Antonio si tenne nei dintorni di Como una conferenza nazionale clandestina del partito, che doveva in un certo senso ratificare il nuovo assetto interno e la linea politica. Inaspettatamente i quadri intermedi del partito si schierarono a larghissima maggioranza con Bordiga, e rifiutarono qualsiasi prospettiva che non fosse quella insurrezionale. Bordiga, insomma, pur restando fuori dall'esecutivo, continuava a controllare la maggioranza dei quadri della base del partito. La sua ostinazione era insieme una qualità e un difetto. Gramsci, Togliatti, io stesso, Scoccimarro, poi anche Grieco, faticammo non poco per sconfiggere non tanto lui, Amadeo, ma un'idea schematica del socialismo che, ben oltre la questione sul partito unico, comportava una struttura settaria del partito. Ci ritrovammo allora noi, i tre di "Ordine nuovo", Gramsci, Togliatti ed io, d'accordo sulla necessità di recuperare le origini, le peculiarità del gruppo torinese. Peculiarità che intanto Antonio aveva sviluppato e arricchito sul piano teorico più di ogni altro. Cominciammo a riproporci la questione, ben oltre la durata, che allora ci sembrava precaria, del fascismo, dei caratteri che avrebbe dovuto assumere il partito per poter essere il punto di riferimento per la costruzione di una democrazia socialista in Italia. Gli ostacoli erano molti: i problemi, che ci potevano apparire contingenti ma di cui non ignoravamo l'acutezza, posti dal fascismo; la riluttanza dei bordighiani, o di gran parte di essi, a comprendere la nostra idea di socialismo; il tatticismo e vorrei dire anche l'irrealismo, manifestato dall'Internazionale. In ogni modo, riuscimmo a costruire, o almeno ad abbozzare, qualcosa di serio, di originale, di vivo. Il merito maggiore fu certamente di Gramsci. In seguito, l'avvento di Stalin, ma anche le tremende vicende internazionali, ci imposero una lunga battuta d'arresto. Però il germe, sia pure in embrione, della democrazia socialista, qualcosa di assai diverso dalle ambigue tendenze socialdemocratiche dell'epoca, ma anche delle degenerazioni che si intravedevano negli sviluppi della Rivoluzione d'Ottobre, rimase. E, nonostante tutto, non è mai morto.

Brani da "Intervista sul comunismo difficile", a cura di A. Gismondi, ed. Laterza 1978.

Materiali inerenti alla Sinistra Comunista "italiana"