6. Il primo sbarco sulla luna

"Pareva che la Luna apparisse per la prima volta sull'orizzonte e che nessuno l'avesse addirittura mai veduta nel cielo. Diventò di moda: fu la leonessa del giorno senza per questo parere meno modesta, e pigliò posto tra le stelle senza dar a divedere maggior orgoglio. I giornali ravvivarono i vecchi aneddoti nei quali questo 'Sole dei lupi' rappresentava una parte: essi ricordarono le influenze attribuitegli dall'ignoranza della prima età; le cantarono su tutti i toni; poco mancò non citassero i suoi motti spiritosi; l'America intera fu colta da selenomanìa. Non fu più permesso, nemmeno al più illetterato degli Yankees, d'ignorare uno solo dei fatti relativi al satellite, né alla più idiota delle vecchie mistress di ammettere ancora superstiziosi errori sul suo conto". (77)

Ciò che è detto nel precedente capitolo dovrebbe aiutare a capire come giunse Armstrong a pronunciare un epico discorsetto sulla sua prima e fotografatissima orma. La frase fu riportata da tutte le agenzie anche se non è rintracciabile nel protocollo originale: "E' un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l'umanità". Il presidente Nixon si collegò col suo telefono personale felicitandosi con poche parole:

"Neil, Buzz, sto chiamandovi con il telefono dell'Ufficio Ovale della Casa Bianca e questa certamente dev'essere la più storica telefonata che mai sia stata fatta. Non so dirvi quanto noi tutti siamo orgogliosi di voi. Per ogni americano questo giorno rimarrà nella memoria come il più glorioso della nostra vita. E sono convinto che tutti i popoli del mondo si uniranno agli americani riconoscendo la grandiosità dell'impresa. Grazie a quello che voi avete fatto, i cieli sono diventati una parte del mondo dell'uomo. Siccome ci parlate dal Mare della Tranquillità, ciò ci ispira nel raddoppiare gli sforzi per mantenere la pace e la tranquillità sulla Terra".

Il maturo pilota, temprato dai mille condizionamenti della dura preparazione, non riuscì ad evitare un tremito nella voce rispondendo dalla Luna. Milioni di persone piangevano di commozione davanti ai televisori. Invece a Huston, Texas, nel cinematografo del Manned Spacecraft Center dov'erano i giornalisti davanti ad un grande schermo televisivo in diretta col Mare della Tranquillità, la tensione dello storico momento giocò un brutto scherzo: con una irriverente sghignazzata collettiva il prestigio della scienza fu compromesso: "La telefonata più costosa del secolo!" disse qualcuno distruggendo l'atmosfera magica. La passeggiata sulla Luna in diretta non era ancora finita che, raccontano le cronache, i giornalisti se ne andarono al bar. A farsi una birra per la noia, certamente pensando alle cose di fuoco che avrebbero scritto di lì a poco per la Storia. E il giornalismo non ha bisogno di troppa fantasia per scovare le iperboli, dato che spesso sono proprio gli addetti ai lavori che ne sfornano gratuitamente a cascata, dimostrando di essere più romantici che scienziati.

Verne non era uno scienziato, era un'artista dell'intrattenimento ed era meno irrazionale dei commentatori del massimo raziocinio scientifico e tecnologico. Aveva previsto anche il luogo da dove sarebbe partito il missile per la Luna. Aveva piazzato la sua Columbiade, cioè il mega-cannone che doveva sparare gli astronauti, in Florida, non senza aver prima suscitato una disputa patriottica con il Texas. La NASA, l'ente spaziale americano odierno, optò per entrambi: la rampa del razzo a Cape Canaveral, Florida, e il centro dati a Huston, Texas (il modulo comando della prima missione lunare fu chiamato Columbia). Intorno all'immensa bocca da fuoco da lui immaginata, Verne collocò una babele coloratissima di spettatori, la rappresentazione dell'America e del mondo in un accampamento dove, tra braci, salsicce, birra e whisky, "i diversi ordini della società americana si confondevano in una uguaglianza assoluta". Poi la modesta Luna comparve all'orizzonte: "essa era esatta al convegno", mentre gli umani avevano fatto un po' di confusione prima del botto. E questa è un'altra considerazione da tener presente quando il lettore passerà agli articoli: l'astronomia è esatta, i suoi moti si possono calcolare con formule inesorabili (almeno alla scala delle centinaia di milioni di anni), mentre l'umanità non ancora giunta alla scienza si arrabatta nel tentativo di capire quello che definisce impropriamente caso.

Nella scena immaginata da Verne, cinque milioni di persone intonarono l'inno nazionale quando i viaggiatori lunari entrarono nella palla e questa fu infilata nel cannone. Nella scena reale, intorno al razzo del 16 luglio 1969, c'era una babele più modesta, una folla più cupa tra tende, roulotte, binocoli, hamburger e distributori di bibite gassate. Una folla dotata di mezzi poveri, raccontano le cronache, accampata alla meglio, stranamente silenziosa, in maggioranza nera, analoga a quella descritta da Verne come crogiuolo di razze e di classi confuse nella grande fiera, eppure diversissima. Forse, nell'inconscio collettivo di quella folla in carne ed ossa, accorsa ad assistere al miracolo scientifico, c'era il desiderio di un miracolo che fosse più risolutivo del gran fuoco d'artificio, quello di poter far parte del ricco "secolo americano" tanto vantato. Un miracolo che potesse alleviare a milioni di proletari e sottoproletari l'angoscia quotidiana di una vita senza senso. Ad ogni modo "solo" un milione di persone accerchiarono il missile senza che si esagerasse con l'uguaglianza, perché le "autorità", bianche, anzi Wasp, avevano dormito in hotel lussuosi ed ora attendevano in palchi rigorosamente riservati. E non si seppe se tra tutti quanti qualcuno pensò di intonare l'inno nazionale, perché sembra che il rumore fosse troppo assordante: un immenso serbatoio a motore alto più di cento metri e pesante quasi tremila tonnellate stava sparando tre piccoli uomini sulla Luna. Il già citato scrittore, molto americano, che si era occupato del sogno americano, di folle americane, dell'americanissima Marilyn Monroe, vedendo lo spettacolo non poté fare a meno di pensare a Marx in un curioso quanto interessante miscuglio:

"Se Marx aveva fatto del suo meglio per sventrare dal passato ogni vincolo con il primitivo, il sacramentale e il magico, se la formula marxiana, secondo la quale la storia è un riflesso dei rapporti di produzione, aveva elevato la ragione a quelle altezze vertiginose e insieme pazzesche dalle quali era nata la Tecnologia, ora sembrava ci si dovesse porre il compito opposto: si era costretti a fare una prima ricognizione delle possibilità di reintrodurre la magia, la psiche e gli spiriti infernali nella più fantasmagorica avventura della storia, lo sbarco sulla Luna, un avvenimento così completamente realizzato nel linguaggio della tecnologia che con ogni probabilità il termine fantasma non appariva neppure una volta nei venti milioni di parole della prosa NASA".

Ovviamente Marx non aveva affatto elevato ad altezze vertiginose la dea Ragione del XVIII secolo, ma aveva registrato che proprio i rapporti di produzione prima elevano la tecnologia (forze produttive) a livelli massimi e poi la frenano, la incatenano, rendendo necessaria una rivoluzione. Tant'è vero che ora si è costretti a fare la citata ricognizione sulla mistica che nasce dall'estrema contraddizione fra lo sviluppo delle forze produttive e un modo di produzione che storicamente si è ridotto ad un impiccio. Il fantasma del comunismo non si aggira più soltanto per l'Europa ma per tutto il mondo, e siamo gli ultimi a stupirci di fronte ad ogni tentativo di esorcizzarlo.

Von Braun, incaricato il giorno prima del lancio verso la Luna di tenere un discorso sul suo significato storico, ne individuò benissimo l'origine e lo scopo nei successi della borghesia industriale; ne fece l'apologia e richiamò l'attenzione sul suo futuro, come a sottolineare la sua necessità di conservarsi a lungo sulla scena:

"E' con molto rispetto che parlo stasera davanti a voi, i dirigenti e i capitani della grande tradizione dell'industria e della vita americana. Senza i vostri successi nel creare e conservare le basi economiche della nazione, non avremmo mai ottenuto i mezzi per preparare la spedizione di domani verso la Luna. Lo storico lancio di domani appartiene a voi e agli uomini e alle donne che siedono alle scrivanie e amministrano le attività delle vostre aziende, agli uomini che spazzano i pavimenti dei vostri uffici e a ogni americano che percorre le strade di questa terra produttiva. E' un trionfo americano. Lo spazio è la chiave del nostro futuro sulla Terra. Credo che da questa affermazione si comprenderà chiaramente che il viaggio alla Luna di Apollo 11 non è stato pensato, sin dal primo momento, come un'occasione unica da giudicare soltanto secondo i meriti di un viaggio isolato. Se avessimo puramente l'intenzione di portare a casa un pugno di terra e di sassi dalla cava di ghiaia lunare per poi lasciar perdere tutto, saremmo certamente i più grandi buffoni della storia".

Mentre von Braun parlava, il razzo immenso se ne stava sulla rampa per gli ultimi controlli e gli astronauti fissavano i 650 strumenti e comandi del loro complicato cruscotto. Cinquecentomila persone avevano già fatto tre o quattro controlli ciascuna sulla propria attività. Poi i controlli incrociati, due, tre volte. Milioni di controlli per soddisfare le leggi della ridondanza: alzare le probabilità di riuscita, ridurre la probabilità di fallimento vicino allo zero. Non la probabilità di errore, dato che quella rimane eccezionalmente alta, o meglio, data la complessità della macchina, normalmente alta. Il problema è correggere l'imprevedibile errore sapendo con certezza che esso si verificherà.

Dodici milioni di pezzi, dodici milioni di probabili unità d'errore in relazione tra loro, quindi molte, ma molte di più di quanto non fossero le probabilità di errore ottenute nella produzione e nel controllo di ogni singolo pezzo. Quante relazioni tra i pezzi? La formula è n (n-1), ognuno si diverta a scrivere il totale. Certo, è difficile che i perni di trattenimento alla base interagiscano in qualche modo (facciamo l'esempio più assurdo) con l'antenna del modulo a più di centoundici metri di altezza, ma è solo difficile, non impossibile quando tremila tonnellate di liquidi immagazzinati a 260 gradi sotto lo zero incominciano a galleggiare su un mare di fiamme che escono dagli ugelli a tremila gradi sopra lo zero con forza inaudita. Per ovviare agli inconvenienti della obbligata scarsa conoscenza di un sistema dinamico siffatto, la NASA aveva escogitato, traendolo dalla teoria, un espediente che si rivelò fondamentale specialmente nei momenti di crisi delle missioni. Alle decine di squadre specializzate che si alternavano al controllo missione di Huston, nelle sedi dei fabbricanti degli organi del sistema e nei laboratori che effettuavano simulazioni a terra dei problemi sorti nello spazio, furono affiancati elementi di collegamento in modo che risultasse spezzata la tendenza alla divisione netta del lavoro e l'intero organismo funzionasse secondo una rete di relazioni. Oltre a ciò, il nodo centrale della rete era un reparto isolato dal resto del controllo missione, ma in cui confluivano tutti i dati e dove lavoravano una sessantina di esperti. Il compito di questo reparto, chiamato Sala Valutazione Missioni, era di trasformare ogni relazione tra le parti meccaniche, ottiche, elettroniche, chimiche ecc. dei dodici milioni di componenti in un sistema formalizzabile o per lo meno valutabile quantitativamente e qualitativamente. Nel modulo di comando delle missioni Apollo, quello che doveva ospitare l'equipaggio durante il viaggio di andata e ritorno e l'astronauta in orbita di parcheggio mentre gli altri due avrebbero lavorato sulla Luna, erano stati individuati 5,6 milioni di sistemi relazionali. Nel modulo lunare altri 8 milioni di sistemi e così via per quanto riguarda il vettore principale, i sistemi composti di sistemi e l'intero sistema che comprendeva sia l'immensa massa viaggiante che quella relegata a terra. Quest'ultima meno telegenica ma più utile per controllare la dinamica della prima affinché un suo minuscolo residuo riportasse indietro, vivi, i tre uomini dell'equipaggio.

La Sala Valutazione Missioni era dunque teoricamente in grado di controllare passo-passo l'enorme complessità dell'intero sistema, comunicarne i dati salienti agli interessati, o essere consultata per bilanci di processi passati o previsioni sull'andamento di processi in corso.

Tutto ciò fu ed è necessario perché la vera impossibilità è che non succeda qualcosa di sbagliato. Ed è pure impossibile stabilire dove e quando questo qualcosa possa succedere. Si può soltanto registrare ciò che si verifica di negativo e di positivo e ad ogni missione successiva ricorrere alla legge di ridondanza rinforzandola: quante possibilità ci sono che un dato "organo" fatto di diecimila pezzi interagenti produca guai dopo dieci controlli? Una su tre. Bene, allora si mettano tre organi. L'intero sistema Saturno V con i suoi moduli aveva ottantasette motori, tra i principali di spinta, quelli di controspinta, quelli di stabilizzazione e quelli di guida. A dispetto della ridondanza, questi non si potevano moltiplicare come sarebbe stato auspicabile e quindi rappresentavano una vera sfida per le leggi della probabilità. Il modulo lunare non aveva che un motore per risalire verso il modulo di comando in orbita e i due astronauti, nonostante il loro condizionamento psicofisico, dovettero avere pensieri scaramantici al momento di pigiare il tasto d'accensione.

Saturno V si alzò e, nonostante la retorica di von Braun, fu subito preda di Galileo, Newton, Laplace, Lagrange e tanti altri fino ad Hamilton che (occhio alle date), nel 1834, tracciò utili generalizzazioni per trattare le equazioni newtoniane del moto di sistemi dinamici. Entrati in questo dominio, i dodici milioni di pezzi e le tremila tonnellate dinamizzate dai tremendi getti, furono trattati secondo espedienti un po' meno stagionati ma sempre inerenti ai sistemi hamiltoniani: le teorie di Poincaré (1898) le teorie dell'informazione (intorno al 1940) e i metodi di Kolmogorov (dal 1933 al Lunik II), il quale si è occupato sia dell'entropia delle (o perdita di informazione sulle) traiettorie, sia di come trattare con metodi probabilistici sistemi hamiltoniani perturbati, ovvero quei sistemi che, ricevendo impulsi di forza in determinate fasi, tendono al caos. Si confermava così che la grandiosità dell'impresa non consistette tanto nel salto verso una nuova epoca quanto nell'utilizzo massimale e sistemico di metodologie ben conosciute da tempo.

Se noi fossimo dei denigratori della tecnologia e della scienza borghesi, avrebbero ragione i nostri critici nel dire che l'elencazione delle difficoltà da superare e poi effettivamente superate non è una critica al capitalismo ma è una sua apologia. Ma quello che non capiscono i nostri critici è che noi siamo degli apologeti della forza dirompente del capitalismo, base sicura per la società di domani. Quello che ci distingue dagli apologeti puri e semplici del capitalismo e quindi cultori della sua eternità, è che abbiamo dimostrato da tempo (a partire da Marx) che il capitalismo è ormai superfluo per andare avanti verso mete veramente nuove.

Bordiga non fu per niente "fregato" dai Poincaré, dai Wiener e dai Kolmogorov, che permisero di valutare il complesso sistema in viaggio verso la Luna. Egli insiste sul fatto che si stavano utilizzando tecniche conosciute, per nulla rivoluzionarie (e si stavano anche utilizzando male) ed aveva ragione. Gli scienziati stessi, nonostante non fossero disposti ad ammettere i loro tributi al Laplace settecentesco, lo utilizzarono portando alle estreme conseguenze le sue ricerche sulla statistica. Se è vero che "alla debolezza della mente umana si deve una delle più fini e ingegnose fra le teorie matematiche: la scienza del caso o della probabilità", essa fu utilizzata al meglio. Non sappiamo se Bordiga avesse fatto in tempo a fare il ragionamento a noi permesso dalla successiva conoscenza dei fatti. Egli conosceva Poincaré (ne utilizza il principio di ricorrenza,) e conosceva i suoi predecessori, più volte citati nei suoi scritti. Aveva molte riserve sulla modellizzazione dell'economia da parte borghese e persino in tesi politiche ne prende la distanza. E' indubbio che la sua concezione organica del partito rivoluzionario e del suo rapporto con la società, espressa fin dal 1921, ha contenuti "cibernetici". Egli concepiva i rapporti di classe e la critica dell'economia politica in termini dialetticamente congiunti di due opposti: da una parte il controllo omeostatico dei sistemi sociali (retroazione negativa, continuità, stabilità programmatica), dall'altra il loro disequilibrio dovuto all'effetto amplificatore di certi momenti storici in cui la prassi si rovescia catastroficamente (retroazione positiva, rivoluzione, "doppia direzione" nei rapporti fra partito e classe o fra parti dell'organismo sociale). Aveva inoltre ben spiegato, traendo il concetto da Marx, che in economia la ricerca capitalistica dell'equilibrio porta alla feroce conservazione dell'esistente, mentre la ricerca del disequilibrio (crescita, concorrenza) porta al sommarsi di potenziali esplosivi, come nell'accumulazione capitalistica, non essendo il capitalismo in grado di armonizzare i due aspetti. La sua ironia sull'efficacia dei modelli matematici della borghesia per capire i rapporti economici borghesi era ben fondata, perché tali modelli sono sempre autoreferenti, cioè partono dal presupposto che l'economia così com'è sia la cosa migliore del mondo e perciò immodificabile. Rappresentano quindi una rotella dell'intero meccanismo ideologico. Uno degli organizzatori di una conferenza sulla modellizzazione matematica dell'economia russa e sull'uso sistematico della cibernetica, aveva tratto curiose conclusioni politiche conservatrici. Bordiga sarebbe stato contento di leggere per esempio questo passo:

"La cibernetica, che è diventata un nuovo credo nell'Unione Sovietica, può rivelarsi il puntello ideologico necessario per consentire ai sovietici l'accettazione dei meccanismi di mercato. Essa potrebbe metterli in grado di considerare l'andamento tortuoso e le fluttuazioni dei mercati non quali indici di anarchia come li considerava Marx, bensì come risposte a meccanismi di retroazione che continuamente riportano un'economia in deviazione sulla strada voluta e per essa tracciata dai governanti".

L'economia controllata da un termostato? Il keynesismo che esplose in tutto il mondo tra gli anni '20 e '30, e che prese il nome di Fascismo, New Deal e Socialismo in un solo paese, fu appunto il tentativo di mettere il termostato all'economia, in modo che meccanismi di retroazione coscienti e non spontanei permettessero di conservare lo specifico sistema produttivo capitalistico. Keynes dice esplicitamente che la sua proposta rappresenta la via di salvezza del capitalismo, il quale tende ormai a distruggersi da sé. Contrariamente a quanto mostra di credere l'autore delle affermazioni citate, non c'era nulla di nuovo neppure in URSS, dato che Stalin e i suoi omologhi fascisti avevano già teorizzato, e anche applicato, molto tempo prima, la regolazione della produzione e degli scambi tramite il prelievo e la distribuzione totalitaria del plusvalore nella società (solo che Stalin credeva di aver domato socialisticamente la legge marxiana del valore). Tutta questa robaccia si chiama riformismo o, detto alla Togliatti, "programmazione".

Conoscendo la visione dinamica globale di Bordiga, il quale lungo tutta la sua vita si è trovato in anticipo sui tempi politici del movimento rivoluzionario, non è strano questo collegamento tra la politica e la scienza. E sarà compito dei militanti di domani scoprire nessi ulteriori, approfondire lo studio in termini di unità delle discipline e di superamento del dualismo fra la scienza cosiddetta della natura e la scienza cosiddetta sociale.

All'epoca in cui Bordiga scriveva i suoi articoletti "spaziali" vi era già polemica, all'interno del mondo scientifico, sull'utilità di spedire uomini nello spazio. Molti ritenevano che la via delle macchine automatiche sarebbe stata più feconda, specie nel momento in cui si scopriva che la teoria dell'informazione poteva avere, sulla base di studi già fatti, applicazioni inaspettate e promettenti. Si diceva apertamente che l'uomo nelle navicelle era solo un impiccio.

La diversità di approccio allo spazio tra americani e russi è forse insita nella differente storia della precedente ricerca. Wiener e Kolmogorov sono considerati gli antenati della cibernetica moderna, specie per quanto riguarda la teoria dell'informazione. Entrambi ebbero a che fare, durante e dopo la guerra, con tutta la casistica possibile di sistemi contenenti informazione e soggetti a disturbo, rotte aeree da prevedere a dispetto di interferenze sui sistemi d'intercettazione, sommergibili da localizzare (o localizzazioni da evitare), batterie contraeree da sincronizzare sul moto dei bersagli ecc. Mentre negli Stati Uniti la teoria dell'informazione si staccava dagli oggetti della sua manifestazione fisica (linee di comunicazione, radar e apparecchi basati su segnali in genere) per approfondire gli aspetti semantici, in URSS l'approccio si fissò maggiormente sulla dinamica dei sistemi fisici. Se fu probabilmente questa la causa dei primi successi russi, fu anche questa la causa dell'abbandono, da parte loro, della corsa alla Luna con piloti umani.

Kolmogorov dimostrò che il moto di complessi sistemi dinamici, assolutamente deterministici, non sono distinguibili dai moti casuali, qualunque significato si voglia dare a quest'ultimo termine. Tali formalizzazioni danno risultati totalmente random (casuali) pur essendo questi basati su algoritmi rigorosamente deterministici. Quindi il problema di fondo era davvero la guida e l'autoregolazione dei veicoli spaziali, cosa che si poteva ottenere perfezionando le macchine. I russi ad un certo punto, senza dare spiegazioni, abbandonarono la corsa alla Luna giudicandola in anticipo senza via d'uscita. Dato che anche gli americani seguirono infine questa strada, le missioni con uomini fuori dallo spazio terrestre si dimostrarono più propagandistiche che altro e gli sforzi furono concentrati su lavori dentro e intorno a veicoli orbitanti intorno alla Terra. Su questo punto Bordiga simpatizza apertamente con la robotica russa, passando sopra alla fiera inimicizia politica:

"I russi talvolta sono seri, e cominciano ad ammettere che sulla Luna e i pianeti prossimi si esplorerà con robot e non con uomini vivi".

Egli intuì che gli esperimenti con i Lunik avevano già dimostrato ai russi l'inutilità di inviare uomini: troppo alto il divario tra energia dissipata e benefici, troppo alto il rischio per le vite umane. E proprio loro che avevano avuto più vittime e che non divulgarono mai l'incidenza degli errori e delle perdite, erano consapevoli di non poter nascondere eventuali fallimenti una volta partiti dalle torri di lancio. E d'altronde la Russia non poteva permettersi uno sforzo economico come quello che l'America stava mettendo in bilancio anche per affinare le tecnologie. I progetti di missioni con navicelle manned verso la Luna rimasero prerogativa della NASA.

Ora il missile americano era partito e arrivato. La prima parte del viaggio di Saturno-Apollo era andata benissimo, nel senso che il razzo aveva ovviamente sbagliato la rotta prestabilita ed era finito in una delle migliaia già calcolate e memorizzate nei programmi come informazione ridondante, insomma, di riserva. Era dunque riuscito, sulla base di calcoli in parte già fatti e in parte elaborati ex novo, a mettere in orbita terrestre il modulo comando con il modulo lunare. Sulla base dell'orbita reale, anche questa facente parte di un fascio probabilistico di orbite, erano stati ricalcolati i parametri di spinta e direzione per uscire dall'orbita terrestre e puntare su quella lunare e così via. Ne erano successe naturalmente di tutti i colori: misteriosi cambiamenti di posizione non rilevati dagli strumenti, impossibilità di usare il sestante ottico, guai alle celle a combustibile per la produzione di energia e ossigeno, necessità di rotazioni continue per orientare l'antenna verso terra ecc.

Tutto era però rientrato nella ridondanza del sistema. L'astronave era stata collegata gerarchicamente a tutta la rete di specialisti che l'avevano portata fino a quel momento in quella posizione; da sistema chiuso si era evoluta a sistema aperto e come tale aveva ricevuto e aveva ritrasmesso enormi quantità di informazione su ogni elemento discreto dell'intero processo; aveva sfidato quindi l'entropia trasformandola in quella che ormai già si chiamava neg-entropia, entropia negativa dovuta all'ingresso di nuova informazione. Gli astronauti nella loro capsula avevano scherzato sui vari glitch (neologismo creato per definire i malfunzionamenti senza spiegazione razionale) ed erano scattati su comando da terra posizionandosi, dopo 76 ore complessive di viaggio, in orbita attorno alla Luna. L'addetto alle relazioni pubbliche aveva riferito che con quel tipo di spinta ci si aspettava un'orbita con perigeo di 61 miglia e un apogeo di 169,2. Qualche minuto dopo l'equipaggio dell'astronave aveva comunicato di essere felicemente in orbita lunare con perigeo di 60,9 miglia e un apogeo di 169,9. Questa è una bella esagerazione persino per la propaganda americana che ne è solitamente già generosa: uno scarto di 42 decimillesimi!

Bordiga avrebbe detto che il dato dell'orbita era stato rilevato dopo che questa si era stabilita e, qualche anno prima, avrebbe avuto ragione. Ora non più. Le orbite previste e memorizzate erano migliaia e tutte buone per giungere sulla Luna a certe condizioni di velocità. Posizione e velocità erano ancora controllabili con qualche difficoltà, ma era ora possibile, sulla base dei dati dinamici, cioè presi in sequenza nel tempo, calcolare che si sarebbe percorso un'orbita con certe caratteristiche. L'orbita comunicata dal centro di Huston era una di quelle memorizzate, non certo un'orbita prevista prima di partire; l'equipaggio non aveva fatto altro che correggere piccoli errori rispetto a quella.

In altri termini, il razzo era stato sparato e controllato in modo che statisticamente riuscisse a rimanere nel range, ovvero nella gamma di probabilità immessa nei calcolatori. Dopo di che, a seconda di quanto si fosse dimostrata sbagliata la precedente posizione nelle unità di tempo stabilite, si era corretta la velocità in modo da rientrare nei parametri di una rotta sbagliata ma memorizzata, quindi giusta. Quando l'astronave era entrata in orbita lunare l'aveva fatto secondo gli ultimi parametri offerti dal tipo di controspinta ricordata dallo speaker, quindi era già su di un'orbita memorizzata dai computer. Quando i piloti avevano rilevato il dato, non avevano fatto altro che rilevare la microdifferenza tra la realtà e l'orbita memorizzata, correggendola ulteriormente.

Il fatto che l'orbita lunare si fosse dimostrata così ellittica prova che la precisione comunicata non era stata quella predefinita ma una di quelle rese disponibili nel ventaglio delle possibilità. Nessuno avrebbe rinunciato in partenza a un'orbita meno ellittica, dato che è molto più agevole, richiede meno carburante ed è meno pericoloso staccare e riattaccare un modulo di allunaggio da un'orbita circolare e ad una velocità non solo ridotta ma uniforme.

Una volta che l'orbita del modulo di servizio era stata corretta mettendo in azione il motore in apogeo, il modulo lunare si era staccato, abbassandosi fino a raggiungere la superficie del nostro satellite. Un'altra prova che il suo percorso non rispettava quello teorico è data dal fatto che era atterrato con soli 30 secondi di autonomia residua nei serbatoi, altro episodio che ci fa supporre un'intensa produzione di adrenalina da parte degli astronauti. Sul suolo lunare si era poi svolta per qualche ora la superfilmata attività extraveicolare consistente nella raccolta di pietre e nei vari esperimenti e infine vi era stata la risalita, il collegamento in orbita e il ritorno a terra.

Le successive sei missioni lunari non portarono novità di rilievo e dopo qualche anno non se ne parlò più. Continuarono invece a ritmo sostenuto gli esperimenti automatici, specie in campo militare. Né la NASA né l'ente spaziale russo hanno usato la cortesia di fornire al pubblico l'esatta metodologia utilizzata per aumentare le probabilità di riuscita delle loro missioni, ma ciò che si sa è più che sufficiente per capire che, se l'approccio probabilistico ha permesso l'impossibile, questo pregio si presenta immediatamente come un ulteriore limite. La ridondanza nel software non pesa nulla, ma nei sistemi meccanici la moltiplicazione per sicurezza delle parti è pesante, quindi letale per il rendimento dei viaggi nello spazio, specie quando vi siano equipaggi. Quindi, visto che per ora non sono prevedibili mezzi di spinta diversi da quelli chimici, il rapporto tra massa iniziale e carico pagante rimarrà intorno ai valori di allora. Forse è proprio per questo che si è puntato sulle navette semipilotate e recuperabili, anche se non sembra, dopo quasi trent'anni, che abbiano offerto grandi alternative.

Anche i Russi hanno tentato di percorrere la strada della navetta semipilotata, ma ad un certo punto pare l'abbiano abbandonata: la Shuttle russa (che si chiama Buran) ha volato pochissime volte senza piloti e non se n'è più sentito parlare. I rifornimenti alle capsule spaziali e alla stazione orbitante Mir sono stati effettuati tramite missili che portavano in orbita le navette Progress, completamente automatiche.

E' diminuita molto la pericolosità delle missioni e siamo distanti dai tempi pionieristici, quando succedevano incidenti a ripetizione, a causa dei quali morirono quattordici astronauti americani e non si sa quanti russi. Le fantasmagoriche imprese spaziali hanno conosciuto meno fallimenti e disastri negli ultimi tempi per via del miglioramento delle tecniche e dei materiali, ma anche perché si sono ripercorse strade già battute e molta dell'attività spaziale è diventata di routine. I "vicoletti cosmici" individuati da Bordiga con le sue osservazioni e classificazioni delle orbite non erano dovuti tanto alle fasce di Van Allen, come egli all'inizio sembrava credere: in esse si permane pochi minuti e vi sono ormai schermature efficienti. I vicoletti cosmici esistono davvero, non a causa delle radiazioni bensì per la necessità di rientrare nel calcolo delle probabilità; il successo è più sicuro quando si ripetono cose già fatte e si utilizzano orbite conosciute piuttosto che impostarne di nuove.

Von Braun aveva detto che sarebbero stati, lui e tutti gli osannatori della missione divina nello spazio, dei buffoni patentati se fossero solo andati a raccogliere un pugno di sassi. Armstrong, che camminò sulla Luna dopo esserci arrivato secondo un'azione volta a "massimizzare" le probabilità di riuscita, performance perfettamente compatibile con quelle della società da lui rappresentata, disse cose non meno imponenti di quelle di von Braun per i millenni a venire; poi raccolse con Aldrin i sassi della Luna Promessa. Era il 1969. Pochi mesi dopo Conrad e Bean raccolsero altri sassi. Nel gennaio 1971 Shepard e Mitchell fecero altrettanto. Nel luglio dello stesso anno Apollo 15 portò una variante: i sassi furono raccolti da Scott e Irwin con la jeep lunare. Young e Duke raccolsero sassi con l'Apollo 16 e così fecero Cernan e Schmitt con Apollo 17 per un totale di tre quintali di sassi. Furono fatti naturalmente altri importanti esperimenti scientifici, ma sta di fatto che sono passati quasi trent'anni e il grande balzo dell'umanità, che doveva essere pari a quello della creatura acquatica che per la prima volta si arrampicò sulla terra, è ancora da venire. Non ci sono basi sulla Luna e non ce ne sono nello spazio, a meno di non considerare "base spaziale" la vecchia e raffazzonata Mir o il suo prossimo sostituto.

Il misto di grandezza tecnologica e miseria propagandistica dell'avventura lunare che fece surriscaldare non poche menti è defunto, ma ricordiamo che ad esso reagirono non solo i marxisti. Anche scienziati seri presero posizione contro le pagliacciate emulative e contro l'illuminismo che ritornava parlando nuovamente di Uomo con la maiuscola e di missioni cosmiche, e dimostrarono che con infinitamente meno spesa e più scienza si potevano esplorare quei campi utilizzando le macchine. All'estremo limite dello scetticismo si schierarono i negazionisti. Qualcuno negli Stati Uniti, reagendo all'esagerata propaganda, incominciò a pensare che ci fosse il trucco, è finì per negare che gli americani fossero arrivati sulla Luna, "dimostrando" la falsità delle foto e dei documenti. Senza l'aiuto del marxismo il cervello razionale finisce per far della ragione una dea, come nel XVIII secolo e la nuova religione trasforma il razionale in un irrazionale positivista. Norman Mailer, che ebbe il privilegio di poter seguire dall'interno l'intero processo del lancio sulla Luna, non poté fare a meno di registrare nel suo libro un pensiero irrazionale pur cancellandolo subito, data l'evidenza tecnologica e produttiva materiale:

"Avevamo sbarcato un uomo sulla Luna. E tuttavia l'avvenimento era così lontano, così irreale, che non esisteva alcun correlativo oggettivo a dimostrare senza possibilità di dubbio che non era stato inscenato in uno studio della televisione - la più grande truffa del secolo. Ma bastava immaginare questi uomini per sapere con certezza assoluta che l'avvenimento non era stato messo in scena. Perché il secolo era un gigante e un cretino. L'uomo era divenuto un'incarnazione erculea della Visione, ma il suo cervello era piccolo come un pugno transistorizzato e le cavità del cuore si erano contratte sino a diventare i semi aridi e duri di qualche ibrido futuro. Dare un senso ad Apollo 11 sulla Luna significava intraprendere un lavoro senza significato, a meno di non riuscire a ridurre una montagna concettuale di gergo tecnologico a un semplice dilemma: era stata un'impresa preziosa o inesorabilmente malefica?".

Lo scrittore, fornito di lasciapassare per i recessi più custoditi della grande macchina, non poteva sottrarsi alla questione fondamentale di dare senso ad una impresa il cui clamore copriva la ragione. Ed era giunto all'elemento più semplice dopo aver scartato la truffa immane: era vera conquista o era... Barnum? Lo stesso quesito posto da Bordiga. Solo che quest'ultimo dava anche la risposta: era vera conquista della potenza produttiva dell'epoca capitalistica, contro lo sviluppo ulteriore della scienza che necessita di una rivoluzione sociale; ed era, nello stesso tempo, circo delle meraviglie, imbonimento propagandistico politico di classe.

Già alla terza missione lunare l'attenzione era svanita, i televisori disertati. Le disgrazie dell'Apollo 13, che in una sequenza impressionante confermano sia l'aleatorietà del sistema in viaggio che la ridondanza che permette il recupero della situazione anche dopo disastri gravissimi, rinfocolarono l'attenzione, ma si trattò di quel macabro rituale moderno che esplode intorno ai media quando sembra che ci scappi il morto in modo spettacolare. Con Apollo 14, 15, 16 e 17 si ritornava a raccogliere sassi e von Braun non era più tanto in forma perché le leggi della fisica avevano il sopravvento sui disegni di fantasia e giovani scienziati, forti in fisica e matematica più che in public relation, stavano crescendo in centri minori, come Pasadena, dove poco a poco incominciava a farsi strada l'ipotesi della ricerca robotizzata. In fondo occorreva sempre sparare tremila tonnellate di materiale per far tornare tre uomini e un sacchetto di pietre. Le tre velocità di fuga obbligavano anche un mostro come il Saturno ad una discesa drastica dei rendimenti man mano che ci si allontanava dalla Terra: tremila tonnellate di massa per portarne 145 alla prima velocità di fuga (un satellite terrestre); con la stessa massa di partenza se ne potevano portare alla seconda velocità di fuga solo 45 (un satellite lunare); alla terza 20 (una sonda marziana o venusiana). Il pubblico pagante era rassicurato sul fatto che gli esperimenti avevano una grande importanza tecnica e scientifica, ma era evidente che stavano diventando ripetitivi e senza costrutto. Nel senso che si scontravano con la legge del valore. L'industria specializzata era contenta di avere le commesse per tutto quel bendidio, ma l'insieme del sistema esigeva il pay-back, la ricaduta economica. Le missioni Apollo erano state numerate all'inizio dall'1 al 20, poi si sarebbe dovuto incominciare a montare la stazione lunare permanente entro gli anni '80. Un anno dopo il primo allunaggio la ventesima missione era già cancellata. Dopo il disastro di Apollo 13 furono annullate anche la 19 e la 18. Le altre fino alla 17 furono mantenute perché i materiali erano già stati ordinati e in parte pagati con degli anticipi all'industria privata. Il progetto Apollo finì nel dicembre 1972 dopo aver mobilitato in totale qualcosa come 150.000 miliardi di lire odierne. Tutta la vecchia guardia degli astronauti passò all'industria privata o alla politica, e la maggior parte, dimenticata infine dal pubblico e dai nuovi datori di lavoro, non resse alla situazione psicologica e finì per cadere in preda alla depressione, rifugiandosi nell'alcool o nel misticismo religioso.

Note

(77) Dalla Terra alla Luna cit. pag. 47.

(78) Michael Collins and Edwin E. "Buzz" Aldrin, Jr. Apollo Expeditions to the Moon, edited by Edgar M. Cortright, NASA Sp 350, 1975. Dalla stessa fonte ricaviamo anche altri argomenti per la nostra esposizione (cfr. anche i riferimenti Internet in bibliografia).

(79) Wasp è l'acronimo di White Anglosaxon Protestant e sta ad indicare il ceto dirigente "autenticamente" americano. Mentre procedeva il conto alla rovescia, a Cape Canaveral, sotto il missile, era in corso una manifestazione di neri contro lo spreco spaziale e a favore di spese "terrestri" contro la povertà. Ralph Abernathy, successore di Martin Luther King e organizzatore della manifestazione, capitolò miseramente davanti alle autorità che gli chiedevano di smetterla in cambio di dieci "pass" affinché altrettanti capifamiglia potessero rappresentare la comunità nera sul palco delle autorità.

(80) Norman Mailer, Un fuoco sulla Luna cit. pag. 135. Il libro, uscito in Italia nel 1971, è interessante più di un manuale tecnico perché l'argomento, dopo aver permesso all'autore un inizio da buon reportage, finisce per stritolarlo fra la tecnologia e la sua inutile magnificenza, facendolo spesso partire in orbita mistica per togliersi d'impiccio. Mailer è ingegnere, e alcune delle sue affermazioni assomigliano un po' a quelle di Bordiga.

(81) Discorso di Wernher von Braun al meeting delle personalità il giorno prima del lancio (dal reportage di Norman Mailer cit. pag. 83).

(82) Quando il primo sistema Apollo fu montato sulla rampa e fu eseguito il controllo generale statico durante il quale morirono bruciati i tre astronauti che dovevano collaudarlo, il solo screening ambientale aveva trovato 200 singoli guasti alle apparecchiature. Durante tutto il collaudo precedente ne erano già stati rilevati 20.000 in totale. Il primo modulo lunare funzionante, costruito per la prova orbitale di Apollo 7, presentò una tale quantità di malfunzionamenti che fu a stento possibile assemblarlo: "Il numero di difetti superava l'immaginazione persino dei più grandi pessimisti della NASA", dice Jim Lovell, comandante dell'Apollo 13 nel suo libro sulla fallita missione. E sul disastro che gli fece correre il rischio di non tornare sulla Terra: "La probabilità che venissero meno contemporaneamente un serbatoio, due celle e una sbarra [della pila a combustibile] non era nemmeno rappresentabile numericamente" (Apollo 13, Sperling & Kupfer, pag. 122). Ovviamente nella formazione dei guasti, non incidono soltanto semplici relazioni fra parti malfunzionanti, ma catene di eventi che fanno saltare qualsiasi fondamento di calcolo delle probabilità. A questo proposito, vedere, nel libro citato, le pagine (418 e seguenti) in cui vengono riportati i risultati della Commissione Cortright incaricata di far luce sulle cause del disastro e sulle eventuali responsabilità.

(83) Questi poco conosciuti aspetti dell'organizzazione spaziale per noi sono più importanti che non i grandi missili o le passeggiate sulla Luna, ed anche su Marte se un giorno qualcuno ci andrà. Ma sono aspetti mutuati dalla socializzazione capitalistica del lavoro e dall'organizzazione industriale per fabbricare automobili e frigoriferi, non invenzioni "spaziali". Il capo della Sala Valutazioni di Huston era un certo Don Arabian, detto "il pazzo" perché voleva formalizzare nei suoi sistemi anche il comportamento degli uomini. A riprova che l'umanità può pensare seriamente solo a problemi la cui soluzione è già nell'aria, notiamo che una figura come quella del sistemista citato fu anticipata nel 1939 in una serie di racconti fantascientifici di Alfred Van Vogt, nei quali l'equipaggio di una gigantesca astronave (migliaia di persone) comprende un "connettivista". Questo personaggio ha il compito di stabilire relazioni fra le tendenze specialistiche dei vari scienziati, militari, psicologi ecc. Esse sono distruttrici in quanto, nei lunghissimi viaggi e nell'isolamento, portano alla formazione di fazioni politiche a sostegno delle tendenze (A. E. Van Vogt, Crociera nell'infinito, ed. Newton. Il "connetivista" di Vogt, tra l'altro, deve affrontare il problema di un mostro spaziale al quale si sono ispirati gli autori del film Alien).

(84) Nel reportage di Mailer è citato questo brano d'intervista all'astronauta Collins: "Uno dice: ecco qui un serbatoio d'ossigeno e voglio che ne esca un tubo perché tu possa respirare ossigeno. Abbiamo dunque un serbatoio e una linea. Poi qualcuno dice: è meglio che i serbatoi siano due. Così adesso abbiamo due serbatoi e due linee. Poi qualcuno dice: e se ci fosse una perdita e tutto quell'ossigeno andasse disperso? Non sarebbe meglio se si potesse ricavarlo anche dall'altro serbatoio con una linea alternativa? Così adesso abbiamo due serbatoi, due linee e un tubo trasversale con la sua valvola. Dopo di che qualcuno dice: e se ci fosse una perdita anche qui? Bisogna assolutamente che l'ossigeno dei due serbatoi non esca da un solo punto, e quindi mettiamo una valvola di controllo per ognuna di queste linee. E se la valvola restasse ingolfata? Mettiamone due. E se si volesse scavalcare la valvola di controllo? Bisognerà aggirarla con una linea [...] E ognuna di queste valvole ha il suo piccolo interruttore e la sua leva e bisogna ricordarseli tutti" (Un fuoco sulla Luna cit. pag. 243).

(85) William Rowan Hamilton, 1805-1865. I suoi risultati permisero di ottenere una funzione matematica, detta ancor oggi hamiltoniana, che rappresenta la somma di energia cinetica e potenziale presente nel sistema stesso a partire dai suoi gradi di libertà, dalle sue coordinate e dalla quantità di moto impressagli. Una banale bicicletta in movimento ha almeno cinque gradi di libertà (due pedali, due ruote, il manubrio) e se si dovesse rappresentare matematicamente la sua dinamica occorrerebbero almeno dieci dimensioni, cinque di posizione e cinque di velocità.

(86) Al lavoro scientifico di Poincaré è dedicato il fascicolo speciale di Le Scienze del febbraio 1999. Andrej N. Kolmogorov, 1903-1987. Matematico russo che ha legato il suo nome a molti studi sulla probabilità. I suoi campi d'indagine furono però molti. Contemporaneamente a Wiener e Shannon, due dei padri della teoria dell'informazione, fece studi sulla teoria della comunicazione e, nel dopoguerra, si dedicò a quello che era giunto a considerare il punto centrale delle scienze: la fusione tra matematica, fisica e scienze naturali. Nel 1965 fu insignito del premio Lenin anche per il suo contributo alla ricerca spaziale.

(87) Cfr. La dottrina dei modi di produzione, ed. Quad. Int., nella presentazione alla raccolta dei testi, dove si analizza dettagliatamente l'utilizzo di tale principio da parte di Marx e di Bordiga.

(88) Egli parla di "Una borghesia che, impotente nella difesa del suo potere, nella conservazione del suo sistema economico che va in pezzi e nello stesso dominio del pensiero dottrinale, si rifugia in deformi tecnologismi da robot per ottenere in questi stupidi modelli formali automatici una sua sopravvivenza" (Tesi di Napoli, luglio 1965, disponibili presso Quad. Int. nel volume In difesa della continuità del programma comunista). Bordiga si riferisce ai modelli econometrici in voga negli anni '60 sulle cui capacità previsive anche un economista (non certo dei "nostri") come Siro Lombardini si espresse dicendo che era più scientifica la sua "nasometria".

(89) Autori vari, Matematica e calcolatori nella pianificazione dell'economia sovietica, Introduzione, di H. Levine, Il Saggiatore. La conferenza era stata organizzata nel maggio 1965 dall'American Council of Learned Societies e dall'Università di Rochester.

(90) Norbert Wiener cita l'esempio della batteria contraerea nel suo libro Introduzione alla cibernetica, Boringhieri, a pag. 86.

(91) Hanno sparato un americano.

(92) Sulla lunga rotta per la Luna era necessario anche un altro tipo di rotazione, il cosiddetto PTC, ovvero Controllo Termico Passivo, per evitare che l'astronave friggesse a 200° dalla parte esposta ai raggi del Sole e congelasse a -200° dalla parte in ombra. Il PTC era piuttosto stressante per l'equipaggio per via dell'alternarsi rapido della luce cruda e del buio, ma soprattutto per la sospensione delle attività di puntamento e riferimento visuale.

(93) Notiamo che, a differenza di quanto succede a terra, ogni variazione di velocità significa variazione di traiettoria, cioè di orbita. Ipotizziamo che la memorizzazione previa di un gran numero di orbite possibili fosse dovuta anche alla scarsa capacità di elaborazione dei computer di allora, per cui non si poteva perdere tempo a calcolare di volta in volta i parametri. Ciò si rileva anche dall'analisi del dialogo fra astronave e Terra sulle manovre da compiere e sulla difficoltà di stabilire le rispettive posizioni Terra-astronave-Luna. Da notare che il tempo di andata e ritorno Terra-Luna dei segnali è quasi tre secondi, sufficiente per influire sui dati. A distanza maggiore le cose si complicano. La sonda Viking 1, partita il 20 agosto 1975 giunse nei pressi di Marte il 19 giugno 1976, giorno in cui incominciarono le manovre per l'inserimento in un'orbita di parcheggio. Siccome i segnali impiegavano circa quattro minuti per andare e tornare, esse durarono 12 ore, dopo le quali la sonda venne agganciata dalla gravitazione marziana e "cadde" in un'orbita fortemente ellittica (50.000 km di apogeo e 1.514 di perigeo). Ci vollero altri due giorni per misurare l'orbita ottenuta e per modificarla in una meno ellittica con apogeo a 38.800 km lasciando il perigeo invariato. Il lander, con le apparecchiature che dovevano scendere sul suolo marziano, si staccò dall'orbiter soltanto un mese dopo, il 20 luglio 1976, quando i dati furono sicuri e la ricognizione fotografica permise di scegliere il luogo per l'atterraggio.

(94) L'unica meccanica che è stato possibile ridurre qualitativamente è quella dei computer. Quelli dell'epoca non avevano la potenza di calcolo di quelli di oggi ed erano pesanti; soprattutto avevano una memoria neppure lontanamente paragonabile a quelle odierne. Apollo 11 aveva a bordo un computer con 39K di memoria a nuclei, quindi era necessario vigilare affinché durante l'acquisizione di dati non si bloccasse. Gli venivano fornite istruzioni e dati, ma gli veniva richiesta poca elaborazione; la maggior parte di questa avveniva a terra e ciò creava un grosso problema perché faceva dipendere l'esito dei calcoli dai collegamenti radio, che furono sempre pessimi, tanto da far temere che saltassero i lucrosi contratti tra la NASA e le televisioni. Curioso è l'invio da terra, a tempi stabiliti, di una sempre aggiornata matrice che gli astronauti chiamano verbs and nouns, cioè "verbi e nomi", termine che sembra definire una griglia d'intervento per la correzione di errori e/o la riparazione di guasti.

(95) Il vecchio modulo Progress è un ferry boat spaziale automatico a basso costo (beh, 40 milioni di dollari a missione). Lanciato per la prima volta nel gennaio del 1978, ha rifornito 25 volte le capsule Salyut e, dal 1986, quattro o cinque volte all'anno la stazione orbitante Mir. L'ultimo modello porta a bordo un sistema computerizzato per il docking automatico, per cui si approssima e si congiunge alla meta utilizzando due telecamere collegate sia alla stazione a terra che a quella orbitante. Ad ogni viaggio porta sulla Mir fino a 2.500 Kg di materiali, che l'equipaggio rimpiazza con la spazzatura (involucri, materiale a perdere, residui organici, scarti di esperimenti) prodotta fra un rifornimento e l'altro. Terminata la sua funzione la capsula si stacca dalla stazione e viene parcheggiata in un'orbita bassa. Di qui un modulo di rientro porta a terra il materiale da recuperare (film, esperimenti, ecc.), mentre la capsula con la spazzatura viene portata a disintegrarsi su qualche oceano.

(96) Certi corridoi fissi vengono anche sfruttati per ragioni tecniche: un satellite geostazionario sarà sempre in un'orbita a 36.000 km di altezza; un satellite che voglia ottimizzare la spinta utilizzando la rotazione terrestre sarà sempre equatoriale; gli americani devono far cadere vettori e capsule di recupero nell'oceano mentre i russi disintegrano i vettori sull'oceano ma recuperano le capsule sul loro territorio ecc.

(97) Un fuoco sulla Luna cit. pag. 134. Nel 1987 Bill Kaysing, un tecnico che lavorò all'industria spaziale, pensò di sfruttare le sue conoscenze e soprattutto l'incredulità di migliaia di scettici, per scrivere un libro molto documentato sulle contraddizioni dell'impresa. Secondo l'autore, se ci si basasse sulla documentazione disponibile si dovrebbe concludere che la "conquista della Luna" non è stata altro che una gigantesca manovra economica e propagandistica (Non siamo mai andati sulla Luna, Cult Media Net Edizioni, 1997). Anche una delle più vendute riviste americane d'informatica, Wired, intorno alla quale si raggruppano i modernissimi cultori delle nuove scienze, pubblicò un articolo (di Rogier van Bakel) in cui si sostiene che la documentazione è fasulla. Più interessante ancora il business escogitato da James Oberg, un americano che si è specializzato sul folklore antiscientifico spaziale scrivendo, tenendo conferenze, comparendo in televisione ecc. L'imbonimento spaziale è anche stato oggetto di studio da parte di molti sociologi, specialisti in miti e psicologia di massa (Gary Fine, Linda Degh,). Il cinema di Hollywood immaginò una colossale truffa astronautica con il film Capricorn One; nella pellicola, l'ente spaziale americano, in combutta con la televisione, costruisce in studio un viaggio su Marte e lo spaccia per realmente avvenuto.

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