21. La legge del valore e la sua vendetta

Cinque milioni di miliardi di lire

Innanzitutto occorre riprendere dai giornali alcune cifre per dare una dimensione dell'accaduto.

Durante la mattinata del primo "lunedì nero" a Wall Street c'è stato un crollo di 508 punti pari a quasi il 23%, mentre dalla parte opposta del mondo Tokio scendeva del 15% e Hong Kong dell'11. Altri dati: Londra meno 12%, Bruxelles meno 15, Zurigo meno 11, Francoforte meno 7,6, Parigi meno 9,7.

Il lunedì successivo la serie nera si ripete: meno 33% a Hong Kong, meno 8 a New York, meno 6,5 a Londra, meno 6,2 a Francoforte, meno 4,7 a Tokio, meno 7,7 a Parigi.

Solo a New York si bruciano in una settimana 700 miliardi di dollari, secondo il valore fittizio calcolato per i titoli. In tutto il mondo, dice La Stampa, vengono bruciati 5 milioni di miliardi di lire, circa cinque volte il reddito prodotto in un anno da un paese come l'Italia o l'Inghilterra.

Basandosi sulle serie storiche, è stato calcolato che l'effetto sui consumi sarà una riduzione pare a 3 centesimi per dollaro, vale a dire, se si rimane alle cifre di partenza, 150.000 miliardi di lire. In effetti la perdita sulla carta deve essere corretta nel lungo periodo da un altro dato: il rapporto dei guadagni di borsa con l'inflazione. L'indice mondiale dei capitali di borsa, calcolato dalla Morgan Stanley Capital International, fatto cento nel 1969 giunge nominalmente a quasi 500 nel 1987. Ma in termini reali, fatto cento nel 1973 arriva appena a 126 nel 1987. Non solo; se viene tolta la borsa di Tokio si finisce sotto zero per quasi tutte le altre borse. Vedremo più in là che cosa significa il deprezzamento del denaro insieme alla distruzione di capitale nella crisi: ricerca affannosa di mezzi che contrastino la legge della caduta del saggio di profitto.

Naturalmente tutti i giornali parlano diffusamente del crack del '29 operando paralleli o differenze.

Tra i commentatori illustri interrogati dai giornalisti in cerca di oroscopi, Galbraith dice che la crisi attuale è più grave di quella del '29, anche se controllabile; Modigliani afferma invece che ci saranno conseguenze, ma che in fondo si è trattato di uno scossone salutare, un aggiustamento dei corsi dei titoli.

Il valore non si crea dal nulla

Tutti, nessuno escluso, dicono (adesso) che era da prevedersi un fenomeno di correzione, dato che vari paesi, Stati Uniti in testa vivevano da tempo "al di sopra dei propri mezzi". Scorrendo i giornali delle settimane precedenti non notiamo affatto questa brillante capacità di previsione, anzi. Tutt'al più troviamo le solite scontate lamentazioni sull'ingigantirsi dei debiti degli Stati e dei privati, all'interno e all'estero. In realtà si stigmatizzava il fenomeno, ma nessuno pensava seriamente di mettere in guardia contro... contro che cosa? Non potevano mettere in guardia contro un fenomeno che rifiutano per principio e che invece fa parte del nostro bagaglio da sempre: il valore non si crea nella circolazione. Gli esperti in realtà non facevano che proporre tasse per sanare i deficit, e una maggiore moralità pubblica per dirottare i capitali agli investimenti produttivi. Unico strumento che immaginavano e che continuano ad immaginare: la buona volontà dei governi.

Quando il problema del deficit assume le dimensioni che ha assunto, ci vuol poco per capire che qualcosa si è inceppato nei meccanismi di controllo e di ingabbiamento del fatto economico.

Di qui l'unanimità della borghesia e dei suoi portavoce. Galbraith dice in un'intervista che gli industriali americani si sono adattati molto bene ai tempi: quando le cose vanno bene sono i più strenui difensori del liberismo; quando vanno così così diventano tutti socialisti e vanno a battere cassa dallo Stato.

In effetti succede che in questo decrepito scorcio di storia un presidente come Reagan tenti di portare a nuovi fastigi il liberismo proprio mitigando le difficoltà degli industriali americani diventati "socialisti", cioè demandando allo Stato la più colossale manovra economica che ci sia mai stata. Tutto questo senza strombazzamenti tipo "New Deal", ma come applicazione di quelle norme nella quotidianità più trita.

Il debito crea liquidità. Lo Stato raccoglie i capitali che gli servono, attraverso l'emissione di titoli, esattamente come le aziende che emettono azioni, solo che il reddito è fisso, non c'è il dividendo e non c'è la fluttuazione del valore sul mercato, se non in strettissimi limiti.

De Benedetti, che è un intenditore di queste cose, afferma in un'intervista rilasciata a New York nei giorni del crack: "Nessuno sa dire perché il fatto sia successo lunedì, ma le cause erano chiare da tempo a tutte le persone responsabili: c'era un eccesso di debiti che creava un eccesso di liquidità... una montagna di debiti. Si comprava finanziandosi con il debito. Lo facevano i governi creando liquidità che immettevano nel sistema; lo facevano gli Stati nei loro rapporti reciproci accrescendo la liquidità internazionale; lo facevano le famiglie".

E le industrie?

I titoli delle industrie non sono a reddito fisso. Accrescono la liquidità quando circolando aumentano di prezzo, ma la diminuiscono quando si comportano in modo contrario. L'industria sembra uscire benemerita dalla questione, a parte la fregatura di piazzare azioni a prezzi inverosimili per poi ritirarle a prezzi stracciati.

Non è così, ovviamente. Prima nasce l'economia e poi il calcolo economico; prima l'industria e poi il surplus da gestire con la banca. La banca è figlia dell'industria e non viceversa, è al suo servizio, anche se qualche volta la strozza per troppo zelo.

La finanza nell'epoca dell'imperialismo è l'unica condizione per la sopravvivenza dell'industria.

Alchimie finanziarie senza sbocco

Un illuminante esempio tratto da un articolo sul Giappone dei giorni successivi al crack: "La chiamano zaitech, tecnologia finanziaria. È l'antica arte di far soldi con i soldi, portata ai suoi estremi sviluppi con operazioni incrociate su tutti i mercati del mondo [...] Fino a poco tempo fa esclusivamente o quasi dedite alla produzione, le maggiori imprese giapponesi si sono lanciate [...] per utilizzare il mare di liquidità in cui nuotavano con la crescita dello yen rispetto al dollaro e per cercare nuove fonti di profitti avendo ridotto gli utili industriali per conservare i mercati internazionali[...] piccoli gruppi di manager hanno portato a casa più soldi di tutta la forza-lavoro aziendale, in genere composta da decine di migliaia di persone [...] il 54% delle maggiori imprese quotate alla borsa di Tokio ha conseguito buona parte degli utili complessivi grazie alla zaitech". Ci sono anche delle cifre: Toyota 39,9% dei profitti complessivi ottenuti a quel modo, Nissan 68,7%, Sharp 76,1%, Mitsubishi 39,5%, Sony 87,5%, Sanyo 182,9%. Quest'ultima si dice salvata per il rotto della cuffia grazie alle alchimie finanziarie internazionali.

Le altre imprese dei paesi più industrializzati non sono certo da meno, ricordiamo per esempio le grosse perdite della Volkswagen proprio in operazioni di questo tipo sui cambi.

Fatta questa premessa, andiamo avanti affermando che:

1) - Non solo il crack dell'87 non è simile a quello del '29, ma nessuna crisi futura sarà paragonabile ormai a quelle passate. (Occorre continuare il lavoro incominciato con il nostro Quaderno n. 1).

2) - Il debito (pubblico e privato) e con esso la necessità di interventi statali per abbassare il costo del denaro sono elementi inscindibili da qualsiasi ulteriore sviluppo del capitalismo. In generale la "fascistizzazione" dell'economia è un dato permanente dell'epoca imperialistica dal 1929 in poi, in qualsiasi parte del mondo.

3) - I risvolti economici, politici e militari di tutta la questione sono quelli esattamente delineati dalla nostra corrente fin dal 1945 e da noi ripresi nel Quaderno suddetto. Il "lunedì nero", compresa la apparente indifferenza del mondo dopo che la paura si è allontanata, rappresenta un'ulteriore formidabile conferma del marxismo.

4) - È altresì dimostrata la fondatezza dello studio i cui risultati ci fecero affermare, nel primo dopoguerra, la necessità di lavorare traguardando verso "orizzonti non visibili", dato che il disastro sociale dovuto alla disfatta del partito della Rivoluzione non avrebbe permesso il ritorno ad una fase attiva di attacco della classe "prima di decenni". L'illusione di poter fare di più e più in fretta attraverso scorciatoie tattiche ha portato addirittura al sacrificio del partito.

Occorre garantire la continuità storica del marxismo, ormai rinnegato da tutti anche se stravincente sul piano della dimostrazione pratica.

Riprendendo il tema: crisi del capitalismo senile

Nel nostro Quaderno n. 1 ci siamo sforzati di mettere in luce quanto il marxismo, lungi dall'essere una dottrina "superata", sia invece del tutto in grado di spiegare i fenomeni del tardo capitalismo postindustriale.

Non abbiamo nessuna remora ad usare termini che di rigore non sono nostri.

Il fatto è che l'economia borghese e di conseguenza i suoi cantori, sono stati costretti ad ammettere una dopo l'altra le "categorie" marxiste, che, detto di sfuggita, non sono per nulla semplici categorie economiche ma veri e propri strumenti di indagine sullo sviluppo futuro dei rapporti umani. La descrizione dell'imperialismo come fase suprema del capitalismo è famosa in Lenin, ma non aggiunge nulla a ciò che già Marx aveva prefigurato. Così la sistemazione ulteriore dovuta alla nostra corrente non fa che ribadire, alla luce di nuovi sviluppi, la previsione marxista.

"Tardo capitalismo postindustriale" è una delle espressioni che a forza di usarle suonano come delle frasi fatte, ma è un riconoscimento del fatto che, come avevamo previsto, doveva finire l'epoca del quantitativismo produttivo, come doveva finire quella dell'accumulazione a ritmi crescenti. Imperialismo fase suprema del capitalismo non è solo un titolo di un opuscolo anticoloniale, ma un'affermazione scientifica: fase suprema, quindi ultima, fase dopo la quale non esiste modo pacifico di accumulare.

È anche un altro modo per affermare che il diagramma dello sviluppo sociale si presenta a cuspidi e non a sinusoidi, giusto un nostro testo troppo breve e forse per questo raramente capito (Il rovesciamento della prassi).

Qui è necessario soffermarci su quella che è stata interpretata come una contraddizione nei testi della Sinistra e che risulta invece un abbaglio di lettori poco attenti. Se non si comprende il legame stretto che esiste tra la concezione "catastrofica" espressa nel testo citato e l'analisi dello sviluppo a tassi decrescenti espressa nei Dialogati (e in molti altri testi di partito), vuol dire che non si è neppure compreso il legame stretto che c'è tra la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la teoria "catastrofica" della crisi di Marx. Proprio nel nostro primo Quaderno abbiamo tentato di dimostrare, sia analiticamente che con i fatti, questo legame indissolubile.

I compagni ricordano che quel lavoro ha avuto una preparazione collettiva durata più di un anno, con innumerevoli riunioni locali che sono sfociate in una riunione più vasta che aveva visto la partecipazione di compagni di più paesi.

Ora, quando lavori svolti indipendentemente fra loro (per via delle note vicende intercorse) vengono messi a confronto e rendono possibile un risultato unico, c'è un'alta probabilità che ci si trovi di fronte ad un lavoro organico, cioè condotto con lo stesso metodo di ricerca.

Nel nostro caso si è verificato che un lavoro di astrazione condotto sul modello matematico degli schemi di Marx veniva a combaciare perfettamente con lo sviluppo del tema condotto sui nostri testi e sui dati dell'economia reale e del corso dell'imperialismo.

La trappola per il lettore poco attento (non soltanto del nostro quaderno, ma di Marx e della Sinistra) sta nella differente forma della curva dello sviluppo sociale umano (forza produttiva) da quella dello sviluppo delle possibilità di valorizzazione del capitale (caduta tendenziale del saggio di profitto).

I diagrammi della contraddizione

Un nostro testo (Teoria e azione rivoluzionaria) dice: non esiste ramo discendente nella curva del capitale. Un altro (Dialogato con i Morti) invece afferma: la legge generale del rallentamento storico della crescita produttiva non è altro che l'espressione della legge della caduta del saggio di profitto; il tasso di profitto è proporzionale a quello dell'accumulazione. E ancora: l'indice delle variazioni annue della produzione industriale è specchio fedele delle variazioni del saggio di profitto.

La definizione di produttività sociale la troviamo in Marx: si tratta della capacità di mettere in moto sempre più capitale con sempre meno uomini. Questa è una contraddizione, non lo diciamo noi, lo dice Marx. La condizione essenziale per mantenere in vita il capitalismo è l'accumulazione. La condizione essenziale per accumulare è aumentare la produttività sociale. L'aumento della produttività sociale si ottiene con la sostituzione di impianti e macchine a uomini e comporta necessariamente l'appiattimento della curva del saggio di profitto.

Così, mentre la curva della produttività sociale si impenna con una cuspide, quella del saggio di profitto (o tasso di accumulazione o sviluppo economico, o indice della produzione industriale) si arrotonda in un sigmoide (da Sigma, curva ad esse).

Nella differenza fra le due forme di diagrammi è la contraddizione principale dello sviluppo capitalistico, la forma catastrofica del suo divenire.

Nelle discussioni che hanno punteggiato lo studio per il Quaderno n. 1 (e l'hanno seguito) ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di spiegare il fatto che i dati darebbero per discendente la massa del profitto e non solo il saggio. Questo, in presenza di normale accumulazione è escluso da Marx.

Una prima risposta parziale la troviamo in Engels, ripreso da Trotzky e riportata nel Quaderno: quando si parla di accumulazione si parla di un ciclo che è rapportato al tempo solo per comodità descrittiva. In effetti non si può dire se il ciclo di accumulazione di un determinato ramo di industria corrisponda esattamente ad un anno. Resta il fatto che la stessa legge della caduta del saggio di profitto obbliga ad accorciare il ciclo se non altro come controtendenza. Infatti i bilanci industriali conteggiano a base annua e non tengono certo conto se in un anno vi sono uno o più cicli di rotazione del capitale. Però, se due cicli offrono una certa massa di plusvalore, è certo che un ciclo ne produce la metà. Il calcolo a base annua inganna rispetto al calcolo sul ciclo di accumulazione.

Una prima conclusione è dunque la seguente: può discendere oltre che il saggio anche la massa del profitto (plusvalore) a patto che il ciclo di accumulazione si accorci. Engels e Trotzky osservano infatti che i tempi fra una crisi e l'altra si accorciano, e che i lunghi periodi di boom intervallati da gravi crisi acute lasciano il posto a corti periodi di stentata accumulazione intervallati da piccole recessioni ad andamento cronico.

Questa spiegazione soddisfa una domanda ed è coerente con l'osservazione diretta delle cose, ma non è ancora una proposizione scientifica.

La spiegazione scientifica la troviamo in Marx, là dove dimostra perché la massa del profitto (plusvalore) deve crescere anche se il saggio decresce.

Altrimenti il capitale cessa di esistere come tale.

Alla ricerca di espedienti

Nel tredicesimo capitolo del terzo libro del Capitale, Marx fa uno dei suoi soliti esempi sulla base di un saggio di plusvalore classico del cento per cento (metà v e metà pv, metà tempo di lavoro necessario, metà pluslavoro).

Prende un'aliquota del capitale su cui si calcola il saggio di profitto e la rapporta a 100. Su questi 100, in una bassa composizione organica siano 60c + 40v.

Con un saggio di sfruttamento (saggio di plusvalore) del 100% abbiamo un profitto (pv) di 40. Se innalziamo la composizione organica, senza nel frattempo innalzare il saggio di sfruttamento, avremo una diminuzione assoluta di plusvalore: 70c + 30v = 30 di plusvalore o profitto; 80c + 20v = 20 di profitto, eccetera.

In questo caso il saggio di profitto cade nella stessa misura della massa.

Ma il capitalista vuole mantenere la sua massa di profitto, vuole anzi aumentarla, anche se il saggio diminuisce. Per le sue tasche è meglio guadagnare 20 su mille che 10 su cento. Ma torniamo ai numeri di Marx. Poniamo il capitale 100 = 80c + 20v con un profitto di 20pv.

Voglio portare il profitto a 40pv. Se il saggio di sfruttamento resta invariato devo portare anche la forza-lavoro a 40. Il saggio di profitto sarà ora non più 20%, ma 33,3%. La massa raddoppia, il saggio aumenta poco più di una volta e mezza. E già qui si vede che massa e saggio si muovono in misura differente. In realtà il capitalista farà un'operazione diversa. Tenderà a risparmiare capitale e ad aumentare il saggio di sfruttamento. Così avremo: 80c + 20v con plusvalore di 40. Saggio di sfruttamento = 200%; massa del profitto uguale 40; saggio di profitto = 40%.

In questo modo contribuisce ad aumentare la forza produttiva della società e avrà maggiori capitali da reinvestire. Supponiamo che reinvesta tutto il plusvalore. Avendo raggiunto un saggio di sfruttamento del 200%, come dovrà ripartire fra gli iniziali 80c e 20v i 40pv per ottenere una massa di plusvalore poniamo di 50?

Risposta: 140 = 115c + 25v. Saggio di sfruttamento invariato (200%); capitale costante aumentato del 43%; capitale variabile aumentato del 25%; massa del plusvalore aumentata del 25%; saggio di profitto diminuito al 35%. Osserviamo adesso in che situazione si trova il grande capitale. L'accumulazione primitiva è finita da un pezzo; i mercati interni ed esteri, un tempo stimolo formidabile alla produzione, diventano oggetto di contesa per una produzione ormai esorbitante; la concorrenza e gli stessi meccanismi del Capitale hanno portato alle estreme conseguenze l'aumento della produttività sociale del lavoro, mai come oggi sempre meno uomini mettono in moto sempre più capitale; il mondo è ormai una unità capitalistica integrata, un terreno di guerra per la spartizione dei potenziali mercati su cui si combattono capitalismi che hanno a disposizione le stesse tecnologie e gli stessi standard di produzione e di sfruttamento. Quali sono le variabili nella formuletta di Marx?

Non, sicuramente, la produttività sociale (pv/v) e neppure il saggio medio di profitto.

Si può giocare sulla massa del profitto, sul capitale sociale, sul numero degli operai.

Aumentare il numero degli operai significa abbassare il saggio di sfruttamento e ciò, oltre ad essere antistorico, è antieconomico perché, rimanendo immutate le altre circostanze, fa abbassare il saggio e la massa del profitto. Aumentare la massa del profitto è possibile soltanto aumentando il capitale o diminuendo il numero degli operai, ma abbiamo detto che il saggio di sfruttamento è dato dal livello della raggiunta produttività sociale, quindi anche al di sotto di un certo limite non si può andare.

Del resto anche l'aumento del capitale non è una variabile indipendente. Per esempio con saggio di profitto dimezzato, per avere la stessa massa di plusvalore occorre raddoppiare il capitale. Se per via della crisi il capitale non riesce a valorizzarsi ecco che allora il meccanismo si inceppa: se il capitale non raddoppia, la massa del plusvalore scende. Ma questo significa che il capitale non è più capitale.

Il circolo vizioso non è affatto solo apparente: oggi è la realtà quotidiana. Ne risulta che arrivati allo stadio supremo del capitalismo, ogni tentativo di risolvere il problema della caduta del saggio di profitto o del mantenimento della massa, si traduce in un aggravamento così pesante delle condizioni di accumulazione per cui può succedere al capitale di non valorizzarsi più, di giungere persino a una diminuzione della massa del plusvalore nel suo ciclo.

Se infatti partiamo non più da una situazione in movimento verso nuovi sbocchi, ma da una situazione sclerotica e paludosa in cui un immenso potenziale produttivo si scontra contro un mercato comatoso, i dati si possono dialetticamente rovesciare.

In presenza di difficoltà nella valorizzazione, il ciclo di accumulazione invece di accorciarsi si allunga e la misura, operata sull'unità di tempo costante dà una diminuzione della massa del plusvalore. Se questa situazione si protraesse per molti anni, il Capitale dovrebbe trovare una via d'uscita, per esempio una guerra mondiale, cioè la distruzione in massa di merci e capitale costante. Con ciò verrebbe anche eliminato temporaneamente il problema della sovrappopolazione relativa.

Ricordiamo che può coesistere una diminuzione relativa del numero degli operai e del profitto con un loro aumento assoluto, solo alla condizione di "un aumento del capitale totale in progressione più rapida di quella in cui scende il saggio di profitto".

"Se il capitale variabile costituisce appena un 1/6 del capitale totale invece di 1/2 come prima, per occupare la stessa forza-lavoro il capitale deve triplicarsi, ma per occupare il doppio di forza-lavoro deve aumentare di 6 volte".

Appare chiaro che, in queste condizioni, se per esempio il capitale non riesce ad applicarsi in quella misura, vi saranno immediate ripercussioni negative sia sull'occupazione che sulla massa del profitto.

Ciò che succedeva nelle crisi acute per dare fiato ad un nuovo ciclo di accumulazione, sembra diventato l'assillo costante del capitale giunto a questa fase.

Taylor e Marx

I crolli di borsa e l'apparente noncuranza con cui sono affrontati dalla società sono un sintomo sicuro della cronicità raggiunta dalla malattia.

Il debito pubblico, in quanto distruttore di capitali che finiscono in servizi non produttori di nuovo plusvalore, è la voragine in cui si precipita il capitale esuberante che non trova più la via della produzione.

Invertendo il cammino fatto nella sua storia, il capitale si sottrae all'indispensabile girone infernale dell'accumulazione e obbliga gli altri parametri ad abbassarsi, compreso quello della massa del profitto, il più importante nella lotta per la sopravvivenza storica contro l'inesorabile legge della caduta del saggio.

Con questo ribadiamo che il 1929 non è più possibile e ogni paragone è fuori luogo.

Il crack del '29 accade al culmine di un periodo di prosperità senza precedenti per il capitale americano. Ovviamente per il capitalismo "prosperità" significa aumento di quegli elementi che contribuiscono ad accrescerne il potere sociale.

La massa della produzione cresce dal 1921 al 1929 di quasi il doppio, una performance di tutto rispetto anche per epoche di accumulazione sfrenata, qualcosa come il triplo o il quadruplo della media attuale dei paesi meno asfittici.

Dal 1926 in tre anni la produzione di automobili passa da 4,4 milioni di unità annue a 5,5 milioni.

È l'epoca della scoperta e dell'applicazione su larga scala del taylorismo, cioè dell'organizzazione scientifica del lavoro.

Che significa in termini marxisti?

Taylor di fronte alla commissione d'inchiesta che lo interrogava sull'introduzione dei nuovi metodi, dimostrò che questi non provocavano affatto la disoccupazione e non implicavano la concorrenza sleale tra imprenditori, ma acceleravano il ritmo di accumulazione: c'era un mercato ricettivo alle nuove possibilità della produzione.

Un buon mezzo secolo prima delle ricerche empiriche di Taylor, Marx aveva stabilito che il Capitale, bloccato dall'impossibilità di aumentare a piacimento la giornata lavorativa, trovava uno sblocco nell'introduzione di metodi sempre più perfezionati di lavoro per aumentare l'estorsione di plusvalore.

Chiamò plusvalore assoluto quello che deriva da più tempo di lavoro, plusvalore relativo quello che deriva da una migliore organizzazione, nuove macchine, nuovi tempi e metodi. Questa è la base per l'introduzione del macchinismo e per l'allargamento della scala della produzione in quella spirale dantesca che porta il Capitale alle sue massime contraddizioni. L'aumento della forza produttiva sociale è il punto di partenza e insieme il punto di arrivo di tutto ciò che concerne la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Nel 1929, a fronte di un quasi raddoppio della massa della produzione, c'è un aumento del numero di operai limitato al 32% e, altro fatto importantissimo, un aumento del salario medio ancora inferiore: 20%. La causa del boom economico del primo dopoguerra americano è quindi tutta da ricercare in uno degli ultimi sprazzi della vitalità del capitalismo occidentale. L'imprenditore riesce ancora a risparmiare sul capitale costante, ricavando plusvalore relativo non dall'aumento sproporzionato della massa di capitale che ogni operaio riesce a mettere in moto, ma dal semplice utilizzo più razionale di ciò che già è a sua disposizione. Aumentare lo sfruttamento senza essere costretti a variare la composizione organica del capitale è il sogno di ogni capitalista, sogno messo a ragione da Marx nel capitolo sulle controtendenze alla caduta del saggio di profitto. In certe condizioni storiche il sogno si avvera. Resta da vedere quali sono queste condizioni e quanto realisticamente possano riprodursi.

Nel 1929 la speculazione assunse delle forme acute, ma essa si innestava su un andamento in ascesa, amplificandolo. L'indice dei titoli variò dal 1924 all'agosto 1929 del 430% in più, crollando precipitosamente quando la speculazione avvertì le prime difficoltà.

La causa della crisi non va ricercata nella speculazione, come ormai riconoscono tutti, ma nella fine del ciclo favorevole. Il vulcano produttivo si riversava in un mercato che incominciava a diventare paludoso.

Keynes, Roosvelt e la guerra salvatrice

Del resto le analisi degli economisti del tempo non furono sbagliate del tutto.

La capacità produttiva era effettivamente superiore alla capacità di consumo della maggior parte della popolazione, la politica protezionistica evitava l'introduzione di merci straniere, ma per contraccolpo faceva subire il boicottaggio alle merci americane. In quel periodo le cose erano rovesciate rispetto ad oggi: il mercato estero era più importante per gli Stati Uniti che quello americano per gli stranieri. Quello che risultò completamente sbagliato fu l'intervento nel tentativo di risolvere la crisi. Ma in quel periodo Keynes era considerato non solo un po' strambo, ma anche pericoloso, quasi "comunista". Così la reazione alla crisi fu quella di prendere i classici provvedimenti tesi ad accrescere il profitto tramite il supersfruttamento e l'innalzamento di barriere difensive. Provvedimenti che aggravarono la crisi invece di alleviarla. Dato che il credito aveva raggiunto livelli altissimi, vi furono restrizioni. Perciò ben novemila banche fallirono. Dato che sembra ragionevole in questi casi una politica di sacrifici e di privazioni, gli addetti ai lavori reputarono saggio abbassare i salari, limitare i consumi, aumentare le tasse. Perciò nel 1933 un quarto della popolazione attiva degli Stati Uniti era senza lavoro e il famigerato Prodotto Nazionale Lordo era calato di un terzo. Keynes prese posizione pubblica e alla fine scrisse direttamente a Roosvelt la famosa lettera poi pubblicata dal New York Times: "Insisto decisamente sull'aumento del potere di acquisto nazionale derivante da spese pubbliche finanziate mediante prestiti".

Non accadde nulla. Un anno più tardi Roosvelt e Keynes ebbero un colloquio faccia a faccia. Non accadde nulla di nuovo, mentre nel frattempo la crisi peggiorava. Il governo americano varò la famosa National Recovery Administration, un ente per la promozione dei lavori pubblici. Keynes la considerò una goccia nel mare e nel 1936 pubblicò la sua Teoria Generale. Gli economisti lessero il libro e decisero che era tutto sbagliato. Un deficit di bilancio poteva verificarsi, ma teorizzarlo come cosa in sé buona pareva una stramberia inglese.

Nel 1937 non solo non era passata la Great Depression, ma se ne profilava un'altra ancora peggiore. Furono presi dei provvedimenti piuttosto blandi in senso keynesiano (il New Deal non era mica una rivoluzione). Ma ancora nel 1939 non si era risolto niente. Ci pensò la guerra a risolvere le cose in senso veramente keynesiano: mentre pochi miliardi in opere pubbliche erano sembrati eccessivi o addirittura inutili negli anni precedenti, moltissimi miliardi in spese militari furono ritenuti di colpo indispensabili. Nel 1939 era disoccupato ancora il 17% della forza-lavoro: nel 1942 c'era scarsità di manodopera e le fabbriche giravano a pieno ritmo. L'accumulazione era ripartita a razzo dopo più di dieci anni di vacche magre.

Molti anni prima, senza aspettare l'uscita della Teoria generale, in modo del tutto pragmatico, Fascismo e Nazismo avevano applicato alla lettera la prescrizione keynesiana. Dopo la guerra gli Stati Uniti misero in pratica un'altra raccomandazione di Keynes: invece di infierire sui vinti come avevano fatto le potenze europee dopo la guerra precedente, li aiutarono addirittura in misura mai vista. Il Piano Marshall fu la logica prosecuzione delle politiche scaturite dalle necessità del capitalismo stramaturo. Il Fascismo aveva perso militarmente ma vinceva economicamente e politicamente. Prima, nel 1944, Keynes era a Bretton Woods per mettere le basi delle nuove politiche economiche del dopoguerra: erano nati la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, vale a dire gli strumenti per una politica keynesiana planetaria. L'oro era valutato in dollari (32 l'oncia), la sterlina in oro. Passate le restrizioni del tempo di guerra, la sterlina sarebbe diventata perfettamente convertibile in dollari. Keynes in persona negoziò un prestito per qualche miliardo di dollari e si dovette stabilire la nuova parità. Questioni di prestigio portarono il cambio sterlina-dollaro a un livello sproporzionatamente favorevole alla moneta inglese e in questo modo tutti i possessori di sterline praticamente inconvertibili se ne sbarazzarono acquistando un mucchio di dollari. Speculatori, cambisti neri e trafficanti vari, non escluse le banche, dettero il colpo di grazia all'impero della sterlina e il via alla creazione del più gigantesco debito inesigibile della storia: i dollari che circolano fuori dagli Stati Uniti e che non vi ritorneranno mai.

I piccoli negli anni che seguirono non tarderanno a imparare la lezione: lo sviluppo industriale a tutti i costi comporterà una generalizzazione del debito a scala mondiale in un carosello senza limiti.

La questione del debito

Le precedenti veloci note sulla storia dell'economia capitalistica dopo la grande crisi del '29 dovrebbe rendere chiaro il fatto da noi messo in apertura del Quaderno n. 1: le crisi non sono corsi e ricorsi, ma un unico percorso accidentato in salita, verso quella cuspide che rappresenta la soluzione catastrofica dell'intera società capitalistica. La crisi di borsa è crisi del valore di titoli che salgono secondo aspettative di valorizzazione slegate da ogni parametro di valore come noi lo intendiamo. Il debito pubblico si manifesta attraverso gli stessi meccanismi, con la differenza che non vi è oscillazione esasperata sul valore nominale dei titoli. Ma il risultato non cambia. Sentiamo che cosa dice Marx in un passo particolarmente adatto a sottolineare il significato del debito pubblico: "Lo Stato deve pagare ogni anno ai suoi creditori una certa somma di interessi per capitale ricevuto in prestito. Qui il creditore non può disdire l'impegno assunto, ma può vendere il credito, il titolo di proprietà su di esso. Il capitale in quanto tale è stato divorato, speso dallo Stato: non esiste più. Tutto ciò che il creditore dello Stato possiede è: 1) un titolo di credito sullo Stato; 2) il diritto, derivante da questo titolo, ad una certa somma, poniamo il 5%, prelevata sulle entrate statali, cioè sul gettito annuo delle imposte; 3) la possibilità di vendere il titolo di credito come meglio crede ad altre persone [...] In tutti questi casi il capitale di cui il versamento compiuto dallo Stato è considerato il rampollo (interesse), resta capitale illusorio, fittizio. Non è soltanto che la somma prestata allo Stato non esiste più. È che non è mai stata destinata a essere spesa, investita come capitale; e solo grazie al suo investimento come capitale si sarebbe potuta convertire in valore che si conserva [...] Per quanto possano moltiplicarsi queste transazioni, il capitale del debito pubblico resta un capitale puramente fittizio e, non appena i titoli divenissero invendibili, l'apparenza di questo capitale svanirebbe. Ciò non toglie che questo capitale fittizio abbia il proprio movimento [...] D'altronde in generale il capitale produttivo di interessi è padre di ogni sorta di forme assurde, cosicché, per esempio, nel modo di ragionare del banchiere i debiti possono apparire come merci".

Tanto per dare un esempio attuale di questa politica ormai non considerata così assurda ma normalissima, ecco le cifre comunicate dalla Merryl Lynch (che tra l'altro dopo il crack ha licenziato 2000 funzionari) per le transazioni che avvengono sulla base del debito estero di alcuni famosi paesi debitori: le banche vendono i loro crediti verso l'Argentina a un terzo del loro valore pur di disfarsene, quando ancora l'anno prima (1986) li vendevano ad almeno due terzi. I debiti del Messico sono trattabili ad un 47% del loro valore originario, quelli del Brasile al 38% (1986 = 73%): i debiti colombiani hanno maggior mercato, 73% del valore nominale, ma quelli del Perù si possono acquisire addirittura al 6%. Le cifre sono sull'Economist del 24 ottobre 1987.

Vediamo di trarre un significato dal nostro punto di vista di questa paradossale svendita di debiti.

Intanto notiamo che il tanto sbandierato debito dei paesi del terzo mondo non è di tot centinaia di miliardollari, ma molto meno in termini reali. Che cosa è successo?

Sopravvivere a forza di debito

Il Perù, poniamo, si presenta a una banca americana e chiede un prestito firmando l'equivalente di un mazzo di cambiali. Per un certo numero di anni la banca riscuote il suo interesse. La cambiale è un titolo vendibile e quindi, non appena si presenta un'occasione favorevole, la banca se la fa scontare in una successiva transazione ricevendone in cambio altro denaro. Nello sconto della cambiale riceve ovviamente meno del valore nominale, ma ha il liquido disponibile subito e nel frattempo ha intascato gli interessi. Siccome il mondo delle banche si avvicina più a quello dei lupi mannari famelici (Marx) che non a quello di sprovvedute educande, possiamo immaginare che nel processo di circolazione del debito peruviano le banche non ci hanno rimesso. Se le cambiali circolano di banca in banca per un sufficiente numero di anni, di sconto in sconto e rinegoziando nel tempo il debito, un drastico abbattimento del valore di facciata non è poi così strano.

Nel frattempo i produttori di plusvalore peruviani hanno sgobbato per accrescere il capitale internazionale. Il debito può essere cancellato tranquillamente quando sia servito a prelevare plusvalore sufficiente per un certo periodo. Infatti è recente la notizia di una grande banca americana che ha deciso di cancellare unilateralmente i suoi crediti verso i paesi cosiddetti insolventi.

È vero che l'insaziabile appetito di capitale addizionale porta qualche banca a operazioni rischiose, tanto da rimetterci qualche penna, ma nel complesso non si capirebbe perché, nonostante il continuo piagnisteo sugli insolventi, si continui non solo a rinegoziare i debiti vecchi, ma ad aprirne continuamente di nuovi. Questo non succede affatto solo tra banche di paesi sviluppati e paesi del cosiddetto terzo mondo.

Il fatto è che buona parte dell'umanità è costretta a un superlavoro da schiavi per mantenere questo lucroso sistema dei debiti.

Il sistema mondiale del debito, interno od estero poco importa, lungi dal rappresentare un penoso inconveniente, è ormai la base irrinunciabile sulla quale si fonda la sopravvivenza del capitalismo.

Questo fenomeno oltre che essere assolutamente irreversibile non è neppure nuovo. È noto a tutti i compagni che la Sinistra condusse una fiera battaglia contro la linea populista del PCI, dimostrando che il fascismo non era affatto un rigurgito di passato con radici nel latifondo medievaleggiante, ma un fenomeno legato alle necessità del modernissimo capitale urbano e agrario. In questa battaglia la nostra corrente ha dimostrato una volta per tutte che addirittura il capitalismo nasce statale e dirigista ben prima dell'accumulazione originaria manifatturiera. La Sinistra pone l'origine delle prime manifestazioni capitalistiche all'epoca dei Liberi Comuni e alle Repubbliche Marinare, e non solo per paradosso polemico.

Non facevamo altro che riprendere Marx. Infatti troviamo gli stessi temi per esempio nel ventiquattresimo capitolo (par. 6) sotto il titolo La cosiddetta accumulazione originaria del primo libro del Capitale.

In poche parole all'inizio viene individuato il percorso attraverso il quale incomincia a grandeggiare il debito pubblico, cioè il debito di Stato. Marx richiama il Medioevo, le Repubbliche di Genova e Venezia, l'allargamento del fenomeno all'Europa intera al nascere delle prime manifatture, le scoperte geografiche e le prime colonie, la necessità di armare flotte potenti, sostenere guerre commerciali sulle loro rotte.

Il debito pubblico è definito come "una delle leve più energiche dell'accumulazione originaria", un fenomeno che "ha fatto nascere il gioco di Borsa e la bancocrazia moderna".

Valorizzazione col fiato corto

Nel capitolo in esame viene presentato lo schema di successione dei vari imperialismi basato sulla decadenza di certe aree e sulla vitalità di altre, eredi di flotte, colonie e traffici, ma soprattutto di capitali che si sono mossi dalle aree pletoriche verso quelle carenti.

Venezia decadente presta capitali all'Olanda intraprendente sugli oceani. L'Olanda presta all'Inghilterra, quest'ultima agli Stati Uniti. Proviamo a chiudere il cerchio: dopo le due guerre mondiali gli Stati Uniti prestano all'Europa e al Giappone; ora Europa e Giappone prestano agli Stati Uniti attraverso il debito pubblico americano: ma gli Stati Uniti non sono terreno vergine per il capitale esuberante della vecchia Europa!

Il cerchio si chiude male: è piuttosto un circolo vizioso che vede una grande circolazione di capitali esuberanti alla ricerca affannosa di una valorizzazione che trovano sempre più a fatica. Non ci sono aree sufficientemente ricettive e potenzialmente paragonabili a quelle della successione storica di Marx.

"Con il debito pubblico è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell'accumulazione originaria di questo o di quel popolo". Marx si riferisce per esempio ai prestiti di Venezia che favoriscono l'accumulazione originaria della potenza emergente olandese. Gli interventi odierni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, organismi sproporzionatamente potenti di fronte ai privati banchieri veneziani del XVII secolo, al massimo possono governare la disastrosa accumulazione di piccoli paesi sull'orlo del fallimento richiedendo sacrifici bestiali a intere popolazioni: il comitato d'affari internazionale delle più grandi potenze mai esistite, più impotente di un piccolo mercante da recita scespiriana.

Il capitale in epoca tardo-imperialistica ha provocato una specie di veloce accumulazione originaria in quei paesi che si sono presentati in ritardo sulla scena dell'industrializzazione, ma lo ha fatto localmente, potendo tutt'al più creare delle aree industrializzate circoscritte che si basano sullo sfruttamento delle condizioni di fame e miseria. Non si tratta più della tumultuosa accumulazione originaria classica, quella delle vecchie potenze imperialistiche, ma di un nuovo fenomeno indotto che non riesce a coinvolgere gli immensi e popolati paesi d'Asia e d'Africa.

Non appena il nuovo venuto raggiunge un minimo di sviluppo, ecco che diventa oggetto delle attenzioni del capitale più vecchio. Quest'ultimo non ha tempo di aspettare una vera industrializzazione e dà il via alla invasione finanziaria. Gli Stati Uniti esportano ormai beni per il 60% e servizi per l'altro 40%. L'Inghilterra decrepita è metà e metà, gli altri paesi seguono a ruota, meno Giappone e Germania che sono attestati su un 20-30%. Servizi, cioè gestione e controllo a pagamento dei soldi altrui, di plusvalore prodotto ed estorto da altre parti. Tangente che il capitale fresco deve pagare ai morti.

Il "lunedì di sangue" conferma formidabile del marxismo

Al di là del truculento appellativo affibbiato dai pennivendoli al crollo di ottobre, nulla è successo di paragonabile al 1929 sul teatro delle reazioni patologiche degli umani possessori di quattrini.

Non ci sono state ondate di risparmiatori agli sportelli delle banche a ritirare i depositi, né ci sono stati autoammazzamenti in grado di modificare le normali statistiche della felicità capitalistica specie americana. Eppure i possessori di azioni che nel 1929 erano quattrocentomila, nel 1987 erano più di quarantotto milioni. Il crollo attuale è il doppio in percentuale di quello del '29, il numero di titoli trattati infinitamente superiore. Oggi in America tutto è quotato in borsa. Come si spiega questa apparente indifferenza di fronte a un fenomeno che in altri tempi avrebbe fatto tremare il mondo?

Non si tratta di indifferenza, infatti. I grandi titoli sui giornali sono solo il riflesso della tendenza a far paragoni con il passato, non scaturiscono da un reale terrore dell'apocalisse. Il capitalismo non perisce per un crollo a Wall Street e questo ormai si sa anche in campo avversario. Lo strombazzare è finito in fretta non solo e non tanto per l'esaurirsi del ribasso e il recupero delle maggiori piazze, ma per via del fisiologico funzionamento del capitale, che non trova più in borsa il tempio della sua esaltazione mistica, bensì un semplice canale fra i tanti in cui la ricerca del massimo profitto si riduce al contentarsi di quello che Marx chiama "una specie di interesse". Nell'ambiente del moderno capitale si affievolisce sempre più la differenza tra il capitalista finanziario e il capitalista industriale. La stessa persona o lo stesso gruppo d'affari riuniscono entrambe le figure.

Sam Walton, uno dei più ricchi americani, rispose con sufficienza a un giornalista dopo aver perso una cifra enorme: "Era carta quando la faccenda è cominciata, è ancora carta, dopo tutto". La battuta rispecchia una realtà tremenda per il capitale: il grande capitalista manovra cifre che rappresentano valorizzazioni fittizie. Quando sono svalorizzazioni sono altrettanto fittizie, l'infarto è escluso, il volo dalla finestra un ricordo romantico d'altri tempi. Ma l'apparente distacco suona come il cicalino monotono di un encefalogramma piatto da coma.

Tende a sparire la differenza fra il profitto medio, il sovrapprofitto e l'interesse perché ogni capitalista o gruppo d'affari è nello stesso tempo debitore e creditore in quanto finanziere; fruitore di profitto e pagatore d'interessi in quanto imprenditore industriale.

"Con il progredire della produzione capitalistica, che va di pari passo con una accumulazione accelerata, una parte del capitale viene calcolata e impiegata solo come capitale produttivo d'interesse", dice Marx, (Il Capitale, Libro III cap.XIV.6) e precisa: "non nel senso che ogni capitalista che dà a prestito capitale si accontenti degli interessi, mentre il capitalista industriale intasca l'utile d'impresa, ma nel senso che, dedotte tutte le spese, questi capitali, benché investiti in grandi imprese produttive, non fruttano che grandi o piccoli interessi, o, come si chiamano, dividendi". È un vero peccato che nel testo a un certo punto si dica: "Per ora non è possibile indagare più a fondo". Tutti vedono che l'eccezione del tempo è ora la regola; sarebbe stato veramente interessante avere questa indagine approfondita. Ma dal testo di Marx ne sappiamo abbastanza per andare oltre. Queste imprese sono talmente grandi che in esse il capitale costante ha superato in grandezza il capitale variabile. I giganti industriali sono il frutto del raggruppamento di tanti piccoli capitali individuali gestiti da comitati anonimi, vere anticipazioni del capitale collettivo che poi assumerà anche forme statali esasperate.

Credito, ovvero l'obolo di Pantalone

Quando il capitalista industriale si fa imprestare capitali per ampliare la sua intrapresa, esso deve detrarre dal profitto industriale un interesse da restituire al prestatore. Quando il profitto lordo di questo capitalista, osserva Marx, è uguale al profitto medio, l'utile d'impresa è determinato esclusivamente dal saggio d'interesse. Quando il sistema del credito generalizza all'intera società la forma pubblica del capitale (ovviamente anche nelle imprese cosiddette private), l'utile generale è determinato dal saggio d'interesse generale, il profitto medio si adegua all'interesse medio, si annulla la differenza fra il percepire un profitto industriale e un interesse qualsiasi purché allo stesso livello.

Marx osserva che in questo modo sparisce la presunta capacità del capitale di generare valore di per sé con la forma interesse, ma lascia intravedere ben altri sviluppi in una nota a margine che giustamente Engels integra nel testo. Dice: "Appunti per ulteriore elaborazione. Una forma particolare del credito: quando il denaro funge da mezzo di pagamento invece che di acquisto, la merce viene alienata, ma il suo prezzo si realizza solo più tardi". Il processo classico Denaro-acquisto merce-più Denaro, cioè l'acquisto come mezzo della vendita, diventa ora vendita come mezzo per l'acquisto. Come nel caso della produzione e del mercato (mercato che permette di creare una maggior produzione, maggior produzione che non trova più mercato e deve crearselo), vi è un'inversione storica non più raddrizzabile. Il denaro dato per favorire l'ulteriore accumulazione si tramuta temporaneamente in titolo di credito che il creditore può adoperare a sua volta come mezzo di pagamento fino a quando la generale "compensazione dei titoli di credito sostituisce il denaro".

Lo Stato diventa il primo fautore della compensazione generale fra titoli di credito; attraverso di esso il capitale, liberatosi dei possessori individuali e diventato elemento anonimo e collettivo, si disfa del denaro sostituendolo con un semplice conteggio del valore, una generale compensazione fra titoli, o addirittura fra semplici scritture contabili. Questo lo può toccare con mano ogni possessore di un banalissimo conto corrente su cui deposita il salario, usabile tra l'altro come titolo scambiabile con merce il cui pagamento può essere garantito con il pegno di mesi od anni di lavoro a venire.

Il fatto è diventato capillare, sociale nel vero senso del termine. Masse di possessori di capitale o anche solo di piccolo risparmio sulla propria pelle portano il loro obolo al grande sistema del credito, che pensa a smistare il mucchio raccolto verso i tormentati sentieri della difficoltosa accumulazione odierna.

Se Marx osservava giustamente che molto del capitale necessario alla prima accumulazione veniva da ciò che lo Stato raccoglieva presso la società (il capitale polverizzato altrimenti inutilizzabile), ora dobbiamo osservare che l'accumulazione attuale non può più fare a meno di questa forma. Il capitalismo diffuso, come lo chiamava Schimberni, è la condizione di sopravvivenza del sistema borghese. La contestazione a questa formula non era nella sostanza, ma su chi doveva controllare quelle che abbiamo chiamato le "imprese economiche di Pantalone". "Sul continente europeo", dice Marx, "il processo è stato molto semplificato sull'esempio di Colbert. Quivi il capitale originario dell'industriale sgorga in parte direttamente dal tesoro dello Stato". E cita Mirabeau: "Perché andare a cercare così lontano la causa dell'esplosione manufatturiera in Sassonia prima della guerra! 180 milioni di debiti fatti dal sovrano!".

Ecco la Reaganomics, altro che liberismo. Nel decennio '70-'80 il tasso di crescita del debito federale americano è inferiore, anche se di poco, al tasso di crescita del Prodotto Lordo. Dall'81 in poi il debito federale incomincia a crescere più del Prodotto Lordo. Nel 1981 quest'ultimo cresce solo del 3,2% e il debito pubblico passa, raddoppiando l'incremento, al 19,4% di crescita rispetto all'anno precedente. Nel 1983 il Prodotto Lordo cresce del 10% dimostrando di aver apprezzato l'iniezione di denaro, ma negli anni successivi l'economia non reagisce più, segno che neanche queste grandiose trasfusioni ormai hanno effetto. Nel 1983 il deficit cresce ancora del 18,8%. Nel 1984 cresce del 17%, ma il Prodotto Lordo cresce solo del 9. Nel 1985 il debito cresce ulteriormente del 16,2%, ma il Prodotto Lordo si ferma ad una crescita del 5,4. Interessante notare che l'indebitamento delle famiglie ha un corso più o meno simile. Il tutto significa che l'economia assorbe la massa monetaria, che però finisce in consumo e non in investimenti. Infatti nell'ultimo periodo si ingigantisce anche il deficit commerciale. I milioni di cui parlava Mirabeau sono stati spesi male. Da dove venivano questi milioni disponibili per lo sviluppo industriale? Dalle imposte: "Il sistema tributario moderno è diventato l'integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali", dice Marx.

Il sistema tributario moderno è diventato, aggiungiamo, il puntello parallelo al sistema generale di raccolta di capitale "che si è reso libero nella società" per indirizzarlo alla fabbricazione di profitto. Il profitto medio è calato, non solo per via della legge inesorabile della sua caduta tendenziale, ma anche perché è diventato in generale quell'interesse medio che Marx ancora non classificava insieme al restante profitto industriale "perché fornisce un saggio di profitto inferiore alla media" e, se vi entrasse, "il saggio medio di profitto scenderebbe ancora di più. In teoria se ne potrebbe tener conto, ma così si otterrebbe un saggio di profitto inferiore a quello che apparentemente esiste e che, per i capitalisti, è veramente decisivo" (Il Capitale, Libro III cap. XIV.6).

Il supplizio etrusco

In questi appunti veloci che egli stesso vorrebbe approfondire, Marx sembra in difficoltà di fronte alla potenza intravista; nei capitoli successivi qua e là ritorna sul tema e in fondo lo risolve anche senza affrontarlo direttamente. Il Capitale era già studiato in tutte le sue caratteristiche e non avrebbe in seguito dato vita a forme nuove e impreviste.

Per dare un'idea dell'unità dell'opera scientifica vediamo che nel Primo libro del Capitale, dato alle stampe nella redazione definitiva, la questione del divenire dell'accumulazione che abbiamo attinto dal Terzo incompiuto, è risolta politicamente, segno che il problema non era affatto comparso per caso e che attendeva una più completa esposizione e soluzione.

Marx intitola l'ultimo sottocapitolo dell'accumulazione originaria Tendenza storica dell'accumulazione. Si avverte l'importanza del tema. L'accumulazione non è un fatto accidentale nella storia del capitalismo. Dalle sue premesse possiamo intravedere scientificamente il suo divenire e la sua fine. Dice Marx: "Appena questo processo di trasformazione ha decomposto a sufficienza l'antica società in profondità e in estensione, appena i lavoratori sono trasformati in proletari e le loro condizioni di lavoro in capitale, appena il modo di produzione capitalistico si regge su basi proprie, assumono una nuova forma la ulteriore socializzazione del lavoro e l'ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente cioè in mezzi di produzione collettiva e quindi assume una forma nuova anche l'ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai".

Le sottolineature sono di Marx. Al tempo dell'Antidühring Engels dava già per iniziato il processo materiale di esproprio dei capitalisti: "La classe borghese è ormai una classe inutile", sostituita nelle sue funzioni da personaggi stipendiati. E la Sinistra: dimostrata la sua inutilità e la sua transitorietà, il capitale ha con questo "dimostrato la sua non esistenza", la necessità di sgomberare la scena per altre forme sociali.

Da Marx, o se vogliamo dall'Antidühring è passato più di un secolo e tutto ciò è perfettamente in linea con la previsione.

Se nel 1929 le ferite dovute all'accumulazione provocavano ancora sussulti di una certa vitalità nella bestia morente, oggi ferite ben più gravi vengono assorbite dal corpaccio in stato comatoso irreversibile.

Certo il cadavere ancora cammina, come titolava un nostro testo del '53, ma invece del soffio vitale del proletariato nella danza macabra con lo zombi, abbiamo oggi un'altra immagine, quella del supplizio ideato da quel tiranno etrusco che legava ai morti i corpi vivi dei suoi nemici affinché ne fossero corrotti e uccisi.

Anche se i mass media evocano immagini di lucide sale e di catene di computer dalle memorie impazzite, sappiamo che non si è semplicemente inceppato per un giorno un meccanismo perfetto e capace di autodiagnosi: gli stessi addetti ai lavori l'hanno detto, non è il '29, occhio al debito, bisogna far quadrare i conti prima che sia tardi.

Modelli della decadenza

Ma è già tardi, non c'è barba di computer che sappia contabilizzare in partita doppia il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo, tre, quattro o cinquemila miliardi di dollari (nessuno potrà mai risalire alla cifra esatta del debito complessivo mondiale consolidato di questo dopoguerra) di lavoro passato, svanito nel turbinio del capitale fittizio.

Nel 1922 Kondratiev, studiando i ricorsi storici dell'economia, abbozzò una teoria dei cicli lunghi, paragonabili ai cicli della natura. Ogni mezzo secolo all'incirca il capitalismo poteva crollare e risalire secondo "un'onda lunga". Non sappiamo perché fu spedito in Siberia negli anni "30, ma sappiamo che fu avversato dagli ortodossi occidentali perché allora era in voga la teoria secondo cui l'economia era un insieme di aggiustamenti che tendevano all'equilibrio. In effetti possiamo capirli: paragonando un ciclo economico a un ciclo "naturale", Kondratiev in pratica affermava che gli scritti e le opere degli economisti erano irrilevanti. La teoria fu criticata, ma i cicli c'erano davvero, e qualcuno cercò di spiegarli. Shumpeter teorizzò per esempio le innovazioni tecnologiche, più recentemente Forrester del MIT azzardò una teoria sulla crescita e sulla caduta degli investimenti. Un certo Kirkland, attualmente, afferma che si tratta di accumulazione e distruzione di debito. L'Economist del 18 aprile 1987 (la borsa saliva alle stelle) confronta le curve del ciclo attuale con il ciclo precedente: sono uguali.

Ma come mai questa similitudine anche nel miscuglio contraddittorio fra debito crescente e borsa attivissima? Risposta: "La ragione del perverso lievitare [della borsa] sta nel fatto che il businnes non ha incentivi per immettere denaro in veri investimenti".

La prova: negli ultimi anni nei maggiori paesi la capitalizzazione di borsa ha superato di gran lunga la crescita del Prodotto Interno Lordo.

Se i diagrammi rispecchiano l'andamento reale dovremo trovarci di fronte ad una penosa discesa, dicono i seguaci di Kondratiev, ed elencano fatti come la crisi agricola e il calo della proprietà (averi), che viene intaccata prima nei centri periferici e in ultimo nei centri finanziari. Gli avversari contrattaccano dicendo che ormai i governi hanno i mezzi per non permettere la crisi. "Una commovente fede nella capacità dei politici a controllare il destino", riporta la rivista.

Probabilmente i cicli di Kondratiev non esistono (ne sono stati individuati solo tre e saremmo nel quarto), ma l'interesse suscitato da essi ogni volta che si parla di crisi è un sintomo interessante di questa malattia inguaribile.

Ad ogni modo il modello di Kirkland pone l'inizio del tracollo alla fine della guerra del Vietnam: 1974-75. Questo ci fa venire in mente un altro modello, citato nel nostro primo Quaderno.

Ricordate? Il modello elaborato dal MIT per il Club di Roma su I limiti dello Sviluppo (eravamo nel 1970) individuava nel 1975 il "punto di non ritorno" dopo il quale, se non si fossero presi provvedimenti, la società mondiale si sarebbe incamminata verso una catastrofe irrimediabile. Il 1975 è passato e nessuno ha inventato formule nuove per evitare le apocalittiche previsioni.

Gli studiosi del MIT erano più catastrofici di noi. Dopo quasi vent'anni non sembra che il mondo sia sull'orlo del tracollo, a parte un po' di desertificazione, sparizione di fasce di ozono, sconvolgimento delle stagioni e lenta ma inesorabile migrazione dei nuovi barbari verso le metropoli decadenti.

Il sistema mondiale si autocorregge. Questo non c'entra con la teoria del superimperialismo, è in regola con Marx: qualora le condizioni sociali lo permettano, la caduta tendenziale del saggio di profitto può essere frenata attraverso l'abbassamento medio del salario. Invece della morte per fame, un miserabile salario che permetta almeno la classica pagnotta è già qualcosa. Anche lo sviluppo di rami della produzione a bassa composizione organica rappresenta una controtendenza: bassissimi salari rendono conveniente il supersfruttamento al posto dell'aumento della forza produttiva sociale. È un fenomeno antistorico che Marx stigmatizza: è la dimostrazione che il capitale è progressista solo quando gli conviene, ma è un dato di fatto che succede ogni qualvolta la forza di risposta della classe sfruttata viene meno. L'Italietta ha i suoi due milioni di "negri" ed è facile tenerli sotto la minaccia dell'espulsione, del razzismo, del controllo poliziesco. Altra controtendenza: i nuovi proletari sono in concorrenza con i vecchi, concorrono a tener bassa la media generale dei salari. Il razzismo è la risposta disorganica e spontaneista a un fenomeno reale. La risposta organica sarebbe il caldo benvenuto alle nuove schiere che vengono a rafforzare la classe assopita delle metropoli, l'invito alla organizzazione comune e all'unione delle forze contro l'avversario. Ma sarebbe chiedere troppo sia alla Triplice che ai residui sinistri rifluiti.

Il modello elettronico del MIT intravedeva il problema di fondo, capitolando di fronte al marxismo negato dai committenti, ma non poteva prevedere che, mentre un gigantesco piano Marshall si spandeva sul mondo (debito) sarebbe incominciata l'invasione sotterranea dei dannati della terra.

Ma quali provvedimenti poteva suggerire per il famigerato 1975?

Il modello non lo dice, non può, non essendo altro che una massa di dati memorizzati in certe sequenze. Lo dicono invece gli esperti che lo manovrano nel libro che ne hanno tratto: prestiti per una politica keynesiana verso i paesi sottosviluppati. Bella forza, era appunto quello che stava succedendo spontaneamente.

Bisogno di denaro a basso costo...

Che cos'è in sostanza una politica monetaria anticrisi? Nient'altro che abbassare in modo controllato il costo del denaro.

Ciò significa come abbiamo visto: 1) intervento dello Stato per facilitare il credito; 2) aumento dei traffici e quindi della circolazione monetaria; 3) interventi sui redditi per evitare l'aumento esagerato dei prezzi.

Non sempre il Capitale è riuscito a trattare la materia in modo da contenere l'inflazione, ad ogni modo tutto questo significa: tasso programmato di sviluppo al prezzo di un tasso d'inflazione compatibile con un certo tetto di disoccupazione. Detto in altri termini: far scendere il valore del denaro per far salire il saggio di profitto. Almeno fin qui la manovra riesce.

Marx scrive ad Engels il 22 aprile del 1868: "Supponiamo che il valore del denaro scenda del 10%... scenderà del 10% anche il valore del salario". Egli vuole dimostrare che, essendo il salario espresso in denaro, diminuendo il salario a plusvalore costante, aumenta il saggio di sfruttamento e quindi il saggio di profitto. C'è una puntualizzazione da fare: che cos'è il valore del denaro?

Prezzo, costo, valore del denaro sono sinonimi. Il valore del denaro è un'astrazione: in effetti è il denaro ad essere segno del valore per tutte le merci. La solvibilità del denaro è data dalla fiducia che quel denaro abbia veramente quel valore, cioè è data da niente, o, meglio, dal bisogno che ce n'è in una determinata epoca. Abbiamo una perfetta dimostrazione di ciò nel meccanismo di accrescimento degli eurodollari.

La circolazione del denaro esprime il bisogno che se ne ha, quindi esprime il valore del denaro stesso. Nella circolazione lo Stato può intervenire d'autorità per esempio modificando il costo (tasso di sconto, prime rate, etc.). Questo non è affatto in contraddizione con la legge del valore, come pretendono alcuni economisti "socialisti": è lo Stato che intervenendo adegua il costo del denaro alla legge del valore, non il contrario. L'adeguamento sarebbe comunque spontaneo, lo Stato tende soltanto a evitare scompensi indesiderati.

Non è vero, rispondono i borghesi a Marx: anche il profitto si esprimerà alla fine con il nuovo valore del denaro, quindi il rapporto rimarrà invariato. Con l'aritmetica avrebbero ragione loro. Marx li frega sul terreno sociale. Questo succede, dice, solo se si fa confusione fra saggio di sfruttamento e saggio di profitto, come in genere fanno i difensori dell'ordine costituito. In realtà: intanto si abbassa il valore del capitale costante per via della stessa causa; poi non bisogna dimenticare che aumenta sempre la produttività sociale del lavoro e il capitale costante diminuisce di valore anche per questo.

Per esempio: un capitale di 500 (400c + 100v) produce un profitto di 100. Il saggio di profitto sarà del 20% e il saggio di plusvalore del 100%. Di fronte a un aumento della produttività sociale del lavoro e a una diminuzione del 10% del valore del denaro, immaginiamo che il prezzo del capitale costante resti invariato (400), il salario salga a 110 e il profitto anche a 110. Avremo: saggio di plusvalore (110pv/110v) sempre 100%; saggio di profitto: 110pv/(400c+110v) = 21,56.

Il saggio di profitto aumenta.

Marx giunge alla seguente conclusione.

"La produttività del lavoro, soprattutto nella vera e propria industria, trae impulso dalla caduta del valore del denaro, dal semplice gonfiarsi dei prezzi in denaro e dalla generale caccia internazionale alla massa monetaria cresciuta. È un fatto storico, comprovabile specialmente per gli anni 1850-1860".

...e spinta inesorabile all'alto costo

Oggi non vi è luogo dove non si produca secondo i dettami della "vera e propria industria" e la caccia internazionale al denaro a basso costo è un fatto quotidiano, reso irrinunciabile dalla politica di tutti gli Stati importanti, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Dal 1981 a oggi il tasso di sconto americano è progressivamente calato dal 14% a meno del 6%. Solo poco prima del crack è stato ritoccato verso l'alto, lasciando però fluttuare il dollaro verso il basso, il che significa lasciare le cose come stanno (variazioni in valore, prezzo, costo del denaro hanno lo stesso significato). Leggiamo ora cosa dice il presidente della Banca Federale di New York ad una assemblea di banchieri e finanzieri due anni fa, quando i tassi stavano ancora scendendo: "La crescita del debito federale collega alla radice di un altro drammatico sviluppo riguardante gli Stati Uniti e che è, naturalmente, l'improvviso e misurabile cambio di posizione degli Stati Uniti da netto creditore verso il resto del mondo a netto debitore. La causa immediata di questo sviluppo è naturalmente il deficit di parte corrente senza precedenti, ma, come questo auditorio può riconoscere, le cause profonde di questo deficit sono fondamentalmente correlate al deficit di bilancio attraverso il tasso di interesse, connesso a sua volta con il tasso di cambio [...] Il nostro deficit è così vasto in confronto al nostro risparmio interno che siamo mortalmente dipendenti dal flusso di risparmio estero, il quale finanzia tutte le nostre attività interne compreso il deficit di bilancio".

I milioni di Mirabeau non bastano più, se l'industria non è pronta a riceverli. In compenso saranno preda nella "generale caccia internazionale" cui si dedicano economie meno decadenti.

Alla luce di tutto ciò è interessante andare un momento agli anni dell'inflazione e della stagnazione seguiti al guizzo della rendita petrolifera dopo il 1973, le politiche monetarie dei singoli Stati e la politica mondiale seguita dal Fondo Monetario Internazionale per i prestiti ai paesi in difficoltà, con conseguente imposizione di una stretta di vite planetaria sulla pelle del proletariato.

Nel 1929 tutti i paesi all'unisono rafforzano il potere e l'intervento dello Stato nell'economia.

Oggi il mondo è talmente integrato sotto l'egemonia del dollaro che tutti gli Stati, ormai da tempo controllori dell'economia, avrebbero bisogno di prendere provvedimenti contrari agli interessi degli Stati Uniti, ma sono legati ad essi da troppi vincoli per poterlo fare.

Per questo la crisi delle borse è contemporanea crisi del dollaro, mentre i fenomeni più visibili si acuiscono in presenza di dissidi internazionali proprio sulle misure da prendere a proposito del costo del denaro ovvero delle spinte o meno alla propria economia interna.

Il "lunedì di sangue" ha avuto la sua prima spiegazione proprio nel rifiuto della Germania di abbassare il valore interno del proprio denaro in modo da aumentare i consumi e diminuire le esportazioni verso gli Stati Uniti.

Tra l'altro, questa non è una contraddizione alle formulette di Marx. Giappone e Germania mantengono alti i tassi interni, cioè alto valore del denaro, mantenendo nello stesso tempo un alto saggio di profitto perché compensano abbondantemente con le esportazioni e con la possibilità di comprare con valuta forte gli elementi del capitale costante. Risparmio sul capitale costante a saggio di plusvalore invariato vuol dire aumento del saggio di profitto.

Il crack internazionale delle borse è il risultato della guerra economica fra Stati Uniti da una parte e Germania e Giappone dall'altra: alla fine della battaglia incominciata con il "Lunedì di sangue" i maggiori concorrenti degli Stati Uniti saranno costretti ad abbassare i tassi, quindi a frenare le loro possibilità di esportazione. All'inizio di dicembre inizia una serie di capitolazioni dell'Europa e del Giappone che nessun vertice era riuscito a produrre, né quello del Plaza, né quello di Tokyo, quello del Louvre e quello di Venezia. Riduzioni fiscali, rilancio dei consumi interni, programmi di lavori pubblici, tutte decisioni in linea con l'esigenza di scaricare la tensione dall'economia americana.

Il primo ministro giapponese Nakasone, sostenitore della potenza esportatrice, è sconfitto. "Qualche sacrificio sarà inevitabile", dirà il nuovo primo ministro Takeshita nel suo discorso d'insediamento che annuncia la nuova politica. "Le nostre decisioni", gli fa eco qualche giorno dopo il ministro dell'economia tedesco Bangemann, "sono un chiaro segnale da parte della Germania del suo spirito di cooperazione internazionale". Ma il presidente, Kohl, è meno sfumato: "La nostra decisione serve a risolvere problemi di altri paesi, non nostri".

Più il controllo risulta inefficace, più cresce l'esigenza di rafforzarlo

Non solo l'economia lo Stato deve controllare.

In una società in cui le comunicazioni, i trasporti, la scuola, le questioni militari, la stessa proprietà, la distribuzione dell'energia, raggiungono livelli di socializzazione massima, non è più possibile lasciare alla libera iniziativa le decisioni in qualunque campo. La tendenza naturale all'anarchia insita nel modo di produzione capitalistico deve essere controllata da un ente collettivo al di sopra di tutti i singoli capitali.

Concludiamo con una citazione da un nostro testo: "Il fascismo adunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo di autocontrollo e di autolimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema. Dal punto di vista sociale può definirsi il tentativo da parte della borghesia di darsi una coscienza collettiva di classe e di contrapporre propri schieramenti e inquadrature politiche e militari alle forze di classe minacciosamente determinatesi nella classe proletaria. La nuova forma con la quale il capitalismo borghese amministrerà il mondo, se e fino a quando non lo travolgerà la rivoluzione proletaria, va facendo [scritto nel 1945] la sua apparizione con un processo che non va decifrato coi banali e scolastici metodi del critico filisteo [cioè interpretare il fascismo come ritorno indietro nella storia]. Chiunque senta minimamente l'effetto di una tale interpretazione e ne segua minimamente le suggestioni e le preoccupazioni è fuori dal campo e dalla politica comunisti".

Come è irreversibile il processo economico che parte dall'accumulazione primitiva per giungere alla fase suprema imperialistica, così è irreversibile il processo politico che porta alla fase suprema del controllo statale.

La nostra prospettiva di lavoro

Nel contesto appena tratteggiato è evidente che non possiamo lavorare in una direzione qualsiasi: ancora una volta non è questione di "scelte" ma di azione appropriata al momento storico in cui viviamo.

Mentre l'energia rivoluzionaria del proletariato occidentale raggiunge il minimo storico e quella del proletariato non bianco deve ancora trovare la strada per farsi valere nei confronti del capitale internazionale, è compito pratico e non astratto quello di mantenere vivo il contenuto di una corrente che, pur attraverso vicende distruttive, rifiuta di scomparire dalla scena.

Le prospettive della crisi capitalistica non lasciano intravedere soluzioni ravvicinate della crisi rivoluzionaria e quindi il miglior lavoro che possiamo fare è la riproposizione di quell'altro lavoro svolto dalla nostra corrente e che è il prodotto di uno sconvolgimento storico gigantesco, ancora in corso, come dimostra la maschera che sta cadendo dal colosso russo.

La rivoluzione naturalmente forgerà i suoi strumenti e farà nascere i suoi capi, ma pur consapevoli dei nostri limiti non dobbiamo dimenticare che essa ha bisogno del Partito e che questo non può che fondarsi su "utensili vivi", in grado di tramandare nel tempo e al di sopra delle generazioni l'enorme bagaglio teorico necessario e già pronto nelle sue basi anche se perfettibili.

È tipico di chi non sa resistere su questa strada scomoda cercare scorciatoie attraverso la propria volontà. Il risultato l'abbiamo visto e ne abbiamo scritto nella precedente Lettera n. 20: il partito si è autodistrutto. Ma tutto ciò che il partito ha elaborato rimane a disposizione di chi ne voglia continuare la strada.

Giugno 1988

Fine

Lettere ai compagni