22. Era ora: con il Muro di Berlino crollano miseramente gli avanzi della lunga mistificazione staliniana (3)

Commercio estero

Gli scambi internazionali rappresentano il terreno su cui si confronta il livello di produttività sociale dei diversi paesi. La forza produttiva cresce sempre, ma la produttività può scendere. Ad esempio, grandi investimenti per moderni impianti che rimangono parzialmente inutilizzati rappresentano un aumento della forza produttiva ma una diminuzione della produttività.

Il commercio estero è lo sfogo classico delle economie in espansione, mentre l'esportazione dei capitali è lo sfogo classico delle economie giunte al loro apice. Dal 1950 a oggi il prodotto lordo mondiale è cresciuto del 488% ma il commercio estero è cresciuto del 1.038%, più del doppio, segno evidente che la conquista di nuovi mercati rappresenta un'esigenza più impellente della crescita interna.

E' opportuno citare direttamente Marx per arrivare al nocciolo della questione: in regime capitalistico diverso livello di produttività sociale significa immediatamente diverso livello del saggio di profitto. L'innalzamento di quest'ultimo è il risultato diretto di ogni competizione con il capitalismo più forte.

"I capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché, prima di tutto, qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minore facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché a più buon mercato che i paesi concorrenti. Nella misura in cui il lavoro del paese più progredito viene utilizzato come lavoro di più alto peso specifico, il saggio di profitto aumenta, in quanto il lavoro che non è stato pagato come qualitativamente superiore si vende però come tale. Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene cioè che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso".

Esclusa la possibilità storica di ritornare al lavoro degli schiavi e dei coolies, che pur al tempo di Marx esistevano e arricchivano le varie Compagnie delle Indie, esclusa la possibilità di scambiare merci di natura equivalente (per esempio automobili contro automobili) ottenendone un vantaggio significativo, l'unica possibilità di scambio tra i paesi supersviluppati e gli altri, è quella tra manufatti e materie prime, oppure tra capitali e forza-lavoro a basso prezzo per fabbricare sul posto detti manufatti. A un certo grado di maturità del capitalismo, diventa naturale un flusso di merci verso i paesi a vecchio sviluppo e un flusso di capitali verso quelli a sviluppo ancora recente. Le due esigenze sono complementari e non c'è verso di arrestarle. I Giapponesi negli ultimi anni hanno invaso di merci gli Stati Uniti, ma da qualche anno a questa parte stanno investendo una media di 15 miliardi di dollari all'anno in attività industriali e immobiliari americane, senza contare l'acquisto di buoni del tesoro.

L'URSS esportava verso l'Occidente pochi manufatti, nessun capitale e tante materie prime, in massima parte petrolio e gas naturale. Importava dall'Occidente in massima parte mezzi di produzione. Questo dà già l'idea del grado di sviluppo e della necessità di importare quei capitali che hanno permesso ad altri di fare il salto.

Commercio estero, elemento di disgregazione del Comecon

Dopo il 1985 il crollo dei prezzi petroliferi (in dollari) ha provocato un deterioramento delle ragioni di scambio dell'URSS con l'Occidente che si è tradotto, attraverso i meccanismi del Comecon, in un deterioramento delle ragioni di scambio tra i paesi dell'Est e l'URSS. In effetti l'indebitamento dei sei paesi del Comecon verso l'URSS ha origine dagli anni '70, ma l'accumulo di crediti inesigibili da parte russa era largamente compensata da due fattori: a) l'altro prezzo delle materie prime sui mercati extra Comecon nel decennio della crisi petrolifera e b) la contropartita politica e militare ottenuta legando a sé i partner minori del Comecon.

Il crollo successivo dei prezzi internazionali in dollari delle materie prime ha provocato una contrazione delle possibilità di importazione di manufatti ad alto contenuto tecnologico da parte russa. Rapportati a 100 i prezzi del quarto trimestre 1981, alla fine del 1988 abbiamo 35 per il petrolio, quasi 100 per tutte le altre materie prime (ma 80 all'inizio del 1987), 130 per i manufatti. Di qui anche l'insofferenza verso l'esportazione in valute non convertibili di materie prime e manufatti nell'area Comecon, cui si aggiunge l'insofferenza verso il sempre crescente disavanzo in nome di un legame politico militare sempre più nominale. Infatti, per superare tale quadro consolidato, da alcuni anni è in atto una tendenza alla crescita della quota dei prodotti energetici trattati sulla base di prezzi in valute occidentali. Per i paesi più indebitati ciò significa senz'altro l'obbligo di risolvere la questione di procurarsi valuta in qualsiasi modo se non si vuole che il ciclo produttivo si fermi. E' da tener presente che l'URSS fornisce il 90% dei prodotti energetici agli altri sei paesi membri e che dal 1963 al 1987 la quota dei soli combustibili nell'interscambio totale è passata dal 10 a oltre il 20%, mentre nello stesso periodo la quota dei beni alimentari è scesa dal 12 al 6% e quella dei manufatti dal 70 al 60%. Comunque i prodotti del suolo non sono senza limiti: mentre la produzione russa di petrolio è raddoppiata dal 1970 al 1980 in concomitanza delle due crisi energetiche, dal 1980 a oggi è rimasta praticamente costante. Per acquistare prodotti energetici dall'URSS in valuta convertibile, tanto vale acquistarli direttamente da chi potrebbe aver bisogno di vendere a prezzi inferiori, come l'Iran.

Il deteriorarsi delle ragioni di scambio all'interno delle aree soggette al controllo dell'imperialismo russo, comprese quelle entro i confini federali, non è certo l'ultima ragione dell'insorgere di esasperati nazionalismi. Il petrolio di Baku non ha più l'importanza quantitativa di un tempo in rapporto all'intera produzione russa, ma i nazionalisti Azeri certamente pensano al potenziale in valuta che il suolo della repubblica dell'Azerbaigian potrebbe offrire.

Il problema del commercio estero si presenta quindi come fondamentale per le economie dell'Est. E' un elemento di disgregazione interna al Comecon e nello stesso tempo l'unica strada per accedere al moderno capitale costante, essenziale per il rilancio dell'accumulazione.

Bilancia commerciale socialista in deficit cronico

Se il debito complessivo verso l'Occidente comporta un legame di soggezione economica, la necessità assoluta di accedere ai mezzi di produzione moderni ribadisce questa soggezione perché l'unico modo per avere macchine e impianti è aumentare ancora di più il debito oppure chiamare direttamente i capitalisti occidentali a gestire l'economia nazionale. Ma questo è un discorso che porta lontano. Per avere investimenti diretti massicci occorre dare garanzie ben più salde di un'abiura di socialismi mai esistiti: occorre trasformare l'intera area in uno stato di polizia che imponga al proletariato uno sforzo immenso per rendere appetibile l'investimento, giacché la produttività americana non basta, non è competitiva, occorre raddoppiare o triplicare la produttività attuale affinché si giunga a livelli taiwanesi o coreani, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Le cifre parlano chiaro sulla possibilità reale di giungere a tanto senza sconvolgimenti di tale portata da scatenare furiosi conflitti sociali. Il commercio attuale dei paesi sviluppati (OCSE) verso l'area Comecon rappresenta il 3% scarso del valore totale, mentre al contrario, il commercio dell'area Comecon verso i paesi sviluppati rappresenta il 30% del rispettivo totale.

Che vi siano benefici nell'acquisto di tecnologia è provato dalle cifre: tra il 1970 e il 1979, approfittando delle difficoltà dovute alla crisi delle economie occidentali, i paesi del Comecon aumentarono di circa otto volte le importazioni (in valore) dall'Occidente. Il risultato fu un aumento del loro prodotto materiale netto (definizione orientale del nostro PIL) del 6-7% all'anno contro una stasi delle economie occidentali, che negli anni '74-'76 andarono addirittura sottozero del 3-5%. Mors tua, vita mea; l'URSS il petrolio l'aveva e non doveva pagare la rendita ai petrolieri dell'OPEC, anzi, poteva sfruttare la situazione comportandosi allo stesso modo.

Interessante: l'URSS, mentre l'OPEC chiude i rubinetti per tenere alto il prezzo del greggio, aumenta il pompaggio e vende il più possibile contribuendo così al crollo successivo del prezzo e quindi alla sua stessa rovina. Caduto il prezzo, cerca di sopperire con la quantità, ma questo scatena il crollo ulteriore dei prezzi. Addio fonte di valuta convertibile. Il capitale non vede proprio al di là del suo naso.

Comunque sia, il petrolio russo, passando da una quota del 26% delle esportazioni verso l'OCSE a una dell'80%, tra il 1970 e il 1985 è diventato quasi l'unica fonte, con l'oro, di approvvigionamento di valuta. Per converso l'importazione è rappresentata quasi totalmente da manufatti e prodotti alimentari (70% manufatti) per cui l'URSS assume le caratteristiche di tutti i paesi sottosviluppati che hanno gli stessi problemi. Dal punto di vista della bilancia commerciale, questo surplus petrolifero sta svanendo rapidamente: secondo valutazioni della CIA, in cinque anni è passato da 4 miliardi di dollari a 534 milioni nel 1985. Per non rinunciare all'indispensabile valuta pregiata nel 1986 l'URSS ha ricercato in tutti i modi l'attivo consistente, ma l'ha ottenuto (2 miliardi di dollari) riducendo drasticamente le importazioni alimentari e manifatturiere. Significative le cifre di vendita dell'oro russo: tra il 1982 e il 1984 la media è stata al di sotto delle 100 tonnellate, per raggiungere le 200 nel 1985 e le 300 nel 1986. Evidentemente il mercato ha assorbito bene l'eccesso di vendita, dato che il Sudafrica ha fatto altrettanto per ovviare al ritiro dei capitali occidentali, deciso contro il perdurare della segregazione razziale. Ciò dimostra che la crisi generale spinge verso il tradizionale bene rifugio più che in passato. Anche la vendita di diamanti ha avuto un incremento da parte russa (l'URSS è il maggior produttore mondiale): approfittando di un mercato favorevole, nel 1984 sono state raddoppiate le vendite, anche se poi sono tornate alla normalità per non sconvolgere i listini. Questo attivismo sul piano del commercio delle materie prime non ha risolto nulla perché il ricavato non è stato sufficiente a lanciare sul serio la perestroika, ovvero una riforma del sistema russo.

Gli altri paesi dell'Est stanno ancora peggio. Non avendo né petrolio né oro da vendere non riescono a riportare in equilibrio le proprie bilance commerciali mentre le facilitazioni all'interno del Comecon stanno per essere accantonate. Chi, come la Romania, cerca di ottenere il pareggio a tutti i costi, deve per forza obbligare la popolazione a sacrifici enormi, come quelli che la stampa ci ha largamente pubblicizzato.

La questione della convertibilità

Abbiamo visto la questione del deficit interno ed estero. Un'area economica dell'importanza di quella in esame non può assolutamente prescindere dalla moneta come misura del valore, dato che la condizione di quasi baratto è incompatibile con l'ulteriore sviluppo della situazione.

E' quasi impossibile fare delle valutazioni esatte sul grado di sviluppo della forza produttiva e confrontarla, ma alcuni indicatori possono dare un'idea. Per esempio il consumo di energia e di materie prime per ottenere una certa quantità di "reddito".

In Italia, per produrre 1.000 dollari di prodotto lordo si consuma l'energia equivalente di 655 kg di carbone, in Inghilterra 820, in Germania 565, in Francia 502. All'Est, in Ungheria 1.058, in Cecoslovacchia 1.290, in Germania Orientale 1.356, in URSS 1.490, in Polonia 1515. Sempre per 1.000 dollari di prodotto lordo in Italia si consumano 79 kg di acciaio, in Germania 52, in Francia 42, in Inghilterra 38. All'Est, in Germania Orientale e in Ungheria 88, in Polonia e in URSS 135.

Negli anni passati si è tentato in URSS di superare il deficit interno con un aumento della produttività industriale ottenuto attraverso un incentivo al miglioramento della produttività individuale soprattutto fra i salariati agricoli. L'introduzione di incentivi monetizzabili ha migliorato di poco la produttività, che dipende da fattori generali più che individuali, ma in compenso ha fatto aumentare la massa monetaria disponibile, già resa esuberante dalla scarsità di merci e servizi acquistabili.

Una legge del luglio '88 si proponeva di incanalare l'esuberante massa monetaria verso settori di mercato libero attraverso le cooperative di ristorazione, trasporto, riparazione, costruzione, piccola meccanica, ecc. Le cooperative offrono servizi e merci che il settore statale non offre in genere, quindi praticano prezzi più alti. Il socio di una cooperativa guadagna in media 11,5 volte più di un suo omologo nel settore statale. Ma guadagna rubli che non sa come spendere. I rattoppi quindi non servono, la confessione dev'essere totale, la legge del valore fa sì che il problema dell'eccesso di moneta si sposti semplicemente da un livello all'altro. Nel sistema dei prezzi fissi tale legge non viene messa in discussione, come qualcuno sostiene, ma la realizzazione del valore viene spostata dal caso specifico alla scala sociale. Gli affitti delle abitazioni sono fermi dal 1928; pane, zucchero e uova dal 1954; la carne dal 1962.

Il trasferimento di valore si traduce in una spesa statale per il sostegno dei prezzi fissi di 75 miliardi di rubli (1986), pari al 13-20% del prodotto interno lordo dichiarato o stimato. Se un buon cappotto costa come un salario medio e calzarsi e vestirsi altrettanto, con lo stesso salario si pagano cento chili di carne, 1.450 chili di pane, 700 litri di latte e una ventina di mensilità di affitto.

A questo proposito è indicativo l'andamento dei depositi nelle banche di risparmio russo: dal 1970 al 1986, a fronte di un incremento della popolazione attiva del 12% circa, i risparmi sono saliti da 46,6 miliardi di rubli a 242,8 miliardi, con un incremento del 521%. L'aumento del risparmio non è in questo caso un aumento del finanziamento all'economia, bensì il riflesso monetario del finanziamento già avvenuto senza dar frutti.

Gli Americani che fanno tanta ironia propagandistica contro il capitalismo rivale meno potente dovrebbero riflettere sul fatto che, se il loro dollaro, altrettanto inconvertibile del rublo (ma moneta di riserva per gli altri), ritornasse in massa nelle loro tasche, precipiterebbe l'economia americana in un baratro ben più profondo di quello russo.

Vincendo la guerra gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto di dittare militarmente sull'economia mondiale ed è solo per questo che possono trasferire sul mondo intero difficoltà che non sono diverse da quelle russe o polacche o argentine. Resta da vedere se lo scompiglio mondiale che sta svolgendosi permetterà la perpetuazione di questo privilegio.

E' un assurdo storico quello che sta succedendo e c'è la reale possibilità che tutto il castello di carte crolli se il sistema mondiale non trova il modo di investire le eccedenze finanziarie nei paesi in cui lo sviluppo si è arrestato.

Ma questi dovrebbero essere investimenti a lungo e lunghissimo termine, primo, per correggere le devastazioni in corso; secondo, per creare effettivamente nuove fonti di profitto nella produzione industriale e agricola.

Massa monetaria senza valore

Il capitale non funziona con tale necessaria lungimiranza.

Ecco cosa se ne dice nel rapporto 1988 della Banca Mondiale: "In un'economia mondiale sempre più integrata non vi sono ragioni per cui i risparmi privati, che rispecchiano le scelte intertemporali dei singoli, non possano essere investiti su una base globale. Accade tuttavia che la decisione specifica di dover investire il risparmio finanziario è spesso dettata più da considerazioni di remuneratività a breve termine che non da una valutazione delle opportunità di investimento nel lungo periodo. Comunque [...] gli squilibri esterni si sono ampliati più rapidamente di quanto facessero ritenere le variazioni nel comportamento del risparmio privato. [... Di rischi per il sistema] hanno avuto tutti una chiara consapevolezza all'indomani della crisi borsistica. Anche se essi destano adesso meno attenzione, ciò non significa che non esistano più. Al contrario, si può sostenere che i rischi stanno necessariamente diventando maggiori a causa degli effetti cumulativi sull'ammontare delle attività e delle passività in essere. A un certo punto verrà raggiunta la 'massa critica', anche se è impossibile predire quando e dove".

Ma come investire in un paese con moneta inconvertibile?

I maggiori paesi industriali possono accordarsi su aggiustamenti dei rapporti di cambio perché si tratta di piccole differenze (comunque sudano sette camicie, vedi accordo del Plaza, settembre 1985). Sul mercato nero il dollaro è valutato sei o sette rubli, mentre al cambio ufficiale si pretende che valga 0,6 rubli. Il governo russo ha annunciato una svalutazione solo del 50% (1,2 rubli/dollaro) entro il 1990. Ipotesi più realistiche portano alla valutazione di 2,5 rubli per dollaro, la differenza sembra incolmabile. Del resto anche il tentativo interno al Comecon di convertibilità bilaterale per sostituire il rublo ha difficile gestazione. L'esperimento in corso fra URSS da una parte e Cecoslovacchia, Mongolia e Polonia dall'altra, sembra non avere conseguenze importanti. E' invece importante l'esigenza del mercato che l'ha imposto almeno come tentativo.

In ogni caso è chiaro che, se si dovesse innescare un processo di convertibilità tra le monete dell'Est e dell'Ovest, si dovrebbe procedere alla distruzione di quella parte della massa monetaria che non ha corrispondenza con il reale bisogno del mercato, esattamente come se si dovesse innescare un processo di conversione del dollaro in altri segni di valore. Ma il problema è che non esistono meccanismi statali in grado di controllare dall'oggi al domani un processo di questa portata. Nessuna forza al mondo sarebbe oggi in grado di controllare la massa monetaria in possesso di una popolazione di mezzo miliardo di persone in una situazione di fermento sociale.

Quando in Occidente scoppiò il fenomeno della "stagflazione", cioè la stagnazione economica accoppiata all'inflazione, fenomeno di chiara origine monetaria, meccanismi ben collaudati franarono di fronte al problema. Figuriamoci di sfuggita che cosa potrebbe succedere se dovesse cadere il dollaro.

Ma non è ancora abbastanza matura la situazione. Limitiamoci per ora all'Est: l'ipotesi più probabile è che si imponga la legge del più forte e che il mercato adotti spontaneamente dollaro e marco sia come termine di confronto, sia come moneta in diretta circolazione, non più al mercato nero, ma come moneta corrente. E' esattamente ciò che succede in alcuni paesi dell'America Latina con il dollaro. In questo caso l'aggiustamento monetario avverrebbe su due binari paralleli: uno, classico, quello della spontanea risposta alle leggi di mercato; l'altro, altrettanto classico, attraverso una feroce politica dei redditi, una stretta monetaria e fiscale, un aumento generale del rendimento del sistema, cioè un aumento del saggio di sfruttamento generale.

Ecco perché gli orientali, quando parlano di joint venture intendono la realizzazione di imprese miste la cui produzione venga destinata ai mercati terzi, mentre gli occidentali intendono imprese che producono anche per il mercato interno.

Nel primo caso vi sarebbe produzione per le esportazioni, introiti in valuta pregiata (anche se da dividere con i soci stranieri) e impatto verso l'interno quasi nullo in fatto di riforme radicali perché l'utilizzo delle due monete, interna ed esterna, seguirebbe canali indipendenti. E' il caso dell'operazione Tungsram in Ungheria. La fabbrica di apparecchi da illuminazione e di macchine per fabbricarli è una delle pochissime multinazionali degne di questo nome dell'Est. Il controllo della Tungsram (50%) è stato acquisito dalla General Electric immettendo 150 milioni di dollari. L'accordo prevede anche la gestione diretta. Immediatamente sono aumentate le esportazioni dirette all'Ovest: del 40% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il fatturato è aumentato del 26% in sei mesi e i profitti sono triplicati in sei mesi rispetto all'intero anno precedente (1988).

Nel secondo caso vi sarebbe l'apertura di un mercato molto più appetibile per i soci stranieri, ma questo comporterebbe la realizzazione di profitti in valuta locale non convertibile, cioè un esborso da parte degli Stati dell'Est che dovrebbero attingere alle riserve per convertire i profitti altrui. Il fatto è che la prima strada non cambia nulla nei rapporti esistenti e non apporta miglioramenti sostanziali, limitandosi all'affitto di forza-lavoro a basso prezzo. Solo la seconda strada, unita all'afflusso massiccio di capitali, avrebbe effetti tangibili sull'accumulazione interna con il rilancio dell'economia, ma significherebbe consegnare l'economia intera nelle mani del capitale occidentale.

Quanto vale Berlino?

L'esempio della Germania è emblematico. Mentre scriviamo questa appendice, sono in corso le trattative per l'unione economica fra i due tronconi tedeschi e appare già chiaro che, qualunque cosa si decida, parlare di convertibilità significa necessariamente stabilire un tasso di cambio fisso al quale si scambieranno marchi orientali contro marchi occidentali, senza nessuna utilità pratica di fare l'inverso.

In parole povere, si tratta di controllare in qualche modo la sostituzione del marco orientale con quello occidentale, come dire che la RFT si compera letteralmente la DDR. Il prezzo? Non si sa, impossibile calcolarlo, ma niente paura, si sa già chi lo paga, le misure sono conosciute: stretta monetaria, disinflazione, politica dei redditi, tasse, disoccupazione. C'è chi parla di un milione e mezzo di licenziati in DDR come costo sociale di un'operazione del genere. Sul costo in marchi le cifre sono discordi, vanno da 10 miliardi a 1000, dimostrando che gli esperti borghesi non hanno le idee molto chiare sulla faccenda.

Dal punto di vista della rappresentazione monetaria del valore, il paragone dovrebbe essere fatto con il potere d'acquisto di un salario, almeno per quanto riguarda merci comuni all'Est e all'Ovest; per le altre il conto va fatto con la necessaria inflazione o una stretta sui tassi d'interesse tale da evitarla o contenerla.

Se è vero quel che dicono i giornali, che per i generi comuni il salario orientale è, grosso modo, la metà di quello occidentale, la parità di cambio sarà raggiunta con un rapporto uno a due. Il mercato ha fissato spontaneamente alcune cifre: subito dopo l'apertura del "muro" il marco occidentale veniva cambiato uno a venti, assestandosi nei giorni successivi su uno a otto. Passata la frenesia dei primi giorni, oggi si arriva anche a un cambio di uno a quattro. Ancora un piccolo passo e il problema della convertibilità è risolto per la classe operaia.

Ma se sulla carta è lecito operare in questo modo per chiarire i termini del problema, in realtà dobbiamo tener presente che i borghesi non ragionano secondo la legge del valore e, soprattutto, non agiscono se non per garantirsi profitti. Quindi a loro non interessa tanto la ricerca di un equilibrio sui generi di prima necessità, quanto acquisire un mercato di 16 milioni di nuovi consumatori in grado di fare il loro bravo shopping al livello dei fratelli occidentali.

Questo bisogna pagarlo. Bisogna finanziare la capacità di acquisto dei 16 milioni possibilmente senza far scoppiare l'inflazione a livelli intollerabili. Le cifre dei costi divergono in base alle diverse valutazioni delle diverse soluzioni di politica monetaria seguenti il flusso di capitali. Se si dovesse dare una definizione in termini terra terra sarebbe questa: si tratta di stabilire quanto Bonn sia disposta a pagare per comprarsi Berlino con i suoi 16 milioni di consumatori e i suoi 8 milioni di lavoratori a mezzo salario. Comunque sia, la penetrazione tedesca ad Est si avvale di ogni mezzo: anche se le imprese miste non sono come vorrebbero gli occidentali, ancor prima della caduta del muro la sola Germania Federale deteneva un buon 30% del loro numero totale (1.050) in URSS

Alcuni punti fermi per la continuazione del lavoro

1) Il numero speciale della rivista economica americana Fortune, dedicato alla situazione mondiale dopo gli avvenimenti dell'Est europeo, si intitola L'era delle possibilità. Per dare un'idea dell'euforia che si è scatenata presso gli investitori americani in cerca di mercati nuovi, riportiamo il brano d'apertura dell'inserto: "Lasciate che le bandiere ondeggino e le campane suonino! Per la grande folla che riempie Piazza S. Venceslao a Praga [foto] esse celebrano più della fine del dominio comunista. Esse annunciano la venuta di una nuova era. Chiamatela Era delle Possibilità [...] l'Ovest ha trionfato. Siccome le battaglie per il mercato globale hanno sostituito le guerre sul terreno, la competizione economica sarà senza precedenti e così le opportunità economiche. Per i dirigenti e gli investitori non meno che per i politici, il frantumarsi delle vecchie certezze richiederà nuovi modi di pensare e fare affari. Gli articoli che seguono offrono una guida su come procedere e su come far fronte agli eventi. Capitalisti di tutto il mondo, svegliatevi! Nella nuova era gli unici a essere sicuramente sconfitti saranno coloro che riconosceranno troppo tardi di avere un mondo da guadagnare". Seguono 15 pagine di consigli più o meno pratici.

Non è così semplice. Il capitale ama andare a investirsi dove c'è altro capitale. Non sono più i tempi della Compagnia delle Indie che investiva in piantagioni di tek, nessuno oggi aspetta cinquant'anni il frutto dell'investimento. Altra strada: rapinare risorse dove il capitale locale non può opporsi.

L'immenso territorio del Comecon è situato fra il bisogno di spazio vitale dell'America e quello del Giappone. In mezzo stanno la vecchia Europa delle Nazioni e la Germania, gigante economico e pigmeo politico. Tutto questo sa di déjà vu, e viene facile parafrasare il brano appena citato: è finita l'era delle guerre sul terreno locale con corollario di dottrine terroristiche atomiche, incomincia la preparazione di quelle sul terreno globale con corollario di dottrine da invasione (cfr. "Airland Battle SM USA") e con altri schieramenti, cioè quelli dell'anteguerra.

2) Gli avvenimenti orientali confermano la nostra visione del comunismo come divenire irreversibile della storia e dell'economia, quindi confermano come la crisi capitalistica non abbia alti e bassi, bensì proceda verso nuove soglie di pericolosità per il sistema nel suo insieme.

3) La crisi in atto da almeno vent'anni, cioè dall'epoca della rovina degli accordi di Bretton Woods è perfettamente prevista dal marxismo; in teoria, studiata e descritta da Marx; intravista da Engels nella prassi del nascente imperialismo e verificata una volta per tutte da Trotzky nella sua relazione al Terzo Congresso dell'Internazionale. Se tutto questo tempo è passato senza che vi fosse il crollo definitivo del sistema borghese è perché la sconfitta rivoluzionaria ha lasciato il posto per la degenerazione staliniana, e un'altra guerra mondiale ha rigenerato il capitalismo fornendogli nuove energie. La crisi attuale e i suoi risvolti politici e sociali azzerano gli effetti vivificatori di due guerre mondiali per il capitalismo e ripropongono, se non l'attualità della rivoluzione, almeno un potenziale rivoluzionario in grado di far riprendere la lotta di classe e il processo di formazione del partito.

4) I fatti confermano il meccanismo materiale della crisi. Il capitale internazionale ha trovato la via, attraverso il binomio economico militare della potenza vincitrice dell'ultima guerra, di minimizzare gli effetti della svalorizzazione come descritta da Marx.

Invece di distruggere valore, cioè capitale, in crisi acute periodiche, il sistema borghese giunto all'apice del suo affinamento strumentale e di potere, e in assenza di risposte di classe, incanala il valore eccedente (non in grado di valorizzarsi ulteriormente) in forma di debito generale. Vengono spinti verso il debito, come unica forma che evita la stagnazione, i singoli individui, le aziende, gli Stati verso il loro interno e gli Stati verso l'esterno. La più gigantesca forma di debito è quella degli Stati Uniti come Stato, mentre subito dopo viene quella di altri Stati verso le banche private degli Stati Uniti. Mentre la seconda forma di debito è perfettamente conosciuta, la prima è incalcolabile perché i dollari, resi inconvertibili per decreto, si moltiplicano all'estero in quantità incontrollate per via delle continue transazioni internazionali in dollari.

Il debito mondiale ha assunto dimensioni tali che lo rendono inesigibile: ciò significa che quell'ammontare è distrutto una volta per sempre anche se circola in forma monetaria. Ma ciò significa anche che qualunque turbamento economico che accenda processi a catena sulle forme monetarie dei paesi più importanti può generare catastrofi più gravi del peggior crollo di borsa mai avvenuto. I crack di borsa sono il simbolo delle crisi, ma l'ultimo di due anni fa ha dimostrato che i valori privati che sono in ballo sono percentualmente bassi rispetto al valore investito nel grande debito generale.

5) Quanto detto nei tre capitoletti che precedono dimostra che la crisi dei sette paesi del Comecon ha origini interne, ma è stata resa catastrofica dal necessario confronto con il capitalismo più forte in un rapporto di dipendenza che ha già provocato sollevazioni in molti paesi del mondo.

In particolare, al di là dei problemi di efficienza interna, il meccanismo che ha provocato un peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni dei sette paesi, va ricercato nella stessa crisi degli Stati Uniti e dei paesi sviluppati. Infatti, per mantenere un alto indebitamento, indispensabile allo stimolo dell'economia moderna, i sette paesi sono stati costretti a dare l'unica garanzia possibile: quella che viene chiamata "credibilità creditizia", cioè un rapporto accettabile fra indebitamento e capacità di esportazione, ovvero il mantenimento di una bilancia commerciale in attivo. Ma in relazione al fatto che nei maggiori paesi industriali un basso saggio di sviluppo ha provocato da anni un calo nei prezzi delle materie prime (quasi unica fonte di valuta per i sette) e un calo di acquisti, l'unico modo per mantenere le bilance in attivo era quello di limitare drasticamente le importazioni di manufatti, a danno del livello di vita interno.

E' quindi esatto affermare che lo sconvolgimento in atto fa parte del generale stato di degenerazione dello sviluppo capitalistico mondiale e che la situazione, per questo, presenta potenziali aspetti positivi per la ripresa di classe.

6) Un altro fatto positivo è di tipo economico generale. Abbiamo sempre sostenuto che la maturazione delle forme capitalistiche, per esempio dall'azienda a proprietà individuale alla grande concentrazione internazionale di industrie di più rami, è una passo favorevole della storia verso il verificarsi di contraddizioni a un livello sempre più alto facilitando i compiti economici della rivoluzione. In Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, si diceva che le riforme kruscioviane, allontanandosi dal centralismo delle aziende di stato e dal centralismo in genere verso forme autonomistiche (in realtà ben pasticciate), erano "riforme di rinculo", erano cioè un passo indietro rispetto allo stesso stalinismo che si voleva criticare. I fatti l'hanno dimostrato. La grande riforma gorbacioviana ha nelle intenzioni orizzonti più vasti, ma in genere ricalca i vecchi schemi anticentralistici, anche perché è frutto diretto di forze centrifughe del capitalismo locale.

La grande differenza sta nel fatto che l'unica possibilità materiale di fare le riforme attuali è di ricorrere al capitale dei grandi concentramenti occidentali, che imporranno, attraverso le classiche politiche monetarie, la centralizzazione che il regime passato non era riuscito a ottenere. Una centralizzazione di fatto che si realizzerà sotto la spinta delle esigenze dei centri economici internazionali, come nell'esempio citato della Tungsram ungherese.

Si dice a un certo punto in Struttura: "I cartelli tedeschi e i trust americani (proibiti dalla legge) furono passi più audaci contro l'anarchia borghese della produzione, e Lenin li elevò a modelli".

La perestroika e i vari nuovi partiti borghesi che stanno sorgendo saranno costretti, se vogliono ottenere risultati capitalisticamente accettabili, a invitarli a nozze o a copiarli.

* * *

(Alcuni ascoltatori intervengono ponendo diverse domande su: assenza della classe operaia in quanto tale nei movimenti in corso; suo totale coinvolgimento, in Occidente, nella politica del capitalismo, con corollario di egoismo esistenziale, ideologia consumistica, qualunquismo, eccetera; abbandono apparentemente irreversibile da parte della classe operaia occidentale di ogni ipotesi rivoluzionaria, con quel che ne deriva per l'organizzazione sindacale e politica; apparente impossibilità di accorciare i tempi per la ripresa di classe; questione del partito, della sua formazione e del suo sviluppo).

Se noi affermassimo soltanto che uno scrollone allo statu quo orientale può mettere in moto forze favorevoli al cambiamento sociale, diremmo una mezza verità alquanto permeata di idealismo. Sarebbe come dire (ed è stato detto) che Gorbaciov con la sua politica ha rotto con un periodo di stagnazione e ha reso possibile un fermento che può essere vantaggioso dal punto di vista rivoluzionario.

Il ragionamento da fare è piuttosto l'inverso: all'Est si sono messe in moto forze economiche e sociali che spingono al cambiamento dello statu quo e certi uomini sono stati spinti dai fatti al vertice delle sovrastrutture statali o dei vari movimenti più o meno organizzati.

Il capitalismo non può avere un equilibrio interno, a differenza, per esempio, dal tipico modo di produzione asiatico. Avendo in sé delle contraddizioni insanabili, è costretto in continuazione a cercare di superarle, ma ciò facendo non fa che aggravare queste contraddizioni.

La teoria marxista della crisi non ha nulla di meccanico. Il fatto per esempio che Marx parli di miseria crescente della classe operaia non ci induce, come invece ha indotto altri, a pensare che la classe operaia sta mediamente benone con i suoi televisori, automobili e vacanze al mare, per cui non pensa proprio a fare la rivoluzione.

La miseria crescente non si misura con il cosiddetto reddito. E' miseria crescente il continuo degenerare del rapporto fra aumentata produttività sociale del lavoro e valore della forza-lavoro. E' una semplificazione dire che la classe operaia sta bene. Bisogna vedere in rapporto a che cosa. Anche le popolazioni orientali stanno relativamente bene in base a parametri riferiti a certi costi come l'affitto, l'energia e i beni di prima necessità. Ma stanno malissimo in rapporto alle potenzialità sociali che, invece di svilupparsi, languono soffocate da sovrastrutture che hanno fatto il loro tempo. Ricordiamo che ogni rivoluzione nasce dal conflitto fra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Fra l'espansione possibile del potenziale produttivo e sociale e i rapporti di produzione che, come dice Marx, "si tramutano in loro catene".

Uno dei nostri vecchi chiodi da ribadire in continuazione è questo: le rivoluzioni e i partiti non si fanno, si dirigono. Se fosse vero che la sofferenza e la fame portano alla rivoluzione, il mondo sarebbe pieno di rivoluzioni senza aspettare il proletariato occidentale. Ma le rivoluzioni, per essere tali e non solo rivolte passeggere, hanno bisogno di forgiarsi degli strumenti atti alla vittoria, organizzazioni con programmi ben precisi. Da una parte, organizzazioni di massa che abbiano ben chiaro l'obiettivo da raggiungere per quanto riguarda le condizioni di vita, i mezzi di lotta da adottare e l'individuazione dell'avversario; dall'altra, un'organizzazione per la quale rivoluzione significhi veramente un salto qualitativo verso un altro tipo di società e quindi in possesso di un programma finalistico, cioè di una teoria riguardo a quello che abbiamo definito il divenire catastrofico della società.

Il catastrofismo rivoluzionario è una formula come tante che si usano per brevità, ma è soltanto un condensato di concetti che sono presenti in Marx. E' noto, almeno tra noi, che non esiste possibilità di sviluppo armonico delle società divise in classi. Il passaggio tra una forma sociale e l'altra avviene attraverso tagli netti di carattere politico, mentre lo sviluppo della forza produttiva sociale non fa che crescere. E' anche per questo che nel nostro Quaderno n.1 mettevamo in guardia contro la concezione gradualista che vede le crisi ripetersi come in cicli ricorrenti. Nello sviluppo verso l'alto della forza produttiva sociale non vi sono ricadute, ogni crisi rappresenta un trauma che innalza questa forza, anche se può accadere che la produzione, il numero di pezzi prodotti in certi frangenti, diminuisca.

Il coinvolgimento della classe operaia nel mantenimento dell'ordine sociale esistente è un fenomeno che non può essere dato una volta per tutte, e innumerevoli prove scaturiscono continuamente in tutti i paesi. E' certo che in mancanza di organizzazioni di classe degne di questo nome le migliori lotte rientrano negli schemi di uno sviluppo normale del capitalismo, o addirittura sono battaglie di retroguardia, come la grande lotta dei minatori inglesi sprecata nella difesa dei posti di lavoro più infami e pericolosi che ci siano, invece che proiettata verso il salario garantito, dirottamento di plusvalore prodotto dalla forza-lavoro verso la salvaguardia di sé stessa.

Del resto ci sarebbe da stupirsi del contrario. La scaletta che abbiamo delineato nel rapporto di prima, cioè la storia della relazione fra i capitalismi americano e russo come generatrice di un'influenza nefasta sulle forze rivoluzionarie, lo dimostra.

La mistificazione staliniana è il frutto di una sconfitta della rivoluzione e tra le due guerre riceve anche il riconoscimento di Washington, già lungimirante sugli sviluppi della sua dominazione mondiale. Infatti sono alleati in guerra contro il fascismo, lo vincono militarmente ma ne mutuano gli aspetti di controllo sul fatto economico e sociale. Il fascismo perde la guerra, ma vince la politica e nel dopoguerra, regolamentato da appositi trattati di spartizione, domina il mondo come reale sistema statale di dominio di classe. L'America è il braccio armato della polizia capitalistica mondiale, la Russia è il braccio ideologico. Ecco i risultati terribili sulla preparazione di classe alla rivoluzione. Chi non ne fosse convinto guardi con attenzione a fatti come quelli della Cina nel 1927 dove l'Internazionale staliniana impone la dissoluzione di un forte partito comunista in grado di prendere il potere, e ne obbliga gli iscritti a confluire nel fronte borghese democratico. Oppure, per venire all'Occidente, il sabotaggio del grandissimo sciopero generale inglese del 1926 in appoggio ai minatori, sciopero che viene fatto interrompere dai vertici sindacali e senza il quale i minatori subiscono una bruciante sconfitta.

Non si cercano naturalmente giustificazioni storiche per la classe operaia. Marx afferma chiaramente che se essa non è in grado per opportunismo di difendere le proprie condizioni di vita in una lotta quotidiana coerente, merita di essere schiacciata.

Ma non possiamo prescindere dal peso enorme che le è piombato addosso con la sconfitta. Non basta il condominio militare- ideologico delle due superpotenze, non basta il fascismo democratico di tutti gli Stati del mondo coalizzati in una politica controrivoluzionaria attiva, non basta la ricostruzione che arricchisce i capitalismi nazionali, vi dobbiamo aggiungere il terrorismo atomico, le partigianerie per le rispettive crociate ovviamente per la libertà, lo sfruttamento intensivo dei nuovi mercati rappresentati dalle ex colonie. E sappiamo, con Lenin, che le briciole della grande torta cadono sulla classe: l'aristocrazia operaia non è effetto di menti corrotte, ma di pressioni materiali che corrompono la dottrina e l'azione.

Potrà esserci una ripresa di classe?

Su questo argomento non possiamo tirare a indovinare. Possiamo sbagliare una previsione per intervento di fattori imponderabili, ma le linee generali non devono sfuggire se abbiamo la capacità di usare gli strumenti che il marxismo ci mette a disposizione.

Già nel corso della riunione abbiamo avuto modo di accennare ai moti di classe che sono scoppiati via via nei diversi paesi. Ora, per quanto riguarda l'Est, ci troviamo di fronte a moti popolari che per ora non hanno connotati di classe precisi. Però sappiamo che il capitale lavorerà a fondo sul tessuto sociale di questi paesi. Abbiamo già un esempio nel magnifico sciopero dei lavoratori della Siberia. Questa non è una lotta di retroguardia come quella dei minatori inglesi. Nel bacino di Voronez e negli altri bacini minerari i minatori si sono fermati per chiedere un netto miglioramento delle loro condizioni, oltre a una garanzia politica che la perestroika non fosse una fregatura. Noi sappiamo che lo è e lo sarà, non ci sono riforme capitalistiche indolori per gli operai. E' un esempio. Se vengono fatte promesse di riforma, poi bisogna mantenerle. Se c'è un reale bisogno di cambiamento diventa insopportabile la demagogia senza il cambiamento. Sappiamo come andrà a finire: verranno richiesti sacrifici a tutti, molti li faranno, pochi ne godranno i benefici, in genere quelli che non li hanno fatti. Non è una questione moralistica per noi, ma agli occhi dei più lo sfruttamento appare come un'ingiustizia sociale.

In Occidente le cose stanno in modo diverso perché alle riforme non crede più nessuno e la democrazia ha perso ogni verginità per sempre. Il potenziale di classe sta nel determinismo dei fatti. Il plusvalore è estorto a sempre meno lavoratori produttivi e sempre più elementi della società se ne appropriano senza dare nulla in cambio, neppure dal punto di vista dell'accrescimento del capitale puro e semplice.

Ciò rende l'intera società estremamente vulnerabile: mentre da una parte si allarga sempre più la massa di coloro che vivono di attività fittizie, si restringe di molto, dall'altra, il numero di coloro sulle cui spalle grava il peso dell'intera produzione di plusvalore. E' facile immaginare come una crisi seria, che faccia mancare la fonte del plusvalore, possa far mancare immediatamente le fonti di sussistenza di gran parte della società. Resta da vedere quale potrà essere una crisi seria.

Possiamo delineare uno scenario di questo genere: oggi una grandissima parte dei capitali esuberanti è impiegata in attività non produttive, diciamo pure speculative. In margine alla nostra analisi della crisi borsistica del 1987 abbiamo citato casi di primarie industrie internazionali che hanno gran parte dei loro utili nell'attività finanziaria e non industriale. Se si apre una prospettiva di spostamenti di capitali da queste attività agli investimenti diretti verso l'Est, sorge un problema di realizzo. Vendere titoli in cambio di valuta. Ma ci vuole qualcuno che compri. Se si verifica un migliore impiego che non nei titoli, non si vede perché qualcuno dovrebbe acquistarli; l'unica via è quella della svalorizzazione che li renderebbe appetibili. Incominciano così tutte le svalorizzazioni che portano ai crolli come quello dell'87. Il capitale trasformato in titoli di qualunque genere non potrà che essere scambiato con altri titoli di valore eguale, per esempio moneta svalutata, o meglio, svalorizzata. Se non c'è più il corrispettivo in valore reale, cioè se diventa impossibile scambiare con qualcosa di solido, palazzi, terra, fabbriche, oro, un titolo di credito non vale niente. Pensiamo per esempio al debito americano e a quello degli altri paesi. Pensiamo all'enorme ammontare dei dollari inesigibili circolanti e moltiplicantisi per il mondo. I valori borsistici che abbiamo visto azzerare nel crack dell'87 sono ridicoli al confronto, eppure hanno fatto tremare il mondo per qualche settimana. E' la solita storia: la banca è solida, ma se tutti si presentassero agli sportelli contemporaneamente, fallirebbe in un attimo; le ricevute, come i titoli di qualunque genere, a quel punto sono carta straccia.

Questo è uno scenario possibile, niente si oppone alla sua realizzazione e le conseguenze sui rapporti tra le classi dei senza riserve e gli altri sono immediatamente evidenti. L'acquiescenza della classe operaia nei confronti del sistema capitalistico dipende esclusivamente dalla possibilità di quest'ultimo di rinnovare questo trucco gigantesco.

* * *

Nessuno dei presenti avrebbe immaginato seriamente che potesse esserci un totale crollo dello stalinismo e dei suoi apparati in poco più di un mese, tolta la Polonia che ha cominciato dieci anni prima.

La coscienza di classe non è l'ingrediente di una ricetta: ricette non ne esistono per far marciare la storia secondo schemi desiderati. La classe operaia, o comunque ogni classe o strato sociale, non deriva la propria azione dalla somma dei pensieri individuali dei singoli che la compongono. Non cambia molto se passiamo dal pensiero individuale a un inesistente pensiero collettivo. Vi sono dei fatti che provocano un indirizzo alle concezioni dei singoli e delle collettività. Un cambiamento di indirizzo può essere il risultato repentino e immediato di fatti che si sommano con gradualità nel tempo. Ecco che quasi senza volerlo giungiamo a una definizione classica di catastrofe.

Bisogna ritornare ad avere dimestichezza con il catastrofismo rivoluzionario, è uno strano paradosso che i marxisti se ne dimentichino (ma quanti sono i marxisti?) proprio mentre i borghesi passano dalle teorie dell'equilibrio a quelle del caos e delle catastrofi.

Questo è un argomento che dovrebbe essere studiato a fondo e ne troviamo traccia in nostri testi non certo recenti. In fondo si tratta di questo: nella sua lotta quotidiana contro la rivoluzione che incombe anche quando non è alle porte, la borghesia cerca di esorcizzare in tutti i modi quegli aspetti del suo modo di funzionare che dimostrano la sua assoluta transitorietà sulla scena storica. E' successo che per esempio gli economisti borghesi si affannassero a dimostrare che il plusvalore era una "categoria" inesistente nei fatti, buona solo agli esercizi politici del rivoluzionario Marx. In contraddizione con questo caposaldo storico, da molto tempo ormai gli indicatori economici di ogni paese sono fatti ruotare intorno al concetto di "valore aggiunto", cioè "reddito", cioè profitto, più salario, più interesse, più rendita, ovvero le categorie scoperte dagli economisti classici e sistemate da Marx nella loro luce di classe. Abbiamo detto che queste operazioni rappresentano delle vere e proprie capitolazioni di fronte al marxismo, e, negli ultimi tempi, possiamo individuarne alcune molto istruttive.

E' interessantissimo che scaturiscano ora e superino la cerchia dei circoli scientifici borghesi per diventare di dominio pubblico, addirittura una moda.

La borghesia del tempo dell'accumulazione primitiva nel secolo scorso, aveva bisogno di una dottrina evoluzionistica per tagliar corto con i residui delle società passate. Sembrava che lo slancio della macchina a vapore, del carbone e dell'acciaio preparasse un avvenire in eterna salita alla società capitalistica. La società, come la natura, si evolveva verso forme superiori. L'industria e il macchinismo progredivano in un robusto involucro ideologico positivista, pur senza rinnegare del tutto tesi metafisiche, non si sa mai. Erano in voga teorie che si possono ricondurre alla ricerca di un equilibrio, prima fra tutte quella darwiniana dell'evoluzione.

Oggi che quella fase è compiuta per sempre, la borghesia si interroga sul suo futuro e, pur non ammettendo di trovarlo sempre più fosco, corregge il tiro e riflette nel suo "pensiero" l'incombente catastrofe.

Sarebbe interessante studiare a fondo questo fenomeno e lo faremo un giorno. Qui basta ricordare per grandi linee qualcuno dei filoni più importanti. Attenzione, non siamo nel campo della opinabile filosofia, bensì nel campo sacro della scienza che la borghesia rifiuta di considerare borghese, pretendendola universale e scevra di contaminazioni di classe.

Nell'Universo non tutti i processi naturali sono reversibili. Max Plank, per esempio, osserva che questi processi hanno una direzione unica: con ognuno di essi il mondo fisico fa un passo avanti e le tracce di quel che è successo non possono essere cancellate in nessun modo. Fin qui c'erano arrivati anche gli antichi. In più, oggi si dice qualcosa del genere: se questo è vero, come è vero, dal caos nasce una sorta di ordine, perché viene memorizzato un cambiamento rispetto a uno stato precedente. Ciò significa che forse anche il caos primordiale obbedisce a delle leggi. Il risultato è che un ordine scaturito dalla ragionevole probabilità statistica che succedano certi fatti, costituisce informazione comunicabile. Il travaso dalla informazione alla non-informazione costituisce il progredire dell'universo fino al punto in cui si crea un equilibrio. Ogni progresso ulteriore non può che derivare di nuovo dal caos, cioè dal di fuori dell'equilibrio raggiunto. Dal disordine all'ordine si giunge per via progressiva (nel senso di progresso) attraverso le incertezze del punto critico dove si equilibrano le forze opposte; oppure attraverso la formazione di sistemi di elementi dotati di una qualche affinità; oppure attraverso concatenazioni deterministiche le quali, invece di dar luogo a una continuità, sfociano in una soluzione discontinua.

E' un campo ancora tutto da indagare con mezzi nostri, ma possiamo affermare con sicurezza che la borghesia è costretta, pur parlando in modo del tutto teorico e per le esigenze sue, ad ammettere che gli avvenimenti economici e sociali non possono avere un andamento diverso dai fenomeni fisici. L'indagine che Engels conduce con la Dialettica della Natura va continuata per dimostrare che la maturazione sociale obbliga la borghesia a riconoscere la validità del marxismo.

Il riconoscimento implicito, a parte le bizzarrie neofilosofiche inevitabili, della nostra classica visione catastrofista, rafforza la nostra convinzione che il marxismo non è morto affatto ma che al contrario si dimostra vitalissimo strumento di comprensione per gli avvenimenti attuali. Non solo: il comunismo, al di là del nome effettivamente logorato da troppi fraintendimenti e usi aberranti, è operante nel cambiamento sociale, segna il futuro dell'umanità esattamente come abbiamo sempre inteso, perciò non abbiamo nulla da cambiare se non l'utilizzo nel nostro lavoro di nuove conferme. La ripresa della lotta di classe deve essere intesa in questa ottica. Non è corretto dire che "comunque" i tempi saranno lunghi, perché l'andamento catastrofico delle vicende borghesi dimostra che essi sono stabiliti da variabili con potenzialità enormi, in grado di gettare intere popolazioni, e quindi classi, nel fermento sociale.

Da questo punto di vista preoccupa molto di più la questione del partito rivoluzionario. Dato che l'esistenza e la forza del partito sono condizioni essenziali per la vittoria, ogni situazione, per quanto disastrosa per la borghesia e favorevole per le forze che le si ribellano, non può essere definita rivoluzionaria se non esiste o non è ben saldo il partito rivoluzionario.

* * *

Con la risposta sulla questione dello sviluppo del partito ci riallacciamo anche all'ultima della prima serie di domande. L'affronteremo con il supporto della lettura diretta delle Tesi di Roma del 1922 al capitolo Processo di sviluppo del Partito Comunista".

Il nostro testo precisa, di fronte all'Internazionale, che il partito rivoluzionario si forma e si sviluppa in condizioni storiche date e che la sua esistenza o scomparsa dipendono da queste. D'altra parte "il proletariato appare ed agisce nella storia come una classe quando appunto prende forma la tendenza a costituirsi un programma e un metodo comune di azione", vale a dire a organizzarsi in partito.

Il processo di sviluppo del partito e la sua formazione come strumento della direzione rivoluzionaria non presenta, per le ragioni ricordate, un andamento regolare, ma può essere interrotto o deviato da una degenerazione dell'organismo formale che lo rappresenta.

Quando questo succede non vi sono altre strade possibili che la separazione di quella parte del partito che ha compreso la natura della deviazione e ha la possibilità storica di tenere vivo un dibattito sul programma, lo tiene vivo attraverso una frazione organizzata, una vera e propria scuola governata da una sua disciplina interna che la configura come reale continuità con il partito prima della degenerazione.

E' solo un organismo unitario del genere, quando abbia la possibilità di concretarsi, che può ricostituire il nuovo partito.

Il passo successivo, quello dell'ingrandirsi degli effettivi e della conquista di una sempre maggiore influenza sui fatti e sulla classe, è determinato da cause oggettive più che dalla volontà dei capi e dalla funzione "didattica" dell'organizzazione.

FINE

Lettere ai compagni